IL FOSSO

Di Vincenzo Consolo

Disse che duro o non duro, il terreno, s’aspettava che il cielo si smuoveva, che pioveva, passava agosto, settembre, forse ottobre: e l’uva poi, e l’ulivo?- Domani scavo – disse.- La terra chi la leva, le pietre? – disse la madre – Io e Serafina abbiamo l’estratto; e il pane.- Il galantuomo – disse indicando il ragazzo con la testa. Puntò contro il petto la ruota d’un pane duro d’otto giorni e ne tagliò una fetta. Serafina fece la mossa con i pugni che spingono la carriola con la terra, il ragazzo le punse sotto il tavolo la coscia col coltello e subito gli arrivò una scoppola sorda.- Ihi ihi ihi… – fece il vecchio sbavando pane cotto dalla bocca.Il padre scostò il piatto, arrotolò il trinciato, leccò sulla cartina e se n’andò all’aperto.- Ma’, questa qua la sventro.- Serafina, sbarazza la buffetta.- O ma’, questa qua la sventro.- Chiamati tuo figlio – disse forte la madre verso la porta.- Ihi ihi… – fece il vecchio salendo accroccato la scala pel solaio.    Fuori era chiaro, e la strada di polverazzo, di là della chiudenda, era più chiara, e gli alberi avevano le ombre lunghe stese ai piedi come fosse il sole che calava. Era invece la luna che saliva, si vedeva il lustro sul tetto della stalla e per le cime degli ulivi.    Arrivò Diego che faceva sempre finta di passare e si fermava dietro la chiudenda finché il padre non gli diceva d’entrare. Subito afferrava un ceppo e l’accostava al muro come gli altri, accendeva la sigaretta e cominciava col soldato nella Grecia.Disse: – In Grecia abbeverano l’ulivo.- Vah – fece il padre.- L’abbeverano, l’abbeverano.- Vah, vah.Disse anche che c’erano fossi d’acqua per tutta la campagna, tanti fossi neri dall’anguille, ah quante anguille. E vah vah faceva il padre, sempre vah, sorridendo con la bocca chiusa.Dalla porta venne fuori Serafina e traversò il cortile per andare nella stalla. Ritornò con un panaro vacante in una mano e camminò incontro a loro, tutta la luce della porta sopra la faccia e la vestina, gli occhi torvi e le gambe pesanti come fosse impastoiata.- Bruhunci… – fece il ragazzo quando gli fu vicina. Lei non si scompose, solo gli diede in testa un colpo di panaro. Era una cosa che la faceva montare questo che le diceva che della vacca aveva il pelo rosso e il pettone.Raccontava ancora Diego che nelle case nuove attaccano sull’arco della porta ghirlande di fogliame, chi sa, forse di quercia, che levano il malocchio, e poi la festa fanno, ah la festa, con quelle dispinnis che ballano e non pare, col busto sempre fermo, e fanno girare l’uomo su se stesso veloce come stròmbolo, stretta nel pugno ‘na punta di mappina.Diego ce l’aveva sempre due solchi sulla faccia, ma ora rideva tutto aggrinzato, coi denti lunghi che gli uscivano di bocca.- Io alla casa metto mano a marzo – disse poi posato.- Buono fai – disse il padre.- E subito mi sposo, il tempo che s’asciughi.- Eh – disse il padre – L’età ce l’hai, e il pensiero del soldato, ha’ voglia, ormai te lo levasti.    Diego era partito e ora saliva spedito per la strada, stretta e bianca come le pezze di lino che tesseva Serafina. A ogni chiusa, i cani ribellavano e gli abbaiavano feroci. Rispondevano i cani delle campagne attorno, poi anche quelli più lontani.- Serafina si marita – disse il padre.- Me la levo davanti – disse il ragazzo.- Bardasso sei ancora – disse il padre.   Ora i cani s’erano quetati ed era segno che Diego era arrivato a Sanguinera. Ora silenzio c’era e la luna a picco sul cortile. Veniva da dentro lo sbattere del crivo sulle palme che la madre facendo cernendo la farina e, dal solaio, il rantolo affogato del vecchio che dormiva.Il padre arrotolò il trinciato e, quando accese, la sua faccia si confondeva col muro, ferma, con gli occhi che guardavano lontano, oltre la fiamma che aveva sulla bocca. Il vecchio per primo lasciava il pagliericcio, s’alzava ch’era fuori ancora scuro. D’inverno o di stagione tossiva e scatarrava, sbatteva le scarpe, l’orinale, si faceva cadere il bacile dalle mani: come non dormo io, nemmeno i cani. Il vecchio sorrideva maligno quando vedeva il ragazzo rizzarsi sopra il letto, buttare all’aria la roba e vociare. Faceva: – Ihi ihi… -. Quella condanna di dormirgli accanto finiva, finiva mai? Poi si metteva a frugare sotto il letto, a cercare le verghe di canna, di salice o calipso, e se n’andava fuori, sulla loggia, ad intrecciar panari. Questo voleva: fin dall’alba tutti in movimento, e lui là sopra, assiso sulla loggia, con tra le mani l’intreccio delle verghe, bearsi delle donne e trafficare giù in cortile, il padre per la campagna, il ragazzo a governare la vitella. E quella testa di lana sopra la faccia di mattone era una cosa fissa nella loggia, come i meloni, le cocuzze, le cipolle, le reste d’aglio pendenti dalla trave.- Ihi… – fece quando il ragazzo gli passò di sotto col primo carico di terra sulla carriola. La madre e Serafina erano già sedute davanti alla caldara che bolliva sul treppiede e tagliavano i pomodori e li buttavano dentro.- Aha… – gli fece Serafina quando il ragazzo le passò vicino.- Bruhunci… – Aha aha… – Sanguinera Sanguinera, testa di morto Diego Pirrera.- Ora sparla, ma’, ora sparla!- Là arroccasti? – gridò il padre.- Va’, travaglia! – disse la madre. Aveva fatto chissà quanti viaggi, le gambe le braccia gli dolevano, e il padre picchiava forte, sempre uguale, la canottiera verde americana e il fazzoletto al collo pel sudore. Ma il fosso era ancora a niente, solo una buca per seppellire un cane: terra rossa, cretosa, che quand’è asciutta diventa come pietra. Le donne avevano setacciato i pomodori e ora l’estratto era nei piatti, nelle insalatiere, sopra le tavole, sparsi per il cortile ad asciugare. Il vecchio gesticolava dalla loggia, mugolava, con le dita unite della mano faceva segni insistenti verso la bocca aperta. Il padre s’arrabbiò con Serafina: – La zuppa gliela porti, sì o no?Serafina saltò nella cucina e poi salì da fuori sino alla loggia, per la scala a pioli contro il muro. Il vecchio si sporse e, svelto, afferrò la tazza con le mani secche. Una volta che finirono l’estratto, le donne cominciarono a pensare per il pane. Portarono fuori la madia piena di farina cernuta dalla sera, misero l’acqua, il lievito e il sale e si misero a impastare. Serafina era impastatora nata, flag flag facevano i suoi pugni grossi nella pasta.Venne il padre e s’assettò sul ceppo, le gambe aperte, le spalle contro il muro. Si levò la coppola e la mise sul ginocchio, si sciolse il fazzoletto attorno al collo e s’asciugò la faccia.- Mangiamo? – disse.- Aspetta, prima mettiamo a letto – disse la madre.Serafina preparò il letto sotto l’ulivo vecchio del cortile, con due trespoli, le tavole e una tovaglia sopra.La madre si mise a fare i pani, con una sveltezza che pareva un’incanto: ruotava veloce la mano sulla pasta, schiacciava un poco, rivoltava la mano, e il pane le appariva sulla palma, tondo e perfetto. Serafina correva svelta, dalla madia al letto, dove andava a riporre i pani, a tre a tre in fila. Coprì alla fine i pani con una tela, un’altra tela bianca, molto spessa.     Dopo mangiato, il padre si mise a fare il conto di quanta calce, mattoni, cemento ci sarebbero voluti.- Assai sono – disse la madre – Che devi fare un pozzo?- Uh… – fece il vecchio battendo un pezzo di pane duro sopra la tavola.- Più tardi inforniamo – gli gridò la madre in un orecchio.Le donne si misero a girare per la stanza, a entrare e uscire per la porta, ammucchiare in cortile le frasche per il forno.    Al tavolo rimasero il padre che riempiva la cartina, il ragazzo che scavava la navetta pel telaio di Serafina e il vecchio che guardava fisso verso la porta, verso l’ulivo, dove c’era il letto bianco sotto la luce forte di quell’ora.Il vecchio d’un tratto lo sentirono rantolare, come di notte, la testa abbandonata sopra il petto. Il padre subito gli prese il polso e poi lo toccò per tutto il braccio, fino alla spalla secca, per dove lo scosse, adagio.- Pa’ – lo chiamò – O pa’.- Uh – fece il vecchio, e s’alzò a fatica e s’incamminò piano per la scala. Il padre lo seguì con gli occhi fino a quando non lo vide sparire là sopra, nel solaio. Poi guardò il ragazzo, il padre, gli guardò la faccia, la mano col coltello che scavava quel pezzo di castagno; e la sua mano si guardò, sopra la tavola, la sigaretta tra le dita.- A travagliare – disse alzandosi.L’ulivo poggiava sulla pietra il piede largo di bozze e nodi e groppi e fasce di cordoni. La pietra mostrava verso la casa una faccia colore dell’ulivo, con macchie nere e muffe e muschi verdi ch’erano cavalli e mostri pel ragazzo fin da bambino seduto sulla soglia a contemplare. L’ulivo poteva avere dduecent’anni e da quel tempo cresceva sulla pietra: che un giorno l’ulivo diventa pietra e la pietra si scioglie e si disperde il vecchio lo diceva nel tempo che parlava, com’è vero che l’uomo si fa terra. L’ulivo aveva il sole sopra il tronco: il tramonto, per di là della collina, nei mesi di stagione, s’adagiava sulla forca delle braccia ed arrossava la faccia della casa, la loggia sopra, la stalla, il timpo e gli alberi, ogni cosa. Il vecchio finalmente, dopo aver dormito tanto tempo, era tornato nel suo posto sulla loggia. Ora era anche lui una cosa che avvampava, sulle gambe il fondo tondo di panaro con la raggiera lunga delle verghe ancora da piegare.     La madre tolse la lastra, si parò gli occhi con la mano sulla fronte e infilò la testa nella bocca nera del forno.- Serafina, – disse svelta voltandosi – dammi la pala, prepara la cesta.Il vecchio buttò sul lastrico la raggiera e si sporse in avanti per guardare. Il padre oramai era sotto terra fino alla vita e il piccone l’aveva abbandonato.Ora toglieva le pietre a una a una dal fondo di quel fosso e le poneva sul bordo: erano piastre rosse, tonde, levigate.     La madre sfornava a uno a uno i pani e Serafina li poneva nella cesta. Poi parce una conca fumante al centro del cortile quella cesta di pane che spandeva odore buono per tutta la campagna. Il sole dall’ulivo era calato sotto la pietra, sotto la collina, e solamente il cielo aveva ancora una luce un poco accesa, mentre gli alberi e la terra pigliavano un colore bruno, come quello della sansa nel frantoio. – Va’ a chiamare tuo padre – disse la madre al ragazzo.Lo trovò disteso lungo dentro il fosso, la faccia all’aria, un braccio sopra gli occhi.- Pa’ – lo chiamò.- Oh – disse il padre mettendosi a sedere – Mi riposavo. Solo qui c’è fresco.- Ma’ dice che ci mangiamo il pane caldo.- Dammi una mano – gli disse il padre. Si sedettero sui ceppi, attorno al pane nella cesta, col piatto vacante sulle gambe. Passò la madre con l’olio e ne versò un poco nei piatti; poi ci mise il sale, l’origano, il peperone rosso pestato nel mortaio. C’era ormai nel cortile un colore di cinisia spenta, come quella ammucchiata sotto il forno. E c’era silenzio e ogni cosa ferma la fila dei cipressi ch’era limite nel ciglio del vallone l’ulivo sulla pietra fermo il nibbio con le ali aperte l’aria e loro, il pane con l’olio nelle mani. Disse il padre: – Di mio padre vi scordate sempre.- È vero – disse la madre battendosi la fronte con la mano. – Gli porto il mio – disse il padre, e per la scala a pioli contro il muro arrivò con. La fronte fino alla loggia.- Il pane – gli disse, e stese il braccio. Ma il vecchio non rispose, fermo, già nell’ombra.- Il pane caldo – insistè il padre.Il vecchio aprì la bocca senza denti, e di là gli uscì un respiro che forse voleva essere parola.Il padre scavalcò il parapetto e si chinò sul vecchio e lo nascose tutto.- Pà – chiamò il padre – O pa’!- ! gèesu – risucchiarono le donne, congiungendo le mani, in piedi sul cortile.

DI QUESTI FOGLI CHE RACCOLGONO UNA PROSA DI VINCENZO CONSOLO E UNA INCISIONE ORIGINALE DI LUIGI GUERRICCHIO NUMERATA E FIRMATA DALL’AUTORE SONO STATI TIRATI DALLA STAMPERIA SCIARDELLI DI MILANO NOVANTANOVE ESEMPLARI CONTRASSEGNATI CON NUMERI ARABI E DIECI CON NUMERI ROMANI

RACALMUTO – MARZO 1979

LUIGI GUERRICCHIO

Nel centro della terra

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Nel centro della terra

“ Dove avete trovato Una storia cosi inverosimile?
Nel centro della terra, signore.

Questa l’epigrafe a  La ragazza del vicolo scuro  (Editori Riuniti, 1977) che l’autore, Mario La Cava, attribuisce a un anonimo calabrese.
Sgombrando subito il campo da quell’aggettivo ‘inverosimile’ che ci porterebbe lontano e di cui tanto s’è scritto – scritto  di cosa è verosimile e non nelle storie narrate, in letteratura, e ricordando fra tutte la dissertazione che ne fa Pirandello in appendice a un suo romanzo, quel che ci interessa qui è la frase ‘ nel centro della terra ‘. La quale, parafrasata, potrebbe suonare: ‘ nel cuore dell’umanità ‘, suono che è, lo sappiamo, fortemente sospetto ed esposto, quanto meno, alla taccia di retorico. Ma quant’è. E che ci serve per spiegare un nostro concetto su questo romanzo, sulla narrativa di Mario La Cava.
Esistevano fino a poco tempo fa –  e parliamo di venti, trent’anni addietro, prima cioè del grande terremoto di cui tutti sappiamo, quel terremoto che quanto stava sotto e sopra la crosta ha distrutto e portato allo stesso livello, reso uniforme – esistevano nel mondo, in questo nostro Paese, nel nostro Sud in Calabria, delle comunità, dei tessuti sociali, delle realtà umane che il tempo e la storia avevano profondamente stratificato e finemente tramato. Erano piccoli paesi che si chiamavano Acri, San Luca a Bovalino; si chiamavano Vizzini, Aci Trezza o Mineo. Non è Il caso di analizzare qui ancora una volta le ragioni per cui le realtà umane del nostro Sud fossero cosi stratificate, fossero cosi verticalmente incrostate e orizzontalmente compatte Fatto è che risultavano “singolari ‘, che avevano un loro parti colare modo d’essere, una loro particolare cultura.
Modo d’essere e cultura che facevano accendere l’interesse di ognuno per l’altro, di conoscere di ognuno la storia, le storie lui, della sua famiglia, dei suoi antenati ; di provare disprezzo per i suoi vizi o pietà per le sue sventure. Questo intrecciarsi o di Interessi, questa attenzione di ognuno per l’altro, l’odio o la compassione facevano crescere sempre più in sé quelle realtà, le chiudevano e, nello stesso tempo, sempre più le “ umanizzavano” (mettendo tra virgolette questo verbo). E allora era da qui, da questa attenzione e da questo interesse, che nasceva il racconto. Racconto orale, naturalmente. Era quello che veniva fatto nelle piazze, nel chiuso delle case, sulle aie e nelle botteghe. Più volte ripetuto, veniva modificato , levigato, portato alla sua cadenza al suo ritmo migliore e alla sua essenzialità. Era, questo, il racconto che sgorgava da quel “centro della terra “di cui dice l’anonimo calabrese, o dal “cuore dell’umanità “ di cui noi abbiamo detto e nel senso che abbiamo cercato di precisare. Racconto interrotto,storie, dove le generazioni si saldavano e facevano storia. Dove le prime sensazioni, le prime espressioni, la vita di una bambina di pochi anni,  Antonuzza,si saldano alla vita e alle esperienze di un maresciallo di novantasei anni che ha visto briganti, terremoti e colera. E cosi ci è chiaro perché,detto per inciso, Vittorini mise assieme in un unico volume dei Gettoni ‘ Dialoghi  con Antonuzza’ e ‘Le memorie del vecchio maresciallo’.
Ma, seguendo il nostro discorso, diciamo che La Cava appartiene alla razza di quei narratori orali, di quelli che ricevevano le storie e le trasmettevano. E chi conosce, del resto, lo scrittore fuori dalla pagina scritta, di persona, sa che a La Cava sempre il parlare si trasforma in racconto, prende il tono dell’affabulazione. Ma La Cava, è chiaro, al contrario di quei narratori orali ai quali per un verso appartiene, è anche scrittore. Il che vuol dire uscire da quelle realtà umane chiuse in se stesse verso l’universo, vuol dire dare significato a ciò che si racconta:  e vuol dire altro.
E’ scrittore, La Cava, ed è specificatamente romanziere. Venne subito conosciuto e da allora rimase famoso per i Caratteri: brevissimi racconti, annotazioni, moralità; in una parola, frammenti. Come frammentista quasi è stato etichettato, con quanto di epigono vociano aveva la definizione. O come pseudoframmentista, nel senso, questo, in cui venne usato da Giacomo Debe nedetti  a proposito di Tozzi del primo libro Intitolato “Bestie “… quel libro, in apparenza devoto alla moda e al gusto frammentistico, è viceversa Il libro di un vero narratore, che riesce a far passare attraverso quei  frammenti, il suo animus narrativo, il suo bisogno di narrare’. La stessa cosa si può dire per il la Cava dei Caratteri, ma non appoggiandosi soltanto ai mezzi della critica letteraria, ma anche alle date, alla storia. E’ uscito ora, quasi contemporaneamente a La ragazza del vicolo scuro, un altro romanzo di La Cava dal titolo Il matrimonio di Caterina, edito da Scheiwiller. E’ sorprendente il racconto di questo racconto che il La Cava fa in una lettera all’editore stampata come prefazione. Dice subito che Il matrimonio di Caterina è il suo primo racconto, che è stato scritto nel 1932 ( prima dunque dei Caratteri), quando egli aveva 24 anni, e che viene pubblicato oggi, dopo 45 anni. Sorprendente la freschezza, la modernità e, nel contempo, la classicità di questa  prima prova narrativa di Mario La Cava. Il matrimonio di Caterina, del 1932, per argomento e tematica è stranamente imparentato al romanzo di oggi, a La ragazza del vicolo scuro. Storia, nell’uno e l’altro, di una violenza, di una  illusione, di una amara e terribile delusione, di una sconfitta: su una donna, di una donna; Caterina in quel libro Elena in questo. Ma La ragazza del vicolo più complesso e articolato dell’altro, più che in chiave esistenziale, in chiave di fatale sconfitta verghiana (Elena la fanciulla protagonista, ha la dignità e la nobiltà dell’offesa e nel dolore di una Nedda o Mena), può essere letto in chiave storicistica, meridionalistica come una metafora della sconfitta del Meridione, del fallimento – ormai crediamo definitivo, dato il fallimento generale di oggi – della soluzione del problema meridionale. E tutti gli elementi della vicenda concorrono a farci leggere in questa metafora il libro: Il vicolo irrimediabilmente senza luce e pieno di cocci di bottiglia dove i bimbi giocando si tagliano i tendini; la condizione di Sebastiano, padre di Elena,ultimo lavoratore della terra, privo di coscienza di classe disponibile per il padrone fino all’ultimo residuo di forze; che affoga nel vino la fatica la pena; la prima esperienza di sfruttata di Elena Nella casa della maestra Bononio, fascista, paranoica e ambigua; La seconda, in casa del segretario Giuffone, piccolo borghese fascista e corrotto, e della sua famiglia, avida, volgare  e violenta; e l’amore di Giulio, l’italo-americano, l’illusione del matrimonio con questo e la speranza di uscire definitivamente da una condizione di povertà e di umiliazione. E poi il viaggio  Roma, alla stazione di Roma, appena nell’anticamera di questa città – simbolo, la scomparsa vigliacca  di Giulio e Il ritorno in paese di Elena, nella casa del vicolo scuro, che Giulio l’americano e i suoi dollari non avrebbero potuto non unirsi una a quella classe – ossatura del fascismo, la classe della maestra Bononio e del segretario Giuffone, che, caduto il fascismo e passata la guerra, sarebbe stata, oltre che scheletro, anche polpa e sangue del nuovo regime. Ed Elena, che aveva preso una prima volta e inutilmente, il treno per Roma, dove sta il governo e si decidono le sorti (e quali sorti oggi lo sappiamo tutti, al Sud e al Nord), Elena prenderà una seconda volta il treno per trasferirsi alla periferia di Milano o di Stoccarda.
Il terremoto livellatore di cui dicevamo ha portato in superficie dunque i centri della terra da cui venivano fuori le storie, i racconti. Altro verrà da questa superficie uniforme o  è già venuto, non sappiamo se di meglio o di peggio, certo di diverso. E intanto, mentre qui rendiamo omaggio a un narratore vero e di razza come  Mario La Cava, ci sembra di compiere un rito, sia pure familiarmente, sia pure dimessamente, di una fede che appartiene al passato.
Vincenzo Consolo
estratto dal n.340 della rivista Paragone/ Letteratura
Giugno 1978  Sansoni Editore Firenze

 

Vincenzo Consolo : Il sorriso dell’ignoto marinaio

Un Vincenzo Consolo quarantatreenne parla del suo secondo libro Il sorriso dell’Ignoto marinaio, dedicato all’incontro tra un erudito che studia le lumache e un misterioso marinaio sotto le cui vesti si nasconde un rivoluzionario. Siamo nella Sicilia risorgimentale negli anni tra il 1852 e il 1860. Un prezioso video tratto dalla trasmissione Tuttilibri e conservato nelle Teche Rai: un modo per ricordare lo scrittore siciliano morto il 21 gennaio 2012 a cui Rai Letteratura ha dedicato lo Speciale visibile sul portale.

Marina a Tindari di Vincenzo Consolo

Il sorriso dell’ignoto marinaio compie quarant’anni, viene pubblicato nel 1976 per l’Einaudi
Già nel 1972 Vincenzo Consolo pensava al suo “ Sorriso “, pubblicando
Marina a Tindari in occasione di una mostra di un suo amico Michele Spadaro all’interno del libretto il saggista  Sergio Spadaro ha messo in versi lo scritto.
(Realizzato presso il laboratorio di arti grafiche del Cav. De Marchi Pietro in Vercelli vengono stampati 100 esemplari numerati e tirati a mano edizione fuori commercio) .

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Consolo in versi: un esemplare testo lirico e critico da 1 a 100

 

Sergio Spadaro non sa da dove incominciare, ma – una volta combinato il guaio – deve pure spiegarlo. In effetti, “saper cominciare” è molto difficile; io, qui, non ho nemmeno iniziato. Comunque, Sergio Spadaro ci si butta: e la soufflé riesce squisita. Detta in crudo, la faccenda è che nel 1972 (stamattina, e intanto alcuni secoli addietro) suo fratello Michele faceva una mostra a Milano con una qualche presentazione di Vincenzo Consolo: piuttosto appuntata sul’olio Marina a Tindari; dunque: Sergio Spadaro prende quel testo, lo spezzetta negli “a capo”, ne scopre il lirico fluire dei versi, vi premette un brano Il sorriso dell’ignoto marinaio (non ancora libro, solo il tratto presentato come racconto nel n. 15 di “Nuovi argomenti”) lasciandolo nel suo intrico di prosa, si fa presentatore del presentatore del quadro (nel tempo che va da La ferita dell’aprile a Il sorriso dell’ignoto marinaio ancora da farsi libro): ne esce un fascicolo – dice lo stampatore “Cav. De Marchi Pietro” in Vercelli, bodoni tondo per il testo di Sergio Spadaro e per la didascalia, bodoni corsivo per la premessa “ Il sole raggiante” ecc., etrusco per i versi, su carta Fabriano tirata a mano – “ in cento esemplari fuori commercio numerati da 1 a 100”.
Questo è il 18, umido del prelievo “a mano” dal muro, con i fogli incollati e cuciti, abbastanza letterario. Rispondendo a domande di Andrea Genovese – sono tutti della costa messinese i nomi d’autore sin qui annotati – nel n. 63 di “ Uomini e libri”, Consolo confida il proprio “sforzo di uscire dal romanzo, fuori dalla letteratura, fuori dalla scrittura” trattando “di temi temporali, relativi ad una precisa realtà politico-sociale” attraverso metafore  però dubitando “del romanzo, della letteratura e della scrittura” nel desiderio di “andare a vivere in un paese dove non si pubblicano libri” nuovi ma si possono leggere “tutti i classici” più inconsueti: da Carlo Maria Cazzola a Pierantonio Scura, da Alberto Mangiapane a Pasqualina Bombourg. E questo, come si vede nella fotografia, letterariamente con carezze e sorrisi al soriano che si tiene in braccio. In definitiva, questa storica plaquette (“15.4.1072”) – che s’intitola Marina a Tindari, sotto il nome di Vincenzo Consolo per affettuoso omaggio – è un proliferare (congruo e delizioso) di letteratura da letteratura, di ragione critica da ragione lirica.

Ma pur nelle dimensioni minime della riproduzione, accuratissima, il quadro di Michele Spadaro fa campeggiare un deserto di sabbia e steli ed acque su toni gialli che riverberano nel bianco-celeste del cielo segnato dall’azzurro orizzonte dell’altra riva: uno spazio esistenziale di grande vastità, ampiamente sonoro per la scultorea evidenza della flora disseccata e degli stessi granuli di sabbia. Ve n’è da sommuovere onde liriche, come fa Consolo”in una dimensione tra marxiana ed esistenzialistica, ma dall’esistenzialismo della responsabilità e dell’impegno” con righe di poesia punteggiate da precisazioni le quali svariano, invece, aprendo varchi lirici sempre nuovi; abbiamo visto Lucio Piccolo scrivere in questo modo, ch’è nell’aria da Sant’Agata di Militello a Capo d’Orlando e a Patti, ma qui con un lussureggiare della desolazione.

Intelligente e partecipe, silenziosissimo (però stavolta si sbriglia: sino al punto di stampare un proprio testo), Sergio Spadaro indovina “la ‘vela’ del civile progresso e del lavoro, dell’attiva presenza umana nella storia e nel mondo” fra i versi finali del breve poemetto così arioso, e profondo nel respiro.

“E oltre, lontano – non sai se sopra/ o sotto il segno sfocato, rotondo -/ tu scorgi a malapena un grumo,/ la coda d’una falda: è vela/ o l’ala d’un uccello che trapassa?” Quel passare oltre (“trapassa”) appare determinante, omologo al pessimismo storicizzante e attivo di Consolo: s’è presenza umana, non sfocarsi d’uccello nell’aria, e in ogni caso grumo che non si posa; lascia, per disappunto di tutti, che il deserto continui ad essere sé stesso. Consolo, pure in questo modo, prosegue la propria sperimentazione della vita.

A Sergio Spadaro – commentatore prezioso in questa triade di “folli” veggenti, emigrati – è dovuto riconoscimento per l’orditura storica, psicologica, localistica, critica, del suo avvincente testo. Con una notazione, marginale, sulla “politica normanna di ricostruzione di un tessuto ‘cristiano’ nell’isola al fine di consolidare con l’appoggio della chiesa le conquiste compiute manu militari” in terra “ araba”: Ruggero d’Altavilla conduceva al proprio servizio il clero latino, che impiantava nei luoghi in cui officiavano i sacerdoti di rito greco, semplicemente li passava a filo di spada; ed erano basiliani, appena succeduti ai marabut nelle funzioni di medici del corpo e dell’anima, avevano fatto “cristiana” la Sicilia araba ma per il resto l’avevano lasciata intatta.
I normanni poterono compiere questi eccidi, anche politici, ma dovettero subire e utilizzare non solo gli architetti (e gli scalpellini e i musicanti) arabi: dovettero fermarsi dinanzi al simbolo della “Madonna nera” a Tindari; buia d’intense luci come i Calogeri (i monaci basiliani,  bei-vecchi), i san Calogero che tuttora guariscono il corpo e assistono l’anima.  Sopravvissuti al rito latino, sia pure fuori calendario, proteggono le messi superstiti.

 

Antonino Cremona
Il Punto di Catanzaro 1 luglio 1981

Michele Spadaro e Vincenzo Consolo
1972

La vedova Pinelli all’Ora , Voglio la verità, non solo per me.

La vedova Pinelli all’ORA

«  Voglio la verità, non solo per me »

Emozionante incontro a Milano con la moglie dell’operaio vittima della violenza di stato.

VINCENZO CONSOLO

ODIO?  Sì, come allora, come dal primo momento. Solo che oggi, dopo due anni, questo sentimento si è come solidificato, giù in fondo. Oggi sono in grado di pensare, di ragionare.

La verità? Badi: non voglio la verità solo per me, per quello che riguarda me, sulla fine di Pino, sui responsabili materiali della sua morte. – Cosa conta, in fatti come questi, una mano che spinge o un dito che preme il  grilletto? Oggi voglio l’altra verità, quella che dovrebbero volere i parenti dei morti di Piazza Fontana, i parenti di Valpreda, di Saltarelli, la verità che vuole lei, chiunque, ognuno che ha coscienza dei propri diritti, della propria libertà. Questo sono riuscita a capire, dopo i primi momenti personali di dolore furioso, di odio …

Acuta, attenta diffidente, astuta abile. Imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime, ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto l’improvviso un punto fermo su cui può poggiare una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata: è la Giustizia. La giustizia vera come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida e la disprezza: questa fa parte dell’ingiustizia che è nelle cose.

Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, è una madre. La capisco. Una madre nella Sicilia del ’55. Che altro poteva fare se non pietrificarsi, non avere speranza, credere  nell’ingiustizia che è nelle cose come destino, come fatalità? Ma da allora ne è passato del tempo, tante cose sono successe, e io non sono una madre contadina, sono stata la compagna di un operaio anarchico, figlia di un operaio anarchico, e qui siamo a Milano. Io credo, nonostante tutto voglio credere nella giustizia ufficiale. Lotto e credo in tutti i compagni che lottano perché sia fatta luce in questo fatto oscuro, perché quella giustizia sia tale di nome e di fatto.

«  Mi spingerò ad un paradosso, che può anche essere una previsione: la  sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere , e sarà quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più non c’è mai stato. »

  1. NO. Non voglio credere nell’amministrazione della giustizia fatta in questo modo. La giustizia è amministrata da uomini secondo determinate leggi, in un determinato paese, in un determinato momento storico. E questi uomini che amministrano la giustizia, come tutti gli uomini, possono restare uomini, con la loro intelligenza, con la loro ragione, con le loro idee, oppure alienarsi per paura o calcolo, alienarsi nei gesti ripetitivi come un medico alienato, un ingegnere alienato, un operaio alienato.

Ha detto: qualunque fatto sia avvenuto in quella stanza ci sono delle responsabilità morali. E ha detto ancora di averlo considerato un dovere morale. Il suo esposto presentato il 24 giugno scorso al Procuratore Generale Bianchi D’Espinosa. Lei è fra i pochi a parlare ancora di moralità al di sopra dei meccanismi giuridici delle prove, testimonianze, perizie al di sopra delle parti, delle fazioni, degli schieramenti ideologici. Lei parla di moralità, cioè di quella tensione  a una coerenza  tra valori e comportamento, come dice Franco Fortini , in un mondo in cui ormai quasi tutti hanno perso il senso dei valori e coscientemente li calpestano: in un mondo in cui quasi tutti tendono ad una coerenza tra vilta e comportamento, menzogna o comportamento, paura, furbizia, opportunismo, impostura e comportamento, violenza e comportamento. In questo mondo di  immorali o nel migliore dei casi di moralisti, lei parla di morale: che cos’è questa cosa in cui crede ancora?

Ho imparato da mio padre e da Pino e anche dalla vita, dai libri, che gli uomini migliori, gli uomini sono quelli che hanno una fede. Fede nei principi di una religione o fede nei valori umani, assoluti, che possono diventare ideologia pratica politica. Ora, quando si calpestano i principi religiosi, si risponde davanti a Dio, e quando si calpestano i valori umani si calpesta nella nostra coscienza, in privato, e a tutti in pubblico. Questa è moralità: sacra fede nei principi, nei valori assoluti, e agire di conseguenza.
Mentre parla, Licia Pinelli, composta, ferma con gesti appena accennati ti fissa con i suoi occhi acuti, intelligenti a scrutare se intendi le sue parole, se ne cogli il senso vero. Ha un bel viso chiaro, un lieve gentile sorriso sulle labbra.                                                                    E’ una donna di alta dignità, una di quelle persone rare oggi da incontrare, in cui  ti colpisce subito l’equilibrio, la saggezza, la verità, il rigore, che intuisci frutti  di sacrifici, di dolori, di avversità quotidiane coraggiosamente sofferte e superate. Una donna che in due anni,da quando per fatalità è diventata una dei protagonisti di uno dei fatti più tragici e oscuri della nostra vita nazionale di questi anni, non ha sbagliato una volta, non ha concesso niente, ha difeso con tutte le sue forze la memoria del marito, la vita privata sua e quella delle sue bambine, una vita vera, umile, tranquilla. Un esempio, in questi nostri tempi, contrassegnati dal plateale e dallo sbracato.
Sapevo che sarebbe stato difficile essere ricevuto da lei, incontrarla soprattutto in questi giorni di anniversario dei fatti del dicembre ’69. Presentato però da Camilla Cederna e conosciuto il giornale per cui avrei scritto, si è detta ben felice di vedermi.

Ed è un pomeriggio che mi avvio verso quel quartiere di case popolari, tutte uguali, tutte dipinte di rosa, nocciola o verdino, case senza balconi, con strette finestre sul cui davanzale sono allineati vasi avvolti in fogli di giornale e di plastica  per difendere le piantine dal gelo: cortine di cemento in prospettiva che aprano la visione, in fondo, di altre strade, di altre case sempre uguali e ogni tanto di spiazzi con alberelli neri e spogli, rada erba gelata, baracconi di legna, al centro con su scritto spaccio comunale. E’ una splendida giornata di sole, un cielo insolitamente limpido e azzurro. Ma l’aria è fredda, gelata. Il silenzio che c’è per queste strade, in questo primo pomeriggio di Festa, i rari passanti, la luce cristallina che scopre e squadra ogni cosa, rendono ancora più desolato questo quartiere tra Baggio e San Siro. Nell’atrio di ogni portineria per cui si passa nei cortili interni, dove si allineano le varie scale A,B,C, D, ecc, vi è sempre al muro una lapide con su una corona di foglie appassite per la libertà e il nastro tricolore stinto

«A Luigi Mariani, caduto per la Libertà. Milano Febbraio 1943. ».  « A Ezio Meregalli…» agli operai morti della Resistenza  sono dedicati questi complessi di case popolari.

Al numero 3 di Via Morgantini, la portinaia mi dice:  « Scala B, primo piano». E ora sono qui, nella casa di Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, una casa di tre minuscoli vani più i servizi, la casa in cui abita da due anni, dopo aver lasciata quella di Via Preneste, qui a due passi, assieme all’anziana madre e alle due bambine, Silvia e Claudia, di 11 e 10 anni. Siamo seduti attorno al tavolo della stanza che fa da pranzo e soggiorno, dove i mobili quasi non esistono, e dove li colpiscono i libri, la gran quantità di libri che, in bell’ordine su alti scaffali, tappezzano interamente due pareti. E poi c’è al muro qualche quadro, una composizione di immagini al cui centro campeggia Lenin, e un altro, una bella visione di campagna lombarda sotto un cielo scuro, plumbeo, al centro una strada ed un corteo di uomini che vanno con bandiere rosse e nere.

«E’ il funerale di  Pino», mi spiega la signora Licia.

« L’ha fatto Franco Fortini, lo scrittore, e ce lo ha regalato» poi vi sono appese al muro delle maschere africane.

« Quelle ce le ha portate Minud » dice. Minud

È un giovane algerino bianco, un compagno di Pino, alto, magro, vestito di nero, con capelli e barbetta riccioluti e biondi, che al mio arrivo, avevo trovato là e che ora è in cucina, arrampicato ad una scala che batte e attacca chiodi alla parete, aggiusta cose che si erano rotte, fa quei piccoli lavori di casa che si fanno solo nei pomeriggi di festa, che gli altri giorni non c’è tempo, si lavora,si corre.

Dalla stanza attigua vengono le voci delle due bambine che finiti i compiti, ora si agitano, scalpitano. Va di là la nonna a sorvegliarle. La signora Licia mi offe un liquore dolce al caffè che fanno dalle sue parti nelle Marche.

Mi ricordo di avere con me un regalo per le bambine e tiro fuori dal borsone nero l’angelo di terracotta smaltata di bianco, uno di questi <<pupi>> che fanno in una delle fornaci di Santo Stefano di Camastra, un buffo angelo che somiglia ad una damina dell’ottocento e che i contadini mettevano una volta per bellezza sul comò. Le due bambine irrompono. Dall’altra stanza e lo accolgono con grandi feste e se lo contendono. Sono due belle bambine. La grande, vivace, spigliata, mi dice che vorrà diventare maestra e poi andare all’accademia di arte drammatica. La piccola, con gli occhiali e posata, riflessiva. Poi vogliono dalla madre cento lire per una e scappano giù, nel cortiletto a giocare.

Hanno preso coscienza

Sì, subito. Glielo ho detto subito. Dovevo essere io a farlo, nel modo più giusto, prima che altri, le compagne di scuola, la gente, i giornali, non so….

Si alza, apre un cassetto e prende un album. Mi fa vedere un disegno e una lettera. Il disegno è di Claudia, la piccola. Su un foglietto di quaderno a quadretti ha disegnato coi pastelli una bambina con un mazzo di fiori in mano accanto a una tomba che assomiglia ad una casetta e al  centro, in un riquadro, c’è il viso di un uomo sorridente. Sulla tomba c’è scritto: « Giuseppe Pino Pinelli», e in alto al margine del foglio : «16 dicembre. Oggi è morto il mio papà» La lettera di Silvia, la grande, di quattro pagine fitte di quaderno, è agghiacciante. E non posso riferirne il contenuto, perché così ho promesso alla signora Licia. Solo questa frase, e penso di non offenderle:  «La mamma non ha pianto».

E poi parliamo d’altro, di tante cose, di Pino, di lei, di quando si sono incontrati, al corso di esperanto, e, fidanzatisi, della promessa che si erano fatti di non spendere soldi per cose inutili, per il cinema, teatro, per ogni divertimento, di spendere i soldi solo per i libri, di leggerli, discuterli assieme. E ha parlato dell’allegria di Pino, dell’entusiasmo, della generosità, della sua curiosità intellettuale. Mi dice che il padre di Pino, suo suocero, è nato in Sicilia, che parla ancora in siciliano, che ha tutte le caratteristiche siciliane, la generosità … che si comporta come un signore siciliano. E’ nato a Caltanisetta da madre nissena e padre piemontese, in quella città come capostazione.

Dico alla signora Licia, che da quelle parti, nel cuore della Sicilia, da famiglie di ferrovieri altra gente meravigliosa è venuta fuori: Vittorini, Quasimodo …

Oh. Vittorini. A Pino sarebbe piaciuto conoscerlo.

E, sono sicuro anche a Vittorini sarebbe piaciuto conoscere Pinelli. E conoscere anche lei signora, donna del mondo operaio milanese, donna forte, razionale, coraggiosa … Come quelle che  ha immaginato nei suoi libri, ne  «Il Sempione », in «Uomini e lupi».
E parliamo degli anarchici . Di quelli vecchi e di quelli nuovi, parliamo di Paolo Schicchi l’avventuroso anarchico di Collesano, di cui Pino conservava  gli scritti e la signora Licia me ne fa vedere uno “ Osservazioni sul socialismo”, edito a Palermo nel 1945.

E parliamo ancora del mondo d’oggi, del consumismo, dell’alienazione, della follia dilagante, della gente che non si capisce più. E lei disse che anche quelli che dovrebbero restare uniti, capirsi, anche loro non fanno che polemizzare, separarsi. E mentre siamo qui, lei e io a parlare, si svolge al teatro Lirico la grande manifestazione dal tema  « Tutta la verità sui tragici e oscuri fatti di Milano» e in città non è che un correre. Di notizie, di voci, tutto un congetturare  sulle manifestazioni di domani, domenica, dai cortei, comizi dei vari gruppi, movimenti, comitati, partiti, ognuno in un posto diverso della città: della questura che ha rifiutato i permessi per i cortei e non si sa come andrà a finire. E ognuno di questi gruppi ha invitato la signora Pinelli a partecipare alla propria manifestazione e lei saggiamente ha risposto di no a tutti, se ne sta in casa: Ha mandato a tutti una lettera che mi fa leggere. Dice:

« Agli anarchici milanesi – A Avanguardia Operaia – A Lotta Continua – Al Manifesto – Al Movimento Studentesco – Università Statale – Al Club Turati » Organizzatore della manifestazione dell’11 dicembre al «Lirico »

Cari Compagni.

In questi giorni che ricordano non solo il mio dolore ma anche l’inizio di un periodo che ancora continua di repressione contro i lavoratori e contro i democratici, mi sento vicino e solidale con tutte le forze che non accettano il silenzio e hanno il coraggio di lottare.

Bisogna dimostrare a tutti  in modo chiaro che Pino non si  è suicidato. E voglio ricordare le vittime innocenti della Banca dell’Agricoltura, uccise dal terrore fascista.

Fare giustizia vuol dire individuare finalmente i criminali e i mandanti della strage, liberare Valpreda innocente e non lasciare dimenticato l’assassinio dello studente Saverio Saltarelli.

Però credo con preoccupazione e paura che tutte le forze che condividono questa idea, non riescano a trovare l’uscita nemmeno in questi giorni.

Non chiedetemi di scegliere una delle manifestazioni; sappiate che sono con voi tutti e che anch’io lotto perché si sia uniti  e non al faciliti con le divisioni di gruppo, la strada del fascismo, specialmente di quello nuovo, che trova complici e mezzi dal potere economico e dentro l’apparato dello Stato.

Milano, dicembre 1971

Siamo come nel ’22, conclude accurata,  – la maggior parte della gente è impazzita e quelli che sono coscienti si dividono.

E’ già sera. Uscito dalla casa della Pinelli, per la strada, sento venire da un bar una voce diffusa da un televisore a tutto volume che scandisce: «De Martino, Fanfani, De Martino, Fanfani…» in una litania senza fine che da il sonno e l’oblio.

Nuclei di poliziotti   Sono sparsi per la città, a gruppi di cinque, dieci, come in libera uscita.

Penso a Licia Pinelli e penso ad un’altra donna milanese, una popolana, di cui non si sa niente, ma che a me piace immaginare tale e quale alla Pinelli, nelle fattezze, nel carattere, nella vera intensa umanità.

E’ la moglie di Gian Giacomo Mora, il povero barbiere padre di quattro figli, che, durante la peste di Milano del 1610, fu sacrificato alla paura e alla follia collettiva.

C’è a Milano una viuzza intitolata al Mora, nell’antica zona di Porta Ticinese, quella in cui nacque Giuseppe Pinelli, vicino alla via Scaldasole, da dove la sera del 12 dicembre 1969, due ore dopo la strage di Piazza Fontana, il povero ferroviere anarchico fu prelevato da Calabresi e  Panteca e condotto alla Questura di via Fatebenefratelli. Da lì non sarebbe più uscito vivo.

In codesta via Gian Giacomo Mora, che parte da Cesare Correnti e arriva in piazza Volta, sarà stata issata, per come stabiliva la sentenza, la famosa «collana infame». Infamia certo – come poi hanno fatto sapere il Verri e il Manzoni non per l’innocente Mora, ma infamia per la gente che lo accusò, per quella che tacque per viltà, infamia per gli sbirri che lo prelevarono a casa, infamia per quei giudici che lo fecero torturare e uccidere.

Milano 12 dicembre 1971.

Premio Zafferana Etnea 1968


Da sinistra: Dacia Maraini, Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Consolo
foto Giovanna Borgese
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La prima edizione del Premio, viene assegnato ad Elsa Morante per il libro “Il mondo salvato dai ragazzini”, ed. Einaudi ed ha luogo nel 1968.  Negli anni seguenti al 1968, il Premio, destinato ad autori italiani, assume la denominazione e le caratteristiche di un “Convegno – Premio Brancati -Zafferana” inteso anche a promuovere annualmente un dibattito critico su problemi di attualità socio-culturale.