Ho letto “Le pietre di Pantalica” di Vincenzo Consolo

Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie di pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente…
Ho scoperto Vincenzo Consolo per via del Ritratto d’uomo o d’ignoto marinaio di Antonello da Messina, conservato al Museo Mandralisca di Cefalù, dove sarei andato a trascorrere le mie vacanze siciliane. Sul ritratto si era soffermato Consolo pubblicando nel 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, da molti considerato il suo capolavoro. E’ mio vezzo da sempre leggere in vacanza libri che riguardano il luogo dove mi trovo. Scoprire Consolo mi ha dato una grande opportunità. Cosi ho cominciato con Le Pietre di Pantalica, una raccolta di racconti pubblicata nel 1988. Pantalica in provincia di Siracusa, che conoscevo perché fino al 2003 vi si è disputato un trofeo ciclistico internazionale, è una necropoli rupestre formata da migliaia di grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C.
I primi racconti sono frammenti per un possibile romanzo ambientato all’epoca dello sbarco degli americani in Sicilia. Si svolgono tra Gela, Licata e Mazzarino.
Guatarono sulla strada quella gran tartuca di ferro, quella cùbbula possente, quel bufone meccanico col cannone sulla testa che avanzava lasciando dietro una coda di fumo e polverazzo. Videro le stelle bianche stampate sopra i fianchi e la bandiera floscia in su la cima dell’asta sopra il parafango. Che è che non è, capirono finalmente che si trattava d’essi, dei Mericani...
Da subito dunque Consolo intriga per quel suo linguaggio che lo rende assai diverso, più diretto, rispetto a quello artificiosamente siculo di un Camilleri.
Nella Mazzarino invasa da inglesi e americani lo scrittore ci introduce un fotografo ungherese al seguito delle truppe, uno che odiava la guerra, lo schifo della guerra e lo schifo dei fascismi e delle dittature che provocano le guerre. Ecco che Consolo regala al lettore una figurina (da alcune pagine si è capito che si tratta di Robert Capa), sperando che il fotografo ungherese, saltato su una mina a Thai Binh, in Indocina, un pomeriggio di maggio del ’54, approvi dal suo cielo, col suo sguardo ironico, il mio gesto.
Consolo si sofferma sulla chiamata alle armi del dopo 8 settembre ’43, quando si cercò di ricostituire qualcosa che somigliasse a un italico esercito. Arrivano le prime cartoline precetto: Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Nella Mazzarino di Consolo compaiono personaggi pittoreschi come don Oreste Paraninfo che nudo, di notte, suonava al violino sul balcone Mozart e Beethoven. O come don Rocco Colajanni, il farmacista, che sul letto di morte si fece leggere il Decamerone. Il medico Giunta, don Turiddu Bartoli e don Peppino, Falzone di cognome, capo mafia di nome e d’azione. E più di tutti piace la baronessa donna Elisa Accàttoli, elegante, ma d’una superbia tale e d’una prepotenza, e pardessù d’una sboccataggine, che pareva ci avesse sotto due cose come un uomo.
E’ proprio la Sicilia che volevo conoscere e che ho trovato in questo e altri scritti di Vincenzo Consolo che poi filosofeggia attraverso il personaggio di Vito Parlagreco (“Ma che siamo noi, che siamo?… formicole che s’ammazzan di travaglio… Il tempo passa, ammassa fango, sopra un gran frantumo d’ossa… E resta come segno della vita che s’è trascorsa, qualche fuso di pietra scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra… Un cimiterio resta, di pietre e ciaramìte mezzo a cui cresce, a ogni rispuntar di primavera, il giaggiolo, l’asfodèlo”).
Sono racconti che vanno letti con attenzione per assaporare tutto lo humour che lo avvicina a Pirandello e agli scrittori siciliani che lo hanno preceduto. In altre pagine ci parla di intellettuali siculi, Sciascia, Buttitta, Antonino Uccello, Lucio Piccolo e ci porta a spasso per la costa nord, tra Palermo e Messina, così scorrono Naso, San Fratello, Capo d’Orlando, Sant’Agata di Militello che è il suo paese di nascita. Entrano di diritto nella narrazione la poesia, il teatro, la storia, l’archeologia. Sempre critico verso la sua Sicilia, abbandonata ben presto per vivere e lavorare a Milano, Consolo scrive righe allucinanti su Palermo: Palermo è fetida, infetta. In questo luogo fervido, esala odore dolciastro di sangue e gelsomino, odore pungente di creolina e olio fritto. Ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta, il fumo dei rifiuti sopra Bellolampo.
Sembrano frasi scritte oggi, a luglio 2016. Della sporcizia e fatiscenza di Palermo sono stato recente testimone. Purtroppo. Ma è possibile che lì nulla cambi mai? Aveva ragione Tancredi, il nipote del principe di Salina che gattopardescamente aveva detto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Questa è la Sicilia ancora oggi. E c’entra – l’oggi – nel Memoriale di Basilio Archita, il racconto che narra di un mercantile su cui si sono imbarcati di nascosto dei clandestini africani: Il capitano confabulò con gli ufficiali; il secondo comunicò poi a tutti che avrebbero buttato i negri in mare. L’oggi, appunto.
E infine nel racconto Comiso Vincenzo Consolo lascia una sorta di testamento nei confronti della sua terra: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato… Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto… Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.

Riccardo Caldara
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” Ratumemi ” Vincenzo Consolo e Filippo Siciliano

“Filippo Siciliano ha preso parte alle lotte contadine in Sicilia per
l’occupazione delle terre incolte:

“…da sopra un masso che affiorava nel punto più eminente, le mani a
imbuto sulla bocca, così Filippo parlò: La terra a chi lavora! Questa terra
incolta è terra nostra”

Filippo era un giovane universitario.
Ora,  dopo una lunga vita operosa, senza mai tradire i suoi ideali di
giustizia e libertà, manda a tutti noi questo messaggio.

Caterina Consolo


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Ratumemi

I

Nuvole nere vagavano nel cielo, dense come sbuffi di comignolo,

da levante correvano a ponente, e nel loro squarciarsi e dilatarsi,

rivelavano occhi azzurri e cristallini, lunghi raggi del sole

che sorgeva, stecche incandescenti d’un ventaglio, giù dal fondo

del Corso, dal quartiere Màzzaro, dal Borgo, d’in sul triangolo

del timpano della chiesa gialla di Santa Lucia.

Il largo del mercato era affollato, d’asini muli giumente leardi,

luccicanti di specchietti, sgargianti di fettucce nappe piume,

scroscianti di campanelle e di cianciàne. E cristiani erano a cavallo,

a terra, aste di bandiere nelle mani, trùsce e cofìni pieni

di mangiare, ridenti nelle facce azzurre rasate quel mattino.

Aspettavano, gli occhi puntati sulla porta della Casa, l’uscita

dei capi dirigenti.

Dai balconi dei palazzi prospicienti lo spiazzo, detto in altro

modo l’Arenazzo (luogo di sosta de’ carrettieri venuti da Butèra,

Riesi o Terranova, sfregatoio di bestie a zampe in aria, riposo

dentro il fondaco, tanfo di corno arso per la ferratura nella

forgia, cardi bolliti e bicchier di vino dentro la potìa), dai

balconi del palazzo Accardi e del palazzo Alberti, dalla farmacia

Colajanni, financo dalla canonica di San Rocco, guardavano

a questo assembramento di villani, a questo cominciamento

di processione, a questa festa nuova, fuori d’ogni usanza e

d’ogni calendario.

E nel vocìo sommesso, nel mormorio di saluti e di discorsi,

nello stridere del ferro di zoccoli e di chiodi, nel tintinnìo di

campanelle, nel fumo di trinciati e toscanelli, trillarono i banjo, i

mandolini infiocchettati de’ barbieri che, lustri più di tutti nelle

facce, nelle lune e nei capelli, con le loro dita magre dall’unghie

coltivate attaccarono a suonare l’Internazionale. E subito Bandiera

rossa, l’Inno di Garibaldi e di Mameli. Staccarono dalle corde le

stecche a cuore di celluloide quando s’aprì la porta della Casa

del Popolo e uscirono La Marca, Cardamòne, Siciliano, Pirrone

e altri ancora, che traversarono tutto lo spiazzo, si portarono

in testa, verso l’imbocco della via Bivona, e salirono in groppa

alle bestie. Guardinghi, ché non tutti avevan confidenza con gli

animali, questi giovani mazzarinesi usciti dalla guerra, ch’avevan

studiato, ma studiato, contro i libri di carta e di parole della

scuola, sopr’altri libri, e di più con passione sopra il libro del

paese, in cui avevan letto chiaramente la lunga offesa, la storica

angheria, la prepotenza dei baroni. Eredi ma diversi d’altri precedenti.

Come don Oreste Paraninfo che nudo, di notte, suonava

al violino sul balcone Mozart e Beethoven. O come don Rocco

Colajanni, il farmacista, ateo inveterato, che sul letto di morte,

la figlia terziaria e le monache assistenti esulcerate, volle da leggere

il suo Decamerone. O come il medico Giunta, che andando

sul Corso per le visite, alzando gli occhi ai balconi dei palazzi,

sputava e imprecava: «Ah porci, ah baroni!».

Questi giovani ch’avevan determinato il successo del Blocco

del Popolo alle elezioni, e che ostentatamente, dopo la vittoria,

uno accanto all’altro, ostruendo la strada, andavano avanti e

indietro lungo il Corso per dispetto agli avversari. «Una sventagliata

di mitra, ecco quel che ci vorrebbe! Guardateli!… Proprio

ora che sono a tiro tutti quanti… Ta-ta-tatà e, in un attimo,

ci si potrebbe liberare di questi scalzacani» vociava don Turiddu

Bàrtoli da sopra il suo balcone coi campieri schierati alle sue

spalle. In testa, angelo custode, mignatta e protettore, don Peppino,

Falzone di cognome, capo mafia di nome e d’azione, compare

dello Scebba, altro capo di Butèra.

Quando tutti furono assettati sopra le cavalcature, il trombettiere

della cooperativa “L’Agricoltore” suonò il motivo della

sveglia, come da soldato. Il La Marca, da sopra il suo cavallo,

si girò verso la folla, alzò il braccio e urlò:

«Avanti!»

E tutti mossero, in un corteo festoso e vociante, coi barbieri

che attaccarono a suonare la marcia d’Orsomando, il maestro

della banda.

Mossero per via Bivona e Castelvecchio, su per la mulattiera

al bordo della vallata del Canale, lasciarono le ultime case sul

poggio Immacolata, arrivarono all’eremo di San Corrado, già

convento dei padri Carmelitani e lazzaretto in tempo di colera

e di vaiolo arabo, ma luogo di sepoltura anche di morti impenitenti

e di morti per morte di coltello o di lupara. Furono subito

sotto le mura e la torre superstite dell’antico castello dei Branciforti,

Carafa e Santapau, principi di Butèra, della Roccella e

del Sacro Impero, conti di Mazzarino e di Grassuliato, eccetera

eccetera. Castello, mura e torri così eminenti in cima a questo

poggio sulle falde del monte Diliàno, evidente d’ogni luogo e

d’ogni parte, tutti, che in quel momento vi passavano di sotto,

avevano negli occhi, la fantasia e la memoria, fin dalla nascita,

come una cosa che minaccia, di legatura o magarìa, di maledizione

antica. “Sempre ce lo portiamo appresso questo peso del

castello” diceva dentro di sé il La Marca. E capiva, capiva que’

due operai della diga che un giorno, alla vigilia delle elezioni,

erano andati da lui col tritolo dicendo che volevano far saltare

Castelvecchio. «Ma siete pazzi?!» li apostrofò La Marca.

Ma ora anche Totò pensò a un gesto, a qualcosa che servisse

a vincere la figura, come fosse la torre degli scacchi.

«Oh,» gridò verso i compagni «chi è tanto valente da piantare

sopra la torre una bandiera?»

«Jeu!»

«Jeu!»

E si fecero avanti due giannetti.

Presa una bandiera, corsero su pel montarozzo, tra le troffe

di disa e di rovetto, sparirono dietro la quinta del muro diruto

del castello. Riapparvero subito in cima a quella torre, tra due

merli, e infilarono in un pertugio l’asta della bandiera rossa, che

si sciolse e si mise a svolazzare.

Oltrepassarono il poggio Gambellina, il monte Caruso, si

buttarono nella piana Sanghez, raggiunsero la valle di Braèmi.

Superata questa, giunsero a Ratumemi ch’era già passato

mezzogiorno.

 

 

Sullo spiazzo d’erbe da cui affioravano rocce come groppe

d’animali della grande masseria di don Ercole.

Un muro alto, con buche per le canne del fucile, cocci di bottiglia

sopra lo spiovente, la circondava tutta.

Oltre il muro, oltre il portone sprangato, spuntava la chioma

d’un carrubo, si vedevano le inferriate davanti alle finestre, la

loggia in alto con colonne di pietra e archi di mattoni. Sembrava

tutto chiuso, deserto, silenzioso. Ma dalle stalle si levavano

i muggiti delle vacche. E nitriti da dentro il baglio, abbaiar di

cani, tubare di colombi dai buchi della muratura.

Si sparpagliarono sopra l’altopiano, legarono gli animali alle

boccole di ferro infisse al muro, scaricarono la roba da mangiare.

Fecero tannùre con le pietre, accesero frasche e legna, formarono

la brace, arrostirono sopra le gratiglie le sosizze, costole e

stigliole d’agnello e di maiale.

Fumi grassi si levarono da tutta la spianata nell’aria stagna

di dopo la caduta della brezza, in quella calma sopraggiunta di

meriggio, compatti e netti come tronchi. Che in alto sbocciavano,

s’aprivano in onde, in rami, s’univano tra loro per le cime

a formare una volta, un cielo di promesse saporite e sazianti.

Zi’ Ciccio Arcadipane, due palme d’uomo, era dei cucinieri

il più sapiente. Rivoltava con le mani rocchi e tocchi che colavano

di grasso, spargeva sale, pepe, finocchio, rosmarino. E nel

mentre lavorava, sentiva quel bruciore in fondo alle ganasce, il

riempirsi la bocca di saliva come ogni volta ch’aspettava di mangiare

e c’era qualcosa che molto l’appetiva.

Così tutti i compagni del suo gruppo: Vito Parlagreco, ch’era

magro, ma capace di mangiarsi per scommessa una madia di

pasta con il sugo; Turi Trubbìa, Santo Brucculèri, Croce Vitale

e Petro Grassiccia, un omone alto, rosso nella faccia, la panza

prominente.

Stavano torno torno alla tannùra, fumavano e nasavano con

certe facce lunghe e occhi a bramosìa.

Così Rocco Grassiccia, un bambinello d’appena cinque anni,

che sembrava partorito là per là, sorto all’istante dalla panza

di suo padre. Ché del padre era la copia: faccia tonda e rossa,

gran capelli biondi e occhi chiari affossati sopra le gote. Gli stava

sempre accanto e ne imitava movenze e positure, mani in ta-

 

sca, braccia conserte, dita intrecciate dietro la schiena. Ma per

il padre era come non ci fosse, tant’era abituato ad averlo sempre

appresso, sul lavoro e fuori, la domenica in piazza, come

un’ombra rimpicciolita del suo corpo.

E quando fu il momento di mangiare, Roccuzzo, come gli altri,

s’appressò alla gratiglia, afferrò il suo pezzo di carne fumante

e si mise a strappare coi denti di lupotto. Poi qualcuno gli porse

pure il bombolo del vino, ch’egli, serio, afferrò e portò alla

bocca tenendolo in alto come una tromba. Il padre glielo tolse.

«Ma levati di qua! Ma guarda ’sto delinquente!» gli fece. Tutti

sbuffarono in una gran risata. Rocco s’offese, s’alzò e se n’andò

presso la sua bestia, s’accovacciò con gli occhi umidi di pianto

contro il muro. Scagliò a terra per dispetto un osso che gli era

rimasto nella mano. Subito un cirneco, randagio o venuto dal

paese appresso a qualche mulo, fu lesto ad afferrarlo e a correre

lontano. Zi’ Ciccio Arcadipane andò per riportarlo nella comitiva,

ma Rocco fece no, no, testardo.

Dopo, molto dopo, tornò in mezzo agli altri, ch’erano sazi e

avevano bevuto. E più di tutti Petro Grassiccia, la cui faccia per

natura rossa s’era fatta colore sanguinaccio. Sfotteva Arcadipane

per via delle quattro figlie femmine. Zi’ Ciccio rispondeva

che a fare femmine ci voleva più potenza, prova ne è che campano

più a lungo. Ma ribatteva l’altro che l’uomo si consuma

nel travaglio e ancor di più in quel travaglio dolce ch’è il pestare

senza posa col battaglio. E lei che fa, ah?, sta là a pancia

all’aria e non si sforza.

«Non si sforza? Non si sforza?» sbottò Arcadipane. «Ma tu

allora di quella cosa non hai capito niente!»

O cefaglione, cefaglione, o palma e giglio, o fiore di giummàrra!

Tutti risero, ma accortosi zi’ Ciccio di Roccuzzo, ch’ascoltava

attentissimo e voleva che vincesse suo padre in quella disputa,

disse ch’era ora di finirla, basta. E si mise mormorando a disporre

ancora carne sulla brace. Nell’attesa, il bombolo del vino

ripassava per le bocche.

Anche dagli altri gruppi, prossimi, lontani, le colonne di fumo

continuavano a salire; giungevano voci, risate, motti di complimento

e di sfottò. E le musiche ogni tanto, sommesse o accennate,

dei barbieri.

 

Grassiccia, già ubriaco, s’era attaccato a Vito Parlagreco, un

braccio sopra la sua spalla, e gli offriva mangiare, bere, chiamandolo

compare, baciandolo ogni tanto sulle guance.

«Mangiate,» gli diceva «bevete! Siete così afflitto!»

Vito, col suo aspetto magro d’affamato, era quello invece che

aveva divorato più di tutti.

Roccuzzo li guardava, e vedendo che suo padre pensava a

nutrire il suo compare, correva alla gratiglia, afferrava tocchi e:

«Pa’, o pa’,» faceva «tieni.»

E Petro offriva la carne a Vito. Che, sazio, per secondare l’altro,

faceva finta d’azzannare e subito la passava a Trubbìa o

Brucculèri. Parimenti faceva col bombolo del vino.

Sfatti, si distesero lunghi, i gomiti a puntello sopra l’erba. E

fu come s’ognuno ritornasse solo, solo coi suoi pensieri, i suoi

affanni. Lo sguardo perso per quella nuda piana, a cui succedevano

colline, appena verdeggianti per gli spruzzi di pioggia

dell’ottobre in corso, o bianche e aspre, fortezze alte e puntute

di calcare. Vedevano da una parte un lembo col castello del

paese, e giù la Piana, e la Montagna, e poi in giro, in quell’infinito

che smarriva, in direzione di Riesi o Barrafranca, i feudi

di Contessa, Mastra, Mercatante. E niuno d’essi, niuno, spersi

tutti, affogati in quello spazio di dimenticanza, sotto quel

cielo fermo, niuno s’era accorto che da sopra il muro bianco

della masseria, sopra i vetri di bottiglia, da dietro le finestre

inferriate, sotto gli archi della loggia in alto, erano sbucati baschi

neri e colorati sopra facce impassibili, occhi che scrutavano,

nasi e bocche che fumavano. Che sulla loggia, sotto l’arco

di centro, erano don Ercole in paglietta, Peppuzzo Bàrtoli

suo figlio e don Peppino Falzone il mafioso, attorniati d’altri

che immobili guardavano quell’assembramento di villani sopra

Ratumemi.

«Pa’, o pa’,» fece Roccuzzo scuotendo il padre per la punta

del gilè «guarda, là.»

Ma Petro non si scosse, rimase con gli occhi semichiusi e a

fiatare col suo fiato grosso.

Si scosse invece e saltò su zi’ Ciccio Arcadipane, guardò la

scena della masseria, guardò i galantuomini e rimase sospeso,

come un allocco.

Lo smosse, lo risvegliò Totò La Marca, che, sopraggiunto, gli

diede ’na manata e cominciò a gridare:

«Zi’ Ciccio, forza! Oh, voialtri, al lavoro! Basta col riposo.

Siamo venuti qua a lavorare. Forza!»

E gridando guardava a sfida su verso la loggia.

Poi i suoi occhi caddero sul figlio di Grassiccia, su Roccuzzo:

gli s’accostò, gli posò la mano sopra la lana arruffata della testa.

«E ’sto caruso,» chiese «a chi appartiene?»

«È mio!» rispose il Grassiccia con orgoglio.

«Deve tornarsene subito in paese, coi barbieri.» E rivoltosi a

Rocco: «Te ne torni da tua madre. Tuo padre resta qua».

Rocco, serio, fece sì con la testa. Totò gli sorrise e se ne andò.

In uno con La Marca, s’erano mossi e sparsi, correndo per

ogni direzione di quel piano, gli altri capi, vociando ai gruppi,

ordinando di procedere svelti ai travagli.

Andarono allora tutti verso le bestie, slegarono dai basti zappe

picconi badili, aggiogarono i muli agli aratri. Si formarono le

squadre, si segnarono confini con le pietre in quel feudo vasto,

a schiere si disposero con gli attrezzi in mano.

E Filippo Siciliano, da sopra un masso ch’affiorava nel punto

più eminente, le mani a imbuto sulla bocca, così parlò:

«La terra a chi lavora! Questa terra incolta è terra nostra. Da

qui non ce n’andremo. Qui faremo le trincee… Al lavoro, compagni,

al lavoro!»

Si levò un urlo da tutta la spianata. Poi, dopo il suono della

tromba, tutti si chinarono e cominciarono a colpire quella terra.

S’alzò davanti a ogni schiera, ai raggi del sole che inclinava

ormai verso le zolfare, verso il Salso e Gallitano, un polverone,

che subito avvolse e nascose i lavoranti.

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Vincenzo Consolo
Oscar Mondadori