Premio Zafferana Etnea 1968


Da sinistra: Dacia Maraini, Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Consolo
foto Giovanna Borgese
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La prima edizione del Premio, viene assegnato ad Elsa Morante per il libro “Il mondo salvato dai ragazzini”, ed. Einaudi ed ha luogo nel 1968.  Negli anni seguenti al 1968, il Premio, destinato ad autori italiani, assume la denominazione e le caratteristiche di un “Convegno – Premio Brancati -Zafferana” inteso anche a promuovere annualmente un dibattito critico su problemi di attualità socio-culturale.

 

Nei giorni di luglio

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Nei giorni di luglio, quando Lipari e Salina scivolano sull’acqua e tornano alla costa (gli aprono la strada schiere di pomice e meduse), passava sulla spiaggia, sotto il faro del Capo ( luceva al sole la sua giacchetta d’alpagà  ) e poneva sopra l’occhio velato d’una lacrima quel tubo nero che conteneva solo la notte, parlando nell’ orecchio : scorgi se vuoi, ad ovest, caicchi levantini, il brigantino svevo, la danza dei delfini; ad est, nel nero delle terre, cisterne senza acqua, colonne di calce reggenti il pergolato, infino il fiore di cappero e l’uva vizza della malvasia.

Questo brano scrivevo nel 1964
Vincenzo Consolo

Un terremotato a Milano racconto a cura di Vincenzo Consolo fotografie di Ferdinando Scianna

Sono nato a Gibellina, di anni ventitré. Imparai il meccanico
a Salemi, non mi ricordo niente, sentii un gran boato
e il tetto che s’aprì, ho visto il cielo per un attimo, le stelle.
La zappa l’ho lasciata a chi gli pare, con la meccanica
si può espatriare.
Stava Gibellina sopra la timpa tutt’attorno al castello e
alla chiesa, a San Nicola. Al castello ci andai per la scuola:
c’erano dammusi, catoi murati, passi e sospiri, voci di spirti,
d’anime legate.
Anche qui, in questi sotterranei alla stazione, i treni fanno
un rintrono come il terremoto.
Ho lasciato nelle baracche la madre e la sorella. Gli altri
Capitolo I
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sono rimasti sotto terra. Le bambine, gonfie, occhi invetrati,
erano pupe, bambole di fiera. La sorella più non parla,
sì e no con la testa è il massimo che dice. I passaporti a vista,
sotto la tenda: via, senza tante storie.
Con me ci sono paesani, una incinta si lamentò tutta la
notte. Altri non so di dove sono, ma qualcuno mi sembra
conoscente. Molti ci vengono a guardare. Siamo profughi,
sì, terremotati, con le borse, i sacchi, le coperte. Ci aiuteranno,
sì, però l’affronto resta. Dicono che ci daranno alloggio
e un lavoro. Io, per me, voglio emigrare in Svizzera.
C’è la nebbia qua, che mangia case, gente, come là mangiava
pàmpini, racemi.
da L’olivo e l’olivastro
vincenzo consolo

dalla rivista Nuovo Sud maggio 1962