SICILIA IN FESTA – FOTO DI GIUSEPPE LEONE

SICILIA IN FESTA – FOTO DI GIUSEPPE LEONE
 Pubblicato in “Feste per un anno”Eidos-Fondazione Buttitta 2007 pag. 11-12


 “La mitologia […] questo ha potuto con sicurezza affermare: che i fenomeni del cielo e della terra nel loro periodico ripetersi e rinnovarsi han dato luogo a molte pratiche e usanze come a molti miti e leggende.” Scrive Giuseppe Pitrè nel volume Spettacoli e feste (1) della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. E Sebastiano Aglianò, in Questa Sicilia, scrive a sua volta:”InSiciliailcarattere sacro dei misteri greci, la prostrazione islamica al Dio onnipotente hanno confuso i loro germi con quelli più vivi del cristianesimo” (2) Fenomeni dunque del cielo e della terra hanno creato i più antichi miti, e quelli della Grecia, i più significativi per noi. Hanno creato il mito primitivo e pregnante della terra, del buio e della luce, dell’inverno e della primavera. Il mito primigenio, vogliamo dire, di Demetra e di Persefone. “Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare,/ e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapi.. così l’Inno di Omero a Demetra(3). E in questa madre dolente che ricerca la figlia rapita si è voluto vedere, nelle feste pasquali, l’Addolorata alla ricerca del Figlio. Lampante ancora ci sembra lo scivolamento pagano nella liturgia cristiana, nella festa di San Giovanni, il 24 giugno, nel solstizio d’estate. Festa che si fa in vari paesi, ma singolare è quella di Alcara Li Fusi, un paesino dei Nebrodi. Al mattino si svolge la processione con la statua del Santo. Alla sera, in ogni contrada del paese, si apparecchiano gli altarini del muzzuni, una brocca senza manici dentro cui si son fatti germogliare orzo e frumento. Intorno all’altarino, uomini e donne intonano canti d’amore. Dello stesso senso della festa di San Giovanni, della netta separazione del rito pagano dal rito cristiano, ci sembra il rito rappresentato da Pirandello ne La sagra del Signore della Nave. Ma torniamo alla Settimana Santa, ai riti del passaggio dalla morte alla resurrezione, alla vita. Già nell’alto medioevo, nel mondo cristiano, avveniva nelle chiese la recita del Mistero, la Sacra Rappresentazione per celebrare la Settimana Santa. E in Sicilia? La Sicilia, che al tempo dei greci aveva avuto i grandi teatri di Taormina, di Segesta, di Siracusa, dove Eschilo fece rappresentare per la prima volta le Etnee, con i Bizantini, gli Arabi e i Normanni non ebbe più rappresentazioni teatrali. Bisogna arrivare al 1563, quando, col viceré Medinaceli, fu rappresentato a Palermo, nella chiesa di Santa Maria della Pinta, l’atto, detto appunto della Pinta, scritto da Merlin Cocai, pseudonimo di Teofilo Folengo. L’atto della Pinta fu l’inizio di una serie di sacre rappresentazioni, di recite di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie città di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie – città e paesi di Sicilia. Erano storie di martirii di santi, ma erano soprattutto, durante la Settimana Santa, rappresentazioni del Mortorio, della Passione di Cristo; erano opere come il Cristo morto di Ortensio Scammacca, Funerale di Giesù di Giuseppe Riccio, Cristo condannato e Cristo al Calvario di padre Benedetto da Militello, Il riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo di Filippo Orioles. A Trapani, come a Prizzi e in altri centri, la sacra rappresentazione cominciava la Domenica delle Palme, con la benedizione dei rami delle palme, tra musiche e scampanate. Dopo, nei giorni della Settimana Santa, la rappresentazione diveniva sempre più drammatica, come avveniva a Palermo lungo il Cassaro, con la Danza Macabra o Trionfo della Morte. Il culmine si raggiungeva, negli ultimi tre giorni della Settimana Santa, con la recita della Passione di Cristo, che prendeva a Erice il nome di Casazza. Nome, Casazza, dicono gli storici di volta in volta, venuto in Sicilia dalla Lombardia, dalla Toscana o dalla Spagna, ma che significa sempre la grande casa in cui avveniva la sacra rappresentazione. C’erano, in queste rappresentazioni, quelli che dovevano recitare l’ ingrata parte degli uccisori di Cristo, dei Giudei, come avveniva e avviene ancora, a San Fratello e a Geraci Siculo. Per i sanfratellani però l’interpretazione della parte dei Giudei forse ingrata non è. Nei loro sgargianti costumi diavoleschi, con trombe e catene in mano, quei contadini, pastori, boscaioli carbonai, sembra che interpretino fino in fondo, con convinzione, la loro parte di “cattivi”. Scrive Nino Buttitta: “Nel giovedì e nel venerdì precedenti la Pasqua le strade di San Fratello sembrano ripercorse dall’agitazione e dal tripudio dei giorni di carnevale. Salti, corse, sgambetti, saggi di equilibrismo [..], canti, rumori di catene, squilli di tromba, clamorosamente annunciano la presenza dei Giudei”(4). E ancora due altri etnologi, rispettivamente di San Fratello e di Mistretta, Rubino e Cocchiara, ci parlano di questi Giudei. Feste, feste in Sicilia: feste calendariali, feste religiose. “Che cosa è una festa religiosa in Sicilia? ” si chiede Leonardo Sciascia (5). E così risponde usando una grammatica freudiana e insieme pirandelliana: “E’ una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo” (6). Una solitudine troppo rumorosa verrebbe da dire con Bohumil Hrabal. Ru-more, chiasso, movimento, luce, colore che ritroviamo nel Carnevale, nel Natale, nella Pasqua e nelle feste patronali dei vari paesi di Sicilia, fissati nelle straordinarie fotografie di questa mostra di Giuseppe Leone. Giuseppe Leone, con Sellerio, Scianna, Minnella e altri, appartiene alla grande scuola dei fotografi siciliani, scuola che è speculare, azzardiamo dire a quella letteraria. Speculari, le due scuole, perché leggono interpretano, “rappresentano”, ciascuna a suo modo, la ricca realtà siciliana. Cento e più foto sono in questa mostra di Leone. In cui sono fissate le immagini delle feste, religiose e no, di tanti paesi di Sicilia, dal Natale di San Michele di Ganzeria e Barrafranca, al Carnevale di Chiaramonte Gulfi, di cui ci ha lasciato memoria Serafino Amabile Guastella; e ancora, la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme di Leonforte e di Gangi, al Giovedì e Venerdì Santo di Trapani e di Enna, ai Diavoli di Prizzi, e le feste patronali, dalle tre sante patrone di Palermo, Catania e Siracusa, Rosalia, Agata e Lucia,alla festa di San Giuseppe a Santa Croce di Camerina,di San Silvestro a Troina, Sant’ Alfio, con la corsa dei “nudi”, a Lentini e Trecastagne, a quella di San Paolo a Palazzolo Acreide… Sono immagini, queste di Leone, della profonda storia, della ricca cultura siciliana. Immagini che rimarranno, in questo nostro tempo di cancellazione d’ogni memoria, d’ogni tradizione, di omologazione culturale, come gli “annali” della nostri storia. Milano, 18.2.07 Vincenzo Consolo (1) Giuseppe Pitrè “Spettacoli e feste” pag. XI – Luigi Pedone Lauriel Palermo 1881 (2) Sebastiano Aglianò “Questa Sicilia” A.Mondadori editore 1950 (3) Inni Omerici a cura di Filippo Cassola -pag. 39 – Fondazione Lorenzo Valla – A. Mondadori editore 1981 (4) Nino Buttitta in “Feste religiose in Sicilia” di Leonardo Sciascia – foto di Fernando Scianna – Leonardo da Vinci Editrice – Bari 1965 – pagina senza numerazione (5) Leonardo Sciascia in “Feste religiose in Sicilia” idem come sopra pag.30 (6) Idem come sopra

Vincenzo Consolo – Sant’Agata di Militello – 2007

La Pasqua di Giuseppe Leone – Monterosso Almo
Il Maestro Giuseppe Leone
Vincenzo Consolo e Giuseppe Leone – bosco della Miraglia

I MURI D’EUROPA

(letto a Università di Chergy Pontoise 7-8 dicembre 06)

Addio città
un tempo fortunata, tu di belle
rocche superbe; se del tutto Pallade
non ti avesse annientata, certo ancora
oggi ti leveresti alta da terra.

(Euripide: Le Troiane)1

Presto, padre mio, dunque: sali sulle mie spalle,
io voglio portarti, né questa sarà fatica per me.
Comunque vadan le cose, insieme un solo pericolo,
una sola salvezza avrem l’uno e l’altro.Il piccolo
Iulio mi venga dietro, discosta segua i miei passi la sposa

(Virgilio: Eneide)2

Questi versi di Euripide e di Virgilio vogliamo dedicare ai fuggiaschi di ogni luogo, agli scampati di ogni guerra, di ogni disastro, a ogni uomo costretto a lasciare la propria città, il proprio paese e a emigrare altrove. Sono dedicati, i versi, agli infelici che oggi approdano, quando non annegano in mare, sulle coste dell’Europa mediterranea, approdano, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Punta Camarinal, Tarifa, Algeciras; approdano, attraverso il canale di Sicilia, nell’isola di Lampedusa, di Pantelleria, sulla costa di Mazara del Vallo, Porto Empedocle, Pozzallo…

La storia del mondo è storia di emigrazione di popoli – per necessità, per costrizione – da una regione a un’altra. Nel nostro Mediterraneo, nella Grecia peninsulare, gli Achei lì emigrati nel XIV secolo a.C. danno origine alla civiltà micenea che soppianta la civiltà cretese, che a sua volta viene offuscata dalla migrazione dorica nel Peloponneso. Con questi greci cominciò, nel XII secolo a. C. la grande espansione colonizzatrice nelle coste del Mediterraneo – in Cirenaica, nell’Italia meridionale (Magna Grecia), in Sicilia, Francia, Spagna. La colonizzazione greca in Sicilia, dove vi erano già i Siculi, i Sicani e gli Elimi, avvenne con organizzate spedizioni di emigranti, di fratrie, comunità di varie città – Megara, Corinto, Messane… – che sotto il comando di un ecista, un capo, tentavano l’avventura in quel Nuovo Mondo che era per loro il Mediterraneo occidentale. In Sicilia fondarono grandi città come Siracusa, Gela, Selinunte, Agrigento, convissero con le popolazioni già esistenti, assunsero spesso i loro miti e riti, stabilirono pacifici rapporti, per molto tempo, con la fenicia Mozia e con l’elima Erice.
Ma non vogliamo qui certo fare –non sapremmo farla – la storia dell’emigrazione nell’antichità. Vogliamo soltanto dire che l’emigrazione è fra i segni più forti – oltre quelli delle guerre, delle invasioni – della storia.
Segno forte l’emigrazione, della storia italiana moderna.
“Dall’Unità d’Italia (1860) non meno di 26 milioni di italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro Paese. E’ un fenomeno che, per vastità, costanza e caratteristiche, non trova riscontro nella storia moderna di nessun altro popolo”. Questo scrive Enriquez Spagnoletti, in un numero speciale dedicato all’emigrazione, nella rivista Il Ponte (Novembre, Dicembre 1974), rivista fondata da Piero Calamandrei.3
Sull’emigrazione nel Nuovo Mondo esiste, sappiamo, una vasta letteratura storico-sociologica, documentaria, ma anche una letteratura letteraria. Il racconto Dagli Appennini alle Ande, del libro Cuore4 di Edmondo De Amicis, è il più famoso. Ed anche, dello stesso autore, Sull’Oceano5. Meno famoso è invece il poemetto Italy6 di Giovanni Pascoli; Sacro all’Italia raminga ne è l’epigrafe.

A Caprona, una sera di febbraio,
gente veniva, ed era già per l’erta,
veniva su da Cincinnati, Ohio.


Vi si narra, nel poemetto, di una famigliola toscana, della Garfagnana, che ritorna dall’America per la malattia della piccola Molly. Nella poesia compare –ed è la prima volta nella letteratura italiana – il plurilinguismo: il garfagnino dei nomi, lo slang della coppia e l’inglese della bambina.
Non era allora solo nelle Americhe l’emigrazione, essa avveniva anche, e soprattutto dal Meridione d’Italia, dalla Sicilia, nel Magreb, in Tunisia particolarmente. Questa emigrazione comincia nei primi anni dell’Ottocento, ed è di fuoriusciti politici. Liberali, giacobini e carbonari, perseguitati dalla polizia borbonica, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: “Erano quelli regni barbari i soli  in  questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”7. In Tunisia si fa esule anche Garibaldi.
La grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento per la crisi economica che colpì le regioni meridionali. Si stabilirono, questi emigranti sfuggiti alla miseria, alla Goletta, a  Biserta, Susa, Monastir,Mahdia nelle campagne di Kelibia di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Alla Goletta, a Tunisi, in varie altre città dell’interno, v’erano popolosi quartieri chiamati “Piccola Sicilia” o “Piccola Calabria”. Si aprirono allora scuole, istituti religiosi, orfanotrofi, ospedali italiani. La preponderante presenza italiana in Tunisia, sia a livello popolare che imprenditoriale, fece sì che la Francia si attivasse con la sua sperimentata diplomazia e con la sua solida imprenditoria per giungere nel 1881 al trattato del Bardo e qualche anno dopo alla Convenzione della Marsa, che stabilivano  il protettorato francese sulla Tunisia. La Francia cominciò così la politica di espansione economica e culturale in Tunisia, aprendo scuole gratuite, diffondendo la lingua francese, concedendo, su richiesta, agli stranieri residenti, la cittadinanza francese. Frequentando le scuole gratuite francesi, il figlio di poveri emigranti siciliani, Mario Scalesi, divenne francofono e scrisse in francese Les poèmes d’un maudit8, fu così il primo poeta francofono del Magreb.
Anche sotto il Protettorato l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane  nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna (vediamo come la storia dell’emigrazione, nelle sue dinamiche, negli effetti, si ripete). Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vice presidente della Camera dei deputati. Visita le regioni dove vivono le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori : “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il  convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi alla vostra sorte”.
La fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nell’Italia dell’industrializzazione, del cosiddetto miracolo economico, della crisi del mondo agricolo e insieme della  nuova emigrazione di braccianti dal Sud verso il Nord industriale, del Paese e dell’Europa, quella fine degli anni Sessanta segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale dei Sicilia. Segna l’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra.
Di siberie, di campi di lavoro, di mondi concentrazionari, di oppressione di popoli a causa di regimi totalitari o coloniali sono stati i tempi da poco trascorsi. Tempi vale a dire in cui l’umanità, per tre quarti, è stata prigioniera, incatenata all’infelicità. E le siberie hanno fatto sì che il restante quarto dell’umanità, al di qua di mura o fili spinati, vivesse felicemente, nello scialo dell’opulenza e dei consumi si alienasse. Ma dissoltesi idolatrie e utopie, crollati i colonialismi, abbattute le mura, recisi i fili spinati, sono arrivati i tempi delle fughe, degli esodi, da paesi di mala sorte e mala storia, verso vagheggiati approdi di salvezza, di speranza. Ed è il presente – un presente cominciato già da parecchi anni – un atroce tempo di espatri, di fughe drammatiche, di pressioni alle frontiere del dorato nostro “primo” mondo, di movimento di masse di diseredati, di offesi, di oltraggiati.
Da ogni Est e da ogni Sud del  mondo, da afriche dal cuore sempre più di tenebra, da sudameriche di crudeltà pinochettiane si muovono oggi i popoli dei battelli, dei gommoni, delle navi-carrette, dei containers, delle autocisterne, carovane di scampati a guerre, pulizie etniche, genocidi, fame, malattie. Fugge tutta questa umanità dolente ed è preda ancora dei criminali del traffico di vite umane, sparisce spesso nei fondali dei mari, nelle sabbie infuocate dei deserti, come detriti di una immane risacca finisce sopra scogli, spiagge desolate o anche fra i vacanzieri stesi al sole per abbronzarsi.
Non vogliamo andare lontano, non vogliamo dire del muro di acciaio eretto al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, ma dire di qua,  del confine d’acqua che separa l’Europa da ogni Sud del mondo, dire del Mediterraneo e della bella Italia, del suo Adriatico e del suo Canale di Sicilia.
Tante e tante volte le carrette di mare provenienti dall’Albania, dalla Tunisia o dalla Libia, carrette stracariche di disperati, si sono trasformate i bare di ferro nei fondali del mare, bare di centinaia di uomini, di donne, di bambini, a cui, come all’eliotiano
Phlebas il Fenicio, “una corrente sottomarina / spolpò l’ossa in dolci sussurri”. E finiscono anche i corpi degli annegati nelle reti dei pescatori siciliani…E si potrebbe continuare con le cronache di tragedie quotidiane, di una tragedia epocale che riguarda i migranti, le non-persone che cercano di entrare nella vecchia Italia, nella vecchia Europa della moneta unica, delle banche e degli affari. Vecchia soprattutto l’Italia per una popolazione di vecchi. “Ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma” ha detto icasticamente il poeta Andrea Zanzotto. E la frase-metafora vuole dire di quanto ciechi noi siamo a voler continuare a sguazzare nel nostro mare di catarro e a voler scansare quel mare di vitalità che è arricchimento: fisiologico, economico, culturale, umano…Scansare o eludere quell’incontro o incrocio di etnie, di lingue, di religioni, di memorie, di culture, incrocio che è stato da sempre il segno del cammino della civiltà. Respingiamo l’emigrazione dal terzo o quarto mondo erigendo confini d’acciaio con leggi e decreti, come la vergognosa legge italiana sull’emigrazione che porta il nome dei deputati di estrema destra Bossi e Fini, insorgendo con nuovi e nefasti nazionalismi, con stupidi e volgari localismi, con la xenofobia e il razzismo, con la cieca criminalizzazione del diseredato, del diverso, del clandestino.
A partire dal 1968, sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle coste italiane. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia.
In una notte di giugno dell’827 d.C., una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Magrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara. Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta l’isola, da occidente fino a oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. I Musulmani in Sicilia, dopo le depredazioni e le espoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera, desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. Rifiorisce l’agricoltura, la pesca, l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande che si opera durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Il grande storico dell’ 800 Michele Amari ci ha lasciato La storia dei Musulmani di Sicilia, scritta, dice Vittorini, “con la seduzione del cuore”9.
Il ritorno infelice10 è il titolo del saggio del sociologo Antonino Cusumano, in cui tratta dell’emigrazione magrebina in Sicilia, a partire dal 1968, come sopra dicevamo. Sono passati quarant’anni dall’inizio di questo fenomeno migratorio. Da allora, nessuna previsione, nessuna progettazione, nessun accordo fra governi, fino a giungere all’emigrazione massiccia, inarrestabile di disperati che fuggono dalla fame e dalle guerre, emigrazione che si è cercato di arginare con metodi duri, drastici, violando anche quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo.
Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di detenzione nei cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea, che sono dei veri e propri lager, di fronte a ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame e gesti di autolesionismo, si rimane esterrefatti. Ci tornano allora in mente le parole che Braudel riferiva a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari”11.

Vincenzo Consolo


1   Euripide: Le Troiane, Prologo, “Il Teatro greco”, Sansoni Editore, Firenze 1980.
2   Virgilio: Eneide, Libro II, vv. 707-711, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1967.
3   Il Ponte , XXX 11-12, p. 12-19, Novembre/Dicembre 1974, La Nuova Italia Editrice, Firenze
4   Edmondo De Amicis, Cuore, Fabbri Editore, 1999. Il racconto “Dagli Appennini alle Ande”, p. 230-265.
5   Edmondo De Amicis, Sull’Oceano, Herodote Edizioni, Genoa-Ivrea 1983.
6   Giovanni Pascoli, Italy, Opere, “La Letteratura Italiana”, vol. 61, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1980, p. 361.
7   Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Libro VI, Rizzoli Editore, Milano 1967, p. 830.
8   Mario Scalesi, Les poèmes d’un Maudit, Le liriche di un maledetto, ISSPE Editore, Palermo 1997.
9   Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, prefazione di Elio Vittorini, Editore Bompiani, Milano 1942, p. 6.
10 Antonino Cusumano, Il ritorno infelice, Sellerio Editore, Palermo 1976.
11 Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, vol. II, Einaudi, Torino 1982, p. 921-922.

MERCATALE: UN PAESE METAFORA DELL’ITALIA

Nell’esilio di Lucania, nel 1943, Carlo Levi scriveva nel  suo Cristo si è fermato ad Eboli: “Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un  paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano”. Straordinaria analisi, questa di Levi, che si fa profezia, scritta ancora prima che il regime fascista di Mussolini crollasse, prima che nel nostro Paese tornasse la democrazia. Consapevolmente o inconsapevolmente, Pasolini, nel ’75, a pochi mesi dalla sua tragica morte, in quell’articolo delle “lucciole”, apparso sul “Corriere della sera”, riecheggiava Carlo Levi nell’affermare la perfetta continuità tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano. Fascismo democristiano che aveva provocato “la scomparsa delle lucciole”, metafora di quella radicale mutazione antropologica, culturale, linguistica, che il nostro Paese aveva avuto a cavallo degli anni Sessanta con il cosiddetto miracolo economico, con l’ingigantirsi dei mezzi di comunicazione di massa, della televisione soprattutto, che avrebbe portato poi in forma totalizzante al berlusconiano fascismo pubblicitario.

Eterno fascismo culturale italiano, sì, ma, subito a partire dal Secondo dopoguerra, il riinsorgere del fascismo politico, retaggio di quello storico crollato con la Resistenza e la guerra di Liberazione, ma neofascismo anche di fascinazione e di proselitismo giovanilistico, violento e stragista, fomentato e gestito da occulte forze inserite anche  nei gangli del nuovo stato democratico.

Ma dagli antifascisti clandestini e perseguitati, confinati, carcerati, uccisi, ancora sotto il fascismo mussoliniano, dalla Resistenza è nato, sappiamo, nel Secondo dopoguerra, sul pensiero di Marx e di Gramsci, un forte partito comunista italiano. Partito che guardava sì alla Russia sovietica, ma che era anche, soprattutto, argine, in questo nostro Paese malato di “eterno fascismo”, all’insorgere di nuove dittature fasciste. E si sono giocati, fino al crollo del muro di Berlino, in questa nostra Italia-confine del mondo sovietico, da parte delle forze più occulte, nazionali e no, tutti i giochi più torbidi, più oscuri, più tragici.

Il PCI, il partito comunista italiano, ha fatto sì che la nuova democrazia conquistata con dolore e sangue non venisse ulteriormente distrutta. Il partito comunista di Togliatti e quello socialista di Nenni sono stati in Italia la militanza e la speranza  non solo di intellettuali, ma soprattutto di masse di uomini e donne, di proletari, operai,contadini, che aspiravano al riscatto della loro condizione, al riconoscimento dei loro diritti al rispetto della loro dignità.

Questa storia italiana è stata letta con intelligenza, è stata rappresentata da un regista belga, Hugues Le Paige, con il film documentario intitolato Il fare politica – Cronaca della Toscana Rossa (1982-2004). La Toscana rossa, e precisamente un paese toscano di 3.000 abitanti, Mercatale, rimasto intatto nella sua architettura e natura di antica Toscana. “Bellissima Toscana contadina. Le cascine in pietra dalla pura, severa linea giottesca, le brune tegole muschiate. Ancora i bianchi buoi appaiati a tirare l’aratro, il fiocco rosso tra le corna, sulla fronte larga…Contadina, civilissima Toscana del lavoro, della fatica umana”.

A Mercatale Le Paige, dall’ ’82 incontra e dialoga con quattro paesani, vecchi militanti del PCI , partito che era per loro scuola e famiglia: Fabiana Falcioni (insegnante), Vincenzo Bartoli (ceramista), Claudio Bagnolesi (operaio), Carlo Giuntini (pensionato).

Nell’arco di vent’anni Le Paige ritorna di tempo in tempo a Mercatale e interroga questi protagonisti-testimoni. I quali dicono che cosa era il partito per loro, cosa significava l’impegno, l’attività politica: la speranza di una società giusta, armonica. E scorrono, sulle loro parole, immagini del passato, le riunioni nella Casa del Popolo, il comizio di Enrico Berlinguer; riecheggiano le note dell’Internazionale, di Bella ciao…e la Festa dell’Unità, del 1° Maggio, i funerali a Roma di Berlinguer…” Enrico, siamo qui, siamo qui!..” Urlano i militanti ai lati del corteo.

Passano gli anni e man mano tutto cambia, cambia il nome del partito, cambia la bandiera…Dice il vecchio calzolaio, padre di Giuntini: “I giovani oggi sono cresciuti nel benessere, non è più come prima. Come dice il proverbio, ‘il bisogno fa trottare la vecchia’” Ma crediamo che non sia solo questione di bisogno e di benessere, ma di mutazione politica, culturale, etica…

Nelle elezioni del ’94 vince la destra, Berlusconi e i suoi alleati fascisti e leghisti: rispunta nel governo “l’eterno fascismo italiano.” Ma la televisione…”  canta Lucio Dalla.

I nostri quattro testimoni hanno reazioni diverse di fronte alla nuova realtà: si dimettono dal nuovo DS o vi rimangono, vanno con Rifondazione Comunista, oppure, come Fabiana s’impegnano nel sociale con opere di beneficenza. Ci sono due scene emblematiche in questo straordinario documentario-documento: lo spegnimento delle luci nella Casa del Popolo e lo sconquasso dei tendoni della Festa dell’Unità per un temporale.

Mercatale, la sua storia dal Secondo dopoguerra fino ad oggi è la metafora di questo nostro sventurato Paese. Rappresenta la dignità, la nobiltà dell’impegno di molti uomini di prima e lo squallore, il vuoto, la stupidità ne la volgarità di questo nostro Paese telestupefatto. Rappresenta il ritorno dell’ “eterno fascismo italiano”.

                                                         Vincenzo Consolo

Milano, 21.11.2006

Morgantina

morgantina3

Morgantina

 

“Che non consumi tu, Tempo vorace” scrivevano malinconicamente gli incisori romantici come didascalia alle loro raffigurazioni di antiche rovine. Il tempo, sì,  ma anche i disastri naturali, terremoti e alluvioni, “consumavano”, e a volte anche cancellavano, i resti di antiche città. I disastri naturali sì, ma soprattutto, e soprattutto in Sicilia, gli scavi clandestini, l’opera selvaggia e rapinosa dei cosiddetti tombaroli. I quali erano spesso il primo anello di una catena di rapinatori il cui ultimo, e il più alto, era il grande trafficante (spesso mafioso) di reperti archeologici che finivano in case private o nei più lontani musei. Così, asportando da un sito fenicio, greco o romano un vaso, una statua o una moneta, oltre alla perdita materiale d’un tesoro, si rompeva anche la sintassi di quel sito, rendendone difficile la sua lettura, la sua ricostruzione storica.

Della Sicilia: ad avere il privilegio di un occhio “archeologico”, come quello chiesto da Stendhal al sommo God, vedremmo nell’Isola nostra, dai capi Peloro a Pachino fino al Lilibeo, una fitta e sterminata distesa di mura, templi, agorà, teatri, mercati,  botteghe, case, necropoli…Sì, perché la Sicilia, oltre che della gente della preistoria, è stata la terra dei Siculi e dei Sicani, dei Fenici e degli Elimi, ma è stata soprattutto, a partire dall’VIII secolo a.C., la terra dei Greci. Dei Greci che migrando, in gruppi di fratrie guidate dall’ecista, fra cui famosi Pammilo e Lamis, migrando da Megera Nisea, Corinto, Calcide, Micene e da tante altre zone, raggiungevano nell’occidente mediterraneo, la mitica, favolosa Thrinakrie, come la chiamò Omero, questa “America” vasta, vergine, fertile, ricca di futuro. E fondarono per prime, questi emigranti, colonie che chiamarono Nasso e Megara Iblea, e quindi le grandi città di Siracusa, Gela, Selinunte, Segesta, Agrigento… Ma anche, procedendo da oriente a occidente, fondarono sottocolonie, piccoli centri come Abacena, Alesa, Apollonia, Calacte, Aluntio, Cefaledio, Enna, Agirio, Centuripe…Facendo, questi colonizzatori greci, andar  più verso occidente i residenti siculi o integrandosi con essi, accopiandosi con le loro donne, adottandone miti e riti, come è successo nel VI secolo a.C. nella sottocolonia di Morgantina, che le foto di Franco Fontana in questo libro ci illustrano.

Morgantina sorgeva presso l’odierna Aidone, nelle propaggini di Enna, si stendeva sulle alture fra una valle a due terrazze; qui sorsero negli anni, presso un antico santuario delle divinità ctonie, un teatro, portici, colonnati, un’agorà, un mercato, botteghe, case, fra cui quella detta di Ganimede. E qui, tra Enna e Morgantina, era nato il più antico mito della Madre Terra, di Demetra e di Persefone.

A Morgantina s’iniziò a scavare negli anni Cinquanta, ma dagli anni Ottanta è una missione americana, capeggiata dall’archeologo Malcom Bell, che conduce sistematiche campagne di scavi.  E i reperti sono custoditi nel museo di Aidone e di Siracusa, quelli almeno scampati agli scavi clandestini.  Sono bassorilievi, statue, come quella acefala di Musa, terrecotte come la testa detta “ritratto di Agatocle”, la terracotta di donna ammantata e di donna velata, e poi l’Afrodite e poi la donna su kline, e poi grandi busti femminili, e la collana d’oro con pendaglio…E ancora vorremmo vedere, in quel piccolo museo aidonese, i reperti trafugati, gli oggetti di questa greca città di Morgantina, città simbolo della Madre Terra, del  mondo contadino, della sua profonda cultura, mondo che è durato fino a ieri, fino alla pasoliniana “scomparsa delle lucciole”.

                                                                   Vincenzo Consolo

Milano, 7.11.2006

Antonello da Messina


Vincenzo Consolo


Antonello d’Antonio, figlio di Giovanni, maczonus, mastro
scalpellino, e di Garita. Nato a Messina nel 1430 circa e ivi morto
nel 1479. Pittore. Ebbe un fratello, Giordano, pittore, da cui nacquero
Salvo e Antonio, pittori; una sorella, Orlanda, e un’altra sorella,
di cui non si conosce il nome, sposata a Giovanni de Saliba,
intagliatore, da cui nacquero Pietro e Antonio de Saliba, pittori.
Antonello d’Antonio sposò Giovanna Cuminella ed ebbe tre figli,
Jacobello, pittore, Catarinella e Fimia.
Visse dunque solo quarantanove anni questo grande pittore
di nome Antonello, e, poco prima di morire di mal di punta, di
polmonite, dettò il 14 febbraio 1479, al notaro Mangiante, il testamento,
in cui, fra l’altro, disponeva che il suo corpo, in abito
di frate minore osservante, fosse seppellito nella chiesa di Santa
Maria del Gesù, nella contrada chiamata Ritiro. “Ego magister
Antonellus de Antonej pictor, licet infirmus jacens in lecto sanus
tamen dey gracia mente… iubeo (dispongo) quod cadaver meum
seppeliatur in conventu sancte Marie de Jesu cum habitu dicti
conventus…”. E non possiamo qui non pensare al testamento
di un altro grande siciliano, di Luigi Pirandello, che suonò, allora,
nelle sue laiche disposizioni, come sarcasmo o sberleffo nei
confronti di quel Fascismo a cui aveva aderito nel 1924: “Morto,
non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori
sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei
poveri…”.
Ma torniamo al nostro Antonello. Fra scalpellini, intagliatori e
pittori, era, quella dei d’Antonio e parenti, una famiglia di artigiani
e artisti. Ma Messina doveva essere in quella seconda metà
del Quattrocento, una città piena d’artisti, locali, come Antonino
Giuffrè, che primeggiava nella pittura prima di Antonello, o venuti
da fuori. Dalla Toscana, per esempio. Ché Messina era città
fiorente, commerciava con l’Italia e l’Europa, esportava sete e
zuccheri nelle Fiandre, e il suo sicuro porto era tappa d’obbligo
nelle rotte per l’Africa e l’Oriente. Una città fortemente strutturata,
una dimora “storica”, d’alto livello e di sorte progressiva. E
certamente doveva essere meta di artigiani e artisti che lì volontariamente
approdavano o vi venivano espressamente chiamati.
E proprio parlando di Antonello d’Antonio, lo storico messinese
Caio Domenico Gallo (Annali della città di Messina, ivi 1758)
fu il primo ad affermare che “il di lui genitore era di Pistoja”. E
lo storico Gioacchino Di Marzo (Di Antonello da Messina e dei
suoi congiunti, Palermo, 1903), che cercò prove per far luce nella
leggendaria e oscura vita di Antonello (“[…] mi venne fatto d’imbattermi
in un filone, che condusse alla scoperta di una preziosa
miniera di documenti riguardanti Antonello in quell’Archivio Provinciale
di Stato […]”) il Di Marzo dicevamo, che così ancora scrive:
“L’asserzione del Gallo, che il sommo Antonello sia stato figlio
di un di Pistoia, non poté andare a sangue ai messinesi cultori di
patrie memorie, fervidi sempre di vivo patriottismo, vedendo così
sfuggirsi il vanto ch’egli abbia avuto origine da messinese casato
e da pittori messinesi ab antico”. Che fecero dunque questi cultori
di patrie memorie o questi campanilisti? Tolsero dei quadri
ad Antonello e li attribuirono ai suoi fantomatici antenati, falsificando
date, affermando che già nel 1173 e nel 1276 c’erano stati
un Antonellus Messanensis e un Antonello o Antonio d’Antonio
che rispettivamente avevano lasciato un polittico nel monastero
di San Gregorio e un quadro di San Placido nella cattedrale, pretendendo
così che la pittura si fosse sviluppata in Messina prima
che altrove, meglio che in Toscana…
Il primo di questi fantasiosi storici fu Giovanni Natoli Ruffo,
che si celava sotto lo pseudonimo di Minacciato, cui seguì il prete
Gaetano Grano che fornì le sue “invenzioni” al prussiano Filippo
Hackert per il libro Memorie dei pittori messinesi (Napoli, 1792),
e infine Giuseppe Grosso Cacopardo col suo libro Memorie dei
pittori messinesi e degli esteri, che in Messina fiorirono, dal secolo
XII sino al secolo XIX, ornate di ritratti (Messina, 1821).
Strana sorte ebbe questo nostro Antonello, ché la sua pur breve
vita, già piena di vuoti, di squarci oscuri e irricostruibili, è
stata campo d’arbitrarii ricami, romanzi, fantasie. E cominciò a
romanzare su Antonello Giorgio Vasari (Vite dei più eccellenti
architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue infino a’ tempi nostri,
1550-1568), il Vasari, di cui forse il nodo più vero è quell’annotazione
d’ordine caratteriale: “persona molto dedita a’ piaceri e
tutta venerea”, per cui Leonardo Sciascia ironicamente ricollega
l’indole di Antonello agli erotomani personaggi brancatiani.
La breve vita di Antonello viene, per così dire, slabbrata ai
margini, alla nascita e alla morte, falsificata, dilatata: negli antenati
e nei discendenti, con l’attribuzione di quadri suoi ai primi e
quadri dei secondi a lui. Ma sorte più brutta ebbero le sue opere,
specie quelle dipinte in Sicilia, a Messina e in vari paesi, di cui
molte andarono distrutte o irrimediabilmente danneggiate o presero
la fuga nelle parti più disparate del mondo. E l’annotazione
meno fantasiosa che fa nella Introduzione alle Memorie dei pittori
messinesi… il Grosso Cacopardo è quella della perdita subita
da Messina di una infinità di opere d’arte per guerre, invasioni,
epidemie, ruberie, terremoti. Dei quali ultimi egli ricorda “l’orribile
flagello de’ tremuoti del 1783, che rovesciando le chiese, ed
i palagi distrussero in gran parte le migliori opere di scultura e
di pennello”. Non avrebbe mai immaginato, il Grosso Cacopardo,
che un altro e più terribile futuro flagello, il terremoto del
28 dicembre 1908, nonché distruggere le opere d’arte, avrebbe
distrutto ogni possibile ricordo, ogni memoria di Messina. Due
testimoni d’eccezione ci dicono del primo e del secondo terremoto:
Wolfgang Goethe e David Herbert Lawrence. Scrive Goethe
nel suo Viaggio in Italia, visitando Messina, tre anni dopo il
terremoto del 1783: “Una città di baracche… In tali condizioni si
vive a Messina già da tre anni. Una simile vita di baracca, di capanna
e perfin di tende influisce decisamente anche sul carattere
degli abitanti. L’orrore riportato dal disastro immane e la paura
che possa ripetersi li spingono a godere con spensierata allegria
i piaceri del momento”.
E Lawrence, nel suo Mare e Sardegna, così scrive dopo il terremoto
del 1908: “Gli abitanti di Messina sembrano rimasti al punto
in cui erano quasi vent’anni fa, dopo il terremoto: gente che ha
avuto una scossa terribile e che non crede più veramente nelle
istituzioni della vita, nella civiltà, nei fini”.
E alle osservazioni di quei due grandi qui mi permetto di aggiungere
una mia digressione su Messina: “Città di luce e d’acqua,
aerea e ondosa, riflessione e inganno, Fata Morgana e sogno,
ricordo e nostalgia. Messina più volte annichilita. Esistono miti e
leggende, Cariddi e Colapesce. Ma forse vi fu una città con questo
nome perché disegni e piante (di Leida e Parigi, di Merian e
Juvarra) riportano la falce a semicerchio di un porto con dentro
velieri che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti e coronati
da forti, e case e palazzi, chiese, orti… Ma forse, dicono quei
disegni, di un’altra Messina d’Oriente. Perché nel luogo dove si
dice sia Messina, rimane qualche pietra, meno di quelle d’Ilio o
di Micene. Rimane un prato, in direzione delle contrade Paradiso
e Contemplazione, dove sono sparsi marmi, calcinati e rugginosi
come ossa di Golgota o di campo d’impiccati. E sono angeli mutili,
fastigi, blocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una solida
storia, d’una civiltà fiorita, d’uno stile umano cancellato… Deve
dunque essere successo qualche cosa, furia di natura o saccheggio
d’orde barbare. Ma a Messina, dicono le storie, nacque un
pittore grande di nome Antonio d’Antonio. E deve essere così se
ne parlano le storie. Egli stesso poi per affermare l’esistenza di
questa sua città, usava quasi sempre firmare su cartellino dipinto
e appuntato in basso, a inganno d’occhio, “Antonellus messaneus
me pinxit”. E dipingeva anche la città, con la falce del porto, i
colli di San Rizzo, le Eolie all’orizzonte, e le mura, il forte di Rocca
Guelfonia, i torrenti Boccetta, Portalegni, Zaera, e la chiesa di
San Francesco, il monastero del Salvatore, il Duomo, le case, gli
orti…”.
Gli orti… E la luce, la luce del cielo e del mare dello Stretto,
dietro finestre d’Annunciazioni, sullo sfondo di Crocifissioni e
di Pietà. E i volti. Volti a cuore d’oliva, astratti, ermetici, lontani;
carnosi, acuti e ironici; attoniti e sprofondati in inconsolabili
dolori; e corpi, corpi ignudi, distesi o contorti, piagati o torniti
come colonne. Tanta grandezza, tanta profondità e tali vertici
non si spiegano se non con una preziosa, spessa sedimentazione
di memoria. Ma di memoria illuminata dal confronto con altre
realtà, dopo aver messo giusta distanza tra sé e tanto bagaglio,
giusto equilibrio tra caos e ordine, sentimento e ragione, colore
e geometria.
E’apprendista a Napoli, alla scuola del Colantonio, in quella
Napoli cosmopolita di Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, dove
s’incontra con la pittura dei fiamminghi, dei provenzali, dei catalani,
di Van Eyck e di Petrus Christus, di Van der Weyden, di Jacomar
Baço, di altri. E soggiorna poi a Venezia, “alla grand’aria”,
come dice Verga, in quella città, dove s’incontra con altra pittura,
altra luce e altri colori, altra “prospettiva”; incontra la pittura di
Piero della Francesca, Giovanni Bellini… Ed il ritorno poi in Sicilia,
nell’ultimo scorcio della sua vita, dove dipinge pale d’altare, e
gonfaloni, ritratti, a Messina, a Palazzolo Acreide, a Caltagirone,
a Noto, a Randazzo e, noi crediamo, a Lipari. Ma molte, molte
delle opere di Antonello in Sicilia si sono perse, per incuria, vendita,
distruzione. Su Antonello era calato l’oblìo. Vasari, sì, aveva
tracciato una biografia fantasiosa e, dietro di lui altri, come quei
correttori di date che avevano attribuito i suoi quadri a fantomatici
antenati.
Fu per primo Giovambattista Cavalcaselle, un critico e storico
dell’arte, a riscoprire Antonello da Messina, a far comprendere la
distanza fra l’Antonello delle fonti e l’Antonello dei dipinti. Era
esule a Londra, il Cavalcaselle, fuoruscito per ragioni politiche.
Aveva partecipato alla rivoluzione di Venezia del 1848, e quindi,
nelle file mazziniane e garibaldine, alla difesa della Repubblica
Romana contro l’assalto dei francesi. Rischioso e temerario dunque
il suo ritorno in Italia, il suo viaggio clandestino che parte
dal Nord e arriva fino al Sud, alla Sicilia. “Come Antonello, con il
suo complesso iter, aveva abbattuto barriere regionali e nazionali,
così per riscoprirlo era necessario fare un’operazione culturale affine:
essa è svolta proprio dai molteplici interessi del Cavalcaselle”,
scrive la giovane studiosa Chiara Savettieri nel suo Antonello
da Messina: un percorso critico.
Cavalcaselle giunge a Palermo nel marzo del 1860 (l’11 aprile
di quello stesso anno Garibaldi sbarcherà con i suoi Mille a
Marsala) e, dopo le tappe intermedie, fatte a dorso di mulo, di
Termini Imerese, Cefalù, Milazzo, Castrogiovanni, Catania, giungerà
a Messina, da dove scrive al suo amico inglese Joseph Crowe,
assieme al quale firmerà il libro Una nuova storia della pittura in
Italia dal II al XVI secolo: “Caro mio, credo sia pura invenzione
del Gallo tutte le opere date al Avo, al Zio, al padre d’Antonello,
ed abbia di suo capriccio inventato una famiglia di pittori, mentre
quanto rimane delle opere attribuite a quei pittori sono di chi ha
tenuto dietro Antonello e non di chi lo ha preceduto”.
Cavalcaselle legge e autentica i quadri di Antonello, quindi,
due studiosi, il palermitano Gioacchino di Marzo e il messinese
Gaetano La Corte Cailler, rinvengono nell’Archivio Provinciale di
Stato di Messina documenti riguardanti Antonello, dai contratti di
committenze fino al suo testamento.
Pubblicheranno, i due, quei documenti, nei loro rispettivi libri
(Di Antonello da Messina e dei suoi congiunti – Antonello da
Messina. Studi e ricerche con documenti inediti) pubblicheranno
nel 1903, salvando così quei preziosi documenti dal disastro del
terremoto di Messina del 1908.
Dopo Cavalcaselle, Di Marzo e La Corte Cailler, gli studiosi
finalmente riscoprono e studiano Antonello. E sono Bernard Berenson,
Adolfo e Lionello Venturi, Roberto Longhi, Stefano Bòttari,
Jan Lauts, Cesare Brandi, Giuseppe Fiocco, Giorgio Vigni,
Fernanda Wittengs, Federico Zeri, Rodolfo Pallucchini, Fiorella
Sricchi Santoro, Leonardo Sciascia, Gabriele Mandel e tanti, tanti
altri, fino a Mauro Lucco, che ha curato nel 2006 la straordinaria
mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, in Roma, fino
alla giovane studiosa Chiara Savetteri, che mi ha fatto scoprire,
leggendo il suo libro Antonello da Messina (Palermo, 1998)
l’incontro, a Cefalù, nel 1860, tra Cavalcaselle ed Enrico Pirajno
di Mandralisca, il possessore del Ritratto d’ignoto, detto popolarmente
dell’ignoto marinaio, di Antonello. E scriverà quindi il
Cavalcaselle a Mandralisca: “[…] il solo Antonello da me veduto
fino ad ora in Sicilia è il ritratto ch’ella possiede”. Dicevo che la
Savettieri mi ha fatto scoprire, nel 1996, l’incontro tra il barone
Mandralisca, malacologo e collezionista d’arte, e il Cavalcaselle.
Scopro -di questo incontro che sarebbe stato sicuramente un altro
capitolo del mio romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (Torino,
1976)- di cui è protagonista Enrico Pirajno di Mandralisca
e il cui tema portante è appunto il Ritratto d’ignoto di Antonello,
che io chiamo dell’Ignoto marinaio. Il marinaio mi serviva nella
trama del romanzo, ma è per primo l’Anderson che dà questo
titolo al ritratto ch’egli fotografa nel 1908, raccogliendo la tradizione
popolare.
Il primo capitolo apparve su «Nuovi Argomenti». L’avevo mandato
prima a «Paragone», la rivista di Roberto Longhi e Anna
Banti, perché il tema che faceva da leitmotiv era il ritratto di
Antonello. Longhi, in occasione della mostra del ’53 a Messina
di Antonello aveva scritto un bellissimo saggio dal titolo Trittico
siciliano. Nessuno mi rispose. Mel ’69 venne a Milano Longhi per
presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi.
Lo avvicinai «Mi chiamo Consolo» gli dissi «ho mandato un racconto
a Paragone…». Mi guardò con severità, mi rispose: «Sì, sì mi
ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa
storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve
finire!». Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione
popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto
marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri
pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione,
e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
Antonello. Quello effigiato lì era un ricco, un signore.
Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il
quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il
racconto a Enzo Siciliano, che lo pubblicò su «Nuovi Argomenti».
Mi scriveva da Genova, in data 13 novembre 1997 il professor
Paolo Mangiante, discendente di quel notaro Mangiante che
nel 1479 stese il testamento di Antonello. Scriveva: “Accludo anche
alcune schede del catalogo della Mostra su Antonello da
Messina che credo possano rivestire un certo interesse per lei,
riguardano rogiti di un mio antenato notaro ad Antonello per il
suo testamento e per commissioni di opere pittoriche. Particolare
interesse potrebbe rivestire il rogito del notaro Paglierino a certo
Giovanni Rizo di Lipari per un gonfalone, perché si potrebbe
ipotizzare che il suddetto Rizo sia il personaggio effigiato dallo
stesso Antonello e da lei identificato come l’Ignoto marinaio. Del
resto, a conciliare le sue tesi con le affermazioni longhiane sta
la constatazione, dimostrabile storicamente, che un personaggio
notabile di Lipari, nobile o no, non poteva non avere interessi
marinari, e in base a quelli armare galere e guidare lui stesso le
sue navi come facevano tanti aristocratici genovesi dell’epoca,
nobili sì talora, ma marinai e pirati sempre”.
Il movimento di Cavalcaselle, ho sopra detto, è da Londra al
Nord d’Italia, fino in Sicilia, sino a Cefalù; il mio, è di una dimensione
geografica molto, molto più piccola (da un luogo a un
altro di Sicilia) e di una dimensione culturale tutt’affatto diversa.
E qui ora voglio dire del mio incontro con Antonello, con il mio
Ritratto d’ignoto.
In una Finisterre, alla periferia e alla confluenza di province,
in un luogo dove i segni della storia s’erano fatti labili, sfuggenti,
dove la natura, placata -immemore di quei ricorrenti terremoti
dello Stretto, immemore delle eruzioni del vulcano, dell’Etna- la
natura qui s’era fatta benigna, materna. In un villaggio ai piedi
dei verdi Nèbrodi, sulla costa tirrenica di Sicilia, in vista delle
Eolie celesti e trasparenti, sono nato e cresciuto.
In tanta quiete, in tanto idillio, o nel rovesciamento d’essi, ritrazione,
malinconia, nella misura parca dei rapporti, nei sommessi
accenti di parole, gesti, in tanta sospensione o iato di natura e
di storia, il rischio era di scivolare nel sonno, perdersi, perdere il
bisogno e il desiderio di cercare le tracce intorno più significanti
per capire l’approdo casuale in quel limbo in cui ci si trovava. E
poiché, sappiamo, nulla è sciolto da causa o legami, nulla è isola,
né quella astratta d’Utopia, né quella felice del Tesoro, nella viva
necessità di uscire da quella stasi ammaliante, da quel confine,
potevo muovere verso Oriente, verso il luogo del disastro, il cuore
del marasma empedocleo in cui s’erano sciolti e persi i nomi
antichi e chiari di Messina, di Catania, muovere verso la natura,
l’esistenza. Ma per paura di assoluti ed infiniti, di stupefazioni e
gorgoneschi impietrimenti, verghiani fatalismi, scelsi di viaggiare
verso Occidente, verso i luoghi della storia più fitta, i segni più
incisi e affastellati: muovere verso la Palermo fenicia e saracena,
verso Ziz e Panormo, verso le moschee, i suq e le giudecche, le
tombe di porfido di Ruggeri e di Guglielmi, la reggia mosaicata
di Federico di Soave, il divano dei poeti, il trono vicereale di
corone aragonesi e castigliane, all’incrocio di culture e di favelle
più diverse. Ma verso anche le piaghe della storia: il latifondo e
la conseguente mafia rurale.
Andando, mi trovai così al suo preludio, la sua epifania, la
sua porta magnifica e splendente che lasciava immaginare ogni
Palermo o Cordova, Granata, Bisanzio o Bagdad. Mi trovai così
a Cefalù. E trovai a Cefalù un uomo che molto prima di me, nel
modo più simbolico e più alto, aveva compiuto quel viaggio dal
mare alla terra, dall’esistenza alla storia, dalla natura alla cultura:
Enrico Pirajno di Mandralisca. Recupera, il Mandralisca, in una
spezieria di Lipari, il Ritratto d’ignoto di Antonello dipinto sul
portello di uno stipo.
Il viaggio del Ritratto, sul tracciato d’un simbolico triangolo,
avente per vertici Messina, Lipari e Cefalù, si caricava per me allora
di vari sensi, fra cui questo: un’altissima espressione di arte e di
cultura sbocciata, per mano del magnifico Antonello, in una città
fortemente strutturata dal punto di vista storico qual era Messina
nel XV secolo, cacciata per la catastrofe naturale che per molte
volte si sarebbe abbattuta su Messina distruggendola, cacciata in
quel cuore della natura qual è un’isola, qual è la vulcanica Lipari,
un’opera d’arte, quella di Antonello, che viene quindi salvata
e riportata in un contesto storico, nella giustezza e sicurezza di
Cefalù. E non è questo poi, tra terremoti, maremoti, eruzioni di
vulcani, perdite, regressioni, follie, passaggi perigliosi tra Scilla e
Cariddi, il viaggio, il cammino tormentoso della civiltà?
Quel Ritratto d’uomo poi, il suo sorriso ironico, “pungente e
nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto,
sa del presente e intuisce del futuro, di uno che si difende dal
dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà”, quel Ritratto
era l’espressione più alta, più compiuta della maturità, della
ragione. Mandralisca destinerà per testamento la sua casa della
strada Badia, i suoi libri, i suoi mobili, la sua raccolta di statue
e vasi antichi, di quadri, di conchiglie, di monete, a biblioteca e
museo pubblico.
Fu questo piccolo, provinciale museo Mandralisca il mio primo
museo. Varcai il suo ingresso al primo piano, non ricordo più
quando, tanto lontano è nel tempo, varcai quella soglia e mi trovai
di fronte a quel Ritratto, posto su un cavalletto, accanto a una
finestra. Mi trovai di fronte a quel volto luminoso, a quel vivido
cristallo, a quella fisionomia vicina, familiare e insieme lontana,
enigmatica: chi era quell’uomo, a chi somigliava, cosa voleva significare?
“Apparve la figura di un uomo a mezzo busto. Da un
fondo scuro, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione,
balzava avanti il viso luminoso […] L’uomo era in quella giusta
età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza,
s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente
nell’uso ininterrotto. […] Tutta l’espressione di quel volto era fissata,
per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia,
velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti
coprono la pietà”.
Ragione, ironia: equilibrio difficile e precario. Anelito e chimera
in quell’Isola mia, in Sicilia, dov’è stata da sempre una caduta
dopo l’altra, dove il sorriso dell’Ignoto si scompone e diviene
sarcasmo, pianto, urlo. Diviene Villa dei Mostri a Bagheria, capriccio,
locura, pirandelliano smarrimento dell’io, sonno, sogno,
ferocia. Diviene disperata, goyesca pinturas negras, Quinta del
Sordo.
Ma è dell’Isola, della Sicilia che dice il Ritratto di Antonello o
dice del degradato Paese che è l’Italia, dice di questo nostro tremendo
mondo di oggi?


Milano, 20 ottobre 2006

Consolo ‘Un romanzo sui migranti nuovi proletari’

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Consolo ‘Un romanzo sui migranti nuovi proletari’

I proletari non esistono più, almeno in senso ribellistico. Invece gattopardi, iene e sciacalli impazzano come prima e più di prima. Le classi subalterne sono state addomesticate, e snaturate, mentre i ceti egemoni continuano a perpetuare il loro dominio. Parola di Vincenzo Consolo, che ragiona sulle analogie e sulle differenze della Sicilia di oggi con quella da lui affrescata nel romanzo “Il sorriso dell’ ignoto marinaio”. La storia del barone cefaludese Enrico Pirajno di Mandralisca, nobile e rivoluzionario – una sorta di manifesto dell’ antigattopardismo – è uscita giusto trent’ anni fa. In occasione della sua ripubblicazione negli “Oscar oro” Mondadori, l’ Acio, l’ associazione contro il racket guidata da Tano Grasso, organizza un convegno internazionale, domani e venerdì a Capo d’ Orlando e sabato a Lipari. Tra i relatori il belga Walter Geertz, la francese Maryvonne Briand, l’ irlandese Daragh O’ Connell e Nicolò Messina, docente in Spagna. Non deve stupire questo connubio tra antiracket e letteratura. Il terreno comune è la rottura con il modello gattopardiano che fissa la Sicilia in un tempo senza sussulti. Immobile, in una paralisi che l’ annienta.
(segue dalla prima di cronaca) Tano Grasso e compagni che si scagliano contro le estorsioni, emblema di quella Sicilia rassegnata, somigliano un po’ al barone di Consolo, che contrariamente al principe Salina di Lampedusa, coglie i fermenti del tempo e si lancia con generosità tra i confusi gorghi del mutamento epocale. Perde, ma certamente non da spettatore. «In ogni momento di cambiamento – dice Consolo – si è assistito a queste spinte rivoluzionarie o ribellistiche. è accaduto sulla scia dell’ avanzata dei mille garibaldini, nella guerra partigiana, nella successiva occupazione delle terre del feudo. Magari a volte in modo violento, ma pur sempre sintomo di una reazione a secoli di sfruttamento. Oggi invece la mutazione si insinua in modo subdolo in ogni dove senza incontrare reazioni. L’ omologazione imperante ha azzerato ogni parvenza proletaria e fatto diventare tutti noi dei piccolo borghesi senza ideali, né velleità». «I nuovi proletari ormai sono i migranti che liquidiamo con la parola extracomunitari – continua lo scrittore – Ma con loro dovremo prima o poi fare i conti. La storia del mondo è costellata da questi esodi. I popoli si muovono non solo come dice Verga per spirito di conoscenza, ma per necessità. Giorno dopo giorno migliaia di disperati scappano dalle guerre e dalla miseria. E noi invece di ricordarci i tempi di Federico II quando razze e religioni coesistevano nel rispetto della diversità, continuiamo a erigere barriere. Nella Palermo raccontata dai viaggiatori arabi c’ erano decine di chiese cattoliche, moschee islamiche e sinagoghe ebraiche. E ognuno rispettava l’ altro e il suo credo. Questo è il modello che dovremmo tenere a mente, altro che lanciare anatemi e perorare crociate». E proprio a questi viaggi della speranza alla ricerca di un qualsiasi approdo dedicherà il prossimo libro Consolo. L’ ambientazione è tra Tunisi e Palermo, punto di partenza e di snodo, della rotta della disperazione. Ancora una immersione nel tempo presente per raccontare gli scossoni della cronaca che si fa storia. «Da sempre la Sicilia ha espresso autori che si misurano con il loro tempo – dice Consolo – basti pensare a Pirandello, quello de “I vecchi e i giovani”, Brancati, De Roberto, Sciascia e Vittorini, che raccontano la realtà che hanno sotto gli occhi e spesso utilizzando una lingua sperimentale e innovativa. Il caso di Verga è diverso. Lui, da un punto di vista letterario era rivoluzionario, ma da quello sociale era conservatore. Tornando da Milano, dove aveva assistito alla prima rivoluzione industriale, aveva diagnosticato per la Sicilia un pernicioso fatalismo che la portava progressivamente all’ immobilismo senza speranza. Una concezione metastorica del tutto speculare al determinismo propugnato da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”. Il principe Salina, grande astronomo trasferisce sulla terra la metafora celeste. Così come le stelle si espandono, si affievoliscono e si spengono, le classi sociali prosperano e si estinguono. “Dopo noi gattopardi arriveranno le iene e gli sciacalli”, dice. Ma dimentica che anche la sua classe nobiliare è formata da iene e sciacalli, visto che hanno consegnato i feudi alla mafia. Sono loro i principali colpevoli della deriva criminale nell’ Isola». Quelli citati sono gli autori che si sono «sporcati» le mani con l’ attualità. Nel gioco delle assenze è facile ricostruire chi sono gli scrittori siciliani che eludono il presente, l’ eterno presente, per bearsi sulle nuvole della fantasia. «Pur vivendo altrove io, come tanti altri, non riesco a scrivere cose diverse dalla Sicilia. Qui è la mia memoria, qui sono radicate quelle esperienze formative che mi hanno segnano per tutta la vita, qui, infine, è il luogo dove la grande storia è passata fermandosi e lasciando diffuse tracce di sé», dice. Il “Sorriso del marinaio” dopo trent’ anni è più attuale che mai ed intatto resta il pathos che emana, perché – come sostiene l’ autore – quando un libro nasce da un nucleo di verità, dilata la sua metafora nel tempo. Le storie cambiano ma le motivazioni che le muovono, infatti, sono sempre le stesse, scaturite dall’ eterna lotta tra bene e male, tra oppressori e oppressi, tra vincitori e vinti. Il romanzo, che ha consacrato Consolo come uno degli autori più rappresentativi del Novecento, è ambientato nella Sicilia del 1860: il barone Mandralisca assiste ai moti sanguinosi di Alcàra Li Fusi, in cui la disperazione dei contadini si scarica sui compaesani vessatori, borghesi e nobili, e cerca in ogni modo di perorare la causa di questi illusi che avevano davvero creduto alla missione rivoluzionaria dei garibaldini. Così come ci aveva creduto quel Corrao, generale dell’ eroe dei due mondi, che muore ammazzato per non essersi voluto rassegnare al grande ritorno dei vecchi borbonici una volta placata la furia delle camice rosse. Sullo sfondo del romanzo quel sorriso enigmatico del ritratto del marinaio fatto da Antonello da Messina, che somiglia al coprotagonista della narrazione, l’ avvocato Giovanni Interdonato, che ebbe parte attiva nei movimenti antiborbonici e poi fu senatore del regno. Un rimando somatico che induce Sciascia a ribadire l’ importanza della somiglianza in Sicilia. Fin dalla nascita ci accompagna il leit motiv della somiglianza con qualche altro, talora con tanti altri. Si deve per forza somigliare a qualcuno, ne va del consolidamento dell’ identità. Non si scappa. «In realtà – dice Consolo – la storia di Mandralisca è una metafora per rappresentare i sussulti dell’ Italia e della Sicilia degli anni Settanta quando scrivevo il libro. Le speranze accese da quei movimenti che soffiavano nuove idee nel paese transitato velocemente dalla cultura contadina a quella industriale. Un processo di rinnovamento che si è infranto. Oggi mi guardo intorno e vedo una realtà sorretta dai plusvalori. Quasimodo chiamava la televisione il video della vita, per me è il video della morte. Contagia e deturpa le coscienze. La lingua stessa ne risulta svilita». Per questo lo scrittore nel suo continuo sperimentare, si fa archeologo di parole e quando ne riscopre qualcuna vigorosa che esprime più forza dell’ equivalente in italiano – «carica di significati e di significanti, e magari ereditate dai greci, dagli arabi, dai normanni e da quanti altri sono convissuti con noi» – la immette nel flusso della narrazione. Sì, perché le parole – «a prescindere da quel sicilianismo di colore che impazza nei media» – sono lo scrigno della nostra memoria.

TANO GULLO

Si, bisogna chiamarlo brogliaccio

Milano, 1 ottobre 2006

Si, bisogna chiamarlo brogliaccio, scortafaccia, giornale, memorie e, infine, diario. Comincio oggi, oggi per la prima volta nella mia lunga vita (73 anni), oggi che è il primo giorno in un mese, ottobre, che prelude alla fine: fine dell’anno e preludio, questo mio ottobre, alla fine della mia stagione.

Siamo insomma all’uggioso autunno. Siamo alla malinconia della fine della festa, la festa primaverile ed estiva, ma siamo anche ora nel tempo della riflessione, della fine della distrazione e dello scialo, spesso dello svaccamento, estivo. Riflessione: in questo diario cercherò di fissarla, fissare pensieri, osservazioni, e ricordi.

Oggi è domenica. C’è sciopero da ieri dei giornalisti. Siamo quindi privi di notizie su questo nostro paese, su questa Italia disastrata, sempre uguale a se stessa. Un governo di centro-sinistra, va bè, ma vi sono sempre, costanti, i retaggi dei governi passati della corruzione, del malaffare, della mafia, delle stragi, della criminalità diffusa e costante.

Una povera Italia, dopo … berlusconiana, terribilmente degradata, irriverente, volgare, stupida.

Il suo specchio e il suo maestro è quell …  “Video della vita”, come disse Quasimodo, ma che è un atroce video della morte. E il guaio è che quel raggio della morte che proviene da quel video investe ormai tutti, probi e disonesti.

2 ottobre

Preparazione – studio – per la partenza di domani per Palermo.

Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti

consolo

mercoledì 27 settembre 2006

Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti


Gianni Bonina

I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realtà e da un punto di vista. Poi prendono una via che può arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E’ il caso di Pirajno di Mandralisca, concentrato sui realia, e di Fabrizio Clerici, attento ai surrealia. Come convivono nella officina di Consolo queste due figure che peraltro sono storiche? Fanno a pugni?
“Sono due personaggi – spiega Consolo – non accostabili, di matrice diversa, di esito diverso e anche di funzione diversa. Il barone di Mandralisca era il personaggio storico e romanzato che mi serviva per dimostrare cos’è la responsabilità dell’intellettuale in determinati momenti storici. L’intellettuale non può estranearsi dalla storia altrimenti diventa complice di determinati misfatti. Mandralisca, che era chiuso nella sua erudizione di malacologo e antiquario, è stato costretto ad aprire gli occhi e vedere la realtà tragica e drammatica delle rivolte contadine nel 1860. Quando uscì, il libro fu chiamato ‘l’anti-Gattopardo’. Io non so se ne avevo consapevolezza tracciando questo personaggio, che modificai per quello che mi serviva. Non sapevo cioè di scrivere ‘l’anti-Gattopardo’, ma certo la mia concezione era assolutamente opposta a Lampedusa che vedeva nei cambiamenti storici una sorta di determinismo dove l’intervento dell’uomo sulla storia è, seppure con principi diversi, del tipo di quello di Verga: le classi nascono, si raffinano e tramontano come le stelle in un ciclo di ineluttabilità di cambiamenti epocali. Mentre Lampedusa giustificava anche quelle che chiamava ‘le iene e gli sciacalli’ dando loro una legittimazione deterministica, in me invece agiva una visione opposta della responsabilità dell’intellettuale nei confronti della storia, nel senso che deve dare un giudizio sulla storia e intervenire”.
Clerici allora a che distanza sta dal Mandralisca?
Quanto a Clerici, il gioco letterario è più scoperto. Avere spostato nel Settecento un personaggio contemporaneo mi è servito per rivendicare nei confronti della storia e del romanzo di cronaca il primato della letteratura, rendendole un omaggio nel senso che tra i sentimenti dell’uomo c’è l’amore e c’è la passione. La scelta di questi temi era dovuta alla contingenza di quei tempi. Ho scritto Il sorriso dell’ignoto marinaio in un momento di accensione storica qual è stato quello degli anni Settanta quando tutto era messo in discussione con il dibattito culturale e politico del momento. Negli anni in cui ho scrittoRetablo c’era piuttosto un atteggiamento da parte di certi intellettuali e politici di disprezzo nei confronti della letteratura, vista come concezione borghese, sicché ho scritto quel libro per difendere la letteratura contro la storiografia.
Lei ha frequentato generi disparati passando per esempio da una specie di introibo come fu Un sacco di magnolie, che è anche un bozzetto verghiano insieme con Il fosso, per arrivare a sponde rivali come nel caso dello Spasimo di Palermo. Ciò potrebbe fare pensare all’itinerario lungo e sofferto di una persona insofferente e smaniosa.
Racconti come Un sacco di magnolie rappresentano il tributo che fatalmente deve pagare un esordiente a quelli che sono i padri sacramentali della letteratura siciliana. Sfido chiunque scriva a dire di non avere avuto un minimo di eredità brancatiana e verghiana. Quello era il momento della fascinazione verghiana, dopo la quale è venuta una presa di coscienza, la rivendicazione di una propria identità.
Certo, ma passare da Verga a Eliot è come un “salto mortale”.
Non c’è dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla poesia di Eliot che ho scoperto attraverso Montale già al tempo de La ferita dell’aprile. Lo stesso titolo è di tipo eliotiano, perché Eliot dice che “aprile è il più crudele dei mesi”, talché io ho identificato la crudeltà dell’aprile con l’adolescenza che era quella dell’io narrante, ma era anche l’ennesima adolescenza della Sicilia dopo la guerra, e dunque il momento della rinascita. Naturalmente questa ferita può rimarginarsi e diventare una “maturezza” come dice Pirandello oppure una cancrena. Io ho constatato che l’adolescenza in Sicilia è diventata una cancrena e che quella ferita è rimsta ancora aperta. Di Eliot mi affascinano i correlativi oggettivi, il passare da un’immagine a un’altra. E nelloSpasimo di Palermo mi ha accompagnato questa continua cifra eliotiana.
Da un viatico verghiano passa dunque a un libro vittoriniano quale La ferita dell’aprile e chiude una sua prima stagione con Quasimodo e la Sicilia rimpianta. Ma c’è un secondo Consolo che ha ascoltato Dolci, Levi e Sciascia. Il salto è dall’empireo all’impegno.
Io non vedo questo salto. È un processo di maturazione e di ricerca anche dal punto di vista linguistico e stilistico. Quando scrissi La ferita dell’aprile avevo consapevolezza piena di quello che facevo, della scelta di campo che operavo: avevo seguito la stagione del neorealismo, la memorialistica e tutto il meridionalismo, da Gramsci a Danilo Dolci fino poi a Carlo Levi e lo Sciascia delle Parrocchie. Voglio dire che l’esordio, a parte i racconti dei primi passi, è del tutto cosciente del contesto storico, sociale e stilistico perché questo libro è segnato da un forte impatto linguistico. Lo mandai a Sciascia e mi rispose chiedendomi spiegazioni su una particolarità linguistica che in effetti mi ha sempre accompagnato come diversità storica e sociale: cioè il dialetto galloitalico di San Fratello. Nella lettera che gli scrissi mi dissi debitore delle sue Parrocchie.
La ferita dell’aprile sta a lei come Le parrocchie di Regalpetra stanno a Sciascia, con la differenza che Le parrocchie sono una prova di realismo storico mentre La ferita di realismo mitico. Perché allora si sente debitore di Sciascia e non di Vittorini?
Perché i miei temi non erano di tipo esistenziale e psicologico, ma storico-sociale. Ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un adolescente cosa sono stati la fine della guerra, il dopoguerra, la ricomposizione dei partiti, la ripresa della vita sociale, le prime elezioni del ’47, la vittoria del Blocco del popolo, denunciando l’ennesima impostura che si perpetuava attraverso le vocazioni religiose, i “microfoni di Dio”, fino alla vicenda di Portella e la pietra tombale delle elezioni del ’48. Ho voluto rappresentare tutto questo con una cifra assolutamente diversa, prendendo le distanze da quella comunicativa di Sciascia e mettendomi su un piano di espressività.
Perché se la corrente era in senso contrario?
Ho le mie spiegazioni a posteriori di queste scelte. L’ho fatto perché non mi sentivo di praticare lo stile della generazione che mi aveva preceduto, Moravia, Calvino, Sciascia. C’era lo scarto di appena dieci anni con questi scrittori che avevano vissuto il fascismo e la guerra. Nel ’43, quando avevo dieci anni, loro nutrivano la speranza di comunicare con una società più armonica sicché la loro scelta illuminista e razionalista era nel senso della speranza. Quando io sono nato come scrittore questa speranza era caduta e ho cercato di raccontare perché si era restaurato un assetto politico che non era come si sperava, ancora una volta iniquo, che lasciava marginalità, oppressioni e sfruttamento. Ho scelto il registro espressivo e sperimentale non vedendo una società armonica con la quale comunicare. La speranza che avevano nutrito quelli che mi avevano preceduto in me non c’era più.
Detto adesso sembra facile, ma allora lei aveva di fronte le ultime risacche del neorealismo e le prime correnti del Gruppo 63.
Già, ma io avevo consumato questa esperienza. Il prete bello, Libera nos a Malo e la memorialistica di quanti erano reduci dalla guerra. Che non era diventata letteratura ma mera restituzione di un’esperienza.
Ma quella sua prova fu fortemente innotiva e poco sciasciana.
Senza dubbio. Ma è curioso che Sciascia sia stato impressionato dalla particolarità di questo libro. Poi, quando è uscito Il sorriso, a distanza di anni, con più consapevolezza e con la mimesi dell’erudito ottocentesco, Sciascia a Sant’Agata di Militello lo presentò e disse che quel libro era un parricidio. Voleva dire che avevo cercato di uccidere lui, come del resto avviene sempre. Dice Sklovskij che la letteratura è una storia di parricidi e di adozioni di zii. Debiti dunque sì nei confronti di Sciascia, ma la scelta di campo è stata diversa. La ricerca si inquadrava fatalmente sulla linea verghiana, gaddiana, pasoliniana della sperimentazione del linguaggio, della “disperata vitalità”, come la chiamava Pasolini.
C’è un campo che è stato poco investigato circa la sua ricerca ed è quello del reportage. Penso a Il rito sulla morte di Rossi, o a Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, “pezzi” giornalistici che l’hanno impegnata per due decenni. Come ha fatto a scrivere reportage mentre scriveva La ferita e poiIl sorriso?
Mi sembravano due scritture diverse, della restituzione di una realtà immediata nel modo più originale la prima, senza però arrivare allo stile sciatto giornalistico, dando significati altri alla cronaca raccontata. Quando Sciascia stava facendo l’antologia sui narratori di Sicilia con Guglielmino pensava di mettere un mio brano della Ferita, ma quando lesse il racconto su Carmine Battaglia lo scelse perché gli sembrò più consono come sigillo di una certa realtà siciliana.
A me piacerebbe davvero fare chiarezza sui suoi debiti perché non si è capito se sia figlio di Sciascia o di Vittorini. È un fatto che, per quanto sia stata importante per lei l’Odissea, a un certo punto dice che ci è arrivato attraverso Vittorini e non Sciascia. E allora mi chiedo chi è il suo padre putativo. Sembra amare di più Sciascia, ignora Vittorini inDi qua dal faro ma in verità ha ben conosciuto Vittorini e lo ha molto osservato. 
Dunque. A proposito di parricidi, nella Ferita ho fatto morire all’inizio il padre dell’io narrante e ho adottato uno zio che poi è diventato padre avendo impalato la madre del ragazzo. Poi faccio morire anche questo patrigno. Io sono figlio di tanti padri che poi regolarmente cerco di uccidere. Certo, Vittorini l’ho ignorato nei saggi perché Vittorini mi interessava per certe sollecitazioni di tipo teorico che lui dava circa la concezione letteraria. Sciascia, a una seconda lettura diConversazione in Sicilia, dice di essere rimasto deluso, e lo capisco perché il libro è contrassegnato da una forte implicazione di tipo rondista con innesti di americanismo. Però è vero che per la prima volta appariva nella letteratura siciliana il movimento, l’atteggiamento attivo nei confronti della storia, la fuoriuscita dalla stasi verghiana, insomma una grande lezione per me quella del movimento.
Lei ha fatto la stessa cosa che ha fatto Vittorini e che racconta in un’intervista a Giuseppe Traina: ha disegnato per Il sorriso la carta topografica di Cefalù, vicolo per vicolo, come Vittorini fece con la Sicilia per Le città del mondo.
Già. Un modo per entrambi di essere più siciliani possibile, più precisi e acribitici.
In Un giorno come gli altri lei pone una questione non risolta: quella della scelta tra lo scrivere e il narrare, dove scrivere significa cambiare il mondo e narrare soltanto rappresentarlo, secondo una definizione di Moravia. È importante quel racconto perché segna la sua scesa in campo politico. E lei dice che è meglio scrivere.
Pensavo che la scrittura di tipo comunicativo-razionalistica avesse più incidenza che quella di tipo espressiva che io praticavo e che chiamo “il narrare”, implicata com’è con lo stile e la ricerca lessicale. Lo stile non ha impatto con la società e il movimento è dal lettore verso il libro, mentre in quella comunicativa il movimento è al contrario. I libri di Sciascia hanno fatto capire cos’era la mafia, Moravia ha fatto capire cos’era la noia durante il fascismo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo.
Lei ha fatto una scelta a favore del coté espressivo.
Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica.
Vediamo la vicenda sotto un altro aspetto. Lei e Basilio Reale, entrambi messinesi, avete avuto uguali trascorsi: a Milano insieme e nello stesso periodo, però lei va verso la prosa mentre lui verso la poesia. E si chiede come succeda questo fenomeno.
Lo trovo infatti inspiegabile.
Mentre poi dice di essere più votato alla poesia quando Reale ha dato poi prova di essere buon prosatore.
Se parla delle sue Sirene siciliane, siamo di fronte a strumenti psicoanalitici. Io non so perché uno nasce con la tendenza verso la musica e un altro verso la pittura. Con Reale ci siamo incontrati all’università di Milano giovanissimi. A Messina non ci eravamo mai visti. Quando ci siamo conosciuti c’era un altro confrére, Raffaele Crovi che frequentava Vittorini più da vicino. Mi raccontava Ginetta Varisco, che ho frequentato dopo la morte di Vittorini, che Crovi veniva da uno strato sociale povero e quando andava a casa loro Elio le diceva “Cucina molta pasta perché questi ragazzi hanno molta fame”.
I suoi libri sono giocati in forma autobiografica. Il Petro Marano che lascia la Sicilia o il Gioacchino Martinez che viene in Sicilia sono sempre trasposizioni di sé. È sempre stato lei, sin dai reportage; e non ha parlato che di sé.
Sì, ma in maniera molto mascherata. La mia esperienza personale mi serve come chiave di lettura della realtà e del momento storico che vivo. Ma nel Sorriso ci sto poco. Sciascia vi vedeva più Piccolo che me.
Verga e Pirandello, anche loro andati via, sono però riusciti a scrivere di Milano, Roma e di salotti borghesi. Mentre lei, Sciascia, ma anche Vittorini, pur stando fuori non siete riusciti che a scrivere sempre della Sicilia. E c’è un motivo: perché bisogna conoscere il linguaggio e averne memoria, come ha osservato lei stesso.
Di Milano io non so fare metafora mentre della Sicilia sì. Di Milano posso restituire una cronaca, l’ambiente vissuto da studente, mentre la Milano che ho vissuto dopo mi serve per leggere meglio la Sicilia e creare paralleli tra questi due mondi antitetici e opposti. Non sono caduto in crisi come Verga, se mi è permesso: vivendo in questa realtà milanese non mi sono ripiegato verso l’infanzia dorata. Ho scoperto invece un’altra Sicilia, quella più vera e infelice, la continua ingiustizia e perdita e smarrimento dell’identità. I miei libri sono contrassegnati da questa spinta a varcare la soglia della ragione per andare nella terra dello smarrimento. Vittorini dal canto suo ha scritto su temi non siciliani i libri meno riusciti, così come Verga ha scritto Per le vie che sono le novelle meno felici. Io di argomento non siciliano ho scritto solo qualche racconto come Porta Venezia.
E’ dunque d’accordo che si può staccare un siciliano dalla Sicilia ma non si può staccare la Sicilia da un siciliano?
Certo. Nel bene e nel male non si può strappare la Sicilia a un siciliano.
Ma c’è un ultimo Consolo smaniato da intenti umoristici.Nerò metallicò ne è un esempio.
Di più c’è forse Il teatro del sole. E’ il rovescio del tragico. Musco a chi dice “Domani il sole illuminerà il cadavere di uno dei due” domanda “E si chiovi?”. E se piove?
Lei ha riflettuto lo stesso sentimento di Vittorini quando davanti al mondo industriale capiva di poter raccontare solo quello contadino. Le città del mondo nasce da questo stato d’animo.
Vittorini aveva creduto generosamente in un’utopia. Pensava che l’industrializzazione della Sicilia fosse possibile. Aveva avuto l’esempio olivettiano dell’industria a misura d’uomo e riteneva che la scoperta da parte di Mattei del petrolio risvegliasse finalmente i siciliani. Ed ecco nelle Città del mondo i contadini a cavallo che convergono al centro della Sicilia. Ma la realtà ha infranto la sua mitizzazione. Gli esiti li abbiamo visti. Gela, Augusta, Priolo, obbrobriosi e nefasti. Ecco cosa ne è stato dell’industrializzazione della Sicilia. Ci fu una polemica tra Sciascia e un giornalista dell’Avanti: Sciascia, che scriveva su L’Ora, aveva cominciato ad avanzare dubbi sull’industrializzazione e il giornalista gli contestò la mancanza di ottimismo concludendo “Benedetti letterati”. E Sciascia rispose: “Adesso si vede che anche loro, i socialisti, hanno la facoltà di benedire, come i democristiani”. Vittorini avrebbe voluto che la Sicilia uscisse dalla condizione di inferiorità e di soggezione incamminandosi verso un mondo di progresso. Non credeva nei dialetti individuali ma nella commistione delle lingue, ma non sapeva che gli immigrati siciliani a Torino la sera uscivano per imparare il piemontese e mimetizzarsi.
Se lo sguardo di Vittorini è utopico, il suo è nella trilogia certamente molto amaro. 
Ero più avveduto e avevo gli strumenti per esserlo. Avevo constatato la realtà qual era. Io mi direi, ricordando Eco, un apocalittico realista, avendo visto la realtà italiana dal dopoguerra ad oggi: una continua deriva verso i valori più bassi di un mondo che non accetto sotto nessun punto di vista.
A proposito ancora di Vittorini e delle sue “due tensioni”: viene prima la politica o la cultura? Una volta lei ha detto che è la politica a dominare la società, non la cultura.
Credo che sia così. Almeno immediatamente, perché nei tempi lunghi forse è la cultura ad avere più forza. In anni precedenti al Sessantotto, all’università di Napoli, durante l’inaugurazione dell’anno accademico, uno studente fece un intervento di tipo politico e Giovanni Leone, che sarebbe diventato presidente della repubblica, disse: “Qui non si fa politica, ma cultura”. Intervenne con un articolo Vittorini scrivendo che la cultura è politica. Voleva dire che la cultura non è mai staccata dalla politica perché riguarda il contesto sociale in cui viviamo, dove cerchiamo di difendere i principi fondamentali della nostra convivenza civile. La politica influenza la società e la società crea a sua volta la cultura. Sta a quella categoria della società formata dagli intellettuali di essere attenti osservatori e di essere critici nei confronti della politica e della società. Sempre. Io dico che anche in una ipotetica società perfetta l’intellettuale deve stare all’opposizione. Ho creato una metafora sulla posizione critica dell’intellettuale: solo il re non può non avere critici perché sarebbe critico di se stesso. Ma appena si tratta di un vicerè si ha il dovere della critica e, come dice Bachtin, bisogna avere una visione utopica della società.
Ma la politica non è specchio della societa, per cui non si può avere una classe politica migliore, o peggiore, della società che la esprime?
E’ vero, ogni società esprime la sua classe politica. Ma la storia ci dice che ci sono state élites che hanno indicato la via alla società. Pensi alla Rivoluzione francese, nata dagli ideali illuministici che hanno guidato i rivoluzionari. La cultura richiede tempi lunghi e lenti. Pensiamo all’influenza che può avere avuto la grande letteratura ottocentesca e settecentesca e ai cambiamenti che nei tempi lunghi ha portato, al di là di quella che Barthes chiama “la scrittura d’intervento”: di uno Zola per esempio che occupandosi dell’affaire Dreyfus smette di fare lo scrittore e interviene sui giornali.
La cultura è migliore della società che interpreta?
Senz’altro sì. Ma non dobbiamo pensare solo a una cultura alta. C’è anche una cultura popolare altrettanto degna. Anzi, dalla convergenza di queste due culture si ha il movimento delle masse. Stiamo insomma a dare ragione a Gramsci.
Lei ha detto che non si deve usare il linguaggio del potere perché significa contaminarsi ed essere complici.
Parliamo in questo caso di linguaggio d’invenzione. Siccome l’intellettuale dev’essere critico, non riesco a immaginare un artista che non sia intellettuale nel mondo attuale. Prima le due funzioni si potevano scindere, oggi non più. L’intellettuale non può usare il codice del potere ma un controcodice che sia diverso anche nella forma e nello stile. Oggi la situazione è talmente allarmante che adottare la lingua del potere, quella mediatica, berlusconiana per capirci, significa essere collusi. Un controcodice è dunque indispensabile, ma non di astrazione come era ipotizzato dalle avanguardie, futurismo o Gruppo 63, ma un controcodice della memoria, perché letteratura è memoria: per cui occorre conservare le radici profonde della memoria linguistica e cercare di immetterla nel codice di espressione perché il potere non fa che cancellare la memoria. E parlo anche di memoria linguistica.
Può rientrare in una logica no global l’adozione della lingua dialettale contro la mondializzazione dell’inglese? Anche il dialetto può essere un controcodice?
Bisogna stare attenti all’accezione della dialettalità che molto spesso è un codice regressivo e ristretto, affidato più che alla articolazione del pensiero alla microgestualità e alla corruzione della parola nazionale. Invece il cammino deve svolgersi al contrario: vedere da dove sorgono le parole dialettali, da dove vengono e perché sono state usate nel passato, per cercare di immetterle nella scrittura espressiva. E chiamo “espressiva” la scrittura non “comunicativa”, che è propria del codice centrale della linea manzoniana, illuministico-razionalistico. Per quanto mi riguarda la lingua comunicativa è impensabile. Si può usare solo un controcodice che conduca nella zona dell’espressione, dove è possibile la riesumazione delle parole, come anche dei suoni, per non farle espellere. Sono gli anglismi imperanti a distruggere il nostro patrimonio linguistico, che ci viene dalla storia, e a determinare una cancellazione di identità.
Nell’uso di questo controcodice possono essere compresi, quanto alla Sicilia, autori che vanno da Meli, Tempio, Buttitta fino a D’Arrigo e a lei stesso?
Lei fa nomi di autori, Meli, Buttitta, che hanno usato il dialetto in un momento in cui esistevano i contesti dialettali. Oggi il contesto dialettale non esiste più mentre ha preso piede una ricerca neodialettale da parte di autori consapevoli dell’assenza di un pubblico dialettale e che usano il dialetto come una lingua altra. In poesia soprattutto, che è espressività massima, usare il codice comunicativo diventa impossibile. Lo chiamiamo neodialettale perché è come se scrivessero in latino. C’è un poeta napoletano, Sovente, che scrive infatti in partenopeo e in latino.
Se il dialetto regredisce, l’italiano è però sempre più fragile, come ha detto una volta lei. Allora il futuro del nostro linguaggio espressivo qual è?
Il destino della nostra lingua nazionale è davvero segnato. Pasolini già nel ‘64 parlava di nascita di una nuova lingua italiana. Oggi in televisione assistiamo a un’invasione di linguaggi altri del potere e della rivoluzione tecnologica. Ceronetti scrisse un articolo tempo fa calcolando che il dieci per cento di parole sono italiane contro il novanta per cento di americanismi. Ma la letteratura è un’altra cosa. E’ di per sé il controcodice del linguaggio espressivo. E non può cancellare se stessa.
Ma questo controcodice è anche un contropotere uguale e contrario?
Sicuramente sì. E ancora una volta, per ripetere Vittorini, lo stile è politica.
Il problema però è di fare corrispondere le parole alle cose. E già Foucault diceva che si è creato un diaframma.
La parola deve sempre corrispondere alla cosa, altrimenti è astrazione, avanguardia. Altro discorso è il linguaggio estetico. Pensi a un Bufalino che diceva di usare il registro alto come lingua di bellezza: ma nel suo caso la forma non coincide con il contenuto e le parole non riflettono le cose ma una concezione elitaria di cultura separata dalla società.
Anche Piccolo fu molto ornato.
Una scrittura anche quella assolutamente alta, è vero, ma in un campo che è quello poetico dove è consentita, al pari della scrittura neodialettale di oggi.
Per avere una stretta corrispondenza tra forma e contenuto, parole e cose, che tipo di linguaggio occorre dunque adottare?
Solido, filologicamente giustificato. Dobbiamo sapere perché adoperiamo certe parole, da dove vengono, e come le riceviamo in un periodo e in una frase, quale realtà riflettono insomma.
A chi pensa?
Penso a tutta la linea sperimentale che parte da Verga, col rovesciamento del codice manzoniano, quello che Pasolini chiamò “l’italiano irradiato di dialettalità”. Poi ci sono tecniche e maniere diverse, sicché abbiamo i Gadda, i Landolfi, i D’Arrigo e via gli altri. Una linea sperimentale parallela a quella illuministica. Lo ripeto fino alla noia: mi sono sempre chiesto perché gli scrittori della passata generazione, con uno scarto di dieci o quindici anni rispetto a me, che hanno vissuto l’esperienza della guerra e del fascismo – Moravia, Calvino, Sciascia – avessero scelto la linea comunicativa; e mi sono detto che il loro codice fosse manzonianamente quello della speranza, perché pensavano che, finita la guerra ed entrati in un contesto democratico, si sarebbe avuta una società nella quale comunicare. Ma questa speranza è poi caduta e oggi non è più possibile usare un codice comunicativo.
Pasolini poneva l’equivalenza tra linguaggio e potere nel senso che il potere cerca sempre di fare proprio il linguaggio. Ma quando parliamo di potere di cosa parliamo?
Parliamo di un potere che non rispetta i principi fondamentali e la dignità dell’uomo, che crea le differenze tra chi ha e chi no, che opprime idee politiche: a questo potere si riferiva Pasolini, che nella sua analisi della lingua italiana riportava una frase di Aldo Moro (che pure era per lui il meno implicato nei guasti del nostro Paese) pronunciata nel discorso per l’inaugurazione dell’autostrada del sole, una frase indicata come esempio di “politichese”. Oggi il nostro linguaggio non è quello di Moro, ma è più doroteo e miserabile, più politichese, più squallido, è il linguaggio dei media, poi trasferito nella politica, lo slogan impositivo, che è una forma di violenza fatta con il bombardamento di messaggi pubblicitari. Lo slogan è la distruzione della lingua, è il linguaggio della menzogna e dell’impostura. Così è nella politica. Guardiamo i dibattiti trelevisivi o ascoltiamo i cosiddetti portavoce: parlano tutti per slogan.
Sono gli effetti ultimi del postmoderno. Però Verga forse fu un antesignano, perché, come ha notato lei in Di qua dal faro, ha smesso di scrivere per continuare con la macchina fotografica a parlare dei “vinti”. Cambiò linguaggio ma non argomento.
Fu una scoperta sconvolgente quella delle sue foto. A Parigi vidi una mostra di foto di Zola, in confronto alle quali le foto di Verga si distinguono per la rappresentazione verista della realtà rurale anziché della borghesia colta persino nei suoi sudori. Ma non mi spingo a dire che sia stato questo il motivo della rinuncia a completare il ciclo dei “vinti”. Come lui stesso disse a Guglielmino, non sapeva parlare il linguaggio della nobiltà. Piccolo mi raccontava che mandò De Roberto a una festa palermitana di aristocratici perché li osservasse e li sentisse parlare. E De Roberto ci andò standosene in un cantuccio tutto ingrugnito tanto che gli ospiti gli passavano davanti e dicevano: “Che vuole questo? Ma chi è?”.
L’esperienza di Verga, non riuscito a usare il linguaggio dell’alta società, non dimostra l’impossibilità di usare un controcodice, se la sua opera si vede nel segno di una proposizione della questione meridionale e dunque di un discorso sul potere?
Quello che non è riuscito a Verga è però riuscito a De Roberto. Con esiti diversi, è vero; ma ha usato un linguaggio borghese preoccupandosi però più del contenuto che della forma. De Roberto non aveva l’assillo stilistico che ossessionava invece Verga. Credo che Verga finisca con la morte di mastro don Gesualdo dileggiato dai camerieri della figlia nel palazzo di Palermo.
Una volta, fino agli anni Settanta, era impossibile fare politica senza la cultura mentre oggi è impossibile fare cultura senza la politica. Mentre una volta la politica doveva tenere conto dei maitres à penser, oggi bisogna rivolgersi al principe per qualsiasi iniziativa culturale.
Oggi la politica può fare a meno della cultura perché non è più ragionamento e persuasione, ma imposizione di messaggi propagandistici, per cui non le servono gli intellettuali. Galli Della Loggia equivoca quando parla di egemonia della sinistra. Il contesto era diverso, la politica era diversa: era naturale che un intellettuale operasse ideologicamente. Nella destra gli esempi di scrittori che hanno teorizzato la supremazia di una classe sulle altre sono stati pochi, mentre gli scrittori di sinistra hanno sostenuto a fondo principi di uguaglianza sociale e solidarietà umana.
Ma si può parlare oggi di etica della politica?
In questo governo di centrodestra si è avuto un caso di divergenza interna quando Buttiglione, un signore di matrice cattolica, ha preso posizione a favore di quelli che chiamiamo “clandestini” perché ha visto che l’atteggiamento xenofobo è anticristiano, disumano e incivile. Ci sono evidentemente dei limiti nella coscienza politica che non possono essere travalicati. Non si possono ignorare questi disgraziati che arrivano da noi. C’è una soglia di decenza e di rispetto dell’umanità che soltanto il fascismo e il nazismo hanno potuto varcare.
Lei oggi interviene perlopiù sulla stampa di sinistra, mentre Pasolini e Sciascia preferivano pronunciarsi su giornali che non fossero organi di partito. Eppure lei è riconosciuto come il loro legittimo successore.
E’ cambiato il contesto. Quando Ottone chiama al Corriere della sera Pasolini è mosso da intenti anche commerciali, ma soprattutto dall’interesse ad allargare l’orizzonte. Oggi i giochi sono più radicali. L’unica testata dove mi pare di potermi esprimere liberamente è l’Unità, anche se poi la critico per certa carenza di gusto e di cultura.
Allora era più facile farsi spazio per un intellettuale?
C’era più tolleranza. In realtà serviva un Pasolini che sul Corriere facesse il processo al Palazzo. Forse agiva anche una intenzione di civiltà nel senso di accogliere anche il dissenso. Oggi si è tutto polarizzato.
Ma non può essere stata un’operazione della borghesia? Accetta nei propri giornali Pasolini e Sciascia, come le grandi manifestazioni studentesche, per farne un fatto di moda, per volgere la protesta in costume. Oggi Pasolini appartiene infatti anche al costume.
Colpa dei cattivi lettori. Solo loro possono ridurre l’incidenza di un Moravia, di un Calvino, a un fatto di costume. Pasolini è rimasto noto per la sua omosessualità e Sciascia, dal canto suo, è stato inchiodato a due slogan male interpretati: “Né con lo Stato né con le Br” e “I professionisti dell’antimafia”. Un’intera articolazione di pensiero svilita dal cattivo lettore, che molto spesso è lo stesso intellettuale.
Lei parla di cattivi lettori, ma non si può pensare anche a una orditura del potere?
Certo. Il capitalismo è cinico. Gli servivano questi intellettuali che facessero il controcoro. Ma io salvo l’assoluta buona fede di uno come Ottone o di un altro direttore quale fu Benedetti a La Stampa. Quando cominciai a scrivere sul suo giornale perché Sciascia mi segnalò, Benedetti lo ringraziò. Era gente di grande onestà intellettuale e poteva dunque aprire a intellettuali come Pasolini.
Ma i giornali fanno parte della sfera della politica o di quella della cultura?
Dipende dalla proprietà. Quando Spadolini lasciò il Corriere della sera, partecipando a un convegno di giornalisti disse: “Mi hanno cacciato come un valletto”. E qualcuno dalla platea gridò: “Ti sta bene”.
Vittorini non credeva nel dialetto. Lo reputava un precipitato della classe contadina. 
Lo disse nel commento a I giorni della fera di D’Arrigo. Disse di non avere pazienza per i dialetti meridionali. Aveva le sue mitologie. Mitizzando l’industraiale del nord del tipo di Olivetti, pensava che l’industria settentrionale fosse una cifra di progresso e che nei confronti della storia l’operaio prendesse coscienza del suo lavoro come elemento del ciclo di produzione. Non accettava i dialetti ma vedeva il progresso in quello piemontese. Diceva che sarebbe stato interessante creare un incrocio tra i dialetti e fare nuove koinè. È avvenuto invece che gli operai meridionali che arrivavano a Torino quando la sera uscivano dalla fabbrica andavano a scuola di dialetto piemontese per non apparire terroni e mimetizzarsi. Poi è passato il rullo compressore della lingua televisiva che ha distrutto tutte le koinè che Vittorini aveva immaginato.
Vagheggiava una sicilia lombarda e si mostrava un antiverghiano fino alla bestemmia.
Generosamente pensava a una Sicilia migliore. Aveva lasciato l’immobilismo verghiano e pensava a un risveglio. Mi raccontava Vito Camerano (che con un altro catanese, Pippo Grasso, era andato da Vittorini con un manoscritto per poi essere invece reclutati entrambi come collaboratori) che nel viaggio in Sicilia per l’edizione illustrata diConversazione in Sicilia, arrivati ad Aidone Vittorini, accompagnato anche da giovani amici quali Giovanni Pirelli e Giancarlo De Carlo, disse ispirato: “Adesso vedrete persone alte, bionde, con gli occhi azzurri”. Ed entrati in paese trovarono vecchietti piccoli e curvi. Vittorini pensava di vedere Gran Lombardi dappertutto in Sicilia.
L’idea era di sprovincializzare l’isola. Un tentativo fallito. Oggi si è realizzato il sogno di Vittorini di una Sicilia non più provincia?
La sprovincializzazione non si è avuta dal basso, per maturazione ideologica, ma dall’alto, per imposizione del processo di omologazione che ha azzerato tutte le diversità e le individualità. Guardiamo le nostre coste: la sera si passa da un concerto di musica a un altro, in un misto di chiasso, di macchine, di confusione. La riviera adriatica non è in nulla diversa dalla nostra riviera tirrenica.
Vede tutto ciò in senso negativo?
Se tutto diventa alienazione e carnevalata sì. La Sicilia è entrata finalmente a far parte dell’Italia ma nel senso peggiore.
Quella smania di cui parlava a metà degli anni ’90, quando non sapeva quale fosse l’astratto furore che la portava ogni volta in giro per la Sicilia a cercare i lati più autentici, continua ad agitarla? 
Non mi pare che ci siano più aspetti autentici. Gli unici li trovo nella memoria dei luoghi, nelle architetture, ma nel paesaggio umano e ambientale vedo una devastazione sconfortevole. Leggevo del tentativo di saccheggiare addirittura il golfo di Scopello, uno dei luoghi più belli della Sicilia.
Però, rispetto agli Sessanta, gli anni dei sacchi in serie delle città, oggi si registra una maggiore sensibilità verso per esempio i centri storici.
Non è sensibilità, ma furia del rinnovamento, causa della nascita caotica e sconsiderata dell’architettura democristiana come la chiamava Pasolini. C’è anche una maggiore malizia nell’eludere le leggi. Condono edilizio in questo Paese cattolico è sinonimo di assoluzione. Non vale più più l’esigenza della prima casa, come un tempo, quando si trattava di uscire dai tuguri, ma invale il desiderio della seconda o terza casa.
Questo suo atteggiamento non rischia agli occhi dei giovani di risultare passatista?
Le nuove generazioni non hanno consapevolezza. Il loro paesaggio è questo che vedono. Sono nati in questo contesto e vedono come reazionari chi parla loro di altri contesti sociali. Oggi un ragazzo tende a rifiutare, e parlarne in termini di anticaglia, anche ciò che appartiene solo a un anno fa. Pensi ai prodotti commerciali o all’abbigliamento, subito vecchi per colpa della pubblicità che propone continue versioni.
Percorrendo la Sicilia, trova l’isola che ha lasciato un po’ georgica ed elegiaca?
Non esiste più. L’Itaca che cerco è stata cancellata. Ma non voglio essere pessimista: ci sono realtà che ammiro. Anche in Sicilia c’è un’umanità che ignoriamo: quelli che dedicano la loro vita ad aiutare gli altri. Guardi la Caritas di Lampedusa, alcuni preti palermitani di frontiera che ospitano dieseredati, i volontari dell’Unitalsi: un’umanità transnazionale fuori dalla politica e dalla religione.
Sciascia teorizzava l’equipollenza di chiesa e partito e diceva che chiesa cattolica e Pci fossero due chiese altrettanto potenti. Oggi chiesa e partito che forza hanno?
Oggi la chiesa come la intendevamo una volta, quella clericale, non ha più potere. I tempi del cardinale Ruffini sono finiti. Oggi c’è una chiesa nuova, nefasta, la chiesa-mafia, responsabile dei danni di questa nostra isola disgraziata. Il potere di partito è assolutamente mafioso, politico-mafioso. Lo dice la magistratura e lo dicono le inchieste in corso.
E dire che ci sono meno croci per le strade e che il peso della mafia non è quello che si vedeva una volta.
Vuol dire che non la mafia non ha bisogno di ammazzare. Vuol dire che prospera.
Ma non ci sono più neppure i veleni di una volta.
E’ la pax mafiosa. La speranza che ho è la magistratura. Sono persone che lavorano in prima linea e conducono una battaglia di civiltà.
Fino a che punto non le piace questa Italia?
E’ inaccettabile sotto tutti i punti di vista. E’ un’Italia impresentabile nel contesto civile, a volte anche vergognosa. Pensi a tutte le leggi approvate, sia regionali che nazionali. Credevamo che con la fine della Dc e del Psi, caduti per corruzione inetna, potesse cominciare una nuova storia e invece è accaduto ancora di peggio.
Ma questo governo non è stato forse eletto democraticamente, con tutti i crismi che si richiedono a un governo parlamentare?
Non ci sono stati brogli elettorali. Me li sarei augurati, come è successo di fare a Bush. E invece è stato il popolo italiano a volerlo, un popolo immaturo, ignorante e ancora oggi sempre più regredito e imbecille. Io lo chiamo “telestupefatto”. Spero solo che questa situazione sia in scadenza e che si esca presto da questo abbaglio.
Gli abbaglianti non sono quelli accesi anche dagli intellettuali?
La gente, la massa, guarda la televisione e non legge né i giornali né i libri. E la televisione, quale che sia il nome, è tutta in mano a Berlusconi.
Rimpiange forse l’Italia passata, quando la povertà era una condizione di vita?

Ho visto cosa sono state le lotte contadine in Sicilia e so cos’è la povertà. L’arretratezza era tanta, ma si sperava in un progresso e non in uno sviluppo caotico e selvaggio, un progresso di civiltà. Invece ecco questo consumismo folle e terribile. Ci sono Paesi come la Francia e la Spagna che sono diversi. Non c’è l’idiozia che c’è da noi, non ci sono tanti telefonini, non c’è il modo di fare stupido e volgare che abbiamo noi. Da Milano a Catania è dappertutto uguale. Appena metti il naso fuori di casa ti accorgi dell’individualismo sfrenato che ci rende succubi. Sappiamo solo declinare la prima persona singolare. E mitizzando la ricchezza a ogni costo perdiamo l’etica, perdiamo la moralità.

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