Ma la luna, la luna… Vincenzo Consolo



 Si apre lo Zibaldone di Leopardi con questi versi: “Era la luna nel cortile, un lato Tutto ne illuminava, e discendea Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…”1 . E quindi, ancora nello Zibaldone (3 ottobre 1828) Leopardi riporta un brano del Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en 1820 del barone de Meyendorff, il quale parla dei Kirkisi e dice: “Plusieurs d’entre eux passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins”2 . Si sa che da questo brano di Meyendorff, dei Kirkisi che intonano tristi canti guardando la luna, prende spunto Leopardi, per scrivere il suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”3 . chiede il pastore errante, e si chiede: “Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren? (…) (…) ed io che sono? Così meco ragiono…”4 .

1 LEOPARDI, G. (1970: 474): Canti con una scelta di prose, a cura di Francesco Flora [diciottesima edizione], Verona: Edizioni Scolastiche Mondadori. 2 Cfr. LEOPARDI, G. (1970: 281). 3 LEOPARDI, G. (1970: 281, vv. 1-2). 4 LEOPARDI, G. (1970: 288, vv. 85-90).

 Ci sembra che questo pastore del deserto asiatico si faccia filosofo, che, sotto quel profondo infinito sereno, sotto quella luna venga posseduto dallo spirito socratico. Così come Euripide, ci dice Friedrich Nietzsche ne La nascita della tragedia, inaugura la tragedia moderna per l’irruzione nelle sue opere di quello stesso spirito socratico: vale a dire dello spegnersi del canto, del canto corale come in Eschilo e in Sofocle, e dello sgorgare del pensiero, del ragionamento, dell’assillante e paralizzante argomentazione. “Ed io che sono?” si chiede il pastore asiatico. “Io sono” afferma invece con energia un altro errante, il nomade della valle dell’Indo o del deserto egiziano che percorre il Maghreb, giunge in Spagna, in Sicilia, nel Napoletano. Diciamo del gitano posseduto dal lorchiano duende, il gitano che distoglie lo sguardo dalla luna, dal cielo, per appuntarlo sulla terra. Del gitano che ritrova la misura umana, la finita geografia della sua esistenza, e questa afferma, con forza: con il canto, il cante jondo, il movimento, la danza, canto e movimento come quelli dei coreuti della antica tragedia greca. Ma rivolgiamo ancora lo sguardo alla luna, alla luna dei poeti, di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, rivolgiamo lo sguardo alla luna di Leopardi. Quasi tutti i Canti del poeta di Recanati sono illuminati dalla tenera luce dell’astro notturno, dell’ “eterna peregrina”, da La sera del dì di festa, a Alla luna, a La vita solitaria, a Il tramonto della luna. Dice in quest’ultima: “Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’infinito seno Scende la luna; e si scolora il mondo…”5 . E in altri, in altri Canti ancora balugina la luna. E quando non è la luna, sono le “vaghe stelle dell’Orsa” o il “fiammeggiar delle stelle” sopra la desolata coltre di lava de La ginestra. Ma la luna, la leopardiana luna, si stacca dal cielo e cade sulla terra nell’idillio intitolato Spavento notturno o Il sogno. E così Alceta narra il suo sogno a Melisso:

 5 LEOPARDI, G. (1970: 370, vv. 10-12).

 “(…) Io me ne stava Alla finestra che risponde al prato, Guardando in alto: ed ecco all’improvviso Distaccasi la luna; e mi parea Che quanto nel cader s’approssimava, Tanto crescesse al guardo; infin che venne A dar di colpo in mezzo al prato (…) Allor mirando in ciel, vidi rimaso Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa, Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro…”6 . Nel sogno di Alceta, di Leopardi, la spaventevole caduta della luna fa scolorire il mondo. Ma ci sono poi altri poeti che la rimettono in cielo, nel cielo della poesia. Lorca, ad esempio, gioiosamente, con un gioco quasi di fanciullo: “Alta va la luna bajo corre el viento (…) luna sobre el agua. Luna bajo el viento”7 . E ancora, “La quilla de la luna Rompe nubes moradas”8 . “Los niños se comen la luna Como si fuera una cereza”9 . “La luna está muerta, muerta; Pero resucita en la primavera”10. Risuscita la luna in Montale, Caproni, Luzi. E luminosamente in Andrea Zanzotto così:

6 LEOPARDI, G. (1970: 398-399, vv. 3-9 e 17-20). 7 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Nocturnos de la ventana [A la memoria de José de Ciria y Escalonte, Poeta (1)]”. 8 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921): Poema del cante jondo, “Poema de la Saeta: A Francisco Iglesias [Madrugada]”. 9 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Teorías [Tío-vivo]”. 10 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Canciones de luna [Dos lunas de tarde: A Laurita, amiga de mi hermana]”.

 “Luna puella pallidulla Luna flora eremitica, Luna unica selenitica, distonia vita traviata, atonia vita evitata…11”. E la luna infine, la luna che profuma d’oriente, di Lucio Piccolo: “La luna porta il mese e il mese porta il gelsomino”12. Ma è una luna, quella di Piccolo, che, come nel sogno di Alceta del leopardiano Spavento notturno, si frantuma, cade sulla terra e mai più risuscita. Lucio Piccolo di Calanovella. E bisogna purtroppo dire ogni volta di questo grande poeta scoperto da Montale, dell’autore di Gioco a nascondere e Canti barocchi, Plumelia, La seta, Il raggio verde, bisogna dire, per la fama planetaria che raggiunse l’autore de Il Gattopardo, che Lucio Piccolo era cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Era del Capo d’Orlando ma veniva sempre al mio paese, prima in landò, dal tempo screpolato, e poi in macchina. Correva sempre, correva, il volto chiuso in una sua gioia incomprensibile. M’accadeva d’incontrarlo spesso, e allora mi fermavo e lo seguivo con gli occhi finchè spariva. Un giorno, dopo anni, il barone Piccolo me lo trovai davanti nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello, titolari anche della tipografia Progresso. Entra, seguito dall’autista don Peppino. “Ecco qua” dice Piccolo. “Queste sono le poesie” e consegna dei fogli dattiloscritti, con un sorriso tra imbarazzato e divertito. Discussero di carta, di caratteri, di copertina, di numero di copie. Poi gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri che

11 Cfr. ZANZOTTO, A., 13 settembre 1959 (Variante), in IX Ecloghe (1962), in ZANZOTTO, A. (1999): Le poesie e prose scelte, Stefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta (ed.), Milano: Mondadori. 12 Poesia dal titolo “La luna porta il mese”, in PICCOLO, L. (1956: 62): Canti barocchi e altre liriche, prefazione di Eugenio Montale, collana «I poeti dello Specchio», Milano: Mondadori.

avevo portato là per farli rilegare, vecchi libri che scovavo sulle bancarelle: almanacchi, guide, storie locali. Disse: “M’accorgo di non essere il solo ad amare questi libri. Sì, le guide, gli almanacchi, sono pieni di insospettabile poesia”. E aggiunse: “Ho una intera biblioteca di questi vecchi libri. Venga, venga a trovarmi a Capo d’Orlando. Al chilometro 109 c’è una stradina che arriva fino alla casa”. Questo fu verso la fine del ‘53: era morto Stalin, i Rosemberg erano stati assassinati, le acque avevano sommerso la Calabria e in Sicilia una Madonna di gesso piangeva al capezzale di un operaio comunista. Quel libretto stampato dalla tipografia Progresso, intitolato 9 liriche, venne inviato a Montale, e quando poi, nel 1956 Mondadori pubblicò Canti barocchi, Montale ne scrisse la prefazione. Scrisse: “(…) mi colpì in queste liriche un afflato, un raptus che mi facevano pensare alle migliori pagine di Dino Campana. Il lessico è spesso ricercato, ma la parola ha poco peso, l’armonia è quella di un moderno compositore politonale”. E ancora: “Lucio Piccolo ha letto tous les livres nella solitudine delle sue terre di Capo d’Orlando (…) Un uomo molto singolare, un uomo sempre in fuga, per certi aspetti affine a Carlo Emilio Gadda, un uomo che la crisi del nostro tempo ha buttato fuori del tempo”13. Quest’uomo io ho frequentato per anni, da lui ho appreso cos’è la cultura, cos’è la poesia. Il 17 febbraio del 1967 pubblicavo su L’Ora di Palermo un lungo articolo su Lucio Piccolo dal titolo “Il barone magico”. In quell’articolo davo l’anticipazione di una prosa, intitolata L’esequie della luna che il poeta stava componendo. Scrivevo: “L’esequie della luna è un balletto in tre tempi. Lo si chiama balletto per convenzione, ma potrebbe bene esso creare una nuova categoria letteraria. Pomposo, Fantastico e Pastorale ne formano i tre tempi. Il racconto è questo. La luna, fanciulla che s’ammala, cade sfaldandosi (il simbolo è palese): ne vediamo gli effetti alla corte di un viceré, in un convento di trepide suore e in campa

 13 Libretto “9 Liriche” stampato nello Stabilimento tipografico di Sant’Agata senza data. Montale nella prefazione pubblicata in Canti barocchi e altre liriche, (cit.), dice di aver ricevuto il libretto il giorno 8. 4. 1954 – La prefazione di Montale è da p. 9 a 19.

 gna, dove infine la Luna, fanciulla ricomposta in un’urna, viene sepolta presso le acque” 14. Nel settembre del 1967, Piccolo così communicava allo scrittore Corrado Stajano: “Intanto ho scritto una sorte di narrazione-fantasia, volutamente barocca e ingenuamente romantica, L’esequie della luna, opera più che altro nostalgica…”15. E ancora a Stajano, nell’ottobre dello stesso anno, scriveva: “Ho scritto recentemente una sorta di racconto fantastico (al quale già pensavo da lungo) in cui le parole dovrebbero essere rappresentative come le figure di un balletto. Clima dei Canti barocchi. È un canto estremamente nostalgico verso la Palermo di quando ero bambino proiettata sopra un immaginario Seicento dove opera o meglio non opera il burattinesco Viceré. La caduta del satellite significa appunto l’estinguersi dei residui del romanticismo-barocco (…). il quale fatto coincide pure con la crisi della nostra epoca (…) Comunque i resti vengono portati al riposo vicino le acque (notare questo riferimento ricorrente del simbolismo equoreo-eracliteo!) delle piccole comunità rurali, le quali sono le sole ancora ad intravedere barbagli, lucori zodiacali ecc…”16. Nel dicembre del 1967, la rivista Nuovi Argomenti, diretta da Carrocci, Moravia e Pasolini, pubblicava L’esequie della luna di Lucio Piccolo. In quello stesso numero appariva una parte de Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante e Pilade di Pier Paolo Pasolini. Il Pasolini che già nel 1964 aveva scritto il saggio Nuove questioni linguistiche in cui diceva della mutazione della lingua italiana dovuta al cosiddetto “miracolo economico”, al neo-industrialesimo e alla correlata espansione dei mezzi di comunicazione di massa. Il Pasolini che diceva della fine del mondo contadino in Italia, della sua plurimillenaria cultura e

14 Consolo, V. (1967): “Il barone magico. Quattro inediti di Lucio Piccolo, il poeta siciliano dei Canti barocchi, presentati da Vincenzo Consolo”, en L’Ora, Libri, Venerdì 17 febbraio, p. 9. 15 Lettera del 12 settembre 1967, in “Galleria”, Anno XXIX, n. 3-4 maggio-agosto 1979, p. 99 (Salvatore Sciascia Editore Caltanissetta). 16 Lettera ottobre 1967, stessa rivista “Galleria” come sopra pp. 99-100.

  dell’avvento della cultura di massa, del neo-capitalismo e della cultura piccolo-borghese. Lo stesso Pasolini poi che nel febbraio del 1975, pochi mesi prima della sua atroce morte, scriveva l’articolo sulla scomparsa delle lucciole. Leopardi, Pasolini, Piccolo: è pur vero che i poeti sono vati, sono “entusiasti”, vale a dire en theòs, vale a dire vaticinanti. Ed è pur vero che la vera scrittura è una scrittura palinsestica, una scrittura che scrive su altre scritture. Piccolo, nel 1967, aveva, con L’esequie della luna, aveva sì voluto rappresentare il tramonto di una cultura, che egli chiama “romantico-barocca”, ma aveva come presagito ciò che sarebbe successo da lì a qualche anno, la caduta del mito della luna appunto, della profanazione dell’astro dei poeti. Il 21 luglio 1969, l’astronave americana di nome Apollo -il fratello gemello di Diana approda sulla superficie dell’astro e degli uomini vi danzarono sopra con i loro scarponi di metallo. Nel romanzo incompiuto Un’isola nella luna William Blake ci dice che in quell’isola si parlava il linguaggio del nonsense. Ma un bel preciso e incisivo senso hanno quelle orme lasciate dall’astronauta sulla superficie della luna. Orma che è segno di violazione, di possesso. Scrive Sergio Perosa in L’isola la donna il ritratto: “La metafora principe del possessso è quella dell’orma, del footprint. Si può pensare per un momento (…) all’orma che lascia l’astronauta Armstrong sulla luna alla prima discesa della storia”17. Piccolo muore in quello stesso anno, il 1969. L’editore Vanni Scheiwiller racconta che Piccolo avrebbe voluto far musicare il suo L’esequie della luna da Gianfrancesco Malipiero e che avrebbe voluto, per la scenografia e i costumi, i disegni del pittore Fabrizio Clerici. Il desiderio di Piccolo non si è poi avverato, L’esequie della luna è rimasta solo una prosa da leggere. Nel 1969 io ero emigrato già da un anno a Milano. M’ero portato nel bagaglio l’idea o il progetto di un romanzo storico, apparso poi nel 1976 presso Einaudi col titolo Il sorriso dell’ignoto marinaio.

17 PEROSA, S. (1996: 48): L’isola la donna il ritratto, Torino: Bollati Boringhieri.

 Nel 1985, ancora presso Einaudi, apparve il mio Lunaria. La dedica, nel libro, è questa: “A Lucio Piccolo, primo ispiratore, con L’esequie della Luna. Ai poeti lunari. Ai poeti”18. Dicevo sopra che la vera scrittura è per me quella palinsestica, la scrittura vale a dire che scrive su altre scritture, la scrittura che poggia sulla memoria letteraria soprattutto. Il mio Lunaria era esplicitamente scritto su Leopardi e su Piccolo, ma anche su tanti altri poeti e scrittori. Partivo dunque da Leopardi e da Piccolo per rovesciarne l’assunto. La mia luna, sì, come dice Lorca “está muerta, muerta; / Pero resucita en la primavera19”. Risuscita in una contrada senza nome, una contrada che prenderà il nome di Lunaria. Credo sia chiara la metafora: la luna, sì, è caduta nel nostro contesto, nella nostra cultura occidentale, è caduta qui da noi la poesia. In luoghi ignoti, in contrade senza nome, in quelli che noi chiamiamo terzi, quarti o quinti mondi, in quei luoghi, pur afflitti di povertà e malattie, in quelle primavere della storia l’umanità sa creare ancora la poesia. Dice il mio Viceré Casimiro: “Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra Contrada senza nome, è segno che voi conservate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola”20. Il terrifico sogno dell’Alceta leopardiano si è dunque mutato nel sogno necessario, nel sogno che lenisce e che consola: il sogno della poesia. Cesare Segre, in Intrecci di voci, nel capitolo intitolato Teatro e racconto su frammenti di luna, mette a confronto e analizza L’esequie della luna e Lunaria. Scrive: “In Consolo, la figura del Viceré, dopo l’iniziale scena, comica, d’ignavia, si rivela progressivamente la coscienza della vicenda. Se ricordiamo che il Viceré scopre alla fine la sua natura di attore che impersona il Viceré, potremmo dire che quando egli pencola verso il comico è il

18 Consolo, V. (1985): Lunaria, «Nuovi Coralli 365», Torino: Einaudi. 19 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Canciones de luna [Dos lunas de tarde…]”, cit. 20 Consolo, V. (1985: 62).

 Viceré, quando è serio e meditativo è l’attore, distaccato tanto dal personaggio quanto dalla vicenda 21”. E trova consonanza e ulteriore sviluppo, l’affermazione di Segre, con quanto nota Irene Romera Pintor, l’autrice della magnifica traduzione in castigliano di Lunaria. Scrive: “Cierto, la sombra de La vida es sueño planea sobre las melancólicas ensoñaciones del Virrey, que ya no cree en su poder ni sabe siquiera quién es. Pero ningún crítico hasta ahora ha señalado la relación que sobre todo tiene Lunaria con El Gran Teatro del Mundo”22. E io ringrazio Irene Romera Pintor per questa rivelazione di un così alto rimando. La ringrazio per tutto il suo generoso lavoro su Lunaria.

Milano, 22 ottobre 2005


21 Cfr. SEGRE, C. (1991): “Teatro e racconto su frammenti di luna”, in ID., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, “Einaudi Paperbacks 214”, Torino: Einaudi, pp. 87-102 (cfr. in particolare p. 93). 22 Cfr. CONSOLO, V. (2003): Lunaria, edizione, introduzione, traduzione e note a cura di I. Romera Pintor, Madrid: Centro de Lingüística Aplicada Atenea (cfr. in particolare p. 12).

Struttura-azione di poesia e narratività nella scrittura di Vincenzo Consolo

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Struttura-azione di poesia e narratività
nella scrittura di Vincenzo Consolo

Maria Attanasio
Scrittrice

Alla ricerca di un’espressività nuova rispetto all’omologazione linguistica della contemporaneità, la scrittura di Vincenzo Consolo assume le modalità ritmiche e la densità metaforica della poesia: una vera e propria struttura-azione testuale che fa interferire la lingua della memoria e la memoria della lingua, la sequenzialità del tempo narrativo e la verticalità di quello della poesia. Benché tutti i suoi libri siano traboccanti di citazioni, epigrafi e continui riferimenti a poeti d’ogni luogo e tempo — da Omero a Teocrito, ad Ariosto, a Iacopo da Lentini, a Shakespeare, a Leopardi, a D’Annunzio, a Dante, e a tanti altri — Vincenzo Consolo non ha mai pubblicato un libro di poesie, a differenza degli altri scrittori contemporanei siciliani — Sciascia, Addamo, Bufalino, Bonaviri, D’Arrigo, ad esempio — la cui narrativa è stata spesso affiancata o preceduta da un’autonoma produzione poetica. Eppure è poeta, il più poeta tra i narratori siciliani; non si tratta di una generica liricità che crocianamente trasborda in ogni genere, ma di una testualità che, dentro le sequenze del tempo narrativo dei romanzi, e in quelle argomentative della saggistica, fonde libertà espressiva e referenzialità compositiva,ragioni etiche e motivazioni estetiche, ideologia e parola: immaginifica interazionetra la lingua della memoria, che restituisce il passato come metafora del presente, e la memoria della lingua, che, immergendosi nella lievitante stratificazione culturale e mitica delle parole, restituisce significatività al linguaggio; esemplare è in questo senso un racconto appartenente a Le pietre di Pantalica, I linguaggi del bosco, in cui lo scrittore racconta l’esperienza di un fanciullo che, durante un soggiorno in campagna, apprende dalla selvatica amica Amalia ad ascoltare il bosco — il suono del vento tra gli alberi, il gorgoglio dell’acqua, l’oscurata parola delle bestie — e a rinominare con una lingua argotica ogni cosa Fu lei a rivelarmi il bosco, il bosco più intricato e segreto. Mi rivelava i nomi di ogni cosa, alberi, arbusti, erbe, fiori, quadrupedi, rettili, uccelli, insetti… E appena li nominava, sembrava che in quel momento esistessero. Nominava in una lingua di sua invenzione, una lingua unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e con la quale per la prima volta comunicava.1 metafora della necessità di una espressività nuova in una contemporaneità che, in nome del mercato e del profitto, opera, anche a livello linguistico, una marginalizzazione dei valori di un mondo a carattere antropocentrico. E in questi ultimi anni più che mai: la definizione di «guerra umanitaria» ad esempio, o l’umanizzazione di borse e mercati che «tremano, soffrono, si esaltano, si deprimono, sono euforiche», ecc., mentre, ridotti a puri beni strumentali dell’economia, gli uomini sono diventati semplici «risorse», talvolta da «rottamare». Vincenzo Consolo ha sempre respinto la piatta orizzontalità della lingua — quella da lui definita «tecnologica-aziendale» che, diffusa dai mezzi di informazione, rende afasica la realtà — spingendo invece la sua prosa a contaminarsi con altri generi, soprattutto con la verticalità immaginativa e demercificata del linguaggio poetico. La poesia è infatti oggi l’unica tra le arti che non diventa merce, perché il suo linguaggio, traboccando sempre dalla pura formulazione linguistica, non può mai totalmente identificarsi con quello della comunicazione: «coscienza anticipante», rispetto ai valori del proprio tempo, ma anche coscienza critica nei confronti del linguaggio del proprio tempo. La sua ricerca espressiva si muove perciò verso una scrittura che sia, insieme, esperienza di verità — non di semplice realtà — e testimonianza di libertà. Verità della storia — nella storia — e libertà della parola — nella parola — costituiscono infatti la struttura ideologicamente portante della sua narratività, che nella metafora del viaggio — presente e centrale in tutti i suoi libri — si congiungono, corrispondendo spesso — il viaggio e la scrittura — all’inizio e alla fine dello sviluppo narrativo; tappe necessarie di un processo conoscitivo che, coniugando storia ed esistenza, diventa presa di coscienza, parola, il cui nucleo — insieme motivazione e finalità — è sempre l’uomo, «Prima viene la vita, — scrive in Retablo — quella umana, sacra, inoffendibile, e quindi ogni altro: filosofia, scienza, arte, poesia, bellezza…». 2

  1. Vincenzo CONSOLO, Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori,1988, p. 155.
  2. Vincenzo CONSOLO, Retablo, Palermo: Sellerio, 1987, p. 131.

Tra il primo romanzo, La ferita dell’aprile (Mondadori, 1963) e l’ultimo, Lo spasimo di Palermo (Mondadori, 1999), il rapporto tra storia e parola — e quindi il senso della metafora del viaggio — si modifica però profondamente. Se fino a Retablo il viaggio è avventura conoscitiva e utopia, che dilatano il tempo, ingannano la morte — la causa vera del viaggio, per Fabrizio Clerici, il protagonista di questo libro, «è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno dell’ere passate, antiche, che nella lontananza ci figuriamo d’oro, poetiche, come sempre è nell’irrealtà dei sogni, sogni intendo come sostanza de’ nostri desideri»3, nella produzione successiva perde ogni connotazione conoscitiva, diventa nostos, amara verifica in un «paese piombato nella notte», «nell’Europa deserta di ragione»; Chino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, ha infatti la consapevolezza che ogni viaggio è «tempesta, tremito, perdita, dolore, incontro e oblio, degrado, colpa sepolta rimorso, assillo senza posa». 4 La modificazione del senso della storia modifica anche quello della parola, con un’accentuazione sempre più espressiva ed espressionista del suo linguaggio, e con un utilizzo in funzione narrativamente destrutturante, rispetto a un tradizionale concetto di romanzo; un utilizzo, in questo senso, presente fin dalle prime opere. In un saggio del 1997, Il sorriso dell’ignoto marinaio vent’anni dopo, che conclude la raccolta di saggi Al di qua dal faro, scrive: Il suo linguaggio e la sua struttura volevano indicare il superamento in senso etico, estetico, attraverso mimesi, parodie, fratture, spezzature, oltranze immaginative, dei romanzi d’intreccio dispiegati e dominati dall’autore, di tutti i linguaggi logici, illuministici, che nella loro limpida, serena geometrizzazione escludevano le voci dei margini.5 Una vera e propria «struttura-azione» di poesia potentemente interviene a costituire il corpo stesso della narratività di Vincenzo Consolo, restringendo gli spazi di comunicazione, dissolvendo ogni ordinata sequenzialità di tempi e di sintassi, travalicando ogni rigida separazione tra i generi; ed emergendo in punte espressive — disancorate dalla narrazione — con due difformi e spesso simultanei riporti: tragico nei confronti della storia, lirico nei confronti della natura; una dimensione, quest’ultima, vissuta quasi con un senso di imbarazzo dalla coscienza etica e ideologica dell’autore, che ne teme la smemorante e avvolgente bellezza fuori dalla storia. Lo scrittore sente però fortemente il malioso richiamo che da essa proviene: la straniante fascinazione di forme, suoni, segni, paesaggi che, intrecciandosi o alternandosi agli echi drammatici e stridenti della storia, come una sorta di respiro profondo attraversa tutta la sua scrittura; non si tratta di una schi-Ibid., p. 177. Op. cit., p. 98.Vincenzo CONSOLO, Di qua dal faro, Milano: Mondadori, 2001, p. 282. zofrenia espressiva, ma di una strutturale complementarietà, come complementari — all’interno di una complessiva visione del mondo — sono in Dante e Leopardi, filosofia e sentimento, ideologia e poesia. E non è un caso che entrambi, insieme a Omero, a Eliot e a Lucio Piccolo, siano i poeti di riferimento più presenti nella sua scrittura, che assume talvolta il carattere di una visionaria riscrittura, pulsante di echi, parole, reperti linguistici, risalenti dal fondo del già scritto. In una sorta di rarefatto silenzio leopardiano, ne Il sorriso dell’ignoto marinaio — mentre il bastimento con il Mandralisca e tutto il suo carico di storia ed esistenze, approda davanti alla Rocca di Tindari — risuona, al di sopra dei tempi e degli spazi della narrazione, la voce visionaria dello scrittore a richiamare dal buio dei millenni Adelasia, la solitaria badessa centenaria, che torna ad aggirarsi tra le celle ormai disabitate, a interrogare invano l’immemore fluire Quindi Adelasia, regina d’alabastro, ferme le trine sullo sbuffo, impassibile attese che il convento si sfacesse. Chi è, in nome di Dio? — di solitaria badessa centenaria in clausura domanda che si perde per le celle, i vani enormi, gli anditi vacanti. — Vi manda l’arcivescovo? — E fuori era il vuoto. Vorticare di giorni e soli e acque, venti a raffiche, a spirali,  uro d’arenaria che si sfalda, duna che si spiana, collina, scivolio di pietra, consumo. Il cardo emerge, si torce, offre all’estremo il fiore tremulo, diafano per l’occhio cavo dell’asino bianco. Luce che brucia, morde, divora lati spigoli contorni, stempera toni macchie, scolora. Impasta cespi, sbianca le ramaglie, oltre la piana mobile di scaglie orizzonti vanifica, rimescola le masse.6 Lo stesso cosmico smarrimento dei sensi e dell’intelletto lo restituisce attraverso il protagonista di Retablo, che, sul colle di Segesta, davanti alla grandiosità dell’arte e della natura, vede spalancarsi le inaudite voragini del tempo: Sedetti su lo stilòbate, fra le colonne, sotto l’architrave da cui pendeva e oscillava al vento il cappero, il rovo, l’euforbia, a contemplare il deserto spazio, ascoltare il silenzio spesso su codesto luogo. Un silenzio ancora più smarrente per lo strider delle gazze, dei corvi, che neri sopra il cielo del tempio e sopra il vuoto della gran voragine grevi volteggiano, per frinire lungo di cicale e il gorgogliare dell’acque del Crinisio o Scamandro che dall’abisso, eco sopra eco, sonora si levava. 7 finendo con la letterale citazione di un verso de L’Infinito leopardiano. «E sedendo e mirando…». C’è una circolarità geografica nella scrittura consoliana: gli stessi luoghi — esemplari di una perduta bellezza, come i resti della grecità, o di una aggrovigliata contemporaneità, come la Palermo barocca, o la tecnologica Vincenzo CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino: Einaudi, 1976, p. 8. Op. cit., p. 79. Milano — ritornano ciclicamente nelle sue opere; Segesta tornerà infatti a essere rappresentata ne L’olivo e l’olivastro: E là, nel centro, nel recinto aperto in ogni lato, verso ogni punto, esposto alla notte dell’estate che porta sulle brezze odori arsicci di fieni, nepitelle, porta le scansioni del silenzio, del buio, strida, pigolii, sprazzi verdastri, gialli, luccichii, aperto in alto all’infinito spazio, mi pongo arreso, supino, e vado, mi perdo nella lettura stupefatta del libro immenso, in incessante mutamento, nella scrittura abbagliante delle stelle, dei soli remoti, dei chiodi tremendi del mistero…..Rimango immobile e contemplo, sprofondo estatico nei palpiti,nei fuochi, nei bagliori, nei frammenti incandescenti che si staccano, precipitano filando, si spengono, finiscono nel più profondo nero.8 Un testo di una straordinaria intensità poetica; l’immagine di quei «chiodi tremendi del mistero» resta, ad esempio, ostinata a perciare la mente: l’enigma dell’improvviso ritrovarsi esistenti nel tempo. Interminabili potrebbero essere le citazioni, tratte da tutti i suoi libri, a esemplificazione della variegata e lirica restituzione della natura; del paesaggio soprattutto, colto in tutte le ore e le stagioni: dalla campagna alla città al mare, la cui plurale valenza simbolica nella sua scrittura meriterebbe una trattazione a parte; nella lunga e illuminante intervista, pubblicata ne La fuga dall’Etna (Donzelli, 1993), lo scrittore definisce infatti il mare, come un luogo di invasione e possessione della natura, dell’esistenza, dei miti e dei simboli: simboli ambigui, spesso, insieme, di valori opposti, stridenti come la vita e la morte. Ma la percezione del luogo nella sua scrittura non è mai orizzontale e univoca: nella sua spazialità affiorano memorie, miti, scritture, esistenze, visioni; e non solo nei luoghi dell’arte o in quelli della storia, ma anche in quelli abituali e scontati del quotidiano, come, ne Lo spasimo di Palermo, la stanza di un albergo: Scricchiolii, la guida scivolosa nella curva e il fiato di sempre venefico e pungente, mai tarme blatte, mai topi in quest’ammasso d’alberi e fasciami disarmati, forse madrepore, alghe secolari, fermenti sigillati di mari tropicali, lo sciabordio è nelle tubature verniciate, nel rigagnolo sotto il marciapiede. L’angustia è forzata dagli specchi, uguale gentilezza è impressa su carta tende copriletto, lo stridore è nel giallo degli eterni girasoli.9 A volte è invece il sentimento a far scattare la tensione lirica, privilegiatamente l’amore nelle sue diverse espressioni: come dolcissima e lacerante coniugalità ne Lo Spasimo di Palermo, come sconvolgente passionalità in Retablo, il meno storico dei suoi romanzi, benché ci sia anche in questo, come in tutta la sua produzione, una precisa lettura etica e di classe; nucleo motivante è, in Vincenzo CONSOLO, L’olivo e l’olivastro, Milano: Mondadori, 1994, p. 128. Op. cit., p. 11-12. questo libro, l’esistenza, nel suo rapporto, a volte conflittuale, di ragione e sentimento, di arte e verità; un tema, quest’ultimo, già fortemente presente, direi centrale, ne Il sorriso dell’ignoto marinaio. Ma la scrittura per Vincenzo Consolo non è mai rotonda frontalità espressiva, levigato specchio, ma frantumazione caleidoscopica, allusivo aggiramento, inesauribile nominazione; aldilà della parola, resta, indicibile, il vivido pulsare della vita: Oh mia Medusa, mia Sfinge, mia Europa, mio sogno e mio pensiero, cos’é mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l’uomo ha sempre declinato in mito, in racconto favoloso e leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora?10 Per rappresentare il delirio amoroso di Isidoro, in Retablo, lo scrittore fa perciò interferire iperletterarietà e leggerezza, ricerca espressiva e liricità; scava infatti nelle sonorità del nome Rosalia, trovando in esso occultati tutti i sensi e i segni della passione. Ognuna delle due parti del nome genera infatti una appassionata proliferazione di figure d’amore; se «Rosa» è l’immaginifica sorgente di tutti fiori, i colori, gli aromi, di tutte le sfumature di bellezza dell’amata: Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino,bàlico e viòla; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia,… Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel core.11 il «li» di «Lia» invece si moltiplica in una spirale di indicibili tormenti amorosi: Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come sangue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi, per mia dannazione.12 Il testo non è fine a se stesso, ma fa da attacco al romanzo, immettendo subito il lettore nel cuore tematico del racconto — la vita, l’amore, l’arte — ; presentando i protagonisti — Isidoro, Rosalia, Fabrizio Clerici — ; e profilando l’antefatto e i fatti. Già nel libro d’esordio — La ferita dell’aprile — lo scrittore apre la narrazione con una una bellissima prosa, scandita dal ritmo dell’endecasillabo: il ricordo del protagonista che rivede se stesso adolescente, in viaggio verso la vita e la consapevolezza storica:Op. cit., p. 109.Op. cit., p. 15.Ibid., p. 16.
Dei primi due anni che passai a viaggiare mi rimane la strada arrotolata come un nastro, che posso svolgere: rivedere i tornanti, i fossi, i tumuli di pietrisco incatramato, la croce di ferro passionista, sentire ancora il sole sulla coscia, l’odore di beccume, la ruota che s’affloscia, la naftalina che svapora dai vestiti.13 Una lirica dilatazione memoriale, che, con un procedimento tipico della poesia contemporanea, a volte si traduce in contratta densità metaforica, tesa al coinvolgimento emozionale e interpretativo del lettore: esemplare è nello stesso libro la descrizione del panico dei viventi, e della natura tutta, di fronte all’eruzione: La strada è occhi grandi, dilatati, fronti pesanti sull’arco delle sopracciglia, gambe invischiate lente a trascinarsi, schiene ricurve sotto il cielo basso, la mano gonfia con le dita aperte; il gallo sul pollaio che grida per il nibbio, e il cane che risponde petulante. Il cane e un altro cane e tutti i cani: sì, si spaccò l’Etna.14 La presenza di incipit di poesia — in funzione lirica o tragica — aumenta sempre più, libro dopo libro, in funzione di anticipazione metaforica dello sviluppo narrativo, come il testo, tutto assonanze e rime, che da’ inizio al capitolo quarto di Nottetempo casa per casa: Nella vaghezza sua, nell’astrattezza, nella sublime assenza, nella carenza di ragione, di volere, nell’assoluta indifferenza, nel replicare cieco, nella demenza, rivolge a un luogo solo la dura offesa, strema la tenerezza, frange il punto debole, annienta.15 Nella risuonante atmosfera che la rima in «enza», scandendo la prosa, genera, s’imprime tragico e dissonante il conclusivo, «Crudo o Vile o Nulla, vuoto vorticoso che calamita, divora, riduce a sua immagine, misura». Nella produzione consoliana degli anni novanta, una visione sempre più pessimistica della storia tende a instaurare un rapporto inversamente proporzionale tra la rappresentazione della fine di un mondo a carattere antropocentrico e il vitalismo del linguaggio, in funzione di una strutturazione poematica del romanzo, che procede per accumuli lessicali, per addensamenti sonori di consonanze, rime, per grovigli metrici, settenari, novenari, decasillabi, endecasillabi soprattutto. Lo spostamento in senso poematico della sua narratività è l’esito ultimo di sua riflessione critica sul rapporto scrittura-realtà, che avviene nella seconda metà degli anni ottanta: da un lato — scrive in Fuga dall’ Etna — in concomitanza con il «clima spensierato, cinico, di ottuso scialo» della situazione politica italiana di quegli anni — «un carnevale o un paese della cuccagna alla Vincenzo CONSOLO, La ferita dell’aprile, Torino: Einaudi, 1977, p. 3. Ibid., p. 69. Vincenzo CONSOLO, Nottetempo casa per casa, Milano: Mondadori, 1992, p. 41.

Brughel», che lascerà, però, «un campo di macerie»; 16 dall’ altro con la scrittura teatrale di Lunaria e di Catarsi. In entrambe le opere i versi si alternano al dialogo: una distinzione puramente formale, anzi grafica, perché nella loro testualità non c’è alcuno scarto tra versi e prosa; esemplare è l’attacco in prosa — in realtà in endecasillabi — del primo scenario di Lunaria: «E’ vasto il vasto regno della Spagna vasto come i castelli di Castiglia, va oltre il mare, s’espande miglia e miglia…». 17 In Lunaria — una favola teatrale ambientata in una Palermo settecentesca — lo scrittore procede in un’ardita sperimentazione linguistica, portando, soprattutto nelle parti in versi affidate al coro, fino al non sense il gioco linguistico: attraverso ripetizioni consonantiche o sillabiche (ad esempio la funzione della consonante «n», e della vocale «o», in questi versi: «Nutta, nuce, melanìa/ voto, ovo sospeso,/ immoto»);18 attraverso l’uso della rima, che spesso si ripete — la stessa — verso dopo verso, facendo assumere alle immagini quasi la ritmicità di una giocosa litania, «minna d’innocenti/ melassa di potenti/tana di briganti, tregua di furfanti»; 19 e spesso anche attraverso un uso puramente sonoro del significante, che azzera il significato; gioco, ironia, divertissement, che l’uso di un lessico alto, ricercatissimo, commisto di aulicità, dialetto, di termini derivati da tutti i saperi e da tutte le lingue, morte e vive, accentua, «luna, lucore,/ allume lucescente/ levia particula/ fiore albicolante»).20 Ma il risuonante non sense delle cantilene di Lunaria, nulla ha a che fare con il linguaggio afasico della neoavanguardia, esattamente speculare all’afasia del potere per Vincenzo Consolo; nella sua poesia c’è sempre una parola,un verso, una soluzione espressiva che effrange il seduttivo canto di sirena del puro significante. La metamorfosi del protagonista in luna è, ad esempio, una metamorfosi anche linguistica: il vicerè viene come avvolto da un velame di «l»e di «u» di luna, «Lena lennicula,/lemma lavicula,/ làmula/ lémura, mamula./Létula/ màlia,/ Mah.», 21 un «mah» finale di una trasgressiva sonorità rispetto ai versi precedenti; quel suono però in persiano significa luna, in arabo vuol dire acqua, mentre in italiano rimanda al dubbio, alla perplessità, e anche alla forma tronca della parola madre. Luna, acqua, dubbio, madre: occultati e oscuramente vibranti nel suono di quel monosillabo. In Catarsi, attraverso il dramma di un Empedocle contemporaneo — il direttore di un centro di ricerca, che, coinvolto in uno scandalo, è in procinto di buttarsi nell’ Etna — lo scrittore invece indaga il rapporto tra parola e realtà nella società contemporanea. Sul tema della comunicazione infatti drammaticamente si confrontano il protagonista,Empedocle, e l’antagonista, Pausania, che, con la forza persuasiva della parola vorrebbe farlo desistere, rivendicando il suo ruolo di anghelos, di Op. cit., p. 61. Vincenzo CONSOLO, Lunaria, Torino: Einaudi, 1985, p. 7.

  1. Ibid., p. 5.Ibid., p. 6. Ibid., p. 49. Op. cit., p. 21.
    «colui che conosce i nessi, la sintassi, le ambiguità, le astuzie della prosa, del linguaggio»; 22 ma nella situazione estrema in cui Empedocle si trova nessuna parola può raggiungerlo, «Se le parole si fanno prive di verità, di dignità, di storia, prive di fuoco e suono, se ci manca il conforto loro, non c’è che l’afasia. Non c’è che il buio della mente, la notte della vita.»23 dice infatti a conclusione della scena terza. Nell’introduzione a Oratorio (Manni, 2002) — che oltre alla ripubblicazione di Catarsi, comprende anche L’ape iblea (elegia per Noto) del 1998 — in riferimento allo scritto teatrale del 1989, Vincenzo Consolo ribadisce e approfondisce la sua riflessione teorica. Verificando nella contemporaneità gli elementi costitutivi della tragedia greca, afferma che, oggi, non c’è legittimità d’esistenza per l’Anghelos, — il comunicatore che, narrando l’antefatto agli spettatori seduti nella cavea, dava inizio alla messinscena tragica — perché ormai la cavea è vuota, deserta. Sulla scena è rimasto solo il coro, il poeta che in tono alto, lirico, in una lingua non più comunicabile commenta e lamenta la tragedia senza soluzione, la colpa, il dolore senza catarsi.24 Nell’assenza di ascolto, di referente, nel tempo «dell’assoluta insonorità di un contesto istituzionale», s’interrompe ogni rapporto di transitività tra realtà e scrittura: orfana, senza oggetto, davanti alla violenza senza riscatto della storia, al sonno senza risveglio della ragione, la parola non può più disporsi in racconto, ma con una lingua «estrema e dissonante» squarciare la testualità narrativa, destrutturarla, spostando il romanzo «sempre più verso la parte espressiva, la parte poetica». In realtà non si tratta di una radicale innovazione, piuttosto dello sviluppo di elementi espressivi di poesia — il lamento e l’invettiva — già presenti nei suoi romanzi, benché con un segno ideologico diverso. A conclusione storica de La ferita dell’aprile, si leva una voce dal fondo della narrazione, che da una più alta prospettiva di giustizia e di pietà, rappresenta con grande forza poetica la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio del 1947: N’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e c’erano bambini), come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò buttò buttò riversi sulle pietre una rosa maligna nel petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto. Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: — Femmine, che sono sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca?. Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina per quella manica di morti che verranno appresso.25 Vincenzo CONSOLO, Catarsi in Trittico (Bufalino, Consolo, Sciascia), Catania: Sanfilippo,
    1989, p. 21. Ibid., p. 25. Vincenzo CONSOLO, Oratorio, Lecce: Manni, 2002, p. 6. Op. cit., p. 122-123.
    un requiem per i morti di Portella, in cui però alla rappresentazione della violenza della storia si contrappone quella di una ostinata resistenza ad essa, attraverso la plastica immagine della vecchia con le gambe ben piantate nel terreno. Snodo poetico e ideologico del libro, ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, «il canto lamentoso, il pianto rotto, il cordoglio», riguardano la rivolta e la strage dei braccianti ad Alcara Li Fusi, e la fine della speranza di giustizia sociale che in Sicilia motivò l’adesione popolare al processo unitario («Sì, bisogna scappare, nascondersi. Bisogna attendere, attendere fermi, immobili, pietrificati»);26 ma anche, a mio parere, nascono dalla necessità dello scrittore di dare espressione allo spessore di sofferenza delle tante jaqueries, anonime e inespresse nella grande storia. Il brano oltrepassa la connotazione linguistica ottocentesca del personaggio del Mandralisca: è la voce dell’autore che, con un ritmo metaforico accelerato, entra in scena a indicare la cieca notte della storia «all’ estremo della notte già le orde picchiano alle porte, sgangherano e scardinano con calci chiodati, lasciano croci di gesso su bussole e portelli»):27 notte di morti, spari, inseguimenti, ma anche di una possibile sortita verso la luce, Muovi il tuo piede qui, su questa terra, entra, fissa la scena; in questo spazio invaso dalla notte troverai i passaggi, le fughe, esci se puoi dalla maledizione della colpa, senti: il rantolo tremendo si snoda in prospettiva, mantegnesco.28 In Retablo, invece, il lamento diventa invettiva contro «il secol nostro superbo di conquiste e di scienza, secolo illuso, sciocco e involuto!», e contro la città che nel Settecento meglio lo rappresentava — e ancora oggi meglio rappresenta il secolo — l’«attiva, mercatora», Milano, stupida e volgare mia città che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l’impostore, il bauscia, il ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacabìnt e pien de vanitaa, il governatore ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola;29 città che ritorna, oggetto di un’invettiva ancora più amara e disperata, ne Lo Spasimo di Palermo: simbolo dell’«illusione infranta», del disastro storico e morale dell’Occidente, città perduta, città irreale, d’ombre senz’ombra che vanno e vanno sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, sesto e cinisello disertate, «tecnologico» ingranaggio, dallas dello svuotamento e del metallo. Addio.
    30 Op. cit., p. 112. Ibid., p. 113.Ibid.Op. cit., p. 103.Op. cit., p. 91.

Dopo Nottetempo casa per casa l’invettiva e il lamento si amplificano, acquistando una totale autonomia rispetto alla narrazione: diffusa voce extranarrante, inclusiva di vicende e destini, che, rispondendo a un consapevole disegno poematico del romanzo, blocca gli eventi, immobilizza il racconto senza possibilità di dialettico sviluppo e di autonoma parola nell’afasia della società di oggi. Ne L’olivo e l’olivastro cade infatti ogni steccato di genere tra poesia e prosa, tra poema e romanzo; il rimando da capitolo a capitolo — le tappe di una  contemporanea odissea — non risponde né alla sequenzialità narrativa, né tantomeno a un’organizzazione saggistica. Un’angolazione di poesia fa visionariamente implodere la simultaneità dei tempi della lingua nella sequenzialità di quello narrativo, connotando espressivamente eventi e personaggi. I luoghi si verticalizzano, materializzando — in un continuum di passato e presente, di bellezza e desolazione — la densità di storia e di vissuto che vibra oscurata dietro ogni paesaggio, ogni muro, ogni piazza, ogni città; il viaggio di Odisseo – Consolo verso l’Itaca – Sicilia non è infatti un viaggio «in una dimensione orizzontale. Ma, una volta immerso nella vastità del mare, è come fosse il suo un viaggio in verticale, una discesa negli abissi, nelle ignote dimore, dove a grado a grado, tutto diventa orrifico, subdolo, distruttivo»,31 dimensione di struggente lirismo si alterna a una poesia di dolente espressività: alla restituzione lirica di poche oasi di civiltà e di memoria — Siracusa, Cefalù, Caltagirone — si contrappone quella, indignata e drammatica, di una degradata contemporaneità, che trova tremenda esemplificazione in Gela, città «della perdita d’ogni memoria e senso, del gelo della mente e dell’afasia, del linguaggio turpe della siringa e del coltello, della marmitta fragorosa e del tritolo», 32 simbolo dell’irreversibile fine di un’Atene civile, «che — scrive Vincenzo Consolo nel lamento-invettiva di grande forza tragica, a conclusione morale del libro — nessuno può liberare dall’oltraggio». Lo scarto tra parola e realtà, tra racconto e afasia, si acutizza ne Lo spasimo di Palermo, in cui una lingua vertiginosamente espressionista disarticola l’apparenza di romanzo in gorghi di immagini, assonanze, rime, enjambement. Il libro si apre infatti con una sorta di proemio in cui lo scrittore addensa il senso e la connotazione metaforica della sua scrittura («Avanzi per corridoi d’ombre, ti giri e scorgi le tue orme. Una polvere cadde sopra gli occhi, un sonno nell’assenza. Il fumo dello zolfo serva alla tua coscienza. Ora la calma t’aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza»):33 un criptico viatico di poesia per il lettore, che insieme al protagonista — trasparente doppio dell’autore — sta intraprendendo un viaggio nell’immobilità della storia e nella fascinazione maliosa ma non consolatoria della parola.Quasi tutti gli undici capitoli in cui è diviso il romanzo sono introdotti da brevi preludi di un’immaginifica ed enigmatica densità, del tutto irrelati rispetto alla narrazione; un solo esempio: il preludio del IV capitolo,

  1. Op. cit., p. 19.Ibid., p. 79.Op. cit., p. 9.Muro che crolla, interno che si mostra, fuga affannosa, segugio che non molla, antro fra ruderi sferzato dalla pioggia, ironiche statue in prospettiva, teschi sui capitelli, maschere sui bordi delle fosse, botteghe incenerite, volumi che in mano si dissolvono, lei al centro d’un quadrivio accovacciata, lei distesa nella stanza che urla e che singhiozza, ritorna dall’estrema soglia, dall’insulinico terrore, entra ed esce per la porta sull’abisso, il tempo è fisso nel continuo passaggio, nell’assenza, nel fondo sono le sequenze, i nessi saldi e veri.34 Sono i misteri dolorosi di una via crucis, che, sviluppandosi capitolo dopo capitolo, tocca tutte le stazioni della contemporaneità — dal terrorismo alla speculazione edilizia, alla mafia, alla guerra, alla tenebra della follia, alla condizione di emarginazione urbana «degli stanziali dei margini» — i poveri, i disperati, i migranti — che vivono, oscuri e oscurati, negli squallidi anfratti delle città contemporanee, Stanno nel tempo loro, nell’immota notte, chiusi nel sudario bruno, ermetici e remoti, stanno come vessilli gravi sui confini, nel passo breve tra il moto e la paralisi. Proni, supini, acchiocciolati contro balaustre, muri, statue in volute di drappi, spiegamento d’ali, slanci fingono l’estro, sono la massa ironica contro illusioni, inganni, monito dell’esito, del lento sfaldamento.35 L’intervento poetico e tragico dello scrittore spesso taglia verticalmente la narrazione, assorbendo il narrato nella restituzione metaforica di una condizione storica dove ogni giustizia è morta, ogni pietà s’è spenta. Sulla stasi e il silenzio della storia («Solca la nave la distesa piana, la corrente scialba, tarda veleggia verso il porto fermo, le fantasime del tempo. La storia è sempre uguale»),36 si stende il requiem della poesia: rito di morte e, insieme, esorcismo contro la morte, di una scrittura che sul ciglio degli abissi «si raggela, si fa suono fermo, forma compatta, simbolo sfuggente»; 37 barocca fascinazione tonale di un linguaggio risuonante di rime, nominazioni, fastose metafore, che, simultaneamente, si pone come emergenza espressiva, ed estremo gesto di libertà ideologica, in una condizione umana coatta dalle istituzioni di potere e dall’assertorietà definitoria, ma anch’essa ideologica, del linguaggio, «La lingua — dice Vincenzo Consolo citando in un articolo della rivista Autodafè Roland Barthes — non è né reazionaria, né progressista: è semplicemente fascista, il fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire…». Non resta allora che l’afasia o la poesia. E Vincenzo Consolo sceglie la poesia.
  1. Ibid., p. 45.Ibid., p. 70-71.Ibid., p. 9.Ibid., p. 12.
    Quaderns d’Italià 10, 2005
    foto di Claudio Masetta Milone

Per una storia di Il sorriso dell’ ignoto marinaio

Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio
di Vincenzo Consolo
Nicolò Messina
Universitat de Girona
Abstract
Il contributo tenta di delineare la storia del farsi dell’opera piú studiata di Vincenzo Consolo
sulla scorta dei testimoni già sottoposti a recensio (edizioni a stampa, dattiloscritti,
manoscritti).
Parole chiave: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, edizioni critico-genetiche, ecdotica
di testi moderni e contemporanei.
Abstract
The contribution attempts to outline the history of the creation of Vincenzo Consolo’s
most studied work, based on the supply of accounts already submitted to review (printed,
typed and manuscript editions).
Key words: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, critical-genetic editions, critical editions
of modern and contemporaneous texts.
1. In limine
Nella presentazione della nuova collana «Clásicos Modernos» di una delle piú
prestigiose case editrici spagnole, José Saramago, senz’altro nel suo castigliano
deliziosamente lusitaneggiante e con il suo abituale tono deciso, asseriva pubblicamente:
«Estamos hechos de pasado. El presente no existe y el futuro no
sabemos lo que es».
1 La frase potrebbe ben costituire l’esergo di queste pagine,
che hanno per oggetto-soggetto Il sorriso dell’ignoto marinaio, e l’aggancio
è almeno doppio.
1. L’incontro pubblico, organizzato dalle edizioni Alfaguara, si è tenuto al Círculo de Bellas
Artes di Madrid il 27 settembre 2004. L’idea della collana è dovuta — a detta della stessa direttrice
editoriale di Alfaguara, Amaya Elezcano — a un suggerimento del Nobel portoghese.
La collana, inaugurata da Jacques el fatalista di Denis Diderot, annovera tra i primi
volumi, già in libreria, anche i manzoniani Los novios nella traduzione fattane da Esther
Benítez. Cfr. El País (Martes 28 de septiembre de 2004): 42.
114 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
Da un lato, infatti, e non appaia aneddotico, il Sorriso è stato la scorsa primavera
ripubblicato da Mondadori in una collana che curiosamente ricorre
alla medesima etichetta: «Classici moderni»;
2 dall’altro, poi, l’affondo di Saramago
— non a sproposito in un oggi affetto da multiformi amnesie — rivendica
in sé e per sé il ruolo della memoria senza la quale non siamo, e non certo
perché atteggiati a conservatori idolatri del vissuto umano, perché abbarbicate,
irremovibili ostriche verghiane3 o stanchi e immalinconiti laudatores temporis
acti. Al riguardo, quale migliore sintonia con Consolo? Il quale — è risaputo
— da sempre s’oppone vigile all’appiattimento stritolante sull’unica dimensione
temporale del presente, comodo, se non programmaticamente ricercato
dagli autarchi che s’ispirano al pensiero unico. Ecco perché forse Consolo,
da sempre, fa letteratura ricorrendo a metafore storiche. D’altra parte, come
piú di uno ha sottolineato, è certo intorno alla funzione attiva, alla forza propulsiva
della memoria che quaglia la metafora del Sorriso: un ieri, ottocentescamente
databile, in dialettica con l’oggi del lettore (la metà degli anni Settanta
del secolo breve appena concluso, ma anche la metà del primo decennio di
questo nostro nuovo secolo).4
2. Cfr. piú avanti il riferimento bibliografico completo.
3. Per fugare ogni possibile dubbio sulla propulsività della memoria, da non intendere pertanto
quale attaccamento […] allo scoglio di un rassegnato immobilismo, non è fuori luogo
citare per esteso, il noto passo di Fantasticheria (1879), che, pur estrapolato dal suo contesto
e con tutti i sottili distinguo dell’autore, sembra presago di un certo fatalismo misoneista,
improntato piú all’inutilità che all’impossibilità di ogni reazione umana alle condizioni
e ai ruoli assegnati; manifestazione, in breve, di una sorta di noluntas: «Insomma l’ideale
dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica, e noi non abbiamo altro motivo di
trovarlo ridicolo che quello di non esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento
di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere mentre
seminava príncipi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di
stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che
la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime
anch’esse. Parmi che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente
nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati
di generazione in generazione.» (G. VERGA, Tutte le novelle, ed. Carla RICCARDI, Milano:
Mondadori, 1979; 19965, p. 135-136)
4. Per felici coincidenze, alle giornate sivigliane all’origine di queste note partecipava anche
Maria Attanasio, fine autrice di poesie (Interni, Parma: Guanda, 1979; Nero barocco nero, Caltanissetta-Roma:
Sciascia, 1985; Eros e mente, Milano: La Vita Felice, 1996; Amnesia del
movimento delle nuvole, Milano: La Vita Felice, 2003; 20043), che si rivela scossa dall’identica
volontà di resistenza all’oblio, a giudicare dai frutti delle ore da lei dedicate alla
prosa: Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Palermo: Sellerio, 1994;
Piccole cronache di un secolo, Palermo: Sellerio, 1997 (con Domenico AMOROSO); Di Concetta
e le sue donne, Palermo: Sellerio, 1999. Proprio da quest’ultimo, commosso, bel librotestimonianza
si estrapolano deliberatamente due brani assai eloquenti sull’etica dello
scrivere: «Un tempo ogni città, piccola o grande, affidava la storia civile della comunità alla
scrittura del cronista; insieme agli eventi civici e allo straordinario egli spesso registrava
anche l’ordinario di essa […] sottraendone la memoria alle azzeranti generalizzazioni della
storia, che per sua natura emargina in un’impenetrabile zona d’ombra l’alfa e l’omega costitutivi
della sua trama» (p. 32); «Non restava che […] testimoniare direttamente questa piccola
storia di ordinaria militanza, una tra le tante di quegli anni. || Senza però sottrarsi al
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 115
2. De finibus terminisque constituendis
Su Consolo e Il sorriso dell’ignoto marinaio, in particolare, l’interesse critico
non è mai tramontato. Ingente è ormai la letteratura secondaria. Da un lato,
ne fanno fede le bibliografie via via aggiornate e desumibili da volumi e riviste:
dalla prima monografia di Flora Di Legami5 al numero omaggio di Nuove Effemeridi,
6 dal libro di Attilio Scuderi7 a quello recente di Giuseppe Traina,8 dal
«ritratto» di Enzo Papa9 alla premessa editoriale dell’ultima ristampa dell’opera.10
Dall’altro, chiara eco se ne riceve anche da collectanea a seguito di convegni
dedicati allo scrittore: si rammentino almeno quelli organizzati nel solo
ultimo torno di tempo a Parigi, Siracusa, Siviglia.11
Anche i lettori, dilettanti e non solo professionisti della letteratura, compresi
quanti si escludono dal novero degli estimatori piú ferventi dell’opera
consoliana, riconoscono unanimi nel libro, in questo libro, un classico: non
sorprende perciò il suo inserimento in una collana ad hoc, né che qualcuno,
come Sergio Pautasso, dichiari apertamente il piacere di rileggerlo o che qualcoinvolgimento
emozionale, né fingere un’ipocrita oggettività: memoria emotivamente condivisa
per i protagonisti che ancora camminano per le strade, gesticolano odiano amano,
continuano a resistere come possono, e s’incazzano in questo smemorato Occidente dove la
supponenza della mondializzata economia di nuovo si autocelebra, in nome del mercato e
del profitto, universale essenza dell’uomo contro l’uomo. E la sua spregiudicata ancilla
— la politica — l’asseconda, insieme a Marx e a Voltaire, gettando l’utopia, come un nastro
smagnetizzato, nelle discariche della storia.» (p. 35)
5. F. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina): Pungitopo,
1990.
6. Nuove Effemeridi. rassegna trimestrale di cultura, 29, [Palermo: Guida] 1995.
7. A. SCUDERI, Scritture senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Enna:
Il Lunario, 1998.
8. G. TRAINA, Vincenzo Consolo, Fiesole (Firenze): Cadmo, 2001.
9. E. PAPA, «Ritratti critici di contemporanei: Vincenzo Consolo», Belfagor, LVIII 344, 2003,
179-198.
10. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori,
2004, p. XIV-XVII.
11. Ancora in corso di stampa gli atti del convegno Vincenzo Consolo. Éthique et écriture, tenuto
alla Sorbonne Nouvelle venerdì 25 e sabato 26 ottobre 2002, con interventi di Guido
Davico Bonino, Maria Pia De Paulis, Denis Ferraris, Giulio Ferroni, Rosalba Galvagno,
Walter Geerts, Valeria Giannetti, Claude Imberty, Jean-Paul Manganaro, Antonino Recupero,
Marie-France Renard, Cesare Segre. Sono invece usciti quelli del convegno siracusano:
Enzo PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo
Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni, 2004, con contributi
di Paolo CARILE, «Testimonianza» (p. 11-13); Maria Rosa CUTRUFELLI, «Un severo, familiare
maestro» (p. 17-22); Rosalba GALVAGNO, «Destino di una metamorfosi nel romanzo
Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo» (p. 23-58); Massimo ONOFRI, «Nel magma
italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale» (p. 59-67); Sergio
PAUTASSO, «Il piacere di rileggere Il sorriso dell’ignoto marinaio, o dell’intelligenza narrativa»
(p. 69-80); Carla RICCARDI, «Inganni e follie della storia: lo stile liricotragico della narrativa
di Consolo» (p. 81-111); Giuseppe TRAINA, «Rilettura di Retablo» (p. 113-132). Le relazioni
presentate alle giornate di studio sivigliane, Vincenzo Consolo. Per i suoi 70 (+1) anni
(Universidad de Sevilla, Facultad de Filología, 15-16 ottobre 2004), costituiscono il nucleo
di questo numero di Quaderns d’Italià.
116 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
che altro, come Massimo Onofri, ammetta Consolo in un canone resistente
allo stesso variare delle mode critiche.12
D’altronde, il ruolo principe rappresentato dal Sorriso nel corpus consoliano
è a piú riprese e in vari modi e gradazioni sottolineato dallo stesso autore:
in interviste13 o anche in interventi sparsi, dalla postfazione all’edizione mondadoriana
del ventennale14 alla lectio magistralis in occasione dell’investitura a
doctor honoris causa dell’Università di Roma Tor Vergata (18 febbraio 2003).
Delineato tale scenario, arduo intervenire su quest’opera. Per l’occasione,
quindi, con formula ciceroniana, mihi fines terminosque constituam e sottoporrò
al dibattito critico un qualcosa di forse piú congeniale alla mia natura di
manovale della filologia: un tentativo di tracciare una storia o, meno ambiziosamente,
una cronaca del farsi del libro dalla sua «preistoria» in avanti, sistematizzando
materiali sparsi, piú o meno noti, e aggiungendovi, con cautela,
alcuni elementi nuovi. Una certa prudente reticenza è peraltro consigliabile, dettata
com’è dallo svolgimento in atto di una ricerca, ormai quasi in dirittura
d’arrivo, intesa proprio all’allestimento di una edizione critico-genetica del
Sorriso. Insomma, ricorrendo alle categorie di avantesto, paratesto e testo, le
mie intenzioni saranno piú perspicue e, ancor di piú, se si preciseranno le
coordinate di una prospettiva ecdotica in cui nulla va «ricostruito», perché
niente è stato «distrutto»; e nemmeno si tende a restituire in via ipotetica un
archetipo smarrito e forse mai tangibilmente esistito, per definizione optimus
e via via degradatosi nelle sue imperfette, corrotte riproduzioni, giacché l’opera,
nella lezione licenziata dall’autore, è a nostra portata di mano. È una
prospettiva di contro piú complessa e solo nominalmente, per cosí dire, capovolta:
in essa, difatti, i testimoni recentiores, già dopo Giorgio Pasquali ammessi
non deteriores, non sono però di necessità accettabili come senz’altro meliores
— anzi meta raggiunta, immigliorabile e addirittura ottima dell’iter creativo —
e pertanto suggellati dal definitivo ne varietur dell’autore. Essi semmai presuppongono,
trovano giustificazione fondante nei testimoni antiquiores, o piuttosto
antiquissimi (dalla nota sparsa allo scartafaccio, ai prodotti delle successive
fasi e decantazioni scrittorie), i quali al cospetto dei recentiores o ultimi, espressione
dell’optima voluntas dell’autore, sarebbero certo da considerare tout court
12. Cfr. rispettivamente i saggi accolti in E. PAPA, (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 69-80 e
59-67.
13. Dalle lontane Mario FUSCO (ed.), «Questions à Vincenzo Consolo», La Quinzaine Litté-
raire, 321, 1980, 16-17; a Marino SINIBALDI (ed.), «La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo»,
Leggere, 2, 1988, 8-15; dalla piú organica uscita in volume dal titolo guttusiano (è la
didascalia di un quadro [olio su tela, cm.147,2 x 256,5] del 1940, finito l’anno prima e
conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), V. CONSOLO, Fuga dall’Etna.
La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma: Donzelli, 1993, a quelle recentissime,
l’una a cura di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 123-138, o l’altra leggibile in internet,
a cura di Dora MARRAFFA e Renato CORPACI, Italialibri, www.italialibri.net, 2001.
14. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni
dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1997, p. 173-183; poi in ID., Di qua dal
faro, Milano: Mondadori, 1999, p. 276-282, ed anche nell’ultima riproposta del Sorriso,
ed. 2004, p. 167-175.
destituiti di tutti i valori loro attribuibili dalla stemmatica classica, in quanto
— pur prossimi al codice x dell’opera — non si collocherebbero al di sotto di esso,
non ne costituirebbero una fase cronologica piú bassa, inferiore, bensí soltanto
e nient’altro che il piú alto, superiore e superato, perciò trascurabile, stadio
magmatico embrionale. E tuttavia, per ciò stesso, tali reperti vanno sottoposti
ad accurata recensio e collatio, e risultano necessari e imprescindibili per studiare
il di-venire del testo dalla prima intelaiatura verso la tessitura rifinita,
proprio perché nella genesi dell’opera rappresentano il caos primordiale, l’arché
primigenia, non formata, l’impulso d’avvio e soprattutto la prova dei vari
movimenti del testo fino al risolutivo colpo di timone dell’autore, insomma
una sorta di illuminante pre-archetipo.15
3. L’emerso
Per comodità converrà sin dall’inizio tracciare la mappa delle edizioni a stampa
[in grassetto l’ulteriore precisazione cronologica], anche perché sono quelle
consultabili ed accessibili, e ad esse si rimanderà spesso:
1969 «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti, Nuova Serie, n. 15
[luglio-settembre]: edizione parziale, cap. I, senza Antefatto né Appendici
I e II;
1975 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano: Gaetano Manusé, edizione numerata
con un’incisione firmata di Renato GUTTUSO: edizione parziale,
cap. I, con Antefatto e Appendici I e II; e cap. II, L’albero delle quattro
arance, senza Appendici I e II [autunno];
1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino: Einaudi: editio princeps [finito di
stampare 10 luglio, 1ª ed.; 18 settembre, 3ª ed.];
1987 Il sorriso dell’ignoto marinaio, intr. Cesare SEGRE, «Oscar oro. 9», Milano:
Mondadori [marzo];
1992 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Nuovi Coralli. 464», Torino: Einaudi;
1995 Il sorriso dell’ignoto marinaio, ed. commentata a cura di Giovanni TESIO,
intr. Cesare SEGRE, «Letteratura del Novecento», Milano: Elemond
Scuola [dicembre];
1997 Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni
dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori [febbraio];
2002 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar scrittori del Novecento», Milano:
Mondadori [gennaio];
2004 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano:
Mondadori [marzo].
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 117
15. Solo qualche riferimento bibliografico ormai canonico: Louis HAY (ed.), Essais de critique géné-
tique, Paris: Flammarion, 1979; Amos SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des
Caraïbes du XX siècle. Théorie et pratique de l’édition critique, Roma: Bulzoni, 1988; Almuth
GRÉSILLON, Éléments de critique génétique. Lire les manuscrits modernes, Paris: P.U.F., 1994;
Giuseppe TAVANI, «Filologia e genetica», Cuadernos de Filología Italiana, 3 (1996): 63-90;
Michel CONTAT & Daniel FERRER (edd.), Pourquoi la critique génétique? Méthodes, théories,
Paris: CNRS Éditions, 1998.
118 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
Non è agevole fissare date precise di avvio di una scrittura, neanche — si sa
— nel caso di scrittori ancora produttivi con cui poter dialogare. Nel caso del
nostro libro, ad ogni modo, tutto il movimento del testo — è ovvio — sarà
iniziato verosimilmente tra l’a quo di La Ferita dell’aprile, il «mese piú crudele»
di eliotiana memoria, cioè il 1963,16 e la prima «orditura» licenziata dall’autore:
quel Il sorriso dell’ignoto marinaio apparso su Nuovi Argomenti
(luglio-settembre 1969), che corrisponde grosso modo al futuro cap. I del libro,
ma non è ancora corredato né dell’Antefatto, né delle due Appendici documentarie
a firma del protagonista, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca.17
È un dato accertato, comunque, che le pagine appena ricordate, già dotate
evidentemente, all’avviso dell’autore, di una loro autonomia e compiutezza
narrativa, erano state in precedenza mandate, ma senza esito, alla rivista Paragone
di Roberto Longhi e Anna Banti. A motivare l’invio è appunto il Trittico
siciliano di Longhi, scritto in occasione della grande mostra del 1953 a Messina
su Antonello e la pittura del ‘400 in Sicilia, ma il critico, in un incontro pubblico
a Milano nel 1969, all’autore che chiedeva notizie del suo racconto cosí
rispondeva severamente: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore
letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio
deve finire!».
18 Rievocando l’episodio, Consolo cerca di giustificarlo cosí:
Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione popolare che chiamava
il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto marinaio», sostenendo, giustamente,
che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma
su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
Antonello. Quello effigiato lí era un ricco, un signore.
Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il quadro non in
chiave scientifica, ma letteraria.19
Il testo veniva, allora, risolutamente spedito a Enzo Siciliano ed usciva finalmente
su Nuovi Argomenti, la rivista di Alberto Carocci, Alberto Moravia e
Pier Paolo Pasolini. La memoria personale dell’autore, corroborata dalla testimonianza
di Caterina Pilenga, conosciuta subito dopo il trasferimento a Milano
nel Capodanno del 1968, e da un certo punto in possesso di «ambo le chiavi
| del cor» consoliano,20 questa doppia memoria fornisce altri dati di notevole
interesse nella cronologia del farsi dell’opera.
16. Dal colophon si estraggono i seguenti dati piú precisi: «[…] impresso nel mese di settembre
dell’anno 1963 […] Il Tornasole — Pubblicazione periodica mensile — Registrazione
Tribunale di Milano n. 6273 del 14-3-1963 […]». Dell’opera si attende l’imminente versione
spagnola a cura di Miguel Ángel Cuevas.
17. La pubblicazione — sia concessa l’indiscrezione — avrebbe fruttato all’autore un compenso
di Lit. 16.000. In una lettera della direzione della rivista del 12 dicembre 1969, infatti, si
conferma l’avvenuta pubblicazione (nel «numero testé pubblicato») e si comunica l’emissione
di un assegno di tale importo.
18. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 37-38.
19. Ibid., p. 38.
20. Cosí viene presentata la futura moglie: «una delle cinque o sei persone che avevano letto» con
entusiasmo la Ferita su segnalazione di Raffaele Crovi (Ibid., p. 35). Il quale è tra l’altro fra
In primo luogo, riporta la chiusura del racconto, con quelle verosimili fattezze,
a quell’anno 1968 e informa dell’avvenuta stesura, a quella data, e prima
dell’arrivo a Milano nel gennaio 1968, anche del futuro cap. II L’albero delle
quattro arance; inoltre, conferma che, dopo il fisico manifestarsi in Nuovi Argomenti,
il progetto narrativo, di cui il racconto pubblicato è la prima concretizzazione,
viene momentaneamente accantonato, anche se l’autore è nel
frattempo preso dalla stesura del futuro cap. III Morti sacrata, che nessuno ha
letto, tranne la moglie Caterina, e di cui alcuni sono a conoscenza (Corrado
Stajano); infine, aggiunge che nel 1975 Consolo ottiene dalla RAI, nella cui
sede milanese lavorava,21 un permesso di sei mesi, lascia Milano e torna in
Sicilia dove collabora al giornale L’Ora di Vittorio Nisticò22 ed è raggiunto
quell’estate da Caterina.
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 119
i pochi frequentati da Consolo, oltre al conterraneo Basilio Reale, sin dal tempo del primo
soggiorno milanese (G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 11): sono i tre anni della frequenza
della Cattolica (1952-56), che saranno poi seguiti dal servizio militare a Roma,
dalla laurea a Messina, dal praticantato notarile, dall’inizio del lavoro d’insegnante nel 1958
(E. PAPA, art. cit., p. 194).
21. A sottolineare i difficili rapporti di lavoro, l’azienda viene definita, una «fabbrica di armi»
(V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 34).
22. Vale la pena di riportare sull’esperienza giornalistica consoliana un brano dello stesso V.
NISTICÒ, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, I, Palermo: Sellerio, 2001,
p. 113-114: «[…] Vincenzo Consolo, sebbene vivesse ormai a Milano, da inquieto esule
qual era, non perdeva occasione per tornare in Sicilia, dai suoi a Sant’Agata, e far sosta,
potendo, anche al giornale. In fondo, tra i nostri scrittori era quello che sentivamo piú di
casa, il piú famigliare. Amavamo di lui il garbo, la modestia, il senso di amicizia, gli accenni
di sorridente ironia, non meno di quanto ci affascinassero i ricami della sua scrittura, la
sua totale mediterraneità, quei fuochi improvvisi della sua passione letteraria e civile. Tra
il ‘68 e il ‘69 pubblicammo una sua rubrica di annotazioni, «Fuori casa», un piccolo gioiello
di giornalismo che diventa letteratura. || Nei primi mesi del ‘75 Consolo si trasferì per un po’
di tempo a Palermo; glielo avevo chiesto perché ci desse una mano in vista delle importanti
elezioni amministrative di giugno e di un evento che ci interessava direttamente: la candidatura
di Leonardo Sciascia al consiglio comunale di Palermo. Era, la venuta di Consolo, un
ritorno in redazione dopo l’esperienza di alcuni anni prima, quando si era trasferito da
Sant’Agata per lavorare al giornale e impratichirsi del mestiere. Ma si era trattato di un’esperienza
durata relativamente poco, interrotta dalla decisione di andarsene a Milano e
dare, da allora in poi, la priorità assoluta alla letteratura; sarebbe stata lei la sua vita, il suo
destino. || Tuttavia un desiderio di giornalismo, sebbene latente, rimase sempre vivo, e pronto
a venir fuori quando si presentava l’occasione buona. Fu cosí in quei mesi del ‘75, quando
facendo la spola tra la casa materna di Sant’Agata e la nostra redazione, si buttò con
manifesta gioia in un intenso lavoro giornalistico. Partecipando dapprima con articoli e
interviste alla campagna per il buon governo e la candidatura di Sciascia, poi nell’estate
andando in giro col taccuino del cronista a seguire a Trapani il processo al «mostro di Marsala»
(l’uomo che aveva fatto morire tre bimbe gettandole vive in un pozzo), o la vicenda del
sequestro Corleo, il patriarca delle esattorie. In pieno agosto, si era persino spinto, e credo
anche divertito, a fare un «viaggio» di osservazione tra gli uffici semideserti di Palermocapitale.
Insomma, un bel bagno mediterraneo di umile giornalismo, mentre tra un servizio
e l’altro trovava il luogo e il silenzio dove ripararsi per dare gli ultimi ritocchi a «Il sorriso
dell’ignoto marinaio»: il capolavoro che da lí a qualche mese lo avrebbe consacrato tra gli eredi
della grande letteratura che la Sicilia ha dato alla nazione. A dicembre ne pubblicammo in
anteprima un capitolo: la festa in casa del barone Mandralisca.»
120 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
Siamo dunque, estate del 1975, alla vigilia dell’edizione numerata in 150
esemplari con incisione firmata di Renato Guttuso per i tipi di Gaetano Manusé,
edizione nel cui colophon è dichiarata la data dell’«autunno MCMLXXV».
Manusé, da Valguarnera Caropepe di Sicilia, titolare prima di una bancarella
poi di una libreria antiquaria a Milano, si era dichiarato interessato a pubblicare
qualcosa di Consolo e, saputo dalla moglie Caterina, sollecitata in tal
senso, dell’esistenza di un prosieguo del racconto già apparso sulla rivista moraviana,
propone la pubblicazione per bibliofili del Sorriso. Basta ricordare che della
composizione e tiratura si occuperà Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega
di Verona, erede della prestigiosa Officina Bodoni di Verona fondata dal
padre Giovanni Hans, e che per l’occasione Leonardo Sciascia coinvolgerà
Renato Guttuso il quale, rileggendo il ritratto di Antonello, appresterà un’incisione
in cui viene rovesciata l’angolazione dell’immagine rispetto all’attante:
il trequarti del misterioso personaggio non è rivolto a sinistra, ma a destra.23
Domenica 30 novembre 1975, la pagina culturale di Il Giorno di Milano
pubblica un lungo articolo di Corrado Stajano, dal titolo redazionale molto
allettante.24 Al corrente delle alterne, combattute vicissitudini dello scriptorium
di Consolo, conscio di quanto vi sta accadendo, Stajano fa una mossa a
sorpresa: recensisce il libro appena uscito, ma ad un tempo, parlandone come
della parte di un tutto imminente, sembra voler forzarne la definitiva confezione.
Dopo aver presentato, difatti, le attività del libraio, cosí scrive:
Adesso Manusé ha esaudito il gran sogno della vita, è diventato editore e c’è la
possibilità, dicono gli uomini di penna, che questo primo libro che ha stampato,
[…] possa creare un nuovo caso letterario. Perché qui si sono incontrate
due corde pazze siciliane, quella di Manusé e quella dello scrittore del libro,
o meglio dei primi due capitoli del libro pubblicati in questo volume, che gli editori,
quando il romanzo sarà finito, certo si contenderanno, perché «Il sorriso dell’ignoto
marinaio» è un nuovo «Gattopardo», ma piú sottile, piú intenso del
romanzo di Tomasi di Lampedusa, uno Sciascia poetico, di venosa lava sanguigna
e insieme razionalmente freddo nei suoi teoremi dell’intelligenza. Uno
scritto che arriva dentro l’impensata bottiglia di Manusé e che non ha nulla in
comune con nessuno dei 17 mila libri che si pubblicano ogni anno in Italia.
Gli articoli pubblicati nel 1975 sono: «Un moderno Ulisse fra Scilla e Cariddi. Sfogliando
il Gran libro di Stefano D’Arrigo» (22 febbraio); «L’avventurosa vita di Emilio
Isgrò» (4 aprile); «Il malgoverno e l’impegno politico di Sciascia. Conversazione con Alberto
Moravia» (30 maggio), «Il malgoverno e l’Università. Conversando con il Rettore dell’Università
di Palermo, Giuseppe La Grutta» (13 giugno); vari servizi per il «Processo al
“Mostro di Marsala”» (20, 21, 25, 30 giugno; 5, 11 luglio) e sul sequestro dell’esattore Luigi
Corleo (18, 19 luglio); «A colloquio con il tenore Di Stefano» (14 luglio); «Tanta scienza e
un po’ di show» (26 luglio); «Che ne pensa Grassi, sovrintendente della Scala, del “caso
Lanza Tomasi”?» (29 luglio); «In giro per gli uffici ad agosto» (9, 13 agosto); «Il giallo Majorana
visto da Sciascia» (9 settembre).
23. L’incisione all’acquaforte viene eseguita a Palermo, in una stamperia vicina alla Galleria
Arte al Borgo frequentata dallo scrittore di Racalmuto.
24. C. STAJANO, «Il sorriso dell’ignoto marinaio. Due siciliani pazzi per un libro “unico”», Il Giorno,
Domenica 30 novembre 1975, 3.
E piú avanti, in chiusa, fornisce anticipazioni sulla fabula e sprona, quasi rimbrotta
l’autore:
Vincenzo Consolo, con tutte le sue contropoetiche, politicamente motivate,
è troppo scrittore per rinunciare a scrivere, come avrebbe voluto. Gli è successa
la sorte descritta da Roland Barthes ne «Il grado zero della scrittura»:
«Partito per uccidere la letteratura, l’assassino si ritrova scrittore». […] ora sta
lavorando ai capitoli finali del romanzo, la rivoluzione contadina di Alcara Li
Fusi, la repressione dello Stato italiano dopo la speranza portata da Garibaldi.
Interdonato è il procuratore generale del processo contro i contadini, violenti
contro la violenza. Mandralisca gli scrive una lunga memoria, i contadini
cercano di narrare loro, la loro storia. Ci riusciranno?
«Il sorriso dell’ignoto marinaio» […] è l’ultima difesa di uno scrittore che
non voleva scrivere piú perché, quando il mondo s’incendia, la vita è meglio
viverla che raccontarla.
C’è da pensare che, sotto la forte pressione morale-psicologica delle tre
colonne di Stajano, Consolo raccogliesse il guanto della sfida che vi era insita
e che, nello scorcio del 1975 e il primo semestre del 1976, con un lavoro che
non si fa fatica ad immaginare, con il Leopardi da lui tanto amato, «matto e
disperatissimo», stendesse e organizzasse il resto dell’opera: gli attuali capitoli
IV-IX. Einaudi finisce, infatti, di stampare la prima edizione del libro quale
sarà conosciuto dal vasto pubblico, l’editio princeps, il 10 luglio 1976 e ne farà
circolare altre due stampe identiche, la terza licenziata il 18 settembre dello
stesso anno.
4. Tra emerso e sommerso
Questi in buona sostanza i punti fermi del farsi del testo, i momenti fondanti
della sua storia esterna. Se ne trae l’immediata idea di un progetto in crescendo,
in progressione geometrica.25 Ma questi dati, relativi al merito e alle
vicende dei soli testimoni a stampa, rappresentano solo l’emerso del testo e,
in una prospettiva ecdotica critico-genetica, vanno naturalmente confrontati con
quelli di quante altre fonti sia ancora possibile sottoporre a recensio e collatio.
E qui, come anche per ogni altra opera di qualsivoglia altro scrittore, qualunque
sforzo risulterebbe vano se l’autore volesse tutelare ad oltranza la legittima
riservatezza della propria fucina, del proprio scriptorium. Il lavoro insomma
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 121
25. Forzando la suggestiva immagine del fondamentale saggio di Cesare SEGRE, «La costruzione
a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», in ID., Intrecci di voci.
La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino: Einaudi, 1991, p. 71-86 (trattasi dell’«Introduzione»
dell’edizione 1987 del Sorriso, p. V-XVIII, ripubblicata in quella del 1995,
p. V-XIX), è come se tessere autonome (dal racconto iniziale, cap. I e II, all’integrazione del
resto) si siano andate collocando a formare il mosaico dei gradini della scala tortile, ad
imbuto dantesco, che — se si vuole accogliere l’interpretazione dei simboli di G. TRAINA,
Vincenzo Consolo, op. cit., p. 61-70 — avrebbe consentito la discesa agli inferi e l’ascesa salvifica
del protagonista.
122 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
si bloccherebbe o potrebbe andare avanti solo con le carte di scrittori conservate
in biblioteche, fondazioni, centri appositi (l’esempio piú noto, Pavia) o
variamente e comunque riscattate, come per gli oltre 40 volumi già pubblicati
della Collection Archives,
26 il cui comitato scientifico è presieduto dal prestigioso
romanista italiano Giuseppe Tavani.27
Nel caso del Sorriso, la generosa disponibilità dei coniugi Consolo, informati
della necessità di queste esplorazioni per il mio studio, e in particolare l’amorevole
scrupolosità di Caterina nel preservare materiali rivelatisi preziosi, hanno
consentito di accumulare ingente informazione sulla scorta degli altri testimoni
superstiti: tre bozze di stampa, di cui una eliminanda perché descripta,
tre cartellette di dattiloscritti e un fascicolo dattiloscritto rilegato con l’opera intera;
cinque manoscritti.
Ma prima, per completare il quadro dell’emerso, bisognerà rendere conto
anche della contemporanea attività scrittoria del Nostro, in qualche misura
dialogante con il progetto non ancora ben definito in quel lasso di tempo. La
preistoria del Sorriso, quei tredici anni di lunga gestazione, grosso modo dal
1963 al 1976, sono affiancati da altre scritture.
Da una parte, le collaborazioni giornalistiche, tra cui spiccano: la rubrica
Fuori casa, tenuta su L’Ora di Palermo;28 e vari reportages per Tempo illustrato.
Ai fini dello studio del Sorriso sembrano importanti diversi di tali scritti. In
primo luogo, il racconto Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, uscito prima su
26. La collana, diretta da Amos Segala e posta sotto il patrocinio dell’UNESCO, è affidata a
un Consiglio di firmatari europei e latino-americani del Protocollo Archivos — ALLCA
XX (Association Archives de la Littérature Latino-américaine, des Caraïbes et Africaine du XXe
siècle) e sottoposta alla valutazione di un Comitato scientifico internazionale. Le pubblicazioni
seguono le indicazioni emerse dai seminari di Parigi (1984) e Oporto (1985), poi
confluite nel volume di A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe
siècle, op. cit.
27. Oltre all’art. cit., imprescindibili sono per equilibrio e dottrina: G. TAVANI, «Le Texte:
son importance, son intangibilité»; «Teoría y metodología de la edición crítica», «Los textos
del Siglo XX», «Metodología y práctica de la edición crítica de textos literarios contemporáneos»;
«L’édition critique des auteurs contemporains: vérification méthodologique»,
tutti in A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit.,
rispettivamente: p. 23-34, 35-51, 53-63, 65-84, 133-141. Cfr. inoltre: G. TAVANI, «L’edizione
critico-genetica dei testi letterari: problemi e metodi», in Venezia e le lingue e letterature
straniere. Atti del Convegno, Università di Venezia, 15-17 aprile 1989, Roma:
Bulzoni, 1991, p. 323-331; «L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica,
ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni», in Anna FERRARI
(ed.), Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del
Convegno di Roma, 25-27 maggio 1995, Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo,
1998, p. 545-554.
28. Cfr. l’elenco completo degli articoli firmati da Consolo per il giornale in V. NISTICÒ, Accadeva
in Sicilia, op. cit. In particolare, la rubrica Fuori casa inizia il 7 dicembre 1968 e va
avanti con cadenze irregolari per tutto il primo semestre del 1969 (11 gennaio, 24 febbraio,
10 marzo; 5, 24 e 25 maggio). Dello stesso anno sono: la recensione a Elio VITTORINI, Le
città del mondo (27 settembre 1969) e un articolo sui rapporti tra mafia siciliana e americana
(30 settembre 1969).
L’Ora,
29 poi in un’autorevole silloge di narratori siciliani:30 un racconto strutturato
come cronaca di una visita a Tusa alla famiglia di Carmine Battaglia,
ucciso dalla mafia, in cui si innesta un breve brano documentario del 1860
sull’avversione dei nobili latifondisti al decreto garibaldino del 2 giugno 1860
lesivo dei propri privilegi. L’impianto rappresenterebbe quindi il primo, timido
apparire, non piú di un accenno, di un modo costruttivo esemplato su
modelli tedeschi, sul quale, per sua stessa affermazione, Consolo scommette
con forza nel Sorriso31 e anche in seguito.32 Poi, su Tempo illustrato, un’inchiesta
sui cavatori di pietra pomice delle Eolie affetti da silicosi, come quello
dell’incipit del Sorriso, in pellegrinaggio al santuario di Tindari,33 e un’altra su
Cefalù e quell’Aleister Crowley che apparirà molto dopo in Nottetempo, casa
per casa (1992), e di cui si ha traccia in un quaderno ms del Sorriso che cosí
contribuisce a datare.34 Infine, ancora su L’Ora, il resoconto dell’inaugurazione
di una mostra di Guttuso, i cui appunti iniziali e primo svolgimento si trovano
in un altro quaderno ms alla cui datazione ci si potrà cosí approssimare.35
Dall’altra parte, si annoverano le presentazioni di vari cataloghi di mostre,
di cui due soprattutto rilevanti per la costituzione testuale del Sorriso: l’una di
un’esposizione di Luciano Gussoni (1971), l’altra di un’esposizione di Michele
Spadaro (1972), rilevanti in quanto i cataloghi sono latori di due lacerti rifusi
rispettivamente nei capitoli VII e I.36
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 123
29. L’Ora, 16 aprile 1966. All’assassinio sono dedicati sul giornale, sempre in prima linea contro
la mafia, articoli di Mauro DE MAURO (in seguito vittima della cosiddetta lupara bianca)
e Mario FARINELLA (24, 25, 26, 28 marzo 1966) e di Felice CHILANTI (9 aprile 1966).
30. Leonardo SCIASCIA & Salvatore GUGLIELMINO (edd.), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia,
1967, p. 428-434.
31. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49.
32. Se si guarda solo alle opere limitrofe al Sorriso, il metodo sarà applicato, per le appendici
erudite, a Lunaria, Torino: Einaudi, 1985, p. 71-85 (Milano: Mondadori, 1996, p. 93-
129) e, per gli inserti documentari, al racconto lungo «Ratumemi», in Le pietre di Pantalica,
Milano: Mondadori, 1988, p. 47-74, altra storia di feudi del secondo dopoguerra,
tematicamente piú affine a Per un po’ d’erba…
33. «Così la pomice si mangia Lipari», Tempo illustrato, 17 ottobre 1970, di cui non si ha alcuna
traccia nei mss. sottoposti a recensio. In Ms 2 si riscontra invece la prima attestazione di
«Una Sicilia trapiantata nella nebbia», che uscirà sempre su Tempo illustrato. L’articolo è
conservato nel Fondo personale Consolo con l’annotazione di Caterina Consolo: «1970»,
senza indicazione del giorno e del mese, ma nel corpo si ravvisa un post quem: «ottobre».
34. Ms 2, ff. 1-5. Cfr. «C’era Mussolini e il diavolo si fermò a Cefalù», Tempo illustrato, 2 ottobre
1971.
35. Ms 4, ff. 41v
-33v
. Cfr. «Guttuso torna nella “sua” Milano», L’Ora, 18 ottobre 1974. Sempre
nell’ambito delle arti figurative, un altro articolo di alcuni mesi prima: «Bruno Caruso provoca
Milano», L’Ora, 9 febbraio 1974.
36. V. CONSOLO, «Nottetempo, casa per casa», in Luciano Gussoni, Villa Reale di Monza,
10-30 novembre 1971; ID., «Marina a Tindari», in Michele Spadaro, Como, Galleria Giovio,
15-30 aprile 1972; poi anche in ID., Marina a Tindari, commento a cura di Sergio
SPADARO, tiratura in cento esemplari numerati fuori commercio, Vercelli, Arti grafiche Cav.
Piero De Marchi, 1972, p. 15-18. Quest’ultima presentazione è firmata e precisamente
datata, com’è consuetudine dello scrittore: «Vincenzo Consolo || (27 febbraio 1972)».
Nella fase preparatoria delle giornate di studio di Siviglia, ognuno in possesso e informato
di un solo testimone, ci siamo scambiati i dati con il collega Miguel Ángel Cuevas.
124 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
5. Il sommerso
Tornando ora ai testimoni manoscritti e dattiloscritti del Sorriso, non è questa
la sede per proporne una descrizione esaustiva. Si cercherà invece di metterne
in evidenza la portata facendo solo due esempi su versanti apparentemente
diversi.
Intanto, sulla loro scorta, sarà possibile qualche correzione di tiro cronologica.
Tra i quaderni mss, gli antiquiores, numerati appunto Ms 1 e Ms 2, contengono
frammenti confluiti nella lezione di Nuovi Argomenti. Tra il 1969 e
il 1975 si collocherebbero gli altri due, denominati Ms 3 e Ms 4: sono latori,
infatti, di lacerti non presenti nell’edizione 1969 e interpolati come due scatole
cinesi in quella del 1975: l’uno, Ms 3, di un inciso avente per confini: «Lasciò
la speronara […] alla sua casa a Cefalù» (ff. 31-30v
), l’altro, Ms 4, di un ulteriore
innesto nel tronco dell’inciso precedente: «Dietro questi pezzi […] Caserta
e di Versailles» (f. 18).
Questi stessi due quaderni Mss 3 e 4 sono inoltre legati dal ricordo, presente
in entrambi, del primo incontro tra Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo
avvenuto in un giorno segnalato, il primo in cui grazie a una disposizione del
Concilio Vaticano II si celebrava la messa in lingua italiana: domenica 7 marzo
1965.37 L’appunto potrebbe essere trattato alla stregua di un indizio temporale
e, per come e dove è tradito, una sorta di a quo / ad quem.
38
Il riuso da parte dell’autore di Ms 4, vergato capovolto, assicura poi la trasmissione
dell’articolo giornalistico su Guttuso già ricordato e da datare perciò
ante il 18 ottobre 1974.
Se, infine, contestualmente ai dati appena forniti, consideriamo che Ms 3
tramanda varie stesure di Morti sacrata (futuro cap. III), le prime prove di Val
Dèmone (futuro cap. IV), un appunto che rinvia a Il Vespro (futuro cap. V) e che
Ms 4 tramanda brani di Val Dèmone e la Lettera di Enrico Pirajno all’avvocato
Giovanni Interdonato (futuro cap. VI), si potrebbe inferire che, se non proprio
intorno al 1965 (incontro Sciascia-Piccolo), già alla data del 1974 (articolo
sulla mostra di Guttuso) o tutt’al piú, in ultima istanza, nel 1975 prima dell’edizione
Manusé, il Sorriso fosse per buona parte, quasi per intero in movimento.
Allo stato attuale, mancherebbero attestazioni mss databili solo dei
capitoli VII, VIII, IX.
37. Cfr. Ms 3, ff. 17v e 20; Ms 4, f. guardia 1v
.
38. L’appunto sarà sviluppato in Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 142 e ricordato in Fuga dall’Etna,
op. cit., p. 23-24, dove viene ulteriormente esteso (testo in corsivo nostro): «Al congedo,
sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per
le colline: “Sciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali”.
“C’è qui Consolo”, rispose Sciascia. “Consolo è ancora giovinetto”, replicò Piccolo sarcasticamente
(avevo trentatrè anni!). Ma io presi quella frase come impegno verso Sciascia e come una
sfida verso il barone». L’interesse per il poeta aveva già dato frutto in un’intera pagina del
giornale di Nisticò con un articolo: «Il barone magico: Lucio Piccolo», L’Ora, 17 febbraio
1967, accompagnato da quattro canti inediti. Si noti che «Il barone magico» è il titolo scelto
da Consolo per il trittico che costituisce la penultima parte della sezione Persone, seconda
e centrale di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135, 136-144, 145-149.
Se andiamo ora, secondo esempio, alle tre cartellette di dattiloscritti, se ne
potrà ricavare informazione sia dai fascicoli contenuti, sia anche dai bifogli di
cartoncino colorato (rosa) che li raccolgono e conservano. Ed è informazione
di peso circa il crescere del progetto di scrittura e la graduale definizione dell’architettura
dell’opera. Solo qualche breve accenno.
Si confronti ad es. la copertina della cartelletta denominata Ds 1, contenente
prime stesure dei capp. I-VI, con annotazioni a mano di Caterina Consolo,
con varie modifiche di titolo, con quella della cartelletta designata Ds 3,
contenente tutta l’opera tranne il cap. VI (Lettera…), sulla quale appare già lo
schema definitivo autografo con le date relative alla scansione del tempo interno
dell’opera, in corrispondenza dei singoli capitoli: un’articolazione in tre
parti (la prima: cap. I + App. I e II, cap. II + App. I e II; la seconda: capp. IIIV;
la terza: capp. VI-IX) + Appendici finali, numerate «10)» e intitolate inizialmente
«10) La fucilazione» e poi poste sotto l’epigrafe generica «10)
Appendici»; e ancora qualche titubanza sulla collocazione di Morti sacrata (il
capitolo prima segue «3) Val Dèmone» ed è quindi numerato «4)», ma poi
entrambe le numerazioni vengono emendate ed invertite).
Ancora piú illuminante il fascicoletto numerato Ds 1.1, intitolato polisemicamente
Carte per gioco e con l’eloquentissimo sottotitolo «(Racconti e cose
da raccontare fin dal tempo di Garibaldi)», il quale sembra in tutto e per tutto
lo schema strutturale di un’opera non nata, o piuttosto la crisalide che si trasformerà
nella futura farfalla:39 le Carte sono articolate in tre tempi: «narrativo»
(e sarebbe il Sorriso del 1969, quello di Nuovi Argomenti, preceduto però da
un «Antefatto» scritto ex novo e seguito da un’appendice documentaria (Lettera
di Enrico Pirajno barone di Mandralisca al barone Andrea Bivona),40 «storico»
(con riportati brani documentari storici sulla strage di Alcara e un
bollettino di guerra), «magico o poetico», dedicato a Lucio Piccolo, brano
che con qualche variante vedrà la luce molto tempo dopo nelle Pietre di Pantalica.
41
È evidente, e non può non sorprendere, come in tempi insospettati ed alti
nella cronologia del Sorriso, fossero già tutti presenti i principali semi, gli elementi
lievitati nel futuro libro: l’invenzione diegetica, l’analitico storico d’influenza
tedesca, il poetico; ci fossero i personaggi e i fatti: insomma, come
scrive Enrico Pirajno di Mandralisca, per un momento alter ego dell’autore,
«il timbro e il tono, e le parole» (Sorriso, ed. 2004, p. 119). Sembra pure chiaPer
una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 125
39. Il titolo è allusivo: nugae, carte da gioco (tre come i tempi), cartelle dss «per giocare»,
e verosimilmente anche nel senso traslato del jouer, del play, «da eseguire, interpretare, rappresentare».
Ancor di piú il sottotitolo, con l’accenno al già raccontato (la propria pièce iniziale)
e alle cose o fatti otto-novecenteschi ancora in cerca d’autore, un autore che sappia
come raccontarli, e in quale chiave: diversa dalla canonica, allora, da quella suggerita dagli
auctores?, non alla Verga, Pirandello, Tomasi, Sciascia?
40. Sarebbe la prima attestazione della futura «Appendice prima» del cap. I.
41. È il primo dei tre capitoletti riuniti — come già detto — sotto il titolo «Il barone magico»
nella sezione Persone di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135.
126 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
ro come fosse già maturata la scelta del «romanzo storico-metaforico»42 con
un occhio rivolto al Manzoni, ma superandone il paternalismo espressivo grazie
all’insegnamento di Verga,43 e l’altro ai tedeschi del Gruppo 47, gli «analitici»
Hans Magnus Enzensberger, Alexander Kluge ed altri, di cui aveva dovuto
leggere pagine sul Menabò vittoriniano (9, 1966) e nelle traduzioni dei primi
anni Settanta,44 e che lo riportavano forse al Manzoni che ritratta e, ormai
spinto alla negazione dei suoi stessi precetti poetici, è capace solo di redigere la
Storia della colonna infame45 che a tutti i costi vuol pubblicare in solido con
I promessi sposi (1842).46
Scorgiamo già all’orizzonte, insomma, il Sorriso quale è arrivato a noi, e
nella chiave e forma, scelte dall’autore, di «romanzo ideologico», cioè di romanzo
«critico», di una ideologia che consiste «nell’opporsi al potere, qualsiasi potere,
nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o
meglio la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze,
i mali e gli orrori del nostro tempo.»47
42. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70; all’insegna della convinzione piú volte manifestata,
ed esplicitata dall’esergo di questo stesso libro-intervista (p. 1), che: «Il solo coerente
sistema di segni da cui può essere colta la storia come realtà materiale sembra essere la
letteratura (H. M. ENZENSBERGER, Letteratura come storiografia)».
43. C. RICCARDI, «Inganni e follie della storia », in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit.,
p. 91.
44. Ibid., p. 82 e p. 109, n. 3. E, prima, cfr. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49.
45. Nell’a parte, quasi alla fine del cap. VII del Sorriso, viene alla fine omesso un brano dell’Introduzione
della Storia manzoniana, che viene bensí riportato nella fonte di quel passo
(in corsivo nostro il lacerto tradito da Luciano Gussoni, op. cit. e poi espunto): «Che vengano,
vengano ad orde sferraglianti, con squilli lame della notte, perché il silenzio, la pausa
ti morde. || Chi sparse quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce.
«…La rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati
che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale…; il
timor fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono state
issate le colonne dell’infamia. || Ma tu aspetta, fa’ piano. […]» (Sorriso, ed. 2004, p. 130).
46. Un’incisiva descrizione della macerante riflessione manzoniana viene proposta da Giovanni
ALBERTOCCHI, Alessandro Manzoni, Madrid: Síntesis, 2003, p. 106-116.
47. In questi termini viene esplicitata la definizione in V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit.,
p. 70. Dalla facile accusa di ideologismo mette al riparo la pregnante valutazione di M. ONOFRI,
«Nel magma italiano», in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 60: «Consolo,
ecco il punto, è un miracoloso scrittore politico: laddove il miracolo sta nel fatto che la
politica gli si eserciti sulla pagina per via di un’oltranza di stile.»download

Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo

Nicolò Messina Universitat de Girona



Il contributo tenta di delineare la storia del farsi dell’opera più studiata di Vincenzo Consolo sulla scorta dei testimoni già sottoposti a recensio (edizioni a stampa, dattiloscritti, manoscritti). Parole chiave: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, edizioni critico-genetiche, ecdotica di testi moderni e contemporanei. Abstract The contribution attempts to outline the history of the creation of Vincenzo Consolo’s most studied work, based on the supply of accounts already submitted to review (printed, typed and manuscript editions). Key words: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, critical-genetic editions, critical editions of modern and contemporaneous texts. 1. In limine Nella presentazione della nuova collana «Clásicos Modernos» di una delle più prestigiose case editrici spagnole, José Saramago, senz’altro nel suo castigliano deliziosamente lusitaneggiante e con il suo abituale tono deciso, asseriva pubblicamente: «Estamos hechos de pasado. El presente no existe y el futuro no sabemos lo que es». 1 La frase potrebbe ben costituire l’esergo di queste pagine, che hanno per oggetto-soggetto Il sorriso dell’ignoto marinaio, e l’aggancio è almeno doppio. 1. L’incontro pubblico, organizzato dalle edizioni Alfaguara, si è tenuto al Círculo de Bellas Artes di Madrid il 27 settembre 2004. L’idea della collana è dovuta — a detta della stessa direttrice editoriale di Alfaguara, Amaya Elezcano — a un suggerimento del Nobel portoghese. La collana, inaugurata da Jacques el fatalista di Denis Diderot, annovera tra i primi volumi, già in libreria, anche i manzoniani Los novios nella traduzione fattane da Esther Benítez. Cfr. El País (Martes 28 de septiembre de 2004): 42. 114  Da un lato, infatti, e non appaia aneddotico, il Sorriso è stato la scorsa primavera ripubblicato da Mondadori in una collana che curiosamente ricorre alla medesima etichetta: «Classici moderni»; 2 dall’altro, poi, l’affondo di Saramago — non a sproposito in un oggi affetto da multiformi amnesie — rivendica in sé e per sé il ruolo della memoria senza la quale non siamo, e non certo perché atteggiati a conservatori idolatri del vissuto umano, perché abbarbicate, irremovibili ostriche verghiane3 o stanchi e immalinconiti laudatores temporis acti. Al riguardo, quale migliore sintonia con Consolo? Il quale — è risaputo — da sempre s’oppone vigile all’appiattimento stritolante sull’unica dimensione temporale del presente, comodo, se non programmaticamente ricercato dagli autarchi che s’ispirano al pensiero unico. Ecco perché forse Consolo, da sempre, fa letteratura ricorrendo a metafore storiche. D’altra parte, come piú di uno ha sottolineato, è certo intorno alla funzione attiva, alla forza propulsiva della memoria che quaglia la metafora del Sorriso: un ieri, ottocentescamente databile, in dialettica con l’oggi del lettore (la metà degli anni Settanta del secolo breve appena concluso, ma anche la metà del primo decennio di questo nostro nuovo secolo).4 2. Cfr. piú avanti il riferimento bibliografico completo. 3. Per fugare ogni possibile dubbio sulla propulsività della memoria, da non intendere pertanto quale attaccamento […] allo scoglio di un rassegnato immobilismo, non è fuori luogo citare per esteso, il noto passo di Fantasticheria (1879), che, pur estrapolato dal suo contesto e con tutti i sottili distinguo dell’autore, sembra presago di un certo fatalismo misoneista, improntato piú all’inutilità che all’impossibilità di ogni reazione umana alle condizioni e ai ruoli assegnati; manifestazione, in breve, di una sorta di noluntas: «Insomma l’ideale dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica, e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere mentre seminava príncipi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Parmi che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione.» (G. VERGA, Tutte le novelle, ed. Carla RICCARDI, Milano: Mondadori, 1979; 19965, p. 135-136) 4. Per felici coincidenze, alle giornate sivigliane all’origine di queste note partecipava anche Maria Attanasio, fine autrice di poesie (Interni, Parma: Guanda, 1979; Nero barocco nero, Caltanissetta-Roma: Sciascia, 1985; Eros e mente, Milano: La Vita Felice, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, Milano: La Vita Felice, 2003; 20043), che si rivela scossa dall’identica volontà di resistenza all’oblio, a giudicare dai frutti delle ore da lei dedicate alla prosa: Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Palermo: Sellerio, 1994; Piccole cronache di un secolo, Palermo: Sellerio, 1997 (con Domenico AMOROSO); Di Concetta e le sue donne, Palermo: Sellerio, 1999. Proprio da quest’ultimo, commosso, bel libro testimonianza si estrapolano deliberatamente due brani assai eloquenti sull’etica dello scrivere: «Un tempo ogni città, piccola o grande, affidava la storia civile della comunità alla scrittura del cronista; insieme agli eventi civici e allo straordinario egli spesso registrava anche l’ordinario di essa […] sottraendone la memoria alle azzeranti generalizzazioni della storia, che per sua natura emargina in un’impenetrabile zona d’ombra l’alfa e l’omega costitutivi della sua trama» (p. 32); «Non restava che […] testimoniare direttamente questa piccola storia di ordinaria militanza, una tra le tante di quegli anni. || Senza però sottrarsi al Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 115 2. De finibus terminisque constituendis Su Consolo e Il sorriso dell’ignoto marinaio, in particolare, l’interesse critico non è mai tramontato. Ingente è ormai la letteratura secondaria. Da un lato, ne fanno fede le bibliografie via via aggiornate e desumibili da volumi e riviste: dalla prima monografia di Flora Di Legami5 al numero omaggio di Nuove Effemeridi, 6 dal libro di Attilio Scuderi7 a quello recente di Giuseppe Traina,8 dal «ritratto» di Enzo Papa9 alla premessa editoriale dell’ultima ristampa dell’opera.10 Dall’altro, chiara eco se ne riceve anche da collectanea a seguito di convegni dedicati allo scrittore: si rammentino almeno quelli organizzati nel solo ultimo torno di tempo a Parigi, Siracusa, Siviglia.11 Anche i lettori, dilettanti e non solo professionisti della letteratura, compresi quanti si escludono dal novero degli estimatori più ferventi dell’opera consoliana, riconoscono unanimi nel libro, in questo libro, un classico: non sorprende perciò il suo inserimento in una collana ad hoc, né che qualcuno, come Sergio Pautasso, dichiari apertamente il piacere di rileggerlo o che qualche coinvolgimento emozionale, né fingere un’ipocrita oggettività: memoria emotivamente condivisa per i protagonisti che ancora camminano per le strade, gesticolano odiano amano, continuano a resistere come possono, e s’incazzano in questo smemorato Occidente dove la supponenza della mondializzata economia di nuovo si autocelebra, in nome del mercato e del profitto, universale essenza dell’uomo contro l’uomo. E la sua spregiudicata ancilla — la politica — l’asseconda, insieme a Marx e a Voltaire, gettando l’utopia, come un nastro smagnetizzato, nelle discariche della storia.» (p. 35) 5. F. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina): Pungitopo, 1990. 6. Nuove Effemeridi. rassegna trimestrale di cultura, 29, [Palermo: Guida] 1995. 7. A. SCUDERI, Scritture senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Enna: Il Lunario, 1998. 8. G. TRAINA, Vincenzo Consolo, Fiesole (Firenze): Cadmo, 2001. 9. E. PAPA, «Ritratti critici di contemporanei: Vincenzo Consolo», Belfagor, LVIII 344, 2003, 179-198. 10. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori, 2004, p. XIV-XVII. 11. Ancora in corso di stampa gli atti del convegno Vincenzo Consolo. Éthique et écriture, tenuto alla Sorbonne Nouvelle venerdì 25 e sabato 26 ottobre 2002, con interventi di Guido Davico Bonino, Maria Pia De Paulis, Denis Ferraris, Giulio Ferroni, Rosalba Galvagno, Walter Geerts, Valeria Giannetti, Claude Imberty, Jean-Paul Manganaro, Antonino Recupero, Marie-France Renard, Cesare Segre. Sono invece usciti quelli del convegno siracusano: Enzo PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni, 2004, con contributi di Paolo CARILE, «Testimonianza» (p. 11-13); Maria Rosa CUTRUFELLI, «Un severo, familiare maestro» (p. 17-22); Rosalba GALVAGNO, «Destino di una metamorfosi nel romanzo Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo» (p. 23-58); Massimo ONOFRI, «Nel magma italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale» (p. 59-67); Sergio PAUTASSO, «Il piacere di rileggere Il sorriso dell’ignoto marinaio, o dell’intelligenza narrativa» (p. 69-80); Carla RICCARDI, «Inganni e follie della storia: lo stile liricotragico della narrativa di Consolo» (p. 81-111); Giuseppe TRAINA, «Rilettura di Retablo» (p. 113-132). Le relazioni presentate alle giornate di studio sivigliane, Vincenzo Consolo. Per i suoi 70 (+1) anni (Universidad de Sevilla, Facultad de Filología, 15-16 ottobre 2004), costituiscono il nucleo di questo numero di Quaderns d’Italià. 116 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina che altro, come Massimo Onofri, ammetta Consolo in un canone resistente allo stesso variare delle mode critiche.12 D’altronde, il ruolo principe rappresentato dal Sorriso nel corpus consoliano è a più riprese e in vari modi e gradazioni sottolineato dallo stesso autore: in interviste13 o anche in interventi sparsi, dalla postfazione all’edizione mondadoriana del ventennale14 alla lectio magistralis in occasione dell’investitura a doctor honoris causa dell’Università di Roma Tor Vergata (18 febbraio 2003). Delineato tale scenario, arduo intervenire su quest’opera. Per l’occasione, quindi, con formula ciceroniana, mihi fines terminosque constituam e sottoporrò al dibattito critico un qualcosa di forse più congeniale alla mia natura di manovale della filologia: un tentativo di tracciare una storia o, meno ambiziosamente, una cronaca del farsi del libro dalla sua «preistoria» in avanti, sistematizzando materiali sparsi, più o meno noti, e aggiungendovi, con cautela, alcuni elementi nuovi. Una certa prudente reticenza è peraltro consigliabile, dettata com’è dallo svolgimento in atto di una ricerca, ormai quasi in dirittura d’arrivo, intesa proprio all’allestimento di una edizione critico-genetica del Sorriso. Insomma, ricorrendo alle categorie di avantesto, paratesto e testo, le mie intenzioni saranno più perspicue e, ancor di più, se si preciseranno le coordinate di una prospettiva ecdotica in cui nulla va «ricostruito», perché niente è stato «distrutto»; e nemmeno si tende a restituire in via ipotetica un archetipo smarrito e forse mai tangibilmente esistito, per definizione optimus e via via degradatosi nelle sue imperfette, corrotte riproduzioni, giacché l’opera, nella lezione licenziata dall’autore, è a nostra portata di mano. È una prospettiva di contro più complessa e solo nominalmente, per così dire, capovolta: in essa, difatti, i testimoni recentiores, già dopo Giorgio Pasquali ammessi non deteriores, non sono però di necessità accettabili come senz’altro meliores — anzi meta raggiunta, immigliorabile e addirittura ottima dell’iter creativo — e pertanto suggellati dal definitivo ne varietur dell’autore. Essi semmai presuppongono, trovano giustificazione fondante nei testimoni antiquiores, o piuttosto antiquissimi (dalla nota sparsa allo scartafaccio, ai prodotti delle successive fasi e decantazioni scrittorie), i quali al cospetto dei recentiores o ultimi, espressione dell’optima voluntas dell’autore, sarebbero certo da considerare tout court 12. Cfr. rispettivamente i saggi accolti in E. PAPA, (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 69-80 e 59-67. 13. Dalle lontane Mario FUSCO (ed.), «Questions à Vincenzo Consolo», La Quinzaine Littéraire, 321, 1980, 16-17; a Marino SINIBALDI (ed.), «La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo», Leggere, 2, 1988, 8-15; dalla più organica uscita in volume dal titolo guttusiano (è la didascalia di un quadro [olio su tela, cm.147,2 x 256,5] del 1940, finito l’anno prima e conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), V. CONSOLO, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma: Donzelli, 1993, a quelle recentissime, l’una a cura di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 123-138, o l’altra leggibile in internet, a cura di Dora MARRAFFA e Renato CORPACI, Italialibri, www.italialibri.net, 2001. 14. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1997, p. 173-183; poi in ID., Di qua dal faro, Milano: Mondadori, 1999, p. 276-282, ed anche nell’ultima riproposta del Sorriso, ed. 2004, p. 167-175. destituiti di tutti i valori loro attribuibili dalla stemmatica classica, in quanto — pur prossimi al codice x dell’opera — non si collocherebbero al di sotto di esso, non ne costituirebbero una fase cronologica più bassa, inferiore, bensì soltanto e nient’altro che il più alto, superiore e superato, perciò trascurabile, stadio magmatico embrionale. E tuttavia, per ciò stesso, tali reperti vanno sottoposti ad accurata recensio e collatio, e risultano necessari e imprescindibili per studiare il di-venire del testo dalla prima intelaiatura verso la tessitura rifinita, proprio perché nella genesi dell’opera rappresentano il caos primordiale, l’arché primigenia, non formata, l’impulso d’avvio e soprattutto la prova dei vari movimenti del testo fino al risolutivo colpo di timone dell’autore, insomma una sorta di illuminante pre-archetipo.15 3. L’emerso Per comodità converrà sin dall’inizio tracciare la mappa delle edizioni a stampa [in grassetto l’ulteriore precisazione cronologica], anche perché sono quelle consultabili ed accessibili, e ad esse si rimanderà spesso: 1969 «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti, Nuova Serie, n. 15 [luglio-settembre]: edizione parziale, cap. I, senza Antefatto né Appendici I e II; 1975 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano: Gaetano Manusé, edizione numerata con un’incisione firmata di Renato GUTTUSO: edizione parziale, cap. I, con Antefatto e Appendici I e II; e cap. II, L’albero delle quattro arance, senza Appendici I e II [autunno]; 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino: Einaudi: editio princeps [finito di stampare 10 luglio, 1ª ed.; 18 settembre, 3ª ed.]; 1987 Il sorriso dell’ignoto marinaio, intr. Cesare SEGRE, «Oscar oro. 9», Milano: Mondadori [marzo]; 1992 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Nuovi Coralli. 464», Torino: Einaudi; 1995 Il sorriso dell’ignoto marinaio, ed. commentata a cura di Giovanni TESIO, intr. Cesare SEGRE, «Letteratura del Novecento», Milano: Elemond Scuola [dicembre]; 1997 Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori [febbraio]; 2002 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar scrittori del Novecento», Milano: Mondadori [gennaio]; 2004 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori [marzo]. Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 117 15. Solo qualche riferimento bibliografico ormai canonico: Louis HAY (ed.), Essais de critique génétique, Paris: Flammarion, 1979; Amos SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XX siècle. Théorie et pratique de l’édition critique, Roma: Bulzoni, 1988; Almuth GRÉSILLON, Éléments de critique génétique. Lire les manuscrits modernes, Paris: P.U.F., 1994; Giuseppe TAVANI, «Filologia e genetica», Cuadernos de Filología Italiana, 3 (1996): 63-90; Michel CONTAT & Daniel FERRER (edd.), Pourquoi la critique génétique? Méthodes, théories, Paris: CNRS Éditions, 1998. 118 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina Non è agevole fissare date precise di avvio di una scrittura, neanche — si sa — nel caso di scrittori ancora produttivi con cui poter dialogare. Nel caso del nostro libro, ad ogni modo, tutto il movimento del testo — è ovvio — sarà iniziato verosimilmente tra l’a quo di La Ferita dell’aprile, il «mese più crudele» di eliotiana memoria, cioè il 1963,16 e la prima «orditura» licenziata dall’autore: quel Il sorriso dell’ignoto marinaio apparso su Nuovi Argomenti (luglio-settembre 1969), che corrisponde grosso modo al futuro cap. I del libro, ma non è ancora corredato né dell’Antefatto, né delle due Appendici documentarie a firma del protagonista, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca.17 È un dato accertato, comunque, che le pagine appena ricordate, già dotate evidentemente, all’avviso dell’autore, di una loro autonomia e compiutezza narrativa, erano state in precedenza mandate, ma senza esito, alla rivista Paragone di Roberto Longhi e Anna Banti. A motivare l’invio è appunto il Trittico siciliano di Longhi, scritto in occasione della grande mostra del 1953 a Messina su Antonello e la pittura del ‘400 in Sicilia, ma il critico, in un incontro pubblico a Milano nel 1969, all’autore che chiedeva notizie del suo racconto così rispondeva severamente: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve finire!». 18 Rievocando l’episodio, Consolo cerca di giustificarlo così: Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare Antonello. Quello effigiato lí era un ricco, un signore. Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il quadro non in chiave scientifica, ma letteraria.19 Il testo veniva, allora, risolutamente spedito a Enzo Siciliano ed usciva finalmente su Nuovi Argomenti, la rivista di Alberto Carocci, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. La memoria personale dell’autore, corroborata dalla testimonianza di Caterina Pilenga, conosciuta subito dopo il trasferimento a Milano nel Capodanno del 1968, e da un certo punto in possesso di «ambo le chiavi | del cor» consoliano,20 questa doppia memoria fornisce altri dati di notevole interesse nella cronologia del farsi dell’opera. 16. Dal colophon si estraggono i seguenti dati più precisi: «[…] impresso nel mese di settembre dell’anno 1963 […] Il Tornasole — Pubblicazione periodica mensile — Registrazione Tribunale di Milano n. 6273 del 14-3-1963 […]». Dell’opera si attende l’imminente versione spagnola a cura di Miguel Ángel Cuevas. 17. La pubblicazione — sia concessa l’indiscrezione — avrebbe fruttato all’autore un compenso di Lit. 16.000. In una lettera della direzione della rivista del 12 dicembre 1969, infatti, si conferma l’avvenuta pubblicazione (nel «numero testé pubblicato») e si comunica l’emissione di un assegno di tale importo. 18. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 37-38. 19. Ibid., p. 38. 20. Così viene presentata la futura moglie: «una delle cinque o sei persone che avevano letto» con entusiasmo la Ferita su segnalazione di Raffaele Crovi (Ibid., p. 35). Il quale è tra l’altro fra In primo luogo, riporta la chiusura del racconto, con quelle verosimili fattezze, a quell’anno 1968 e informa dell’avvenuta stesura, a quella data, e prima dell’arrivo a Milano nel gennaio 1968, anche del futuro cap. II L’albero delle quattro arance; inoltre, conferma che, dopo il fisico manifestarsi in Nuovi Argomenti, il progetto narrativo, di cui il racconto pubblicato è la prima concretizzazione, viene momentaneamente accantonato, anche se l’autore è nel frattempo preso dalla stesura del futuro cap. III Morti sacrata, che nessuno ha letto, tranne la moglie Caterina, e di cui alcuni sono a conoscenza (Corrado Stajano); infine, aggiunge che nel 1975 Consolo ottiene dalla RAI, nella cui sede milanese lavorava,21 un permesso di sei mesi, lascia Milano e torna in Sicilia dove collabora al giornale L’Ora di Vittorio Nisticò22 ed è raggiunto quell’estate da Caterina. Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 119 i pochi frequentati da Consolo, oltre al conterraneo Basilio Reale, sin dal tempo del primo soggiorno milanese (G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 11): sono i tre anni della frequenza della Cattolica (1952-56), che saranno poi seguiti dal servizio militare a Roma, dalla laurea a Messina, dal praticantato notarile, dall’inizio del lavoro d’insegnante nel 1958 (E. PAPA, art. cit., p. 194). 21. A sottolineare i difficili rapporti di lavoro, l’azienda viene definita, una «fabbrica di armi» (V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 34). 22. Vale la pena di riportare sull’esperienza giornalistica consoliana un brano dello stesso V. NISTICÒ, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, I, Palermo: Sellerio, 2001, p. 113-114: «[…] Vincenzo Consolo, sebbene vivesse ormai a Milano, da inquieto esule qual era, non perdeva occasione per tornare in Sicilia, dai suoi a Sant’Agata, e far sosta, potendo, anche al giornale. In fondo, tra i nostri scrittori era quello che sentivamo più di casa, il più famigliare. Amavamo di lui il garbo, la modestia, il senso di amicizia, gli accenni di sorridente ironia, non meno di quanto ci affascinassero i ricami della sua scrittura, la sua totale mediterraneità, quei fuochi improvvisi della sua passione letteraria e civile. Tra il ‘68 e il ‘69 pubblicammo una sua rubrica di annotazioni, «Fuori casa», un piccolo gioiello di giornalismo che diventa letteratura. || Nei primi mesi del ‘75 Consolo si trasferì per un po’ di tempo a Palermo; glielo avevo chiesto perché ci desse una mano in vista delle importanti elezioni amministrative di giugno e di un evento che ci interessava direttamente: la candidatura di Leonardo Sciascia al consiglio comunale di Palermo. Era, la venuta di Consolo, un ritorno in redazione dopo l’esperienza di alcuni anni prima, quando si era trasferito da Sant’Agata per lavorare al giornale e impratichirsi del mestiere. Ma si era trattato di un’esperienza durata relativamente poco, interrotta dalla decisione di andarsene a Milano e dare, da allora in poi, la priorità assoluta alla letteratura; sarebbe stata lei la sua vita, il suo destino. || Tuttavia un desiderio di giornalismo, sebbene latente, rimase sempre vivo, e pronto a venir fuori quando si presentava l’occasione buona. Fu così in quei mesi del ‘75, quando facendo la spola tra la casa materna di Sant’Agata e la nostra redazione, si buttò con manifesta gioia in un intenso lavoro giornalistico. Partecipando dapprima con articoli e interviste alla campagna per il buon governo e la candidatura di Sciascia, poi nell’estate andando in giro col taccuino del cronista a seguire a Trapani il processo al «mostro di Marsala» (l’uomo che aveva fatto morire tre bimbe gettandole vive in un pozzo), o la vicenda del sequestro Corleo, il patriarca delle esattorie. In pieno agosto, si era persino spinto, e credo anche divertito, a fare un «viaggio» di osservazione tra gli uffici semideserti di Palermo capitale. Insomma, un bel bagno mediterraneo di umile giornalismo, mentre tra un servizio e l’altro trovava il luogo e il silenzio dove ripararsi per dare gli ultimi ritocchi a «Il sorriso dell’ignoto marinaio»: il capolavoro che da lí a qualche mese lo avrebbe consacrato tra gli eredi della grande letteratura che la Sicilia ha dato alla nazione. A dicembre ne pubblicammo in anteprima un capitolo: la festa in casa del barone Mandralisca.» 120 Siamo dunque, estate del 1975, alla vigilia dell’edizione numerata in 150 esemplari con incisione firmata di Renato Guttuso per i tipi di Gaetano Manusé, edizione nel cui colophon è dichiarata la data dell’«autunno MCMLXXV». Manusé, da Valguarnera Caropepe di Sicilia, titolare prima di una bancarella poi di una libreria antiquaria a Milano, si era dichiarato interessato a pubblicare qualcosa di Consolo e, saputo dalla moglie Caterina, sollecitata in tal senso, dell’esistenza di un prosieguo del racconto già apparso sulla rivista moraviana, propone la pubblicazione per bibliofili del Sorriso. Basta ricordare che della composizione e tiratura si occuperà Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega di Verona, erede della prestigiosa Officina Bodoni di Verona fondata dal padre Giovanni Hans, e che per l’occasione Leonardo Sciascia coinvolgerà Renato Guttuso il quale, rileggendo il ritratto di Antonello, appresterà un’incisione in cui viene rovesciata l’angolazione dell’immagine rispetto all’attante: il trequarti del misterioso personaggio non è rivolto a sinistra, ma a destra.23 Domenica 30 novembre 1975, la pagina culturale di Il Giorno di Milano pubblica un lungo articolo di Corrado Stajano, dal titolo redazionale molto allettante.24 Al corrente delle alterne, combattute vicissitudini dello scriptorium di Consolo, conscio di quanto vi sta accadendo, Stajano fa una mossa a sorpresa: recensisce il libro appena uscito, ma ad un tempo, parlandone come della parte di un tutto imminente, sembra voler forzarne la definitiva confezione. Dopo aver presentato, difatti, le attività del libraio, così scrive: Adesso Manusé ha esaudito il gran sogno della vita, è diventato editore e c’è la possibilità, dicono gli uomini di penna, che questo primo libro che ha stampato, […] possa creare un nuovo caso letterario. Perché qui si sono incontrate due corde pazze siciliane, quella di Manusé e quella dello scrittore del libro, o meglio dei primi due capitoli del libro pubblicati in questo volume, che gli editori, quando il romanzo sarà finito, certo si contenderanno, perché «Il sorriso dell’ignoto marinaio» è un nuovo «Gattopardo», ma più sottile, più intenso del romanzo di Tomasi di Lampedusa, uno Sciascia poetico, di venosa lava sanguigna e insieme razionalmente freddo nei suoi teoremi dell’intelligenza. Uno scritto che arriva dentro l’impensata bottiglia di Manusé e che non ha nulla in comune con nessuno dei 17 mila libri che si pubblicano ogni anno in Italia. Gli articoli pubblicati nel 1975 sono: «Un moderno Ulisse fra Scilla e Cariddi. Sfogliando il Gran libro di Stefano D’Arrigo» (22 febbraio); «L’avventurosa vita di Emilio Isgrò» (4 aprile); «Il malgoverno e l’impegno politico di Sciascia. Conversazione con Alberto Moravia» (30 maggio), «Il malgoverno e l’Università. Conversando con il Rettore dell’Università di Palermo, Giuseppe La Grutta» (13 giugno); vari servizi per il «Processo al “Mostro di Marsala”» (20, 21, 25, 30 giugno; 5, 11 luglio) e sul sequestro dell’esattore Luigi Corleo (18, 19 luglio); «A colloquio con il tenore Di Stefano» (14 luglio); «Tanta scienza e un po’ di show» (26 luglio); «Che ne pensa Grassi, sovrintendente della Scala, del “caso Lanza Tomasi”?» (29 luglio); «In giro per gli uffici ad agosto» (9, 13 agosto); «Il giallo Majorana visto da Sciascia» (9 settembre). 23. L’incisione all’acquaforte viene eseguita a Palermo, in una stamperia vicina alla Galleria Arte al Borgo frequentata dallo scrittore di Racalmuto. 24. C. STAJANO, «Il sorriso dell’ignoto marinaio. Due siciliani pazzi per un libro “unico”», Il Giorno, Domenica 30 novembre 1975, 3. E più avanti, in chiusa, fornisce anticipazioni sulla fabula e sprona, quasi rimbrotta l’autore: Vincenzo Consolo, con tutte le sue contropoetiche, politicamente motivate, è troppo scrittore per rinunciare a scrivere, come avrebbe voluto. Gli è successa la sorte descritta da Roland Barthes ne «Il grado zero della scrittura»: «Partito per uccidere la letteratura, l’assassino si ritrova scrittore». […] ora sta lavorando ai capitoli finali del romanzo, la rivoluzione contadina di Alcara Li Fusi, la repressione dello Stato italiano dopo la speranza portata da Garibaldi. Interdonato è il procuratore generale del processo contro i contadini, violenti contro la violenza. Mandralisca gli scrive una lunga memoria, i contadini cercano di narrare loro, la loro storia. Ci riusciranno? «Il sorriso dell’ignoto marinaio» […] è l’ultima difesa di uno scrittore che non voleva scrivere più perché, quando il mondo s’incendia, la vita è meglio viverla che raccontarla. C’è da pensare che, sotto la forte pressione morale-psicologica delle tre colonne di Stajano, Consolo raccogliesse il guanto della sfida che vi era insita e che, nello scorcio del 1975 e il primo semestre del 1976, con un lavoro che non si fa fatica ad immaginare, con il Leopardi da lui tanto amato, «matto e disperatissimo», stendesse e organizzasse il resto dell’opera: gli attuali capitoli IV-IX. Einaudi finisce, infatti, di stampare la prima edizione del libro quale sarà conosciuto dal vasto pubblico, l’editio princeps, il 10 luglio 1976 e ne farà circolare altre due stampe identiche, la terza licenziata il 18 settembre dello stesso anno. 4. Tra emerso e sommerso Questi in buona sostanza i punti fermi del farsi del testo, i momenti fondanti della sua storia esterna. Se ne trae l’immediata idea di un progetto in crescendo, in progressione geometrica.25 Ma questi dati, relativi al merito e alle vicende dei soli testimoni a stampa, rappresentano solo l’emerso del testo e, in una prospettiva ecdotica critico-genetica, vanno naturalmente confrontati con quelli di quante altre fonti sia ancora possibile sottoporre a recensio e collatio. E qui, come anche per ogni altra opera di qualsivoglia altro scrittore, qualunque sforzo risulterebbe vano se l’autore volesse tutelare ad oltranza la legittima riservatezza della propria fucina, del proprio scriptorium. Il lavoro insomma Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 121 25. Forzando la suggestiva immagine del fondamentale saggio di Cesare SEGRE, «La costruzione a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», in ID., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino: Einaudi, 1991, p. 71-86 (trattasi dell’«Introduzione» dell’edizione 1987 del Sorriso, p. V-XVIII, ripubblicata in quella del 1995, p. V-XIX), è come se tessere autonome (dal racconto iniziale, cap. I e II, all’integrazione del resto) si siano andate collocando a formare il mosaico dei gradini della scala tortile, ad imbuto dantesco, che — se si vuole accogliere l’interpretazione dei simboli di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 61-70 — avrebbe consentito la discesa agli inferi e l’ascesa salvifica del protagonista. 122 si bloccherebbe o potrebbe andare avanti solo con le carte di scrittori conservate in biblioteche, fondazioni, centri appositi (l’esempio più noto, Pavia) o variamente e comunque riscattate, come per gli oltre 40 volumi già pubblicati della Collection Archives, 26 il cui comitato scientifico è presieduto dal prestigioso romanista italiano Giuseppe Tavani.27 Nel caso del Sorriso, la generosa disponibilità dei coniugi Consolo, informati della necessità di queste esplorazioni per il mio studio, e in particolare l’amorevole scrupolosità di Caterina nel preservare materiali rivelatisi preziosi, hanno consentito di accumulare ingente informazione sulla scorta degli altri testimoni superstiti: tre bozze di stampa, di cui una eliminanda perché descripta, tre cartellette di dattiloscritti e un fascicolo dattiloscritto rilegato con l’opera intera; cinque manoscritti. Ma prima, per completare il quadro dell’emerso, bisognerà rendere conto anche della contemporanea attività scrittoria del Nostro, in qualche misura dialogante con il progetto non ancora ben definito in quel lasso di tempo. La preistoria del Sorriso, quei tredici anni di lunga gestazione, grosso modo dal 1963 al 1976, sono affiancati da altre scritture. Da una parte, le collaborazioni giornalistiche, tra cui spiccano: la rubrica Fuori casa, tenuta su L’Ora di Palermo;28 e vari reportages per Tempo illustrato. Ai fini dello studio del Sorriso sembrano importanti diversi di tali scritti. In primo luogo, il racconto Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, uscito prima su 26. La collana, diretta da Amos Segala e posta sotto il patrocinio dell’UNESCO, è affidata a un Consiglio di firmatari europei e latino-americani del Protocollo Archivos — ALLCA XX (Association Archives de la Littérature Latino-américaine, des Caraïbes et Africaine du XXe siècle) e sottoposta alla valutazione di un Comitato scientifico internazionale. Le pubblicazioni seguono le indicazioni emerse dai seminari di Parigi (1984) e Oporto (1985), poi confluite nel volume di A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit. 27. Oltre all’art. cit., imprescindibili sono per equilibrio e dottrina: G. TAVANI, «Le Texte: son importance, son intangibilité»; «Teoría y metodología de la edición crítica», «Los textos del Siglo XX», «Metodología y práctica de la edición crítica de textos literarios contemporáneos»; «L’édition critique des auteurs contemporains: vérification méthodologique», tutti in A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit., rispettivamente: p. 23-34, 35-51, 53-63, 65-84, 133-141. Cfr. inoltre: G. TAVANI, «L’edizione critico-genetica dei testi letterari: problemi e metodi», in Venezia e le lingue e letterature straniere. Atti del Convegno, Università di Venezia, 15-17 aprile 1989, Roma: Bulzoni, 1991, p. 323-331; «L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica, ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni», in Anna FERRARI (ed.), Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno di Roma, 25-27 maggio 1995, Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1998, p. 545-554. 28. Cfr. l’elenco completo degli articoli firmati da Consolo per il giornale in V. NISTICÒ, Accadeva in Sicilia, op. cit. In particolare, la rubrica Fuori casa inizia il 7 dicembre 1968 e va avanti con cadenze irregolari per tutto il primo semestre del 1969 (11 gennaio, 24 febbraio, 10 marzo; 5, 24 e 25 maggio). Dello stesso anno sono: la recensione a Elio VITTORINI, Le città del mondo (27 settembre 1969) e un articolo sui rapporti tra mafia siciliana e americana (30 settembre 1969). L’Ora, 29 poi in un’autorevole silloge di narratori siciliani:30 un racconto strutturato come cronaca di una visita a Tusa alla famiglia di Carmine Battaglia, ucciso dalla mafia, in cui si innesta un breve brano documentario del 1860 sull’avversione dei nobili latifondisti al decreto garibaldino del 2 giugno 1860 lesivo dei propri privilegi. L’impianto rappresenterebbe quindi il primo, timido apparire, non più di un accenno, di un modo costruttivo esemplato su modelli tedeschi, sul quale, per sua stessa affermazione, Consolo scommette con forza nel Sorriso31 e anche in seguito.32 Poi, su Tempo illustrato, un’inchiesta sui cavatori di pietra pomice delle Eolie affetti da silicosi, come quello dell’incipit del Sorriso, in pellegrinaggio al santuario di Tindari,33 e un’altra su Cefalù e quell’Aleister Crowley che apparirà molto dopo in Nottetempo, casa per casa (1992), e di cui si ha traccia in un quaderno ms del Sorriso che così contribuisce a datare.34 Infine, ancora su L’Ora, il resoconto dell’inaugurazione di una mostra di Guttuso, i cui appunti iniziali e primo svolgimento si trovano in un altro quaderno ms alla cui datazione ci si potrà così approssimare.35 Dall’altra parte, si annoverano le presentazioni di vari cataloghi di mostre, di cui due soprattutto rilevanti per la costituzione testuale del Sorriso: l’una di un’esposizione di Luciano Gussoni (1971), l’altra di un’esposizione di Michele Spadaro (1972), rilevanti in quanto i cataloghi sono latori di due lacerti rifusi rispettivamente nei capitoli VII e I.36 Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 123 29. L’Ora, 16 aprile 1966. All’assassinio sono dedicati sul giornale, sempre in prima linea contro la mafia, articoli di Mauro DE MAURO (in seguito vittima della cosiddetta lupara bianca) e Mario FARINELLA (24, 25, 26, 28 marzo 1966) e di Felice CHILANTI (9 aprile 1966). 30. Leonardo SCIASCIA & Salvatore GUGLIELMINO (edd.), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia, 1967, p. 428-434. 31. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49. 32. Se si guarda solo alle opere limitrofe al Sorriso, il metodo sarà applicato, per le appendici erudite, a Lunaria, Torino: Einaudi, 1985, p. 71-85 (Milano: Mondadori, 1996, p. 93- 129) e, per gli inserti documentari, al racconto lungo «Ratumemi», in Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori, 1988, p. 47-74, altra storia di feudi del secondo dopoguerra, tematicamente piú affine a Per un po’ d’erba… 33. «Così la pomice si mangia Lipari», Tempo illustrato, 17 ottobre 1970, di cui non si ha alcuna traccia nei mss. sottoposti a recensio. In Ms 2 si riscontra invece la prima attestazione di «Una Sicilia trapiantata nella nebbia», che uscirà sempre su Tempo illustrato. L’articolo è conservato nel Fondo personale Consolo con l’annotazione di Caterina Consolo: «1970», senza indicazione del giorno e del mese, ma nel corpo si ravvisa un post quem: «ottobre». 34. Ms 2, ff. 1-5. Cfr. «C’era Mussolini e il diavolo si fermò a Cefalù», Tempo illustrato, 2 ottobre 1971. 35. Ms 4, ff. 41v -33v . Cfr. «Guttuso torna nella “sua” Milano», L’Ora, 18 ottobre 1974. Sempre nell’ambito delle arti figurative, un altro articolo di alcuni mesi prima: «Bruno Caruso provoca Milano», L’Ora, 9 febbraio 1974. 36. V. CONSOLO, «Nottetempo, casa per casa», in Luciano Gussoni, Villa Reale di Monza, 10-30 novembre 1971; ID., «Marina a Tindari», in Michele Spadaro, Como, Galleria Giovio, 15-30 aprile 1972; poi anche in ID., Marina a Tindari, commento a cura di Sergio SPADARO, tiratura in cento esemplari numerati fuori commercio, Vercelli, Arti grafiche Cav. Piero De Marchi, 1972, p. 15-18. Quest’ultima presentazione è firmata e precisamente datata, com’è consuetudine dello scrittore: «Vincenzo Consolo || (27 febbraio 1972)». Nella fase preparatoria delle giornate di studio di Siviglia, ognuno in possesso e informato di un solo testimone, ci siamo scambiati i dati con il collega Miguel Ángel Cuevas. 124 5. Il sommerso Tornando ora ai testimoni manoscritti e dattiloscritti del Sorriso, non è questa la sede per proporne una descrizione esaustiva. Si cercherà invece di metterne in evidenza la portata facendo solo due esempi su versanti apparentemente diversi. Intanto, sulla loro scorta, sarà possibile qualche correzione di tiro cronologica. Tra i quaderni mss, gli antiquiores, numerati appunto Ms 1 e Ms 2, contengono frammenti confluiti nella lezione di Nuovi Argomenti. Tra il 1969 e il 1975 si collocherebbero gli altri due, denominati Ms 3 e Ms 4: sono latori, infatti, di lacerti non presenti nell’edizione 1969 e interpolati come due scatole cinesi in quella del 1975: l’uno, Ms 3, di un inciso avente per confini: «Lasciò la speronara […] alla sua casa a Cefalù» (ff. 31-30v ), l’altro, Ms 4, di un ulteriore innesto nel tronco dell’inciso precedente: «Dietro questi pezzi […] Caserta e di Versailles» (f. 18). Questi stessi due quaderni Mss 3 e 4 sono inoltre legati dal ricordo, presente in entrambi, del primo incontro tra Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo avvenuto in un giorno segnalato, il primo in cui grazie a una disposizione del Concilio Vaticano II si celebrava la messa in lingua italiana: domenica 7 marzo 1965.37 L’appunto potrebbe essere trattato alla stregua di un indizio temporale e, per come e dove è tradito, una sorta di a quo / ad quem. 38 Il riuso da parte dell’autore di Ms 4, vergato capovolto, assicura poi la trasmissione dell’articolo giornalistico su Guttuso già ricordato e da datare perciò ante il 18 ottobre 1974. Se, infine, contestualmente ai dati appena forniti, consideriamo che Ms 3 tramanda varie stesure di Morti sacrata (futuro cap. III), le prime prove di Val Dèmone (futuro cap. IV), un appunto che rinvia a Il Vespro (futuro cap. V) e che Ms 4 tramanda brani di Val Dèmone e la Lettera di Enrico Pirajno all’avvocato Giovanni Interdonato (futuro cap. VI), si potrebbe inferire che, se non proprio intorno al 1965 (incontro Sciascia-Piccolo), già alla data del 1974 (articolo sulla mostra di Guttuso) o tutt’al più, in ultima istanza, nel 1975 prima dell’edizione Manusé, il Sorriso fosse per buona parte, quasi per intero in movimento. Allo stato attuale, mancherebbero attestazioni mss databili solo dei capitoli VII, VIII, IX. 37. Cfr. Ms 3, ff. 17v e 20; Ms 4, f. guardia 1v . 38. L’appunto sarà sviluppato in Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 142 e ricordato in Fuga dall’Etna, op. cit., p. 23-24, dove viene ulteriormente esteso (testo in corsivo nostro): «Al congedo, sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per le colline: “Sciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali”. “C’è qui Consolo”, rispose Sciascia. “Consolo è ancora giovinetto”, replicò Piccolo sarcasticamente (avevo trentatré anni!). Ma io presi quella frase come impegno verso Sciascia e come una sfida verso il barone». L’interesse per il poeta aveva già dato frutto in un’intera pagina del giornale di Nisticò con un articolo: «Il barone magico: Lucio Piccolo», L’Ora, 17 febbraio 1967, accompagnato da quattro canti inediti. Si noti che «Il barone magico» è il titolo scelto da Consolo per il trittico che costituisce la penultima parte della sezione Persone, seconda e centrale di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135, 136-144, 145-149. Se andiamo ora, secondo esempio, alle tre cartellette di dattiloscritti, se ne potrà ricavare informazione sia dai fascicoli contenuti, sia anche dai bifogli di cartoncino colorato (rosa) che li raccolgono e conservano. Ed è informazione di peso circa il crescere del progetto di scrittura e la graduale definizione dell’architettura dell’opera. Solo qualche breve accenno. Si confronti ad es. la copertina della cartelletta denominata Ds 1, contenente prime stesure dei capp. I-VI, con annotazioni a mano di Caterina Consolo, con varie modifiche di titolo, con quella della cartelletta designata Ds 3, contenente tutta l’opera tranne il cap. VI (Lettera…), sulla quale appare già lo schema definitivo autografo con le date relative alla scansione del tempo interno dell’opera, in corrispondenza dei singoli capitoli: un’articolazione in tre parti (la prima: cap. I + App. I e II, cap. II + App. I e II; la seconda: capp. IIIV; la terza: capp. VI-IX) + Appendici finali, numerate «10)» e intitolate inizialmente «10) La fucilazione» e poi poste sotto l’epigrafe generica «10) Appendici»; e ancora qualche titubanza sulla collocazione di Morti sacrata (il capitolo prima segue «3) Val Dèmone» ed è quindi numerato «4)», ma poi entrambe le numerazioni vengono emendate ed invertite). Ancora più illuminante il fascicoletto numerato Ds 1.1, intitolato polisemicamente Carte per gioco e con l’eloquentissimo sottotitolo «(Racconti e cose da raccontare fin dal tempo di Garibaldi)», il quale sembra in tutto e per tutto lo schema strutturale di un’opera non nata, o piuttosto la crisalide che si trasformerà nella futura farfalla:39 le Carte sono articolate in tre tempi: «narrativo» (e sarebbe il Sorriso del 1969, quello di Nuovi Argomenti, preceduto però da un «Antefatto» scritto ex novo e seguito da un’appendice documentaria (Lettera di Enrico Pirajno barone di Mandralisca al barone Andrea Bivona),40 «storico» (con riportati brani documentari storici sulla strage di Alcara e un bollettino di guerra), «magico o poetico», dedicato a Lucio Piccolo, brano che con qualche variante vedrà la luce molto tempo dopo nelle Pietre di Pantalica. 41 È evidente, e non può non sorprendere, come in tempi insospettati ed alti nella cronologia del Sorriso, fossero già tutti presenti i principali semi, gli elementi lievitati nel futuro libro: l’invenzione diegetica, l’analitico storico d’influenza tedesca, il poetico; ci fossero i personaggi e i fatti: insomma, come scrive Enrico Pirajno di Mandralisca, per un momento alter ego dell’autore, «il timbro e il tono, e le parole» (Sorriso, ed. 2004, p. 119). Sembra pure chiaPer una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, 2005 125 39. Il titolo è allusivo: nugae, carte da gioco (tre come i tempi), cartelle dss «per giocare», e verosimilmente anche nel senso traslato del jouer, del play, «da eseguire, interpretare, rappresentare». Ancor di più il sottotitolo, con l’accenno al già raccontato (la propria pièce iniziale) e alle cose o fatti otto-novecenteschi ancora in cerca d’autore, un autore che sappia come raccontarli, e in quale chiave: diversa dalla canonica, allora, da quella suggerita dagli auctores?, non alla Verga, Pirandello, Tomasi, Sciascia? 40. Sarebbe la prima attestazione della futura «Appendice prima» del cap. I. 41. È il primo dei tre capitoletti riuniti — come già detto — sotto il titolo «Il barone magico» nella sezione Persone di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135. 126 come fosse già maturata la scelta del «romanzo storico-metaforico»42 con un occhio rivolto al Manzoni, ma superandone il paternalismo espressivo grazie all’insegnamento di Verga,43 e l’altro ai tedeschi del Gruppo 47, gli «analitici» Hans Magnus Enzensberger, Alexander Kluge ed altri, di cui aveva dovuto leggere pagine sul Menabò vittoriniano (9, 1966) e nelle traduzioni dei primi anni Settanta,44 e che lo riportavano forse al Manzoni che ritratta e, ormai spinto alla negazione dei suoi stessi precetti poetici, è capace solo di redigere la Storia della colonna infame45 che a tutti i costi vuol pubblicare in solido con I promessi sposi (1842).46 Scorgiamo già all’orizzonte, insomma, il Sorriso quale è arrivato a noi, e nella chiave e forma, scelte dall’autore, di «romanzo ideologico», cioè di romanzo «critico», di una ideologia che consiste «nell’opporsi al potere, qualsiasi potere, nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o meglio la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo.»47 42. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70; all’insegna della convinzione più volte manifestata, ed esplicitata dall’esergo di questo stesso libro-intervista (p. 1), che: «Il solo coerente sistema di segni da cui può essere colta la storia come realtà materiale sembra essere la letteratura (H. M. ENZENSBERGER, Letteratura come storiografia)». 43. C. RICCARDI, «Inganni e follie della storia », in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 91. 44. Ibid., p. 82 e p. 109, n. 3. E, prima, cfr. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49. 45. Nell’a parte, quasi alla fine del cap. VII del Sorriso, viene alla fine omesso un brano dell’Introduzione della Storia manzoniana, che viene bensì riportato nella fonte di quel passo (in corsivo nostro il lacerto tradito da Luciano Gussoni, op. cit. e poi espunto): «Che vengano, vengano ad orde sferraglianti, con squilli lame della notte, perché il silenzio, la pausa ti morde. || Chi sparse quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce. «…La rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale…; il timor fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono state issate le colonne dell’infamia. || Ma tu aspetta, fa’ piano. […]» (Sorriso, ed. 2004, p. 130). 46. Un’incisiva descrizione della macerante riflessione manzoniana viene proposta da Giovanni ALBERTOCCHI, Alessandro Manzoni, Madrid: Síntesis, 2003, p. 106-116. 47. In questi termini viene esplicitata la definizione in V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70. Dalla facile accusa di ideologismo mette al riparo la pregnante valutazione di M. ONOFRI, «Nel magma italiano», in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 60: «Consolo, ecco il punto, è un miracoloso scrittore politico: laddove il miracolo sta nel fatto che la politica gli si eserciti sulla pagina per via di un’oltranza di stile.»

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Un cuore greco

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Vincenzo Consolo

“E cuor della terra, cuore di fuoco, sole e luna, calore e rigore, muscolo e spirito, vibrazione, palpito, luce e colore, pendolo fiore garofano d’oro è il cuore d’autore, sono il cuori d’un artista che si chiama Muscetra. Vibra il cuore suo, la sua mano, vibrano i colori sulle sue carte, suonano come viole, chitarre, strumenti dalle corde, dai cuori accordati, casse d’armonici suoni, caldi sussurri, sillabe, semi di luce, segni, faville di colore e d’amore, aleph beth daleth… Alfabeto, ritmo, movimento, cuore dell’uomo, impulso del mondo.”

Vincenzo Consolo – “Un sogno mediterraneo” 2001

Ci si sente liberato e chi no .

CHI SI SENTE LIBERATO E CHI NO

di Vincenzo Consolo
E di eroi caduti per ridare all’Italia libertà, democrazia, civiltà e dignità, dopo il vergognoso e disastroso ventennio nero e l’ancor più disastrosa guerra, dopo le criminali violenze dei nazisti e dei repubblichini di Salò (stragi di Boves, Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto, deportazioni nei campi di sterminio…), è incredibile che ancora oggi paleo o neo fascisti possano offendere la Liberazione. Perché oltraggiose suonano le dichiarazioni di due politici dei rispettivi schieramenti, di due che siedono oggi, grazie al sistema democratico riconquistato con la lotta partigiana, nel Parlamento, di due, i cui camerati, nel governo Berlusconi (governo appena caduto, distruttore dei fondamentali princìpi della Costituzione, governo di interessi personali e degli amici degli amici), occupavano fino a ieri poltrone di ministri, di sottoministri e di sottogoverno. Tornano in mente allora le parole che Livio Bianco, capo partigiano nel Cuneese, con Duccio Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, Beppe Fenoglio, Pompeo Colajanni, pronunciò nel lontano 1947: «Quelle forze, che credevamo di aver per sempre debellato, e verso cui abbiamo avuto il torto di essere stati troppo indulgenti, sono sempre vive, e rialzano la testa, e cercano baldanzosamente la loro rivincita». Sollevamento di popolo, dicevamo, è stata la lotta contro il nazifascismo, lotta di contadini, di operai, professionisti, intellettuali, di militari sbandati dopo l’8 settembre, di donne e di ragazzi, lotta che dal Sud si propagò al Nord man mano che le truppe alleate avanzavano. Nelle Quattro Giornate di Napoli furono gli studenti del Liceo Sannazzaro e ragazzetti, scugnizzi di dodici anni, come Gennaro Capuozzo, a morire combattendo. Robert Capa, entrato in città con gli americani, fotografa il pianto delle madri e le misere bare dei ragazzi uccisi. Scrive nel suo diario: «Mi tolsi il cappello e tirai fuori l’apparecchio. Puntai l’obbiettivo sui volti delle donne affrante, che avevano piccole foto dei loro bambini morti, finché le bare non furono portate via. Le più vere e sincere immagini della vittoria furono queste, prese a un semplice funerale in una scuola». Dal Sud al Nord dunque la Resistenza, man mano che gli angloamericani avanzano e i nazisti sono costretti a ritirarsi divenendo sempre più feroci, seminando distruzione e morte. Ma al Centro e al Nord, nell’Abruzzo, nelle Marche,nell’Umbria, in Emilia Romagna, in Toscana, in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, i partigiani si organizzano militarmente. E Milano, scrive Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana è «la capitale politica della Resistenza», la Milano di Curiel, Parri, Bauer, Pertini, Longo Valiani, la Milano dei dirigenti politici e degli intellettuali, ma soprattutto della classe operaia, la Milano delle lapidi sulle facciate delle case dei martiri della lotta partigiana, le lapidi di Giancarlo Puecher, dei fratelli Bruno e Fofi Vivarelli, di Alfonso Gatti, di Mario Greppi e di tantissimi altri (la mappa “Itinerari della Resistenza” è stata redatta dal Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano). La Milano di Uomini e no di Vittorini, di Col piede straniero sopra il cuore di Quasimodo, di Foglio di vi di Fortini, e di Per i compagni fucilati in piazzale Loreto di Alfonso Gatto, la lirica pubblicata clandestinamente qualche giorno dopo l’eccidio. Diceva: «Ed era l’alba, poi tutto fu fermo/La città, il cielo, il fiato del giorno/Restarono i carnefici soltanto/vivi davanti ai morti…». Dunque in questa città che è stata la «capitale politica» della Resistenza si commemora con la presenza del presidente della Repubblica Ciampi, il 60° anniversario della Liberazione. E sia l’occasione, questo anniversario, perché Milano, la Lombardia, il Paese tutto, possano ritrovare la loro dignità, il loro orgoglio, il loro bisogno di libertà, di democrazia, di verità. Tutto quanto le elezioni regionali del 3-4 aprile, come un’alba luminosa, ci hanno fatto intraveder

24 April 2005
pubblicato nell’edizione Nazionale dell’ Unità