Sirene Siciliane di Basilio Reale

Vincenzo Consolo

Ho conosciuto Basilio Reale nel 1953, a Milano, dove
entrambi eravamo approdati, provenienti dal Val Dèmone,
da uno stesso lido e nido, dalla costa di Capo
d’Orlando, per ragioni di studio. Ragione oggettiva, ma
per me – non so per Reale – sottesa da una ragione soggettiva:
il richiamo del mito di Vittorini, con quello di
Verga suo predecessore, che il Nord, Milano aveva scelto
dove vivere e scrivere (lontano dalla Sicilia, sulla Sicilia):
Conversazione in Sicilia, per tutti gli aspiranti scrittori
della mia generazione, era l’exemplum del necessario
esilio e del ritorno memoriale e poetico dalla e nella terra
del nostro nucleo e cruccio esistenziale (tutti ulissidi,
ci immaginavamo, nella ferma convinzione che la poesia
non fosse altro e soltanto che odissea oppure rimpianto
e canto per un’Itaca mai più raggiungibile, che si
faceva mitica, come leggevamo in Quasimodo). Scoprimmo
subito d’avere le stesse aspirazioni e ispirazioni,
che da una parte si declinavano in prosa, dall’altra in
poesia (chi sa mai per quali ragioni, istintivamente, uno
sceglie di scrivere in prosa e un altro in versi: ma Reale,
lo psicanalista di oggi, potrebbe forse spiegarlo). Ore e
ore passammo su panchine di viali e parchi, avvolti in
nebbie e geli, a leggerci reciprocamente, e criticarci, racconti
e liriche, che parlavano dell’adolescenza, delle ferite
e delle crescite; delle campagne e delle coste dei Nèbrodi,
dei contadini e dei pescatori; che parlavano delle
malinconie e delle ribellioni nella costrizione, di Messi-
na, delle acque dello Stretto e dei traghetti intravisti da
dietro i muri alti, dalle finestre di un collegio.
Ma venne il tempo, dopo il mito, dopo il vagheggiamento
e la memoria, della realtà e della storia, il tempo
degli impegni, degli “ingaggi”. AVittorini, e a Quasimodo,
subentravano Carlo Levi (con Salvemini, Dorso,
Gramsci), e Dolci e il primo Sciascia de Le parrocchie: una
scoperta o riscoperta del Sud, della Sicilia storica e oggettiva,
fuori dal mito e dalla poesia, fuori da noi, fuori
dalle ferite e dalle personali educazioni sentimentali. Da
peregrinanti Ulissi del mito era necessario trasformarsi
in stanziali Telemachi della realtà a combattere contro i
Proci del sottosviluppo sociale e culturale, dell’emarginazione,
del malgoverno, della violenza e della mafia. E
la scrittura quindi, dagli empirei poetici doveva abbassarsi
alla terra dell’analisi, della cronaca, della comunicazione
piana e immediata, della denunzia.
Era la storia insomma di quegli anni che obbligava a
delle scelte. E obbligava a una scelta soprattutto persone
come me e Reale, nati e cresciuti in una Finisterre, in
una zona ai margini, dove si perdevano e lambivano gli
echi della storia e della natura, una zona mediana di
confine e di confluenza tra due mondi diversi e contrapposti:
dell’oriente e dell’occidente dell’Isola.
Chi scrive, il prosatore, lascia Milano e torna in Sicilia.
Reale, il poeta, abbandonando al suo destino l’Isola
e il ricordo, rimane a Milano, nella Milano della ricostruzione
che preparava il “miracolo” e la stagione nordica
dell’affluenza, decidendo, volontaristicamente,
ostinatamente, di farsi urbano, oeconomicus, immergendosi
e operando nei gangli più significativi, nei segni
appariscenti e reclamanti del consumo, e questo mondo
esprime in poesia, con tono e linguaggio nordico e metropolitano,
nel modo più spoglio e antilirico, con la più
sottile e amara ironia, con la più sommessa denuncia
del malessere e della solitudine. Il mondadoriano I ricambi
e La vita attiva de “Il menabò” di Vittorini e Calvino,
sono forse tra le poesie più riuscite e più belle di
quella stagione di ricerca nel filone della cosiddetta letteratura
industriale.
Era dunque, quella d’entrambi, l’uno dalla Sicilia e
l’altro da Milano, una decisa scelta per la Storia, ma di
due storie diverse, del Nord e del Sud, nel momento del
loro più acuto divergere e contrapporsi. Ed era insieme,
fatalmente, per entrambi, un abbandonare e seppellire
dentro di noi la natura, l’esistenza, il mito, la memoria;
un aver voltato le spalle, nella nostra situazione di frontalieri
e mediani, alla parte orientale dell’Isola, al greco
Jonio, a quell’alta e terrifica espressione naturale che è
l’Etna, e aver optato per la parte occidentale. Ma si sa
che gli abbandoni, gli occultamenti, prima o dopo ritornano,
riemergono, contro la nostra volontà e vigilanza,
a nostra insaputa. E in quella nostra zona mediana, in
quell’incerta e oscillante regione, in quella quiete sospesa
di natura e di storia, dalle acque di Capo d’Orlando
emergeva la Sirena che ammaliò me e Reale, “ammaliò
con i suoi versi i palati più sottili, per primo il ‘suo’
Montale, grande prefatore”: Lucio Piccolo.
Con Piccolo abbiamo dovuto fare i conti ambedue: io,
vicino e assiduo frequentatore del poeta, difendendomene
con la contemporanea frequentazione dello “storico”,
occidentale e illuminista Sciascia; Reale, con la
lontananza e i saltuari incontri, con la storia dura e diversa,
priva di memoria e impoetica, del nuovo mondo
industriale di Milano.
Per parte mia ho pagato, credo, in qualche modo il
mio tributo alla Sirena, all’anima sepolta o esiliata, con
una operetta, Lunaria, la cui idea era mutuata da Piccolo,
in cui abbandonavo la storia per il mito, la prosa per
la poesia (almeno nella forma).
Reale, il suo tributo, lo ha pagato, in modo più
profondo, analitico e completo, con una prosa, con un
saggio, con un racconto del viaggio nella memoria, alle
radici della creatività e della poesia. Attraverso quella
corpulenta sagoma intravista da ragazzo, accanto al cugino
Piccolo, di Tomasi di Lampedusa; attraverso quel
racconto, eccentrico e singolare, quel “sogno guidato”
dell’autore de Il Gattopardo che è Lighea.
“Mi comunicò che aveva ultimato una lunga novella,
e prendemmo appuntamento nel primo pomeriggio di
quello stesso giorno per leggerla. ‘Di che cosa parla?’,
gli chiesi, e lui sardonico: ‘Di professori universitari’;
era Lighea. La lettura mi fu fatta con voce affaticata, che
indugiò appena compiaciuta sui ‘dadi militari e giudiziari’
con cui si giocava senza rumore nell’Ade che era il
caffè di via Po, e più lentamente alla fine sulle parole liriche:
‘e la tua sete di sonno sarà saziata’” racconta
Francesco Orlando.1 Lighea, l’ultimo scritto di Lampedusa,
l’ultimo messaggio prima di raggiungere la sua
Sirena, “nel cieco muto palazzo di acque informi, eterne,
senza bagliori, senza sussurri”.
Ho sempre pensato la letteratura siciliana (e non solo
la letteratura, ma la pittura, la scultura, la musica: l’arte
insomma) svolgersi su due crinali, su due filoni o temi distinti:
quello della storia e quello dell’esistenza (o della
natura, o del mito). Filoni che possono grosso modo coincidere
con le due parti dell’Isola di cui sopra dicevo, quella
occidentale e quella orientale. Voglio dire ora meglio,
con una metafora di tipo archeologico, la parte dei reperti
superficiali e quella dei reperti sotterranei, immaginando
i primi a partire dai più recenti del periodo arabo (periodo
in cui Leonardo Sciascia fa nascere il modo d’essere
siciliano, della Sicilia cioè narrabile e storicizzabile, mutuando
lo schema dalla Spagna di Américo Castro) e giù
giù quelli del periodo normanno, svevo, aragonese, eccetera;
e i secondi, a partire dal periodo bizantino, e quindi
romano, greco, e indietro fino ai punti più profondi e insondati
del passato, ai più arcaici e indecifrati come i loculi
rupestri di Pantalica. Divisione ideale, immaginaria,
dove il corposo, imponente ed eminente tempio dorico di
Segesta o quello agrigentino della Concordia, o l’immen-
so ammasso di rovine di Selinunte giacciono ancora incontaminate
sotto gli strati di terra o di sabbia. Ideale come
la divisione della letteratura o dell’arte che abbiamo
tracciato: occidentale ed orientale, storica ed esistenziale,
poetico-lirica e prosaica, mitica e razionale, simbolica e
metaforica. Penso, da una parte, dalla parte orientale, a
scrittori come Verga, Brancati, Vittorini, Quasimodo,
D’Arrigo, Bonaviri; a musicisti come Bellini, a scultori come
Emilio Greco o Mazzullo, a pittori come Guccione;
dall’altra, dalla parte occidentale, a poeti come Alessio Di
Giovanni o Ignazio Buttitta, a scrittori come Pirandello,
come Sciascia, come Lampedusa, a pittori come Guttuso
e Caruso. E questa idealità è subito contraddetta fatalmente
dalla realtà, da spostamenti di autori da una parte
verso l’altra: di un poeta come l’abate Meli, per esempio,
verso l’Arcadia, verso la mitologia dell’Oriente, o del
grande De Roberto verso la storia o lo storicismo d’Occidente.
L’occidentale, “storico”, razionale autore de Il Gattopardo,
per l’ultima sua opera, per Lighea, ha dovuto spostarsi
nella parte orientale dell’Isola, ai piedi dell’Etna
incandescente, nella greca costa jonica dei miti. Ma c’è
prima un altro spostamento, nel racconto che contiene il
racconto, uno spostamento nello spazio e nel tempo: Torino
e l’anno 1938, dove e quando s’incontrano il professor
La Ciura e il giovane Corbera. Questa distanza
spazio-temporale del racconto-cornice fa sì che il racconto-
quadro si svolga in un tempo (1887) e in uno spazio
(il golfetto di punta Izzo, vicino ad Augusta, “il themenos
del prodigio” come lo chiama Reale), in una
dimensione memoriale. In questa dimensione, da questa
distanza, c’è fra l’altro un’evocazione della Sicilia,
della natura della Sicilia, poetico-lirica, quasi idilliaca,
che contrasta nettamente con la natura desertica, arida e
impietosa o con quella degenerata e putrescente che
s’incontra ne Il Gattopardo: “Così parlammo della Sicilia
eterna, di quella delle cose della natura; del profumo di
rosmarino sui Nèbrodi, del gusto del miele di Melilli,
dell’ondeggiare delle messi in una giornata ventosa di
maggio come si vede da Enna, delle solitudini intorno a
Siracusa, delle raffiche di profumo riversate, si dice, su
Palermo dagli agrumeti durante certi tramonti di giugno.
Parlammo dell’incanto di certe notti estive in vista
del golfo di Castellammare, quando le stelle si specchiano
nel mare che dorme e lo spirito di chi è coricato tra i
lentischi si perde nel vortice del cielo mentre il corpo,
teso e all’erta, teme l’avvicinarsi dei demoni”.
Anche Lampedusa, il sapiente e saputo Lampedusa,
prossimo a teorie e pratiche psicanalitiche e conoscitore,
immaginiamo, dei più intricati meccanismi psicologici,
anche lui, nello “storico” Gattopardo (d’una storicità
singolare, in cui la metafora è rovesciata, dove cioè
il presente illumina, trasfigura e mitizza il passato), ne
Il Gattopardo lascia un segno che, necessariamente, ineluttabilmente,
doveva portarlo a scrivere Lighea. A fare
cioè i conti con quel cugino poeta, con Piccolo, le cui sirene
erano ninfe campestri, boscherecce, sia pure in apparenze
stregonesche, erano il senso panico e magico
della natura, la memoria e la lirica più incandescente e
pura. Il segno è quell’armatura teutonica o sveva in cui
lo scrittore chiude don Fabrizio Salina. In quell’armatura,
insomma, lucida come quella del calviniano Cavaliere
inesistente, Lampedusa aveva imprigionato la sua
anima. Ma l’anima alla fine guizza, fugge, attraverso
gli spiragli della celata, raggiunge quell’orientale
spiaggia, quel golfetto dove sotto forma di creatura
ambigua, animalesca e divina, apparirà al professor La
Ciura.
È questa sirena, risultante sin dal suo apparire assurda
e incomprensibile nel mondo lampedusiano, che oggi
Reale analizza con i sofisticati e sensibilissimi strumenti
junghiani. Così Lighea, dalla sua lettura, diviene un ipogeo,
un profondo scavo archeologico o, ci si passi il termine,
archetipologico, in quel sepolto mondo arcaico,
primigenio, mitico della parte orientale del Siciliano; e
dall’ipogeo, sorprendentemente – abituati come siamo
alle analisi critiche “superficiali”, sia pure raffinate come
le semiologiche o strutturali – vengono alla luce, alla coscienza,
frammenti, cocci, reperti, simboli insospettabili,
che ricostruiscono non solo la bellezza e l’armonia del
racconto lampedusiano, ma anche il grande Racconto
letterario e umano siciliano.
L’archeologo o l’archetipologo Reale si cala sino in
fondo nello scavo, si immedesima e coinvolge nel mondo
e nei segni che man mano va scoprendo, come il professor
La Ciura nei segni più riposti dei dialetti jonici. E
la sua relazione allora si fa memoria, narrazione in cui
le scoperte, i temi, gli spunti appaiono, spariscono per
poi ritornare: un racconto che ha insomma l’andamento
della Sirena. E la cornice, il supporto scientifico e probatorio
è relegato giustamente ai margini, alle sostanziose
note che sostengono la pagina.
Se è vero, come sostiene Hillman, che la pratica analitica
non è altro che poiesis, quella di Reale lo è pienamente.
Dal Capo d’Orlando, da questa zona di confine, intermedia
tra l’occidente e l’oriente, Reale ci dice che l’anima,
la creatività, la poesia, la vita psichica non è solo
storia, ragione, sepoltura e occultamento dell’invisibile
e dell’immemore; non è solo natura, istinto, esilio e prigione
nei sensi e nel mito: è un andare e tornare, un perenne
oscillare, è un sondare e riattivare il sepolto e riportarlo
alla luce.
“E poi mi sembra di aver capito che tu, come capita
ad alcuni siciliani della specie migliore, sei riuscito a
compiere la sintesi di sensi e di ragione” dice La Ciura a
Corbera.
1 F. Orlando, Ricordo di Lampedusa, Milano 1963.
La prefazione di Vincenzo Consolo è tratta da Di qua dal faro 1999, Arnaldo Mondadori Editore, Milano