Pubblicato in Spagna Conversacion en Sevilla,
per la cura di Miguel Angel Cuevas.
Che ci restituisce gli interventi del grande scrittore siciliano
in occasione di un convegno a lui dedicato in quella città nel 2004
Notabilis Maggio-Giugno 2015, anno VI, n° 3
Autore: admin
Rizzoli galleria ” Da noi “
Vincenzo Consolo — essenza della sicilitudine
— Penso che vincere un premio come lo Strega possa essere, per uno scrittore serio, un’assicurazione contro i faccendoni, e il dilagare della carta. — La carta seppellisce i libri. Una volta gli scrittori lavoravano con la speranza nel futuro1 . Senza troppa esagerazione si può affermare che il tono essenziale della prosa consoliana rimane soprattutto riflessivo e didascalico. E se con questo ci si vuole riferire ad una remota disposizione che si ripresenti nelle opere degli scrittori siciliani, e cioè, una ricorrenza di quella peculiarità, nominata da Leonardo Sciascia una “specie di follia”. In questa zona discorsiva, acquista un rilievo massimo la figura di Luigi Pirandello atteggiata nell’argomentativo e sofistico ritmo di un ragionatore e di un maestro tutto volto a spiegare e insegnare. Ma questa razionalizzante sicilitudine non è da credere che s’aggiri in una forma di cattedratica istruzione o di astratta lezione2 . Al contrario, la meditazione svolta dell’autore, pur nei confini dello schema prestabilito si avvia di acute analisi e di fini notazioni psicologiche
1 F. Parazzoli: Il gioco del mondo. Dialoghi sulla vita, i sogni, le memorie […]. Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1998, p. 23. 2 Cfr. M. Tropea: Nomi, „ethos”, follia negli scrittori siciliani tra Ottocento e Novecento. Caltanissetta, Edizioni Lussografica, 2000, p. 5.
essenza della sicilitudine che superano i consueti limiti del comune repertorio morale. Pirandello, nel modo più autonomo, è riuscito a collegare i motivi siciliani come: mania, follia e superstizioni e grandi temi dello smarrimento dell’animo dell’uomo. Si potrebbe dire, a titolo non solo di paradosso, che lo scrittore avverta la presenza della conoscenza della vita nella totalità dei suoi aspetti come il frutto di un’esperienza non gradita e tendenzialmente rifiutata. Invece la liberazione dei sentimenti e dell’invenzione dal peso del reale presuppone un’intensa partecipazione ad esso, non un rifiuto, non un esilio, ma un’accettazione contrastata e difficile. Ad una maggiore immediatezza d’espressione si torna con l’esperienza di Vitalino Brancati che distingue la cultura della Sicilia in due grandi suddivisioni: “[…] quella occidentale degli arabi, dei cavilli, delle sottigliezze, della malinconia, di Pirandello e di Giovanni Gentile e dei mosaici; e quella orientale dei Fenici, dei Greci, della poesia, della musica, del commercio, dell’inganno, di Stesicoro, Verga, Bellini, San Giuliano”3 . Con le opere di Brancati si rimane sempre nella stessa dimensione della poesia invasa dalla follia che forma la peculiarità dell’anima e della cultura siciliana. Secondo Mario Tropea l’esistenza di una “letteratura siciliana” costituisce una figurazione di una insularità affermata non solamente dal punto di vista storico e antropologico. Nella sua sostanza si conferma una tonalità narrativa della psicologia umana4 . Allo sguardo satirico di Brancati, l’universo siciliano non appare come lo spazio di cui celebrare il fasto, né tanto meno la sede in cui si elaborano progetti politici; esso diviene piuttosto il bersaglio privilegiato di un processo di smascheramento, teso a mettere a nudo l’incapacità dei rappresentanti del potere, l’interesse dei cittadini e il loro stato di umiliante soggezione. In questo senso appare emblematico il punto di vista di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pieno d’ironia, pensata come sintesi di distacco aristocratico. Forse ha capito che allo scrittore non si chiede più l’eroismo di una classe feudale, ma la naturale mutevolezza di caratteri osservati nella
3 Ibidem, p. 6. 4 Cfr. ibidem.
realtà quotidiana. L’ottica dall’interno con cui il mondo della Sicilia è narrato compare nella presenza di nozioni dell’ironia e della storia. L’isola ha una sua storia che la genera e rigenera. Nella scelta di una narrazione mimetica l’insularità diventa una proprietà imprescindibile. Consolo non inventerebbe l’isola se non vi fosse venuto al mondo, se nella vita, nella scrittura non fosse venuto incontro ad esso e se non l’avesse raccontato tramite le vicissitudini dei compaesani. Pubblicando i suoi scritti, Consolo ha salvato dall’oblio inerente all’oralità le storie dolorose e fragili. Sembra che, simbolicamente, lo scrittore abbia saldato un debito nei confronti degli interlocutori del paese natio. Non si tratta, in questa analisi, di propugnare uno scavalcamento delle gerarchie né di rinnegare gli interessi degli scrittori; invano si cercherebbe in queste opere un progetto di riforma della società in base a nuovi valori. Mondo insulare e mondo della penisola sembrano impermeabili. Eclettico Capuana non tanto lontano dalla realtà del naturalismo di Verga rappresenta la follia proprio tramite uno studio “clinico”. Nella poetica che sembra quella di un generico realismo, Consolo varca la soglia della finzione e recupera le forme testuali della verità quasi documentaria: struttura e tono del reportage, appendici forniti dalla storia, narrazione in terza persona. Un’idea di narrazione polimorfica potrebbe risultare una necessità di inquadrarsi all’interno di una prospettiva di moderno umanesimo delle contraddizioni. Ferruccio Parazzoli ha ammesso di sentirsi come Ismaele — il protagonista di Moby Dick. Invece, però di andarsene per mare, lo studioso si accontenta di svolgere la ricerca tra gli amici5 . In Mondadori, la sua casa editrice, Consolo viene considerato uno dei più ascoltati scrittori italiani. “Quando dice fa opinione” — ricorda Parazzoli6 . Se lo scrittore si riferisce alla quotidianità politica, lo fa direttamente come nella constatazione rapportata alla situazione del settembre del 1994: “Io credo che chi ci governa sia affetto da una grave malattia mentale. […] Tutti i suoi gesti, tutte le sue azioni, tutti
5 Cfr. F. Parazzoli: Il gioco del mondo…, p. 54. 6 Ibidem.
gli ordini, tutto quanto lui dispone è all’insegna dell’irrazionalità e della follia”7 .
Prendendo le mosse dal mito sul Cavallo inventato da Ulisse, Consolo cerca di individuare un’ipotesi fondamentale dell’illusione vissuta dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale; l’illusione dell’Itaca e cioè dell’armonia, della storia e degli affetti. Dopo le tragedie subite c’era bisogno di razionalità e di ordine che potevano essere visti come tappe di un possibile recupero della ragione. Va poi sottolineato, sul piano delle corrispondenze fra la ragione e la follia che questa oscillazione è diventata una costante della storia dell’Italia. Consolo dichiara decisamente il desiderio di testimoniare il senso storico del suo tempo. In questo caso la testimonianza riguardante la situazione del paese è un espediente narrativo esemplare della tecnica della trasformazione che si gioca su capovolgimenti. La generazione di Consolo ha conosciuto un mondo che era la civiltà contadina è che poi ha cominciato a sostituire la vita con le cose, con la merce. In conseguenza è accaduto lo spostamento della centralità dell’essere e la sua sostituzione con l’avere. La rapidità di questo processo ha lesionato anche le altre sfere dell’attività umana. Secondo Consolo il movimento delle masse contadine ha portato alla distruzione della cultura popolare. Anche un discorso svolto dallo scrittore sui colpevoli di questo stato di cose indica chiaramente i politici un primo luogo e poi gli intellettuali. Questa idea di responsabilità sopravvive nella coscienza letteraria consoliana, specialmente quanto il narratore sottolinea la propria provenienza siciliana. In questo paesaggio dell’Italia corrotta e arrettrata, Milano è cominciata ad essere considerata come la città dell’utopia, senza sopraffazione e violenza. Non è quindi per un caso nemmeno da questo punto di vista, in fondo, che Vincenzo Consolo come Verga e Vittorini, approdì a Milano. Con il passare di tempo nasce la delusione. La cosa da notare subito è la convinzione di Consolo della responsabilità maggiore della Milano moderna, siccome più dotata nel campo di lavoro e di cultura, della digradazione e dell’avvilimento.
7 Ibidem, p. 25.
Si capisce ancora meglio, così, perché sia proprio quest’inclinazione a renderci più coscienziosi e più sensibili ai problemi della realtà circostante. Esaminando il percorso dello sviluppo del romanzo politico, Consolo pronuncia apertamente la sfortuna di Sciascia e di Pasolini. Il primo è stato dimenticato, il secondo invece, è stato imbalsamato in una nicchia di santità laica. Nelle sue narrazioni ci si rivolge come un’ultima volta a uno spazio e a un tempo che stanno per svanire definitivamente. Attingendo ai maestri come Verga, Pirandello, Vittorini, Consolo vuole mettere in evidenza una realtà che si può raccontare. Non consumata dall’informazione, dalla televisione o dai giornali ma capace di far sopportare e di capire la realtà. Una delle caratteristiche di questo modo robusto di narrare è quel ricorso frequente alla parola “armonia” che è diventata una parola chiave nel suo vocabolario di scrittore. Si scopre così che, correntemente alla sua essenza patetica, questa parola, come specchio e rappresentazione dello sguardo che lo affronta, può diventare un espediente che renderà più facile il conciliarsi con la vita e con la realtà. È altrettanto importante mettere in evidenza un’altra costante della produzione letteraria consoliana e cioè, la volontà di decifrare un passato remoto. L’atteggiamento di protesta contro la dissacrazione del nostro tempo. Gli elementi della materia che diventano veri e propri protagonisti della memoria di Consolo sono tra l’altro: le pietre, le piante e il mare. La loro capacità di ipostatizzare lo sguardo che li contempla e di oggettivarlo in una forma visibile, non si trasforma mai in pura contemplazione ma cambia nell’esperienza interiore. La memoria del mondo ormai dimenticato e trascurato diventa anche il modo per salvarlo. Con questo espediente lo scrittore vuole opporsi al senso della precarietà del mondo moderno. Nella prefazione al saggio di Basilio Reale lo scrittore constata: Ho sempre pensato la letteratura siciliana (e non solo la letteratura, ma la pittura, la scultura, la musica: l’arte insomma) svolgersi su due crinali, su due filoni o temi distinti: quello della storia e quello dell’esistenza (o della natura, o del mito)8 .
8 V. Consolo: Prefazione. In: B. Reale: Sirene siciliane. L’anima esiliata in “Lighea” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2001, p. 15.
La memoria di quel mondo viene conservata anche nella dimensione di fuga dal paese. La fuga che è possibile forse solo in letteratura. La letteratura come possibilità di staccarsi dalla Sicilia, pur restando in Sicilia: l’esilio dall’interno. Molto legato ai valori come l’orgoglio, l’umiltà e il pudore, Consolo constata che la mancanza di pudore che ormai fa parte di ogni settore dell’attività umana, lo disorienta e offende. La paragona a una forma di violenza, come nei teatri anatomici quando si squadernavano i corpi. Parlando dell’importanza della memoria, lo scrittore rievoca la testimonianza di Pirandello, vissuta a circa due anni e legata ad un’eclisse solare che diventa un autentico archetipo della scrittura pirandelliana e un’ipostasi che è presente anche nella narrativa di Consolo9 . La prova di ricostruire questa memoria storica riguarda un mondo in cui la memoria sta per annullarsi. Ne rimangono solo delle apparenze e degli stereotipi. Per salvare questa realtà acquisisce soprattutto una forza dell’espressione linguistica, il richiamo alla lingua: unico segno realmente distintivo e significativo di appropriazione del mondo nelle possibilità di narrarlo, il che vuol dire per Consolo di ricrearlo narrativamente. Non a caso Giulio Ferroni riconosce allo scrittore il merito di essersi mosso alla ricerca di un linguaggio capace di unire in sé “la curiosità storica e razionale di Sciascia e il violento plurilinguismo di Gadda”10. Per Consolo la forza stilistica e inventiva diventa simbolo dell’aspirazione barocca a inglobare i diversi aspetti del reale in un complesso eterogeneo, ma organizzato. Le stesse ansie e inquietudini che, come si è visto, stanno a fondamento della ricerca dello scrittore siciliano, permeano altrettanto la prosa di diversi autori legati alla loro terra, alla loro regione, al loro quartiere. Il rapporto con il nichilismo del Novecento, la crisi di valori, la redifinizione dell’identità, i temi fondamentali non solo dell’opera di Consolo non solo hanno volto l’attenzione di molti su
9 Consolo, questa prosa, la nomina “la memoria di un’eclisse”, cfr. F. Parazzoli: Il gioco del mondo…, p. 29. 10 G. Ferroni: Storia della letteratura italiana. Milano, Einaudi, 1991, p. 129.
questi problemi ma sono anche stati oggetto di analisi di vari critici11. Joanna Ugniewska, nella parte conclusiva del saggio di Matteo Collura ci ricorda che l’autore, attingendo al modello vittoriniano del viaggio orientato verso i luoghi dell’isola d’infanzia e di origine, definisce la propria narrazione come il percorso verso luoghi dove la memoria è stata imprigionata12. Nel corso del Novecento la critica aveva riesaminato con accenti più serrati il ruolo degli autori siciliani. Alcuni di loro come Elio Vittorini e Leonardo Sciascia e un po’ più tardi Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono stati premiati con il Nobel per la letteratura, gli altri hanno goduto un notevole successo editoriale. Nel quadro di questo pensiero siciliano non sarà luogo d’azione a sancirne il suo carattere originale. È vero che le narrazioni consoliane sono ambientate nella Sicilia, ma accade che le opere degli autori rievocati presentino i contesti geografici più neutri e generici. Da questo punto di vista, dunque, la provenienza potrebbe risultare un mero dato anagrafico. Ma in effetti la personalità consoliana era lungi dal limitarsi a tale rapporto tra la terra di nascita e le scelte future, tra l’aspirazione e i contrasti della vita, rapporto in certo modo risolto nella posizione dello scrittore di estrema apertura verso il reale, quale era propria di una scrittura che avverte in sé il continuo bisogno di nuovi orizzonti e di nuove situazioni. Se si volesse configurare la letteratura d’arte come perenne conflitto di “rappresentazione” e di “intellettualità”, si dovrebbe tornare mentalmente allo Stilnovismo, ma la presenza del momento intellettualistico è percepibile anche nell’arte moderna. Nel suo saggio dedicato agli scrittori siciliani del Novecento, Massimo Naro constata che l’atteggiamento intellettuale degli scrittori isolani si innesta sulla loro provenienza, non solo nel senso anagrafico o geografico, ma molto più profondamente, con le implicazioni etiche come antichi modi
11 Cfr. G. Pellegrino: Lotta, memoria e responsabilità: Eraldo Affinati. In: Scrittori in corso. Osservazioni sul racconto contemporaneo. A cura di L.A. Giuliani, G. Lo Castro. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 155. 12 Cfr. M. Collura: Na Sycylii. Przeł. J. Ugniewska. Warszawa, Fundacja Zeszytów Literackich, 2013, p. 158.
di percepire il mondo a partire dalla terra di nascita13. L’esperienza siciliana diventa una specie di prospettiva nella quale gli autori contrappongono l’isola ad ogni terraferma. Più netti sono i contorni dell’isola, più il mondo fa da sfondo, diventa il miraggio. Così, quando lo sguardo degli scrittori entra “dentro” l’isola, la descrizione della concretezza fisica dello spazio non perde mai di vista gli elementi “strutturali” della Sicilia stessa. Una concretezza descrittiva che non trascura la peculiarità funzionale di questa scrittura, di esprimerne la gratitudine e la nostalgia. Questa caratteristica dell’ottica siciliana viene confermata fortemente nell’analisi del titolo dell’opera di Antonio Di Grado Finis Siciliae14 svolta da Anna Tylusińska-Kowalska nella parte introduttiva al volume dedicato alla produzione artistica di Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Luisa Adorno e Matteo Collura15. Nel commentare il titolo del libro citato del Di Grado e il contenuto del proprio volume, la studiosa sottolinea la funzione del diversificato paesaggio siciliano da cui scaturisce il mito della tradizione, del legame con la terra di nascita e della storia non sempre felice. Pirandello ha già definito le caratteristiche di questa specie di ottica, usando il termine “raziocinare” per questo modo di esaminare: volutamente più lento, più pacato, meno calcolante e più poetico, ma sempre capace di focalizzare l’attenzione sulle questioni problematiche e urgenti del tempo. Le cose hanno un volto diverso nel senso che qui sono appunto gli scrittori a porsi delle domande che nelle altre parti del mondo si pongono dei filosofi: sull’esistenza, sulla verità, sulla giustizia e sul potere. Gli echi dello stesso dibattito sorgono nei pensieri di Gesualdo Bufalino che si chiedeva se ciò che l’uomo sperimenta sia conclusivo o provvisorio, reale o illusorio? Nelle sue
13 Cfr. Sub specie typographica. Domande radicali negli scrittori siciliani del Novecento. A cura di M. Naro. Caltanissetta—Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2003, p. 6. 14 A. Di Grado: Finis Siciliae. Scrittura nell’isola tra resistenza e resa. Acireale— Roma, Bonanno, 2005. 15 Cfr. Literacki pejzaż Sycylii. Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Luisa Adorno, Matteo Collura. Red. A. Tylusińska-Kowalska. Warszawa, Wydawnictwo DiG, 2011, p. 9.
opere l’isola diventa metafora della teatralizzazione della vita16. Vale ancora aggiungere che nella sua ricerca appare chiara la volontà di valutare questa “qualità interrogante” della letteratura siciliana. Questo capitolo, di carattere esclusivamente introduttivo, si limita a considerare alcuni nomi e testi esemplari di questa lunga e complessa storia letteraria. La problematicità della letteratura siciliana si comprende nell’antirazionalità della poesia di Bartolo Cattafi, nell’opposizione tra certezza e dubbio nei libri di Giuseppe Antonio Borgese, nella contrapposizione tra fede e follia nei testi di Lucio Piccolo e Carmelo Samonà nella rappresentazione della dignità umana nelle opere di Elio Vittorini, nella ricerca del senso della vita in Francesco Lanza o in Nino Savarese, nella felicità perduta in Ercole Patti, nel nichilismo esistenziale in Sebastiano Addamo, nel dramma dell’emigrazione nella poesia di Stefano Vilardo, nell’impegno intellettuale di Vincenzo Consolo, nella protesta contro le violenze quotidiane di Dacia Maraini, nell’angoscia esistenziale nella narrativa di Gianni Riotta, Giosuè Calaciura e Roberto Alajmo. Consolo si realizza nella sua coscienza dell’intellettuale, egli misura costantemente la propria sorte d’uomo di cultura. Allude in questo modo alla tradizione l’iniziatore della quale viene considerato Dante — il primo intellettuale in senso moderno. Il sapere ritrovato è tutto orientato in senso “morale” e la reintegrazione della cultura nel destino dell’uomo segno un punto fermo nella storia della civiltà letteraria17. La caratteristica che unisce ambedue i personaggi è la coscienza “militante”. Alla letteratura siciliana è stato quindi assegnato il privilegio di colmare un ritardo, a sua volta necessario per riflettere sul valore e sulla ragione dell’esistenza umana. Giulio Ferroni denuncia la tendenza ad apparizione degli scrittori impegnati su altri terreni. Lo scrittore si pone cioè di fronte a un mondo passato e la sua continuità nel mondo postmoderno con gli strumenti mentali e catalogatori con cui aveva sempre osservato la
16 Cfr. J. Ugniewska: O zaletach peryferyjności, czyli jak można być Sycylijczykiem. W: Literacki pejzaż Sycylii…, p. 37. 17 Cfr. S. Battaglia: Mitografia del personaggio. Milano, Rizzoli Editore, 1968, p. 516.
resistenza della Sicilia continuamente decrescente18. Di qui il richiamo ad un rapporto difficile ma molto efficace tra memoria storica e ricerca linguistica, alle quali Consolo riconosce di essere “a livello d’indagine”. Un “livello” situato evidentemente nell’aver stabilito un nuovo rapporto con la realtà in cui appaiono mutati i fattori stessi del passato. Alla narrativa ha assegnato il dovere di confrontare la violenza del passato e quella del presente e provare la presenza della stessa continuità di un modo di soffrire e di cercare la via di salvezza. L’interesse per questi scrittori, che, con precisa terminologia, sono stati definiti siciliani, non è un fatto recente, ma ancora in fase di sistemazione critica. Nell’ottica della ricezione che esprime l’orizzonte dell’opera letteraria, si scorge negli scrittori siciliani la coscienza di un dramma e di un dissidio psicologico e quindi la profonda serietà morale dell’ispirazione. L’indagine più recente, mentre respinge l’interpretazione che fa degli autori siciliani le figure periferiche, accetta alcune conclusioni critiche precedenti, ma le integra con una nuova serie di proposte e di riconoscimenti. Vincenzo Consolo vive nella tradizione segnata dagli studiosi quasi esclusivamente per il fatto che fu l’amico, l’ammiratore e l’ereditario letterario di Leonardo Sciascia. Ma accanto a questa immagine esiste un’altra figurazione civica di Consolo, quella del letterato enciclopedico, che fa sentire nelle sue opere, con l’ardore della scoperta e l’ansia di comunicarla, tutto l’amore della scienza, della storia e della cultura. E non è da dimenticare il contegno civile di Vincenzo Consolo. Anche se opera nell’ambiente milanese, in uno stadio di involuzione più profonda, non è lontano dall’atteggiamento di partecipazione. Anzi, risulta propenso a stabilire fra la letteratura e la vita quotidiana un legame, in cui si celebri la nuova teorizzata libertà e dignità del letterato. La letteratura che prende avvio dalla Sicilia è caratterizzata dalla straordinaria pluralità e varietà delle voci in cui si esprime 18
Cfr. G. Ferroni, A. Cortellessa, I. Pantani, S. Tatti: Storia della letteratura italiana. La letteratura nell’epoca del postmoderno. Verso una civiltà planetaria 1968—2005. Vol. 17. Milano, Mondadori, 2005, p. 87.
31 il sentimento di una cultura letteraria assai più complessa e insieme obbediente a molte sollecitazioni. Una letteratura di transizione, segnata da parecchie fortissime personalità di orgogliosi cantori della propria terra e capostipiti della civiltà antica, e da una propensione ai tentativi e agli esperimenti, in cui si rispecchia la vita difficile, contradditoria, irta di delusioni e di utopie, di un mondo che si dibatte nella travagliosa ricerca di un nuovo ordine politico, morale ed intellettuale. Esperienza intima e reale è quella che Consolo invera nelle sue opere e che egli fa conoscere distinguendo, su un fondamento assiologico due cose: il valore metaforico di vicende individuali nelle quali ciascuno può ritrovare le proprie passioni e il valore universale dei fatti della storia siciliana con le loro proiezioni ed interpretazioni. Bisogna quindi accostarsi alle opere consoliane come a una cronaca, i cui personaggi rappresentano una specie di dramatis personae, capaci di facilitare il passaggio dalla confessione e dall’indagine psicologica e antropologica ai processi della conoscenza di una più profonda e più complessa realtà, quella che non vive costretta nei limiti di questo, cioè, isolano, spazio. Il significato che assumono gli eventi riportati da Consolo nelle narrazioni, per esempio la strage che conclude il suo ultimo romanzo, risulta assai vasto. Lo spasimo di Palermo sembra una sconfitta della ragione di fronte alla violenza, invece secondo il messaggio metaforico può assumere il valore della presa di coscienza della società civile rinata. Nei romanzi consoliani vi è presente un’immensa esperienza di vita, ed è presente come può esserla a chi non solo la contempla ma anche a chi si mescola fra la vita. I flashback che illuminano l’infanzia difficile dei protagonisti consoliani, la fuga dall’isola e il deludente soggiorno a Milano sono raccontati come il dramma umano che appartiene all’universale travaglio. Questa prosa ci offre, alle soglie della civiltà postmoderna, un’ampia documentazione di fatti e di figure, un quadro mobile e profondo delle società e delle storie diverse. Non sorprende affatto, quindi, che in polemica con l’esistenza e la funzione del confine gli scrittori siciliani non abbandonassero il carattere della loro terra, indicando come correlato della sua consi – 32 Capitolo I: Vincenzo Consolo — essenza della sicilitudine stenza non la limitatezza causata dal mare, ma la fermezza della vicinanza del continente. Nell’immaginario degli autori siciliani l’isola risulta dunque un paesaggio percepito prima staticamente (da lontano) e poi dinamicamente (dall’interno), in una dialettica giustapposta tra “dentro” e “fuori”, tra spazio guardato e spazio vissuto che corrisponde alla duplice essenza dell’isola stessa, che è per definizione un luogo d’accesso posto al confine con mare, uno spazio in cui si abita in uno spazio in cui si viaggia. Per i siciliani le relazioni di spostamento seguono questa fenomenologia lineare di inoltramento (varcare il confine, passare il mare), che si accorda a un’inclinazione all’esplorazione delle direzioni ben determinate come: l’America, l’Italia e l’Europa occidentale. Nell’intreccio di queste istanze antitetiche ancora più nitido sembra il capovolgimento della situazione siciliana, che affonda in complesse dinamiche sociali e antropologiche. La Sicilia, dall’essere terra di emigrazione, è diventata la terra di immigrazione. La sintesi più valida del ribaltamento avvenuto, la dobbiamo a Leonardo Sciascia che nel suo racconto intitolato Il lungo viaggio presenta la partenza dei clandestini da una spiaggia tra Gela e Licata in cui adesso approdano gli immigrati dal Nordafrica. Un’attenzione più dettagliata al rapporto fra la letteratura e la storia viene espressa molte volte nei libri degli scrittori siciliani contemporanei. All’efficacia della storia reinterpretata dalla scrittura non si può non accostare quella della produzione letteraria sempre più florida che spesso coincide con la prima. L’attenzione per la scrittura siciliana è un fenomeno rilevante e procede di pari passo con le vere esplorazioni delle presenze letterarie che si compiono sempre più sistematicamente. Accanto agli autori e ai temi di massima rappresentatività, vi si trovano quelli più recenti che completano l’artistico panorama siciliano. Tra gli argomenti narrati quelli più frequenti riguardano l’espatrio (in America, in Africa, in Germania) e l’attuale condizione della penisola siciliana. Non di rado gli scrittori siciliani tendono a rappresentarsi in questo luogo in cui si concretizza la loro invenzione. Del ritorno in Sicilia scrivono dunque: D’Arrigo, Brancati, Vittorini, Consolo. Secondo Ignazio Romeo: “Tornare significa infatti anche, metaforicamente, Vincenzo Consolo — essenza della sicilitudine 33 scavare in se stessi e nella propria storia, cercare l’estraneo in quello che si è familiare: guardare, insomma, in profondità e a distanza”19. Ma è vero anche che da questo spazio limitato fisicamente si aprono i grandi percorsi della cultura e della fantasia. Sono due elementi fondamentali che reggono l’asse assiologico della letteratura siciliana, il primo riguardante il dibattito relativo all’attuale e storica esistenza umana e il secondo relativo alla letteratura stessa e il suo ruolo nella nostra modernità. Non si tratta di due realtà distintive che finiscono con lo scontrarsi ma di due componenti che complementandosi occupano un posto considerevole nel panorama letterario non solo siciliano o italiano. La forza dell’autoriflessione letteraria degli scrittori siciliani finisce nella maggior parte dei casi come il metadiscorso. Le domande sul senso dell’arte, poste da Verga e Pirandello — i primi esploratori di tale problematica, hanno un carattere ben definito. Una specie di slittamento metonimico da una fase di lotta per la ricchezza ad uno stadio di lotta per la parola, il contrasto essere/apparire, la permanenza del binomio vita/teatro diventano motivi costanti di chi vuole autointerrogarsi. Non meraviglia dunque il fatto che tutto ciò che Pirandello nomina nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore ”il tumulto della civiltà” trae l’ispirazione dalla figura leopardiana del poeta “inattuale” che ha provocato la discussione sulla relazione tra la scrittura e la lettura, l’autore e il pubblico20. Si radica ai nostri occhi l’opinione che la Sicilia sia soltanto il simbolo, l’espediente che consente di stabilire un contatto tra l’uomo e la sua identità. Vincenzo Consolo si dedica alla stesura delle sue opere ricorrendo alla pluralità linguistica che caratterizza la sua espressione letteraria. Accanto all’uso del lessico dell’italiano comune, il prosatore si serve del dialetto siciliano con delle varietà di re19 I. Romeo: Passare il mare. Dall’emigrazione all’immigrazione: cento anni di memorie e racconti nelle pagine degli scrittori siciliani. Palermo, Regione Siciliana, Assessorato dei beni culturali ed ambientali e della pubblica istruzione, Dipartimento dei beni culturali, ambientali e dell’educazione permanente, 2007, p. 12. 20 Cfr. L. Fava Guzzetta: Dalle domande della scrittura alle domande sulla scrittura. La coscienza letteraria dei siciliani. Caltanissetta, Sciascia, 2003, p. 11. 34 Capitolo I: Vincenzo Consolo — essenza della sicilitudine gistri e di toni dal domestico familiare al lirico-volgare21. Giuseppe Bellia, analizzando il modo di scrivere consoliano, parla dell’autonomo sviluppo del filone gaddiano rafforzato dalla ricerca costante di linguaggi antichi, di tradizioni locali e di ritualità arcaiche. E nell’affermato gusto barocco dello scrittore riconosce il meccanismo di un reperimento o di un ritrovamento della parola e non della sua invenzione22. Rifiuta le parole e i pensieri comuni, cerca con accuratezza quelle che rinchiudono il più d’accessori, esimio soprattutto nella scelta degli epiteti e dei verbi. Mira ad esprimere molto in poco. Ha l’idolatria della parola, non solo come espressione dell’idea, ma staccata, presa in sé come suono, attento a separare le parole nobili dalle plebee, le poetiche dalle prosaiche, ed raccontare tutto con sincerità. Anche nell’uso delle parole poetiche Consolo segue l’ultimo Verga che invade lo strato sintattico introducendo le formule dubitative. Con questo procedimento lo scrittore ha dichiarato l’allontanamento dal centro ed ha espresso la mancanza di una univocità dei significati23. La prosa consoliana manifesta un’inquietudine uguale causata dall’assenza dell’interlocutore immediato inscrivendosi nell’attuale discorso sulla comunicazione letteraria. Lia Fava Guzzetta nomina Consolo “un intellettuale meridionale, consapevole di una ‘ferita’, di una esclusione e di uno sradicamento”24 che si applica allo studio profondo del passato troppo facilmente rifiutato dalla società odierna. La difficoltà sta nell’impossibilità dell’abbinare la parola di oggi alla rappresentazione della Sicilia di una volta. La narrazione che avviene per frammenti viene paragonata a volte alla dimensione del reportage giornalistico. Anche Giuseppe Traina nel suo saggio dedicato allo scrittore siciliano mette in rilievo l’importanza di questo genere destinato da Consolo alla testimonianza degli avvenimenti accaduti negli ultimi anni come, per esempio, i funerali dello studente Walter Rossi, militante della sinistra extraparlamentare ucciso
21 Cfr. G. Passarello: Un’isola non abbastanza isola. Palermo, Palumbo, 2007, p. 136. 22 Cfr. G. Bellia: L’obliquo percorso della memoria. La scrittura di Vincenzo Consolo tra storia, ritualità e sdegno. In: Sub specie typographica…
23 Cfr. L. Fava Guzzetta: Dalle domande della scrittura…, p. 15. 24 Ibidem, p. 19.
35 dai neofascisti25. Perciὸ, per evitare l’ambiguità del discorso, Consolo ricorre più volte ad un referente diverso dalla scrittura, appartenente invece al campo delle arti figurative, come i quadri di Antonello, di Caravaggio e di Raffaello, i dipinti di Clerici. Il romanzo Lo spasimo di Palermo vuole essere infatti la manifestazione della forza stilistica orientata verso la ricreazione di una speranza di giustizia e di razionalità nel modo in cui dominano oppressione e terrore anche se la sospensione della comunicazione tra un padre e un figlio espressa tramite il motivo di una lettera rimane una tra le scene più suggestive di questo romanzo che tratta dell’impossibilità della continuazione di scrivere. Consolo è cosciente delle conseguenze della postmodernità così come lo era George Steiner che nel Linguaggio e silenzio parla dell’esaurimento dell’era verbale e del dominio delle forme “postlinguistiche” e addirittura del silenzio parziale26.
25 Cfr. G. Traina: Vincenzo Consolo. Fiesole, Cadmo, 2001, p. 21. 26 Cfr. G. Steiner: Linguaggio e silenzio. Milano, Garzanti, 2001, p. 56.
Aneta Chmiel ” Rompere il silenzio I romanzi di Vincenzo Consolo“
PERSONAGGI DELLA CULTURA ITALIANA
Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo
Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo
Ricordando a tre anni dalla scomparsa Vincenzo Consolo a S.Agata di Militello, suo paese natale, è stato facile sottolineare l’impegno sociale e politico di uno dei grandi scrittori del novecento. Ho avuto modo di conoscere da vicino Consolo negli ultimi anni della sua vita, quando ebbe modo di entrare in stretto contatto con il Centro Studi Pio La Torre e con le sue attività. Grazie a questa frequentazione e alla mia personale insistenza, Consolo nel 2009 ha scritto un atto unico dedicato a “Pio La Torre, orgoglio di Sicilia” rimasto tra i pochi testi teatrali dell’autore.
Testo donato al Centro, che lo ha pubblicato e che oggi viene recitato nelle scuole italiane collegate alle attività educative antimafiose del Centro. Quell’atto unico servì all’autore, come ebbe modo di dirmi, per colmare un vuoto che gli pesava. Fino ad allora non aveva avuto modo di scrivere nulla su Pio, suo amico, perciò avvertiva un personale debito morale verso l’amico ucciso dalla mafia. L’omaggio reso alle vittime di mafia servì a Consolo a ripercorrere il filo del suo impegno antimafia dal dopoguerra sino alle stragi degli anni ’90. Infatti nell’atto unico, dalla Strage di Portella al Sacco di Palermo, cioè dalla storia del movimento contadino alla mafia urbana del boom edilizio, descritti drammaticamente da una voce narrante, Consolo richiama la sua visione storica e democratica della Sicilia contrapposta a quella meccanicistica di Tomasi di Lampedusa, autore de “Il Gattopardo” che ignorava il ruolo della mafia nella difesa del feudo e a quella fatalista di Giovanni Verga.
L’atto unico si chiude infatti nel modo seguente: “I veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino e tutti coloro che hanno lottato e sacrificato la loro vita per la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti di tutti”. Nel corso della sua vita e dei suoi scritti, Consolo ha affrontato il tema della mafia. Il tema si rintraccia quando riferisce del soldato italo-americano delle truppe Alleate sbarcate in Sicilia nel luglio 1943 che si presenta a casa dei Consolo presentandosi come fidanzato di una figlia di una loro cugina emigrata negli Usa.
La parente, avuta notizia del fatto, scrive allarmata per avvertire i suoi parenti che è tutto falso perché quel soldato è un gregario della “Mano nera”. Sempre nel 1943, alla fine dell’estate, Consolo ragazzino segue il padre commerciante che va alla ricerca di derrate alimentari sino a Villalba dove potrebbe comprare le lenticchie, pagando il pizzo, solo con il consenso di un signore grasso e ben vestito (Don Calò?). Il padre rifiutò di pagare, perse la possibilità di guadagno ma diede un esempio di rifiuto della mafia la cui presenza è avvertita da Vincenzo per la prima volta. Successivamente ne sentirà parlare, ancora giovinetto, dal grande capo dei comunisti siciliani, Girolamo Li Causi, in un comizio qualche anno dopo a Sant’Agata.
Ricordando il suo esser nato in un luogo poco segnato dalla storia, invaso dalla natura, dove non c’è stata una forte presenza arabo-normanna con tracce greco-bizantina più leggibili che sicuramente ha influito sulla identità di scrittore che per tutta la vita è impegnato a conciliare i due poli – quello logico illuminista di Leonardo Sciascia e quello lirico puro di Lucio Piccolo. Sciascia era un illuminista liberale, dice Consolo, mentre di sé stesso parla come di uno che aveva creduto nel cambiamento radicale della società, secondo un orientamento marxista. Stimolato dalla lettura di Sciascia, Carlo Levi, Danilo Dolci, Rocco Scotellaro, degli altri scrittori meridionalisti, Consolo entra in conflitto sia con i codici linguistici imposti sia con il “Potere”.
Vincenzo appare un moderno Odisseo in continua ricerca di sé stesso, vive la crisi della propria identità e vede i propri miti sfaldarsi, da quello della società contadina a quello della civiltà industriale, in quella Milano, del boom del dopoguerra dove si è trasferito attratto dagli inviti dei Vittorini, dei Calvino a esplorare la nuova società industriale. Il filo conduttore dello scrittore è l’ininterrotta riflessione sulla società siciliana e le sue ingiustizie, le ferite, le umiliazioni subìte dalla sua terra.. La narrazione del passato, serve a Consolo per leggere e interpretare il presente.
La Sicilia contadina e umana di una volta è rievocata in Retablo e nelle Pietre di Pantalica, mentre nel suo primo libro “La Ferita dell’Aprile” descrive il viaggio simbolico linguistico del giovane sanfratellano, Scavone, che viene sulla costa dove impara il siciliano e poi, con gli studi, l’italiano. L’olivo e l’olivastro tratteggia la tragedia dell’emigrazione dopo il terremoto del Belice, che richiama quella che stiamo vivendo in questi anni nel Mediterraneo. In tutti i suoi scritti Consolo esplora il mondo degli umili, perché la sua letteratura è uno strumento di ragionamento sulla realtà concreta interrogandosi alla maniera di Bertolt Brecht, su chi “paga le spese del nostro progresso”, visto che l’Occidente prospera sulle miserie dei tre quarti del mondo.
Quell’esule errante che cerca la sua Itaca si trova di fronte la grande minaccia della cancellazione della sua identità di cittadino della globalizzazione, “grande bottega del mondo”. Queste riflessioni esistenziali hanno accompagnato per tutta la vita Vincenzo Consolo, sino alla fine, sino al suo ultimo scritto che il Centro Studi La Torre ha avuto l’onore di pubblicare per espresso suo desiderio, rimanendogli per sempre grato.
rticolo21
Lunaria (dalla favola teatrale di Vincenzo Consolo) Azzurro, giallo, rosso . Etta Scollo
ETTA SCOLLO LUNARIA Dalla favola teatrale di Vincenzo Consolo
Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo
Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo
Ricordando a tre anni dalla scomparsa
Vincenzo Consolo a S.Agata di Militello,
suo paese natale, è stato facile
sottolineare l’impegno sociale e politico
di uno dei grandi scrittori del novecento.
Ho avuto modo di conoscere da vicino
Consolo negli ultimi anni della sua vita,
quando ebbe modo di entrare in stretto
contatto con il Centro Studi Pio La Torre
e con le sue attività. Grazie a questa
frequentazione e alla mia personale
insistenza, Consolo nel 2009 ha scritto
un atto unico dedicato a “Pio La Torre,
orgoglio di Sicilia” rimasto tra i pochi testi teatrali dell’autore. Testo donato al Centro, che
lo ha pubblicato e che oggi viene recitato nelle scuole italiane collegate alle attività
educative antimafiose del Centro. Quell’atto unico servì all’autore, come ebbe modo di
dirmi, per colmare un vuoto che gli pesava.
Fino ad allora non aveva avuto modo di scrivere nulla su Pio, suo amico, perciò avvertiva
un personale debito morale verso l’amico ucciso dalla mafia. L’omaggio reso alle vittime di
mafia servì a Consolo a ripercorrere il filo del suo impegno antimafia dal dopoguerra sino
alle stragi degli anni ’90. Infatti nell’atto unico, dalla Strage di Portella al Sacco di Palermo,
cioè dalla storia del movimento contadino alla mafia urbana del boom edilizio, descritti
drammaticamente da una voce narrante, Consolo richiama la sua visione storica e
democratica della Sicilia contrapposta a quella meccanicistica di Tomasi di Lampedusa,
autore de “Il Gattopardo” che ignorava il ruolo della mafia nella difesa del feudo e a quella
fatalista di Giovanni Verga. L’atto unico si chiude infatti nel modo seguente: “I veri nobili
non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e
sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita il rispetto
della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i
Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino e tutti coloro che hanno lottato e
sacrificato la loro vita per la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti di tutti”.
Nel corso della sua vita e dei suoi scritti, Consolo ha affrontato il tema della mafia. Il tema
si rintraccia quando riferisce del soldato italo-americano delle truppe Alleate sbarcate in
Sicilia nel luglio 1943 che si presenta a casa dei Consolo presentandosi come fidanzato di
una figlia di una loro cugina emigrata negli Usa. La parente, avuta notizia del fatto, scrive
allarmata per avvertire i suoi parenti che è tutto falso perché quel soldato è un gregario
della “Mano nera”.
Sempre nel 1943, alla fine dell’estate, Consolo ragazzino segue il padre commerciante
che va alla ricerca di derrate alimentari sino a Villalba dove potrebbe comprare le
lenticchie, pagando il pizzo, solo con il consenso di un signore grasso e ben vestito (Don
Calò?). Il padre rifiutò di pagare, perse la possibilità di guadagno ma diede un esempio di
rifiuto della mafia la cui presenza è avvertita da Vincenzo per la prima volta.
Successivamente ne sentirà parlare, ancora giovinetto, dal grande capo dei comunisti
siciliani, Girolamo Li Causi, in un comizio qualche anno dopo a Sant’Agata. Ricordando il
suo esser nato in un luogo poco segnato dalla storia, invaso dalla natura, dove non c’è
stata una forte presenza arabo-normanna con tracce greco-bizantina più leggibili che
sicuramente ha influito sulla identità di scrittore che per tutta la vita è impegnato a
conciliare i due poli – quello logico illuminista di Leonardo Sciascia e quello lirico puro di
Lucio Piccolo. Sciascia era un illuminista liberale, dice Consolo, mentre di sé stesso parla
come di uno che aveva creduto nel cambiamento radicale della società, secondo un
orientamento marxista. Stimolato dalla lettura di Sciascia, Carlo Levi, Danilo Dolci, Rocco
Scotellaro, degli altri scrittori meridionalisti, Consolo entra in conflitto sia con i codici
linguistici imposti sia con il “Potere”. Vincenzo appare un moderno Odisseo in continua
ricerca di sé stesso, vive la crisi della propria identità e vede i propri miti sfaldarsi, da
quello della società contadina a quello della civiltà industriale, in quella Milano, del boom
del dopoguerra dove si è trasferito attratto dagli inviti dei Vittorini, dei Calvino a esplorare
la nuova società industriale.
Il filo conduttore dello scrittore è l’ininterrotta riflessione sulla società siciliana e le sue
ingiustizie, le ferite, le umiliazioni subìte dalla sua terra.. La narrazione del passato, serve
a Consolo per leggere e interpretare il presente. La Sicilia contadina e umana di una volta
è rievocata in Retablo e nelle Pietre di Pantalica, mentre nel suo primo libro “La Ferita
dell’Aprile” descrive il viaggio simbolico linguistico del giovane sanfratellano, Scavone,
che viene sulla costa dove impara il siciliano e poi, con gli studi, l’italiano. L’olivo e
l’olivastrotratteggia la tragedia dell’emigrazione dopo il terremoto del Belice, che richiama
quella che stiamo vivendo in questi anni nel Mediterraneo.
In tutti i suoi scritti Consolo esplora il mondo degli umili, perché la sua letteratura è uno
strumento di ragionamento sulla realtà concreta interrogandosi alla maniera di Bertolt
Brecht, su chi “paga le spese del nostro progresso”, visto che l’Occidente prospera sulle
miserie dei tre quarti del mondo. Quell’esule errante che cerca la sua Itaca si trova di
fronte la grande minaccia della cancellazione della sua identità di cittadino della
globalizzazione, “grande bottega del mondo”.
Queste riflessioni esistenziali hanno accompagnato per tutta la vita Vincenzo Consolo,
sino alla fine, sino al suo ultimo scritto che il Centro Studi La Torre ha avuto l’onore di
pubblicare per espresso suo desiderio, rimanendogli per sempre grato.
di Vito Lo Monaco
Intervento durante la presentazione del Meridiano dedicato allo scrittore ” Omaggio a Vincenzo Consolo ” 7 marzo 2015 a Sant’Agata di Militello
successivamente pubblicato dalla rivista articolo21 – 9 marzo 2015
Vincenzo Consolo L’opera completa libreria Cavallotto
Vincenzo Consolo: l’opera completa
Venerdì 27 febbraio ore 17,30
Corso Sicilia 91
Presentazione del recente Meridiano
Vincenzo Consolo L’opera completa
Mondadori.
Ne parleranno Rosalba Galvagno, Attilio Scuderi,
Dario Stazzone e Salvatore Trovato.
L’opera completa di Vincenzo Consolo esca finalmente nei Meridiani Mondadori, Con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre
Vincenzo Consolo , l’implacabile siciliano
Vincenzo Consolo, l’implacabile siciliano
LIBRI E FUMETTI
Mondadori pubblica per la collana I Meridiani “L’opera completa di Vincenzo Consolo” a cura di Gianni Turchetta, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano, che raccoglie la produzione letteraria dell’autore di Sant’Agata di Militello definito dal curatore del volume «Ostinatamente e implacabilmente siciliano»
di Giuseppe Lorenti
da sicilymag.it
L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto – Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia
Vincenzo Consolo è la Sicilia. Così, è difficile quando pensi a Consolo, ai suoi romanzi e saggi non legarlo alla sua terra. La Sicilia come paradigma e metafora dell’Italia, forse del mondo, un’isola che potrebbe essere un paradiso e che, invece, troppo spesso è stata un inferno. I maggiori studiosi di letteratura italiana considerano lo scrittore di Santa Agata di Militello uno dei pochi, nel panorama italiano del XX secolo, a poter mostrare cosa è stato, cosa ancora è per l’Occidente moderno la letteratura. Mondadori ha, da poco, pubblicato nella collana i Meridiani “L’opera completa di Vincenzo Consolo”, a cura di Gianni Turchetta, docente di Letteratura Italiana Contemporanea alla Università Statale di Milano. Perché sia chiaro del valore e dell’importanza dello scrittore siciliano Cesare Segre nell’introduzione all’opera lo definisce “ il maggior scrittore italiano della sua generazione”.
Il volume raccoglie la sua produzione letteraria, da La ferita dell’Aprile a Di qua dal faro, e Gianni Turchetta ha fatto un grande lavoro, accurato, chiaro, basterebbe leggere la cronologia per capire la ricchezza e il rigore del lavoro del curatore.
Turchetta ci fa comprendere meglio che scrittore, che siciliano, che italiano è stato Vincenzo Consolo: «La forza di Consolo sta nel rappresentare una Sicilia che è, davvero, Sicilia. Studiata, documentata e vissuta sulla propria pelle, quella Sicilia che riesce a diventare metafora del mondo. Si posso dirlo, Consolo è stato ostinatamente e implacabilmente siciliano».
Indubbiamente è stato un autore plurale, complesso, nella lingua e nello stile.
«E’ uno scrittore sperimentale ma non è uno scrittore di avanguardia. Il suo atteggiamento nei confronti della tradizione non è di rifiuto. Da un lato vuole innovare il linguaggio, le forme letterarie, ma non lo fa rinnegando la tradizione bensì reinventandola a suo modo. Consolo rifiuta una letteratura che sia troppo commerciale, troppo incline a soddisfare gusti facili, polemizza anche con scrittori che sono stati dei maestri e a cui rimprovera un linguaggio troppo chiaro e comunicativo. In questo senso è molto delicato il rapporto che aveva con Leonardo Sciascia che è chiaramente un maestro di letteratura civilmente impegnata però non è, esattamente, un suo maestro di stile».
Gianni Turchetta
Per capire davvero la sua scrittura è necessario capire che un grande lavoro è stato fatto sulla lingua ma non solo su quella. C’è un enorme lavoro sulle strutture. «In tutta la sua opera c’è tanta verità. Consolo costruisce una lingua ad alta densità di forme e significati e questo lo fa moltiplicando il proprio discorso letterario a vari livelli. Uno è quello del linguaggio, una mescolanza di tanti italiani, di tanti dialetti, spesso ha usato un siciliano non vocabolarizzato; un altro è quello dei generi letterari, ogni sua opera è, difficilmente, identificabile in un genere preciso. Un elemento decisivo per la molteplicità consoliana è la moltiplicazione dei soggetti, mette in gioco diverse prospettive. In questo modo Vincenzo Consolo ci ricorda che la realtà è fatta di più prospettive, la realtà è plurale, e che ogni soggetto rappresentato porta con sé una propria verità».
“L’opera completa di Vincenzo Consolo” a cura di Gianni Turchetta sarà presentata alla Libreria Cavallotto di Catania (corso Sicilia, 91), venerdì 27 febbraio alle ore 17.30, ne parleranno Rosalba Galvagno, Attilio Scuderi, Dario Stazzone e Salvatore Trovato.




