Nel momento in cui mi accingo a stendere questa breve nota per il libro di Mario Lombardo, «Giudice popolare al maxiprocesso» – 0ggi, 28 giugno 1988 — le cronache registrano l’uccisione a Palermo, nel mercato di via dei Nebrodi, di tre venditori ambulanti, tra cui un ragazzetto di 15 anni. Gli assassinii sono stati eseguiti, con sicurezza e impassibilità, da due giovani giunti sul posto a cavallo di un «Vespone», che si sono dileguati subito dopo. Queste tre ultime vittime, questi tre corpi insanguinati, queste tre sagome disarticolate e coperte da un lenzuolo, si aggiungono all’infinita teoria di morti ammazzati dalla mafia a Palermo, in Sicilia. In via dei Nebrodi (il ragazzetto, Giuseppe Lo Jacono, è rigido li a terra tra le bancarelle, sopra la pozza del suo sangue rappreso, un mazzetto di banconote da mille lire stretto in un pugno), in questa strada della zona di Resuttana, abita un mio amico, un poeta, una delle più miti, più civili persone che io conosca. Questo mio amico, forse tra la folla del mercatino settimanale, può aver sentito quella sequenza di spari, può aver visto quei tre corpi crollare a terra disanimati. Ora io mi chiedo: che rapporto c’è fra uomini come il mio amico poeta e quegli efferati killer di via dei Nebrodi? Com’è possibile che convivano in uno stesso contesto, in una stessa realtà storica e sociale tipi umani così diversi, così contrapposti? Mi sono sempre chiesto: che rapporto c’è fra me, Fra l’autore di questo libro, fra te, lettore di questa nota, o fra uno dei giudici togati e uno qualunque degli imputati del maxiprocesso di Palermo, Luciano Liggio, Michele Greco o Pippo Calò? Che rapporto c’è fra un uomo intelligente e civile come il pm Ayala e l’ottuso e feroce Filippo Marchese, quello che a detta del pentito Sinagra – nel «mattatoio» di piazza S. Erasmo (quella piazza già teatro di antiche barbarie, in cui la santa Inquisizione bruciava vivi sui roghi poveri condannati) ordinava ai picciotti di dissolvere nell’acido dei bidoni le carni dei suoi nemici? Da siciliano, mi sono sempre chiesto, da quando ho cominciato a sentir parlare di mafia, a prender coscienza della sua barbarie: com’è possibile che qui, in quest’isola di tanta storia, di tanta cultura, di tanta civiltà ci possano essere mafiosi, criminali spietati, autori di efferati delitti, di stragi? E sono tutte domande che immediatamente sembra non trovino risposte. Risposte, prima o al di là di quelle scientifiche, che servano a darci fiducia nella storia. Così come, in un contesto più ampio (non sembri azzardato l’accostamento: siamo, sia pure per cause e fini diversi e per differente portata, in un simile dissolversi della ragione umana, in un simile insorgere della bestialità nell’uomo), non troveremmo risposta alla domanda: come l’uomo, in un determinato momento storico, ha potuto arrivare fino agli orrori di Auschwitz o Dachau, fino agli orrori dello stalinismo? Sono domande che ci mettono in crisi, che ci fanno disperare della storia, delle umane «magnifiche sorti e progressive». Ma lasciamo le inquietudini, lasciamo alla filosofia le risposte sulla natura dell’uomo e veniamo ai fatti. E un fatto, di portata storica – malgrado i morti ancora ammazzati dalla mafia, malgrado le ultime tre vittime di via dei Nebrodi – è senz’altro il processo contro la mafia che si è celebrato a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987. Un processo enorme per numero di imputati, impegno dei giudici, impiego di forze, durata; un processo unico e forse mai più ripetibile; la più grande e importante celebrazione di rito giudiziario; il più grande psicodramma della storia siciliana, della storia nazionale. E Mario Lombardo è stato uno degli officianti del rito giudiziario perché la sorte ha voluto che fosse scelto come giudice popolare al processo, Lombardo dunque, con i suoi colleghi – quelli che per dovere morale e civile non si sono sottratti a quek gravoso impegno, non si son fatti disertori – è stato chiamato a rappresentare il popolo siciliano, il popolo italiano. Anch’io, in quel piovoso mattino del 10 febbraio dell’86, ero nella famosa, avveniristica, metafisica aula-bunker in qualità di cronista. E lì, dalla tribuna della stampa, avrò visto, assieme agli altri componenti la Corte, Mario Lombardo, che non conoscevo. Ricordo che quella mattina dentro di me ero grato a quegli uomini della Corte, i quali per tutti si assumevano l’enorme, quasi insopportabile peso della celebrazione di quel processo. Di cui Lombardo, intelligentemente e scrupolosamente in questo libro, ci fa ora il racconto. Racconto oggettivo non solo, ma anche racconto soggettivo, vale a dire delle pieghe umane, di cui nessun verbale giudiziario o cronaca giornalistica potrebbe mai darcene cognizione.
«Possibile che in questa inflazione di carta stampata, fra tanto scialo di “opera omnia”, non ci sia modo di raccogliere se non tutto, il meglio di uno scrittore come Savarese?» scriveva Arnaldo Bocelli nel numero di Galleria dedicato a Savarese, Lanza e Brancati. Scriveva nel 1955: 33 anni fa. E cosa direbbe oggi l’onesto Bocelli, se pure, da quell’anno, a squarciare qua e là la coltre dell’oblio che si stendeva, e col tempo sempre più s’ispessiva gravando, sopra lo scrittore di Enna, siano stati pubblicati La semina nella bufera (Ceschina, 1960), Favole drammatiche (Salvatore Sciascia, 1962) e Gatteria (Sellerio, 1972)? Libri, questi, curati, prefati o postfati, da Enrico Falqui, il più appassionato dei critici di Savarese, ma gli ultimi due, e ancora quel numero di Galleria, sicuramente promossi da Leonardo Sciascia, in quella sua antica e mai interrotta, discreta ma incisiva «direzione» editoriale, sulla quale prima o dopo bisognerebbe far luce. Da Sciascia che è, con Brancati, il più savaresiano degli scrittori siciliani, del Savarese riflessivo, filosofico, gnomico, moralistico; dello scrittore che, pur dentro il lirismo della Ronda, pur dentro il buio del fascismo, attraverso il no stro arcadico Meli, il «pensatore» Leopardi, e l’«illuminista» Manzoni, assieme a Savinio ci conduce su fino alla chiarità del Settecento francese, a La Fontaine, e ancora in alto fino a Luciano, a Fedro, a Esopo… (E un caso che dell’autore dei Dialoghi dei morti si siano occupati prima l’«illuminista» napoletano Settembrini e poi Savinio e Sciascia? È un caso che Sciascia abbia fatto clamorosamente riscoprire nei recentissimi anni Savinio?): strada impervia, faticosa, ingrata, questa, si sa, poco battuta dalLa letteratura, italiana, siciliana, strada scelta solo dalle intelligenze più limpide, dagli spiriti più tenacemente critici. E un caso che il libro d’esordio di Sciascia si chiami Favole della dittatura (Bardi, 1950), del quale si è subito accorto, e ne ha scritto, dall’estremo Friuli, un «romantico», ma futuro moralista, polemista, scrittore «eretico» e «corsaro» come Pasolini? (Altri tempi, altre attenzioni, altra moralità). E non è un caso che lo stesso Sciascia esplicitamente dichiari il suo debito, riguardo ai contenuti e alla forma, alla scrittura, a Savarese, a questo «scrittore cattolico che nutriva un vero e proprio culto per Voltaire». Le novelle o racconti di Savarese qui ora raccolti costituiscono ancora un piccolo squarcio in quella coltre d’oblio di cui dicevamo. Novelle pubblicate su L’Ora a partire dal 1911 e fino al 1926. Non in una continua scansione, ma a intermittenza e con un lungo intervallo, dal 1912 al 1924, che coincide grosso modo con gli anni della guerra e con il soggiorno romano dello scrittore, con la sua piena militanza nella centralità letteraria di allora. Militanza che si concluderà con il ritorno a Enna, nel rifugio di San Benedetto, frapponendo così, lo scrittore, fra sé e quel centro, un giusto spazio geografico e mentale. Spazio che, rimettendolo nel «clima» siciliano, lo farà essere diverso dagli altri scrittori della Ronda, diverso da Cecchi, da Cardarelli, da Baldini, gli farà abbandonare il «frammento» incandescente al fuoco di uno strenuo lirismo. Tornato in Sicilia, ritrova anche la storia, che trasferisce in romanzi (Rossomanno, Il capo popolo, I fatti di Petra), ma ritrova altresì una sua originaria matrice «lombarda», d’una Lombardia siciliana («Carlo Cattaneo: ecco un nome non si sa come ricorso sovente alla mente» scrive Falqui). Del 1911 e ’12 sono le novelle Il richiamo, Prima novena, Il futuro, di un tempo cioè antecedente all’esordio in volume dello scrittore (le Novelle dell’oro sono del 1913): siamo dunque ai primi movimenti, ai primi passi nella pietrosa e perigliosa trazzera della letteratura del Nostro. Passi qui sostenuti — lo si vede chiaramente — dalle forti, paterne braccia di Verga. Il richiamo, per esempio, non può non far ricordare (con la variante di un «movimento» contrario: del bandito verso il paese, la sua donna) L’amante di Gramigna; Prima novena, certe altre novelle in cui i personaggi «dannati» si redimono per il miracolo degli affetti, dei sentimenti; Il futuro, per la sua «fatalità» in un contesto sociale come la miniera, Rosso malpelo. O meglio: colpendo questa volta il fato, non il caruso, ma il padrone, il giovane ingegnere, la novella ci riporta di più al Pirandello de I vecchi e i giovani, la cui pubblicazione, in appendice a L’Italia contemporanea, è del 1908. Da Le confessioni di un medico, e cioè dal 1924, in poi (aveva intanto pubblicato L’altipiano, 1915; Pensieri e allegorie, 1920; Ploto, L’uomo sincero, 1922; Ricordi di strada, 1922; Gatteria, 1925) ritroviamo il Savarese autonomo nel passo, sicuro e ben deciso nella sua individualità e singolarità di scrittore. E alcune di queste novelle (Intimità, Le zanzare, Svegliarsi, La visita e le parole) confluiranno giustamente in raccolte come La goccia sulla pietra o La semina nella bufera. Ce n’è una, fra le novelle qui raccolte, L’allarme dei vivi (1932), che ci sembra la più significativa della personalità dello scrittore Savarese. La storia è piuttosto allarmente (appunto): cinque morti si ridestano affiorando dalla fanghiglia del cimitero come i morti che risuscitano nell’affresco d’Orvieto del Signorelli. Vuol dire la storia, certo, come quella del mulo che parla nella novella Il caso di Val di Chiene, dello sgomento tra gli uomini al minimo inceppamento nell’ordine naturale delle cose. Ma nella novella, apparentemente gotica, eco di atmosfere alla Poe, come si ritrovano anche in certo Pascoli, è la morte che dà misura al racconto. «Dialettica di morte e di vita, non già di senso e riflessione, questo c’è nel libro di Savarese» scrive Contini su Congedi (1937), E: «Ma la morte è, stilisticamente: anzitutto, quell’equidistanza, di commozione o non-commozione, dalle cose; … poi, quel la possibilità di tare un gesto, sporgere una mano, mandare un grido, senza distruggere o alterare niente. Il risultato è una vita tutta incapsulata in morte…». Ma non solo di Savarese sembra che parli il Contini, ma di altri scrittori siciliani, di tanti che per questo scandaloso inceppamento della vita sentono l’urgenza di scrivere. «Siamo un fiume lento che porta alla foce confusi ricordi. E tutte le cose che ci circondano muovono con noi, e sembran ferme solo per il lento fluire…». Scriveva Savarese pochi giorni prima della fine questo brano famoso, che ha la solennità e la malinconia dei versi di Lucrezio.
S’avissi ’na mezza sciabula o puru ’na carrubina facissi ’na ruvina facissi ’un sacciu chi. S’avissi un pignateddu l’agghiu e puru lu sali facissi un pani cottu sempre s’avissi ’u pani. Canto popolare siciliano
Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale, mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava, a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti. Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli, dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato, la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno. La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia, il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile, sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero, mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino. Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si fermavano qua e là davanti a una porta. Toc, toc. «Chi è?» «Carabinieri.» S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina, s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina d’una donna. Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio o il fratello. «Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata. «E dov’è?» «Mah, foresto, foresto è.» «Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na cartolina.» E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”. Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi, dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta, per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale. Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene. E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco, solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè leghe società partiti, divampò per il paese. Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture, una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa, veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio, sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore; Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe, a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi. A Ratumemmi a li primi nisciuti Si sparagiaru già li so surdati. Li baddi gruossi e li baddi minuti Cadianu comu grannuli quagghiati; E Pidicuddu ci dissi a Rumanu: Lassamu l’armi, e facimmula a manu. Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno, con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor- razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli, dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo, a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la sezione del partito. Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi, davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse, e lesse a voce alta pei compagni: GIOVANI SICILIANI Ancora una volta dopo lunghi anni di guerra e di miserie ci si chiede, contro la volontà di un popolo, di spargere il nostro sangue. Come ieri, il vile monarca ci impone di morire per la conquista di altri imperi. Noi non impugneremo le armi! GIOVANI DI SICILIA Siate tutti solidali nell’esprimere la vostra volontà di non presentarvi! Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo. La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti. Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere. Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana, si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro. Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi di sapere quale piega avrebbe preso quella parata. Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu- ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari, erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato. Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi. Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di circoli e partiti. Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello, muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia: «Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine! Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…» «Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito. Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa. «Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino «con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa di don Lucio Tasca.» «A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede da qui a ’na settimana!» «Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse con furia sulle spalle, e rigida partì. Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo. Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento, dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti, che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto, sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa fina,» mormorando «che pane bianco!» Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino. Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta di Caltanissetta. La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata. Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano “Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”. E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo per prima mirò al Municipio. Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio. Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli, Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello. Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna fatte a tutti con l’inglese. Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline, e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò. Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò, si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale. Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino, ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese d’anteguerra. Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono. Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò: «No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate, entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane. Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi; gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi per cui eran passati gli zuavi. Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi, a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo quartiere, si rintanò dentro il covile. Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo. E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce dalla guerra partigiana. Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue des Grands-Augustins? Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni, videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini, camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole, i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino. In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava angustiato. Vincenzo Consolo
Meno elegiaco-ironico di La ferita dell’aprile (1963), meno espressionistico-allegorico di Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), meno visionario-filosofico di Lunaria (1985), Retablo (pagine 164, L. 8.000. Sellerio), quarta opera narrativa di Vincenzo Consolo, risottolinea alcuni dei caratteri dello scrittore siciliano: l’esercizio mimetico-parodico (di matrice gaddiana), l’andante affabulato-rio-rapsodico (di matrice calviniana), il simbolismo lirico (di matrice vittoriniana). Tutti questi elementi di una scrittura colta, raffinata, poliedrica, mistilingue, in Retablo sono messi al servizio di una ballata-pastiche che combina slanci romantici e illuministici interrogativi. Retablo, rappresentazione a tre voci di vicende amorose e di viaggi, ha per sfondo la Sicilia del 1760-1761: ne sono protagonisti il pittore lombardo Fabrizio Clerici (in viaggio per dimenticare Teresa Blasco che sposerà Cesare Beccaria), il giovane frate questuante Isidoro che lascia il convento della Gancia per amore della bella Rosalia e Rosalia Guarnaccia che lascia Ciccio Paolo Cricchio (ex frate Isidoro) in un certo senso per restargli fedele, perché sposa un vecchio marchese senza più desideri carnali e che la fa debuttare come cantante in un’opera di Cimarosa. L’amore è, in Retablo, orficamente rivelazione e follia, mentre il viaggio è conoscenza, iniziazione, educazione, ritrovamento. Le sequenze più belle della ballata di Consolo sono quelle dedicate alla visione notturna di Palermo, alla festa di santa Rosalia di Alcamo, alla sosta nelle terme di Segesta, alla scoperta della necropoli di Mozia; o quelle dedicate a variazioni su nomi o emozioni: Consolo è, al meglio, scrittore di incantevole virtuosismo linguistico-musicale. “Rosalia, Rosa e lia Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello si è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia zàgara e cardenia… Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento… Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?”. Così si apre il cantare (l’operina per sontuosi pupi) di Consolo; ed ecco il visivo movimento del primo fondale, Palermo: “mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillio lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillio di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglio di vetri de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade”. Consolo sa rappresentare molto bene l’amore che si incarna e disincarna “in beatitudine o in ebetudine” e gli itinerari che portano a scoprire lo “svariare e colorirsi della vita”. ‘. Più impacciati sono, invece, i risvolti del pastiche in cui la mimesi del conte philosophique settecentesco lo porta a ragionare di vita/storia (Sfinge, Medusa e Persefone come la donna amata) nel tentativo di darne una decifrazione: come a dire che lo scrittore si lascia accendere più dell’imprevisto della fantasia che dal mobile o nobile codice della ragione. La trasgressione fantastica permette a Consolo di presentarci Fabrizio Clerici che dialoga con lo scultore barocco Serpotta (in realtà è morto nel 1732) o di ipotizzare un abate-poeta Meli che palpa sospirando ormai vecchio Rosalia (mentre nel 1761 Meli aveva appena vent’anni); così come la libertà fantastica permette allo scrittore di presentarci il rapporto tra un cavaliere lombardo del Settecento e un frate palermitano della Gancia come una medianica reincarnazione della coppia cervantesiana formata da un rozzo contadino e un hidalgo della Mancia con Teresa Blasco e Rosalia che sono la duplicazione dell’inafferrabile Dulcinea).
Raffaele Crovi Vincenzo Consolo Retablo Sellerio editore Palermo Gran Milan n.17 Un libro al mese
Ci sono romanzi, scriveva Walter Benjamin, che somigliano a una catasta di legna da ardere; e mentre la legna arde, si consuma. con quello dei protagonisti del romanzo, anche il nostro destino … Retablo è invece un gioiello, finissimanente cesellato, come quelli di Dalì, che sapeva rendere con un rubino un cuore palpitante di vita, simile a un frutto di mare, a prendere il quale nel fondo dell’acqua si trovano nel contempo attrazione e ribrezzo. Ovvero, come suggerisce il titolo, è un retablo, parola spagnola che indica pale d’alare o successioni d’immagini dipinte meravigliose. Nel nostro caso se ratta di un trittico, le cui tavolette evocano la quête dei cavalieri erranti, l’orazione, la peregrinazione, la verità trovata. Spesso gli artisti dediti alle arti figurative si sono rammaricati di non riuscire a raffigurare il tempo; Consolo, con un procedimento à rebours, ha voluto imitare i pittori. Se si ricorre al paragone del gioiello, esso raffigura la Trinacria. Pietre preziose e semipreziose, minerali rari e vili, smeraldi e corallo, marmo e alabastro, argento e oro, salgemma e piombo, sono stati impiegati a profusione dall’artefice per raffigurare la Sicilia di due secoli fa: i cibi semplici o elaborati al limite del disgusto, gli zibibbi e i grappoli di pasta di mandorle, inganno per l’assetato, teatro della gola per il sazio, le plebi lacere e lazzare, gli ozi crudeli dei ricchi, l’operosità degli artigiani, i pastorali ospitali, ancora oranti dinanzi alla statua della Grande Madre, i briganti feroci e umani, pronti a fraternizzare con i corsari, i frati lussuriosi, i nudi e neri operai delle saline, i contadini dediti alla fatica di dissodare il campo – e pietre maledette sono cocci di urne funerarie fenicie, membra di statue greche -, l’innestatore di aranci, innamorato della sua arte e dei frutti che produce, lo sfarzo delle chiese barocche, la solitudine estatica dei templi sul mare, la bellezza delle donne, la carnalità e la purezza, la bontà e la ferocia… Un’ode alla Sicilia, e nell’ode più odi: all’arancia e al corallo, a Rosalia la santa e alle Rosalie profane, al latte e al cacio di capra, all’amata e all’amato… e sempre odi al cielo e odi al mare. Se il libro somiglia a un retablo, fra le molte meravigliose storie raffigurate, una è la principale: l’antagonismo fra Dioniso e Apollo – così intende Consolo la loro relazione -, fra vita ed ebbrezza mortale. La tavoletta centrale del trittico è dedicata al cavaliere milanese Fabrizio Clerici, pittore, che, respinto dalla donna amata, Teresa Blasco, invaghita di Cesare Beccaria, viaggia in Sicilia per dimenticarla e descrivere il nuovo paese all’amata lontana. Antidoto contro il mal d’amore è quindi il viaggio. Ma ancora di più lo è l’arte, di cui il viaggio è in realtà metafora. Il cavaliere non è tuttavia un esteta, il più gramo fra gli uomini ha per lui un valore incomparabilmente maggiore di una splendida statua greca. Il primo portello è dedicato a Isidoro, frate che vende bolle d’indulgenza; per amore di Rosalia fugge il convento, finisce fra i facchini del porto, finché viene preso a servizio dal cavaliere milanese che accompagna nelle sue peregrinazioni. Qui Isidoro narra la sua passione, i suoi tormenti, la sua finale pazzia d’amore. Il secondo portello, corrispondente al primo per brevità e intensità narrativa, è dedicato alla vera Rosalia, dopo i tanti abbagli, le tante Rosalie, sante, statue, ragazze, che figurano nel racconto. Qui ella tesse le lodi di Isidoro, l’unico amato. Ma ha visto donne infelici nel vico nero dove è nata, fugge perciò l’amato povero, diventa la mantenuta di un duca decrepito, che le fa studiare il canto. E annuncia che partirà presto, ingaggiata per cantare Cimarosa. Ha fatto sue le parole del castrato, suo maestro: «Siamo castrati, figlia mia, siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore. Il tempo, il nostro tempo, che Consolo ha provato a esorcizzare, ‘insinua nel romanzo con abile gioco di baro, con ammiccamenti, chiamate, rimandi. L’espediente più innocente è l’avere scelto come protagonista Fabrizio Clerici, pittore contemporaneo, come tutti san-no, e non del secolo dei lumi, presente nel libro anche con cinque disegni – e il virtuosismo tecnico del pittore ben corrisponde a quello dello scrittore. Immediato è anche il parallelo tra l’ottimismo del secolo dei Lumi e la fede, ancora cieca, nel progresso tecnico e sociale, del nostro. Ma solo dai molti ingannevoli ammiccamenti si comprende la nuova e diversa forma che ha assunto oggi la separazione tra i sessi, e si legge un’antica, e attuale, misoginia. Infine, e al modo del paradosso, il Novecento irrompe proprio nel raffinato pastiche stilistico che sembra imitare una lingua antica. Infatti i vocaboli arcaici, dialettali, inusitati, i lacerati aulici, le allitterazioni, le amplicazioni; le anastrofi, le apostrofi, le assonanze; le deprecazioni e le invocazioni; la frequente scansione metrica delle frasi e l’imitazione dei cantastorie siciliani: sono tutti stilemi in parte ripescati dal passato, ma soprattutto scaturiti dalla maggiore libertà, almeno linguistica, conquistata nel nostro secolo, e di cui proprio in terra lombarda, dove vive Consolo, si è fatto Ottimo uso.
Il Mattino, 3 novembre 1987 pubblicato anche nella rassegna trimestrale di cultura “Nuove Effemeridi” Edizioni Guida 1995
Lunaria è un cuntu, una narrazione (tecnicamente), a dispetto dell’elenco dei personaggi e della struttura a scene? […] Il dilemma, posto che sia essenziale, non è ancora sciolto. Il lettore apre il libretto, e subito incontra: «Città caduta affranta, misericordia di quiete dopo il travaglio, silenzio, pace». Di li a poco, una voce recita: “Origine del tutto, / fine di ogni cosa, / eco, epifania dell’eterno, / grembo universale, / nicchia dell’Averno, / sosta pietosa, oblio». In qualche modo, l’orecchio può cogliere un’eco del coro dei morti nello studio di Federico Ruysch. La citazione, meglio: la criptocitazione, volentieri dedotta da testi famosi, risulta una componente significativa di Lunaria. Più avanti, il Viceré che parla dietro il manichino, inciamperà con mirabile anacronismo nel Cimitero marino di Valéry (la piana che palpita di scaglie», gli «uccelli bianchi, tanti fiocchi», che «predano» la superficie del mare…). I cerusici, chiamati a diagnosticare i “desvanecimientos” del Viceré, rifanno il verso un po a Molière ma anche al dottor Azzeccagarbugli. Non mancherà anche un’entrata di Pirandello. Tutto ciò vuol dire qualcosa. L’accensioni i rimandi ad altre opere, più o meno evidenti, qui sembra preordinata a soffocare fin dall’inizio qualunque slancio fabulatorio ossia dinamico; a fomentare piuttosto un gioco di specchi moltiplicatorio e immobilizzante. Terrificato dal primo raggio di luce che entra nella sua camera, il Viceré si lamenta: «No, no, no… Avverso giorno, spietata luce, abbaglio, città di fisso sole, isola incandescente.. Porfirio, Porfirio, torcia di catrame, selvaggio figlio di terre inospitali, lucifero crudele, ahimè, i miei nervi nudi, le mie vene, la mia pelle, i miei occhi». La sintassi rincalza – con il dominio quasi assoluto della frase nominale con la sequela delle apposizioni – il rifiuto, quasi ribrezzo, del moto, del cambiamento, insomma della narrazione. Nell’auspicio più profondo del Viceré, tutto dovrebbe restare fermo, in un nodo di assenza, di svenimento. Ha visto in sogno, come nei versi leopardiani, cadere la Luna dal cielo, lasciandovi una nicchia, un buco. In effetti, in una contrada innominata della Sicilia, su cui regna il Viceré, la Luna viene giù a pezzi, spaventando i contadini. Un frammento è portato a corte, oggetto di disputa dotta da parte degli accademici; finché una cerimonia lustrale, ancora dei contadini, non farà riapparire la Luna in cielo. Al Viceré, dubitoso della propria e altrui consistenza, non resterà che rivolgerle un ultimo saluto: “cuore di chiara luce, serena anima, tenera face, allusione, segno, sipario dell’eterno». Questa pantomima “verbale”, immaginata per una Sicilia possibilmente settecentesca, in effetti fuori tempo, assume nella sua struttura fragile, direi perfino divertita, valori di opposizione astronomica che sono, alla base, di opposizione metafisica: il Sole contro la Luna la necessità imperiosa, violenta della vita, dell’agire, contro l’estinzione, il non-essere. La Luna è pura iscrizione siderale, dietro la quale, per poco che si frantumi o cada, si scopre il vuoto, il niente. Questo niente, che sta sotteso alla favola del libretto, è dirò così rammendato da un verbalismo sfrenato, ostentatorio nel suo eccesso, che adibisce latinismi e ispanismi, barbarità dialettali, rotondità barocche, figurazioni di un’estetica del vuoto un po’ manganelliane (dico come riferimento…). Il lettore vede ricomparire moduli e processi già degustati in un precedente libro di Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio. Là era la Storia, dichiarata vacua e inscrivibile se non per mano del potere; qui l’intimazione o il sospetto di non-esistenza investe l’intera realtà umana, o almeno ciò che ne può apparire a un Viceré, manichino del potere. Altro è il rapporto che mantengono istintivamente con il mondo, con la Luna, i contadini, li abitatori delle ville, i terragni», forze, realtà animali incomprensibili.
Carissima Natalia ho letto il tuo “ La città e la casa”, che gentilmente mi hai inviato, ti ringrazio per questa lettura. E’ uno dei rari romanzi, oggi, il tuo . Veramente contemporaneo. Quell’umanità che dentro vi vive, a Roma o in America, mi è sembrata che fosse appena uscita, che fosse la impressione di un disastro e ancora scolpita dai sussulti sull’onda lunga di quel disastro. Ma a pensarci, è sempre così la vita, quando la si esprime nel momento in cui essa si svolge. Solo nel passato, nel ricordo, essa si mitizza, si passa in una dimensione univoca e “letteraria” di tragico, di felice e di altro. Certo. E ho capito anche l’estrema difficoltà di scrivere un romanzo epistolare a più voci, dove i due piani, informativo ed espressivo, coincidano è in una sola corda bisogna tessere il racconto, caratterizzare i personaggi e il volto dei personaggi, ho più amato naturalmente Lucrezia e Alberico. Grazie ancora. Ti auguro molti e intelligenti lettori. Ti auguro anche buone feste natalizie.
Sul lago di giallo cadmio, d’ocra dorata, di limone, naviga un paesaggio vivido, verde terra, rosso cinabro, un campo in cloisonnage che si stacca per urgenza, affresco per fioritura di salnitro, isola vagante al soffio dei venti. E il lago e il campo hanno tagli vibranti, argentei, lunari, ferite per febbri di crescenza, pulsioni d’umori incubati, frenetiche ansie, primaverili insorgenze
Verde che spiega al flabello, si modula a scala, in crescendo, terra oliva cobalto smeraldo veronese, a bande si piega in volute, a chiocciola, a spirale. La cui ansa, seno, golfo, madreperla muschiosa, è lambita da onde, da ritmi azzurri, marini, vibrazioni orizzontali, trasparenze abissali. E su terra mare cielo, fiammate, incandescenze, immobile luce, pietrificata, d’estivi meriggi.
Rossi piani che si incontrano, s’intersecano a angolo – il verticale è più ardente, di sangue cristallino, vermiglio, più cupo l’altro, indiano o porporino. Sul quale, in parallelo, in geometrica cadenza, occhieggiano, in processione vanno lumache smeraldine, cespi, chiome, avvolgimenti, viti d’una vigna in fiamme un tramonto senza fine, autunnale.
Grava sulla distesa bianca un bianco aggrumato d’argento o di zinco, e vene d’azzurro serpeggiano, riflessi di ghiacci o metalli. Memorie vaghe riemergono, affiorano pallide, incerte, a linee, a macchie, sogni di blu e di rossi, nostalgia di forza e calore, da lontani, sepolti paesaggi, nel freddo e nell’atonìa del sonno che non promette risvegli.
Paesaggi, nelle cadenze del perenne giro del tempo. D’una natura riemersa in variazioni di luce, un gioco infinito di toni. In pigmentazioni, in grumi materici. E se una commozione, un sentimento vibra per le linee e i colori, lo stesso senti che non siano nella natura, ma nella nostalgia della natura. Che uno strazio grava sopra quelle tele, che il dolore d’una lontananza, d’una perdita le impregna. Dolore per il tempo che inesorabilmente ci stacca, ci trascina verso gli abissi del buio e dell’oblio; per una natura lontana, inaccessibile dietro spesse lastre di cristallo.
Qui dove affonda un morto viluppo di memorie, orto non era, ma reliquario…
Il Montaliano reliquiario è qui la tela che è lo strappo d’un affresco, il recupero estremo d’un paesaggio che vetustà, erosioni, opera devastante della storia sono sul punto di cancellare, disperdere nel nulla. In passato, nelle tele di Scogliamiglio c’era come l’impressione di reperti paleontologici , di paesaggi, forme violate da tagli verticali, come certe erbe, certi pesci nel cuore delle pietre. Oggi c’è come un ribaltamento di piani, come una disposizione di quei reperti nella loro primitiva posizione orizzontale, una riesposizione al sole. E conseguente rimetterli nel ciclo del tempo, nella vicenda della luce e del colore. Per una più pressante forza della memoria, per un più acuto bisogno di poesia.
Non c’è
turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle
cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di
fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza
luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per
visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose –
libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico
Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è,
splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di
Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il
più misterioso e inquietante.
E’un piccolo
dipinto ad olio su tavola (misura 30 centimetri per 25), non firmato e non
sicuramente databile (si presume sia stato eseguito intorno al 1470). Fu
acquistato a Lipari, nella prima metà del secolo scorso, dal barone
Mandralisca: e glielo vendette un farmacista che se lo teneva in bottega, e con
effetti – è leggenda, ma del tutto verosimile – che potevano anch’essere
fatali: per il ritratto, per noi che tanto lo amiamo. Pare che, turbata da
quello sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo, la figlia del
farmacista l’abbia un giorno furiosamente sfregiato. La leggenda può essere
vera, lo sfregio c’è di certo: ed è stato per due volte accettabilmente
restaurato.
Lo sfregio – e ce lo insegna tanta letteratura napoletana, e soprattutto quel
grande poeta che è Salvatore Di Giacomo – è un atto di esasperazione e di
rivolta connaturato all’amore; ed è anche come un rito, violento e sanguinoso,
per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo, un definitivo segno
di possesso: e chi lo ha inferto non è meno «posseduto» di chi lo ha subito. La ragazza che ha sfregiato il
ritratto di Antonello è possibile dunque si sia ribellata per amore, abbia
voluto iscrivere un suo segno di possesso su quel volto ironico e beffardo. A
meno che non si sia semplicemente ribellata – stupita – all’intelligenza da cui
si sentiva scrutata ed irrisa.
Proveniente
dall’isola di Lipari, quasi che in un’isola soltanto ci fossero dei marinai,
all’ignoto del ritratto fu data qualifica di marinaio: «ritratto
dell’ignoto marinaio». Ma altre ipotesi furono avanzate: che doveva essere un barone,
e comunque un personaggio facoltoso, poiché era ancora lontano il tempo dei
temi «di genere» (il che non esclude fosse un
marinaio facoltoso: armatore e capitano di vascello); o che si trattasse di un
autoritratto, lasciato ai familiari in Sicilia al momento della partenza per il
Nord. Ipotesi, questa, ricca di suggestione: perché, se da quando esiste la
fotografia i siciliani usano prima di emigrare farsi fotografare e consegnare
ai familiari che restano l’immagine di come sono al momento di lasciarli,
Antonello non può aver sentito un impulso simile e, sommamente portato al
ritratto com’era, farsene da sé uno e lasciarlo?
Comunque,
una tradizione si è stabilita a denominare il ritratto come dell’ignoto
marinaio: e da questa denominazione, a inventarne la ragione e il senso, muove
il racconto di Vincenzo Consolo che s’intitola Il sorriso dell’ignoto
marinaio. Ma la ragione e il senso del racconto non stanno nella felice
fantasia filologica e fisionomica da cui prende avvio e che come una frase
musicale, più o meno in sottofondo, ritorna e svaria. La vera ragione, il senso
profondo del racconto, direi che stanno – a volerli approssimativamente
chiudere in una formula – nella ricerca di un riscatto a una cultura, quale
quella siciliana, splendidamente isolata nelle sovrastrutture, nei vertici:
così come quelle cime di montagne, nitide nell’azzurro, splendide di sole, che
dominano paesaggi di nebbia.
Ma prima di
parlare del libro, qualcosa bisogna dire del suo autore. Siciliano di
Sant’Agata Militello, paese a metà strada tra Palermo e Messina (sul mare,
Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), Consolo – tranne gli anni
dell’università e quelli del recente trasferimento, passati a Milano – è
vissuto nel suo paese e muovendosi, per conoscerli profondamente nella vita,
nel modo di essere, nel dialetto, nei paesi a monte del suo, nell’interno: che
sono paesi lombardi, della «Lombardia siciliana» di Vittorini – sorti cioè
dalle antiche migrazioni di popolazioni dette genericamente lombarde. Solo che
Consolo, a misura di come li conosce, oltre che per temperamento e formazione,
è ben lontano dal mitizzarli e favoleggiarne, come invece Vittorini in Conversazione
in Sicilia e più – non conclusa apoteosi – ne Le città del mondo.
Quel che più attrae Consolo è, di questi paesi, forse l’impasto dialettale, la
fonda espressività che è propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e
folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Perché Consolo è scrittore
che s’appartiene alla linea di Gadda (sempre tenendo presente che un Verga e un
Brancati non sono lontani): ma naturalmente, non per quel volontaristico arteficiato
gaddismo – che peraltro ambisce a riconoscersi più in Joyce che in Gadda – che
ha prodotto in Italia (e forse, senza Gadda, anche altrove) libri senza lettori
e testi, proprio dal punto linguistico, di assoluta gratuità e improbabilità.
Altro elemento
da tenere in conto, è quella specie di esitante sodalizio che Consolo ha
intrattenuto per anni con Lucio Piccolo. E qui bisognerebbe parlare di questo
straordinario e poco conosciuto poeta siciliano: ma rimandiamo il lettore ad
altro nostro scritto, pubblicato nel volume La corda pazza.
Tutto, in come è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva – di «degnificazione» per Piccolo, di «indegnificazione» per Consolo – non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini. (Il termine «degnificazione» lo si usa qui nel senso di Pedro Salinas quando parla di Jorge Guillén: e quindi anche il suo opposto, «indegnificazione»). Il primo libro di Consolo, La ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963 e ora ristampato da Einaudi, non ricordo abbia suscitato allora attenzione né ho seguito quel che ora, dopo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ne hanno detto i critici: probabilmente, chi allora l’ha letto ha avuto qualche perplessità a classificarlo tra i neorealisti in via d’estinzione; e chi l’ha letto ora, difficilmente riuscirà a trattarlo come un libro scritto prima. Il che è ingiusto, ma tutto sommato meglio che l’intrupparlo tra i neorealisti. Tra il primo e il secondo son corsi bel tredici anni (e speriamo non ci faccia aspettare tanto per il terzo): ma c’è tra l’uno e l’altro un preciso, continuo, coerente rapporto; un processo di sviluppo e di arricchimento che è arrivato alla piena, consapevolmente piene, padronanza del mezzo espressivo (e dunque del mondo da esprimere). Anni, dunque, passati non invano, ma intensamente e fervidamente: a pensare questo libro, a scriverlo, a costruirlo; in margine, si capisce, ad altro lavoro, anche giornalistico (di cui restano memorabili cose: non ultimi gli scritti sul Gattopardo e su Lucio Piccolo). A costruire questo libro, si è detto. E lo ribadisco polemicamente, per aver sentito qualcuno dire, negativamente, che è un libro costruito. Certo che lo è: ed è impensabile i buoni libri non lo siano (senza dire dei grandi), come è impensabile non lo sia una casa. L’abitabilità di un libro dipende da questo semplice e indispensabile fatto: che sia costruito e – appunto – a regola di abitabilità. I libri inabitabili, cioè i libri senza lettori, sono quelli non costruiti; e oggi sono proprio tanti. Un libro ben costruito, dunque, questo di Consolo: con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», e «cose viste» che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui. E facilmente viene da pensare – almeno a me che so del rapporto che legava Consolo al barone Lucio Piccolo di Calanovella, che ho letto tutto ciò che Consolo ha scritto di questo difficile e affascinante rapporto – che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva «letto tutti i libri» e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano. «Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change».
Leonardo Sciascia
brano tratto da “Cruciverba” einaudiana collana “Gli struzzi” 1983
Conosce, Turi, la mia curiosità per le carte, i documenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi porta volantini, opuscoli, manifesti. M’è arrivato, stamattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, lì di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di parlare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chissà perché, le di diventano ti (facento, Tigos, porco tiodice), di quanto è avvenuto nella casa di questo suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano giù dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tutto all’aria in quell’unica stanza; di come in questi giorni, in queste notti, nel quartiere, è un continuo irrompere di polizia.
Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, è venuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa sopra il tavolo. «Apri,» mi dice «apri» e sorride furbo, socchiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi è piccolo e magro, sarà alto meno di un metro e sessanta e peserà quarantasette-quarantotto chili: a trent’anni, ha l’aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed è nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti appuntiti che gli vengono giù agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua amica dentista. Dopo che ha messo i denti, Turi non è che sia ingrassato di tanto, è riuscito però a trovare la ragazza, Sabina.
Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la borraccia, la bellissima borraccia di Turi. È una maiolica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. È a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. È questo l’unico oggetto, l’unico ricordo che Turi s’è portato dal paese, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e questi forse l’ha avuto da suo padre o da suo nonno: è proprio un pezzo antico. L’avevo vista, questa borraccia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. “Se la vendi,” gli avevo detto “dillo prima a me.” Era il ‘70. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto della sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Milano, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abortita, ché della parte milanese, della parte operaia, io non avevo – essendo anch’io immigrato e “contadino” – e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si può mai narrare senza la memoria?
Turi era diventato allora, in fabbrica, un personaggio, un simbolo. Per irumori e la nocività, s’era ammalato, s’era esaurito. S’assentava spesso dal lavoro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare pazzo e licenziarlo, ma riuscì solo a fargli firmare le dimissioni. I compagni allora s’occuparono del “caso”. La faccenda andò a finire in tribunale e Turi venne reintegrato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all’anno scorso, poi s’è licenziato e ha preso la liquidazione. Con questa, s’è comprato un camioncino e s’è messo a fare trasporti. Ma i soldi della liquidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cambiale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo “politico”. «Meglio che ce l’hai tu, così la vetoquanto voglio» mi dice. Per fortuna non c’è mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la borraccia. «Vergognati,» già la sento, mi avrebbe detto «vergognati! Anche dell’unico ricordo, dell’ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spogliarli.» Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la borraccia è qui, sulla mia credenza del ‘700, egli può venire a riprendersela quando vuole.
Mia moglie è a Mantova, vi è andata con Maria Bellonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovrà fare un film da un racconto che si chiama Delitto di stato della scrittrice romana. Me lo sono letto stanotte, questo racconto, e m’è sembrato proprio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all’apertura dell’urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzeccate metafore del potere.
Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cambiare l’assegno. Passiamo prima dal bar della Marisa a prendere il caffè. Quello della Marisa è il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone centrale, il Biscione, la Vipera gentile. C’è sempre lì davanti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ragazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto dietro cui sono allineati vasi con le piante che prendono bene la luce, c’è anche un bel papiro alto e folto. Nella prima stanza c’è il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere tè nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, alzando le gambe dimenando i fianchi e facendo volteggiare sopra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di lavapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zona di Porta Garibaldi è piena di egiziani, abitano ammassati in vecchie case cadenti che non possono essere abbattute per i vincoli “storici” e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L’unico, intanto, di questi egiziani, che l’à tacà su el capèl è Mahmoud, diventato l’uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, dagli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un bauscia che parlava e parlava sempre (un impotente, dicevano tutti al bar) è sparito, non si è visto più da quando Mahmoud ha preso il suo posto dietro il bancone a manovrare la Faema, affettare salame, fare panini, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa è lo stesso sempre nervosa, fuma una sigaretta dopo l’altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo amante giovanissimo e arabo. Con Mahmoud però è dolcissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud è scivolata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caffè, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si è subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. «Non fare lo sciocco» gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compaesani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a passeggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.
«Figlio di puttana!» sbotta Turi.
«Ti se’ messo a fare il razzista?»
«Ahò,» fa Turi «quello ci marcia, sfrutta…»
«E allora?»
«Ma questi non sono compagni, sono tutti per Satat, Satat, e poi scappano e vengono qua…»
«Che vuol dire? Sono immigrati, poveri, più poveri di te che hai un camion…»
«Un camion, sì, ‘sta minchia!» fa Turi risentito. «Ancora lo tevopagare e nessuno mi fa fare trasporti…»
Si capisce che Turi è invidioso dell’egiziano, invidioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacità di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha problemi con Sabina, che è compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quando vuole. Sabina rimprovera a Turi d’essere rimasto contadino siciliano, moralista, rompiball, come tutti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la coppia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.
Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nella vecchia casa occupata di corso Garibaldi, è all’esterno, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt’intorno nella zona, fin sui pilastri di marmo dei portici di fronte, dov’ è la banca. Dicono: “no all’eroina”, “morte a chi vende morte”, “morte agli spacciatori”, “mino basta”, “fuori mino, fuori l’ero”. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche indiane, riccioluti, con l’orecchino), è un balordo sui trentacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occupato una stanza e lì s’è messo a spacciare.
Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di legno del suo pistolone alla cintola.
Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul «Corriere della Sera», c’è una recensione di Moravia al libro di Nello Aiello Intellettuali e PCI. Moravia ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. “Perché un artista ‘può’ anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sarà un artista” dice. E poi ancora di Vittorini e della polemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sembra vecchia, mi ricorda l’affermazione di Pirandello: “La vita, o la si scrive o la si vive”. Che l’alternativa, oltre a valere per tutti, non solo per l’artista, dopo Marx non ha più senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti “filosofi dell’azione”, come dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le “regole”, nel voler essere o no, totalmente, incondizionatamente, dentro un partito, dentro la logica “politica” di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vittorini.
Riprendo a lavorare a un articolo per un rotocalco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l’articolo mi è diventato racconto, che più che parlare di Piccolo, dei suoi Canti barocchi,in termini razionali, critici, parlo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio nonno, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall’onda piacevole del ricordo, della memoria. “Invecchiamo,” mi dico malinconicamente “invecchiamo.” Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato è un fatto che non c’entra molto col mio scrivere. È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla memoria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, è sempre un’operazione vecchia arretrata regressiva. Diverso è lo scrivere, lo scrivere: per esempio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura impoetica, estranea alla memoria, che è madre della poesia, come si dice. E allora è questo il dilemma se bisogna scrivere o narrare.Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un altro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, come quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:
Ed anche “di maschio femmina” diviene come Tiresia, il narratore. Squilla il telefono ed è un mio amico, corrispondente da Parigi di un settimanale. È furioso perché a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l’altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo Le manie del professore.
Però il narratore dalla testa stravolta e procedente a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mortali, volare e cadere più avanti dello scrittore, anticiparlo… Questo salto mortale si chiama metafora.
Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le cose più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillardina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, caciocavallo, cubbàita…[iii] Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete.
Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di Gli amici della Noce, dov’è un mio racconto, Il fosso, è pronto, che posso andare a ritirarlo.
La stamperia è un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio sciur Bianchi, in gabanella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Boris, due giovani slavi che frequentano l’accademia di Brera. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sulle pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puliscono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle corde con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, acqueforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stampatore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto è illustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio è un pittore di Matera, era amico di Carlo Levi e Rocco Scotellaro. Dipinge contadini, bambini che giocano, donne alle finestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com’erano una volta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario calcinato, un reliquiario profanato dai gechi e dalle ortiche. Anche Guerricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Matera e viaggia, va a Roma, viene a Milano, racconta aneddoti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghigni del suo mondo trapassato, della sua memoria.
Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ritorno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi dice, con quel suo modo sottilmente ironico, scuotendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incorniciano il bel viso ovale: «Non vai alla festa stasera?». Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il direttore di un quotidiano romano è venuto a Milano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che è stata querelata da persone di cui parla in un libro. È venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell’editore una festa, con belle donne, bella gente. «Che peccato che tu non ci vada!» fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchioline dentro. Francesca naturalmente voleva alludere a quella volta, la prima e l’ultima, che andai in casa di questo editore, nel lontano ‘69, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M’ero portato appresso un mite e dimesso poeta cecoslovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Milano. Si chiamava Vladimir… (il cognome lo taccio, non si sa mai… Anzi, si sa). Di lui non ho avuto più notizie, non so che fine abbia fatto. C’eravamo messi in un angolo. Spesso Vladimir s’alzava, andava al buffet e tornava con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano davanti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la padrona di casa, la moglie dell’editore, levigata, lucida, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli autori più venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: «Lei è sudamericano, signor Console?» «No» dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che successe il fattaccio. Vladimir, oltre ad aver mangiato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l’alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir è cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo traditore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Afferrò lo scultore per il petto, cominciò a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lingua, insultandolo. Tutti accorsero, si ammassarono attorno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a guadagnare la porta.
Il mio studio è una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono libri (dal balcone, giù in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimitero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, è il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul baùle di canne che fa da tavolino davanti al divano-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accumula sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia precocemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai libri, appoggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, conchiglie… Sull’unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavolo di lavoro, ho appeso i “miei quadri”: un disegno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle ginocchia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vicino ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con tratti di china e una sola in parte risparmiata, raccon,incollato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un artista concettuale; due planimetrie secentesche, di Palermo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio Siciliae antiquae descriptio. Questo dei libri antichi strappati, dei libri bruciati, dei libri perduti è un fatto che mi ossessiona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un’antica biblioteca sotterranea, forse romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al muro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di prenderli, di svolgerli, e quelli si dissolvevano come cenere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si tratta di un sogno archetipico. Mah… Fatto è che mi appassionano i libri sui libri, sulle biblioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d’avventure, è Cacciatori di libri sepolti. Come in questo tardo pomeriggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Milano. A poco a poco non sento più il rumore delle macchine che sfrecciano sui Bastioni, mi allontano, viaggio per l’Asia Minore e l’Egitto, sprofondo in antichità oscure, indecifrate. M’immagino che nel futuro, fra cinquanta, cento o più anni, i biblio-archeologi non scaveranno più sotto i tell[iv] alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stampata, alla ricerca del Libro. Quindi è la volta di Ninive, della biblioteca di Assurbanipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d’argilla incise dell’archivio di stato eblaita. Mi sembra di sentire tutto il caldo del deserto siriano, in viaggio tra Aleppo e Tell Mardikh. Sugli scavi, il glottologo, lo scopritore della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d’intesa dietro le spalle dell’archeologo e dei suoi assistenti, mi conduce di nascosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l’ombra di un muro taglia l’abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavimento, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola botola. Il glottologo alza la botola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d’argilla. “Sono testi letterari” mi dice, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzlecome una pagina di grande libro. “È un racconto,” dice “un bellissimo racconto scritto da un re narratore… Solo un re può narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di metafora: egli vive, comanda, scrive e narra contemporaneamente…” E punta l’indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cuneiforme e sta per cominciare a tradurmi…
Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sento alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla porta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. È una frana, un terremoto. Si ammucchiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perquisizione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: “Procura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto… in data… della Tigos...” «Lo conosco, quest’ordine, lo conosco…» dico balbettando. «Lo sappiamo» risponde quello. «E sappiamo che tu scrivi, che narri di Milano… Mannaggia, ci mancano le prove!» e con la mano, scendendo le scale, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le troveranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, grido giù nella tromba delle scale: «Non è vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria…». Giù, in fondo, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l’alto: «E la borraccia, ah, il libro di terracotta tovel’hai messo?».
La voce di Turi è subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi precipito al balcone e giù, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocità, con il loro lampeggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sarà successo ancora, cosa sarà successo?!
[i]«Il Messaggero», 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, «Le Monde Diplomatique», luglio 1980; e spagnola: Un día como tantos, «Le Monde Diplomatique», 1980. Lo stesso testo è ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Meridiani», Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. Ancora in francese compare: Un jour comme les autres, «Échos d’Italie – écritures», [Université de Liège Les Éperonniers – Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto è infine ripubblicato in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Meridiani», vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.
[ii]Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono riprese da 19831, 2001.
[iii]sàusa miffa: interiora di tonno salate; cubbàita: torrone di zucchero e sesamo.