L’ignoto marinaio

Non c’è turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose – libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è, splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il più misterioso e inquietante.

E’un piccolo dipinto ad olio su tavola (misura 30 centimetri per 25), non firmato e non sicuramente databile (si presume sia stato eseguito intorno al 1470). Fu acquistato a Lipari, nella prima metà del secolo scorso, dal barone Mandralisca: e glielo vendette un farmacista che se lo teneva in bottega, e con effetti – è leggenda, ma del tutto verosimile – che potevano anch’essere fatali: per il ritratto, per noi che tanto lo amiamo. Pare che, turbata da quello sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo, la figlia del farmacista l’abbia un giorno furiosamente sfregiato. La leggenda può essere vera, lo sfregio c’è di certo: ed è stato per due volte accettabilmente restaurato.
Lo sfregio – e ce lo insegna tanta letteratura napoletana, e soprattutto quel grande poeta che è Salvatore Di Giacomo – è un atto di esasperazione e di rivolta connaturato all’amore; ed è anche come un rito, violento e sanguinoso, per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo, un definitivo segno di possesso: e chi lo ha inferto non è meno «posseduto» di chi lo ha subito. La ragazza che ha sfregiato il ritratto di Antonello è possibile dunque si sia ribellata per amore, abbia voluto iscrivere un suo segno di possesso su quel volto ironico e beffardo. A meno che non si sia semplicemente ribellata – stupita – all’intelligenza da cui si sentiva scrutata ed irrisa.

Proveniente dall’isola di Lipari, quasi che in un’isola soltanto ci fossero dei marinai, all’ignoto del ritratto fu data qualifica di marinaio: «ritratto dell’ignoto marinaio». Ma altre ipotesi furono avanzate: che doveva essere un barone, e comunque un personaggio facoltoso, poiché era ancora lontano il tempo dei temi «di genere» (il che non esclude fosse un marinaio facoltoso: armatore e capitano di vascello); o che si trattasse di un autoritratto, lasciato ai familiari in Sicilia al momento della partenza per il Nord. Ipotesi, questa, ricca di suggestione: perché, se da quando esiste la fotografia i siciliani usano prima di emigrare farsi fotografare e consegnare ai familiari che restano l’immagine di come sono al momento di lasciarli, Antonello non può aver sentito un impulso simile e, sommamente portato al ritratto com’era, farsene da sé uno e lasciarlo?

Comunque, una tradizione si è stabilita a denominare il ritratto come dell’ignoto marinaio: e da questa denominazione, a inventarne la ragione e il senso, muove il racconto di Vincenzo Consolo che s’intitola Il sorriso dell’ignoto marinaio. Ma la ragione e il senso del racconto non stanno nella felice fantasia filologica e fisionomica da cui prende avvio e che come una frase musicale, più o meno in sottofondo, ritorna e svaria. La vera ragione, il senso profondo del racconto, direi che stanno – a volerli approssimativamente chiudere in una formula – nella ricerca di un riscatto a una cultura, quale quella siciliana, splendidamente isolata nelle sovrastrutture, nei vertici: così come quelle cime di montagne, nitide nell’azzurro, splendide di sole, che dominano paesaggi di nebbia.

Ma prima di parlare del libro, qualcosa bisogna dire del suo autore. Siciliano di Sant’Agata Militello, paese a metà strada tra Palermo e Messina (sul mare, Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), Consolo – tranne gli anni dell’università e quelli del recente trasferimento, passati a Milano – è vissuto nel suo paese e muovendosi, per conoscerli profondamente nella vita, nel modo di essere, nel dialetto, nei paesi a monte del suo, nell’interno: che sono paesi lombardi, della «Lombardia siciliana» di Vittorini – sorti cioè dalle antiche migrazioni di popolazioni dette genericamente lombarde. Solo che Consolo, a misura di come li conosce, oltre che per temperamento e formazione, è ben lontano dal mitizzarli e favoleggiarne, come invece Vittorini in Conversazione in Sicilia e più – non conclusa apoteosi – ne Le città del mondo. Quel che più attrae Consolo è, di questi paesi, forse l’impasto dialettale, la fonda espressività che è propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Perché Consolo è scrittore che s’appartiene alla linea di Gadda (sempre tenendo presente che un Verga e un Brancati non sono lontani): ma naturalmente, non per quel volontaristico arteficiato gaddismo – che peraltro ambisce a riconoscersi più in Joyce che in Gadda – che ha prodotto in Italia (e forse, senza Gadda, anche altrove) libri senza lettori e testi, proprio dal punto linguistico, di assoluta gratuità e improbabilità.

Altro elemento da tenere in conto, è quella specie di esitante sodalizio che Consolo ha intrattenuto per anni con Lucio Piccolo. E qui bisognerebbe parlare di questo straordinario e poco conosciuto poeta siciliano: ma rimandiamo il lettore ad altro nostro scritto, pubblicato nel volume La corda pazza.

Tutto, in come è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva – di «degnificazione» per Piccolo, di «indegnificazione» per Consolo – non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini. (Il termine «degnificazione» lo si usa qui nel senso di Pedro Salinas quando parla di Jorge Guillén: e quindi anche il suo opposto, «indegnificazione»).
Il primo libro di Consolo, La ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963 e ora ristampato da Einaudi, non ricordo abbia suscitato allora attenzione né ho seguito quel che ora, dopo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ne hanno detto i critici: probabilmente, chi allora l’ha letto ha avuto qualche perplessità a classificarlo tra i neorealisti in via d’estinzione; e chi l’ha letto ora, difficilmente riuscirà a trattarlo come un libro scritto prima. Il che è ingiusto, ma tutto sommato meglio che l’intrupparlo tra i neorealisti.
Tra il primo e il secondo son corsi bel tredici anni (e speriamo non ci faccia aspettare tanto per il terzo): ma c’è tra l’uno e l’altro un preciso, continuo, coerente rapporto; un processo di sviluppo e di arricchimento che è arrivato alla piena, consapevolmente piene, padronanza del mezzo espressivo (e dunque del mondo da esprimere).
Anni, dunque, passati non invano, ma intensamente e fervidamente: a pensare questo libro, a scriverlo, a costruirlo; in margine, si capisce, ad altro lavoro, anche giornalistico (di cui restano memorabili cose: non ultimi gli scritti sul Gattopardo e su Lucio Piccolo).
A costruire questo libro, si è detto. E lo ribadisco polemicamente, per aver sentito qualcuno dire, negativamente, che è un libro costruito. Certo che lo è: ed è impensabile i buoni libri non lo siano (senza dire dei grandi), come è impensabile non lo sia una casa. L’abitabilità di un libro dipende da questo semplice e indispensabile fatto: che sia costruito e – appunto – a regola di abitabilità. I libri inabitabili, cioè i libri senza lettori, sono quelli non costruiti; e oggi sono proprio tanti.
Un libro ben costruito, dunque, questo di Consolo: con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», e «cose viste» che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui. E facilmente viene da pensare – almeno a me che so del rapporto che legava Consolo al barone Lucio Piccolo di Calanovella, che ho letto tutto ciò che Consolo ha scritto di questo difficile e affascinante rapporto – che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva «letto tutti i libri» e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano.
 «Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change».

Leonardo Sciascia

brano tratto da “Cruciverba” einaudiana collana “Gli struzzi” 1983




Un giorno come gli altri

Vincenzo Consolo

Conosce, Turi, la mia curiosità per le carte, i do­cumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi por­ta volantini, opuscoli, manifesti. M’è arrivato, sta­mattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, lì di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di par­lare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chissà perché, le di diventano ti (facento, Tigos, porco tiodice), di quanto è avvenuto nella casa di que­sto suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano giù dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tut­to all’aria in quell’unica stanza; di come in questi gior­ni, in queste notti, nel quartiere, è un continuo irrom­pere di polizia.

Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, è ve­nuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa so­pra il tavolo. «Apri,» mi dice «apri» e sorride furbo, soc­chiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi è piccolo e magro, sarà alto meno di un metro e sessanta e peserà quarantasette-quaran­tot­to chili: a trent’anni, ha l’aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed è nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti ap­puntiti che gli vengono giù agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua ami­ca dentista. Do­po che ha messo i denti, Turi non è che sia in­grassato di tanto, è riuscito però a trovare la ra­gazza, Sabina.

Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la bor­raccia, la bellissima borraccia di Turi. È una maio­lica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. È a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. È questo l’uni­co oggetto, l’unico ricordo che Turi s’è portato dal pae­se, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e que­sti forse l’ha avuto da suo padre o da suo nonno: è proprio un pezzo antico. L’avevo vista, questa borrac­cia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. “Se la vendi,” gli avevo detto “dillo prima a me.” Era il ‘70. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto del­la sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Mila­no, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abor­tita, ché della parte milanese, della parte operaia, io non avevo – essendo anch’io immigrato e “conta­dino” – e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si può mai nar­rare senza la memoria?

Turi era diventato allora, in fabbrica, un perso­nag­gio, un simbolo. Per irumori e la nocività, s’era ammalato, s’era esaurito. S’assentava spesso dal lavo­ro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare paz­zo e licenziarlo, ma riuscì solo a fargli firmare le di­missioni. I compagni allora s’occuparono del “caso”. La faccenda andò a finire in tribunale e Turi venne re­in­te­grato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all’anno scorso, poi s’è licenziato e ha pre­so la liquidazione. Con questa, s’è comprato un ca­mion­cino e s’è messo a fare trasporti. Ma i soldi della li­quidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cam­biale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo “politico”. «Me­glio che ce l’hai tu, così la vetoquanto voglio» mi dice. Per fortuna non c’è mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la bor­raccia. «Vergognati,» già la sento, mi avrebbe detto «ver­gognati! Anche dell’unico ricordo, dell’ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spo­gliar­li.» Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la bor­rac­cia è qui, sulla mia credenza del ‘700, egli può veni­re a riprendersela quando vuole.

Mia moglie è a Mantova, vi è andata con Maria Bel­lonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovrà fare un film da un racconto che si chia­ma Delitto di stato della scrittrice romana. Me lo so­no letto stanotte, questo racconto, e m’è sembrato pro­prio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all’apertura dell’urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzec­cate metafore del potere.

Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cam­biare l’assegno. Passiamo prima dal bar della Mari­sa a prendere il caffè. Quello della Marisa è il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone cen­trale, il Biscione, la Vipera gentile. C’è sempre lì da­van­ti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ra­gazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto die­tro cui sono allineati vasi con le piante che prendono be­ne la luce, c’è anche un bel papiro alto e folto. Nella pri­ma stanza c’è il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere tè nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, al­zando le gambe dimenando i fianchi e facendo vol­teggiare so­pra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di la­vapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zo­na di Porta Garibaldi è piena di egiziani, abitano am­massati in vecchie case cadenti che non possono essere ab­battute per i vincoli “storici” e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L’unico, intanto, di questi egi­ziani, che l’à tacà su el capèl è Mahmoud, diventato l’uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, da­gli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un bau­scia che parlava e parlava sempre (un impotente, di­ce­vano tutti al bar) è sparito, non si è visto più da quan­do Mahmoud ha preso il suo posto dietro il ban­cone a manovrare la Faema, affettare salame, fare pani­ni, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa è lo stesso sem­pre nervosa, fuma una sigaretta dopo l’altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo aman­te giovanissimo e arabo. Con Mahmoud però è dol­cissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud è sci­vo­lata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caffè, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si è subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. «Non fare lo sciocco» gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compae­sani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a pas­seggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.

«Figlio di puttana!» sbotta Turi.

«Ti se’ messo a fare il razzista?»

«Ahò,» fa Turi «quello ci marcia, sfrutta…»

«E allora?»

«Ma questi non sono compagni, sono tutti per Sa­tat, Satat, e poi scappano e vengono qua…»

«Che vuol dire? Sono immigrati, poveri, più po­ve­ri di te che hai un camion…»

«Un camion, sì, ‘sta minchia!» fa Turi risentito. «An­cora lo tevopagare e nessuno mi fa fare tra­sporti…»

Si capisce che Turi è invidioso dell’egiziano, in­vi­dioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacità di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha pro­blemi con Sabina, che è compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quan­do vuole. Sabina rimprovera a Turi d’essere ri­masto contadino siciliano, moralista, rompiball, come tut­ti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la cop­pia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.

Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nel­la vecchia casa occupata di corso Garibaldi, è all’ester­no, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt’intorno nella zona, fin sui pi­la­stri di marmo dei portici di fronte, dov’ è la banca. Di­cono: “no all’eroina”, “morte a chi vende mor­te”, “morte agli spacciatori”, “mino ba­sta”, “fuori mino, fuori l’ero”. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche in­dia­ne, riccioluti, con l’orecchino), è un balordo sui tren­tacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occu­pa­to una stanza e lì s’è messo a spacciare.

Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di le­gno del suo pistolone alla cintola.

Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul «Corriere della Sera», c’è una recensione di Mo­ravia al libro di Nello Aiello Intellettuali e PCI. Mo­ra­via ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. “Perché un artista ‘può’ anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sa­rà un artista” dice. E poi ancora di Vittorini e della po­lemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sem­bra vecchia, mi ricorda l’affermazione di Piran­dello: “La vita, o la si scrive o la si vive”. Che l’alter­na­tiva, oltre a valere per tutti, non solo per l’artista, do­po Marx non ha più senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti “filosofi dell’azione”, co­me dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le “rego­le”, nel voler essere o no, totalmente, incondi­ziona­ta­mente, dentro un partito, dentro la logica “poli­tica” di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vit­torini.

Riprendo a lavorare a un articolo per un roto­calco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l’articolo mi è diventato racconto, che più che parlare di Piccolo, dei suoi Canti barocchi,in termini razionali, critici, par­lo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio non­no, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall’onda piacevole del ricordo, della memoria. “In­vec­chiamo,” mi dico malinconicamente “invec­chia­mo.” Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato è un fatto che non c’entra molto col mio scrivere. È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla me­mo­ria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, è sempre un’operazione vecchia arretrata re­gressiva. Diverso è lo scrivere, lo scrivere: per esem­pio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura im­poetica, estranea alla memoria, che è madre della poe­sia, come si dice. E allora è questo il dilemma se biso­gna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cam­biare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un al­tro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, co­me quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:

Come ‘l viso mi scese in lor più basso

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso;

ché da le reni era tornato ‘l volto,

ed in dietro venir li convenìa,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. [ii]

Ed anche “di maschio femmina” diviene come Ti­re­sia, il narratore. Squilla il telefono ed è un mio ami­co, corrispondente da Parigi di un settimanale. È fu­rioso perché a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l’altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo Le ma­nie del professore.

Però il narratore dalla testa stravolta e proce­den­te a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mor­ta­li, volare e cadere più avanti dello scrittore, an­ti­ci­parlo… Questo salto mortale si chiama metafora.

Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le co­se più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillar­dina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, cacioca­vallo, cubbàita[iii] Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete.

Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di Gli amici del­la Noce, dov’è un mio racconto, Il fosso, è pronto, che posso andare a ritirarlo.

La stamperia è un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio sciur Bianchi, in gaba­nella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Bo­ris, due giovani slavi che frequentano l’accademia di Bre­ra. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sul­le pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puli­scono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle cor­de con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, ac­queforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stam­patore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto è il­lustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio è un pittore di Ma­tera, era amico di Carlo Levi e Rocco Sco­tellaro. Di­pinge contadini, bambini che giocano, don­ne alle fi­nestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com’era­no una vol­ta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario cal­cinato, un reli­quiario profanato dai gechi e dalle or­tiche. Anche Guer­ricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Ma­te­ra e viaggia, va a Roma, viene a Milano, rac­conta aned­doti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghi­gni del suo mondo trapassato, della sua memo­ria.

Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ri­torno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi di­ce, con quel suo modo sottilmente ironico, scuo­tendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incor­niciano il bel viso ovale: «Non vai alla festa stasera?». Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il di­rettore di un quotidiano romano è venuto a Mi­lano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che è stata querelata da persone di cui parla in un libro. È venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell’editore una festa, con belle don­ne, bella gen­te. «Che peccato che tu non ci vada!» fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchio­line dentro. Francesca naturalmente vole­va alludere a quella volta, la prima e l’ultima, che an­dai in casa di questo editore, nel lontano ‘69, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M’ero portato ap­presso un mite e dimesso poeta ceco­slovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Mila­no. Si chiamava Vladimir… (il cognome lo taccio, non si sa mai… Anzi, si sa). Di lui non ho avuto più notizie, non so che fine abbia fatto. C’eravamo messi in un an­golo. Spesso Vla­dimir s’alzava, andava al buffet e tor­na­va con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano da­van­ti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la pa­drona di casa, la moglie dell’editore, levigata, luci­da, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli au­to­ri più venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: «Lei è sudamericano, signor Console?» «No» dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che suc­cesse il fattac­cio. Vladimir, oltre ad aver man­giato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l’alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir è cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo tra­ditore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Af­ferrò lo scultore per il petto, co­minciò a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lin­gua, insultandolo. Tut­ti accorsero, si ammassarono at­torno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a gua­dagnare la porta.

Il mio studio è una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono li­bri (dal balcone, giù in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimi­tero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, è il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul baùle di canne che fa da tavolino davanti al di­va­no-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accu­mu­la sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia preco­cemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai li­bri, ap­poggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, con­chi­glie… Sull’unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavo­lo di lavoro, ho appeso i “miei quadri”: un dise­gno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle gi­noc­chia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vi­ci­no ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con trat­ti di china e una sola in parte risparmiata, raccon,incol­lato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un arti­sta concettuale; due planimetrie secentesche, di Paler­mo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio Siciliae antiquae descriptio. Questo dei libri antichi strap­pati, dei libri bruciati, dei libri perduti è un fatto che mi osses­siona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un’antica biblioteca sot­terranea, for­se romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al mu­ro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di pren­der­li, di svolgerli, e quelli si dis­sol­vevano come ce­nere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si trat­ta di un sogno archetipico. Mah… Fatto è che mi appas­sio­nano i libri sui libri, sulle bi­blioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d’avventure, è Cacciatori di libri sepolti. Co­me in questo tardo pome­riggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Mila­no. A poco a poco non sento più il rumore delle mac­chine che sfrecciano sui Ba­stio­ni, mi allontano, viaggio per l’Asia Minore e l’Egitto, sprofondo in antichità oscu­re, indecifrate. M’immagino che nel futuro, fra cin­­quanta, cento o più anni, i biblio-archeologi non scave­ranno più sotto i tell[iv] alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stam­pata, alla ricerca del Libro. Quin­di è la volta di Ni­ni­ve, della biblioteca di Assur­banipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d’argilla incise dell’archivio di stato eblaita. Mi sembra di senti­re tutto il caldo del de­serto siriano, in viaggio tra Alep­po e Tell Mardikh. Su­gli scavi, il glottologo, lo scoprito­re della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d’intesa dietro le spalle dell’archeologo e dei suoi assi­stenti, mi conduce di na­scosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l’ombra di un muro ta­glia l’abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavi­men­to, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola bo­tola. Il glottologo alza la bo­tola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d’argilla. “Sono testi letterari” mi di­ce, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzle come una pagina di grande libro. “È un racconto,” dice “un bel­lissimo racconto scritto da un re narratore… Solo un re può narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di meta­fo­ra: egli vive, comanda, scrive e narra contemporanea­mente…” E punta l’indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cunei­forme e sta per cominciare a tradurmi…

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sen­to alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla por­ta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. È una frana, un terremoto. Si ammuc­chiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perqui­si­zione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: “Procura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto… in data… della Ti­gos...” «Lo conosco, quest’ordine, lo conosco…» dico bal­bet­tando. «Lo sappiamo» risponde quello. «E sap­piamo che tu scrivi, che narri di Milano… Mannaggia, ci mancano le prove!» e con la mano, scendendo le sca­le, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le tro­veranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, gri­do giù nella tromba delle scale: «Non è vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria…». Giù, in fon­do, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l’alto: «E la borraccia, ah, il libro di terracotta tovel’hai messo?».

La voce di Turi è subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi preci­pi­to al balcone e giù, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocità, con il loro lam­peggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sa­rà successo ancora, cosa sarà successo?!


[i] «Il Messaggero», 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, «Le Monde Diplomatique», luglio 1980; e spa­gno­la: Un día como tantos, «Le Monde Diplomatique», 1980. Lo stesso testo è ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Nove­cento, «I Meridiani», Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. An­co­ra in francese compare: Un jour comme les autres, «Échos d’Italie – écri­tu­res», [Université de Liège Les Éperonniers – Istituto Italiano di Cultu­ra di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto è infine ripub­bli­ca­to in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Me­ri­dia­ni», vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.

[ii] Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono ripre­se da 19831, 2001.

[iii] sàusa miffa: interiora di tonno salate; cubbàita: torrone di zucchero e sesamo.

[iv] tell: collina, collinetta.

Luigi Guerricchio

Nel centro della terra

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Nel centro della terra

“ Dove avete trovato Una storia cosi inverosimile?
Nel centro della terra, signore.

Questa l’epigrafe a  La ragazza del vicolo scuro  (Editori Riuniti, 1977) che l’autore, Mario La Cava, attribuisce a un anonimo calabrese.
Sgombrando subito il campo da quell’aggettivo ‘inverosimile’ che ci porterebbe lontano e di cui tanto s’è scritto – scritto  di cosa è verosimile e non nelle storie narrate, in letteratura, e ricordando fra tutte la dissertazione che ne fa Pirandello in appendice a un suo romanzo, quel che ci interessa qui è la frase ‘ nel centro della terra ‘. La quale, parafrasata, potrebbe suonare: ‘ nel cuore dell’umanità ‘, suono che è, lo sappiamo, fortemente sospetto ed esposto, quanto meno, alla taccia di retorico. Ma quant’è. E che ci serve per spiegare un nostro concetto su questo romanzo, sulla narrativa di Mario La Cava.
Esistevano fino a poco tempo fa –  e parliamo di venti, trent’anni addietro, prima cioè del grande terremoto di cui tutti sappiamo, quel terremoto che quanto stava sotto e sopra la crosta ha distrutto e portato allo stesso livello, reso uniforme – esistevano nel mondo, in questo nostro Paese, nel nostro Sud in Calabria, delle comunità, dei tessuti sociali, delle realtà umane che il tempo e la storia avevano profondamente stratificato e finemente tramato. Erano piccoli paesi che si chiamavano Acri, San Luca a Bovalino; si chiamavano Vizzini, Aci Trezza o Mineo. Non è Il caso di analizzare qui ancora una volta le ragioni per cui le realtà umane del nostro Sud fossero cosi stratificate, fossero cosi verticalmente incrostate e orizzontalmente compatte Fatto è che risultavano “singolari ‘, che avevano un loro parti colare modo d’essere, una loro particolare cultura.
Modo d’essere e cultura che facevano accendere l’interesse di ognuno per l’altro, di conoscere di ognuno la storia, le storie lui, della sua famiglia, dei suoi antenati ; di provare disprezzo per i suoi vizi o pietà per le sue sventure. Questo intrecciarsi o di Interessi, questa attenzione di ognuno per l’altro, l’odio o la compassione facevano crescere sempre più in sé quelle realtà, le chiudevano e, nello stesso tempo, sempre più le “ umanizzavano” (mettendo tra virgolette questo verbo). E allora era da qui, da questa attenzione e da questo interesse, che nasceva il racconto. Racconto orale, naturalmente. Era quello che veniva fatto nelle piazze, nel chiuso delle case, sulle aie e nelle botteghe. Più volte ripetuto, veniva modificato , levigato, portato alla sua cadenza al suo ritmo migliore e alla sua essenzialità. Era, questo, il racconto che sgorgava da quel “centro della terra “di cui dice l’anonimo calabrese, o dal “cuore dell’umanità “ di cui noi abbiamo detto e nel senso che abbiamo cercato di precisare. Racconto interrotto,storie, dove le generazioni si saldavano e facevano storia. Dove le prime sensazioni, le prime espressioni, la vita di una bambina di pochi anni,  Antonuzza,si saldano alla vita e alle esperienze di un maresciallo di novantasei anni che ha visto briganti, terremoti e colera. E cosi ci è chiaro perché,detto per inciso, Vittorini mise assieme in un unico volume dei Gettoni ‘ Dialoghi  con Antonuzza’ e ‘Le memorie del vecchio maresciallo’.
Ma, seguendo il nostro discorso, diciamo che La Cava appartiene alla razza di quei narratori orali, di quelli che ricevevano le storie e le trasmettevano. E chi conosce, del resto, lo scrittore fuori dalla pagina scritta, di persona, sa che a La Cava sempre il parlare si trasforma in racconto, prende il tono dell’affabulazione. Ma La Cava, è chiaro, al contrario di quei narratori orali ai quali per un verso appartiene, è anche scrittore. Il che vuol dire uscire da quelle realtà umane chiuse in se stesse verso l’universo, vuol dire dare significato a ciò che si racconta:  e vuol dire altro.
E’ scrittore, La Cava, ed è specificatamente romanziere. Venne subito conosciuto e da allora rimase famoso per i Caratteri: brevissimi racconti, annotazioni, moralità; in una parola, frammenti. Come frammentista quasi è stato etichettato, con quanto di epigono vociano aveva la definizione. O come pseudoframmentista, nel senso, questo, in cui venne usato da Giacomo Debe nedetti  a proposito di Tozzi del primo libro Intitolato “Bestie “… quel libro, in apparenza devoto alla moda e al gusto frammentistico, è viceversa Il libro di un vero narratore, che riesce a far passare attraverso quei  frammenti, il suo animus narrativo, il suo bisogno di narrare’. La stessa cosa si può dire per il la Cava dei Caratteri, ma non appoggiandosi soltanto ai mezzi della critica letteraria, ma anche alle date, alla storia. E’ uscito ora, quasi contemporaneamente a La ragazza del vicolo scuro, un altro romanzo di La Cava dal titolo Il matrimonio di Caterina, edito da Scheiwiller. E’ sorprendente il racconto di questo racconto che il La Cava fa in una lettera all’editore stampata come prefazione. Dice subito che Il matrimonio di Caterina è il suo primo racconto, che è stato scritto nel 1932 ( prima dunque dei Caratteri), quando egli aveva 24 anni, e che viene pubblicato oggi, dopo 45 anni. Sorprendente la freschezza, la modernità e, nel contempo, la classicità di questa  prima prova narrativa di Mario La Cava. Il matrimonio di Caterina, del 1932, per argomento e tematica è stranamente imparentato al romanzo di oggi, a La ragazza del vicolo scuro. Storia, nell’uno e l’altro, di una violenza, di una  illusione, di una amara e terribile delusione, di una sconfitta: su una donna, di una donna; Caterina in quel libro Elena in questo. Ma La ragazza del vicolo più complesso e articolato dell’altro, più che in chiave esistenziale, in chiave di fatale sconfitta verghiana (Elena la fanciulla protagonista, ha la dignità e la nobiltà dell’offesa e nel dolore di una Nedda o Mena), può essere letto in chiave storicistica, meridionalistica come una metafora della sconfitta del Meridione, del fallimento – ormai crediamo definitivo, dato il fallimento generale di oggi – della soluzione del problema meridionale. E tutti gli elementi della vicenda concorrono a farci leggere in questa metafora il libro: Il vicolo irrimediabilmente senza luce e pieno di cocci di bottiglia dove i bimbi giocando si tagliano i tendini; la condizione di Sebastiano, padre di Elena,ultimo lavoratore della terra, privo di coscienza di classe disponibile per il padrone fino all’ultimo residuo di forze; che affoga nel vino la fatica la pena; la prima esperienza di sfruttata di Elena Nella casa della maestra Bononio, fascista, paranoica e ambigua; La seconda, in casa del segretario Giuffone, piccolo borghese fascista e corrotto, e della sua famiglia, avida, volgare  e violenta; e l’amore di Giulio, l’italo-americano, l’illusione del matrimonio con questo e la speranza di uscire definitivamente da una condizione di povertà e di umiliazione. E poi il viaggio  Roma, alla stazione di Roma, appena nell’anticamera di questa città – simbolo, la scomparsa vigliacca  di Giulio e Il ritorno in paese di Elena, nella casa del vicolo scuro, che Giulio l’americano e i suoi dollari non avrebbero potuto non unirsi una a quella classe – ossatura del fascismo, la classe della maestra Bononio e del segretario Giuffone, che, caduto il fascismo e passata la guerra, sarebbe stata, oltre che scheletro, anche polpa e sangue del nuovo regime. Ed Elena, che aveva preso una prima volta e inutilmente, il treno per Roma, dove sta il governo e si decidono le sorti (e quali sorti oggi lo sappiamo tutti, al Sud e al Nord), Elena prenderà una seconda volta il treno per trasferirsi alla periferia di Milano o di Stoccarda.
Il terremoto livellatore di cui dicevamo ha portato in superficie dunque i centri della terra da cui venivano fuori le storie, i racconti. Altro verrà da questa superficie uniforme o  è già venuto, non sappiamo se di meglio o di peggio, certo di diverso. E intanto, mentre qui rendiamo omaggio a un narratore vero e di razza come  Mario La Cava, ci sembra di compiere un rito, sia pure familiarmente, sia pure dimessamente, di una fede che appartiene al passato.
Vincenzo Consolo
estratto dal n.340 della rivista Paragone/ Letteratura
Giugno 1978  Sansoni Editore Firenze

 

Saggio introduttivo per il libro “Gli Arabi paesani, inchiesta sui giovani di oggi.

“Per la nostra Sicilia invoco una vera solidarietà regionale, una concordia sacra, una pace feconda e operosa. Giustizia per la Sicilia! Tregua di Dio per la Sicilia!” declamava alla prima seduta dell’Assemblea regionale il presidente (per anzianità) Francesco Paolo Lo Presti. A Palermo, nel pomeriggio di domenica 25 maggio 1947. Nel- la sala detta d’Ercole per gli affreschi alle pareti d’un Velasquez che raccontano le fatiche del semidio enfio di coraggio e di muscoli di quel palazzo che era stato sede di emiri, di re e viceré, i novanta deputati erano disposti secondo gli schieramenti politici: a sinistra i comunisti e i socialisti del Blocco del popolo, i saragattiani e i repubblicani, al centro democristiani e separatisti; a destra monarchici, liberali e qualunquisti. Tra di essi, i protagonisti della infuocata battaglia politica che aveva preceduto le elezioni del 20 aprile: Li Causi, Colajanni, Finocchiaro Aprile, Alessi, Aldisio, Alliata… E in prima fila, al centro, tra le autorità, quel cardinale Ernesto Ruffini che implorerà “di cuore sul nuovo Parlamento siciliano l’abbondanza delle celesti benedizioni». (Una travolgente abbondanza di voti, di potere e di vantaggi s’abbatterà di lì a poco solo su quel gruppo democristiano che col cardinal Ruffini intreccerà unita d’ intenti e di voleri), Cosa voleva dire quella implorata “concordia sacra” “tregua di Dio” del presidente Lo Presti? Era che sala d’ Ercole, tra gli scranni, un profondo fossato era aperto, tra la sinistra e il resto degli schieramenti, un fossato entro cui scorreva la paura del centro e della destra per i seicentomila voti ottenuti dal Blocco del popolo. Paura che alcuni avevano cercato di fugare armando la mano d’un bandito, Giuliano, contro gli inermi lavoratori festeggianti il I° maggio a Portella delle Ginestre. «N’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e cerano bambini), come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò riversi sulle pietre una rosa maligna/nel petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto. La pezza s’inzuppò e rosso sopra rosso è un’illusione, ancora un’illusione. Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: – Femmine, che sono ‘sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca? Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina per quella manica di morti che verranno appresso!” Ora il sangue delle undici vittime e dei feriti di Portella rigava quel fossato, ancora a demarcare, ancora a dividere le due Sicilie di sempre: quella proletaria dei contadini e dei braccianti e l’altra dei principi, dei sedara, dei gabelloti, dei campieri, dei mandanti e dei sicari. Sono, questi ultimi, i siciliani che si sentono eredi della storia illustre dell’Isola, che ne difendono l’antica civiltà e l’onore, sono questi che si riconosceranno nei “perfetti dei? del Gattopardo: d’un olimpo disumano, violento e sopraffattore, mafioso e “democristiano”. E mettiamo democristiano tra virgolette volendo dire che, messa da parte la componente popolare e sociale di quel partito, prevalendo l’altra, quella borghese delle clientele e delle cosche, niente ci sembra più siciliano del partito democristiano (come niente è stato in origine più padano, più lombardo del fascismo agrario e cattolico), di pratica politica cioè intesa in senso familiare e tribale, in senso mafioso e clientelare. Trent’anni sono passati da quel 25 maggio del ’47. Cosa è successo da allora lo sappiamo. Quella Sicilia di là dal fossato, la Sicilia che, dopo ottant’anni di unità sabauda, per non parlare di prima, dopo i vent’anni di fascismo con gli ultimi quattro anni di guerra, accesasi per l’ultima volta nella speranza di una nuova storia, di fare essa la nuova storia dell’Isola, è costretta a emigrare, a spargersi per l’Italia e l’Europa. E non erano, questi siciliani dell’emigrazione, solo contadini e braccianti, erano anche intellettuali. Restava nell’Isola, sequestrata dal potere, stretta nella morsa della promessa del favore e del ricatto, quella classe intermedia che riempiva uffici, riceveva assistenza, sovvenzioni, emolumenti. E in quei contadini e in quegli intellettuali emigrati, oltre la rabbia, era sempre dentro la speranza che nell’Isola prima o dopo qualcosa potesse cambiare, che prima o dopo fosse possibile il ritorno. Anche uno scrittore come Vittorini, che sempre respinse l’idea-sentimento di una patria-Sicilia, creandosi una dimensione ideologico-poetica di Sicilia-Lombardia, anche il Vittorini delle “‘tensioni” europee, nutrì per un momento la speranza di un cambia- mento. Si era intorno al ’50, e lo scrittore degli astratti furori di Conversazione, del notturno viaggio nel dolore e nella rassegnazione, tornato in Sicilia, assiste al grande movimento per la scoperta del petrolio: erano gli anni di Gela e di Mattei. Rapportò, o innestò, questa speranza dell’Isola a quella del Nord per l’industria “umana” e olivettiana, la speranza della nascita di una nuova società. Scrisse allora Le città del mondo, libro diurno e di grande movimento, di personaggi in lingua dalle rassegnazione dalle stasi di camionisti per le strade, di contadini a cavallo convergenti in una valle per una grande assemblea) Hai, quando la poesia si fa illusione e utopia, quando la storia taglia il filo che l’aggancia alla realtà. Nel maggio di quest’anno si è celebrato il trentennale dell’Autonomia siciliana. In quella sala d’Ercole del palazzo dei Normanni, accanto a Pancrazio De Pasquale, il primo, dopo trent’anni, presidente comunista del ‘Assemblea, cerano Andreotti, Ingrao e Murmura (quest’ultimo in rappresentanza di Fanfani). Ha parlato De Pasquale, ha risposto Andreotti, e da una parte c’era la richiesta di attuazione completa dello statuto e dall’altra la promessa, data la convinzione che è proprio dal rilancio della autonomia locale che può e deve scaturire a livello civile, culturale, umano il primo elemento di ricomposizione della società? e data la speranza che “dal Meridione e dalla Sicilia potrebbe emergere oggi, invertendo l’itinerario del secolo scorso, la riaggregazione a più alto livello dell’attuale società nazionale tanto turbata”. Il clima di ricorrenza e di celebrazione, chiaro, permette di eludere le analisi, i processi e le imputazioni, ché allora ci sarebbe stato davvero da sghignazzare, se non da gridare, alle parole di un presidente del Consiglio di quel partito della maggioranza che da trent’anni detiene il potere nel Paese, responsabile quindi delle condizioni di oggi della Sicilia, del Meridione, che appunta le speranze nelle autonomie locali di una ricomposizione- a livello, civile, culturale, umano della nostra società disgregata, di un nuovo risorgimento nazionale che parta dal Sud. E solo quest’ironia allora ci permettiamo menti avvertiti come siamo in fatto di risorgi i chi è che lascia oggi Pisacane per Cavour e i Savoia? Chi baratta la rivoluzione per il risorgimento, chi sono oggi questi nuovi Garibaldi del Sud? Intanto, quel fossato apertosi tra i banchi di sala d’Ercole, quello rigato di sangue, di cui si parlava all’inizio di questo scritto, è stato riempito. Il I° maggio di quest’anno s’è anche commemorata per la prima volta all’Assemblea regionale la strage di Portella delle Ginestre. Un’altra commemorazione a Piana degli Albanesi, sul luogo della strage, l’hanno fatta i sindacati unitari. Ma domenica 5 giugno a Palermo, mentre Pajetta commemorava da una parte Girolamo Li Causi, il grande capitano delle lotte del ’47, dall’altra parte il Centro Siciliano di documentazione svolgeva un convegno di studi sul tema: 1947- 1977. Portella delle Ginestre: una strage per il centrismo”: una controcelebrazione del trentennale? E in questo nostro paese di telegrammi ufficiali, di lacrime di coccodrillo, di corone di fiori di commemorazioni, di controcelebrazioni ce n’è gran bisogno: bisogno di analisi, di processi e di imputazioni. Cosa sappiamo, intanto, della Sicilia, del Meridione, dopo questi trenta anni di malgoverno, cosa sappiamo delle condizioni in cui sono state lasciate queste terre “di rapina”? Abbiamo avuto notizie solo di altre stragi, di sindacalisti ammazzati, di sciagure naturali che scoperchiavano altre e millenarie sciagure storiche, di mafia, di rapine, di corruzioni, di speculazioni, di intrighi e di compromissioni della classe dirigente: vasta è la letteratura a riguardo, e spesso romanzata fino al folklore, fino all’amenità, fino a perdere forza di verità, forza di denunzia. Ma dei siciliani che nell’Isola sono rimasti, dei loro mutamenti sociali e politici in questi anni poco sappiamo. La letteratura, a riguardo, crediamo che sia inesistente Ci sovviene soltanto qualche meritoria inchiesta giornalistica, come quella per esempio di Mario Farinella raccolta in volume sotto il titolo di “Profonda Sicilia”, una ricognizione per l’Isola sul finire degli anni ’60. E dei giovani meridionali, dei giovani siciliani di questa fine degli anni settanta, cosa sappiamo? Di questi, di cui non si può dire ormai che siano una generazione, ma una classe (una situazione esistenziale che è immediatamente storica Ed è allora, per questo che loro, i ragazzi, hanno sentito il bisogno di rivendiate, tra le altre cose, il principio che il personale è politico?): per l’emarginazione. il cui li abbiamo spinti, noi, i loro padri, per il deserto di valori in cui li costringiamo a vivere; por le varie crisi che gli abbiamo apparecchiato; per la distruzione di speranze, per le lande senza orizzonti in cui li abbiamo relegati, spogli di cultura e identità. Fino a poco tempo fa, dire giovani, dire siciliani, calabresi o lucani, appariva subito una definizione astratta se non qualunquistica, priva com’era di una distinzione di classe. Dire oggi giovani o giovani siciliani non è più sospettabile. Anzi. In questi, nei giovani siciliani, o giovani calabresi o giovani pugliesi, c’è già una doppia connotazione storica: in quanto giovani e in quanto meridionali. Di una storia che non è più uguale a quella delle generazioni precedenti. Tra queste ultime (del subito dopo- guerra, degli anni cinquanta o sessanta, del sessantotto o del dopo sessantotto) e le generazioni di questa fine degli anni settanta, sembra che dei terremoti siano avvenuti, a scavare abissi, voragini, a creare profondi mutamenti. A decifrare i quali non servono più i metri conosciuti e praticati sin qui. Quali nuovi metri allora si usano? Le sofisticate e asettiche analisi di laboratorio su campionature o cavie che gli scienziati, antropologi e sociologi, praticano con quel distacco e quella iattante autorevolezza che a noi – col rischio di apparire corrivi o vecchi umanisti superati – tanno nascere il dubbio di verità o deduzioni sospette perchè nate da quella scientificità “‘pura che è già ‘”socialdemocratica”; quando non risultano, queste analisi nel chiuso del laboratorio, immediatamente superate dallo svolgersi e radicalmente rivolgersi della realtà esterna. E allora preferiamo la vecchia, esposta. non-scientifica, non-rigorosa, ma “calda” e reale inchiesta giornalistica. E preferiamo anche la pratica di una realtà umana come quella giovanile (e spero che i lettori di questo scritto non siano portati a facili e offensive alla loro stessa intelligenza – battute cosiddette di spirito) di un poeta come Pasolini che lo portava a dolorose constatazioni, a inquietanti profezie. Ecco dunque un’inchiesta giornalistica sui giovani della provincia siciliana, questa di Giuseppe Corsentino: fra le prime e quindi preziosa; profonda, perchè di una realtà scovata in angolo bui e da anni dimenticati. Questa realtà giovanile della provincia siciliana è sconcertante. Per noi, lettori di vecchie letterature e vecchie inchieste sulla Sicilia, dove le classi separate davano un quadro dialetti- co e storicistico (gli zolfatari e i padroni di miniere, i contadini occupanti le terre incolte e i baroni e campieri, le speculazioni edilizie e le stragi a scoppi di tritolo e colpi di lupara, i cortili di Palermo e gli sprechi messi in luce da Dolci, le parole che erano pietre delle madri dei sindacalisti uccisi dalla mafia riportate da Levi, la fame dei bambini e i bottoni nella loro minestra, i salinari e il potere che si ricostituiva nel dopoguerra come ce li ha fatti vedere lo Sciascia de “Le parrocchie di Regalpetra”…), questo quadro di oggi della Sicilia dei giovani ci appare inedito (come inedito deve essere il quadro della realtà giovanile del resto delle regioni meridionali) non più dialettico, intanto, ma univoco, omologo, come oggi si dice. Di giovani quasi tutti appartenenti ormai (qualsiasi sia la loro origine) a una piccola borghesia vittima e disastrata dal consumismo (l’edonismo americano), di merci e di ideologie, disorientati e ondeggianti tra atteggiamenti di riporto di freakettonismo o indianismo paesano o triste e consapevole acquiescenza al vecchio ricatto e alla vecchia soggezione clientelare. Dall’altra parte, gli adulti, i vecchi, di fronte a questi giovani disorientati e disarmati, residui della risacca sessantottesca, “‘scollati” da qualsiasi organizzazione politica, instaurano vecchie controriforme, vecchie ipocrisie, vecchi vizii provinciali e bacchettonismi. Così è a Trapani a Sciacca, ad Agrigento, a Mazara, a Caltanissetta, a Castelvetrano, alienata e miracolata racina Canicattì, allo squallido deserto periferico di Gela… Qualcosa di diverso, di muovo, si nota noi giovani della Valle del Belice, dove il terremoto ha anche sconquassato le vecchie divisioni, le vecchie classi producendo, a prezzo di tanto dolore, uguaglianza e unità di impegno e di lotta. Siamo partiti da lontano: dalla Sicilia del 47. Questa è la Sicilia di oggi. Ma è anche il Meridione di oggi. Di questo Meridione che si è voluto cacciare dalle campagne e dai paesi, lo si è portato nelle fabbriche del Nord in nome della dea industria, che lo si è eletto a terra di conquista per i consumi, che si è spogliato di cultura e di identità. Oggi che quella divinità industriale dai piedi di argilla è crollata, c’è il marasma e lo smarrimento, nei giovani, soprattutto, i più fragili e vulnerabili. Per essi, la unica novità è la recente legge per l’avviamento al lavoro, e quale? In essi, intanto, c’ è il desiderio di un ritorno alla campagna: ci sono le rioccupazioni delle terre come negli anni ’50, si formano le comuni agricole, le cooperative. E questo significa che c’è nei giovani, oltre a una volontà di una vita diversa, anche il bisogno della ricerca di una cultura più “umana” di una identità più vera e più solida. Il governo, le forze economiche nazionali e non, terranno conto di questo loro bisogno?

VINCENZO CONSOLO  Milano, 26 agosto 1977


I paraventi

Ora i vani son vuoti, vuoti gli spazi, deserta s’è fatta la scena. La festa al culmine, all’equilibrio ultimo e perfetto di danzatrice con vaso sui capelli, s’è dissolta nell’alba atomizzata di lapilli cenere coriandoli cialdine. Memoria di splendente festa che a momenti s’incurva, flette, serpeggia, precipita in demente carnevale, baccanale, sosta in gore d’orrore, ringorghi d’estasi, bestiali mutamenti, estatiche violenze, tremiti urla eccessi, isterici godimenti. Festa assoluta e senza opposti, signora del linguaggio, mimesi e parodia d’estenuazioni andate, d’inquietanti armonie liturgiche praghesi o viennesi (oh L’accomplissement, oh Poissons rouges di Klimt, e Salomé e L’apparition di Moreau! — « Dans l’odeur perverse des parfumes, dans l’atmosphère surchauffée de cette église, Salomé, …tenant, à la hauteur du visage, un grand lotus, s’avance lentement sur les pointes… » — (1) oh Angoisse di Munch!). Ora nel vuoto della luce spenta, nel fumo dolce e grasso dei forni, nella spessa pioggia caustica di Hiroshima o di Pompei, nel terrore sospeso fatto intenso dalla fuga e dall’assenza (- Dove sono? Morti o dietro questi veli? -), resta l’evidenza sicura di cuscini maculati su divani, canapé di marmo, pelli e velli di rettili e felini penduli da ganci, tartarughe e smalti, cassate d’arsenico e di acidi, infedeli mappamondi d’operetta, gale di taffettà, scatole infiocchettate, astucci, recipienti, aperte custodie di residui d’essenze di canfore d’aria di niente, stralucenti conchiglie simboli mallarméani d’impotenza: straripante resoconto d’allucinazioni, precisi dettagli d’una scena, spesso riflessi da crudeli specchi a generare smarrimenti, dubbi, frantumare certezze in ipotesi infinite. E tra spiragli di quinte o su fondali distesi è poco diverso. Nello scarto daltonico l’inganno è doppio, doppia la morte della donna vegetale e della palma carnale, doppia l’insidia della bandiera e dell’albero, l’orrore moltiplicato del ficus onnivoro, l’illusione dell’arcobaleno, vessillo sulla torre più alta d’un’Orano appestata. Perchè qui tutto è dipinto. E dipinti sono gli obliqui paraventi. Dipinti sopra paraventi. E cos’è infine un paravento? Quattro assi e una tela: un quadro. Vi si possono inchiodare cerniere a formare dittici trittici polittici… E ruote, e farli scivolare sul parquet, sul palcoscenico.

Lo scenario:
Sarà costituito da una serie di paraventi sui quali, oggetti o paesaggi, saranno dipinti. Essi dovranno essere spostati in rigoroso silenzio… Vicino al paravento dovrà sempre esserci almeno un oggetto reale (una carriola, un secchio, una bicicletta, ecc.) destinato a contrapporre la propria realtà agli oggetti disegnati. (2) Paraventi a separare vita e morte, bene e male, realtà e apparenza. Mustafà – Per vederti, vengo fin dalle miniere di fosfato. Ti vedo, ed è a te che credo. Warda – Tu vedi le mie toelette. Sotto, non c’è gran che… Mustafà – Se ci fosse la morte… Warda – C’è. Tranquillamente al lavoro. (2)

Ma qui, su questi paraventi che per noi si dispiegano, su cui sono dipinti inclinati paraventi, cieli disfatti, cumuli di vani oggetti in precipizio, cornici senza tela, falene imbalsamate, bistrata maschera d’angelo con tavolozze ad ali, qui è della Pittura che si parla. E si parl della cultura, e della storia. L’uomo, di fronte alla tela stesa sopra quattro assi, di fronte a questo nostro paravento, a questo simbolo sontuoso e in sfacelo, turbat intinge il pennello negli olii grassi e preziosi e, con la sapienza dei signori del linguaggio, in una parodia terribile dell’estrema bellezza e dell’estrema eleganza, intacca, corrompe, disgrega, perpetra l’assassinio. E così si varca, tutti, il velo del paravento. Tranne il pazzo: creatura refrattaria alla morte perchè innocente. Ma al di qua è anche la realtà immediata, la carriola, il secchio, la bicicletta; al di qua è l’umanità non contaminata, priva di linguaggio, quella della carta e dell’inchiostro, del segno umile e netto, l’umanità dei disegni dentro cui il pittore avvolge la speranza.

Vincenzo Consolo (1) Huysmans, « A rebours ». (2) Genet, « Les paravents ». Milano, dicembre 1976.

Guida alla città pomposa


… T’avvolge improvvisa voluta di brezza di mare di monte, si fonde all’alga marcita la palma, poseidonia a ginepro fenicio e l’euforbia l’eringio il pino d’Aleppo esposti sui poggi del monte dimora al romito mai visto, pellegrino di grotte di tane, alla furia dei venti, brezza che fiori accarezza spessi d’effluvi di Cipro, spere di conca avvolte nell’oro: allora ti trovi alla balza su cui si erge la reggia.

i Oh excelso muro, oh torres coronadas
de honor, de majestad, de gallardia!’


Sei giunto dai sobborghi o dal Monte Reale per l’arco di porta dai giganti custodi reggenti la loggia, il belvedere a piramide a smalti e banderuola di latta (vi scorre ai piedi il ruscello, la vena sfuggita dal Nilo, che porta radici larve papiri caimani mostri impensati che il raggio di fuoco suscitò dalla coltre di limo ferace — il principe folle o burlone pietrificò nella villa que’ mostri e altri ne aggiunse, una folla, sognati o pure intravisti alle corti alle feste d’un gran carnevale). E varchi il portale dal timpano rotto in cui si spiegano gli stemmi le armi. Nel chiostro digrada un chiarore filtrato da lucernari di lino, per squarci di cielo turchese di cumuli cirri ammassi di nubi in cammino – sfreccia delle tempeste l’uccello, l’airone migrante, il solitario passero e quello maltese.

Luce in prigione che indugia in labirinti di pietra, losanghe dorsi di selci incastrate, s’ammassa, esita alle colonne, agli archi, ai doppi loggiati, agli scaloni a vite, a rampe, scivola sopra mura scialbate, cilestrine lesene. Sale dalle segrete il rumore dei ferri, dei cavalli il passo, il cigolio di carrozze da viali, cortili dietro cortili, di sedie volanti, da giardini pensili ai bastioni cinguettare d’uccelli, rari del paradiso, de’ tropici, il pavone, l’avvolgersi vischioso di pendule radici, grommose. Passi per gallerie, anditi, ambulacri, ponti, sospese logge, ai vestiboli esiti, alle soglie (il Grande, l’Infanta, l’Antenata Spagnola, il Condottiero da sogno, da parete dipinta ti viene): non badare alla guardia tronfia, al mercenario in brache festose, al buffone che nasconde i sonagli con lucerna spaccona, a pennacchio. Odi, se vuoi, nel tempo sospeso, il bisbiglio di preci per grate, fessure, bussole schiuse d’oratori segreti, cappelle murate, delle fruste gli schiocchi, flagelli, i lamenti, le canzoni dell’anima:

En una noche oscura
Con ansias en amores inflamada… 2


Da vani diversi, dietro tende, cortine scarlatte, indovini l’alcova, la mano che indugia, carezza, il pannello d’avorio cinese che scorre e dispiega la scena, licenze… (la sposa del capitano partito per terre conquise s’arrese all’amore d’un giovane a corte; e l’altra – ma qualcuno assicura che la linea del corpo, la pelle riflessa allo specchio appartiene comunque alla stessa velata — fanciulla tenera, fu tolta a un padre in prigione, battiloro ribelle, agitatore, per risveglio di sensi, voglie incrostate di vecchi togati, prelati). Altrove è la forza, alla sala del dio provato da immani fatiche, la schiena le braccia a fasci rigonfi, a fibre nodose. Ma viene il momento: ti trovi al cospetto di vicerè in teoria spiegati, lungo pareti, in effigie, tra bande di onice nero e fastigi, sovrapporte di stucco, imperi di gesso; e l’altro – non sai se vero o dipinto in sostituzione d’un altro – in damasco dorato a garofani a gigli, in seta cangiante, e sboffi di trine, la gorgia che regge un volto di buio (ride o ira tremenda lo scuote?), assiso sul trono: “Maestà Seconda, Quasi Signore, Rappresentante Eccelso, Somma Autorità dopo Qualcuno, Sovrano Limitato, mio Vicerè” dirai piegando un sol ginocchio, mezza la testa e l’altra tieni alta: bada, pensa: sul trono avuto in prestito l’uomo senza volto non conosce il sorriso, il gesto largo, sereno della magnanimità; incrina la sua vita l’astio, l’orgoglio offeso, il pensiero costante d’un potere delegato, d’una grande sicurezza dipendente.

Ora è la volta della discesa, lasciando a mano dritta la macchina trionfale di Filippo, la Soledad, le cupole di sangue tra grappoli di datteri, pompelmi, viticci attorcigliati a le colonne, all’arco di ferro sopra il pozzo. La volta di pietre d’oro, d’ametiste, topazi affumicati, intrecci, geometrie affollate, ricami d’arenaria, rabeschi d’una grande moschea profanata. Vi dimora un cardinale che affonda in bambagie, mollezze porporine e dispiega in riccioli, in volute, in ventagli sfaldati effluvi d’incensi grassi, acide essenze, malsani fermenti. I servi, i paggi corrotti, in fronzoli, in gale, a farandola intorno, e il monaco accanto che regge lo stendardo dell’ulivo e del cane – Misericordia et Iustitia — arrossano i bagliori di roghi notturni sopra la piazza, moltiplicati da cristalli, bocce, vetri piombati. Allora muovi il passo, affrettati allo spazio circolare, al centro da cui partono i quattro punti del mondo. Quattro fontane scrosciano: viene Primavera con Carlo Imperatore e la vergine Cristina; Estate giunge con Filippo e la Ninfa fatta santa; al volger d’Autunno l’altro Filippo e l’Oliva santa; chiude Inverno con Filippo Terzo e la Vergine che tiene sopra il palmo la mammella. Tinvestono quattro venti e quattro canti.

Procedi dunque per la via che si sperde alla Porta Felice – passano le galee, i velieri sul fondale del mare; sosta, riposa alla fresca d’acque fontana teatrale: Orfeo danza, Ercole coi Fiumi i Tritoni le Ninfe, e il Genio della Città, sopra lo stelo di putti di conche di tazze, spande largisce dona in cornucopia canestro festone di frutta, l’albicocca la pera il melograno dischiuso… E guarda, osserva le quinte di pietra: scorgi le scale i portali le grate panciute i balconi pomposi di chiese conventi pretori; contro il cielo cobalto e trionfi di nubi i transetti, i contrafforti a volute, le aeree cupole come orci iridati, maioliche azzurre, splendenti. Il convento ti dona alla ruota l’agnello trafitto, i grappoli d’uva dorata, i trionfi di gola, le frutte di mandoria, cesti canestri nature morte dipinte; e la chiesa, la chiesa il fresco di nave, lo sfavillio, l’abbaglio degli occhi: scansa gl’intarsi catturanti, a mischio tramischio, stàccati dalle spire di colonne a torciglioni, le Allegorie, le cantorie, i coretti, volgi in alto, in alto lo sguardo: vedi i cieli, delle cupole le apoteosi, le glorie, i trionfi sopra balaustre da cui s’affaccia la pavoncella, la lira, il caprifoglio franante; e il Senato poi dispiega sopra i cieli le profane imprese, i Governi, le Giustizie, le Battaglie: cavalli bianchi s’impennano, galoppano tra nuvole, si rovescia il carro, si cozzano le lance; brillano le bocche da fuoco portatili, colpiscono una folla d’affamati…

1 Luis de Góngora: “Sonetti funebri”
2 Juan de la Cruz: “Poesie” Milano, novembre 1974



Incisioni di Mario Bardi

Nottetempo, casa per casa

Sì, che bisogna scappare, nascondersi. Che bisogna attendere, attendere fermi, immobili, pietrificati.

A cerchi, ad ellissi, avanzano, ad onde avvolgenti, nella notte isterica, le trombe stridule. II respiro, mòzzalo. Sfiorano
a parabola – lacera la curva le libre – declinano, a corno svaniscono, schiere di cherubini opachi («Toh, sfaccime, toh!.,.»), le bùccine d’acciaio, feroci.

Sul blu’ in diagonale, in vortice di dramma, le mani tra i capelli sulle guance, virano, cabrano, picchiano, occhi a fessura,

piccole animelle colombine, agli Scrovegni. Aggelati nel Giudizio, fermi nel cerchio d’oro della testa… << Per San Michele, tu dal nulla generi la colpa!».

E qui, in questa muffa d’angolo… Che vengano, vengano ad orde sferraglianti, con sirene lame della notte. Perchè il silenzio, la pausa ti morde.

Chi sparse quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce. <<…La rabbia resa spietata da una

lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il tirnor di mancare a un’aspettativa generale…; il tirnor fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono state issate le colonne dell’infamia. Ma tu aspetta, fa’ piano. Deponi le mutrie, gli orpelli, i giochi insensati d’ogni giorno, lascia scolare nelle fogne la miseria, concentra la tua mente: sii uomo per un attimo.

Poggia il tuo piede qui, su questa tela, entra, fissa la scena: in questo spazio invaso dalla notte troverai i passaggi, le fughe. Esci, esci, se puoi, dalla maledizione della colpa, senti: il rantolo tremendo si snoda dal corpo in prospettiva, mantegnesco. L’uomo è caduto su punte di cristallo.

Mart! Cam t’affuoddi stumatin

Chi t’arcuogghi u garafu ‘ntra u sa giggh! (1)

Le buro-barecrazie innalzano poi barriere, muri, labirinti. E dalle pietre del forte, stella di terrore, il soave mattaccino murato vivo (hanno fermato il piede che disegna per l’aria libere buffe spirali) urla nella notte: <<.,,Questa  nostra lenta agonia che è già morte civile… ». E l’urlo rimbalza di casa in casa, per scaloni di porfido, cortine di damasco, su per ciscranne, podi, teche opalescenti.
«Che si laccia tacere!» gridano, alzando sulle teste manti, pluviali,

cappe, palandre d’ermellino.

Ma vi fu un tempo idillii. Tempo d’arie e d’acque, di erbe e d’animali, di baite romite, masi. Luce in ritmi, equilibri, scomposizioni, essenze: vuoto bianco e schiene di purezza, braccia. Cattedrali d’aria vagano per luci di granato, smeraldine, martire impalato e fraticello matto invetrati (…per sora acqua e frate sole…), illusioni a suoni flautati di canne gotiche e ghirigorì barocchi di fumi orientali. Tempo di tessere smaltate, di giochi bizantini, veloci impasti,

guizzicromie su fresche scialbature, segni, graffi su mollezze caglianti.

E tempo di maestri. Punto e linea, luce ferma. Oltre la greppia euclidea, fughe, profondità, aggetti.

Del chierico diafano non t’inganni la sua luce di febbre: il sacco copre croste, piaghe, sozzure, orgogli. Schizofrenia gli cela il flusso degli eventi, condizioni coatte. Estraneo alla dimora della famiglia dei polli.

ln stie sotterranee, tra fumi d’arsenico e scoli di cianuro, per il mio e il tuo, beccano il vuoto tondo dilatato ebete occhio, segano vene, tendini, polpe. In ciclo di crusca e sterco, crusca e sterco. Sfiora il tao ventre ora, dallo sterno al punto del cordone, con dita ferme: senti la stimma del tuo gastrosegato, la tacca per la fuga della bile. E qui, dove le fughe? In pesi squilibrati di colori, in dissonanze, chiusure dimensionali. In trittici distorti ti rifiuto la tua crusca e il mio sterco. A te, dalla razza degli angeli!

Ma all’estremo della notte, già le orde picchiano alle porte, sgangherano e scardinano con calci chiodati, lasciano croci di gesso su bussole e portelli.

Viene fuori l’eretico, prendetelo! Caricatelo di catene e mùffole, di torcia, di mitra e sambenito, stringetegli al collo la corda di ginestra.

E nell’immensa piazza, grida il capitano: «Vivo abrugiato, le sue ceneri al vento siano sparse ».

Vincenzo Consolo

(1) «Morte! Come t’affolli stamattina – A coglierti il garofano dal suo calice!».
postille al margine “nasce 1971 in Il sorriso pa,103-105 cap. VII-1976 modificato”
dal catalogo della mostra di Luciano Gussoni
Villa Reale di Monza 10 novembre – 30 novembre 1971


Barecrazie 71
Volo da una finestra 1°
Luciano Gussoni

CONVERSAZIONE CON SCIASCIA OVVERO IL VIZIO SEGRETO DI SCRIVERE… E LEGGERE

Un giorno d’inverno in libreria a Milano

di VINCENZO CONSOLO*
18 gennaio 1969

Ama molto camminare a piedi. Dal suo solito albergo vicino la stazione scendiamo verso il centro. Alla Libreria Internazionale Cavour facciamo il giro delle tre vetrine cariche di libri. Libri, libri. Ed essendo periodo di «strenne», vi sono vecchi titoli ristampati e riproposti in nuove e lussuose confezioni come fossero panettoni raffermi rinforzati, scatole di dolci scadenti in involucri preziosi e accattivanti. Libri sui vini, sulle automobili, sui fiori, guide gastronomiche, guide ai piaceri di Londra e di New York, guide al raggiungimento delle perfette intese sessuali. Proseguiamo per via Manzoni. Parliamo dello scrivere e del non scrivere.
«Che fai, lavori, Leonardo?».
«Vorrei scrivere tre o quattro cose ancora, prima di smettere (o di morire: ma spero di arrivare a smettere per avere il tempo di prepararmi a morire). Ma c’è qualcosa nell’aria che, si direbbe a Napoli, ti fa cadere la penna di mano; e in Sicilia specialmente. Scrivere è ora una lotta non solo con la realtà ma con me stesso. Forse il successo che i miei libri hanno avuto, mentre le condizioni della Sicilia peggiorano al punto che poco più è morte, ha creato in me uno stato d’animo che somiglia alla vergogna e al rimorso. Avendo concepito lo scrivere come azione, sconfitto nell’azione sento come una forma d’irrisione il successo in “letteratura”. Ma scrivere è la mia vocazione e il mio mestiere: e continuerò a scrivere anche se tutte le ragioni per cui ho scritto ora si rivoltano a non farmi scrivere». Alla Libreria Einaudi, in Galleria, il direttore Aldrovandi ci accoglie come vecchi amici. Ci chiede di Attilio. Attilio Mangano è un giovane siciliano di Palermo che, avendo fatto una interessante tesi su Vittorini, era stato chiamato da Einaudi e messo qui, in libreria, a fare il commesso. Un giorno – fui spettatore – entrarono nel negozio due ragazze e chiesero ad Attilio ventidue romanzi che fossero divertenti, un po’ «spinti» senza essere «eccitanti». Aiutai Attilio a scegliere i titoli. «Scusate. Per chi servono?».
«Per una squadra di calcio in ritiro. Gli undici giocatori e le riserve».
Attilio lasciò la libreria e tornò in Sicilia. Ora è di nuovo qui a Milano e insegna in un ginnasio.
Entrano giovani barbuti e con mantelli, ragazze con lunghissimi cappotti e occhialoni alla clown, e chiedono Marcuse e le opere del «Che», la «Monthly Review» e i «Quaderni Piacentini». Ma entrano anche persone, meno giovani, che chiedono «tutto Pavese», Le confessioni di Nat Turner e A ciascuno il suo.
«La crisi del romanzo non esiste se non dentro quella che direi la generale crisi dello scrivere. Perché ci dovrebbe essere una particolare crisi del romanzo? Ancora c’è chi li sa scrivere; e moltissimi sono quelli che sanno leggerli, anche se nessuno, al disotto dei quarant’anni, è disposto ad ammettere che legge romanzi. La lettura dei libri di narrativa è diventata una specie di vizio segreto, da quando certi galantuomini che non ne sanno scrivere si danno da fare a lanciare la moda del non leggerli: “Non leggo più romanzi, leggo saggi”; come ieri si diceva “non leggo più poesie, leggo romanzi”. La verità è che leggiamo poesia e leggiamo romanzi: quando troviamo un buon poeta, un buon narratore. E in quanto ai saggi, se ne comprano certamente molti, ma direi che se ne leggono pochi».
Davanti alla bancarella di un siciliano, in piazza Matteotti, Sciascia mi parla dello stare nell’isola e dell’andarsene.
«Il mio stare in Sicilia non ha niente a che fare col dovere e col sacrificio, né ha comportato alcun rischio. Mi piace starci e ci sto: tutto qui. O meglio: finora mi è piaciuto starci. Comincio infatti a sentire una certa inquietudine, una certa insofferenza: in parte perché mi sento, pirandellianamente, imprigionato nella forma di “quello che sta in Sicilia” (il che Vittorini mi prediceva quando io ero ancora lontano dal sentirne il disagio); in parte per ragioni più oggettive, che si posso no oggettivamente riassumere nella constatazione che fa il personaggio di un mio libro: che uscendo di casa incontri tutte le persone che non vorresti incontrare, e quasi mai quelle che ti piacerebbe incontrare».

* Questo articolo è stato scritto per L’Ora ed è raccolto nel libro “Esercizi di cronaca” (Sellerio editore)

Nella foto: Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo

PORTA ORIENTALE

“Incidono lo spazio,” si diceva, “sono una perentoria affermazione dell’esistenza”.

E li osservava, nelle loro linee nette, nel loro scuro cloisonnage  che li stagliava contro il fondo chiaro, nelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce. In contrasto, gli altri apparivano deboli, labili, indeterminati; i loro colori incerti sfumavano nel grigio chiaro dello sfondo, il pallore delle loro facce era come una nebulosa che svaniva verso l’inconsistenza. E concludeva, sintetizzando: “Nero e bianco: l’esistenza e l’inesistenza; la vita e la morte. Avviene nei popoli”, si diceva”quello che avviene nella vita di un uomo. Il nascere, cioè, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci stiamo avvicinando alla morte. Come m’avvicino io, sbiancando ogni giorno nei capelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo che è la morte”.

Andava rimuginando questi pensieri (ma che pensieri?, larve d’idee, banali congetture, sensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarsi nel periglioso mare dei popoli e delle razze), affogarsi in quei pensieri dettati da noia e malumore, passeggiando il tardo pomeriggio d’un sabato a Porta Venezia, o Porta Orientale, come la chiamò Manzoni, là dov’era il lazzaretto degli appestati. Il quartiere, quello di Porta Venezia, che più amava in quella grigia città ch’era diventata ormai Milano, e il più vero, al confronto dei noiosi e irritanti quartieri del centro, le strade della moda, della sartoria ridondante, o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell’affaristica organizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera o dei Navigli. Amava quella Porta Orientale, quel Corso Buenos Aires popolare, multietnico, quel quartiere lontano dagli infiniti cantieri edili, dalla Milano trionfante dell’Esposizione Universale, e lontana dai penosi quartieri periferici da dove si spazzano via come rifiuti umani gli zingari accampati. Era di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli dei Giardini, arrossava il cielo terso. Ma dalla parte opposta, a oriente, nuvole nere erano squarciate da saette: si preparava il temporale della sera dopo la giornata di caldo appiccicoso. Lungo il Corso i negozi già abbassavano le saracinesche. Da via Castaldi e da via Palazzi sbucavano a gruppi gli eritrei, riservati e dignitosi, con le loro donne in veli bianchi. E frotte d’arabi, tunisini ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con l’aria di libertà e di canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili e  guardinghi, stavano con le loro cassette piene di paccottiglia d’orologi, occhiali, accendini, radioline, davanti a quei supermarket del cibo che si chiamano fast food. Davanti alle uscite della metro stavano invece gli africani della Costa d’Avorio o del Senegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali, gazzelle, elefanti e maschere d’ebano, d’un marrone lucido come la loro pelle. In angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare come stormi d’uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, cingalesi.

Da questa umanità intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno meridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi “tipici”; erano famigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di plastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti alla gelateria per far prendere il cono ai loro bambini irrequieti.

Erano, i marciapiedi di Corso Buenos Aires, in quel tardo pomeriggio di sabato, tutta un’ondata di mediterraneità, di meridionalità, dentro cui egli s’immergeva e si crogiolava, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Lui che non era nato in quella nordica metropoli, lui trapiantato qui, come tanti, da un Sud dove la storia s’era conclusa, o come quegli africani, da una terra d’esistenza (o negazione d’esistenza) dove la storia è appena o non è ancora cominciata; lui che era di tante razze e che non apparteneva a nessuna razza, frutto dell’estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione araba, del seppellimento etiope, lui, da una svariata commistione nato per caso bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Si distendeva e crogiolava dentro quell’umanità come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino. Ma dal nero africano, dal bruno meridionale, si arriva al biondo, chiaro scialbo. Erano gruppi di nordici che uscivano da gioiellerie e da boutique; erano frotte di lunari, astratti punk nei loro neri abiti, nelle loro criniere arancione e verde, nelle loro borchie, nei piercing e orecchini, aggressivi e fragili.

I nuvoloni avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; i lampi ora vicini anticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arrivò la pioggia. Rimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si trasformò in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia. Ci fu un fuggi fuggi generale, un rifugiarsi sotto i balconi, negli androni dei palazzi, nelle gallerie, dentro la metro. Le automobili, sul Corso, erano ferme, incastrate a causa dei semafori guasti, e con clacson e trombe lanciavano un rabbioso, assordante urlo.

Tenendo il giornale sulla testa, corse in direzione di Porta Venezia, scantonò per via Palazzi. I bar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Più avanti, fu attratto da un’insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana: “Ristorante eritreo”. Spinse la porta a vetri ed entrò. Subito s’accesero le luci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti che lo invitarono ad accomodarsi a uno dei tavoli.

– Vuole mangiare ? – gli chiese l’uomo.

– Vorrei prima asciugarmi. Mi porti intanto del vino.

Stese sulla spalliera d’una sedia il giornale che non aveva ancora letto, ridotto quasi a una pasta mucida. Ma per la verità leggeva di quel giornale, che comprava solo il sabato, le pagine dei libri. E quelle, all’interno, erano in qualche modo ancora leggibili.

Cominciarono ad arrivare eritrei, tutti zuppi come lui, e sorridenti. La sala si empiva a poco a poco. La donna era scomparsa in cucina; l’uomo, dietro il banco, lo teneva d’occhio. Gli fece cenno di venire. Gli consigliò il loro piatto tipico, lo zichinì. Era piccantissimo. Lacrimava, ma con quegli occhi addosso non osava smettere di mangiare o fare alcuna smorfia d’intolleranza. Mandava giù biccchieri colmi di vino. Alla fine aveva vampe in bocca, nello stomaco, e la testa gli girava per il vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti bianchissimi, ma non era in grado di capire se ridevano di lui. Anche loro mangiavano lo zichini, ma non usavano la forchetta, attingevano con le dita a un grande piatto comune posto al centro d’ogni tavolo. Si ricordò che anche così si usava in Sicilia nelle famiglie contadine. E gli venne di pensare che il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della comunione, la separazione, la solitudine.

– Piccante ? – gli chiese l’uomo togliendogli il piatto, e gli sembrò che avesse un tono ironico.

– Un po’ – rispose, con sussiego. E si trovò subito ridicolo. Fumando si mise poi a leggere su quel giornale disastrato la recensione a un libro di grande successo, un best-seller, come si dice; la lesse senza interesse, senza attenzione, non capiva neanche  quello che vi si diceva. Bruciore per bruciore, continuò a bere, bevve fin quasi tutta la bottiglia.

Uscì che barcollava. Pioveva ancora. Si riparò la testa con quel residuo di giornale che gli restava. Sbucò in via Castaldi e lì ancora un’insegna esotica l’attrasse: Bar Cleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Dal cd si diffondeva una di quelle nenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo delle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d’ogni musica mediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti dei carrettieri siciliani, delle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante del cd, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolino, un altro ballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordinò un caffè. Che fu insufficiente a far svanire i fumi del vino. Gli egiziani bevevano tè scuro dentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi, gutturali e fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati degli eritrei, più caciaroni, più scugnizzi.

Uno si accostò al suo tavolo.

– Piace muscica araba ? – gli chiese.

– Piace, piace tanto.

E, sedendosi al suo tavolo, cominciò a sciorinargli nomi di divi delle loro  canzoni, fra cui riuscì a distinguere solo quello della mitica Om Kalsoum. Gli chiese di fargli ascoltare Om Kalsoum. Appena s’udirono le prime note, andò a risedersi e smise di parlare, si chiuse nel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e malinconici.

In quella, s’aprì di schianto la porta ed irruppero nella stanza tre poliziotti. Ordinarono a tutti d’alzarsi e, mani in alto, di mettersi con la faccia al muro. Egli rimase fermo al suo posto. Un poliziotto l’afferrò per un braccio e lo spinse contro il muro. Li perquisirono tutti, palpandoli da sotto le ascelle fino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.

– Non ce l’ho, – egli disse – ho la patente.

– La patente ? Tu guidi in Italia?

– E dove devo guidare ?

– Ma sei italiano ?

Gli venne voglia di gridargli, con voce profonfa, gutturale, “No, no, sono africano, sono arabo, sono ebreo, sono di tutte le razze, come te! “

– Fai vedere la patente.

Gliela mostrò e, ancor più vigliaccamente, gli mostrò quel tesserino dei Pubblicisti per cui s’appartiene, sia pure da sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E il poliziotto, subito:

– Dotto’, a quest’ora di notte, per questi quartieri è assai pericoloso. Si faccia accompagnare almeno da un fotografo.

“Ecco,“ ritornando umiliato a casa”così difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra agonia, noi vecchi esangui. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro benessere da ogni minima minaccia. Tutta questa nostra ricchezza sotto cui finiremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili  per sempre”.

                                                 Vincenzo Consolo Milano, 4 aprile 2008 

Milano settembre 1968