Il prodigio

Ma il prodigio riprende, nell’assenza del mago, del palco,
riprende sul fondo nero, sopra il nero velluto del sipario.
Appaiono, si librano su quello schermo notturno, cristalli,
porcellane, trionfi di fiori, di frutta, neve di mughetti,
corallo di ciliegie, opale di limoni, granato di mezze lune di
meloni, e viole da gamba, violini, contrabassi. Appaiono al
comando del mago nascosto dal sipario, appaiono e trapassano,
sospesi, lievi, come in una danza. La danza del sogno, la
stregoneria del segno, la scrittura del mago, la magia soave
dell’incisore notturno.



  
                                                                  Vincenzo Consolo

Milano, 25 febbraio 2002.


Edizioni Libreria Dante & Descartes

La ferita dell’aprile (1963)

La ferita dell’aprile (1963)

Al di là di qualche somiglianza tematica, non è facile ritrovare lo stile scabro del primo racconto di Consolo, Un sacco di magnolie, nella prosa più complessa di La ferita dell’aprile, il suo primo romanzo. Anche qui si narra di un ragazzo orfano di padre (la madre si risposerà con il cognato) che studia presso un istituto religioso di un paese non esplicitamente nominato ma corrispondente a Sant’Agata di Militello, come si deduce dagli indizi topografici disseminati lungo il racconto (la precisione minuziosa nella resa dei luoghi sarà una caratteristica costante anche dei libri successivi del nostro autore). Il protagonista e io narrante non racconta storie avventurose,” dipana piuttosto per frammenti memoriali le stazioni esemplari di una vicenda di formazione: l’amicizia virile con il compagno di classe Filippo, di famiglia comunista; il conflitto con i rampolli delle famiglie più agiate e codine e, d’altro canto, con i «vastasi» del sottoproletariato; il fascino ambiguo del giovane don Sergio, prete impegnatissimo nella battaglia anticomunista; i fremiti del sesso e i primi amori adolescenziali; il difficile rapporto con lo zio commerciante di vini che lo inizia, fra l’altro, ai rituali dell’omertà para-mafiosa. Sullo sfondo, gli eterni rituali di paese – le processioni cattoliche, le superstizioni, gli ossequi feudali -, i cambiamenti sociali incombenti – gli emigranti di ritorno dall’America con le figlie disinibite -, gli avvenimenti storici più rilevanti – l’occupazione delle terre, la strage di Portella

33 «Non mi ha mai interessato la trama più di tanto, quella che adesso chiamano il plot. M’interessa il fatto che devo raccontare, la struttura del racconto e il modo, il linguaggio in cui devo raccontare», dice Consolo, intervistato da G. CHERCHI (in Scompartimento per lettori e taciturni, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 207).  della Ginestra, soprattutto le elezioni del 48.

L’io narrante ne ricava un insegnamento problematico e squisitamente letterario, cioè la consapevolezza che la riflessione e la scrittura sono una missione, un modo di sottrarsi agli schemi di un mondo filisteo che non vuol cambiare, del quale lo zio Peppe è portavoce:

Uno che pensa, uno che riflette e vuol capire questo mare grande e pauroso, viene preso per il culo e fatto fesso. E questa storia che ‘intestardisco a scrivere, questo fermarmi a pensare, a ricordare, non è segno di babbía, a cangio di saltare da bravo i muri che mi restano davanti? Diceva zio: «E uomo l’uomo che butta un soldo in aria e ne raccoglie due: lo sparginchiostro non è di quella razza» (La ferita dell’aprile, Torino, Einaudi, 1977, p. 105).

Sicché non meraviglia che il vero e proprio ingresso del ragazzo nel mondo, la dura necessità del lavoro, coincida con la morte dello zio, intraprendente e avido commerciante di vino e agrumi, travolto da una piena improvvisa del torrente Furiano mentre ceca di salvare le casse coi limoni. Ma quello del ragazzo sarà un lavoro impiegatizio, com’era desiderio del padre; un lavoro più vicino, insomma, al mondo della scrittura: «- Il Dazio era il desiderio di tuo padre e al Dazio devi entrare, – mi disse ma quando fui più grande. Così girai tanti anni per i paesi, all’isole, sulle montagne, alle marine, dal comune d’Ali fino a Messina» (p. 138).

Una conclusione, come si vede, esattamente rovesciata rispetto a quella del racconto d’esordio: non è più il ragazzo sognatore a morire (per giunta di una morte che somiglia molto a un suicidio) mentre intorno ferve il lavoro dei campi; ora è lo zio a soccombere per l’amore verghiano della “roba”, mentre al giovane si schiude un futuro più confacente alle sue inclinazioni riflessive e intellettuali (e, non dimentichiamolo, abbastanza simile all’esperienza d’insegnamento del giovane neolaureato Vincenzo Consolo nelle scuole agrarie del Val Démone).

Sono proprio le consapevolezze maturate dalla voce narrante a dare, così, senso unitario a un romanzo nel quale Consolo corre  volutamente il rischio bozzettistico di una struttura piuttosto frammentata. Ma l’elemento unificante più forte è lo stile, preferibilmente nominale e basato in larga misura sulla paratassi 34

Picchiettata di forme dialettali in modo da aggiornare il modello di Verga (più attento all’aspetto sintattico) con quelli sperimentati da Gadda e Pasolini nell’uso del lessico, la prosa di Consolo appare già densa di umori e figure di marca espressionistica («avevo sempre sentito di sti morti che scoppiano e avevo creduto a un gran botto col sangue e le schegge che sporcano mura e soffitto.

Ma mi accorsi solo del puzzo che avanzava dall’uscio, un puzzo mai sentito, pesante e grasso che pensai di colore giallo», p. 24), pur essendo sempre corretta dalla severità verghiana, evidente soprattutto nell’uso dell’indiretto libero:

Don Sergio fece l’orecchio sordo all’arciprete e ci fece continuare alla marina, ché non c’era da far questioni proprio ora, ché cattolici e protestanti tutti cristiani siamo, tutti uniti dobbiamo stare contro un pericolo imminente e molto grave, fra poco si vedeva, all’elezioni mi date la risposta (p. 57).

E’ interessante leggere cosa dice Consolo in un’intervista:

Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Per me è stato come un segnale, il simbolo di una ribellione alle norme, dell’uccisione del padre […]. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati.

[…] La terra da cui vengo è contrassegnata storicamente e quindi anche linguisticamente da stratificazioni linguistiche molto profonde: ci sono stati gli arabi e gli spagnoli, i bizantini e i piemontesi. Il mio è un lavoro archeologico.”

4 E. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina), Pungitopo, 1990, p. 14. 5 La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo, a cura di M. Sinibaldi, «Leggere», 2,

1988, p. 12. Si porrebbe ipotizzare che la scelta linguistica di Consolo – che egli stesso connette all’uccisione del padre e che si può ricondurre alla profondità naturale e “materna” del dialetto (anzi, dei dialetti: il siciliano standard e i dialetti gallo-italici, come il san-fratellano a cui farà ricorso nel Sorriso dell’ignoto marinaio e in Lunaria) – si situi in un equilibrio difficile con la proiezione storica (e dunque “paterna”) della sua ispirazione: è la stessa ricerca di equilibrio fra “mondo dei padri” e “mondo delle madri” perseguita da Vittorini e, in forme meno palesi, da Sciascia. Un equilibrio che per entrambi gli scrittori si rivela sempre precario, frutto comunque di un azzardo lacerante.

A proposito della genesi del romanzo, Tom O’Neill ha ipotizzato un paio di “influenze” decisamente interessanti: una più consapevole e immediata, che agisce soprattutto sul piano stilistico e linguistico, cioè l’opera narrativa di Stefano D’Arrigo, visto che 1 giorni della fera (il prototipo di Horcynus Orca) era stato pubblicato già nel 1960 sul «Menabò» di Vittorini; un’altra, seppure quasi rimossa dall’autore (che non citerà mai James Joyce fra gli autori che l’hanno influenzato) e che agisce sul piano del contenuto, potrebbe essere il Ritratto di artista da giovane. Molti sono infatti i punti di contatto fra i due testi: l’educazione del protagonista in un istituto religioso che replica quella di Stephen Dedalus presso i gesuiti; il nesso stretto fra religione e politica che si stabilisce all’interno del collegio; il rapporto con le culture subalterne e i linguaggi da esse parlati; la crescita di una coscienza letteraria. Ma questa dell’influenza di Joyce è comunque un’indicazione che può tornare utile per il complesso dell’opera consoliana, soprattutto per la basilare contemporanea importanza della sperimentazione sul linguaggio e sulle strutture narrative.

Non sarà infine inutile notare che l’impennata lirica forse più rilevante coincide con il momento più “politico” del romanzo d’esordio, l’evocazione della strage di Portella della Ginestra

36 Cfr. T. O’NEILL, Vincenzo Consolo, in Dictionary of Literary Biography, Italian Novelists Since World War II, 1965-1990, a cura di A. Pallotta, Detroit-Washington-Londra, Bruccoli Clark Layman, 1998. compiuta da Salvatore Giuliano per conto della mafia: n’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e c’erano bambini). come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò buttò buttò riversi sulle pietre una rosa maligna nel petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto. La pezza S’inzuppò e rosso sopra rosso è un’illusione, ancora un’illusione. Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: – Femmine, che sono sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca? Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina per quella manica di morti che verranno appresso! (pp. 122-123)

“Come gioco di specchio, mercurio su una lastra”

L’anarchia dei villani in Serafino Amabile Guastella.

“Corre l’antica Fama per le capitali, l’ingiusta Dea dalle lunghe ali e delle cento bocche ripete che stolidi, folli, incomprensibili sono gli abitatori delle ville, i terragni che rivoltano zolle, spetrano, scansano, terrazzano, in capri con le capre si trasformano, in ape acqua vento con i fiori, dalla terra risorgono sagome di mota e di sudore; che nelle soste, lustrate lingua e braccia, sciolto l’affanno all’acque virginali delle fonti, nelle notti di Luna, nelle cadenze dell’anno, sulle tavole d’un Lunario imaginario, di motti fole diri sapienze – Aprile, Sole in Toro: zappa il frumento tra le file, zappa l’orzo l’avena le lenticchie i ceci le cicerchie, strappa dalle fave la lupa o succiamele – muovono arie canti danze, in note movenze accenti sibillini, stravaganti. E nelle capitali, accademici illustri, dottori rinomati, in oscuri dammusi, catoi affunicati, scaffali scricchiolanti, teche impolverate, ammassano cretosi materiali, la linguaglossa, la memoria, la vita agreste; con lenti spilloni mirre olii, con lessici rinarii codici, studian di catturare cadenze ritmi strutture. Ma l’anima irriducibile, finch’è viva, guizza, sfugge, s’invola, come gioco di specchio, mercurio su una lastra”.

(da LUNARIA di Vincenzo Consolo)

Nel novembre del 1997, l’inglese John Berger rispondeva su Le Monde Diplomatique con una lettera aperta a un comunicato di Marcos, il capo dei ribelli del Chiapas, il quale in vari elementi individuava la situazione attuale del globo: la concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà, la globalizzazione dello sfruttamen-to, l’ internazionalizzazione finanziaria e la globalizzazione del crimine e della corruzione, il problema dell’emigrazione, le forme legittimizzate di violenza praticate da regimi illegittimi e, infine, le Zone o sacche di resistenza, tra cui, naturalmente, quelle rappresentata dall’esercito Zapatista di Liberazione. Berger, a proposito di zone o sacche di resistenza, avanzava un esempio storico, un luogo del Mediterraneo dal profondo cuore di pietra: la Sardegna e, di quest’isola, l’entroterra intorno a Ghilarza, il paese dove è cresciuto Antonio Gramsci.
“Là” scrive Berger “ogni tanca, ogni sughereta ha almeno un cumulo di pietre (…) Queste pietre sono state accumulate e messe insieme in modo che il suolo, benchè secco e povero, potesse essere lavorato (…) Muretti infiniti e senza tempo di pietra secca separano le tanche, fiancheggiano le strade di ghiaia, circondano gli ovili, o, ormai caduti dopo secoli di usura, suggeriscono l’idea di labirinti in rovina! E aggiunge ancora, Berger, che la Sardegna è un paese megalitico, non nel senso di preistorico, ma nel senso che la sua anima è roccia e sua madre è pietra. Ricorda quindi i 7.000 nuraghi sparsi nell’isola e le domus de janas, le grotticelle per ospitare i morti. Ricorda la diffidenza dei Sardi nei confronti del mare (- Chiunque venga dal mare è un ladro – dicono), della loro ritrazione nell’interno montuoso e inaccessibile l’essere stati chiamati per questo dagli invasori banditi. Dalla profondità pietrosa della Sardegna, dalla sua conoscenza, dalla sua memoria, si è potuta formare la pazienza e la speranza di Gramsci, si è potuto sviluppare il suo pensiero politico. Ho voluto riportare questo scritto di Berger, questa metafora della Sardegna di Gramsci che illumina il mondo nostro d’oggi, perchè simile alla situazione sarda – situazione fisica, orografica, e umana, storica, sociale – mi sembra il mondo della contea di Modica restituitoci da Serafino Amabile Guastella. Pietroso è a altipiano Ibleo, aspro il tavolato tagliato da profonde cave, duro è il terreno scandito dai muretti a secco che nei secoli i villani hanno costruito, spaccati da calanchi sono spesso gli alti paesi della Contea, in grotte i villani hanno abitato, in grotte hanno seppellito i loro morti. Guastella non è certo Gramsci, non è un filosofo, un politico, è un illuminato uomo di lettere uno studioso di usi e costumi, tradizioni linguaggi, un analista di caratteri, ma, nel dirci dell’interno dei villani della sua contea, della loro “tinturia”, ignoranza, durezza, egoismo, empietà, furbizia, illusione, superstizione, ci dice di quel luogo, di quegli uomini, della condizione modicana pre e postunitaria, di una estremità sociale, che non è presa di coscienza storica, di classe e quindi rivoluzionaria, ma di istintiva ribellione, di anarchia. Sono sì un “antivangelo” le parità e le storie morali, come dice Sciascia, un “cristianesimo rovesciato”, un “inferno” senza rimedio, senza mistificazione consolatoria, come dice Calvino. Non c’è, nel mondo di Guastella, mitizzazione e nazionalismo, scogli contro cui andarono a cozzare altri etnologi del tempo, da Pitrè al Salomone-Marino, in mezzo a cui annegò il poeta Alessio Di Giovanni: il suo sicilianismo a oltranza lo portò ad aderire al Felibrismo di Fréderic Mistral, il movimento etno-linguistico finito nel fascismo di Pétain. Si legga il racconto dell’incontro a Modica di Di Giovanni con Guastella, della profonda delusione che il poeta di Cianciana ne ricava. “Chi potrà mai ridire l’impressione che ne ricevetti io? Essa fu così disastrosa che andai via senz’altro, mogio, mogio, rimuginando entro me stesso come mai in quella rovina d’uomo si nascondesse tanto lume d’intelligenza e un artista così fine e aristocratico”. Vi si vede, in questo brano, come sempre la mitizzazione è madre della stupidità. Ma torniamo a Guastella, all’anarchia dei suoi villani. Si legge, questa anarchia – più in là siamo alla rottura, al mondo alla rovescia dei Mimi di Francesco Lanza – la si legge in tutta la sua opera, in Padre Leonardo, in Vestru, nelle Parità, nel Carnevale, in questo grande affresco bruegeliano soprattutto, dei pochi giorni di libertà e di riscatto dei villani contro tutto il resto del tempo di quaresima e di pena. E, fuori dall’opera di Guastella, la si trova, l’anarchia, anche nella storia, nei ribellismi dei momenti critici: nel 1837, durante l’imperversare del colera, in cui il padre dello scrittore, Gaetano Guastella, si ritrova nel carcere di Siracusa assieme all’abate De Leva, dove, i due, sono serviti da un tal Giovanni Fatuzzo, il villano che era stato proclamato re di Monterosso dalla plebe. Ribellioni ci sono state, nel ’93/94, durante i Fasci siciliani; nel 1919 e ’20, in cui il partito socialista conquistò i comuni di Vittoria, Comiso, Scicli, Modica, Pozzallo, Ragusa, Lentini, Spaccaforno, e che provocò lo squadrismo fascista degli agrari. Rispunta ancora l’anarchia e ribellismo dei villani in tempi a noi più vicini, nel ’43/44. Nel Ragusano, allora, si passò dalle jacqueries alla vera e propria insurrezione armata a Ragusa e a Comiso si proclamò la repubblica. “Di preciso si sa solo che furono repubbliche rosse ; non fasciste dunque e neppure separatiste; e si sa anche che a proclamarle furono sempre rivoltosi contadini, per lo più guidati da dirigenti locali, a volte essi stessi contadini” scrive Francesco Renda. Della rivolta di Ragusa ci ha lasciato memoria Maria Occhipinti nel libro Una donna di Ragusa. la profonda anima di pietra dei villani della Contea di Modica, quella indagata e rappresentata da Serafino Amabile Guastella, mandava nel Secondo Dopoguerra i suoi ultimi bagliori. Ma lui, il barone, uomo di vasta cultura, illuminista e liberale democratico, con citazioni d’autori, esempi, dava segni del suo modo di vedere e di sentire quel mondo di pietra, del suo giudizio sulla condizione dei villani. “Vivendo a stecchetto dal primo all’ultimo giorno dell’anno, il nostro villano ha preceduto Proudhomme (sic) nella teoria che la proprietà sia il furto legale: anzi ritiene per fermo che il vero, il legittimo padrone della terra dovrebbe essere lui, che la coltiva e feconda, non l’ozioso e intruso possessore che ingrassa col sudore degli altri” scrive nel V capitolo delle Parità. Detto qui per inciso, quei verbi “coltiva e feconda” ricordano l’istanza ai riforma agraria in Tunisia del 1885, ch’era detta “Diritto di vivificazione del suolo”.
E quindi, più avanti, parlando del concetto e pratica del furto nei villani, scappa, al nostro barone, una parola marxiana, “proletario”. … perocchè è conseguenza logica e immediata dei compensi escogitata dal proletario” scrive. Nel capitolo VI, illustrando ancora la pratica del furto, scrive: “Le idee del furto nel villano non essendo determinate dal concetto legale della proprietà di fatto, ma da quello speculativo della proprietà naturale, che ha per norma il lavoro, ne sussegue che i convincimenti di lui corrano in direzione opposta delle prescrizioni dei codici.
Il capitolo X delle Parità attacca così: “Il padre Ventura, lodando la politica cristiana di O’ Connel, la deffinì col famoso bisticcio di ubbidienza attiva e di resistenza passiva; ma se i nostri villani non hanno inventata la formola, l’hanno però messa in pratica molto tempo prima di O’ Connel, e del padre Ventura”. Cita qui, Guastella, Daniel O’ Connel, detto il Grande Agitatore, capo della rivolta contro gli inglesi e padre dell’indipendenza dell’Irlanda; L’O’ Connel lodato dal filosofo e teologo palermitano padre Gioacchino Ventura. Fin qui l’intellettuale Guastella. Ma occorre soprattutto dire dello scrittore, di quello che si colloca, afferma Sciascia, tra Pitrè e Verga. “Se fossi un romanziere non parlerei certo di don Domenico, il gendarme con le stampelle, perchè in questo racconto ha una parte secondarissima, ma non essendo uno scrittore !…” scrive Guastella in Padre Leonardo. Credo che qesta frase sia la chiave di lettura di tutta l’opera del barone di Chiaramonte. Uno scrittore, il Guastella, diviso tra la vocazione, la passione del narrare e l’impegno, il dovere quasi, culturale e civile, dell’etnologia; diviso tra la poesia e la scienza, l’espressione e l’informazione, l’obiettività e la partecipazione, la rappresentazione e la didascalia. Ma è già, in quel racconto, un po’ più vicino alla narrazione e un po’ più lontano dalla scienza; o almeno, l’etnologia, là, è come inclusa e sciolta nella narrazione, implicitamente dispiegata, è meno esemplificata e scondita, come al contrario avviene nelle Parità. In quel racconto, l’autore, consapevole dello slittamento verso la narrazione, mette subito in campo nel preambolo una mordace autoironia facendo parlare il protagonista: “Io, fra Leonardo di Roccanormanna, umilissimo cappuccino, morto col santo timor di Dio il giorno 7 marzo 1847, (…) senza saper come, nel marzo del 1875 mi trovai risuscitato per opera di un imbratta carta, il quale non ebbe ribrezzo di commettere quel sacrilegio in tempo di santa quaresima e in anno di giubileo (…) E con questa bricconata d’intento (…) il mio persecutore mi ha costretto ad andare per il mondo (…) O Cesù mio benedetto, datemi la forza di perdonarlo !, Il padre Leonardo si muove tra Roccanormanna e Vallarsa, suscita e fa muovere, come Petruska nel balletto di Stravinskii, altri personaggi: fra Liborio, padre Zaccaria, don Cola, mastro Vincenzo… Ognuno d’essi suscita ancora altri personaggi, illumina luoghi, ambienti, storie, istituzioni, usi, costumi, linguaggi… Attraverso loro conosciamo conventi, chiese, confessori e bizzocche, giudici e sbirri, tempi di feste e di colera, dominanti e dominati, cavalieri grassi e villani dannati in abissi di miseria. Attraverso quel don Gaetano, sopra citato, e il cugino fra Zaccaria, costretto a fare un viaggio fino a Napoli, conosciamo l’ottusa, feroce violenza del governo borbonico, di Ferdinando e del suo ministro Del Carretto. E non possiamo non confrontare, questo viaggio a Napoli di fra Zaccaria, con quelli a Caserta, Capodimonte, Portici, Napoli del principe di Salina, il quale annota soltanto, oltre la volgarità linguistica di Ferdinando, di quelle regali dimore, “le architetture magnifiche e il mobilio stomachevole”.
Quando è sciolto, Guastella, da preoccupazioni scientifiche o didascaliche, quando sopra la testa di cavalieri e villani, cappedda e burritta, osserva il cielo, la natura, scrive allora pagine alte di letteratura, di poesia: “Dalle montagne sovrapposte a Roccanormanna scendea una nebbia fittissima, che prima invadeva le colline, poscia il paesello, indi un tratto della montagna, mentre dalla parte opposta, in cielo tra grigio e nerastro correvano nuvole gigantesche a forma di draghi, di navi, di piramidi, di diavolerie di ogni sorta: e sotto quelle diavolerie il sole ora si nascondeva, ora riapparia come un bimbo pauroso dietro le vesti materne. Finalmente privo di splendore e di raggi, proprio come una lanterna appannata, andò a tuffarsi in mare…” Questo brano, ecco, è speculare a quell’ipogeo profondo, a quell’onfalo d’orrore, a quel cottolengo, cronicario o Spasimo asinino della celebre pagina delle Parità in cui si parla della fiera di Palazzolo. Ma torno, per finire, a quel Berger da cui sono partito, alla Sardegna pietrosa e alla Ghilarza di Gramsci quale metafora storica delle sacche di resistenza nella globalizzazione economica di oggi

A Ghilarza, appunto, c’è un piccolo Museo Gramsci: fotografie, Libri, lettere; in una teca, due pietre intagliate a forma di pesi. Da ragazzo, Gramsci si esercitava a sollevare quelle pietre per rafforzare le spalle e correggere la malformazione della colonna vertebrale. Sona un simbolo, quelle due pietre, simbolo che, cancellato in questo contesto sviluppato, affluente e imponente, riappare nei luoghi più pietrosi e disperati del mondo. Nel museo dell’olio di questo paese, di Chiaramonte, ho visto un altro oggetto simbolico: uno scranno, una poltrona di legno, il cui sedile, ribaltato, è fissato alla spalliera con un lucchetto. Su quello scranno poteva sedere soltanto il cavaliere, il proprietario del frantoio, che deteneva la chiave del lucchetto, giammai il villano. Il simbolo mi dice, ci dice questo: da noi, nel mondo sviluppato, la partita è chiusa col lucchetto, la chiave la tiene il gran potere economico che governa il mondo. Ma quel potere, e noi con lui, dovrà fare i conti con le pietre di Ghilarza, con i pesi di Gramsci. Noi, se non vogliamo essere dominati, essere espropriati di memoria, conoscenza, essere relegati nelle grotte degradanti e alienanti della produzione e del consumo delle merci, se vogliamo essere liberi, non possiamo che anarchicamente ribellarci, resistere e difendere il nostro più alto patrimonio: la cultura, la letteratura, la poesia. Claude Ambroise, presentando insieme a Sciascia, a Milano, nel ’69, la collana delle opere più significative della cultura siciliana tra il Sette e l’Ottocento, pubblicata dalla Regione Siciliana, ebbe a dire che senza la conoscenza, senza il possesso di quel substrato, di quel patrimonio morale, avremmo rischiato di camminare, di procedere nel vuoto. In quella collana era stato ristampato Le parità e le storie morali dei nostri villani, prefato da Italo Calvino. Guastella, ecco, lo scrittore che qui oggi onoriamo, è una pietra, e fra le più preziose, della nostra ribellione, della nostra sacca di resistenza culturale.

Vincenzo Consolo – Milano. 2 giugno 2000
letto in un convegno su Serafino Amabile Guastella
Chiaramonte Gulfi il 3 giugno 2000

La luce di Cefalù



E’ un sorprendente teatro Cefalù, una scena abbagliante, una scatola magica in cui s’incrociano tutti i raggi del mondo, è una ouverture, un preludio che allude a ogni Palermo, Granada. Toledo o Bagdad. E’ un cervantino retablo de las maravillas con giochi di specchi, riflessi di luci e figure. Nella sua trama serrata, nella sua conclusione murata – di mura possenti d’un tempo remoto – si stende la città dalle falde della gran Rocca paterna, fino al mare materno, la nobile strada d’ogni azzardo, travaglio. L’ha tutta volta la sorte verso Occidente, con quel roccioso, scosceso riparo del Capo che sembra voglia far obliare ogni alba perlacea, aurorali colori <<d’oriental zaffiro>>, immergendola nel fuoco d’un Magreb od Occaso, nello sprazzo perenne di porpora e oro, nel cerimoniale fastoso che prelude alla fine, alla notte. E un rosso corposo, radente la investe, incendia ogni piano, ogni spigolo – case, torri del Duomo, la tonda possanza coronata di mura del Capo – taglia in fulgore e in ombra porte sul mare, bastioni, cortili e terrazze, piazze, tappeti a losanghe di vicoli e strade.
Un pittore allora che in questa Cefalù pontificale stende colori sopra la tela, non può la forza di questo occidente, il corposo, fermo vibrante del suo bagliore. E così sono colori di Giuseppe Forte: accesi, scanditi con nettezza di taglio di lama, corposi, netti e vibranti nel tono loro primario. I neri i rossi gli azzurri i bianchi i verdi i gialli si presentano allora in tutta la loro perentorietà, in una festa squillante di accordi e stridori, di contrappunti e dissonanze. Ma c’è, sopra ogni bassa nota, sopra ogni peccato e squillante colore, un tono che tutto avvolge e compone: quello della dorata luce di Cefalù si vedono ad esempio le Case sotto la rocca, in quella scansione di piani, in quella verticale ascensione o fuga musicale; si vedano le due Natura morta con piastrelle siciliane; o il cielo e le onde schiumose di Cefalù: dietro le mura o altri scorci e <<vedute>> della città. Ma anche figure umane, le allegorie i simboli partecipano allo stesso concerto. Pittore perfettamente adeguato alla sua città, Forte, a Cefalù, alla sua straordinaria luce, alla magia del suo teatro, alla forza della sua natura e alla profondità della sua storia.

Milano, 22 ottobre 1999

Vincenzo Consolo




L’enorme realtà

Ci sono giorni d’inquiete primavere, di roventi estati, in cui il mondo, privo d’ombre, di clemenze, si denuda, nella cruda luce, appare d’una evidenza insopportabile.

È allora la visione dello Stretto delle Crocifissioni di Antonello. È l’agonia spasmodica, l’abbandono mortale dei corpi sospesi ai pennoni; è il terreno sparso d’ossa, teschi, ove il serpe scivola dall’orbita, campeggia la civetta.

Nell’implacabile luce di Palestina, Grecia o di Sicilia si sono alzate da sempre le croci del martirio; nelle Argo, Tebe, Atene o Corinto si sono consumate le tragedie.

Nell’isola di giardini e di zolfare, di delizie e sofferenze, di idilli e violenze, di zagare e di fiele, nella terra di civiltà e di barbarie, di sapienza e innocenza, di verità e impostura, l’enorme realtà, il cuore suo di vulcano, ha avuto il potere di ridurre alla paura, al sonno o alla follia. O di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della capacità del racconto, della rappresentazione.

Dono che hanno avuto scrittori come Verga, come Pirandello, come Sciascia. Pittori come Guttuso.

Guttuso ancora, nella Bagherìa dove è nato, ha avuto la sua Aci Trezza e la sua Vizzini, la sua Girgenti, la sua Racalmuto e la sua zolfara.

Un paese, Bagherìa – la Bagarìa, la bagarrìa: il chiasso della lotta fra chi ha e chi non ha, dell’esplosione della vitalità, della ribellione – un paese di polvere e di sole, di tufo e di calcina, di auliche ville e di tuguri, di mostri e di chiare geometrie, di deliri di principi e di ragioni essenziali, di agrumeti e rocce aspre, di carrettieri e di pescatori.

In questo teatro inesorabile, il gioco della realtà è stato sempre un rischio, un azzardo. La salvezza è stata solo nel linguaggio. Nella capacità di liberare il mondo dal suo caos, di rinominarlo, ricrearlo in un ordine di necessità e di ragione.

Verga peregrinò e s’attardò in “continente” per metà della sua vita con la fede in un mondo di menzogna, parlando un linguaggio di convenzione, di maniera. Dovette scontrarsi a Milano con il terremoto della rivoluzione industriale, con la Comune dei conflitti sociali, perché gli cadesse dagli occhi ogni velo di illusione, perché scoprisse dentro sé un mondo vero.

Guttuso, grazie forse alla vicenda, alla lezione verghiana, grazie ai realisti siciliani come Leto, Lo Jacono o Tomaselli, ai grandi realisti europei non ebbe, sin dal suo primo dipingere, esitazioni linguistiche. E sì che forti furono, a Bagherìa, le seduzioni del mitologico dialettale di un pittore di carretti come Murdolo, dell’attardato impressionismo o naturalismo di Domenico Quattrociocchi; forte, a Palermo, la suggestione di un futurista come Pippo Rizzo; forte, all’epoca, l’intimidazione del monumentalismo novecentista. Fatto è che Guttuso ebbe forza nell’occhio per sostenere la vista medusea del mondo che si spiegava davanti a lui a Bagherìa; destrezza nella mano per ricreare quel mondo nella sua essenza; intelligenza per irradiare di dialettalità il linguaggio europeo del realismo, dell’espressionismo, del cubismo.

Ma oltre che a trovarsi nella “dimora vitale” di Bagherìa, si trovò a educarsi, il pittore da giovane, nella realtà storica della Sicilia tra il ’20 e il ’30, in cui profonda era la crisi – dopo i disastri della guerra – acuto l’eterno conflitto tra il feudatario, tra il suo campiere e il contadino, decisa la volontà in ciascuno dei due di vincere. Vinse, si sa, e si impose, colui che provocò negli anni ’20 i morti di Riesi e di Gela, fece assassinare il capolega Alongi, il sindacalista Orcel; colui che, da lì a pochi anni, salito su un aeroplano, avrebbe bombardato Guernica: preludio di più vasti massacri, di olocausti. Si stagliarono allora subito le “cose” di Guttuso nello spazio con evidenza straordinaria, parlarono di realtà e di verità, narrarono della passione dell’esistenza, dissero dell’idea della storia. I suoi prologhi, le sue epifanie, Palinuro, Autoritratto con sciarpa e ombrello sono le prime sue novelle della vita dei campi di Sicilia, ma non ci sono in essi esitazioni, corsivi dialettali che “bucano” la tela, il linguaggio loro è già sicuro, la voce è ferma e di un timbro inconfondibile. L’Autoritratto poi, con la narrazione in prima persona, è la dichiarazione di intenti di tutta l’opera a venire.

(Renato Guttuso, autoritratto con ombrello e sciarpa)


La quale comincia, per questo pittore, col poema in cui per prima si consuma l’offesa all’uomo da parte della natura. Della natura distruttiva, che si presenta con la violenza di un vulcano.

La fuga dall’Etna è la tragedia iniziale e ricorrente, è il disastro primigenio e irrimediabile che può cristallizzare, fermare il tempo e la speranza, assoggettare supinamente al fato, o fare attendere, come sulle scene di Grecia, che un dio meccanico appaia sugli spalti a sciogliere il tempo e la condanna. Un fuoco – fuoco grande d’un “utero tonante” – incombe dall’alto, minaccia ogni vita, ogni creatura del mondo, cancella, con il suo sudario incandescente, ogni segno umano. Uomini e animali, stanati dai rifugi della notte, corrono, precipitano verso il basso. Ma non c’è disperazione in quegli uomini, in quelle donne, non c’è terrore nei bimbi: vengono avanti come valanga di vita, vengono con le loro azzurre falci, coi loro rossi buoi, i bianchi cavalli; vengono avanti le ignude donne come La libertà che guida il popolo di Delacroix.

Dall’offesa della natura all’offesa della storia. Il bianco dei teschi del Golgota di Antonello compare come bucranio in domestico interno, sopra un verde tavolo, tra un vaso di fiori e una sedia impagliata, una cuccuma, una cesta o una gabbia, a significare rinnovate violenze, nuovi misfatti, a simboleggiare la guerra di Spagna. L’offesa investe l’uomo in ogni luogo, si consuma nella terra di Cervantes, di Goya, di Góngora, Unamuno. La Fucilazione in campagna del poeta, del bracciante o capolega, è un urlo, è un’invettiva contro la barbarie. La Crocifissione del 1941 riporta, come in Antonello, l’evento sulla scena di Sicilia. Allo sfondo della falce del porto, del mare dello Stretto, delle Eolie all’orizzonte, sostituisce la scansione dei muri, dei tetti di un paese affastellato del latifondo, gli archi ogivali del palermitano ponte dell’Ammiraglio. Guttuso inchioda alla loro colpa i responsabili. Anche quelli che nel nome di un dio vittima, sacrificale, benedicevano i vessilli dei carnefici. Lo scandalo, di cui ciecamente non s’avvidero i farisei, non era nella nudità delle Maddalene, negli incombenti cavalli e cavalieri picassiani, nel ritmo stridente dei colori, lo scandalo era nel nascondere il volto del Cristo, nel far campeggiare in primo piano una natura morta con i simboli della violenza.

(Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-1941, olio su tela,)

Alla sacra conversazione, Guttuso aveva sostituito una conversazione storica, politica. “Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati […] ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee…” scriveva nel suo diario.

(la “Crocifissione”, capolavoro conservato al Museo Reale di Belle Arti di Anversa, creato dal celebre pittore siciliano Antonello da Messina. Realizzato a Venezia nel 1475)

Nello stesso anno della Crocifissione, rintoccava come lugubre campana la frase d’attacco di Conversazione in Sicilia di Vittorini. “Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori…” E sono, per Guttuso, negli anni della guerra, ancora interni, luoghi chiusi come per clandestinità o coprifuoco, con donne a spiare alla finestra, assopite per stanchezza, con uomini, in quegli angoli di attesa, a leggere giornali, libri. E in questi interni, è sempre il bucranio a dire con il suo colore di calce, con la chiostra spalancata dei suoi denti, l’orrore del tempo.

Cessata la guerra delle armi, ripresa la guerra contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, nel pittore c’è sempre, anche in un paesaggio di Bagherìa, in una bimba che corre, una donna che cuce, un pescatore che dorme, c’è il furore per un’antica offesa inobliabile. E pietà. Come nel momento in cui dal limite estremo del vulcano si cala fino al limite estremo, abissale della zolfara.

In quel luogo la minaccia della natura non è episodica, ma costante, permane per tutto il tempo della vita e del travaglio. Dentro quella notte, quelle viscere acide di giallo, i picconieri, i carusi, sono nella debolezza, nella nudità totale, rosi dalla fatica, dalla perenne paura del crollo e della morte. Una pagina di tale orrore e di tale pietà Verga l’aveva scritta con Rosso Malpelo. E Malpelo è sicuramente il caruso piegato de La zolfara e lo Zolfatarello ferito: il nero bambino dai larghi piedi, dalle grosse mani, dalla scarna schiena ingobbita, che sta per sollevare penosamente il suo corbello.

In tutto poi il peregrinare per il mondo, nell’affrontare temi “urbani”, Guttuso non perde mai il contatto con la sua memoria, non dismette mai il suo linguaggio.

Nel 1968 è costretto a tornare ancora una volta nel luogo della tragedia per una ennesima empietà della natura: il terremoto nella valle del Belice. È La notte di Gibellina. La processione di fiaccole sotto la nera coltre della notte, il corteo d’uomini e di donne verso l’alto, composto e muto, la marcia verso un’acropoli di macerie, ha un movimento contrario a quello de La fuga dall’Etna.

E sono, quelle fiaccole rette da mani, il simbolo della luce che deve illuminare e farci vedere, se non vogliamo perderci, anche la realtà più cruda, la realtà di ogni notte di terremoto o di fascismo.

(Renato Guttuso – natura morta)


Vincenzo Consolo – Di qua dal faro – Arnoldo Mondadori Editore Milano
I edizione ottobre 1999

I ritorni


Isola. L’archetipo omerico delle isole fantastiche, isole di violenza e inganno, di utopie e distopie, di deserti e di silenzi, di linguaggi sorgivi ed ermetici, è scivolato per tutta la letteratura occidentale, è passato per tutti i grandi poeti e scrittori, dall’antichità fino ad oggi. Non è questo archetipo che qui ci interessa, ma l’altro, quello più importante dell’Odissea, di questo grande poema della nostra civiltà: l’archetipo del nóstos, del ritorno. Del ritorno in Sicilia dei narratori moderni.

Ma non è più ora, la Sicilia, la fantasmatica isola della primordiale natura minacciosa e devastante, non è più, il suo isolamento, nella terribilità di quel suo stretto passaggio. Ora l’isola è affollata dei più vari segni storici, antichi e immobili per fatale arresto, quali rovine trasferite in una dimensione metafisica, è ricca di frantumi di civiltà, di frammenti linguistici, è composita culturalmente, problematica socialmente. Tutto questo ha fatto sì che nel tempo, paradossalmente, quel breve braccio di mare che la staccava dal Continente si ampliasse a dismisura e la rendesse più estrema rispetto a un centro ideale, la relegasse, a causa della sua eredità linguistica, della sua dialettalità, ai margini della comunicazione.

Da qui, la necessità, l’ansia negli scrittori isolani di lasciare il confine e d’accentrarsi, di uscire dall’isolamento e di raggiungere i centri storici, culturali, linguistici.

Primo fu Verga, nella letteratura siciliana moderna, a compiere il viaggio, a lasciare Catania e ad approdare a Firenze, centro di quella cultura rinascimentale che aveva illuminato l’Europa, del neodantismo romantico, di quella lingua attica restaurata da Manzoni dopo la sua esplosione, la sua frantumazione in senso barocco e in senso dialettale, lingua a cui ogni scrittore, da ogni periferia, cercava d’approssimarsi; a Firenze, in quel 1869, capitale del nuovo Regno d’Italia.

Tracce di una certa qual fiorentinizzazione dello scrittore si trovano subito in ambientazioni, in episodi di Eva, Tigre reale, Eros, e maldestre, ingenue assunzioni linguistiche si riscontrano nella Storia di una capinera. Ma non era, Verga, un aspirante al perfezionismo linguistico; a lui il toscano poteva servire per liberarsi da incertezze lessicali e sintattiche, da retaggi dialettali, a farsi padrone di una lingua media, di servizio, per le sue narrazioni. E del resto Luigi Russo afferma che Verga non si mostrò appassionato per la Firenze ben parlante, che in lui era “scarso accademismo linguaiolo e letterario”. “Firenze” dice “fu per lui soltanto un’altra atmosfera, l’orizzonte più largo, qualche cosa di diffuso di cui bisognasse respirare l’aria.”

Ma di diffuso, in Firenze, c’era l’aulicità del suo passato, una certa ritualità mondana e la struttura burocratico-ministeriale che da poco vi si era installata. C’era una società letteraria, i cui componenti più rappresentativi erano Dall’Ongaro, Prati, Aleardi. Altrove, a Milano, era il movimento, la modernità, l’impresa. A Milano erano le case editrici. Qui, da Lampugnani, nel ’71, Verga aveva pubblicato la Storia di una capinera, romanzo alla moda di derivazione diderotiana e manzoniana, che gli aveva dato successo, fama.

Da Milano Verga tornerà in Sicilia, vi tornerà prima con la memoria, con le “memorie pure della sua infanzia”, operando la famosa svolta stilistica, convertendosi a una nuova etica. In Sicilia, a Catania, tornerà realmente nel 1893, ferito per l’incomprensione a cui era andata incontro la sua opera, chiudendosi in un orgoglioso silenzio.

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto…” Questo celebre attacco è di Conversazione in Sicilia di Vittorini, il romanzo pubblicato nel 1941, che risuonava, in una livida aria, come un rintocco di campana, lento e triste, che dava voce, nell’atrocità della guerra in corso, nel ricordo della guerra di Spagna, al dolore inesprimibile d’ognuno.

Concepito in un momento buio e tragico della storia, Conversazione è per l’autore un necessario viaggio alla terra dell’infanzia, della memoria, della madre e delle madri, per ritrovare, tornando, energia e speranza, il linguaggio oppositivo e propositivo dei padri, della ideologia. Ed è insieme, come quello di Ulisse, un viaggio oltre i limiti del reale, una discesa agli Inferi, nel regno delle ombre, dei morti, per raggiungere, con la conversazione, la più intima, assoluta comunicazione, per dare e avere conforto, dare e avere ragione della morte a causa della guerra. L’eroe Silvestro, traversato lo Stretto-Acheronte sul battello-traghetto, dopo aver assunto il cibo iniziatico, pane e pecorino, approda in una Sicilia invernale, in un’isola di piccoli siciliani disperati, umiliati dalla miseria e dalla malattia, ma anche di fieri e indomiti “gran lombardi”, di uomini che parlano di “nuovi doveri”, di personaggi una volta attivi e ora chiusi nella non speranza, che annegano il furore nell’oblìo del vino. Guida nella discesa memoriale e catartica, nei gironi della naturalità e della carnalità, del risentimento e della libertà, è la madre Concezione, possente e sapiente, una madre che non trattiene il figlio nella zona incantata e regressiva dell’infanzia, che lo lascia tornare ai doveri di uomo, al lavoro di linotipista, di compositore di parole.

Vittorini inaugura, con Conversazione, per la prima volta nella letteratura siciliana – letteratura d’interni o di piazza, di stasi – oltre Verga o contro il mondo circolare, chiuso verghiano, oltre Pirandello, il viaggio di ritorno, viaggio non solo memoriale, ma reale. E attinge lo schema, l’istanza, alla grande letteratura, a Omero, Virgilio, ma anche a Cervantes, a Gogol’, Fielding, e soprattutto alla letteratura americana, letteratura di grandi spazi e di quasi incessante movimento. Di questa letteratura ancora, di Hemingway, Steinbeck, Caldwell, facendolo germogliare su ceppo ermetico, riprende lo stile, se non la stilizzazione. Schema di viaggio, movimento, che è esigenza ideologica, necessità etica.

Speculare a Conversazione, di opposto senso e di opposta conclusione, di diverso stile, linguaggio, lontano da ogni mito, simbolo, da ogni utopia, è, dello stesso anno 1941, un altro viaggio di ritorno, quello di Don Giovanni in Sicilia di Brancati.

Già fascista, Brancati entra in crisi ideologica ed esistenziale. A minare le sue certezze c’era già stato il dialogo a distanza con l’esule Borgese. Lasciata Roma, la capitale del potere, torna nel ’37 in Sicilia e lì, nella lucida e impietosa osservazione della piccola borghesia, attraverso la rappresentazione comica, corrosiva di questa classe priva di sicurezza e di cultura, attraverso i suoi tic, le sue follie, la meschinità dei suoi padri e il potere devastante delle madri, le infanzie morbose e ammorbate dei suoi figli, le loro sensuali pigrizie corporali e intellettuali, Brancati restituisce il ritratto di una classe, siciliana e no, italiana e no, che aveva dato potere al fascismo e nel fascismo aveva trovato identità.

Dopo aver pubblicato nel ’38 Gli anni perduti e Sogno di un valzer, pubblica dunque nel ’41 Don Giovanni in Sicilia. Con questo romanzo lo scrittore va al centro della sua polemica, al cuore del problema: al dongiovannismo, al gallismo, al vagheggiamento vale a dire verbale e fantastico, da parte di uomini bloccati in una incancrenita adolescenza, della donna. E non poteva scegliere, Brancati, come teatro della sua vicenda, una città più adeguata di Catania. Una città sotto il vulcano, continuamente minacciata e invasa dalla natura, vitalistica e sensuale, nera e abbagliante. Giovanni Percolla, il protagonista, conduce qui, fino ai quarant’anni, tutelata da una plurima madre rappresentata da tre sorelle nubili, circondata da amici a lui somiglianti, un’esistenza bovina, pigra, torpida, una vita di vischiose abitudini, di sonni, sogni, allucinazioni. In cui è possibile ogni ottundimento, ogni regressione. Sposatosi con la “continentale” Ninetta e trasferitosi a Milano, sembra diventato un altro uomo, attivo, volitivo, raziocinante. Ma tornato in Sicilia, tornato alle sorelle, alle loro malie, subito sprofonda nel letto suo “scivoloso e caldo” di scapolo, rientra nell’utero della terribile madre. “Dopo un minuto di sonno, duro come un minuto di morte…” dice Brancati. In quel letto l’anima infantile di Giovanni Percolla rimarrà per sempre isolata, esiliata, come quella del professor La Ciura, del racconto Lighea di Lampedusa, dopo la visione o l’allucinazione della sirena.

Un nóstos classico, un omerico ritorno ad Itaca dell’eroe dalla guerra è il vasto e complesso Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Ma è anche, soprattutto, un viaggio, un ritorno nella lingua, nei linguaggi, come nell’Ulisse di Joyce.

Anticipato, con una parte, che aveva il titolo di I giorni della fera, nel 1960, sulla rivista “Il menabò”, diretta da Vittorini e Calvino, il romanzo veniva pubblicato quindici anni dopo con il nuovo titolo. Ma già Vittorini, in appendice all’anticipazione, pur ammettendo l’alta valenza letteraria del lavoro in corso di D’Arrigo, mette le mani avanti e afferma: “Debbo avvertire i lettori ch’io non ho nessuna simpatia né pazienza per i dialetti meridionali […], i quali sono tutti legati a una civiltà di base contadina, e tutti impregnati di una morale tra contadina e mercantile, tutti portatori di inerzia, di rassegnazione, di scetticismo, di disponibilità agli adattamenti corrotti, e di furberia cinica”. E conclude: “I dialetti che sarebbe auspicabile di veder entrare nelle elaborazioni linguistiche della letteratura dei giovani sono, a mio giudizio, i padani, i settentrionali, che già risentono della civiltà industriale…”. È evidente, in queste affermazioni, tutto l’antiverghismo di Vittorini, è evidente la sua concezione progressiva della storia – la concezione di Cattaneo, di Michele Amari – la sua fede marxiana e gramsciana, la sua scelta operaistica, la sua utopia industriale. Industria a misura d’uomo, sull’esperienza olivettiana e sulla tenace volontà direttiva, sulla profonda convinzione democratica di un dirigente di stato come Mattei, sulla recente scoperta del petrolio in Sicilia, a Gela, che avrebbero ancora portato lo scrittore siracusano-lombardo a compiere un secondo viaggio in Sicilia con Le città del mondo, pubblicato postumo. Alla luce oggi dei vari crolli, di cui siamo stati partecipi e testimoni, di crolli ideologici, industriali, linguistici, sarebbe lungo qui analizzare le concezioni politiche e culturali di Vittorini, le sue generose e poetiche indicazioni per una risoluzione degli atavici “mali” meridionali.

Di Horcynus Orca dicevamo, di D’Arrigo. Egli, certo, riprende e amplifica i moduli lirici vittoriniani, affolla il testo di corposi simboli, ma il suo linguaggio va verso altre direzioni, va verso quella sperimentazione che, partendo da Verga, arrivava in quegli anni, in estensione, fino a Gadda, in digressione, fino a Pasolini. Ma la ricerca di D’Arrigo è importante nel suo movimento digressivo, nella sua dimensione verticale. Mette in campo davvero una grande Orca linguistica, D’Arrigo. Usando due registri, dialogico e narrativo, partendo da livelli comunicativi, normativi, con scarti progressivi sprofonda nell’espressionistico, in un vortice di dialettalismo, di sicilianismo topologico, con l’infinita iterazione e deformazione lessicale – parole composte, diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e spregiativi – con indugi, divagazioni, accumuli, innumerevoli approssimazioni che quasi mai si ricongiungono col referente. Si ha l’impressione che D’Arrigo abbia trasformato il cerchio salmodiante dei proverbi verghiani in un vortice, in un gorgo linguistico, simile al gorgo di Cariddi. E ancora, che il suo, oltre quello liminare di Aci Trezza, riproduca ed esalti il linguaggio di una realtà mobile, equorea qual è Scill’e Cariddi, in cui lo iato, per l’incessante furia distruttiva della natura, si è fatto più vasto, più profondo: lo iato fra mito e storia, natura e cultura, individuo e società. Riproduce ed esalta insomma, D’Arrigo, il linguaggio della paura, che è proprio dei pescatori, degli abitanti dello Stretto.

Siamo qui ancora, in questo scrittore di assoluta vocazione e dedizione letteraria, nella sfiducia nei confronti della storia, siamo nel pessimismo, nel fatalismo verghiano. In Horcynus sembra che ’Ndria Cambria sia il giovane Luca Malavoglia che, sopravvissuto alla battaglia di Lissa, ritorna al paese e non trova più la casa del nespolo, la Provvidenza, trova Aci Trezza sconvolta, i familiari, i compaesani scomparsi o perduti, degradati. Siamo qui ancora nella siciliana non speranza, nell’assenza di una civile società in cui l’individuo possa riconoscersi, con la quale stabilire il linguaggio logico della comunicazione.

Sullo schema del ritorno si svolge anche la vicenda del mio libro L’olivo e l’olivastro, in cui l’archetipo omerico del nóstos non è messo en abîme, ma esplicitato, fin nel titolo. È riletto, ripercorso anzi succintamente, il mito del ritorno dell’eroe greco nel tentativo di scoprirvi ulteriori significati, per dare significato al mio viaggio, alla mia narrazione. Dico narrazione nel senso in cui l’ha definita Walter Benjamin in Angelus Novus. Dice in sintesi, il critico, che la narrazione è antecedente al romanzo, che essa è affidata più all’oralità che alla scrittura, che è il resoconto di un’esperienza, la relazione di un viaggio. “Chi viaggia, ha molto da raccontare” dice. “E il narratore è sempre colui che viene da lontano. C’è sempre dunque, nella narrazione, una lontananza di spazio e di tempo.” E c’è, nella narrazione, un’idea pratica di giustezza e di giustizia, un’esigenza di moralità.

L’olivo e l’olivastro è il naturale e necessario esito di una ricerca letteraria. È uno spostare il romanzo, che presuppone, nella sua struttura, nelle scansioni riflessive, comunicative l’esistenza di una società, verso la narrazione, verso il poema narrativo.

Nei libri che fin qui abbiamo esaminato, da Conversazione in Sicilia a Horcynus Orca, non è mai presupposta l’esistenza di una società; nessuno di quei libri può dirsi dunque romanzo, ma dirsi invece narrazione, poema narrativo. In Sicilia, questo, priva da sempre di una società, in quest’Itaca desiderata, raggiunta e rifiutata. In altri luoghi di questo Paese era presupposta la società, in Toscana, in Piemonte, in Lombardia. Ma oggi, in questa nostra civiltà di massa, in questo mondo mediatico, esiste ancora la possibilità di scrivere il romanzo? Crediamo che oggi, per la caduta di relazione tra la scrittura letteraria e la situazione sociale, non si possano che adottare, per esorcizzare il silenzio, i moduli stilistici della poesia; ridurre, per rimanere nello spazio letterario, lo spazio comunicativo, logico e dialogico proprio del romanzo.

“La racine de l’Odyssée c’est un olivier” dice Paul Claudel.

Sappiamo che dopo l’uccisione dei Proci, dopo il rito di purificazione con lo zolfo dei luoghi della strage, il riconoscimento e il ricongiungimento di Ulisse e di Penelope avviene dopo la rivelazione del segreto: il loro talamo era costruito su un tronco di ulivo.

Nel viaggio di ritorno degli scrittori siciliani manca questa conclusione, manca questo alto simbolo della civiltà.

Anche nel mio ritorno. E l’assenza più clamorosa dell’ulivo si incontra a Gela, in questo luogo di mitizzazione e di speranza del vittoriniano Le città del mondo.
Anche nel mio ritorno. E l’assenza più clamorosa dell’ulivo si incontra a Gela, in questo luogo di mitizzazione e di speranza del vittoriniano Le città del mondo.

Foto di copertina di Giuseppe Leone

Vincenzo Consolo
Di qua dal faro. Mondadori Editore – 1999

Il Lunario ritrovato

IL LUNARIO RITROVATO

 di Vincenzo Consolo

 Vi fu un’epoca – iniziata in antico e durata fino a ieri – in cui non esisteva ancora l’industria culturale, non esistevano i best sellers, tirature immediate in migliaia e migliaia di copie di un libro, messaggi pubblicitari e imposizioni mediatiche; vi fu un tempo in cui le voci più nuove e autentiche della letteratura trovavano registrazione e identificazione nelle riviste letterarie: palestre, queste, laboratori di ricerca e anche cattedre di maestri conclamati. Erano numerose e autorevoli, queste riviste, di cui alcune sono chiamate oggi “storiche”, riviste vale a dire che hanno segnato una stagione, hanno aperto nuovi e progressivi sentieri letterari. Lunario siciliano è tra queste. Nato, il mensile letterario, nel dicembre del 1927, finiva la sua pubblicazione nel 1931. Nasceva ad Enna, il periodico, era stampato presso la tipografia di Florindo Arengi ed era diretto da Francesco Lanza: una città e uno scrittore che danno subito il segno e il senso della rivista. Enna, intanto, il luogo più estremo del Paese, il cuore della Sicilia, la città che, al di qua o al di là del grande e primigenio mito della terra, al di qua della sua antica storia, aveva ancora una sua attuale storia politica, sociale, culturale. Ad Enna e intorno ad Enna erano ancora vive le presenze magistrali di intellettuali che si chiamavano Napoleone Colajanni e Giuseppe Lombardo Radice; erano i giovani Nino Savarese, Aurelio Navarria, Arcangelo Blandini, Alfredo Mezio, Telesio Interlandi, Corrado Sofia, Francesco Lanza … In quell’epoca di fascismo appena consolidatosi nel Paese, in cui imperioso era il comando di conformare all’astratta idea nazionalistica alla italianità, ogni diversità storica, culturale, linguistica, di cancellare ogni loro segno (con la scomparsa di Giuseppe Pitrè, di Gioacchino Di Marzo e di Salvatore Salomone-Marino, Giovanni Gentile proclamava il tramonto della cultura Siciliana), questi giovani “frondisti” col loro Lunario siciliano, edito ad Enna, rivendicavano una forte identità siciliana, periferica e rurale, una tradizione letteraria, popolare e colta, con cui non si potevano recidere i legami. Rivendicazione che non significava chiusura e compiacimento nella e della diversità (il che avrebbe portato a un più angusto e nefasto nazionalismo, come quello in cui si impelagò il provenzale Federico Mistral), ma imprescindibile punto di partenza, inizio dalla cultura locale per aprirsi alla più vasta cultura nazionale e internazionale, al più attuale dibattito letterario. A questo foglio stampato in un luogo remoto collaboravano infatti autori fra i più autorevoli dell’epoca, vociani e rondisti, da Cardarelli a Ungaretti, a Cecchi, a Bacchelli, e a Falchi, Bartolini, Biondolillo, De Mattei, Centorbi, fino al giovane Vittorini. Enna dicevamo, e quindi Francesco Lanza. Si laurea a Catania il giovane di Valguarnera, con una tesi su Proudhon, il filosofo socialista romantico. Di questo socialismo Lanza rimane convinto e crede che il fascismo dei primordi lo riproponga nel nostro Paese. Si trasferisce a Roma e in questa città collabora alle più prestigiose riviste e a vari giornali, pubblica le sue prime prove letterarie: Almanacco per il popolo siciliano, Corpus Domini, Fiordispina, Storie di Nino Scardino, che s’intitolerà poi, su suggerimento di Ardengo Soffici, Mimi siciliani: il più straordinario, singolare, originale libro del Novecento italiano (“L’oscenità narrativa rimanda alla festa carnevalesca, al mito del paese della cuccagna, al capovolgimento dei e delle gerarchie e dei linguaggi, al sogno della realizzazione dei desideri, all’utopia” scrive dei Mimi Italo Calvino). Tornato in Sicilia nel ’27, dirige, come sappiamo, il Lunario siciliano. Accanto a lui, nei ruoli di redattori, sono due altri “ennesi”: Nino Savarese e Telesio Interlandi. Cattolico, rondista, ma di “assoluta fedeltà a se stesso”, come ha scritto Falqui, Savarese aveva già esordito nel ’13 con Novelle dell’oro e quindi pubblicato ancora Altipiano, Pensieri e allegorie, Ploto, l’uomo sincero, Gatterìa… Il suo umanesimo e il suo cristianesimo l’avevano tenuto critico e distante dal fascismo aggressivo, impietoso e ignorante che in quegli anni sempre più mostrava il suo vero volto e s’imponeva. Il contrasto, la frattura avvenne a causa di una sceneggiatura, commissionata allo scrittore dal regime, sul mondo contadino siciliano, sceneggiatura cinematografica da cui il fotografo-regista Vittorio Pozzi Bellini avrebbe dovuto trarre un documentario. Savarese (e insieme Pozzi Bellini nei suoi appunti fotografici) diede, del mondo contadino siciliano, la più vera e cruda realtà: di abbandono e di miseria, di sfruttamento e umiliazione. La Commissione romana, presieduta da Cecchi, bocciò naturalmente il progetto. Questa vicenda, questa lezione di coerenza e di dignità, è narrata da uno storico del cinema, dall’ennese Liborio Termine (Un eretico innocente). L’altro redattore di Lunario, il chiaramontano Telesio Interlandi, già da tempo trasferitosi a Roma dove dirigeva II Tevere, era, dei tre, più convinto e acceso fascista, convinzione e accensione che lo porteranno più tardi a dirigere l’infame giornale La difesa della razza. Nell’aprile del ’28 Lunario siciliano interrompe la pubblicazione. Riprende quindi a Roma ed è diretto da Telesio Interlandi. Le ragioni del suo trasferimento da Enna nella capitale, della sua stampa nella tipografia de Il Tevere e della avocazione a sé della direzione da parte di Interlandi, crediamo siano dipese da una caduta di assenso, da parte di Lanza e Savarese, a quelle che erano le richieste del regime, e insieme dalla volontà di un maggior controllo sul periodico da parte di Interlandi. Ritorna poi, Lunario, ad essere ripubblicato in Sicilia, a Messina, ed è diretto da Stefano Bottari. Scrive fiduciosamente, il direttore nel suo primo editoriale: “Il Lunario Siciliano” torna ad essere pubblicato nella sua terra, dopo una peregrinazione nella città capitale dal centro dell’isola dove nacque attento al lavoro dei campi, alle memorie degli antichi miti e ai racconti di cavalleria ancora così vivi nel popolo. Esso non muta i propositi di tre anni fa, al suo primo apparire (…). La vecchia anima del popolo siciliano, così ricca di canti non è vinta ancora da ciò che di soffocante è nella civiltà moderna…”. Pubblicherà solo tre numeri il Lunario messinese di Bottari e quindi si estinguerà: al lavoro dei campi, agli antichi miti, alla cultura contadina, alla tradizione letteraria popolare e no, ai Pitrè, Verga, De Roberto, Capuana, altri miti nefasti, altra cultura o incultura si erano sostituiti. La verità era stata coperta dall’impostura. La ripubblicazione di questo Lunario ritrovato ha un valore di un prezioso documento storico e letterario, significativo di quel che può accadere in un Paese quando viene oppresso dalla dittatura, quando la civiltà viene sopraffatta dalla barbarie.

 S.Agata Militello, settembre 1999

(Prefazione alla ristampa anastatica del “Lunario siciliano”, Enna, 1999)
Originale dattiloscritto indirizzato all’editore Giuseppe Accascina

A un uovo


A un uovo, a una pera o meglio a un limone assomiglia il mio volto.
Ma del limone sembra abbia solo il lunare pallore, e le rughe e i pori,
non l’acre o l’acidulo dentro.
D’un limone, sì, ch’abbia perso l’umore, sia ormai avvizzito.
Che dalle due fessure o ferite della sua buccia mostri occhi penosi
che guardano ma sembra non vedano. Se si chiudono quelle fessure,
se s’imbiancano gli occhi potrebbe anche assomigliare il mio volto
a una maschera, di quelle che si cavano una volta col gesso dai volti distesi,
resi ormai fermi dal rigore assoluto.
Ha ragione quel tale che disse che la foto è la morte?

Vincenzo Consolo
per Vanitas Ediz. Alsaba 1999



Sirene Siciliane di Basilio Reale

Vincenzo Consolo

Ho conosciuto Basilio Reale nel 1953, a Milano, dove
entrambi eravamo approdati, provenienti dal Val Dèmone,
da uno stesso lido e nido, dalla costa di Capo
d’Orlando, per ragioni di studio. Ragione oggettiva, ma
per me – non so per Reale – sottesa da una ragione soggettiva:
il richiamo del mito di Vittorini, con quello di
Verga suo predecessore, che il Nord, Milano aveva scelto
dove vivere e scrivere (lontano dalla Sicilia, sulla Sicilia):
Conversazione in Sicilia, per tutti gli aspiranti scrittori
della mia generazione, era l’exemplum del necessario
esilio e del ritorno memoriale e poetico dalla e nella terra
del nostro nucleo e cruccio esistenziale (tutti ulissidi,
ci immaginavamo, nella ferma convinzione che la poesia
non fosse altro e soltanto che odissea oppure rimpianto
e canto per un’Itaca mai più raggiungibile, che si
faceva mitica, come leggevamo in Quasimodo). Scoprimmo
subito d’avere le stesse aspirazioni e ispirazioni,
che da una parte si declinavano in prosa, dall’altra in
poesia (chi sa mai per quali ragioni, istintivamente, uno
sceglie di scrivere in prosa e un altro in versi: ma Reale,
lo psicanalista di oggi, potrebbe forse spiegarlo). Ore e
ore passammo su panchine di viali e parchi, avvolti in
nebbie e geli, a leggerci reciprocamente, e criticarci, racconti
e liriche, che parlavano dell’adolescenza, delle ferite
e delle crescite; delle campagne e delle coste dei Nèbrodi,
dei contadini e dei pescatori; che parlavano delle
malinconie e delle ribellioni nella costrizione, di Messi-
na, delle acque dello Stretto e dei traghetti intravisti da
dietro i muri alti, dalle finestre di un collegio.
Ma venne il tempo, dopo il mito, dopo il vagheggiamento
e la memoria, della realtà e della storia, il tempo
degli impegni, degli “ingaggi”. AVittorini, e a Quasimodo,
subentravano Carlo Levi (con Salvemini, Dorso,
Gramsci), e Dolci e il primo Sciascia de Le parrocchie: una
scoperta o riscoperta del Sud, della Sicilia storica e oggettiva,
fuori dal mito e dalla poesia, fuori da noi, fuori
dalle ferite e dalle personali educazioni sentimentali. Da
peregrinanti Ulissi del mito era necessario trasformarsi
in stanziali Telemachi della realtà a combattere contro i
Proci del sottosviluppo sociale e culturale, dell’emarginazione,
del malgoverno, della violenza e della mafia. E
la scrittura quindi, dagli empirei poetici doveva abbassarsi
alla terra dell’analisi, della cronaca, della comunicazione
piana e immediata, della denunzia.
Era la storia insomma di quegli anni che obbligava a
delle scelte. E obbligava a una scelta soprattutto persone
come me e Reale, nati e cresciuti in una Finisterre, in
una zona ai margini, dove si perdevano e lambivano gli
echi della storia e della natura, una zona mediana di
confine e di confluenza tra due mondi diversi e contrapposti:
dell’oriente e dell’occidente dell’Isola.
Chi scrive, il prosatore, lascia Milano e torna in Sicilia.
Reale, il poeta, abbandonando al suo destino l’Isola
e il ricordo, rimane a Milano, nella Milano della ricostruzione
che preparava il “miracolo” e la stagione nordica
dell’affluenza, decidendo, volontaristicamente,
ostinatamente, di farsi urbano, oeconomicus, immergendosi
e operando nei gangli più significativi, nei segni
appariscenti e reclamanti del consumo, e questo mondo
esprime in poesia, con tono e linguaggio nordico e metropolitano,
nel modo più spoglio e antilirico, con la più
sottile e amara ironia, con la più sommessa denuncia
del malessere e della solitudine. Il mondadoriano I ricambi
e La vita attiva de “Il menabò” di Vittorini e Calvino,
sono forse tra le poesie più riuscite e più belle di
quella stagione di ricerca nel filone della cosiddetta letteratura
industriale.
Era dunque, quella d’entrambi, l’uno dalla Sicilia e
l’altro da Milano, una decisa scelta per la Storia, ma di
due storie diverse, del Nord e del Sud, nel momento del
loro più acuto divergere e contrapporsi. Ed era insieme,
fatalmente, per entrambi, un abbandonare e seppellire
dentro di noi la natura, l’esistenza, il mito, la memoria;
un aver voltato le spalle, nella nostra situazione di frontalieri
e mediani, alla parte orientale dell’Isola, al greco
Jonio, a quell’alta e terrifica espressione naturale che è
l’Etna, e aver optato per la parte occidentale. Ma si sa
che gli abbandoni, gli occultamenti, prima o dopo ritornano,
riemergono, contro la nostra volontà e vigilanza,
a nostra insaputa. E in quella nostra zona mediana, in
quell’incerta e oscillante regione, in quella quiete sospesa
di natura e di storia, dalle acque di Capo d’Orlando
emergeva la Sirena che ammaliò me e Reale, “ammaliò
con i suoi versi i palati più sottili, per primo il ‘suo’
Montale, grande prefatore”: Lucio Piccolo.
Con Piccolo abbiamo dovuto fare i conti ambedue: io,
vicino e assiduo frequentatore del poeta, difendendomene
con la contemporanea frequentazione dello “storico”,
occidentale e illuminista Sciascia; Reale, con la
lontananza e i saltuari incontri, con la storia dura e diversa,
priva di memoria e impoetica, del nuovo mondo
industriale di Milano.
Per parte mia ho pagato, credo, in qualche modo il
mio tributo alla Sirena, all’anima sepolta o esiliata, con
una operetta, Lunaria, la cui idea era mutuata da Piccolo,
in cui abbandonavo la storia per il mito, la prosa per
la poesia (almeno nella forma).
Reale, il suo tributo, lo ha pagato, in modo più
profondo, analitico e completo, con una prosa, con un
saggio, con un racconto del viaggio nella memoria, alle
radici della creatività e della poesia. Attraverso quella
corpulenta sagoma intravista da ragazzo, accanto al cugino
Piccolo, di Tomasi di Lampedusa; attraverso quel
racconto, eccentrico e singolare, quel “sogno guidato”
dell’autore de Il Gattopardo che è Lighea.
“Mi comunicò che aveva ultimato una lunga novella,
e prendemmo appuntamento nel primo pomeriggio di
quello stesso giorno per leggerla. ‘Di che cosa parla?’,
gli chiesi, e lui sardonico: ‘Di professori universitari’;
era Lighea. La lettura mi fu fatta con voce affaticata, che
indugiò appena compiaciuta sui ‘dadi militari e giudiziari’
con cui si giocava senza rumore nell’Ade che era il
caffè di via Po, e più lentamente alla fine sulle parole liriche:
‘e la tua sete di sonno sarà saziata’” racconta
Francesco Orlando.1 Lighea, l’ultimo scritto di Lampedusa,
l’ultimo messaggio prima di raggiungere la sua
Sirena, “nel cieco muto palazzo di acque informi, eterne,
senza bagliori, senza sussurri”.
Ho sempre pensato la letteratura siciliana (e non solo
la letteratura, ma la pittura, la scultura, la musica: l’arte
insomma) svolgersi su due crinali, su due filoni o temi distinti:
quello della storia e quello dell’esistenza (o della
natura, o del mito). Filoni che possono grosso modo coincidere
con le due parti dell’Isola di cui sopra dicevo, quella
occidentale e quella orientale. Voglio dire ora meglio,
con una metafora di tipo archeologico, la parte dei reperti
superficiali e quella dei reperti sotterranei, immaginando
i primi a partire dai più recenti del periodo arabo (periodo
in cui Leonardo Sciascia fa nascere il modo d’essere
siciliano, della Sicilia cioè narrabile e storicizzabile, mutuando
lo schema dalla Spagna di Américo Castro) e giù
giù quelli del periodo normanno, svevo, aragonese, eccetera;
e i secondi, a partire dal periodo bizantino, e quindi
romano, greco, e indietro fino ai punti più profondi e insondati
del passato, ai più arcaici e indecifrati come i loculi
rupestri di Pantalica. Divisione ideale, immaginaria,
dove il corposo, imponente ed eminente tempio dorico di
Segesta o quello agrigentino della Concordia, o l’immen-
so ammasso di rovine di Selinunte giacciono ancora incontaminate
sotto gli strati di terra o di sabbia. Ideale come
la divisione della letteratura o dell’arte che abbiamo
tracciato: occidentale ed orientale, storica ed esistenziale,
poetico-lirica e prosaica, mitica e razionale, simbolica e
metaforica. Penso, da una parte, dalla parte orientale, a
scrittori come Verga, Brancati, Vittorini, Quasimodo,
D’Arrigo, Bonaviri; a musicisti come Bellini, a scultori come
Emilio Greco o Mazzullo, a pittori come Guccione;
dall’altra, dalla parte occidentale, a poeti come Alessio Di
Giovanni o Ignazio Buttitta, a scrittori come Pirandello,
come Sciascia, come Lampedusa, a pittori come Guttuso
e Caruso. E questa idealità è subito contraddetta fatalmente
dalla realtà, da spostamenti di autori da una parte
verso l’altra: di un poeta come l’abate Meli, per esempio,
verso l’Arcadia, verso la mitologia dell’Oriente, o del
grande De Roberto verso la storia o lo storicismo d’Occidente.
L’occidentale, “storico”, razionale autore de Il Gattopardo,
per l’ultima sua opera, per Lighea, ha dovuto spostarsi
nella parte orientale dell’Isola, ai piedi dell’Etna
incandescente, nella greca costa jonica dei miti. Ma c’è
prima un altro spostamento, nel racconto che contiene il
racconto, uno spostamento nello spazio e nel tempo: Torino
e l’anno 1938, dove e quando s’incontrano il professor
La Ciura e il giovane Corbera. Questa distanza
spazio-temporale del racconto-cornice fa sì che il racconto-
quadro si svolga in un tempo (1887) e in uno spazio
(il golfetto di punta Izzo, vicino ad Augusta, “il themenos
del prodigio” come lo chiama Reale), in una
dimensione memoriale. In questa dimensione, da questa
distanza, c’è fra l’altro un’evocazione della Sicilia,
della natura della Sicilia, poetico-lirica, quasi idilliaca,
che contrasta nettamente con la natura desertica, arida e
impietosa o con quella degenerata e putrescente che
s’incontra ne Il Gattopardo: “Così parlammo della Sicilia
eterna, di quella delle cose della natura; del profumo di
rosmarino sui Nèbrodi, del gusto del miele di Melilli,
dell’ondeggiare delle messi in una giornata ventosa di
maggio come si vede da Enna, delle solitudini intorno a
Siracusa, delle raffiche di profumo riversate, si dice, su
Palermo dagli agrumeti durante certi tramonti di giugno.
Parlammo dell’incanto di certe notti estive in vista
del golfo di Castellammare, quando le stelle si specchiano
nel mare che dorme e lo spirito di chi è coricato tra i
lentischi si perde nel vortice del cielo mentre il corpo,
teso e all’erta, teme l’avvicinarsi dei demoni”.
Anche Lampedusa, il sapiente e saputo Lampedusa,
prossimo a teorie e pratiche psicanalitiche e conoscitore,
immaginiamo, dei più intricati meccanismi psicologici,
anche lui, nello “storico” Gattopardo (d’una storicità
singolare, in cui la metafora è rovesciata, dove cioè
il presente illumina, trasfigura e mitizza il passato), ne
Il Gattopardo lascia un segno che, necessariamente, ineluttabilmente,
doveva portarlo a scrivere Lighea. A fare
cioè i conti con quel cugino poeta, con Piccolo, le cui sirene
erano ninfe campestri, boscherecce, sia pure in apparenze
stregonesche, erano il senso panico e magico
della natura, la memoria e la lirica più incandescente e
pura. Il segno è quell’armatura teutonica o sveva in cui
lo scrittore chiude don Fabrizio Salina. In quell’armatura,
insomma, lucida come quella del calviniano Cavaliere
inesistente, Lampedusa aveva imprigionato la sua
anima. Ma l’anima alla fine guizza, fugge, attraverso
gli spiragli della celata, raggiunge quell’orientale
spiaggia, quel golfetto dove sotto forma di creatura
ambigua, animalesca e divina, apparirà al professor La
Ciura.
È questa sirena, risultante sin dal suo apparire assurda
e incomprensibile nel mondo lampedusiano, che oggi
Reale analizza con i sofisticati e sensibilissimi strumenti
junghiani. Così Lighea, dalla sua lettura, diviene un ipogeo,
un profondo scavo archeologico o, ci si passi il termine,
archetipologico, in quel sepolto mondo arcaico,
primigenio, mitico della parte orientale del Siciliano; e
dall’ipogeo, sorprendentemente – abituati come siamo
alle analisi critiche “superficiali”, sia pure raffinate come
le semiologiche o strutturali – vengono alla luce, alla coscienza,
frammenti, cocci, reperti, simboli insospettabili,
che ricostruiscono non solo la bellezza e l’armonia del
racconto lampedusiano, ma anche il grande Racconto
letterario e umano siciliano.
L’archeologo o l’archetipologo Reale si cala sino in
fondo nello scavo, si immedesima e coinvolge nel mondo
e nei segni che man mano va scoprendo, come il professor
La Ciura nei segni più riposti dei dialetti jonici. E
la sua relazione allora si fa memoria, narrazione in cui
le scoperte, i temi, gli spunti appaiono, spariscono per
poi ritornare: un racconto che ha insomma l’andamento
della Sirena. E la cornice, il supporto scientifico e probatorio
è relegato giustamente ai margini, alle sostanziose
note che sostengono la pagina.
Se è vero, come sostiene Hillman, che la pratica analitica
non è altro che poiesis, quella di Reale lo è pienamente.
Dal Capo d’Orlando, da questa zona di confine, intermedia
tra l’occidente e l’oriente, Reale ci dice che l’anima,
la creatività, la poesia, la vita psichica non è solo
storia, ragione, sepoltura e occultamento dell’invisibile
e dell’immemore; non è solo natura, istinto, esilio e prigione
nei sensi e nel mito: è un andare e tornare, un perenne
oscillare, è un sondare e riattivare il sepolto e riportarlo
alla luce.
“E poi mi sembra di aver capito che tu, come capita
ad alcuni siciliani della specie migliore, sei riuscito a
compiere la sintesi di sensi e di ragione” dice La Ciura a
Corbera.
1 F. Orlando, Ricordo di Lampedusa, Milano 1963.
La prefazione di Vincenzo Consolo è tratta da Di qua dal faro 1999, Arnaldo Mondadori Editore, Milano

L’Obliquo – 1985 – 2000

“Sono forse il più vecchio dei piccoli editori (da quarantacinque anni faccio come meglio posso il mio mestiere) ma sono anche un maniaco bibliofilo, un autentico libridinoso” scriveva Vanni Scheiwiller nell’introduzione al catalogo della mostra Per il decennale delle edizioni “L’Obliquo” di Bre-scia, del novembre 1996. E lui certo, Vanni, continuatore dell’opera del padre, vedeva nel giovane Giorgio Bertelli, editore di quella , cola, e aurente e nora, letera. trasversale, divergente dall’altra, verticale, che l’industria editoriale, man mano negli anni, dal Dopoguerra ad oggi, sempre più massiva e impositiva, nella sua verticale, violenta cascata rovesciava sul lettore, insieme e confusamente, letteratura e non-letteratura, verità e menzogna, necessità e superfluità. Vanni, il caro Vanni, da poco scomparso, che noi tutti rimpiangiamo. Pellegrino della cultura, della poe-sia, girava per questo nostro ineffabile Paese, sostando in ogni città, visitando ogni libreria. A Palermo, nella libreria Flaccovio dove tutti, in anni lontani, convergevamo, dove si poteva incontrare Tomasi di Lampedusa e Lucio Piccolo, Antonio Pizzuto e Leonardo Sciascia, Angelo Fiore e Antonio Castelli, i piccoli e piccolissimi libri del Pesce d’oro erano chiusi in una vetrinetta laterale, obliqua ai banconi centrali in cui s’ammassavano i libri della grande editoria. Scriveva ancora Vanni Scheiwiller nella introduzione sopra citata: “Per festeggiare le mie nozze d’oro coi libri, nel 2001 (ho iniziato diciassettenne nel 1951) conto di pubblicare il Catalogo dei libri che non ho pubblicato, delle occasioni manca-te, delle speranze tradite, e sarà un catalogo bellissimo, tutto di libri bellissimi, senza paragone con quanto ho saputo realizzare”. .Non ha fatto in tempo, Vanni, a pubblicare quel catalogo, a festeggiare quelle sue nozze d’oro coi libri. Ma ci ha insegnato, il sagace editore milanese, che la linea obliqua proietta un dorato riflesso, lascia immaginare gli Elisi poetici in cui ancora e sempre ci si può inoltrare. Così è per il valoroso Giorgio Bertelli, così si può vedere in questa mostra d’oggi delle Edizioni de “L’Obliquo”, nei necessari, preziosi libri che egli in questi quindici anni ha stampato. Questa sua linea “obliqua” ha anch’essa un dorato riflesso, un Catalogo dei libri che avrebbe voluto e non ha potuto pubblicare. “La storia dell’editoria è composta non solo di libri realizzati, ma anche di progetti e di discorsi che, per un motivo o per un altro, non sono potuti diventare libro con-creto. Eppure è come se quelle pagine che il tempo non ha permesso di comporsi fossero state realmente scritte e incise da un piombo che non lascia segni di scrittura, ma vibra anche dentro la memoria” questo scrive Fulvio Panzeri in occasione della mostra Giorgio Bertelli: testi e tavole, del novembre 1994, alla Biblioteca Sormani di Milano. E scrive ancora di un catalogo progettato, di una utopia di libri, di libri ancora in forma di pensiero, di sogno. Primo tra tutti, in quel catalogo progettato da Bertelli, c’era stato Pier Vittorio Tondelli, che il destino ha voluto non entrasse nel catalogo realizzato, e tanti, tanti altri ci sono, compreso chi qui scrive, che solo per ignavia, per indolenza non ha varcato ancora il confine che separa il desiderio e la realtà. Ma c’è qui intanto una clamorosa e affascinante realtà, la concretezza del Catalogo delle Edizioni de “L’Obliquo”, edizioni articolate nelle collane di Interferenze, che inizia con Fortini e prosegue con Conrad, London, Buși, La Capria, Kipling, Merimée, Céline, Genet… di Polaroid, che annovera Magrelli, Queneau, Vian, Artaud…; di Ozî, con i poeti Scarabicchi, Lolini, Ramat, Machado…; e infine di Fuori collana, con Lautréamont, Savinio, Betocchi… Volumi spesso arricchiti, ancor più impreziositi dai segni – disegni, tavole – di validi artisti, dallo stesso Bertelli a Salvo, Schi-fano, Boetti, Paolini, Garutti, Martegani, Verkerk, Pusole, Le Witt, Ontani, Accardi… Ecco lessenza di questa “obliquità” che Bertelli, con otti-mismo, entusiasmo e caparbietà ha saputo creare: tanto più importante, necessaria oggi questa editoria “obliqua” quanto più l’editoria verticale, la prepotente industria editoriale tende ad omologare e a tar smarrire il lettore, a porre tutto in una deprimente orizzontalità di senso, di valore, in cui sembra non voler lasciare spazio alle divergenze: alla verità della scrittura, della letteratura, della poesia.

Vincenzo Consolo