Presentazione di Vincenzo Consolo di introduzione al volume “Pasolini. Il corpo della città” di Gianni Biondillo, ed Unicopli, 2001, pagg. 7-12 * Presentazione di Vincenzo Consolo di introduzione al volume “Pasolini. Il corpo della città” di Gianni Biondino. ed Unicopli. 2001. pagg. 7-12
Cesare Garboli, Federico Zeri ed altri hanno voluto giustamente vedere in Pasolini e Caravaggio due personaggi simili: simile la loro tragica vita e ancor più la loro tragica morte; simile il loro scandalo artistico, la loro innovativa, dirompente forza poetica. Scrive Carbon: “E’ difficile scindere tutta l’esperienza eversiva del Pasolini -romano” degli anni Cinquanta dall’immagine del Caravaggio che ci è stata a più riprese offerta dal Longhi fino alla grande mostra caravaggesca da lui organizzata nel ’51. Proprio in quegli anni il Pasolini scendeva dal Nord a Roma, cambiando la giovanile e lirica vena friulana in tragedia, nella direzione del drammatico realismo religioso e plebeo de Le ceneri di Granisci, dei Ragazzi di vita e di Una vita violenta”. E Zeri: “C’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio perché in tutti e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi”. Roma dunque, e la -vita violenta” per le sue strade, per le sue borgate; e i litorali squallidi, desertici di Ostia e di Porto Ercole, su cui due corpi esanimi, disfatti rivela la livida luce dell’alba. C’è uno scarto di 365 anni nella conclusione delle due vicende umane. Ma c’è, nel tempo storico del Merisi c in quello di Pasolini. e. se si vuole. nel tempo di Pasolini e la nostra attualità, c’è l’immobilità di questo nostro cattolico Paese, eternamente secentesco, controriformistico, c’è la dura tenebra dell’ignoranza e della protervia del potere. Ancora una privata ferita, un dolore iniziale e sempre vivo affratella il pittore e il poeta. e insieme l’orrore di fronte alla terribilità del mondo, l’infinita loro disperazione. Più chiaramente: calano, i due artisti, da un Nord di lunghi, gelidi inverni, calano rispettivamente dal borgo Caravaggio e da Milano. da Casarsa e da Giunge a Roma, Pasolini, durante il Giubileo del 1950. “Qual falange di Cristo Redentore / la Gioventù cattolica è in cammino …” cantano i “baschi verdi” per le vie di quella che era stata la città fascista e ora divenuta papale. Le elezioni nazionali del 1948 avevano dato la maggioranza assoluta del potere al partito della Democrazia cristiana, il contropotere al Partito comunista. Le due chiese avrebbero disegnato il nuovo assetto o il volto del Paese, lo avrebbero mutato antropologicamente, culturalmente, linguisticamente e. soprattutto. urbanisticamente. Pasolini soffre fin nelle più intime fibre questa mutazione. Soffre per la repentina distruzione, per il crollo, delrarchitettura”, del mondo rurale, dei verdi suoi prati, delle acque delle sue fontane. Fontàne d’àghe del mie pais A no è àghe pi frescie che tal mè pais… aveva cantato. Ora anche le lucciole sono scomparse. Ora non è che inquinamento, degrado urbano. non è che triste, anonima periferia. squallida borgata. uniforme agglomerato dove i ragazzetti del sottoproletariato. ancora dialettale, consumano rapidamente la loro vitalità. innocenza, grazia, la loro tragedia. Biondillo segue con sapienza, capitolo dopo capitolo lo sguardo di Pasolini sul corpo della città, dal Friuli, da Casarsa, alla Roma di Monteverde. Pietralata, Garbatella, Testaccio, Portuense. a Ode, Orvieto, a Napoli, Matera, Sabaudia. a Bombay. a San’a, fino al Marocco, all’Uganda… Segue. Biondillo, lo sguardo sul corpo della città, del mondo, che Pasolini volge dalle poesie, dai romanzi, dai saggi, dai film, dai documentari, da Poesie a Casarsa e La meglio gioventù fino al grande testo, alla grande costruzione, all’opera-cattedrale che è Petrolio, romanzo postumo e incompiuto come la Sagrada Familia di Gaudi. E’ certo che nel Secondo dopoguerra nessun poeta o scrittore, né il Pavese delle colline e della città, né il Vittorini de Le città del mondo, né il Calvino de Le città invisibili è stato cosi “architetto” come Pasolini, vale a dire come lui ha pianto e rimpianto un mondo sepolto un’umanità e un umanesimo violentemente cancellati (lo sono una forza del Passato./ Solo nella tradizione è il mio amore”), nessuno come lui ha dolorato e inveito per la repentina distruzione della grande bellezza italiana, la bellezza di questo Paese eternamente controrifonnistico divenuto una immensa, squallida borgata. un Agrigento di abusivismo, “una Atene di cemento”. Bologna, calano in una Roma solare, in una città in preda al fervore edilizio, nel pullulare del pellegrinaggio giubilare (1600-1950). Caravaggio si porta dentro il ricordo del padre morto di peste. della giovane madre morta pochi anni dopo. Pasolini, il ricordo del fratello Guido, il partigiano azionista Ermes, assassinato da “una banda di garibaldini degeneri”, dai Gap della brigata Garibaldi. E’ segnato anche dall’accusa infamante di corruttore di minorenni, dall’espulsione dal PCI e dall’allontanamento dalla scuola. “… fuggii con mia madre a Roma, come in un romanzo”. Non sappiamo se dallo stesso scandalo fu investito Caravaggio, se la sua fuga a Roma, in compagnia di Francesco Boneri, il “Cesso del Caravaggio”, il modello tante volte effiggiato, fu dovuta a una simile cacciata. Per il Giubileo del 1600, Roma si presenta ai pellegrini nel nuovo, aulico volto urbanistico voluto da Sisto V, e quindi ancora, con Clemente VIII e Urbano VIII. l’Urbe avrà l’imponente e definitiva scenografia barocca. Ma dietro le quinte c i fondali fastosi, dietro i palazzi di principi e cardinali, sono i ruderi antichi, i medioevali borghi e le strade del degrado e del malaffare. dove circolano poveri, prostitute. bari, ragazzi di vita, squadracce di bravi… non sappiamo se Caravaggio, frequentando a Milano la bottega del Peterzano, andando con questi per chiese e abbazie fuori mano, guardando la pittura del Foppa. Bergognone, Lotto, Moretto, Savoldo, abbia steso le sue “Poesie a Casarsa”, dipinto vale a dire, il suo dialettale idillio lombardo. A Roma però, con un incontenibile empito eversivo, a sciabolate di luce squarcia le buie cortine controriforrnistiche. sconvolge la grammatica manieristica, porta in primo piano i “sacri corpi di cortigiane, zingarelle, ragazzotti, castrati. efebi vestiti da Madonne e Maddalene, suonatori, angeli, Narcisi, Bacchi. Giovanni Battisti… Lo spazio, l’ambiente, la cui mancanza lamenta Berenson, compare soltanto negli ultimi e più drammatici suoi quadri: compare l’esterno della prigione nella Decollazione del Battista di Malta e la latomia o catacomba nel Seppellimento di Santa Liscia di Siracusa. Ma lasciamo questo seicentesco fratello di Pasolini, lasciamolo nella grandezza sua luminosa che squarcia le tenebre controriformistiche di ogni secolo, il nostro compreso, e seguiamo il poeta contemporaneo, il Pasolini dell’idillio e della furia, della perorazione e dell’invettiva, dell’amore e del dolore, del rapimento e della disperazione. Seguiamolo in questo originale, puntuale bel saggio di Gianni Biondillo, Pasolint il corpo della città. Uno degli ultimi quadri di Caravaggio, un quadro-messaggio che il pittore invia da Napoli al cardinal Del Monte, fu il tristissimo David-Cecco Boneri che regge la testa di Golia-Caravaggio. Ed è anche questo l’ultimo messaggio di Pasolini, la sua atroce fine per il vagheggiamento, la nostalgia della verità e della bellezza.
Potrebbe essere l’incipit del più noto romanzo di Vincenzo Consolo, il romanzo che costituì l’avvenimento letterario di quasi vent’anni fa e rivelò prepotentemente alla critica e al pubblico, soprattutto, lo scrittore siciliano. Ci si riferisce a Il sorriso dell’ignoto marinaio, che come si sa prende spunto, anche se lo scenario storico è quello delle vicende siciliane negli ultimi decenni del dominio borbonico dal celebre dipinto antonelliano conservato al Museo Mandralisca di Cefalù, il cosiddetto Ritratto d’ignoto, citato perfino nel titolo del romanzo. In quest’opera il sorriso dell’uomo ritratto nel dipinto di Antonello da Messina, sorprendentemente simile a quello di un marinaio incontrato dal barone Mandralisca sulla nave che lo portò da Lipari a Cefalù, rappresenta un preciso leitmotiv. Eppure la citazione iniziale non è tratta dal Sorriso dell’ignoto marinaio, bensì dall’ultimo volume di Consolo, L’olivo e l’olivastro. L’enigmatico sorriso antonelliano, dunque, continua a impressionare fortemente lo scrittore, in questo libro non è più un leitmotiv, vi appare solo un attimo, occupa poco meno di una pagina a tre quarti del libro, però è una sintesi emblematica che spiega esemplarmente il significato de L’olivo e l’olivastro. Il viaggio di Consolo nella Sicilia odierna, novello Ulisse alla ricerca di una perduta Itaca, rivela una realtà in pieno disfacimento culturale, etico e ambientale, disumanizzata in nome di un falso progresso, che rischia di smarrire la propria identità e la propria memoria storica. Il profondo malessere esistenziale dell’autore, che sta alla base di questo libro indefinibile quanto genere letterario perché può essere letto come un saggio o un romanzo anche se alla fine propende più per il poema lirico si coglie proprio nell’immagine di quel Ritratto di Ignoto. L’uomo dipinto da Antonello ora per lo scrittore non ostenta più compiaciuta sicurezza nell’intelligenza dello sguardo e nell’ironia del sorriso: i suoi occhi sono chiusi, il sorriso si è tramutato in smorfia. Questa metamorfosi è allegorica, in fondo per certi versi paragonabile alle dicotomie di Stevenson e Kafka, perché se da un lato rappresenta l’equilibrio classico della razionalità, la fiducia nei valori, dall’altro simboleggia il delirio barocco dell’irrazionalità, la paura del vago. Vincenzo Consolo lancia anatemi per denunciare il degrado che segna inesorabilmente la Sicilia e le colpe di cui essa tutt’ora si macchia, ma in questa sua indignazione morale, in questa sua tensione civile, c’è la segreta speranza per un futuro migliore, la speranza forse nel riscatto umano e sociale di un’isola che diventa metafora di tutto un paese e del mondo intero.
L’olivo e l’olivastro è, insomma, opera di uno scrittore
che, rifiutando la diffidenza o l’evasione, si sente ancora motivato, crede
nell’impegno dell’intellettuale, ha una missione da compiere. Il pessimismo di
Consolo, dunque, a ben guardare, non rasenta l’annullamento alla Beckett, di
Aspettando Godot per intenderci, perché quest’ultima sua prova letteraria, alla
fin fine, è una dichiarazione d’amore nei confronti di un’umanità non ancora
perduta. L’ideale richiamo a La terra desolata di Eliot non si può tralasciare
( tanto più che questo testo è perfino citato esplicitamente), ma non ci sono approdi
metafisici in Consolo, perché la sua fede è laica, la sua speranza è tutta
terrena. D’altra parte L’olivo e l’olivastro, non a caso, già nel titolo stesso
mette in risalto le due anime della Sicilia e Consolo per questo è ricorso, con
felice scelta, a un’immagine dell’Odissea.
L’olivo e l’olivastro, infatti, nascono dal medesimo tronco, ma hanno sorte
diversa, simboleggiano il contrasto tra il coltivato e il selvatico, l’umano e
il bestiale, la salvezza nella cultura o la perdita di sé in un destino
puramente naturale. La scrittura fluisce quasi magmatica, non sostenuta da una
vera e propria trama, secondo una peculiarità stilistica di Consolo; la sua preoccupazione,
tuttavia, qui non è tanto il raccontare qualcosa organicamente, quanto far
evidenziare lo stato di disagio interiore dinanzi ad un mondo che non riconosce
più, un mondo dal passato glorioso, addirittura mitico, ora ridotto in cenere
dagli scempi ambientali, dalla corruzione politica, dalla sanguinosità della
mafia, dall’omologazione sociale, dal consumismo della civiltà post
-industriale che non rispetta secolari tradizioni e cancella i segni di una
singolare cultura millenaria. Il viaggio di Consolo, quindi, è davvero il
viaggio di un Ulisse disperato, che non si dà per vinto, però, e che nel suo
peregrinare oppone alle violenze del presente folgorazioni senza tempo dove gli
appaiono figure ed eventi straordinari: i leggendari mostri di Scilla e Cariddi
e gli armenti del Sole descritti nell’Odissea; Pirandello che rende omaggio a
un Verga vecchio e deluso; Caravaggio intento a dipingere per la siracusana
chiesa di Santa Lucia al Sepolcro una sacra effige giudicata oscena dal vescovo
per il suo drudo realismo. L’autore, tra un gorgoglio lessicale di
“sicilianerie”, che stuzzica il ricordo e la nostalgia (anche se il
potere evocativo della parola non servirà comunque a scongiurare l’oblio),
percorre i luoghi epici e domestici di Omero e dei Malavoglia, segue le orme di
viaggiatori illustri come Goethe e Maupassant, vagola nei paesi distrutti dai
terremoti o dall’insipienza degli uomini, lasciandosi prendere dallo stupore
ogni qualvolta paesaggi lui familiari disegnano l’orizzonte: “Ora remote,
lievi, diafane come carta o lino, ferme o vaganti in mare, sospese in cielo,
ora invisibili come cortine di nuvole, ora avanzanti, prossime alla costa,
scabre e nitide”. E’ una fiabesca visione delle Eolie, dettata forse da
una suggestione quasimodiana, dove lo scrittore può abbandonarsi alla poesia, a
quegli squarci lirici che insieme agli inserti romanzeschi costituiscono le
uniche, vere accensioni per il lettore. Bisogna dire, in effetti, che una certa
discontinuità in quest’opera di Consolo c’è, ma la sua risulta un’operazione
riuscita complessivamente, grazie all’attenta ricerca linguistica. Musicalità e
sapienza nell’amalgamare bene cronaca a prosa aulica, poesia a documento,
contribuiscono sensibilmente a fare de L’olivo e l’olivastro un libro
interessante con un grande pregio, quello di spingere alla riflessione,
espressionisticamente mettendo in luce il problema ecologico con un
procedimento che ricorda in qualche modo, sia pure trasposto in termini
cinematografici, Sogni, l’ultimo film del grande regista giapponese Akiro
Kurosawa.
Sergio Palumbo (articolo tratto da “nuovo notiziario delle Isole Eolie” – Ottobre 1995)
Ora è nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele, nella chiarità orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale, è al centro d’Ortigia, nell’area sacra, nello spazio a forma d’occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza dove regna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla dei messaggi visivi, della pacata luce di candela, nell’antro dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche colonne di pura geometria, dov’è incastonato il tempio d’Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce, soccorso dell’errante. “… I’ son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via.” Prenda e agevoli anche lui la luminosa santa, lo guidi per le balze infinite, per gli strati, i cieli di questa sua città. Molteplice città, di cinque nomi, d’antico fasto, di potenza, d’ineguagliabile bellezza, di re sapienti e di tiranni ciechi, di lunghe paci e rovinose guerre, di barbarici assalti e di saccheggi: in Siracusa è scritta, come in ogni città d’antica gloria, la storia dell’umana civiltà e del suo tramonto.
Calava a Siracusa senza luna La notte e l’acqua plumbea E ferma nel suo fosso riappariva, Soli andavamo dentro la rovina, Un cordaro si mosse dal remoto. Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere d’Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per sciogliere, muovendo il passo come in un pàrodo sopra le lastre d’una piccola piazza, contro il tufo chiaro delle case, in vista, oltre la balaustrata che cinge la fontana, il forte d’Aretusa, del porto Grande e del Plemmìrio, della foce dell’Ànapo e del Ciane, in vista del bianco tavolato degli Iblei, sciogliere un canto di nostalgia d’emigrato a questa città della memoria sua e collettiva, a questa patria d’ognuno ch’è Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell’umano, della civiltà più vera, della cultura. Canto di nostalgia come quello delle compagne d’Ifigenìa, schiave nella Tauride di pietre e d’olivastri. Ché questa è oggi la condizione nostra, d’esiliati in una terra inospitale, cacciati da un’umana Siracusa, dalla città che continuamente si ritrae, scivola nel passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria, che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamdîs esule a Majorca. Dietro di te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi [tra’ gaudii, non tra le sventure! Vidi lì spuntar l’aurora mia, ed or, a sera, tu me ne vieti [il soggiorno! Al di là dei suoni, delle volatili parole, crede s’incarni il nome Siracusa, come per Maupassant, per Borgese e Vittorini, nel perlaceo corpo d’una donna, di Clementina o di Zobeida, della Venere che il viaggiatore vide, nel museo vecchio sopra il mare, illuminata nelle carni piene, il bacino, il torso che sbocciano gloriosi dalle pieghe del drappo fermato con la mano sopra il pube, dalla luce del sole che irrompe nella stanza. Si concretizza nella ieratica, sfolgorante sagoma, surreale e crudele come un sogno, nel coltello infisso nella gola, negli occhi scerpati in mostra sopra la patena, nell’immagine di Lucia. Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera, la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra l’argento della cassa, esce nell’ellisse dello spazio, nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata. Da dietro la tonda grata della loggia, candide monachelle in clausura liberano nell’azzurro quaglie, colombe, tortore, cardelli. Il frullo d’ali, il volo è in ricordo di colombe che al tempo della carestia e della fame vennero a dire, col chicco dentro il becco, come la fuggitiva dell’arca col ramo dell’ulivo, che al porto s’era compiuto il gran miracolo. Venne un vascello e venne nell’Ortigia, nel porto dove l’Alfeo raggiunge l’Aretusa, dove si perde il Ciane dei papiri. Viene da Malta, Candia, Corinto? Viene dal caricatore di Licata, Pozzallo, Terranova? – Infinite sono le rotte, aperte o impedite solamente dai corsari. S’alzano sopra i tetti e i làstrici solari di Siracusa bianca come l’Anadiomene che il riverbero del mare intiepida nel corpo suo sereno, svettano colonne, capitelli, timpani di templi e cattedrali. Oltre, oltre Neàpoli ed Epìpoli, oltre il teatro e oltre l’Eurialo, oltre i mandorli, il timo e il miele, oltre gli Iblei e gli Erei è il centro, l’ònfalo, la terra da cui venne questo frumento che riempì la stiva del vascello. In alto, sopra l’alta Enna, è il seggio della madre, della dea offesa che s’ammantò di nero. Nell’arancio, nell’oro, nel vermiglio che si stende sopra il mare nel tramonto, nell’ottobre dei mosti e delle mosche, del seccume e delle polveri, dell’oliva rósa, la mandorla vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Taléo, nel porto piccolo, nel Marmoreo. Calcò l’uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio sopra gli occhi, s’avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caricò il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso marinaro, botti di mastri d’ascia e calafati, abbai di cani, urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi, lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecità, stroppiume, màcule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano, a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia. Attraversò la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte sul canale della Dàrsena, la Porta Reale, si diresse, prima che calasse notte, verso Ortigia. S’accorse di un’ombra lunga che gli ballava accanto. Temette si trattasse di gendarme, di ladro o d’un sicario del cavalier maltese. Impugnò lo stiletto nascosto nelle brache. – Vieni avanti, móstrati! E quello niente, dietro, fermo pel suo fermarsi. Michelangelo volse il capo appena, guardò con la coda dell’occhio. Vide dietro le sue spalle un giovinetto lacero e mucoso con un sorriso lieve sulla faccia, gli occhi imploranti. – Che vuoi, chi ti manda? – Ho fame, signorìa… Michelangelo si girò, lo guardò bene, gli sembrò come uno di quei della Suburra o Mergellina, ma umile, spaurito, più delicato ai tratti, come Mario in Roma, ai tempi del Concerto e del Liutista. – Come ti chiami? – Martino… – Sei di qua? – Gnorsì, d’Ortigia. – Vieni, portami il sacco. Nella cenere infocata, nel viola del cielo e della terra, Michelangelo vedeva camminando casipole ammassate e decadenti, antiche chiese, mura e porte e baluardi, stereobati, plinti, colonne ritte e riversate di templi dorici che mai aveva veduto, palazzi classici e ispanici possenti, e tutto nell’abbandono, nella mondezza, nel languore della gente, nel livore del vespero, nei gravi rintocchi di campane. Martino gli stava appresso, silenzioso per i piedi nudi, presente solo per l’ansare. – Vieni avanti – gl’intimò Michelangelo. – Conducimi alla Mastra Rua. Il ragazzo si mosse svelto. – Tu conosci un maestro Minniti, pittore di quadri? – Gnorsì, gnorsì. Mastro Mario, ’a badissa… – Che? – È l’ingiuria, signorìa. – Andiamo alla sua casa. Guardava Michelangelo il ragazzo che avanti gli trottava, i garretti, le gambe fra i buchi dei suoi cenci, le esili spalle curve per il sacco, il collo di bambino, la testa di piume di canàrio. All’angelo ripensò del suo Riposo, alla grazia che abbaglia e che dispare. Col suo corpaccio, la grossa testa bergamasca, i capelli peciosi e spessi, la fosca pelle, gli occhi ingrottati, il dolore innominato, la melanconia senza riparo che lo spingeva a denudare il mondo, togliere agli uomini, alle cose, ogni velame, ombra, illusione, esporli alla cruda lama della luce, alla spietata verità di questo giorno, di questa vita, squarcio, ferita immedicata, nel corpo della notte, del sonno, della stasi, amava scontrosamente la bellezza, pativa per la sua labilità, la sua assenza. La Mastra Rua era perciata da rocchi, cortigli, archi, scese e vanelle che sbucavano ai bastioni, al forte di Vigliena, al mare d’oriente. Vele trascorrevano tra una quinta e un’altra, di galeotte, di sciabecchi. Alla casa del Minniti, Michelangelo batté il picchio con tutta forza. E apparve quindi nell’androne l’amico suo. – Michele, Michele, t’aspettavo… Erano anni che non si vedevano, dal tempo del comune soggiorno presso il cardinal Del Monte, in palazzo Madama, in palazzo Mattei, insieme agli altri giovincelli, pittori, modelli, musici, castrati, da quel remoto tempo di lussi e spassi, delle feste, dei giochi e delle risse, delle scorrerie coi lombardi, il cane Cornacchia, in Campo Vaccino, in piazza del Popolo, in Ripetta, la pallacorda, le osterie, le bardasse dei Banchi, Laura e la figlia Isabella, Fìllide, la sua Lena di piazza Navona… Tutto, tutto che si portò via la maledetta rissa in Campo Marzio, la pugnalata nel ventre di Ranuccio, la fuga a Paliano, a Napoli, a Malta. – Che ti successe, Micheluzzo, non stavi bene a Malta? – Bene, sì. Molte committenze, tanto lavoro, un grande quadro per i Cavalieri, una decollazione del Battista… S’aprì in una risata roca, di quelle brutte che soleva fare. – Denaro, onori… Finanche della Croce di cavalier di Grazia fui insignito… Ma tanta grazia non m’impedì d’infilzare un cavaliere di Giustizia… Mi sono calato dalla muraglia con la corda… Eccomi qua, maestro Mario, vecchia mia badessa… – Chi te l’ha detto? – chiese piccato e stridulo il Minniti, ballonzando nelle molli carni. – ’Sto bastasello!… Via, via, torna coi pari tuoi, malecreato! – intimò a Martino. – Lascialo! – Michele mio, qui non siamo a Roma… – Lascialo! Gli fece visitare la grande casa, vedere i ricchi drappi, i tappeti, i broccati, le sete, le gioie, le ambre, gli argenti, lo fece entrare nel salone dove lavorava, coi balconi grandi che s’affacciavano sul làstrico, sul mare. – Ah, vedessi la luce qui al levar del sole… Pare l’incandescenza bianca, l’abbaglio che rimandano i cristalli. Sono costretto a schermare i balconi con i cortinaggi. Michelangelo ghignò e ancora più guardando le tavole, le tele in lavoro sui cavalletti, concluse e appoggiate alle pareti, che imitavano i suoi temi, scene di violenza e di dolore esposte nel suo linguaggio, nel taglio della luce dentro l’ombra, ma con accento fiacco, dolce, atto a piacere, a sedurre i committenti. Era come se il Minniti contraffacesse la sua voce, i suoi tratti, le sue movenze, ne svilisse la superbia, l’astio, il furore, ne svelasse, velandola, un’oscura, bassa debolezza. E guardando anche Mario, ricordando l’adolescente d’un tempo ch’era stato, pieno di grazia, osservandolo ora nella flaccidezza, nel porgersi untuoso, ascoltando la sua voce di castrato, gli sembrava come il suo castigo, il contrappasso, lo specchio deformato del suo interiore per il mostrare egli nella pittura, come in uno specchio, brutale e vero il mondo, cruda la vita, il suo spasimo, il suo dramma. – Perché ti sei ridotto qua in Siracusa, in questo ammasso di macerie, in questo fosso di miseria e d’abbandono? – Ah, questa città n’ha viste tante, tremuoti, carestie, pesti, malgoverni, razzie di corsari… Ma è la mia. Ho qui la madre, le sorelle, i nipoti che devo mantenere… A Messina non avevo più travaglio, committenze. I Gesuiti, padre Semperi in testa, chiamavano dal continente gli artisti loro preferiti, de’ modi del Valeriano, romani, toscani, veneti, fiamminghi. Qui, al contrario, in questa città povera, d’afflitti, hanno potere i Cappuccini, che amano la mia arte, la dicon popolare, in stile, la dicono, caravaggesco. Io son protetto poi dal Definitore Generale, dal padre Errante, ho amicizia con signori del Senato… Vedrai, Michele, quando dirò che il pittore primo, il Caravaggio, è qui nella città, ospite nella mia casa… Michelangelo ghignò: gl’importava solamente racco- gliere il denaro che gli avevano tolto nel carcere di Malta, imbarcarsi, tornare presto a Roma. – Sfama il ragazzo, rivestilo per bene – e indicò Martino accovacciato là per terra, la testa sui ginocchi, addormentato. – Sarà il mio servo, il mio paggio nel tempo che resterò in Siracusa. Scoprì nei giorni appresso Michelangelo, sotto l’umile città dimenticata fra mezzo a dissoluzione e abbandono, la turba d’infelici, accattoni e infermi avanti a ogni chiesa, convento, alle logge dei mercanti al piano Duomo, ribaldi per strade, per campagne, ladri e bardasse ai porti, alla fontana degli Schiavi, al castello di Maniace, mori abbandonati dai padroni tornati sulle terre, nei casali, la soldataglia prepotente e angariosa di Filippo e del Paceco, scoprì come un tesoro sepolto e obliato l’antica e mirabile città di Siracusa, più ricca e forte d’Atene o di Corinto. Vide in incanto i templi, la grande conchiglia impressa nella roccia del teatro greco, la strada dei sepolcri, le are, l’anfiteatro, ogni camminamento, fossato, baluardo di quel vasto, tumultuoso mare di conci di calcare ch’è in Epìpoli il castello Eurialo. – Luogo da cui si vede bene il mare – sciolse così il nome liquido e musicale l’affabile sua guida, l’archeologo don Vincenzo Mirabella. – E il mare è questo Ionio che solcò la nera barca d’Ulisse, solcarono le navi dei Corinzi che vennero a fondare Siracusa. Guardò il pittore la testa chiara del paggio, di Martino. Il suo profilo contro quell’acqua, il celeste luminoso, guardò quel balenìo in mezzo allo sfacelo delle pietre, alle rovine, e all’istante, come ogni volta, sempre, vide fiorire sul fanciullo, sul collo, la guancia, spandersi, la vermiglia, la nera macchia della peste, della corruzione, della fine. Gli prendeva allora panico, dolore, ch’egli mutava in odio, furore contro la vita, gli uomini, un bisogno l’invadeva d’infliggere dileggio, afflizione, recidere teste di Medusa, Golia, Oloferne, d’incidere carni, di ferire, di ferirsi. – Cavalier Merisi, maestro Michelangelo… Si scosse, sorrise mesto all’abate Mirabella. – Andiamo, ci aspetta il Minniti per visitare le latomie. Scese la brigata per il viòlo che degradando rapido conduce nella cava, dentro il labirinto, fra le pareti alte, a piombo, scabre e grondanti delle latomie. Al fondo nella terra rossa, grassa, era fermento. Era nel sole dell’ottobre, dell’infinita estate, uno strisciare di colubri, di ramarri, brulicare di vespe, mosche, zampaglioni sopra vesce, gromme, lippi, sopra erbe, fiori, bacche, edere e rovi e acanti, perastri e olivastri, giunchi e dise, in fittissima boscaglia, impenetrabile groviglio, era un cascare d’acque invisibili, un gracidare di rospi, di ragane. Saltarono fossi, stagni, costeggiarono piloni altissimi, piramidi, colonne che reggevano soffitti di caverne, antri paludosi, antichi intagli e scavi dentro il tufo, entrarono in una spelonca secca, ad arco acuto in cielo, che si svolgeva, avvolgendosi in chiocciola, in spirale, con un gioco sonoro formidabile di echi, rimbombi, esaltazione d’urla, battere di mani, fino di sussurri, fiati. Disse l’abate della leggenda, lontana dalla storia, ch’era ignota, della caverna fatta costruire in quella forma dal tiranno Dionisio ai prigionieri per ascoltarne dalla reggia i discorsi, spiarne le male intenzioni. – Credo sia rimasto il tiranno prigioniero dentro quel suo orecchio, quel labirinto della sua follia – osservò Michelangelo. Martino si divertì con l’eco, sulla soglia del cunicolo fece strida, versi di gatti, cani, trilli d’uccelli. – E finiscila, bastardo! – gli gridò il Minniti spazientito. Andarono oltre nell’infernale mondo, per le lande desolate, fratture immense, spoglie cattedrali, luogo di pena del lavoro, condanna nei secoli d’un popolo di schiavi, di cavamonti, tagliapietre. Tra l’ombra fredda e il fango, incontrarono i cordari che torcevano, mulinando ruote di canne, fibre macerate d’ampelodesmo, di giummara. Sembrava stessero là da infinito tempo, che senza fine, eterno fosse per loro quel travaglio. Guardò quei dannati, ignudi e avviliti, Michelangelo, guardò il tufo alto, incombente dello sfondo, le arcate altissime, la luce livida, tombale che sopra vi gravava. Pensò che lì era il teatro, il luogo adatto per il quadro a lui commissionato dal Senato. Effigiò la santa come una luce che s’è spenta, una Lucia mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti, stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall’amore dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella di cera dietro la pergamena. Nel sentimento della morte che ormai l’ha invaso e lo possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l’assassinio, è alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino verso la notte immota. Un brusìo prima, indi un vocìo confuso e concitato si levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra il mare sferzato all’improvviso dal grecale. Il vescovo, nei solenni paramenti, si levò dal seggio d’oro sopra il presbiterio, l’organo in cantorìa smise di sfiatare. Si le- varono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali, si mise a tossire secco, a sussultare, premette il muccatore sulla bocca. Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria, nel pastorale d’argento, si fermò avanti all’altare sfavillante di lampe, di miriade di ceri. Parlò gravemente. – La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare, avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti sull’altare, al cadavere reale della donna, a una santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto…, non possiamo celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo benedire questo quadro. L’artista capisca e si studi d’aggiustare… Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s’inchinò, discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza vasta, nella luce del mattino. Ora è il tempo in cui il cereo corpo di Lucia si decompone, negli ipogei della morte, negli avelli, nelle catacombe dei liquami si espande, la lama della spada che incise il collo bianco s’è mutata nel bacillo della peste che cova e germina nelle volute, nei ghirigori del barocco, la pittura del Caravaggio nel teatrino dello Zummo, il taglio della luce, la metafora, la profezia della tragedia nella cera colorata, nei simboli, nell’orrore del dettaglio, terrore quaresimale, libidine del reale, nell’ossessione del cadavere. Nasce il ceroplasta Zummo nella Siracusa della peste venuta da oriente, piaga d’Egitto, macerie d’Alessandria, nelle stive dei velieri, nel tempo terrifico e oscuro in cui il morbo, per merci infette, mercanti e uomini ch’eludono dogane, quarantene, si spande sterminando popolaglia per gli angiporti, per le capitali. Cresce l’allievo nel Collegio gesuitico, nella città dei solari templi d’un tempo lineari, delle marmoree dee, del lauro e del timo, del miele degli Iblei, nella Siracusa spenta delle fabbriche dei cilii poderosi delle feste delle sante vergini, delle processioni, dei ceri trafitti dall’incenso, degli ex voto, delle fumose candele nei coppi, nelle ninfe, sulle tombe. Non vede l’abate che abbandono e fame, corpi pendenti dalle forche, eclissi di mali segni, non ode nelle chiese di mefitiche lastre, nelle cripte di mummie in parata, che minacce di fiamme, d’eterna condanna. Nelle botteghe di via Maestranze, Giudecca o Candelai, tra il tanfo delle concerie, il rumore delle macine in centìmoli e trappeti, impara a colorare, a plasmare cera, formare Deposizioni e Addolorate, san Rocco e santa Rosalia delle pesti sotto le campane di cristallo, comincia a immaginare i suoi teatri degli orrori e delle minacce. Seguendo il filo del contagio, l’odore che promana dai lazzaretti, dai corpi accatastati in vallate di fumo e calce, approda nella Napoli degli affreschi di Mattia Preti, degli oli di Micco Spadaro. Compone la sua Peste di carni rosse, gialle, verdi, viola, nere, ammassi di corpi sovrastati da monatti, il vecchio Tempo in trionfo, la falce sopra scheletri e carni, ratti e gechi scorazzanti, Vanitas e Morbo Gallico. Va a Firenze alla corte d’un Medici che annera, sconcia il Rinascimento del casato, odia la poesia, l’arte, vive nella bassura, nell’isteria del tempo, nella necrofilia, nel gusto del disfacimento. È a Bologna, Zummo, assiduo frequentatore negli anfiteatri universitari degli spettacoli anatomici, a Genova, nei sotterranei di alberghi di poveri, ospedali, in cui su corpi, teste di decollati, sperimen- ta imbalsamazioni, confonde le materie, inietta nelle arterie cera liquefatta. Giunge infine a Parigi, alla gloria, alla protezione del Re Sole. Ogni male, malattia del tempo, ogni lacerto, meandro, ogni metamorfosi del corpo con la materia duttile, effimera, con l’imitazione, con l’inganno rappresenta. Al di qua del teatro, della teca, rappresenta la follia del tempo, la sua follia, nel gesto di premere le dita sulla materia molle, nel plasmare carcasse, spoglie, nello spettacolo del macabro, nel gusto della morte. La Rivoluzione cancellerà a Saint-Sulpice altari, spazzerà via la sua tomba, dedicherà il tempio alla Ragione.
Il Seppellimento di Santa Lucia è un dipinto di Caravaggio, a olio su tela (408×300 cm), esposto sull’altare del Santuario di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa
Più nessuno mi poterà nel sud commentava Quasimodo. Invece – se m’è concesso il confronto – io nel sud ritorno sovente. Da Milano, dove risiedo, con un volo di un’ora e mezza, atterro in Sicilia. Dalla costa d’oriente o d’occidente, ogni volta, come per ossessione, vizio coazione a ripetere, celebrazione d’un rito, percorro l’isola da un capo a un altro, vado per città e paesi, sperduti villaggi, deserte campagne, per monti e per piane. per luoghi visti e rivisti non so quante volte; incontro vecchie persone, ne conosco di nuove; registro ogni volta, in quella mia terra, che esito a chiamare patria come invece con foga la chiama il poeta, il degrado continuo, le perdite irreparabili, la scomparsa d’ogni vestigia ammirevole, l’inarrestabile imbarbarimento, gli atroci misfatti, gli assassini, le stragi, il saccheggio d’ogni memoria, d’ogni reliquia di civiltà e bellezza. Vado in Sicilia e ne fuggo ogni volta, ritorno a Milano, la città dove da sempre, fuggendo dal Sud, si sono rifugiati poeti e scrittori, artisti, credendo trovarvi, via dalla periferia, da una mediterranea deriva, vicino a un centro d’Europa, per illuministici retaggi, per eredità di probo governo, decenza civile, rispetto di leggi e diritti, a Milano, in Lombardia, in un Nord di lavoro e sviluppo dove da sempre sono emigrati, come da ogni Sud d’immobilità, privazione e offesa, masse di lavoratori in cerca di un nuovo destino. Ritorno a Milano e scrivo, riverso nelle parole, nella scrittura, in racconti e diari, cronache d’avventure sempre uguali e sempre nuove negli esiti orrendi, pene e furori, rimpianti e denunzie, malinconie e invettive. Credo sia questo ormai il destino d’ogni ulisside d’oggi, di tornare sovente nell’Itaca del distacco e della memoria e di fuggirne ogni volta, di restare prigioniero nella reggia d’Alcinoo, in quel regno di supposta utopia, d’irreale armonia, condannato a narrare all’infinito, come un cieco cantore, un vecchio svanito, i suoi nostoi, le sue odissee. E questo che sto facendo ancora da alcuni mesi, faccio in questo giorno di scorcio d’aprile: narro del mio ultimo viaggio dell’estate scorsa in Sicilia, scrivo un libro che Porta un titolo, L’olivo e l’olivastro, colto in Omero, nell’episodio in cui Ulisse naufrago della grande tempesta, nudo e martoriato, mette piede a Scheria, sulla terra del Feaci, si rifugia sotto due arbusti nati da un medesimo Cippo: uno d’olivo, l’altro d’olivastro. Mi è sembrata l’immagine, un simbolo della biforcazione, dei due sentieri o destini che s’aprono nella vita d’un uomo, nell’a storia d’un paese; del coltivato e del selvatico, del civile e del barbarico. Mi è sembrato il simbolo più pregnante della Sicilia, la quale diventa sempre, come si dice, metafora dell’Italia (dell’Europa, del mondo?). In questo penultimo giorno d’aprile, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina, aver scansato il rischio mortale di Scilla e Cariddi, aver lasciato sulle falde dell’Etna i mostruosi Ciclopi, dentro la sua caverna di lava il bestiale Polifemo, mi trovo a girare per Siracusa, a muovermi nel cuore d’Ortigia, nelle altre parti di questa antica metropoli, il Tiche, Acradina, Epípoli, Neapoli, nel presente suo squallido e oscuro e il passato suo di potenza e splendore. Muovermi tra la retta e la spirale, il rigore e la grazia, il teorema d’Archimede e la poesia di Pindaro, l’equilibrio dorico e il capriccio barocco, nella piazza a forma d’occhio dove regna Lucia, la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla dei messaggi visivi nell’antro dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche colonne di pura geometria, dov’è incastonato il tempio d’Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e della luce, della ragione e della sapienza. Mi trovo, confuso, smarrito, in questo teatro di profonda memoria, di continui richiami, in questa scena odierna di degrado e macerie, deserta di parola, poesia, in questa cavea di urla e fragori, sotto un cielo di spesse caligini, presso un mare di petroli e liquami. In Siracusa è scritta la storia dell’infinito tramonto della civiltà nostra e cultura, dell’umano sentire, è impressa la notte della ragione e della pietà Questo ventinove aprile mi alzo all’alba, come ogni mattina, scrivo dell’ultimo tramonto di Siracusa attraverso il racconto di personaggi che in quella città son passati nel momento più drammatico della loro vita, uomini prossimi alla fine. Racconto del disperato Caravaggio che, fuggito dal carcere a Malta, approda in una Siracusa stremata da terremoti, carestie e pesti, immersa nel buio della Controriforma, dipinge per una chiesa il grande quadro del Seppellimento di Santa Lucia: il cadavere gonfio d’una fanciulla posto a terra, due ignudi becchini in primo piano che scavano la fossa, gli astanti schiacciati alla parete alta d’una latomia, la luce livida d’una catacomba. Racconto del ceroplasta siracusano Zummo che crea teche, teatri di peste, di contagio, di cataste di cadaveri in decomposizione, di avelli di scheletri, di mummie su cui scorrazzano topi, gechi, degli effetti sui corpi della sifilide; crea con le cere colorate perfette anatomie di teste, membra, organi… Racconto di un’arte necrofila, maniacale per cui lo Zummo è onorato alla corte di un Medici a Firenze e a quella del Re Sole a Versailles: la rivoluzione spazzerà via la sua tomba a Saint-Sulpice, spazzerà via gli altari per dare luce, spazio alla dea Ragione. Racconto del poeta von Platen che a Siracusa finisce i suoi giorni, in una misera locanda presso la fonte Aretusa, consumato dalle febbri del colera, dal vomito, dalla dissenteria. E racconto ancora di Guy de Maupassant che a Siracusa, rapito davanti al corpo luminoso della Venere Anadiomene, cova nel sangue il bacillo dell’infezione, della malattia che lo porterà alla demenza, alla morte. Nella scansione del tempo che m’impongo, a mezzogiorno interrompo il lavoro e vado, con desiderio e insieme titubanza, a comprare i giornali. E il momento, quello, della frattura, del ritorno brusco nella prosa offensiva del presente, dell’ingresso nel grigio miserevole teatro di questo regno dei Feaci, di questa Milano in cui sono approdato da più di venticinque anni e da cui non riesco più ad imbarcarmi per l’Isola che un giorno abbandonai. Non riesco a lasciare questa città del disinganno, dell’utopia crollata, della mediocrità più squallida, della nevrosi e dell’aggressività, del deserto d’ogni gioia, d’ogni bellezza, perché non c’è più un’Itaca dove ridurmi e conciliarmi, in cui ricomporre l’armonia perduta, non c’è più espiazione e liberazione dalle colpe dopo il lungo racconto di mostri, di malie e di tempeste; perché i mostri non abitano più nel nostro subconscio, nei nostri sogni, non abitano più in ignote dimore, abissi marini o caverne etnee, non sono dei mondi pre-civili, dei regni dell’olivastro, ma sono della nostra storia, del nostro tempo, sono reali e ovunque presenti, sono quelli che ci hanno predetto Kafka, Baudelaire, Eliot, Joyce, Camus, Pirandello, tutti i poeti-profeti, sono quelli comparsi ieri ad Auschwitz, Hiroshima, Siberia, quelli comparsi oggi a Sarajevo, in Ruanda, in tanti altri luoghi di morte e di massacro; sono quelli che, dopo cinquant’anni, minacciano di ricomparire, ahinoi, in Italia… L’amico giornalaio Bruno mi dà subito le prime notizie con l’espressione del volto, col modo di guardarmi, col far svolazzare, da dentro la nicchia della sua edicola, simile all’antro della Sibilla Cumana, qualche parola che può sembrar casuale, ma che è carica d’allusioni, messaggi. «Ha sentito che cattivo odore, che puzza nell’aria stamane? Sarà scoppiata qualche fogna qui attorno, sarà sfuggito veleno da qualche fabbrica chimica…. Capisco allora, mentre Bruno mi porge i giornali, che le notizie sono pessime, come del resto ogni mattina da molto tempo a questa parte; lo capisco dal malumore, dal brontolare di Bruno che ogni giorno diventa sempre più cupo. E la notizia che era nell’aria, che già si temeva, dopo la stragrande vittoria alle elezioni della destra, del patito del signor Berlusconi, alleato con i revanscisti, i vandeani del signor Bossi , e con vecchi fascisti (neo o post-fascisti loro pretendono d’esser chiamati) e del signor Fini, eccola qua, in prima pagina su tutti i giornali, con titoli a caratteri cubitali: Berlusconi al potere – Berlusconi: vi darò la miglior squadra – Il regime all’opera – Governo, è l’ora di Berlusconi – Silvio Berlusconi s’apprête à accéder au pouvoir… Sì, è fatta, il leader di Forza Italia è stato incaricato dal capo dello Stato di formare il nuovo governo, il cinquantatreesimo dalla fine del fascismo, dall’avvento della democrazia. Illusione, sogno, felicità da spot pubblicitario, mondo d’inganno, di ombre televisive, di degradata, miserabile caverna platonica, regime telecratico, potere d’una squadra di samurai dell’azienda, d’un manipolo di sacerdoti della religione della bottega, di mistici della réclame e del profitto: di questo parlano i giornali. Riportano anche oggi in prima pagina la condanna a otto anni di carcere del finanziere Sergio Cusani, un giovanotto di buona famiglia napoletana, d’un passato a Milano di militanza nel Movimento Studentesco, di marxista rivoluzionario. La sentenza arriva dopo sei mesi di processo trasmesso alla televisione e goduto dai telespettatori come un grande, appassionante spettacolo, in cui sono sfilati i più grandi finanzieri e industriali, i leaders politici, in cui si è mostrato la corruzione, il disfacimento di un potere, il crollo di un sistema simile a quello di Bisanzio prima dell’arrivo dei barbari, quel mondo che ci ha narrato Procopio di Cesarea. La gente che aveva mandato al potere Andreotti e Craxi ha guardato il processo, ha tifato per il giudice di Mani Pulite Di Pietro, si è assolta, e in marzo ha votato per Berlusconi, per Bossi e per Fini. «È disperante. Andiamo via, via da quest’orrenda città, via dall’Italia..» dice mia moglie. «Aspettiamo… Almeno fino a domani» rispondo scherzando. Sappiamo, l’indomani, che il Papa, uscendo dalla doccia, è caduto e s’è rotto il collo del femore. Doveva partire quest’oggi, Giovanni Paolo II, per Siracusa, avrebbe dovuto in quella città consacrare un santuario dedicato alla Madonna delle Lacrime, a un piccolo bassorilievo di gesso colorato che negli anni Cinquanta, in occasione di una tornata elettorale, si dice abbia pianto nella casa di un operaio comunista. Il santuario, un alto edificio in cemento a forma di cono scanalato, una sorta di rampa per il lancio di missili, è stato costruito di fronte al museo dov’è custodita la Venere Anadiomene, nel giardino dov’è la tomba di von Platen. Tutto ormai in questo Paese è di banalità e orrore, di degrado e oblio, è tramonto infinito, è Siracusa, è fiammella d’olio o di candela che si spegne, è buio di catacomba; tutto è Milano del fascismo, del leghismo e del berlusconismo, è squallore e ignoranza, è ricchezza volgare che corrompe, aggredisce e offende.