Per una storia di Il sorriso dell’ ignoto marinaio

Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio
di Vincenzo Consolo
Nicolò Messina
Universitat de Girona
Abstract
Il contributo tenta di delineare la storia del farsi dell’opera piú studiata di Vincenzo Consolo
sulla scorta dei testimoni già sottoposti a recensio (edizioni a stampa, dattiloscritti,
manoscritti).
Parole chiave: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, edizioni critico-genetiche, ecdotica
di testi moderni e contemporanei.
Abstract
The contribution attempts to outline the history of the creation of Vincenzo Consolo’s
most studied work, based on the supply of accounts already submitted to review (printed,
typed and manuscript editions).
Key words: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, critical-genetic editions, critical editions
of modern and contemporaneous texts.
1. In limine
Nella presentazione della nuova collana «Clásicos Modernos» di una delle piú
prestigiose case editrici spagnole, José Saramago, senz’altro nel suo castigliano
deliziosamente lusitaneggiante e con il suo abituale tono deciso, asseriva pubblicamente:
«Estamos hechos de pasado. El presente no existe y el futuro no
sabemos lo que es».
1 La frase potrebbe ben costituire l’esergo di queste pagine,
che hanno per oggetto-soggetto Il sorriso dell’ignoto marinaio, e l’aggancio
è almeno doppio.
1. L’incontro pubblico, organizzato dalle edizioni Alfaguara, si è tenuto al Círculo de Bellas
Artes di Madrid il 27 settembre 2004. L’idea della collana è dovuta — a detta della stessa direttrice
editoriale di Alfaguara, Amaya Elezcano — a un suggerimento del Nobel portoghese.
La collana, inaugurata da Jacques el fatalista di Denis Diderot, annovera tra i primi
volumi, già in libreria, anche i manzoniani Los novios nella traduzione fattane da Esther
Benítez. Cfr. El País (Martes 28 de septiembre de 2004): 42.
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Da un lato, infatti, e non appaia aneddotico, il Sorriso è stato la scorsa primavera
ripubblicato da Mondadori in una collana che curiosamente ricorre
alla medesima etichetta: «Classici moderni»;
2 dall’altro, poi, l’affondo di Saramago
— non a sproposito in un oggi affetto da multiformi amnesie — rivendica
in sé e per sé il ruolo della memoria senza la quale non siamo, e non certo
perché atteggiati a conservatori idolatri del vissuto umano, perché abbarbicate,
irremovibili ostriche verghiane3 o stanchi e immalinconiti laudatores temporis
acti. Al riguardo, quale migliore sintonia con Consolo? Il quale — è risaputo
— da sempre s’oppone vigile all’appiattimento stritolante sull’unica dimensione
temporale del presente, comodo, se non programmaticamente ricercato
dagli autarchi che s’ispirano al pensiero unico. Ecco perché forse Consolo,
da sempre, fa letteratura ricorrendo a metafore storiche. D’altra parte, come
piú di uno ha sottolineato, è certo intorno alla funzione attiva, alla forza propulsiva
della memoria che quaglia la metafora del Sorriso: un ieri, ottocentescamente
databile, in dialettica con l’oggi del lettore (la metà degli anni Settanta
del secolo breve appena concluso, ma anche la metà del primo decennio di
questo nostro nuovo secolo).4
2. Cfr. piú avanti il riferimento bibliografico completo.
3. Per fugare ogni possibile dubbio sulla propulsività della memoria, da non intendere pertanto
quale attaccamento […] allo scoglio di un rassegnato immobilismo, non è fuori luogo
citare per esteso, il noto passo di Fantasticheria (1879), che, pur estrapolato dal suo contesto
e con tutti i sottili distinguo dell’autore, sembra presago di un certo fatalismo misoneista,
improntato piú all’inutilità che all’impossibilità di ogni reazione umana alle condizioni
e ai ruoli assegnati; manifestazione, in breve, di una sorta di noluntas: «Insomma l’ideale
dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica, e noi non abbiamo altro motivo di
trovarlo ridicolo che quello di non esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento
di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere mentre
seminava príncipi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di
stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che
la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime
anch’esse. Parmi che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente
nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati
di generazione in generazione.» (G. VERGA, Tutte le novelle, ed. Carla RICCARDI, Milano:
Mondadori, 1979; 19965, p. 135-136)
4. Per felici coincidenze, alle giornate sivigliane all’origine di queste note partecipava anche
Maria Attanasio, fine autrice di poesie (Interni, Parma: Guanda, 1979; Nero barocco nero, Caltanissetta-Roma:
Sciascia, 1985; Eros e mente, Milano: La Vita Felice, 1996; Amnesia del
movimento delle nuvole, Milano: La Vita Felice, 2003; 20043), che si rivela scossa dall’identica
volontà di resistenza all’oblio, a giudicare dai frutti delle ore da lei dedicate alla
prosa: Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Palermo: Sellerio, 1994;
Piccole cronache di un secolo, Palermo: Sellerio, 1997 (con Domenico AMOROSO); Di Concetta
e le sue donne, Palermo: Sellerio, 1999. Proprio da quest’ultimo, commosso, bel librotestimonianza
si estrapolano deliberatamente due brani assai eloquenti sull’etica dello
scrivere: «Un tempo ogni città, piccola o grande, affidava la storia civile della comunità alla
scrittura del cronista; insieme agli eventi civici e allo straordinario egli spesso registrava
anche l’ordinario di essa […] sottraendone la memoria alle azzeranti generalizzazioni della
storia, che per sua natura emargina in un’impenetrabile zona d’ombra l’alfa e l’omega costitutivi
della sua trama» (p. 32); «Non restava che […] testimoniare direttamente questa piccola
storia di ordinaria militanza, una tra le tante di quegli anni. || Senza però sottrarsi al
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 115
2. De finibus terminisque constituendis
Su Consolo e Il sorriso dell’ignoto marinaio, in particolare, l’interesse critico
non è mai tramontato. Ingente è ormai la letteratura secondaria. Da un lato,
ne fanno fede le bibliografie via via aggiornate e desumibili da volumi e riviste:
dalla prima monografia di Flora Di Legami5 al numero omaggio di Nuove Effemeridi,
6 dal libro di Attilio Scuderi7 a quello recente di Giuseppe Traina,8 dal
«ritratto» di Enzo Papa9 alla premessa editoriale dell’ultima ristampa dell’opera.10
Dall’altro, chiara eco se ne riceve anche da collectanea a seguito di convegni
dedicati allo scrittore: si rammentino almeno quelli organizzati nel solo
ultimo torno di tempo a Parigi, Siracusa, Siviglia.11
Anche i lettori, dilettanti e non solo professionisti della letteratura, compresi
quanti si escludono dal novero degli estimatori piú ferventi dell’opera
consoliana, riconoscono unanimi nel libro, in questo libro, un classico: non
sorprende perciò il suo inserimento in una collana ad hoc, né che qualcuno,
come Sergio Pautasso, dichiari apertamente il piacere di rileggerlo o che qualcoinvolgimento
emozionale, né fingere un’ipocrita oggettività: memoria emotivamente condivisa
per i protagonisti che ancora camminano per le strade, gesticolano odiano amano,
continuano a resistere come possono, e s’incazzano in questo smemorato Occidente dove la
supponenza della mondializzata economia di nuovo si autocelebra, in nome del mercato e
del profitto, universale essenza dell’uomo contro l’uomo. E la sua spregiudicata ancilla
— la politica — l’asseconda, insieme a Marx e a Voltaire, gettando l’utopia, come un nastro
smagnetizzato, nelle discariche della storia.» (p. 35)
5. F. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina): Pungitopo,
1990.
6. Nuove Effemeridi. rassegna trimestrale di cultura, 29, [Palermo: Guida] 1995.
7. A. SCUDERI, Scritture senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Enna:
Il Lunario, 1998.
8. G. TRAINA, Vincenzo Consolo, Fiesole (Firenze): Cadmo, 2001.
9. E. PAPA, «Ritratti critici di contemporanei: Vincenzo Consolo», Belfagor, LVIII 344, 2003,
179-198.
10. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori,
2004, p. XIV-XVII.
11. Ancora in corso di stampa gli atti del convegno Vincenzo Consolo. Éthique et écriture, tenuto
alla Sorbonne Nouvelle venerdì 25 e sabato 26 ottobre 2002, con interventi di Guido
Davico Bonino, Maria Pia De Paulis, Denis Ferraris, Giulio Ferroni, Rosalba Galvagno,
Walter Geerts, Valeria Giannetti, Claude Imberty, Jean-Paul Manganaro, Antonino Recupero,
Marie-France Renard, Cesare Segre. Sono invece usciti quelli del convegno siracusano:
Enzo PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo
Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni, 2004, con contributi
di Paolo CARILE, «Testimonianza» (p. 11-13); Maria Rosa CUTRUFELLI, «Un severo, familiare
maestro» (p. 17-22); Rosalba GALVAGNO, «Destino di una metamorfosi nel romanzo
Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo» (p. 23-58); Massimo ONOFRI, «Nel magma
italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale» (p. 59-67); Sergio
PAUTASSO, «Il piacere di rileggere Il sorriso dell’ignoto marinaio, o dell’intelligenza narrativa»
(p. 69-80); Carla RICCARDI, «Inganni e follie della storia: lo stile liricotragico della narrativa
di Consolo» (p. 81-111); Giuseppe TRAINA, «Rilettura di Retablo» (p. 113-132). Le relazioni
presentate alle giornate di studio sivigliane, Vincenzo Consolo. Per i suoi 70 (+1) anni
(Universidad de Sevilla, Facultad de Filología, 15-16 ottobre 2004), costituiscono il nucleo
di questo numero di Quaderns d’Italià.
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che altro, come Massimo Onofri, ammetta Consolo in un canone resistente
allo stesso variare delle mode critiche.12
D’altronde, il ruolo principe rappresentato dal Sorriso nel corpus consoliano
è a piú riprese e in vari modi e gradazioni sottolineato dallo stesso autore:
in interviste13 o anche in interventi sparsi, dalla postfazione all’edizione mondadoriana
del ventennale14 alla lectio magistralis in occasione dell’investitura a
doctor honoris causa dell’Università di Roma Tor Vergata (18 febbraio 2003).
Delineato tale scenario, arduo intervenire su quest’opera. Per l’occasione,
quindi, con formula ciceroniana, mihi fines terminosque constituam e sottoporrò
al dibattito critico un qualcosa di forse piú congeniale alla mia natura di
manovale della filologia: un tentativo di tracciare una storia o, meno ambiziosamente,
una cronaca del farsi del libro dalla sua «preistoria» in avanti, sistematizzando
materiali sparsi, piú o meno noti, e aggiungendovi, con cautela,
alcuni elementi nuovi. Una certa prudente reticenza è peraltro consigliabile, dettata
com’è dallo svolgimento in atto di una ricerca, ormai quasi in dirittura
d’arrivo, intesa proprio all’allestimento di una edizione critico-genetica del
Sorriso. Insomma, ricorrendo alle categorie di avantesto, paratesto e testo, le
mie intenzioni saranno piú perspicue e, ancor di piú, se si preciseranno le
coordinate di una prospettiva ecdotica in cui nulla va «ricostruito», perché
niente è stato «distrutto»; e nemmeno si tende a restituire in via ipotetica un
archetipo smarrito e forse mai tangibilmente esistito, per definizione optimus
e via via degradatosi nelle sue imperfette, corrotte riproduzioni, giacché l’opera,
nella lezione licenziata dall’autore, è a nostra portata di mano. È una
prospettiva di contro piú complessa e solo nominalmente, per cosí dire, capovolta:
in essa, difatti, i testimoni recentiores, già dopo Giorgio Pasquali ammessi
non deteriores, non sono però di necessità accettabili come senz’altro meliores
— anzi meta raggiunta, immigliorabile e addirittura ottima dell’iter creativo —
e pertanto suggellati dal definitivo ne varietur dell’autore. Essi semmai presuppongono,
trovano giustificazione fondante nei testimoni antiquiores, o piuttosto
antiquissimi (dalla nota sparsa allo scartafaccio, ai prodotti delle successive
fasi e decantazioni scrittorie), i quali al cospetto dei recentiores o ultimi, espressione
dell’optima voluntas dell’autore, sarebbero certo da considerare tout court
12. Cfr. rispettivamente i saggi accolti in E. PAPA, (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 69-80 e
59-67.
13. Dalle lontane Mario FUSCO (ed.), «Questions à Vincenzo Consolo», La Quinzaine Litté-
raire, 321, 1980, 16-17; a Marino SINIBALDI (ed.), «La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo»,
Leggere, 2, 1988, 8-15; dalla piú organica uscita in volume dal titolo guttusiano (è la
didascalia di un quadro [olio su tela, cm.147,2 x 256,5] del 1940, finito l’anno prima e
conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), V. CONSOLO, Fuga dall’Etna.
La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma: Donzelli, 1993, a quelle recentissime,
l’una a cura di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 123-138, o l’altra leggibile in internet,
a cura di Dora MARRAFFA e Renato CORPACI, Italialibri, www.italialibri.net, 2001.
14. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni
dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1997, p. 173-183; poi in ID., Di qua dal
faro, Milano: Mondadori, 1999, p. 276-282, ed anche nell’ultima riproposta del Sorriso,
ed. 2004, p. 167-175.
destituiti di tutti i valori loro attribuibili dalla stemmatica classica, in quanto
— pur prossimi al codice x dell’opera — non si collocherebbero al di sotto di esso,
non ne costituirebbero una fase cronologica piú bassa, inferiore, bensí soltanto
e nient’altro che il piú alto, superiore e superato, perciò trascurabile, stadio
magmatico embrionale. E tuttavia, per ciò stesso, tali reperti vanno sottoposti
ad accurata recensio e collatio, e risultano necessari e imprescindibili per studiare
il di-venire del testo dalla prima intelaiatura verso la tessitura rifinita,
proprio perché nella genesi dell’opera rappresentano il caos primordiale, l’arché
primigenia, non formata, l’impulso d’avvio e soprattutto la prova dei vari
movimenti del testo fino al risolutivo colpo di timone dell’autore, insomma
una sorta di illuminante pre-archetipo.15
3. L’emerso
Per comodità converrà sin dall’inizio tracciare la mappa delle edizioni a stampa
[in grassetto l’ulteriore precisazione cronologica], anche perché sono quelle
consultabili ed accessibili, e ad esse si rimanderà spesso:
1969 «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti, Nuova Serie, n. 15
[luglio-settembre]: edizione parziale, cap. I, senza Antefatto né Appendici
I e II;
1975 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano: Gaetano Manusé, edizione numerata
con un’incisione firmata di Renato GUTTUSO: edizione parziale,
cap. I, con Antefatto e Appendici I e II; e cap. II, L’albero delle quattro
arance, senza Appendici I e II [autunno];
1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino: Einaudi: editio princeps [finito di
stampare 10 luglio, 1ª ed.; 18 settembre, 3ª ed.];
1987 Il sorriso dell’ignoto marinaio, intr. Cesare SEGRE, «Oscar oro. 9», Milano:
Mondadori [marzo];
1992 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Nuovi Coralli. 464», Torino: Einaudi;
1995 Il sorriso dell’ignoto marinaio, ed. commentata a cura di Giovanni TESIO,
intr. Cesare SEGRE, «Letteratura del Novecento», Milano: Elemond
Scuola [dicembre];
1997 Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni
dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori [febbraio];
2002 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar scrittori del Novecento», Milano:
Mondadori [gennaio];
2004 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano:
Mondadori [marzo].
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15. Solo qualche riferimento bibliografico ormai canonico: Louis HAY (ed.), Essais de critique géné-
tique, Paris: Flammarion, 1979; Amos SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des
Caraïbes du XX siècle. Théorie et pratique de l’édition critique, Roma: Bulzoni, 1988; Almuth
GRÉSILLON, Éléments de critique génétique. Lire les manuscrits modernes, Paris: P.U.F., 1994;
Giuseppe TAVANI, «Filologia e genetica», Cuadernos de Filología Italiana, 3 (1996): 63-90;
Michel CONTAT & Daniel FERRER (edd.), Pourquoi la critique génétique? Méthodes, théories,
Paris: CNRS Éditions, 1998.
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Non è agevole fissare date precise di avvio di una scrittura, neanche — si sa
— nel caso di scrittori ancora produttivi con cui poter dialogare. Nel caso del
nostro libro, ad ogni modo, tutto il movimento del testo — è ovvio — sarà
iniziato verosimilmente tra l’a quo di La Ferita dell’aprile, il «mese piú crudele»
di eliotiana memoria, cioè il 1963,16 e la prima «orditura» licenziata dall’autore:
quel Il sorriso dell’ignoto marinaio apparso su Nuovi Argomenti
(luglio-settembre 1969), che corrisponde grosso modo al futuro cap. I del libro,
ma non è ancora corredato né dell’Antefatto, né delle due Appendici documentarie
a firma del protagonista, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca.17
È un dato accertato, comunque, che le pagine appena ricordate, già dotate
evidentemente, all’avviso dell’autore, di una loro autonomia e compiutezza
narrativa, erano state in precedenza mandate, ma senza esito, alla rivista Paragone
di Roberto Longhi e Anna Banti. A motivare l’invio è appunto il Trittico
siciliano di Longhi, scritto in occasione della grande mostra del 1953 a Messina
su Antonello e la pittura del ‘400 in Sicilia, ma il critico, in un incontro pubblico
a Milano nel 1969, all’autore che chiedeva notizie del suo racconto cosí
rispondeva severamente: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore
letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio
deve finire!».
18 Rievocando l’episodio, Consolo cerca di giustificarlo cosí:
Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione popolare che chiamava
il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto marinaio», sostenendo, giustamente,
che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma
su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
Antonello. Quello effigiato lí era un ricco, un signore.
Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il quadro non in
chiave scientifica, ma letteraria.19
Il testo veniva, allora, risolutamente spedito a Enzo Siciliano ed usciva finalmente
su Nuovi Argomenti, la rivista di Alberto Carocci, Alberto Moravia e
Pier Paolo Pasolini. La memoria personale dell’autore, corroborata dalla testimonianza
di Caterina Pilenga, conosciuta subito dopo il trasferimento a Milano
nel Capodanno del 1968, e da un certo punto in possesso di «ambo le chiavi
| del cor» consoliano,20 questa doppia memoria fornisce altri dati di notevole
interesse nella cronologia del farsi dell’opera.
16. Dal colophon si estraggono i seguenti dati piú precisi: «[…] impresso nel mese di settembre
dell’anno 1963 […] Il Tornasole — Pubblicazione periodica mensile — Registrazione
Tribunale di Milano n. 6273 del 14-3-1963 […]». Dell’opera si attende l’imminente versione
spagnola a cura di Miguel Ángel Cuevas.
17. La pubblicazione — sia concessa l’indiscrezione — avrebbe fruttato all’autore un compenso
di Lit. 16.000. In una lettera della direzione della rivista del 12 dicembre 1969, infatti, si
conferma l’avvenuta pubblicazione (nel «numero testé pubblicato») e si comunica l’emissione
di un assegno di tale importo.
18. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 37-38.
19. Ibid., p. 38.
20. Cosí viene presentata la futura moglie: «una delle cinque o sei persone che avevano letto» con
entusiasmo la Ferita su segnalazione di Raffaele Crovi (Ibid., p. 35). Il quale è tra l’altro fra
In primo luogo, riporta la chiusura del racconto, con quelle verosimili fattezze,
a quell’anno 1968 e informa dell’avvenuta stesura, a quella data, e prima
dell’arrivo a Milano nel gennaio 1968, anche del futuro cap. II L’albero delle
quattro arance; inoltre, conferma che, dopo il fisico manifestarsi in Nuovi Argomenti,
il progetto narrativo, di cui il racconto pubblicato è la prima concretizzazione,
viene momentaneamente accantonato, anche se l’autore è nel
frattempo preso dalla stesura del futuro cap. III Morti sacrata, che nessuno ha
letto, tranne la moglie Caterina, e di cui alcuni sono a conoscenza (Corrado
Stajano); infine, aggiunge che nel 1975 Consolo ottiene dalla RAI, nella cui
sede milanese lavorava,21 un permesso di sei mesi, lascia Milano e torna in
Sicilia dove collabora al giornale L’Ora di Vittorio Nisticò22 ed è raggiunto
quell’estate da Caterina.
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 119
i pochi frequentati da Consolo, oltre al conterraneo Basilio Reale, sin dal tempo del primo
soggiorno milanese (G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 11): sono i tre anni della frequenza
della Cattolica (1952-56), che saranno poi seguiti dal servizio militare a Roma,
dalla laurea a Messina, dal praticantato notarile, dall’inizio del lavoro d’insegnante nel 1958
(E. PAPA, art. cit., p. 194).
21. A sottolineare i difficili rapporti di lavoro, l’azienda viene definita, una «fabbrica di armi»
(V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 34).
22. Vale la pena di riportare sull’esperienza giornalistica consoliana un brano dello stesso V.
NISTICÒ, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, I, Palermo: Sellerio, 2001,
p. 113-114: «[…] Vincenzo Consolo, sebbene vivesse ormai a Milano, da inquieto esule
qual era, non perdeva occasione per tornare in Sicilia, dai suoi a Sant’Agata, e far sosta,
potendo, anche al giornale. In fondo, tra i nostri scrittori era quello che sentivamo piú di
casa, il piú famigliare. Amavamo di lui il garbo, la modestia, il senso di amicizia, gli accenni
di sorridente ironia, non meno di quanto ci affascinassero i ricami della sua scrittura, la
sua totale mediterraneità, quei fuochi improvvisi della sua passione letteraria e civile. Tra
il ‘68 e il ‘69 pubblicammo una sua rubrica di annotazioni, «Fuori casa», un piccolo gioiello
di giornalismo che diventa letteratura. || Nei primi mesi del ‘75 Consolo si trasferì per un po’
di tempo a Palermo; glielo avevo chiesto perché ci desse una mano in vista delle importanti
elezioni amministrative di giugno e di un evento che ci interessava direttamente: la candidatura
di Leonardo Sciascia al consiglio comunale di Palermo. Era, la venuta di Consolo, un
ritorno in redazione dopo l’esperienza di alcuni anni prima, quando si era trasferito da
Sant’Agata per lavorare al giornale e impratichirsi del mestiere. Ma si era trattato di un’esperienza
durata relativamente poco, interrotta dalla decisione di andarsene a Milano e
dare, da allora in poi, la priorità assoluta alla letteratura; sarebbe stata lei la sua vita, il suo
destino. || Tuttavia un desiderio di giornalismo, sebbene latente, rimase sempre vivo, e pronto
a venir fuori quando si presentava l’occasione buona. Fu cosí in quei mesi del ‘75, quando
facendo la spola tra la casa materna di Sant’Agata e la nostra redazione, si buttò con
manifesta gioia in un intenso lavoro giornalistico. Partecipando dapprima con articoli e
interviste alla campagna per il buon governo e la candidatura di Sciascia, poi nell’estate
andando in giro col taccuino del cronista a seguire a Trapani il processo al «mostro di Marsala»
(l’uomo che aveva fatto morire tre bimbe gettandole vive in un pozzo), o la vicenda del
sequestro Corleo, il patriarca delle esattorie. In pieno agosto, si era persino spinto, e credo
anche divertito, a fare un «viaggio» di osservazione tra gli uffici semideserti di Palermocapitale.
Insomma, un bel bagno mediterraneo di umile giornalismo, mentre tra un servizio
e l’altro trovava il luogo e il silenzio dove ripararsi per dare gli ultimi ritocchi a «Il sorriso
dell’ignoto marinaio»: il capolavoro che da lí a qualche mese lo avrebbe consacrato tra gli eredi
della grande letteratura che la Sicilia ha dato alla nazione. A dicembre ne pubblicammo in
anteprima un capitolo: la festa in casa del barone Mandralisca.»
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Siamo dunque, estate del 1975, alla vigilia dell’edizione numerata in 150
esemplari con incisione firmata di Renato Guttuso per i tipi di Gaetano Manusé,
edizione nel cui colophon è dichiarata la data dell’«autunno MCMLXXV».
Manusé, da Valguarnera Caropepe di Sicilia, titolare prima di una bancarella
poi di una libreria antiquaria a Milano, si era dichiarato interessato a pubblicare
qualcosa di Consolo e, saputo dalla moglie Caterina, sollecitata in tal
senso, dell’esistenza di un prosieguo del racconto già apparso sulla rivista moraviana,
propone la pubblicazione per bibliofili del Sorriso. Basta ricordare che della
composizione e tiratura si occuperà Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega
di Verona, erede della prestigiosa Officina Bodoni di Verona fondata dal
padre Giovanni Hans, e che per l’occasione Leonardo Sciascia coinvolgerà
Renato Guttuso il quale, rileggendo il ritratto di Antonello, appresterà un’incisione
in cui viene rovesciata l’angolazione dell’immagine rispetto all’attante:
il trequarti del misterioso personaggio non è rivolto a sinistra, ma a destra.23
Domenica 30 novembre 1975, la pagina culturale di Il Giorno di Milano
pubblica un lungo articolo di Corrado Stajano, dal titolo redazionale molto
allettante.24 Al corrente delle alterne, combattute vicissitudini dello scriptorium
di Consolo, conscio di quanto vi sta accadendo, Stajano fa una mossa a
sorpresa: recensisce il libro appena uscito, ma ad un tempo, parlandone come
della parte di un tutto imminente, sembra voler forzarne la definitiva confezione.
Dopo aver presentato, difatti, le attività del libraio, cosí scrive:
Adesso Manusé ha esaudito il gran sogno della vita, è diventato editore e c’è la
possibilità, dicono gli uomini di penna, che questo primo libro che ha stampato,
[…] possa creare un nuovo caso letterario. Perché qui si sono incontrate
due corde pazze siciliane, quella di Manusé e quella dello scrittore del libro,
o meglio dei primi due capitoli del libro pubblicati in questo volume, che gli editori,
quando il romanzo sarà finito, certo si contenderanno, perché «Il sorriso dell’ignoto
marinaio» è un nuovo «Gattopardo», ma piú sottile, piú intenso del
romanzo di Tomasi di Lampedusa, uno Sciascia poetico, di venosa lava sanguigna
e insieme razionalmente freddo nei suoi teoremi dell’intelligenza. Uno
scritto che arriva dentro l’impensata bottiglia di Manusé e che non ha nulla in
comune con nessuno dei 17 mila libri che si pubblicano ogni anno in Italia.
Gli articoli pubblicati nel 1975 sono: «Un moderno Ulisse fra Scilla e Cariddi. Sfogliando
il Gran libro di Stefano D’Arrigo» (22 febbraio); «L’avventurosa vita di Emilio
Isgrò» (4 aprile); «Il malgoverno e l’impegno politico di Sciascia. Conversazione con Alberto
Moravia» (30 maggio), «Il malgoverno e l’Università. Conversando con il Rettore dell’Università
di Palermo, Giuseppe La Grutta» (13 giugno); vari servizi per il «Processo al
“Mostro di Marsala”» (20, 21, 25, 30 giugno; 5, 11 luglio) e sul sequestro dell’esattore Luigi
Corleo (18, 19 luglio); «A colloquio con il tenore Di Stefano» (14 luglio); «Tanta scienza e
un po’ di show» (26 luglio); «Che ne pensa Grassi, sovrintendente della Scala, del “caso
Lanza Tomasi”?» (29 luglio); «In giro per gli uffici ad agosto» (9, 13 agosto); «Il giallo Majorana
visto da Sciascia» (9 settembre).
23. L’incisione all’acquaforte viene eseguita a Palermo, in una stamperia vicina alla Galleria
Arte al Borgo frequentata dallo scrittore di Racalmuto.
24. C. STAJANO, «Il sorriso dell’ignoto marinaio. Due siciliani pazzi per un libro “unico”», Il Giorno,
Domenica 30 novembre 1975, 3.
E piú avanti, in chiusa, fornisce anticipazioni sulla fabula e sprona, quasi rimbrotta
l’autore:
Vincenzo Consolo, con tutte le sue contropoetiche, politicamente motivate,
è troppo scrittore per rinunciare a scrivere, come avrebbe voluto. Gli è successa
la sorte descritta da Roland Barthes ne «Il grado zero della scrittura»:
«Partito per uccidere la letteratura, l’assassino si ritrova scrittore». […] ora sta
lavorando ai capitoli finali del romanzo, la rivoluzione contadina di Alcara Li
Fusi, la repressione dello Stato italiano dopo la speranza portata da Garibaldi.
Interdonato è il procuratore generale del processo contro i contadini, violenti
contro la violenza. Mandralisca gli scrive una lunga memoria, i contadini
cercano di narrare loro, la loro storia. Ci riusciranno?
«Il sorriso dell’ignoto marinaio» […] è l’ultima difesa di uno scrittore che
non voleva scrivere piú perché, quando il mondo s’incendia, la vita è meglio
viverla che raccontarla.
C’è da pensare che, sotto la forte pressione morale-psicologica delle tre
colonne di Stajano, Consolo raccogliesse il guanto della sfida che vi era insita
e che, nello scorcio del 1975 e il primo semestre del 1976, con un lavoro che
non si fa fatica ad immaginare, con il Leopardi da lui tanto amato, «matto e
disperatissimo», stendesse e organizzasse il resto dell’opera: gli attuali capitoli
IV-IX. Einaudi finisce, infatti, di stampare la prima edizione del libro quale
sarà conosciuto dal vasto pubblico, l’editio princeps, il 10 luglio 1976 e ne farà
circolare altre due stampe identiche, la terza licenziata il 18 settembre dello
stesso anno.
4. Tra emerso e sommerso
Questi in buona sostanza i punti fermi del farsi del testo, i momenti fondanti
della sua storia esterna. Se ne trae l’immediata idea di un progetto in crescendo,
in progressione geometrica.25 Ma questi dati, relativi al merito e alle
vicende dei soli testimoni a stampa, rappresentano solo l’emerso del testo e,
in una prospettiva ecdotica critico-genetica, vanno naturalmente confrontati con
quelli di quante altre fonti sia ancora possibile sottoporre a recensio e collatio.
E qui, come anche per ogni altra opera di qualsivoglia altro scrittore, qualunque
sforzo risulterebbe vano se l’autore volesse tutelare ad oltranza la legittima
riservatezza della propria fucina, del proprio scriptorium. Il lavoro insomma
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 121
25. Forzando la suggestiva immagine del fondamentale saggio di Cesare SEGRE, «La costruzione
a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», in ID., Intrecci di voci.
La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino: Einaudi, 1991, p. 71-86 (trattasi dell’«Introduzione»
dell’edizione 1987 del Sorriso, p. V-XVIII, ripubblicata in quella del 1995,
p. V-XIX), è come se tessere autonome (dal racconto iniziale, cap. I e II, all’integrazione del
resto) si siano andate collocando a formare il mosaico dei gradini della scala tortile, ad
imbuto dantesco, che — se si vuole accogliere l’interpretazione dei simboli di G. TRAINA,
Vincenzo Consolo, op. cit., p. 61-70 — avrebbe consentito la discesa agli inferi e l’ascesa salvifica
del protagonista.
122 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
si bloccherebbe o potrebbe andare avanti solo con le carte di scrittori conservate
in biblioteche, fondazioni, centri appositi (l’esempio piú noto, Pavia) o
variamente e comunque riscattate, come per gli oltre 40 volumi già pubblicati
della Collection Archives,
26 il cui comitato scientifico è presieduto dal prestigioso
romanista italiano Giuseppe Tavani.27
Nel caso del Sorriso, la generosa disponibilità dei coniugi Consolo, informati
della necessità di queste esplorazioni per il mio studio, e in particolare l’amorevole
scrupolosità di Caterina nel preservare materiali rivelatisi preziosi, hanno
consentito di accumulare ingente informazione sulla scorta degli altri testimoni
superstiti: tre bozze di stampa, di cui una eliminanda perché descripta,
tre cartellette di dattiloscritti e un fascicolo dattiloscritto rilegato con l’opera intera;
cinque manoscritti.
Ma prima, per completare il quadro dell’emerso, bisognerà rendere conto
anche della contemporanea attività scrittoria del Nostro, in qualche misura
dialogante con il progetto non ancora ben definito in quel lasso di tempo. La
preistoria del Sorriso, quei tredici anni di lunga gestazione, grosso modo dal
1963 al 1976, sono affiancati da altre scritture.
Da una parte, le collaborazioni giornalistiche, tra cui spiccano: la rubrica
Fuori casa, tenuta su L’Ora di Palermo;28 e vari reportages per Tempo illustrato.
Ai fini dello studio del Sorriso sembrano importanti diversi di tali scritti. In
primo luogo, il racconto Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, uscito prima su
26. La collana, diretta da Amos Segala e posta sotto il patrocinio dell’UNESCO, è affidata a
un Consiglio di firmatari europei e latino-americani del Protocollo Archivos — ALLCA
XX (Association Archives de la Littérature Latino-américaine, des Caraïbes et Africaine du XXe
siècle) e sottoposta alla valutazione di un Comitato scientifico internazionale. Le pubblicazioni
seguono le indicazioni emerse dai seminari di Parigi (1984) e Oporto (1985), poi
confluite nel volume di A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe
siècle, op. cit.
27. Oltre all’art. cit., imprescindibili sono per equilibrio e dottrina: G. TAVANI, «Le Texte:
son importance, son intangibilité»; «Teoría y metodología de la edición crítica», «Los textos
del Siglo XX», «Metodología y práctica de la edición crítica de textos literarios contemporáneos»;
«L’édition critique des auteurs contemporains: vérification méthodologique»,
tutti in A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit.,
rispettivamente: p. 23-34, 35-51, 53-63, 65-84, 133-141. Cfr. inoltre: G. TAVANI, «L’edizione
critico-genetica dei testi letterari: problemi e metodi», in Venezia e le lingue e letterature
straniere. Atti del Convegno, Università di Venezia, 15-17 aprile 1989, Roma:
Bulzoni, 1991, p. 323-331; «L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica,
ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni», in Anna FERRARI
(ed.), Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del
Convegno di Roma, 25-27 maggio 1995, Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo,
1998, p. 545-554.
28. Cfr. l’elenco completo degli articoli firmati da Consolo per il giornale in V. NISTICÒ, Accadeva
in Sicilia, op. cit. In particolare, la rubrica Fuori casa inizia il 7 dicembre 1968 e va
avanti con cadenze irregolari per tutto il primo semestre del 1969 (11 gennaio, 24 febbraio,
10 marzo; 5, 24 e 25 maggio). Dello stesso anno sono: la recensione a Elio VITTORINI, Le
città del mondo (27 settembre 1969) e un articolo sui rapporti tra mafia siciliana e americana
(30 settembre 1969).
L’Ora,
29 poi in un’autorevole silloge di narratori siciliani:30 un racconto strutturato
come cronaca di una visita a Tusa alla famiglia di Carmine Battaglia,
ucciso dalla mafia, in cui si innesta un breve brano documentario del 1860
sull’avversione dei nobili latifondisti al decreto garibaldino del 2 giugno 1860
lesivo dei propri privilegi. L’impianto rappresenterebbe quindi il primo, timido
apparire, non piú di un accenno, di un modo costruttivo esemplato su
modelli tedeschi, sul quale, per sua stessa affermazione, Consolo scommette
con forza nel Sorriso31 e anche in seguito.32 Poi, su Tempo illustrato, un’inchiesta
sui cavatori di pietra pomice delle Eolie affetti da silicosi, come quello
dell’incipit del Sorriso, in pellegrinaggio al santuario di Tindari,33 e un’altra su
Cefalù e quell’Aleister Crowley che apparirà molto dopo in Nottetempo, casa
per casa (1992), e di cui si ha traccia in un quaderno ms del Sorriso che cosí
contribuisce a datare.34 Infine, ancora su L’Ora, il resoconto dell’inaugurazione
di una mostra di Guttuso, i cui appunti iniziali e primo svolgimento si trovano
in un altro quaderno ms alla cui datazione ci si potrà cosí approssimare.35
Dall’altra parte, si annoverano le presentazioni di vari cataloghi di mostre,
di cui due soprattutto rilevanti per la costituzione testuale del Sorriso: l’una di
un’esposizione di Luciano Gussoni (1971), l’altra di un’esposizione di Michele
Spadaro (1972), rilevanti in quanto i cataloghi sono latori di due lacerti rifusi
rispettivamente nei capitoli VII e I.36
Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 123
29. L’Ora, 16 aprile 1966. All’assassinio sono dedicati sul giornale, sempre in prima linea contro
la mafia, articoli di Mauro DE MAURO (in seguito vittima della cosiddetta lupara bianca)
e Mario FARINELLA (24, 25, 26, 28 marzo 1966) e di Felice CHILANTI (9 aprile 1966).
30. Leonardo SCIASCIA & Salvatore GUGLIELMINO (edd.), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia,
1967, p. 428-434.
31. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49.
32. Se si guarda solo alle opere limitrofe al Sorriso, il metodo sarà applicato, per le appendici
erudite, a Lunaria, Torino: Einaudi, 1985, p. 71-85 (Milano: Mondadori, 1996, p. 93-
129) e, per gli inserti documentari, al racconto lungo «Ratumemi», in Le pietre di Pantalica,
Milano: Mondadori, 1988, p. 47-74, altra storia di feudi del secondo dopoguerra,
tematicamente piú affine a Per un po’ d’erba…
33. «Così la pomice si mangia Lipari», Tempo illustrato, 17 ottobre 1970, di cui non si ha alcuna
traccia nei mss. sottoposti a recensio. In Ms 2 si riscontra invece la prima attestazione di
«Una Sicilia trapiantata nella nebbia», che uscirà sempre su Tempo illustrato. L’articolo è
conservato nel Fondo personale Consolo con l’annotazione di Caterina Consolo: «1970»,
senza indicazione del giorno e del mese, ma nel corpo si ravvisa un post quem: «ottobre».
34. Ms 2, ff. 1-5. Cfr. «C’era Mussolini e il diavolo si fermò a Cefalù», Tempo illustrato, 2 ottobre
1971.
35. Ms 4, ff. 41v
-33v
. Cfr. «Guttuso torna nella “sua” Milano», L’Ora, 18 ottobre 1974. Sempre
nell’ambito delle arti figurative, un altro articolo di alcuni mesi prima: «Bruno Caruso provoca
Milano», L’Ora, 9 febbraio 1974.
36. V. CONSOLO, «Nottetempo, casa per casa», in Luciano Gussoni, Villa Reale di Monza,
10-30 novembre 1971; ID., «Marina a Tindari», in Michele Spadaro, Como, Galleria Giovio,
15-30 aprile 1972; poi anche in ID., Marina a Tindari, commento a cura di Sergio
SPADARO, tiratura in cento esemplari numerati fuori commercio, Vercelli, Arti grafiche Cav.
Piero De Marchi, 1972, p. 15-18. Quest’ultima presentazione è firmata e precisamente
datata, com’è consuetudine dello scrittore: «Vincenzo Consolo || (27 febbraio 1972)».
Nella fase preparatoria delle giornate di studio di Siviglia, ognuno in possesso e informato
di un solo testimone, ci siamo scambiati i dati con il collega Miguel Ángel Cuevas.
124 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
5. Il sommerso
Tornando ora ai testimoni manoscritti e dattiloscritti del Sorriso, non è questa
la sede per proporne una descrizione esaustiva. Si cercherà invece di metterne
in evidenza la portata facendo solo due esempi su versanti apparentemente
diversi.
Intanto, sulla loro scorta, sarà possibile qualche correzione di tiro cronologica.
Tra i quaderni mss, gli antiquiores, numerati appunto Ms 1 e Ms 2, contengono
frammenti confluiti nella lezione di Nuovi Argomenti. Tra il 1969 e
il 1975 si collocherebbero gli altri due, denominati Ms 3 e Ms 4: sono latori,
infatti, di lacerti non presenti nell’edizione 1969 e interpolati come due scatole
cinesi in quella del 1975: l’uno, Ms 3, di un inciso avente per confini: «Lasciò
la speronara […] alla sua casa a Cefalù» (ff. 31-30v
), l’altro, Ms 4, di un ulteriore
innesto nel tronco dell’inciso precedente: «Dietro questi pezzi […] Caserta
e di Versailles» (f. 18).
Questi stessi due quaderni Mss 3 e 4 sono inoltre legati dal ricordo, presente
in entrambi, del primo incontro tra Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo
avvenuto in un giorno segnalato, il primo in cui grazie a una disposizione del
Concilio Vaticano II si celebrava la messa in lingua italiana: domenica 7 marzo
1965.37 L’appunto potrebbe essere trattato alla stregua di un indizio temporale
e, per come e dove è tradito, una sorta di a quo / ad quem.
38
Il riuso da parte dell’autore di Ms 4, vergato capovolto, assicura poi la trasmissione
dell’articolo giornalistico su Guttuso già ricordato e da datare perciò
ante il 18 ottobre 1974.
Se, infine, contestualmente ai dati appena forniti, consideriamo che Ms 3
tramanda varie stesure di Morti sacrata (futuro cap. III), le prime prove di Val
Dèmone (futuro cap. IV), un appunto che rinvia a Il Vespro (futuro cap. V) e che
Ms 4 tramanda brani di Val Dèmone e la Lettera di Enrico Pirajno all’avvocato
Giovanni Interdonato (futuro cap. VI), si potrebbe inferire che, se non proprio
intorno al 1965 (incontro Sciascia-Piccolo), già alla data del 1974 (articolo
sulla mostra di Guttuso) o tutt’al piú, in ultima istanza, nel 1975 prima dell’edizione
Manusé, il Sorriso fosse per buona parte, quasi per intero in movimento.
Allo stato attuale, mancherebbero attestazioni mss databili solo dei
capitoli VII, VIII, IX.
37. Cfr. Ms 3, ff. 17v e 20; Ms 4, f. guardia 1v
.
38. L’appunto sarà sviluppato in Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 142 e ricordato in Fuga dall’Etna,
op. cit., p. 23-24, dove viene ulteriormente esteso (testo in corsivo nostro): «Al congedo,
sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per
le colline: “Sciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali”.
“C’è qui Consolo”, rispose Sciascia. “Consolo è ancora giovinetto”, replicò Piccolo sarcasticamente
(avevo trentatrè anni!). Ma io presi quella frase come impegno verso Sciascia e come una
sfida verso il barone». L’interesse per il poeta aveva già dato frutto in un’intera pagina del
giornale di Nisticò con un articolo: «Il barone magico: Lucio Piccolo», L’Ora, 17 febbraio
1967, accompagnato da quattro canti inediti. Si noti che «Il barone magico» è il titolo scelto
da Consolo per il trittico che costituisce la penultima parte della sezione Persone, seconda
e centrale di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135, 136-144, 145-149.
Se andiamo ora, secondo esempio, alle tre cartellette di dattiloscritti, se ne
potrà ricavare informazione sia dai fascicoli contenuti, sia anche dai bifogli di
cartoncino colorato (rosa) che li raccolgono e conservano. Ed è informazione
di peso circa il crescere del progetto di scrittura e la graduale definizione dell’architettura
dell’opera. Solo qualche breve accenno.
Si confronti ad es. la copertina della cartelletta denominata Ds 1, contenente
prime stesure dei capp. I-VI, con annotazioni a mano di Caterina Consolo,
con varie modifiche di titolo, con quella della cartelletta designata Ds 3,
contenente tutta l’opera tranne il cap. VI (Lettera…), sulla quale appare già lo
schema definitivo autografo con le date relative alla scansione del tempo interno
dell’opera, in corrispondenza dei singoli capitoli: un’articolazione in tre
parti (la prima: cap. I + App. I e II, cap. II + App. I e II; la seconda: capp. IIIV;
la terza: capp. VI-IX) + Appendici finali, numerate «10)» e intitolate inizialmente
«10) La fucilazione» e poi poste sotto l’epigrafe generica «10)
Appendici»; e ancora qualche titubanza sulla collocazione di Morti sacrata (il
capitolo prima segue «3) Val Dèmone» ed è quindi numerato «4)», ma poi
entrambe le numerazioni vengono emendate ed invertite).
Ancora piú illuminante il fascicoletto numerato Ds 1.1, intitolato polisemicamente
Carte per gioco e con l’eloquentissimo sottotitolo «(Racconti e cose
da raccontare fin dal tempo di Garibaldi)», il quale sembra in tutto e per tutto
lo schema strutturale di un’opera non nata, o piuttosto la crisalide che si trasformerà
nella futura farfalla:39 le Carte sono articolate in tre tempi: «narrativo»
(e sarebbe il Sorriso del 1969, quello di Nuovi Argomenti, preceduto però da
un «Antefatto» scritto ex novo e seguito da un’appendice documentaria (Lettera
di Enrico Pirajno barone di Mandralisca al barone Andrea Bivona),40 «storico»
(con riportati brani documentari storici sulla strage di Alcara e un
bollettino di guerra), «magico o poetico», dedicato a Lucio Piccolo, brano
che con qualche variante vedrà la luce molto tempo dopo nelle Pietre di Pantalica.
41
È evidente, e non può non sorprendere, come in tempi insospettati ed alti
nella cronologia del Sorriso, fossero già tutti presenti i principali semi, gli elementi
lievitati nel futuro libro: l’invenzione diegetica, l’analitico storico d’influenza
tedesca, il poetico; ci fossero i personaggi e i fatti: insomma, come
scrive Enrico Pirajno di Mandralisca, per un momento alter ego dell’autore,
«il timbro e il tono, e le parole» (Sorriso, ed. 2004, p. 119). Sembra pure chiaPer
una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 125
39. Il titolo è allusivo: nugae, carte da gioco (tre come i tempi), cartelle dss «per giocare»,
e verosimilmente anche nel senso traslato del jouer, del play, «da eseguire, interpretare, rappresentare».
Ancor di piú il sottotitolo, con l’accenno al già raccontato (la propria pièce iniziale)
e alle cose o fatti otto-novecenteschi ancora in cerca d’autore, un autore che sappia
come raccontarli, e in quale chiave: diversa dalla canonica, allora, da quella suggerita dagli
auctores?, non alla Verga, Pirandello, Tomasi, Sciascia?
40. Sarebbe la prima attestazione della futura «Appendice prima» del cap. I.
41. È il primo dei tre capitoletti riuniti — come già detto — sotto il titolo «Il barone magico»
nella sezione Persone di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135.
126 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina
ro come fosse già maturata la scelta del «romanzo storico-metaforico»42 con
un occhio rivolto al Manzoni, ma superandone il paternalismo espressivo grazie
all’insegnamento di Verga,43 e l’altro ai tedeschi del Gruppo 47, gli «analitici»
Hans Magnus Enzensberger, Alexander Kluge ed altri, di cui aveva dovuto
leggere pagine sul Menabò vittoriniano (9, 1966) e nelle traduzioni dei primi
anni Settanta,44 e che lo riportavano forse al Manzoni che ritratta e, ormai
spinto alla negazione dei suoi stessi precetti poetici, è capace solo di redigere la
Storia della colonna infame45 che a tutti i costi vuol pubblicare in solido con
I promessi sposi (1842).46
Scorgiamo già all’orizzonte, insomma, il Sorriso quale è arrivato a noi, e
nella chiave e forma, scelte dall’autore, di «romanzo ideologico», cioè di romanzo
«critico», di una ideologia che consiste «nell’opporsi al potere, qualsiasi potere,
nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o
meglio la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze,
i mali e gli orrori del nostro tempo.»47
42. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70; all’insegna della convinzione piú volte manifestata,
ed esplicitata dall’esergo di questo stesso libro-intervista (p. 1), che: «Il solo coerente
sistema di segni da cui può essere colta la storia come realtà materiale sembra essere la
letteratura (H. M. ENZENSBERGER, Letteratura come storiografia)».
43. C. RICCARDI, «Inganni e follie della storia », in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit.,
p. 91.
44. Ibid., p. 82 e p. 109, n. 3. E, prima, cfr. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49.
45. Nell’a parte, quasi alla fine del cap. VII del Sorriso, viene alla fine omesso un brano dell’Introduzione
della Storia manzoniana, che viene bensí riportato nella fonte di quel passo
(in corsivo nostro il lacerto tradito da Luciano Gussoni, op. cit. e poi espunto): «Che vengano,
vengano ad orde sferraglianti, con squilli lame della notte, perché il silenzio, la pausa
ti morde. || Chi sparse quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce.
«…La rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati
che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale…; il
timor fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono state
issate le colonne dell’infamia. || Ma tu aspetta, fa’ piano. […]» (Sorriso, ed. 2004, p. 130).
46. Un’incisiva descrizione della macerante riflessione manzoniana viene proposta da Giovanni
ALBERTOCCHI, Alessandro Manzoni, Madrid: Síntesis, 2003, p. 106-116.
47. In questi termini viene esplicitata la definizione in V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit.,
p. 70. Dalla facile accusa di ideologismo mette al riparo la pregnante valutazione di M. ONOFRI,
«Nel magma italiano», in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 60: «Consolo,
ecco il punto, è un miracoloso scrittore politico: laddove il miracolo sta nel fatto che la
politica gli si eserciti sulla pagina per via di un’oltranza di stile.»download

Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo

Nicolò Messina Universitat de Girona



Il contributo tenta di delineare la storia del farsi dell’opera più studiata di Vincenzo Consolo sulla scorta dei testimoni già sottoposti a recensio (edizioni a stampa, dattiloscritti, manoscritti). Parole chiave: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, edizioni critico-genetiche, ecdotica di testi moderni e contemporanei. Abstract The contribution attempts to outline the history of the creation of Vincenzo Consolo’s most studied work, based on the supply of accounts already submitted to review (printed, typed and manuscript editions). Key words: Consolo, Sorriso dell’ignoto marinaio, critical-genetic editions, critical editions of modern and contemporaneous texts. 1. In limine Nella presentazione della nuova collana «Clásicos Modernos» di una delle più prestigiose case editrici spagnole, José Saramago, senz’altro nel suo castigliano deliziosamente lusitaneggiante e con il suo abituale tono deciso, asseriva pubblicamente: «Estamos hechos de pasado. El presente no existe y el futuro no sabemos lo que es». 1 La frase potrebbe ben costituire l’esergo di queste pagine, che hanno per oggetto-soggetto Il sorriso dell’ignoto marinaio, e l’aggancio è almeno doppio. 1. L’incontro pubblico, organizzato dalle edizioni Alfaguara, si è tenuto al Círculo de Bellas Artes di Madrid il 27 settembre 2004. L’idea della collana è dovuta — a detta della stessa direttrice editoriale di Alfaguara, Amaya Elezcano — a un suggerimento del Nobel portoghese. La collana, inaugurata da Jacques el fatalista di Denis Diderot, annovera tra i primi volumi, già in libreria, anche i manzoniani Los novios nella traduzione fattane da Esther Benítez. Cfr. El País (Martes 28 de septiembre de 2004): 42. 114  Da un lato, infatti, e non appaia aneddotico, il Sorriso è stato la scorsa primavera ripubblicato da Mondadori in una collana che curiosamente ricorre alla medesima etichetta: «Classici moderni»; 2 dall’altro, poi, l’affondo di Saramago — non a sproposito in un oggi affetto da multiformi amnesie — rivendica in sé e per sé il ruolo della memoria senza la quale non siamo, e non certo perché atteggiati a conservatori idolatri del vissuto umano, perché abbarbicate, irremovibili ostriche verghiane3 o stanchi e immalinconiti laudatores temporis acti. Al riguardo, quale migliore sintonia con Consolo? Il quale — è risaputo — da sempre s’oppone vigile all’appiattimento stritolante sull’unica dimensione temporale del presente, comodo, se non programmaticamente ricercato dagli autarchi che s’ispirano al pensiero unico. Ecco perché forse Consolo, da sempre, fa letteratura ricorrendo a metafore storiche. D’altra parte, come piú di uno ha sottolineato, è certo intorno alla funzione attiva, alla forza propulsiva della memoria che quaglia la metafora del Sorriso: un ieri, ottocentescamente databile, in dialettica con l’oggi del lettore (la metà degli anni Settanta del secolo breve appena concluso, ma anche la metà del primo decennio di questo nostro nuovo secolo).4 2. Cfr. piú avanti il riferimento bibliografico completo. 3. Per fugare ogni possibile dubbio sulla propulsività della memoria, da non intendere pertanto quale attaccamento […] allo scoglio di un rassegnato immobilismo, non è fuori luogo citare per esteso, il noto passo di Fantasticheria (1879), che, pur estrapolato dal suo contesto e con tutti i sottili distinguo dell’autore, sembra presago di un certo fatalismo misoneista, improntato piú all’inutilità che all’impossibilità di ogni reazione umana alle condizioni e ai ruoli assegnati; manifestazione, in breve, di una sorta di noluntas: «Insomma l’ideale dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica, e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere mentre seminava príncipi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Parmi che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione.» (G. VERGA, Tutte le novelle, ed. Carla RICCARDI, Milano: Mondadori, 1979; 19965, p. 135-136) 4. Per felici coincidenze, alle giornate sivigliane all’origine di queste note partecipava anche Maria Attanasio, fine autrice di poesie (Interni, Parma: Guanda, 1979; Nero barocco nero, Caltanissetta-Roma: Sciascia, 1985; Eros e mente, Milano: La Vita Felice, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, Milano: La Vita Felice, 2003; 20043), che si rivela scossa dall’identica volontà di resistenza all’oblio, a giudicare dai frutti delle ore da lei dedicate alla prosa: Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Palermo: Sellerio, 1994; Piccole cronache di un secolo, Palermo: Sellerio, 1997 (con Domenico AMOROSO); Di Concetta e le sue donne, Palermo: Sellerio, 1999. Proprio da quest’ultimo, commosso, bel libro testimonianza si estrapolano deliberatamente due brani assai eloquenti sull’etica dello scrivere: «Un tempo ogni città, piccola o grande, affidava la storia civile della comunità alla scrittura del cronista; insieme agli eventi civici e allo straordinario egli spesso registrava anche l’ordinario di essa […] sottraendone la memoria alle azzeranti generalizzazioni della storia, che per sua natura emargina in un’impenetrabile zona d’ombra l’alfa e l’omega costitutivi della sua trama» (p. 32); «Non restava che […] testimoniare direttamente questa piccola storia di ordinaria militanza, una tra le tante di quegli anni. || Senza però sottrarsi al Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 115 2. De finibus terminisque constituendis Su Consolo e Il sorriso dell’ignoto marinaio, in particolare, l’interesse critico non è mai tramontato. Ingente è ormai la letteratura secondaria. Da un lato, ne fanno fede le bibliografie via via aggiornate e desumibili da volumi e riviste: dalla prima monografia di Flora Di Legami5 al numero omaggio di Nuove Effemeridi, 6 dal libro di Attilio Scuderi7 a quello recente di Giuseppe Traina,8 dal «ritratto» di Enzo Papa9 alla premessa editoriale dell’ultima ristampa dell’opera.10 Dall’altro, chiara eco se ne riceve anche da collectanea a seguito di convegni dedicati allo scrittore: si rammentino almeno quelli organizzati nel solo ultimo torno di tempo a Parigi, Siracusa, Siviglia.11 Anche i lettori, dilettanti e non solo professionisti della letteratura, compresi quanti si escludono dal novero degli estimatori più ferventi dell’opera consoliana, riconoscono unanimi nel libro, in questo libro, un classico: non sorprende perciò il suo inserimento in una collana ad hoc, né che qualcuno, come Sergio Pautasso, dichiari apertamente il piacere di rileggerlo o che qualche coinvolgimento emozionale, né fingere un’ipocrita oggettività: memoria emotivamente condivisa per i protagonisti che ancora camminano per le strade, gesticolano odiano amano, continuano a resistere come possono, e s’incazzano in questo smemorato Occidente dove la supponenza della mondializzata economia di nuovo si autocelebra, in nome del mercato e del profitto, universale essenza dell’uomo contro l’uomo. E la sua spregiudicata ancilla — la politica — l’asseconda, insieme a Marx e a Voltaire, gettando l’utopia, come un nastro smagnetizzato, nelle discariche della storia.» (p. 35) 5. F. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina): Pungitopo, 1990. 6. Nuove Effemeridi. rassegna trimestrale di cultura, 29, [Palermo: Guida] 1995. 7. A. SCUDERI, Scritture senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Enna: Il Lunario, 1998. 8. G. TRAINA, Vincenzo Consolo, Fiesole (Firenze): Cadmo, 2001. 9. E. PAPA, «Ritratti critici di contemporanei: Vincenzo Consolo», Belfagor, LVIII 344, 2003, 179-198. 10. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori, 2004, p. XIV-XVII. 11. Ancora in corso di stampa gli atti del convegno Vincenzo Consolo. Éthique et écriture, tenuto alla Sorbonne Nouvelle venerdì 25 e sabato 26 ottobre 2002, con interventi di Guido Davico Bonino, Maria Pia De Paulis, Denis Ferraris, Giulio Ferroni, Rosalba Galvagno, Walter Geerts, Valeria Giannetti, Claude Imberty, Jean-Paul Manganaro, Antonino Recupero, Marie-France Renard, Cesare Segre. Sono invece usciti quelli del convegno siracusano: Enzo PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni, 2004, con contributi di Paolo CARILE, «Testimonianza» (p. 11-13); Maria Rosa CUTRUFELLI, «Un severo, familiare maestro» (p. 17-22); Rosalba GALVAGNO, «Destino di una metamorfosi nel romanzo Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo» (p. 23-58); Massimo ONOFRI, «Nel magma italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale» (p. 59-67); Sergio PAUTASSO, «Il piacere di rileggere Il sorriso dell’ignoto marinaio, o dell’intelligenza narrativa» (p. 69-80); Carla RICCARDI, «Inganni e follie della storia: lo stile liricotragico della narrativa di Consolo» (p. 81-111); Giuseppe TRAINA, «Rilettura di Retablo» (p. 113-132). Le relazioni presentate alle giornate di studio sivigliane, Vincenzo Consolo. Per i suoi 70 (+1) anni (Universidad de Sevilla, Facultad de Filología, 15-16 ottobre 2004), costituiscono il nucleo di questo numero di Quaderns d’Italià. 116 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina che altro, come Massimo Onofri, ammetta Consolo in un canone resistente allo stesso variare delle mode critiche.12 D’altronde, il ruolo principe rappresentato dal Sorriso nel corpus consoliano è a più riprese e in vari modi e gradazioni sottolineato dallo stesso autore: in interviste13 o anche in interventi sparsi, dalla postfazione all’edizione mondadoriana del ventennale14 alla lectio magistralis in occasione dell’investitura a doctor honoris causa dell’Università di Roma Tor Vergata (18 febbraio 2003). Delineato tale scenario, arduo intervenire su quest’opera. Per l’occasione, quindi, con formula ciceroniana, mihi fines terminosque constituam e sottoporrò al dibattito critico un qualcosa di forse più congeniale alla mia natura di manovale della filologia: un tentativo di tracciare una storia o, meno ambiziosamente, una cronaca del farsi del libro dalla sua «preistoria» in avanti, sistematizzando materiali sparsi, più o meno noti, e aggiungendovi, con cautela, alcuni elementi nuovi. Una certa prudente reticenza è peraltro consigliabile, dettata com’è dallo svolgimento in atto di una ricerca, ormai quasi in dirittura d’arrivo, intesa proprio all’allestimento di una edizione critico-genetica del Sorriso. Insomma, ricorrendo alle categorie di avantesto, paratesto e testo, le mie intenzioni saranno più perspicue e, ancor di più, se si preciseranno le coordinate di una prospettiva ecdotica in cui nulla va «ricostruito», perché niente è stato «distrutto»; e nemmeno si tende a restituire in via ipotetica un archetipo smarrito e forse mai tangibilmente esistito, per definizione optimus e via via degradatosi nelle sue imperfette, corrotte riproduzioni, giacché l’opera, nella lezione licenziata dall’autore, è a nostra portata di mano. È una prospettiva di contro più complessa e solo nominalmente, per così dire, capovolta: in essa, difatti, i testimoni recentiores, già dopo Giorgio Pasquali ammessi non deteriores, non sono però di necessità accettabili come senz’altro meliores — anzi meta raggiunta, immigliorabile e addirittura ottima dell’iter creativo — e pertanto suggellati dal definitivo ne varietur dell’autore. Essi semmai presuppongono, trovano giustificazione fondante nei testimoni antiquiores, o piuttosto antiquissimi (dalla nota sparsa allo scartafaccio, ai prodotti delle successive fasi e decantazioni scrittorie), i quali al cospetto dei recentiores o ultimi, espressione dell’optima voluntas dell’autore, sarebbero certo da considerare tout court 12. Cfr. rispettivamente i saggi accolti in E. PAPA, (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 69-80 e 59-67. 13. Dalle lontane Mario FUSCO (ed.), «Questions à Vincenzo Consolo», La Quinzaine Littéraire, 321, 1980, 16-17; a Marino SINIBALDI (ed.), «La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo», Leggere, 2, 1988, 8-15; dalla più organica uscita in volume dal titolo guttusiano (è la didascalia di un quadro [olio su tela, cm.147,2 x 256,5] del 1940, finito l’anno prima e conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), V. CONSOLO, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma: Donzelli, 1993, a quelle recentissime, l’una a cura di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 123-138, o l’altra leggibile in internet, a cura di Dora MARRAFFA e Renato CORPACI, Italialibri, www.italialibri.net, 2001. 14. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1997, p. 173-183; poi in ID., Di qua dal faro, Milano: Mondadori, 1999, p. 276-282, ed anche nell’ultima riproposta del Sorriso, ed. 2004, p. 167-175. destituiti di tutti i valori loro attribuibili dalla stemmatica classica, in quanto — pur prossimi al codice x dell’opera — non si collocherebbero al di sotto di esso, non ne costituirebbero una fase cronologica più bassa, inferiore, bensì soltanto e nient’altro che il più alto, superiore e superato, perciò trascurabile, stadio magmatico embrionale. E tuttavia, per ciò stesso, tali reperti vanno sottoposti ad accurata recensio e collatio, e risultano necessari e imprescindibili per studiare il di-venire del testo dalla prima intelaiatura verso la tessitura rifinita, proprio perché nella genesi dell’opera rappresentano il caos primordiale, l’arché primigenia, non formata, l’impulso d’avvio e soprattutto la prova dei vari movimenti del testo fino al risolutivo colpo di timone dell’autore, insomma una sorta di illuminante pre-archetipo.15 3. L’emerso Per comodità converrà sin dall’inizio tracciare la mappa delle edizioni a stampa [in grassetto l’ulteriore precisazione cronologica], anche perché sono quelle consultabili ed accessibili, e ad esse si rimanderà spesso: 1969 «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti, Nuova Serie, n. 15 [luglio-settembre]: edizione parziale, cap. I, senza Antefatto né Appendici I e II; 1975 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano: Gaetano Manusé, edizione numerata con un’incisione firmata di Renato GUTTUSO: edizione parziale, cap. I, con Antefatto e Appendici I e II; e cap. II, L’albero delle quattro arance, senza Appendici I e II [autunno]; 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino: Einaudi: editio princeps [finito di stampare 10 luglio, 1ª ed.; 18 settembre, 3ª ed.]; 1987 Il sorriso dell’ignoto marinaio, intr. Cesare SEGRE, «Oscar oro. 9», Milano: Mondadori [marzo]; 1992 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Nuovi Coralli. 464», Torino: Einaudi; 1995 Il sorriso dell’ignoto marinaio, ed. commentata a cura di Giovanni TESIO, intr. Cesare SEGRE, «Letteratura del Novecento», Milano: Elemond Scuola [dicembre]; 1997 Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, con «Nota dell’autore, vent’anni dopo», «Scrittori italiani», Milano: Mondadori [febbraio]; 2002 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar scrittori del Novecento», Milano: Mondadori [gennaio]; 2004 Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni. 193», Milano: Mondadori [marzo]. Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 117 15. Solo qualche riferimento bibliografico ormai canonico: Louis HAY (ed.), Essais de critique génétique, Paris: Flammarion, 1979; Amos SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XX siècle. Théorie et pratique de l’édition critique, Roma: Bulzoni, 1988; Almuth GRÉSILLON, Éléments de critique génétique. Lire les manuscrits modernes, Paris: P.U.F., 1994; Giuseppe TAVANI, «Filologia e genetica», Cuadernos de Filología Italiana, 3 (1996): 63-90; Michel CONTAT & Daniel FERRER (edd.), Pourquoi la critique génétique? Méthodes, théories, Paris: CNRS Éditions, 1998. 118 Quaderns d’Italià 10, 2005 Nicolò Messina Non è agevole fissare date precise di avvio di una scrittura, neanche — si sa — nel caso di scrittori ancora produttivi con cui poter dialogare. Nel caso del nostro libro, ad ogni modo, tutto il movimento del testo — è ovvio — sarà iniziato verosimilmente tra l’a quo di La Ferita dell’aprile, il «mese più crudele» di eliotiana memoria, cioè il 1963,16 e la prima «orditura» licenziata dall’autore: quel Il sorriso dell’ignoto marinaio apparso su Nuovi Argomenti (luglio-settembre 1969), che corrisponde grosso modo al futuro cap. I del libro, ma non è ancora corredato né dell’Antefatto, né delle due Appendici documentarie a firma del protagonista, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca.17 È un dato accertato, comunque, che le pagine appena ricordate, già dotate evidentemente, all’avviso dell’autore, di una loro autonomia e compiutezza narrativa, erano state in precedenza mandate, ma senza esito, alla rivista Paragone di Roberto Longhi e Anna Banti. A motivare l’invio è appunto il Trittico siciliano di Longhi, scritto in occasione della grande mostra del 1953 a Messina su Antonello e la pittura del ‘400 in Sicilia, ma il critico, in un incontro pubblico a Milano nel 1969, all’autore che chiedeva notizie del suo racconto così rispondeva severamente: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve finire!». 18 Rievocando l’episodio, Consolo cerca di giustificarlo così: Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare Antonello. Quello effigiato lí era un ricco, un signore. Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il quadro non in chiave scientifica, ma letteraria.19 Il testo veniva, allora, risolutamente spedito a Enzo Siciliano ed usciva finalmente su Nuovi Argomenti, la rivista di Alberto Carocci, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. La memoria personale dell’autore, corroborata dalla testimonianza di Caterina Pilenga, conosciuta subito dopo il trasferimento a Milano nel Capodanno del 1968, e da un certo punto in possesso di «ambo le chiavi | del cor» consoliano,20 questa doppia memoria fornisce altri dati di notevole interesse nella cronologia del farsi dell’opera. 16. Dal colophon si estraggono i seguenti dati più precisi: «[…] impresso nel mese di settembre dell’anno 1963 […] Il Tornasole — Pubblicazione periodica mensile — Registrazione Tribunale di Milano n. 6273 del 14-3-1963 […]». Dell’opera si attende l’imminente versione spagnola a cura di Miguel Ángel Cuevas. 17. La pubblicazione — sia concessa l’indiscrezione — avrebbe fruttato all’autore un compenso di Lit. 16.000. In una lettera della direzione della rivista del 12 dicembre 1969, infatti, si conferma l’avvenuta pubblicazione (nel «numero testé pubblicato») e si comunica l’emissione di un assegno di tale importo. 18. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 37-38. 19. Ibid., p. 38. 20. Così viene presentata la futura moglie: «una delle cinque o sei persone che avevano letto» con entusiasmo la Ferita su segnalazione di Raffaele Crovi (Ibid., p. 35). Il quale è tra l’altro fra In primo luogo, riporta la chiusura del racconto, con quelle verosimili fattezze, a quell’anno 1968 e informa dell’avvenuta stesura, a quella data, e prima dell’arrivo a Milano nel gennaio 1968, anche del futuro cap. II L’albero delle quattro arance; inoltre, conferma che, dopo il fisico manifestarsi in Nuovi Argomenti, il progetto narrativo, di cui il racconto pubblicato è la prima concretizzazione, viene momentaneamente accantonato, anche se l’autore è nel frattempo preso dalla stesura del futuro cap. III Morti sacrata, che nessuno ha letto, tranne la moglie Caterina, e di cui alcuni sono a conoscenza (Corrado Stajano); infine, aggiunge che nel 1975 Consolo ottiene dalla RAI, nella cui sede milanese lavorava,21 un permesso di sei mesi, lascia Milano e torna in Sicilia dove collabora al giornale L’Ora di Vittorio Nisticò22 ed è raggiunto quell’estate da Caterina. Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 119 i pochi frequentati da Consolo, oltre al conterraneo Basilio Reale, sin dal tempo del primo soggiorno milanese (G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 11): sono i tre anni della frequenza della Cattolica (1952-56), che saranno poi seguiti dal servizio militare a Roma, dalla laurea a Messina, dal praticantato notarile, dall’inizio del lavoro d’insegnante nel 1958 (E. PAPA, art. cit., p. 194). 21. A sottolineare i difficili rapporti di lavoro, l’azienda viene definita, una «fabbrica di armi» (V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 34). 22. Vale la pena di riportare sull’esperienza giornalistica consoliana un brano dello stesso V. NISTICÒ, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, I, Palermo: Sellerio, 2001, p. 113-114: «[…] Vincenzo Consolo, sebbene vivesse ormai a Milano, da inquieto esule qual era, non perdeva occasione per tornare in Sicilia, dai suoi a Sant’Agata, e far sosta, potendo, anche al giornale. In fondo, tra i nostri scrittori era quello che sentivamo più di casa, il più famigliare. Amavamo di lui il garbo, la modestia, il senso di amicizia, gli accenni di sorridente ironia, non meno di quanto ci affascinassero i ricami della sua scrittura, la sua totale mediterraneità, quei fuochi improvvisi della sua passione letteraria e civile. Tra il ‘68 e il ‘69 pubblicammo una sua rubrica di annotazioni, «Fuori casa», un piccolo gioiello di giornalismo che diventa letteratura. || Nei primi mesi del ‘75 Consolo si trasferì per un po’ di tempo a Palermo; glielo avevo chiesto perché ci desse una mano in vista delle importanti elezioni amministrative di giugno e di un evento che ci interessava direttamente: la candidatura di Leonardo Sciascia al consiglio comunale di Palermo. Era, la venuta di Consolo, un ritorno in redazione dopo l’esperienza di alcuni anni prima, quando si era trasferito da Sant’Agata per lavorare al giornale e impratichirsi del mestiere. Ma si era trattato di un’esperienza durata relativamente poco, interrotta dalla decisione di andarsene a Milano e dare, da allora in poi, la priorità assoluta alla letteratura; sarebbe stata lei la sua vita, il suo destino. || Tuttavia un desiderio di giornalismo, sebbene latente, rimase sempre vivo, e pronto a venir fuori quando si presentava l’occasione buona. Fu così in quei mesi del ‘75, quando facendo la spola tra la casa materna di Sant’Agata e la nostra redazione, si buttò con manifesta gioia in un intenso lavoro giornalistico. Partecipando dapprima con articoli e interviste alla campagna per il buon governo e la candidatura di Sciascia, poi nell’estate andando in giro col taccuino del cronista a seguire a Trapani il processo al «mostro di Marsala» (l’uomo che aveva fatto morire tre bimbe gettandole vive in un pozzo), o la vicenda del sequestro Corleo, il patriarca delle esattorie. In pieno agosto, si era persino spinto, e credo anche divertito, a fare un «viaggio» di osservazione tra gli uffici semideserti di Palermo capitale. Insomma, un bel bagno mediterraneo di umile giornalismo, mentre tra un servizio e l’altro trovava il luogo e il silenzio dove ripararsi per dare gli ultimi ritocchi a «Il sorriso dell’ignoto marinaio»: il capolavoro che da lí a qualche mese lo avrebbe consacrato tra gli eredi della grande letteratura che la Sicilia ha dato alla nazione. A dicembre ne pubblicammo in anteprima un capitolo: la festa in casa del barone Mandralisca.» 120 Siamo dunque, estate del 1975, alla vigilia dell’edizione numerata in 150 esemplari con incisione firmata di Renato Guttuso per i tipi di Gaetano Manusé, edizione nel cui colophon è dichiarata la data dell’«autunno MCMLXXV». Manusé, da Valguarnera Caropepe di Sicilia, titolare prima di una bancarella poi di una libreria antiquaria a Milano, si era dichiarato interessato a pubblicare qualcosa di Consolo e, saputo dalla moglie Caterina, sollecitata in tal senso, dell’esistenza di un prosieguo del racconto già apparso sulla rivista moraviana, propone la pubblicazione per bibliofili del Sorriso. Basta ricordare che della composizione e tiratura si occuperà Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega di Verona, erede della prestigiosa Officina Bodoni di Verona fondata dal padre Giovanni Hans, e che per l’occasione Leonardo Sciascia coinvolgerà Renato Guttuso il quale, rileggendo il ritratto di Antonello, appresterà un’incisione in cui viene rovesciata l’angolazione dell’immagine rispetto all’attante: il trequarti del misterioso personaggio non è rivolto a sinistra, ma a destra.23 Domenica 30 novembre 1975, la pagina culturale di Il Giorno di Milano pubblica un lungo articolo di Corrado Stajano, dal titolo redazionale molto allettante.24 Al corrente delle alterne, combattute vicissitudini dello scriptorium di Consolo, conscio di quanto vi sta accadendo, Stajano fa una mossa a sorpresa: recensisce il libro appena uscito, ma ad un tempo, parlandone come della parte di un tutto imminente, sembra voler forzarne la definitiva confezione. Dopo aver presentato, difatti, le attività del libraio, così scrive: Adesso Manusé ha esaudito il gran sogno della vita, è diventato editore e c’è la possibilità, dicono gli uomini di penna, che questo primo libro che ha stampato, […] possa creare un nuovo caso letterario. Perché qui si sono incontrate due corde pazze siciliane, quella di Manusé e quella dello scrittore del libro, o meglio dei primi due capitoli del libro pubblicati in questo volume, che gli editori, quando il romanzo sarà finito, certo si contenderanno, perché «Il sorriso dell’ignoto marinaio» è un nuovo «Gattopardo», ma più sottile, più intenso del romanzo di Tomasi di Lampedusa, uno Sciascia poetico, di venosa lava sanguigna e insieme razionalmente freddo nei suoi teoremi dell’intelligenza. Uno scritto che arriva dentro l’impensata bottiglia di Manusé e che non ha nulla in comune con nessuno dei 17 mila libri che si pubblicano ogni anno in Italia. Gli articoli pubblicati nel 1975 sono: «Un moderno Ulisse fra Scilla e Cariddi. Sfogliando il Gran libro di Stefano D’Arrigo» (22 febbraio); «L’avventurosa vita di Emilio Isgrò» (4 aprile); «Il malgoverno e l’impegno politico di Sciascia. Conversazione con Alberto Moravia» (30 maggio), «Il malgoverno e l’Università. Conversando con il Rettore dell’Università di Palermo, Giuseppe La Grutta» (13 giugno); vari servizi per il «Processo al “Mostro di Marsala”» (20, 21, 25, 30 giugno; 5, 11 luglio) e sul sequestro dell’esattore Luigi Corleo (18, 19 luglio); «A colloquio con il tenore Di Stefano» (14 luglio); «Tanta scienza e un po’ di show» (26 luglio); «Che ne pensa Grassi, sovrintendente della Scala, del “caso Lanza Tomasi”?» (29 luglio); «In giro per gli uffici ad agosto» (9, 13 agosto); «Il giallo Majorana visto da Sciascia» (9 settembre). 23. L’incisione all’acquaforte viene eseguita a Palermo, in una stamperia vicina alla Galleria Arte al Borgo frequentata dallo scrittore di Racalmuto. 24. C. STAJANO, «Il sorriso dell’ignoto marinaio. Due siciliani pazzi per un libro “unico”», Il Giorno, Domenica 30 novembre 1975, 3. E più avanti, in chiusa, fornisce anticipazioni sulla fabula e sprona, quasi rimbrotta l’autore: Vincenzo Consolo, con tutte le sue contropoetiche, politicamente motivate, è troppo scrittore per rinunciare a scrivere, come avrebbe voluto. Gli è successa la sorte descritta da Roland Barthes ne «Il grado zero della scrittura»: «Partito per uccidere la letteratura, l’assassino si ritrova scrittore». […] ora sta lavorando ai capitoli finali del romanzo, la rivoluzione contadina di Alcara Li Fusi, la repressione dello Stato italiano dopo la speranza portata da Garibaldi. Interdonato è il procuratore generale del processo contro i contadini, violenti contro la violenza. Mandralisca gli scrive una lunga memoria, i contadini cercano di narrare loro, la loro storia. Ci riusciranno? «Il sorriso dell’ignoto marinaio» […] è l’ultima difesa di uno scrittore che non voleva scrivere più perché, quando il mondo s’incendia, la vita è meglio viverla che raccontarla. C’è da pensare che, sotto la forte pressione morale-psicologica delle tre colonne di Stajano, Consolo raccogliesse il guanto della sfida che vi era insita e che, nello scorcio del 1975 e il primo semestre del 1976, con un lavoro che non si fa fatica ad immaginare, con il Leopardi da lui tanto amato, «matto e disperatissimo», stendesse e organizzasse il resto dell’opera: gli attuali capitoli IV-IX. Einaudi finisce, infatti, di stampare la prima edizione del libro quale sarà conosciuto dal vasto pubblico, l’editio princeps, il 10 luglio 1976 e ne farà circolare altre due stampe identiche, la terza licenziata il 18 settembre dello stesso anno. 4. Tra emerso e sommerso Questi in buona sostanza i punti fermi del farsi del testo, i momenti fondanti della sua storia esterna. Se ne trae l’immediata idea di un progetto in crescendo, in progressione geometrica.25 Ma questi dati, relativi al merito e alle vicende dei soli testimoni a stampa, rappresentano solo l’emerso del testo e, in una prospettiva ecdotica critico-genetica, vanno naturalmente confrontati con quelli di quante altre fonti sia ancora possibile sottoporre a recensio e collatio. E qui, come anche per ogni altra opera di qualsivoglia altro scrittore, qualunque sforzo risulterebbe vano se l’autore volesse tutelare ad oltranza la legittima riservatezza della propria fucina, del proprio scriptorium. Il lavoro insomma Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 121 25. Forzando la suggestiva immagine del fondamentale saggio di Cesare SEGRE, «La costruzione a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», in ID., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino: Einaudi, 1991, p. 71-86 (trattasi dell’«Introduzione» dell’edizione 1987 del Sorriso, p. V-XVIII, ripubblicata in quella del 1995, p. V-XIX), è come se tessere autonome (dal racconto iniziale, cap. I e II, all’integrazione del resto) si siano andate collocando a formare il mosaico dei gradini della scala tortile, ad imbuto dantesco, che — se si vuole accogliere l’interpretazione dei simboli di G. TRAINA, Vincenzo Consolo, op. cit., p. 61-70 — avrebbe consentito la discesa agli inferi e l’ascesa salvifica del protagonista. 122 si bloccherebbe o potrebbe andare avanti solo con le carte di scrittori conservate in biblioteche, fondazioni, centri appositi (l’esempio più noto, Pavia) o variamente e comunque riscattate, come per gli oltre 40 volumi già pubblicati della Collection Archives, 26 il cui comitato scientifico è presieduto dal prestigioso romanista italiano Giuseppe Tavani.27 Nel caso del Sorriso, la generosa disponibilità dei coniugi Consolo, informati della necessità di queste esplorazioni per il mio studio, e in particolare l’amorevole scrupolosità di Caterina nel preservare materiali rivelatisi preziosi, hanno consentito di accumulare ingente informazione sulla scorta degli altri testimoni superstiti: tre bozze di stampa, di cui una eliminanda perché descripta, tre cartellette di dattiloscritti e un fascicolo dattiloscritto rilegato con l’opera intera; cinque manoscritti. Ma prima, per completare il quadro dell’emerso, bisognerà rendere conto anche della contemporanea attività scrittoria del Nostro, in qualche misura dialogante con il progetto non ancora ben definito in quel lasso di tempo. La preistoria del Sorriso, quei tredici anni di lunga gestazione, grosso modo dal 1963 al 1976, sono affiancati da altre scritture. Da una parte, le collaborazioni giornalistiche, tra cui spiccano: la rubrica Fuori casa, tenuta su L’Ora di Palermo;28 e vari reportages per Tempo illustrato. Ai fini dello studio del Sorriso sembrano importanti diversi di tali scritti. In primo luogo, il racconto Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, uscito prima su 26. La collana, diretta da Amos Segala e posta sotto il patrocinio dell’UNESCO, è affidata a un Consiglio di firmatari europei e latino-americani del Protocollo Archivos — ALLCA XX (Association Archives de la Littérature Latino-américaine, des Caraïbes et Africaine du XXe siècle) e sottoposta alla valutazione di un Comitato scientifico internazionale. Le pubblicazioni seguono le indicazioni emerse dai seminari di Parigi (1984) e Oporto (1985), poi confluite nel volume di A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit. 27. Oltre all’art. cit., imprescindibili sono per equilibrio e dottrina: G. TAVANI, «Le Texte: son importance, son intangibilité»; «Teoría y metodología de la edición crítica», «Los textos del Siglo XX», «Metodología y práctica de la edición crítica de textos literarios contemporáneos»; «L’édition critique des auteurs contemporains: vérification méthodologique», tutti in A. SEGALA (ed.), Littérature Latino-américaine et des Caraïbes du XXe siècle, op. cit., rispettivamente: p. 23-34, 35-51, 53-63, 65-84, 133-141. Cfr. inoltre: G. TAVANI, «L’edizione critico-genetica dei testi letterari: problemi e metodi», in Venezia e le lingue e letterature straniere. Atti del Convegno, Università di Venezia, 15-17 aprile 1989, Roma: Bulzoni, 1991, p. 323-331; «L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica, ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni», in Anna FERRARI (ed.), Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno di Roma, 25-27 maggio 1995, Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1998, p. 545-554. 28. Cfr. l’elenco completo degli articoli firmati da Consolo per il giornale in V. NISTICÒ, Accadeva in Sicilia, op. cit. In particolare, la rubrica Fuori casa inizia il 7 dicembre 1968 e va avanti con cadenze irregolari per tutto il primo semestre del 1969 (11 gennaio, 24 febbraio, 10 marzo; 5, 24 e 25 maggio). Dello stesso anno sono: la recensione a Elio VITTORINI, Le città del mondo (27 settembre 1969) e un articolo sui rapporti tra mafia siciliana e americana (30 settembre 1969). L’Ora, 29 poi in un’autorevole silloge di narratori siciliani:30 un racconto strutturato come cronaca di una visita a Tusa alla famiglia di Carmine Battaglia, ucciso dalla mafia, in cui si innesta un breve brano documentario del 1860 sull’avversione dei nobili latifondisti al decreto garibaldino del 2 giugno 1860 lesivo dei propri privilegi. L’impianto rappresenterebbe quindi il primo, timido apparire, non più di un accenno, di un modo costruttivo esemplato su modelli tedeschi, sul quale, per sua stessa affermazione, Consolo scommette con forza nel Sorriso31 e anche in seguito.32 Poi, su Tempo illustrato, un’inchiesta sui cavatori di pietra pomice delle Eolie affetti da silicosi, come quello dell’incipit del Sorriso, in pellegrinaggio al santuario di Tindari,33 e un’altra su Cefalù e quell’Aleister Crowley che apparirà molto dopo in Nottetempo, casa per casa (1992), e di cui si ha traccia in un quaderno ms del Sorriso che così contribuisce a datare.34 Infine, ancora su L’Ora, il resoconto dell’inaugurazione di una mostra di Guttuso, i cui appunti iniziali e primo svolgimento si trovano in un altro quaderno ms alla cui datazione ci si potrà così approssimare.35 Dall’altra parte, si annoverano le presentazioni di vari cataloghi di mostre, di cui due soprattutto rilevanti per la costituzione testuale del Sorriso: l’una di un’esposizione di Luciano Gussoni (1971), l’altra di un’esposizione di Michele Spadaro (1972), rilevanti in quanto i cataloghi sono latori di due lacerti rifusi rispettivamente nei capitoli VII e I.36 Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo Quaderns d’Italià 10, 2005 123 29. L’Ora, 16 aprile 1966. All’assassinio sono dedicati sul giornale, sempre in prima linea contro la mafia, articoli di Mauro DE MAURO (in seguito vittima della cosiddetta lupara bianca) e Mario FARINELLA (24, 25, 26, 28 marzo 1966) e di Felice CHILANTI (9 aprile 1966). 30. Leonardo SCIASCIA & Salvatore GUGLIELMINO (edd.), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia, 1967, p. 428-434. 31. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49. 32. Se si guarda solo alle opere limitrofe al Sorriso, il metodo sarà applicato, per le appendici erudite, a Lunaria, Torino: Einaudi, 1985, p. 71-85 (Milano: Mondadori, 1996, p. 93- 129) e, per gli inserti documentari, al racconto lungo «Ratumemi», in Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori, 1988, p. 47-74, altra storia di feudi del secondo dopoguerra, tematicamente piú affine a Per un po’ d’erba… 33. «Così la pomice si mangia Lipari», Tempo illustrato, 17 ottobre 1970, di cui non si ha alcuna traccia nei mss. sottoposti a recensio. In Ms 2 si riscontra invece la prima attestazione di «Una Sicilia trapiantata nella nebbia», che uscirà sempre su Tempo illustrato. L’articolo è conservato nel Fondo personale Consolo con l’annotazione di Caterina Consolo: «1970», senza indicazione del giorno e del mese, ma nel corpo si ravvisa un post quem: «ottobre». 34. Ms 2, ff. 1-5. Cfr. «C’era Mussolini e il diavolo si fermò a Cefalù», Tempo illustrato, 2 ottobre 1971. 35. Ms 4, ff. 41v -33v . Cfr. «Guttuso torna nella “sua” Milano», L’Ora, 18 ottobre 1974. Sempre nell’ambito delle arti figurative, un altro articolo di alcuni mesi prima: «Bruno Caruso provoca Milano», L’Ora, 9 febbraio 1974. 36. V. CONSOLO, «Nottetempo, casa per casa», in Luciano Gussoni, Villa Reale di Monza, 10-30 novembre 1971; ID., «Marina a Tindari», in Michele Spadaro, Como, Galleria Giovio, 15-30 aprile 1972; poi anche in ID., Marina a Tindari, commento a cura di Sergio SPADARO, tiratura in cento esemplari numerati fuori commercio, Vercelli, Arti grafiche Cav. Piero De Marchi, 1972, p. 15-18. Quest’ultima presentazione è firmata e precisamente datata, com’è consuetudine dello scrittore: «Vincenzo Consolo || (27 febbraio 1972)». Nella fase preparatoria delle giornate di studio di Siviglia, ognuno in possesso e informato di un solo testimone, ci siamo scambiati i dati con il collega Miguel Ángel Cuevas. 124 5. Il sommerso Tornando ora ai testimoni manoscritti e dattiloscritti del Sorriso, non è questa la sede per proporne una descrizione esaustiva. Si cercherà invece di metterne in evidenza la portata facendo solo due esempi su versanti apparentemente diversi. Intanto, sulla loro scorta, sarà possibile qualche correzione di tiro cronologica. Tra i quaderni mss, gli antiquiores, numerati appunto Ms 1 e Ms 2, contengono frammenti confluiti nella lezione di Nuovi Argomenti. Tra il 1969 e il 1975 si collocherebbero gli altri due, denominati Ms 3 e Ms 4: sono latori, infatti, di lacerti non presenti nell’edizione 1969 e interpolati come due scatole cinesi in quella del 1975: l’uno, Ms 3, di un inciso avente per confini: «Lasciò la speronara […] alla sua casa a Cefalù» (ff. 31-30v ), l’altro, Ms 4, di un ulteriore innesto nel tronco dell’inciso precedente: «Dietro questi pezzi […] Caserta e di Versailles» (f. 18). Questi stessi due quaderni Mss 3 e 4 sono inoltre legati dal ricordo, presente in entrambi, del primo incontro tra Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo avvenuto in un giorno segnalato, il primo in cui grazie a una disposizione del Concilio Vaticano II si celebrava la messa in lingua italiana: domenica 7 marzo 1965.37 L’appunto potrebbe essere trattato alla stregua di un indizio temporale e, per come e dove è tradito, una sorta di a quo / ad quem. 38 Il riuso da parte dell’autore di Ms 4, vergato capovolto, assicura poi la trasmissione dell’articolo giornalistico su Guttuso già ricordato e da datare perciò ante il 18 ottobre 1974. Se, infine, contestualmente ai dati appena forniti, consideriamo che Ms 3 tramanda varie stesure di Morti sacrata (futuro cap. III), le prime prove di Val Dèmone (futuro cap. IV), un appunto che rinvia a Il Vespro (futuro cap. V) e che Ms 4 tramanda brani di Val Dèmone e la Lettera di Enrico Pirajno all’avvocato Giovanni Interdonato (futuro cap. VI), si potrebbe inferire che, se non proprio intorno al 1965 (incontro Sciascia-Piccolo), già alla data del 1974 (articolo sulla mostra di Guttuso) o tutt’al più, in ultima istanza, nel 1975 prima dell’edizione Manusé, il Sorriso fosse per buona parte, quasi per intero in movimento. Allo stato attuale, mancherebbero attestazioni mss databili solo dei capitoli VII, VIII, IX. 37. Cfr. Ms 3, ff. 17v e 20; Ms 4, f. guardia 1v . 38. L’appunto sarà sviluppato in Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 142 e ricordato in Fuga dall’Etna, op. cit., p. 23-24, dove viene ulteriormente esteso (testo in corsivo nostro): «Al congedo, sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per le colline: “Sciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali”. “C’è qui Consolo”, rispose Sciascia. “Consolo è ancora giovinetto”, replicò Piccolo sarcasticamente (avevo trentatré anni!). Ma io presi quella frase come impegno verso Sciascia e come una sfida verso il barone». L’interesse per il poeta aveva già dato frutto in un’intera pagina del giornale di Nisticò con un articolo: «Il barone magico: Lucio Piccolo», L’Ora, 17 febbraio 1967, accompagnato da quattro canti inediti. Si noti che «Il barone magico» è il titolo scelto da Consolo per il trittico che costituisce la penultima parte della sezione Persone, seconda e centrale di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135, 136-144, 145-149. Se andiamo ora, secondo esempio, alle tre cartellette di dattiloscritti, se ne potrà ricavare informazione sia dai fascicoli contenuti, sia anche dai bifogli di cartoncino colorato (rosa) che li raccolgono e conservano. Ed è informazione di peso circa il crescere del progetto di scrittura e la graduale definizione dell’architettura dell’opera. Solo qualche breve accenno. Si confronti ad es. la copertina della cartelletta denominata Ds 1, contenente prime stesure dei capp. I-VI, con annotazioni a mano di Caterina Consolo, con varie modifiche di titolo, con quella della cartelletta designata Ds 3, contenente tutta l’opera tranne il cap. VI (Lettera…), sulla quale appare già lo schema definitivo autografo con le date relative alla scansione del tempo interno dell’opera, in corrispondenza dei singoli capitoli: un’articolazione in tre parti (la prima: cap. I + App. I e II, cap. II + App. I e II; la seconda: capp. IIIV; la terza: capp. VI-IX) + Appendici finali, numerate «10)» e intitolate inizialmente «10) La fucilazione» e poi poste sotto l’epigrafe generica «10) Appendici»; e ancora qualche titubanza sulla collocazione di Morti sacrata (il capitolo prima segue «3) Val Dèmone» ed è quindi numerato «4)», ma poi entrambe le numerazioni vengono emendate ed invertite). Ancora più illuminante il fascicoletto numerato Ds 1.1, intitolato polisemicamente Carte per gioco e con l’eloquentissimo sottotitolo «(Racconti e cose da raccontare fin dal tempo di Garibaldi)», il quale sembra in tutto e per tutto lo schema strutturale di un’opera non nata, o piuttosto la crisalide che si trasformerà nella futura farfalla:39 le Carte sono articolate in tre tempi: «narrativo» (e sarebbe il Sorriso del 1969, quello di Nuovi Argomenti, preceduto però da un «Antefatto» scritto ex novo e seguito da un’appendice documentaria (Lettera di Enrico Pirajno barone di Mandralisca al barone Andrea Bivona),40 «storico» (con riportati brani documentari storici sulla strage di Alcara e un bollettino di guerra), «magico o poetico», dedicato a Lucio Piccolo, brano che con qualche variante vedrà la luce molto tempo dopo nelle Pietre di Pantalica. 41 È evidente, e non può non sorprendere, come in tempi insospettati ed alti nella cronologia del Sorriso, fossero già tutti presenti i principali semi, gli elementi lievitati nel futuro libro: l’invenzione diegetica, l’analitico storico d’influenza tedesca, il poetico; ci fossero i personaggi e i fatti: insomma, come scrive Enrico Pirajno di Mandralisca, per un momento alter ego dell’autore, «il timbro e il tono, e le parole» (Sorriso, ed. 2004, p. 119). Sembra pure chiaPer una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, 2005 125 39. Il titolo è allusivo: nugae, carte da gioco (tre come i tempi), cartelle dss «per giocare», e verosimilmente anche nel senso traslato del jouer, del play, «da eseguire, interpretare, rappresentare». Ancor di più il sottotitolo, con l’accenno al già raccontato (la propria pièce iniziale) e alle cose o fatti otto-novecenteschi ancora in cerca d’autore, un autore che sappia come raccontarli, e in quale chiave: diversa dalla canonica, allora, da quella suggerita dagli auctores?, non alla Verga, Pirandello, Tomasi, Sciascia? 40. Sarebbe la prima attestazione della futura «Appendice prima» del cap. I. 41. È il primo dei tre capitoletti riuniti — come già detto — sotto il titolo «Il barone magico» nella sezione Persone di Le pietre di Pantalica, op. cit., p. 133-135. 126 come fosse già maturata la scelta del «romanzo storico-metaforico»42 con un occhio rivolto al Manzoni, ma superandone il paternalismo espressivo grazie all’insegnamento di Verga,43 e l’altro ai tedeschi del Gruppo 47, gli «analitici» Hans Magnus Enzensberger, Alexander Kluge ed altri, di cui aveva dovuto leggere pagine sul Menabò vittoriniano (9, 1966) e nelle traduzioni dei primi anni Settanta,44 e che lo riportavano forse al Manzoni che ritratta e, ormai spinto alla negazione dei suoi stessi precetti poetici, è capace solo di redigere la Storia della colonna infame45 che a tutti i costi vuol pubblicare in solido con I promessi sposi (1842).46 Scorgiamo già all’orizzonte, insomma, il Sorriso quale è arrivato a noi, e nella chiave e forma, scelte dall’autore, di «romanzo ideologico», cioè di romanzo «critico», di una ideologia che consiste «nell’opporsi al potere, qualsiasi potere, nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o meglio la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo.»47 42. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70; all’insegna della convinzione più volte manifestata, ed esplicitata dall’esergo di questo stesso libro-intervista (p. 1), che: «Il solo coerente sistema di segni da cui può essere colta la storia come realtà materiale sembra essere la letteratura (H. M. ENZENSBERGER, Letteratura come storiografia)». 43. C. RICCARDI, «Inganni e follie della storia », in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 91. 44. Ibid., p. 82 e p. 109, n. 3. E, prima, cfr. V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 49. 45. Nell’a parte, quasi alla fine del cap. VII del Sorriso, viene alla fine omesso un brano dell’Introduzione della Storia manzoniana, che viene bensì riportato nella fonte di quel passo (in corsivo nostro il lacerto tradito da Luciano Gussoni, op. cit. e poi espunto): «Che vengano, vengano ad orde sferraglianti, con squilli lame della notte, perché il silenzio, la pausa ti morde. || Chi sparse quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce. «…La rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale…; il timor fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono state issate le colonne dell’infamia. || Ma tu aspetta, fa’ piano. […]» (Sorriso, ed. 2004, p. 130). 46. Un’incisiva descrizione della macerante riflessione manzoniana viene proposta da Giovanni ALBERTOCCHI, Alessandro Manzoni, Madrid: Síntesis, 2003, p. 106-116. 47. In questi termini viene esplicitata la definizione in V. CONSOLO, Fuga dall’Etna, op. cit., p. 70. Dalla facile accusa di ideologismo mette al riparo la pregnante valutazione di M. ONOFRI, «Nel magma italiano», in E. PAPA (ed.), Per Vincenzo Consolo, op. cit., p. 60: «Consolo, ecco il punto, è un miracoloso scrittore politico: laddove il miracolo sta nel fatto che la politica gli si eserciti sulla pagina per via di un’oltranza di stile.»

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Un cuore greco

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Vincenzo Consolo

“E cuor della terra, cuore di fuoco, sole e luna, calore e rigore, muscolo e spirito, vibrazione, palpito, luce e colore, pendolo fiore garofano d’oro è il cuore d’autore, sono il cuori d’un artista che si chiama Muscetra. Vibra il cuore suo, la sua mano, vibrano i colori sulle sue carte, suonano come viole, chitarre, strumenti dalle corde, dai cuori accordati, casse d’armonici suoni, caldi sussurri, sillabe, semi di luce, segni, faville di colore e d’amore, aleph beth daleth… Alfabeto, ritmo, movimento, cuore dell’uomo, impulso del mondo.”

Vincenzo Consolo – “Un sogno mediterraneo” 2001

Ci si sente liberato e chi no .

CHI SI SENTE LIBERATO E CHI NO

di Vincenzo Consolo
E di eroi caduti per ridare all’Italia libertà, democrazia, civiltà e dignità, dopo il vergognoso e disastroso ventennio nero e l’ancor più disastrosa guerra, dopo le criminali violenze dei nazisti e dei repubblichini di Salò (stragi di Boves, Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto, deportazioni nei campi di sterminio…), è incredibile che ancora oggi paleo o neo fascisti possano offendere la Liberazione. Perché oltraggiose suonano le dichiarazioni di due politici dei rispettivi schieramenti, di due che siedono oggi, grazie al sistema democratico riconquistato con la lotta partigiana, nel Parlamento, di due, i cui camerati, nel governo Berlusconi (governo appena caduto, distruttore dei fondamentali princìpi della Costituzione, governo di interessi personali e degli amici degli amici), occupavano fino a ieri poltrone di ministri, di sottoministri e di sottogoverno. Tornano in mente allora le parole che Livio Bianco, capo partigiano nel Cuneese, con Duccio Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, Beppe Fenoglio, Pompeo Colajanni, pronunciò nel lontano 1947: «Quelle forze, che credevamo di aver per sempre debellato, e verso cui abbiamo avuto il torto di essere stati troppo indulgenti, sono sempre vive, e rialzano la testa, e cercano baldanzosamente la loro rivincita». Sollevamento di popolo, dicevamo, è stata la lotta contro il nazifascismo, lotta di contadini, di operai, professionisti, intellettuali, di militari sbandati dopo l’8 settembre, di donne e di ragazzi, lotta che dal Sud si propagò al Nord man mano che le truppe alleate avanzavano. Nelle Quattro Giornate di Napoli furono gli studenti del Liceo Sannazzaro e ragazzetti, scugnizzi di dodici anni, come Gennaro Capuozzo, a morire combattendo. Robert Capa, entrato in città con gli americani, fotografa il pianto delle madri e le misere bare dei ragazzi uccisi. Scrive nel suo diario: «Mi tolsi il cappello e tirai fuori l’apparecchio. Puntai l’obbiettivo sui volti delle donne affrante, che avevano piccole foto dei loro bambini morti, finché le bare non furono portate via. Le più vere e sincere immagini della vittoria furono queste, prese a un semplice funerale in una scuola». Dal Sud al Nord dunque la Resistenza, man mano che gli angloamericani avanzano e i nazisti sono costretti a ritirarsi divenendo sempre più feroci, seminando distruzione e morte. Ma al Centro e al Nord, nell’Abruzzo, nelle Marche,nell’Umbria, in Emilia Romagna, in Toscana, in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, i partigiani si organizzano militarmente. E Milano, scrive Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana è «la capitale politica della Resistenza», la Milano di Curiel, Parri, Bauer, Pertini, Longo Valiani, la Milano dei dirigenti politici e degli intellettuali, ma soprattutto della classe operaia, la Milano delle lapidi sulle facciate delle case dei martiri della lotta partigiana, le lapidi di Giancarlo Puecher, dei fratelli Bruno e Fofi Vivarelli, di Alfonso Gatti, di Mario Greppi e di tantissimi altri (la mappa “Itinerari della Resistenza” è stata redatta dal Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano). La Milano di Uomini e no di Vittorini, di Col piede straniero sopra il cuore di Quasimodo, di Foglio di vi di Fortini, e di Per i compagni fucilati in piazzale Loreto di Alfonso Gatto, la lirica pubblicata clandestinamente qualche giorno dopo l’eccidio. Diceva: «Ed era l’alba, poi tutto fu fermo/La città, il cielo, il fiato del giorno/Restarono i carnefici soltanto/vivi davanti ai morti…». Dunque in questa città che è stata la «capitale politica» della Resistenza si commemora con la presenza del presidente della Repubblica Ciampi, il 60° anniversario della Liberazione. E sia l’occasione, questo anniversario, perché Milano, la Lombardia, il Paese tutto, possano ritrovare la loro dignità, il loro orgoglio, il loro bisogno di libertà, di democrazia, di verità. Tutto quanto le elezioni regionali del 3-4 aprile, come un’alba luminosa, ci hanno fatto intraveder

24 April 2005
pubblicato nell’edizione Nazionale dell’ Unità

GLI ALTRI, I FUORI DAL MONDO

Gli altri, i fuori dal mondo

(Per Sebastiano Mondadori)

pubblicato in “Quaderno Africano”  Frassinelli 2005

E’ turbata la nostra estate agognata, l’onesta vacanza, son turbati l’aprile e la pasqua di luce e di fuga dall’inverno del nostro scontento, il nostro correre folle per autostrade intasate, la fuga dalle prigioni-uffici di vetro e metallo, fuga con in tasca salari stipendi profitti da nascondere in banca, investire in titoli, in speculazioni, in giochi di borsa. E’ stata funestata la nostra onesta serena vacanza ai monti o al mare, sopra yachts vaganti per isole di sogno e d’incanto, in stazioni termali, in centri di diete e massaggi, di smaltimento forzato di ammassi di grasso fiorito per eccesso di cibo squisito, maccheroni, bistecche, creme, gelati, l’ingozzamento nevrotico.

E’ stata oltraggiata la nostra legittima pausa di relax, di ripristino di giovinezza e vigore – facciamo palestra, lampade abbronzanti, liftings, trapianti di peli nella capoccia tignosa – e’ stata oltraggiata, offesa dalle notizie, dalle immagini che qua e là qualche volta affiorano dal mare melmoso di menzogna e di sonno, d’ alienazione ed oblio dalle nostre gazzette, dalle nostre amate lampade magiche, dalle nostre tivu, televisione di Stato (pour ainsi dire), oppure del nostro assoluto padrone liftato e trapiantato di pelo che in questo momento governa (pour ainsi dire), comanda questo nostro ottuso Paese. Turbato, oltraggiato il nostro duro sonno, la nostra oscena quiete da echi di guerre, guerriglie, massacri, genocidi, carestie, pesti, malarie e aidiesse, di morti per acqua in naufragi di carrette di mare, di approdi di disperati sulle spiagge dove noi vacanzieri bianchi, lattiginosi cerchiamo affannosamente d’abbronzarci, di sembrare arabi, africani, apparire nelle metropoli più sani, più belli. Ci turbano gli echi terribili che non arrivano da altri pianeti, ma da un sud, da un’Africa, un’India un Medio Oriente da noi, noi europei, colonizzati, sfruttati per secoli. In quelle Somalie, Nigerie, Sudan, Angole, o Rodesie, sono i bambini i più massacrati, le vittime del nostro scialo insensato: bambini-soldato con mitra o machete in braccio; bambini con pance gonfie, faccie di scheletro divorate da mosche, occhi enormi di disperazione e terrore.

Vincenzo Consolo

Milano, 16.3.2005

A Scuola per recuperare l’identità

La domenica, Arabo

a lezione di arabo in una scuola media statale del nordest:
dall’integrazione al recupero delle radici
Nella zona a sud est di Verona, che comprende il Comune di Legnago e altri limitrofi, c’è una forte presenza di immigrati marocchini, occupati nei comparti del mobile, dell’edilizia e dell’industria meccanica e dell’agricoltura: è un’immigrazione che risale agli ultimi anni 80 e ha ormai prodotto una discreta integrazione e condizioni economiche abbastanza confortevoli. I figli frequentano regolarmente la scuola dell’obbligo. Ma l’integrazione anche linguistica non cancella il bisogno di mantenere viva la parola tradizionale, la comunicazione in arabo con i parenti rimasti in Marocco, la possibilità di accedere ai testi della patria e particolarmente al Corano.
La scuola media statale Frattini di Legnago, complice la passione di alcuni insegnanti italiani e la sensibilità dell’amministrazione comunale, ospita, la domenica mattina, tre insegnanti marocchini,  che tengono un corso di lingua araba in tre classi per un totale di circa  60 iscritti di varie età dai 5-6 ai 13-14 anni.
Vincenzo Cottinelli ha lavorato in queste classi per due domeniche mettendo in risalto anzitutto le personalità degli insegnanti.
Ilham Mayate scomparsa in un tragico incidente, era operaia in una ditta di confezioni; di bellezza spigliata e quasi veneta, insegnava con entusiasmo e tenerezza, faceva  da mamma ai più piccoli e con abilità suggeriva la tecnica di produzione dei complessi suoni della lingua araba.
Fatiha Tauriri (già bracciante in campagna) sembra una maestra di stile più tradizionale e pacato: veste secondo le regole tradizionali marocchine (porta il velo) ed è molto accurata nell’insegnamento della grafia.
Mustapha Benchiha (saldatore in una officina meccanica) è energico e appassionato, anche quando, come gli altri due, al termine della lezione insegna il Corano, di cui sottolinea anche i valori testuali e letterari.

Il racconto di Cottinelli è poi rivolto agli allievi, che sono vivaci, disciplinati, attenti (soprattutto le femmine, delle quali solo due o tre portano il velo tradizionale: le altre vestono in modi sobri ma perfettamente integrati); usano dei bellissimi sillabari e quaderni figurati, da riempire con le parole, che sono quelli ufficiali delle scuole marocchine.
Le immagini di Cottinelli mostrano tipiche aule di una scuola media italiana, con il classico crocefisso sopra la cattedra e le grandi carte geografiche fisiche di Italia, o Europa, o Africa. Ma la lavagna si riempie dei segni misteriosi e affascinanti dell’arabo classico del Corano, mentre insegnanti e allievi sono impegnati, appassionati, attenti. E’ un messaggio di pacificazione e integrazione, nel rispetto per l’identità e la cultura di origine di un popolo.


Cottinelli da questo suo lavoro ha prodotto un libro (appunto “La Domenica, Arabo”) e una mostra, presentati nel 2005 al Teatro Salieri di Legnago, con l’On. Livia Turco, il Prof. Claudio Marra e Vincenzo Consolo, che aveva scritto come introduzione il testo che segue. 


https://www.vincenzocottinelli.it/


Vincenzo Consolo

A Scuola per recuperare l’identità
Ottobre / Novembre 2005

Antiche e frequenti erano le emigrazioni che avvenivano, attraverso il Canale di Sicilia, dal Meridione d’Italia nel Maghreb, nelle ricche terre degli “in fedeli’. Erano, quelle, delle emigrazioni di contadini, muratori, “tonnaroti” (lavoratori delle tonnare), pescatori di spugne e di coralli. Nel Decamerone Boccaccio ce ne dà un’immagine nella Novella Seconda della giornata quinta, in cui una giovane dell’isola di Lipari, Costanza, alla ricerca del suo innamorato Martuccio, sbarca a Susa di Barberia e s’imbatte in una donna che parlava la “favella latina”. La donna, Carapresa, spiega allora a Costanza che era là a servire “certi pescatori cristiani”.
Finì questa emigrazione con quella che lo storico spagnolo Américo Castro chiama L’età dei conflitti, con la dominazione ottomana sulle coste africane e quella castigliana sulla Spagna e la Sicilia, con l’insorgere della guerra corsara: lunga e feroce guerra tra Musulmani e Cristiani. Scrive Fernand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari”.

Finisce questa guerra nel 1830 con la conquista di Algeri da parte dei Francesi. E riprende quindi l’emigrazione italiana nel Maghreb.
Prima è, negli anni Quaranta dell’Ottocento, un’emigrazione politica di fuorusciti: liberali, giacobini e carbonari che si rifugiano in Tunisia, Algeria, Marocco. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuorusciti”.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento riprende l’emigrazione di bracciantato nel Maghreb a causa di una grave crisi economica che investe soprattutto il nostro Meridione. Tra quegli emigrati c’è h povera famiglia Scalesi di Trapani, che si stabilisce a Tunisi.
Un figlio di questa famiglia, Mario, frequenta le scuole gratuite francesi (il trattato del Bardo del 1881 stabiliva il protettorato francese sulla Tunisia) e così non ha possibilità di imparare l’italiano (le scuole italiane erano solo private e a pagamento). Mario Scalesi, divenuto poeta, il primo poeta francofono dal Maghreb, scrive le sue opere in francese, fra cui Les poemes d’un maudit, e finanche il suo nome viene francesizzato: diviene Marius Scalesi. Scrive Pasolini in un articolo su Il Giorno del 3 marzo1965: “Sono andato l’altro ieri, domenica, a ‘visitare’ un campo profughi, ex campo di concentramento, vicino ad Alatri: un luogo tremendo (.,.) dove vive un gruppo di italiani espatriati dalla Tunisia. Ebbene, ho avuto modo di accorgermi come la loro ‘francesizzazione’ non consistesse solo in una francofonia abbastanza ortodossa (.,.), ma in una commovente francesizzazione culturale.,.”
È un esempio questo di migrazione linguistica, di cancellazione delle origini linguistiche e culturali del Paese da cui si proviene.

Sorte che tocca spesso ai figli e ai nipoti degli emigrati da un Paese a un altro. Un caso ce lo racconta Tahar Ben Jelloun in A occhi bassi, un romanzo del distacco e della lontananza, dell’emigrazione, dello sradicamento da una cultura, profonda, arcaica, religiosa, che mutila e separa, e del reinserimento di un’altra, laica, moderna, superficiale, che violenta, omologa e annienta ogni diversità. La pastorella berbera Fatima, emigrata dal Marocco a Parigi con la famiglia, frequenta qui la scuola ed ha un sogno-incubo. “Ci fu una breve guerra, ma efficace, tra le parole berbere e quelle francesi, lo fui difesa con fermezza e coraggio. Le parole berbere non si lasciavano mettere sotto. Avevano costituito una linea di difesa contro gli invasori. La battaglia fu rude (…) Le rare parole arabe che sapevo si erano buttate nella battaglia. Rinforzando la linea di difesa…”

Ma non tutti, tutti i bambini emigrati qui nel nostro Paese hanno avuto, come Fatima, questa linea di difesa, ma sono stati vinti dalla nostra lingua, dalla nostra cultura, cancellando in loro ogni cognizione, ogni memoria della cultura, della lingua del loro Paese d’origine.
Abbiamo detto sopra dell’emigrazione italiana nel Maghreb. A metà degli anni Sessanta del secolo passato comincia invece l’emigrazione di Maghrebini nel nostro Paese. E sono per primi i Tunisini che attraversano quel breve braccio di mare che separa la Tunisia dalla Sicilia, Tunisi da Trapani, i si stabiliscono a Mazara del Vallo abitando quel quartiere della cittadina, abbandonato dai mazaresi, chiamato Casbah, il quartiere dei loro antenati arabi, quelli che erano sbarcati in Sicilia nell’827 d.C. e avevano conquistato l’Isola. Il ritorno felice ha intitolato il suo libro su questa prima emigrazione “extracomunitaria” lo studioso mazarese Antonino Cusimano. Da quegli anni Sessanta sappiamo quanto massiccia e varia sia stata e sia ancora oggi l’immigrazione nel nostro Paese, quanto avventuroso, spesso atroce, tragico l’attraversamento, da parte dei cosiddetti “clandestini”, di quel fatale Canale di Sicilia divenuto equorea tomba di morti annegati. E ancora questa estate appena trascorsa, questo tempo della vacanza, dopo l’inverno del nostro scontento, per dirla con Shakespeare, è stata turbata dalle notizie e dalle immagini che i media ci riversano addosso di guerre, guerriglie, terrorismo, devastanti uragani, carestie e fame, di morti annegati, come quei poveri undici africani che il mare ha gettato sulla spiaggia di Gela in mezzo ai bagnanti, ultime vittime dello scialo di questo nostro Occidente insensato.
Abbiamo un po’ divagato, ma ci è sembrato giusto farlo, prima di giungere all’argomento che qui vogliamo trattare. Dicendo subito che non per tutti i maghrebini il “ritorno” nel nostro Paese è stato infelice. Che molti, giunti in Italia da tempo, prima che il nostro Parlamento votasse quell’infausta legge sull’immigrazione che va sotto il nome di Bossi-Fini, molti hanno trovato da noi accoglienza, lavoro e speranza per il futuro dei loro figli: si sono, come si dice, integrati. Un chiaro, luminoso esempio, è quello della comunità marocchina del comune di Legnago nel Veronese, i cui bambini hanno frequentato e frequentano la scuola statale italiana. Hanno imparato naturalmente l’italiano, questi scolari, ma hanno ignorato la lingua dei loro padri e dei loro nonni, e, con la lingua, la storia, la cultura, la religione del Marocco, il Paese delle loro origini. Hanno rischiato di divenire, loro, immigrati senza passato, senza memoria, così come è accaduto al poeta Mario Scalesi.
E già dal 1997, nel paese di Legnago, nella scuola media Frattini, la domenica mattina, i figli di operai i braccianti marocchini frequentano il corso di lingua araba tenuto da tre insegnanti volontari, imparano la lingua dei loro padri. Il fotografo Vincenzo Cottinelli, attento e appassionato documentarista di eventi sociali, ha fissato in magnifiche, toccanti immagini ciò che avviene in quell’aula scolastica: avviene di anticipazione e di esempio, alla luce della recente chiusura della scuola islamica di via Quaranta a Milano e delle polemiche che ne sono seguite.
Ci colpisce subito, fin dalle prime foto. l’insegnante llham Mayate con la sua lunga treccia di capelli, che Lalla Romano, ne La treccia di Tatiana, avrebbe letto come segno e aforisma. La bella Ilham, ora rimpianta per la sua inopinata e prematura scomparsa, la vediamo quindi nell’aula contro la nera lavagna con i bianchi segni dell’ornata scrittura araba, il crocefisso, le carte geografiche, Ilham che, si capisce dai gesti, insegna la pronuncia di quella lingua “altra”, piena di aspirate e gutturali. Un’insegnante, lei, amorosa e materna, che guida con la sua la mano del bambino che scrive, bacia la bambina che ha saputo leggere bene le parole sulla lavagna. I bambini sono allegri, vivaci. Ci n’è uno chi si gira verso Cottinelli che fotografa e scherzosamente lo mima portando davanti agli occhi il suo astuccio per le penne.
Fatiha Taouriri, l’altra maestra (bracciante agricola) insegna la giusta e bella grafia delle parole arabe. Gli alunni la seguono e scrivono sulla lavagna e sui loro quaderni figurati. Mustapha Benchiha (saldatore in una officina meccanica) è il terzo insegnante, il quale, al termine della lezione, insegna il Corano, la lingua aulica, classica di questo libro sacro, come la lingua attica dei greci e il latino di Tacito o di Virgilio per i romani. In una foto, Mustapha tiene in mano il libro del Corano e si staglia contro il nero della lavagna con i segni arabi; sopra, vi è il crocefisso; a destra, la carta geografica della penisola italiana con in basso l’isola di Sicilia, il mare Mediterraneo e il capo Bon della Tunisia. E ci sembra, questa fotografia di Cottinelli, la sintesi del discorso che qui abbiamo voluto svolgere; e la metafora, ci sembra, di ciò che dovrebbe essere, come è stato sempre nel cammino della storia, il riconoscimento, il rispetto, lo scambio e l’arricchimento di civiltà e culture diverse tra loro. Rispetto e scambio di cui la scuola di arabo di Legnago è un bellissimo esempio.

l’ islam dei nostri antenati Tahar Ben Jelloun e Vincenzo Consolo

 

l’ islam dei nostri antenati

COMO – “L’ Islam e l’ Europa”: pochi temi sono tanto all’ ordine del giorno. Rapporto in divenire, sempre più denso e complesso, sollecita il dibattito a partire da numerosi spunti: integrazione, contrasti e dialoghi tra culture diverse, forme violente di xenofobia, norme giuridiche a favore di regole civili (vedi la legge contro il velo nelle scuole in Francia) legate a una visione laica della società, contrapposte a un sistema di pensiero dove i precetti religiosi determinano i criteri della convivenza sociale. Per parlare de “L’ Islam e l’ Europa” si sono incontrati di recente a Como gli scrittori Tahar Ben Jelloun e Vincenzo Consolo: un marocchino emigrato a Parigi, autore tra l’ altro di due libri importanti per capire le difficoltà di relazioni tra i due mondi, Il razzismo spiegato a mia figlia e L’ Islam spiegato a mia figlia; e un siciliano che vive a Milano, profondamente consapevole delle trasformazioni antropologiche e sociali che l’ impatto di altre culture ha prodotto sulla realtà italiana. Ecco la sintesi della loro conversazione, avvenuta nella sede della Fondazione Antonio Ratti diretta da Mario Fortunato (curatore di una serie di dialoghi dedicati all’ Europa: nel prossimo appuntamento, fissato per il 22 gennaio, parleranno delle prospettive della politica culturale europea Chris Smith, ministro della Cultura nel primo governo Blair, e Giovanna Melandri). TAHAR BEN JELLOUN – «Sono tanti i cliché legati all’ idea di Islam, una religione come le altre, che in quanto tale può produrre irrazionalità e fanatismo, degenerazioni esistenti in ogni società e cultura. Voglio dire che non è l’ Islam, come spesso si è portati a credere, la religione che più propende al fanatismo, anzi. Religione giovane, nel senso che ha “solo” 15 secoli, differisce dal giudaismo e dal cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi, perché più temporale che spirituale, concepita per dare una linea di condotta ai cittadini. Perciò il profeta Maometto ci appare innanzitutto come un essere umano, con le sue qualità, le sue debolezze e una vita sessuale nota, scelto tra gli uomini come portatore del messaggio divino. Un altro pregiudizio diffuso riguarda il fatto che l’ Islam autorizzi il suicidio e i kamikaze, nozione proveniente dall’ Asia, e che non ha niente a che vedere con la religione islamica. Bisogna rendersi conto del vero significato della Jihad, parola che deriva dal verbo arabo “Igetahada”, che vuol dire fare uno sforzo su se stessi: la Jihad fu istituita dal Corano per indurre il credente a combattere le proprie mancanze. Quanto alla “piccola Jihad”, equivale alla guerra difensiva. Secondo l’ Islam non bisogna offrire l’ altra guancia. Quando il Papa Urbano II partì alla conquista del Vicino Oriente con le Crociate, i musulmani furono obbligati a difendersi: gli contrapposero appunto la Jihad». VINCENZO CONSOLO – «Perciò, quando nelle cronache più violente dei nostri giorni si parla di “Jihad islamica”, nel senso di movimento terroristico, si stravolge il significato del termine». BEN JELLOUN – «Infatti. La parola è stata fraintesa in quanto la Jihad produce martiri, ovvero coloro che muoiono in difesa della religione. è un termine affettivamente emblematico per i credenti, poiché un versetto del Corano recita che i martiri continuano a vivere con Dio. Se si crede a questa ricompensa, il martirio può attirare i giovani». CONSOLO – «Uccidersi per uccidere altre persone: il solo pensiero fa inorridire. Due anni fa sono stato in Palestina con una delegazione internazionale di scrittori, e mi ha sconvolto la discrepanza tra i due mondi, l’ israeliano e il palestinese. è facile ubriacarsi di esaltazione religiosa quando si raggiunge quel grado di disperazione. Mi sono tornati in mente gli scritti dello storico ebreo Giuseppe Flavio, che racconta l’ assedio di Masada, durante l’ occupazione di Israele da parte dei romani. Per non cedere agli invasori, gli ebrei decisero di uccidere mogli e figli e di suicidarsi. Se all’ epoca ci fosse stato il tritolo, è certo che vi avrebbero fatto ricorso». BEN JELLOUN – «Facile trasformare in kamikaze i giovani che vivono nei campi dei rifugiati palestinesi. Per questo la soluzione del conflitto dev’ essere innanzitutto politica. L’ Islam non incita i giovani ad andare a farsi esplodere nei luoghi pubblici, ma può diventare un rifugio per ragazzi senza futuro. Quanto all’ Europa, il problema va affrontato a partire dalla scuola primaria, informando davvero gli studenti, e dando loro una visione obiettiva dell’ Islam, al di là dei pregiudizi che hanno finito per farne una religione diabolica. E soprattutto bisogna tenere conto di una realtà incancellabile: nel continente delle democrazie e delle libertà ci sono varie religioni, e tra di esse l’ Islam è al secondo posto. Oltre dieci milioni di musulmani vivono in Europa, e molti tra loro non sono europei. In Francia ci sono circa 4 milioni di musulmani, e il 72 per cento sono di nazionalità francese. Prendiamone atto: l’ Islam è tra noi e non se ne va. Bisogna ripensare l’ Europa come inclusiva della cultura islamica». CONSOLO – «Vengo dalla Sicilia, la regione più araba d’ Italia e una terra fra le più arabe al mondo. Mi sembra utile, in quest’ occasione, tracciare in sintesi la storia della conquista araba della Sicilia. è Dante, che di solito viene pensato come il creatore della lingua italiana, a riferirci che in realtà l’ italiano nacque in Sicilia, alla Corte di Federico II, sovrano che riunì attorno a sé vari esponenti della scuola poetica siciliana: Ciullo D’ Alcamo, Oddo delle Colonne, Jacopo da Lentini. Nel loro modo di poetare era fortissimo il retaggio arabo. Dopo aver preso la Spagna gli arabi, divisi in tribù, si volsero alla conquista della Sicilia, nodo decisivo nella strategia politica del Mediterraneo. Dalla Fortezza di Susa, l’ attuale Sousse, partì un centinaio di navi, con diecimila soldati e i cavalli. Nel giugno dell’ 827 dopo Cristo, l’ armata approdò a Mazara, e da qui iniziò la conquista dell’ isola, durata 75 anni. Gli arabi la trovarono in uno stato di abbandono e miseria a causa delle depredazioni romane e delle varie spoliazioni. L’ obiettivo era la conquista di Siracusa, roccaforte dell’ Impero Bizantino nell’ isola, a cui seguì la presa di Palermo, eletta capitale dell’ Emirato. Con la civilizzazione araba, durata due secoli e mezzo, la Sicilia attraversò una sorta di rinascimento: scoprì le tecniche dell’ agricoltura, vide fiorire le arti e la scienze e diffondersi princìpi di uguaglianza e tolleranza. Quando giunsero i Normanni, che riportarono l’ isola alla cristianità, l’ eredità dei vinti fu accolta e inglobata, tanto che sotto il regno di Ruggero il Normanno Palermo contava 300 moschee, oltre a sinagoghe ebraiche e a chiese cristiane dei due riti, romano e bizantino. Nell’ epoca di Federico II iniziano i conflitti, con la conquista turca del mondo arabo-islamico da una parte e l’ invasione cattolica del Mediterraneo dall’ altra. Emergono i fondamentalismi: le guerre si scatenano quando la religione diventa potere politico». BEN JALLOUN – «Anche in Spagna c’ è stata una presenza araba molto importante. Eppure, dopo cinque secoli, il paese sembra aver cancellato questa parte della sua storia. E anzi la diffidenza è talmente profonda che nella mentalità dello spagnolo la parola musulmano equivale a cattivo. Oggi bisogna ripensare la relazione della Spagna con gli arabi, così come quella della Francia con l’ Algeria, una questione su cui sembra che non si sia ancora riusciti a voltare pagina. Senza il chiarimento storico di certi rapporti, il fanatismo continuerà a usare la fede dei credenti per intimorire l’ Occidente e minacciare gli europei. è inoltre fondamentale ripensare la politica dell’ emigrazione in Europa. E convincersi del fatto che gli emigrati della vecchia generazione non si integreranno mai. Per i loro figli è diverso: un bambino nato in Francia da genitori algerini, marocchini o tunisini è già integrato, perché di fatto è francese. Altrettanto decisivo è far capire l’ importanza del laicismo. Quando la Francia ha votato una legge contro l’ introduzione dei segni religiosi nella scuola, non ha saputo spiegare agli arabi come i loro antenati si siano fortemente battuti, fin dai primi del Novecento, per separare il potere religioso da quello politico. Il laicismo non equivale all’ ateismo: significa semplicemente che ogni cosa deve stare al proprio posto. Se la religione islamica dettasse le regole dell’ istruzione, a scuola non si potrebbe parlare di Darwin, né riconoscere il valore rappresentativo della pittura». CONSOLO – «Vorrei aggiungere che a fine Ottocento ci fu una grande carestia al Sud d’ Italia, e molti lavoratori sardi, siciliani e calabresi emigrarono nel Magreb, soprattutto in Tunisia, Algeria e Marocco, per trovarvi speranza e lavoro. Erano viaggi clandestini, perché quei paesi appartenevano alla Francia, e gli italiani si avventuravano nel Canale di Sicilia con mezzi di fortuna. Spesso avvenivano naufragi disastrosi, proprio come accade oggi, coi tanti sventurati che cercano di raggiungere le coste della Spagna o le isole intorno alla Sicilia. La storia della civiltà è fatta di immigrazioni, che a società invecchiate portano nuove memorie ed energie. Dall’ antica Grecia ai giorni nostri, siamo tutti emigrati: è un movimento che porta solo ricchezza».
Leonetta Bentivoglio

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