Inventare una lingua


Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola
cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come
possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente
individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene
in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori”
operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però
meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi
anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente
questo dipende in misura non piccola dalla complessità
e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza
del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei
bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa
molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente,
e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al
centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente.
In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo
ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano
mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati.
Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina),
Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani
moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive
costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano.
Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano
ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1°
gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove
fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima
di dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale
sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore
con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva.
Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco
migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente
anche perché messa in relazione con quanto accade nel
“continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente,
la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata
e ricostruita sul filo della memoria personale o storica,
diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio
per questo capace di funzionare come termine di confronto
per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni
che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori
positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e
per sovrapprezzo impoverito sul piano umano.
In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto
a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi
di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale
e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben
individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze
storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo
e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie.
La tragedia del vivere viene così rappresentata su due
livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione
esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo,
sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e
della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana,
uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda:
“Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan
di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.
In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si
chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno,
due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra
sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della
vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena
o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito
sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare
il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione
tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale
del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non
solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento
“Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte
all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se
malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine,
panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti
e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”.
A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa,
infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria,
Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la
sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti
eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe.
Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione
della tragedia del mondo, e alla violenza non più della
natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De
Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita
eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni,
proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare,
per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere
i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene
fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e
dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e
dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi
seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando
via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende
inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate
soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto
marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo,
come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo
carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante
presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette
a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico
e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.

Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi
realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set-
tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si
sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza
convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni
autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore
senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di
Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato
recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta
mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata
a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche
la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi
intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene
meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo,
ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso.
La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere
la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di
un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica.
Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom
ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non
riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere:
“Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua,
che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e
uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora,
accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia
ormai nullius o almeno appropriabile”.
Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la
sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita
dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente
dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella
il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto
l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri
e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al
domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che
segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti
tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica
di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture
ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure
etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso
con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e
false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore
che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola
frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si
spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di
lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di
brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre
ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la
croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio.
Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta,
non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto
la volpe e l’avvoltoio”.
È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico,
perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere
in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare
nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno
padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto
a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di
altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio
al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda
l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente
una raffinata strategia linguistica di allontanamento
dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe
piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche
perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto
come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici
anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di
provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di
cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali,
e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma
è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico
e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento
del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano.
Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova
nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità,
del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e
del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano
per la loro originalità, per la loro comica eccentricità,
che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si
scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata
pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”.
La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica
fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente,
ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che
appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di
vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva,
più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare
secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno
che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto
di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce
a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla
o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere
il significato politico di certe scelte di stile: come il suo
amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della
tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo,
alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore
Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o
marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture
altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato
in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin
dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…)
Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale
alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione
nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato,
è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati
(…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che
le parole esprimono, per salvare una certa storia”.
Fra le rovine
Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità
delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia
nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella
possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria
del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura
moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte
le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non
essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare,
uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o
forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si
stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione,
all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi
per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione
filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo,
come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e
come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica.
Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese
come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni
di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata
a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e
frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche
scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata
a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio
perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce
per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua
trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti
al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo
in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre
che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di
mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche
le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado
non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici,
come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia,
dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore
senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai
“è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere,
rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati,
legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati,
chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle
auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi
giorni dopo “più di cento”.
È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione
delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono
con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità
cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita-
lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata
da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì
come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione
naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come
simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che
sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di
una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide,
insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente.
Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale,
e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti
di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco
degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano
alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben
mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri
di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione.
Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata
a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti
problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio:
anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei
cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana
allo stato italiano.
Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro
aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che
la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli
a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una
concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana
e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola.
Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda
da determinare nello stesso indice del libro uno schema che
ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone,
Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura
“Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti.
Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie
una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino
Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi
del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo
stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in
modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit-
tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della
parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco
di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare
una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o
di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso
la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui
si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura
come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica
sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di
interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai
anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine
avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato
alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del
secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola
e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi,
a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili,
fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per
le creature umane sofferenti”.
Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più
ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale
di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti,
dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto
ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona
grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario
marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente,
ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative,
a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi
di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura.
Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo,
carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli
antipodi dunque dello stile consueto dell’autore.
Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente
distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è
anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono
buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo
(come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere
autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna
di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto-
biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato
e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio
reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti
“Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua
unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e
con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio
più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce
la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur
di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità,
è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso,
questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire
non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in
tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo
e alla morte.
Gianni Turchetta

    L’Ulivo e l’olivastro, Capitolo XI.

    Ora è nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele,
    nella chiarità orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale,
    è al centro d’Ortigia, nell’area sacra, nello spazio a
    forma d’occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza dove
    regna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla
    dei messaggi visivi, della pacata luce di candela, nell’antro
    dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche
    colonne di pura geometria, dov’è incastonato il tempio
    d’Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e
    della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce,
    soccorso dell’errante.
    “… I’ son Lucia;
    lasciatemi pigliar costui che dorme;
    sì l’agevolerò per la sua via.”
    Prenda e agevoli anche lui la luminosa santa, lo guidi
    per le balze infinite, per gli strati, i cieli di questa sua città.
    Molteplice città, di cinque nomi, d’antico fasto, di potenza,
    d’ineguagliabile bellezza, di re sapienti e di tiranni ciechi,
    di lunghe paci e rovinose guerre, di barbarici assalti e di
    saccheggi: in Siracusa è scritta, come in ogni città d’antica
    gloria, la storia dell’umana civiltà e del suo tramonto.

    Calava a Siracusa senza luna
    La notte e l’acqua plumbea
    E ferma nel suo fosso riappariva,
    Soli andavamo dentro la rovina,
    Un cordaro si mosse dal remoto.
    Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere
    d’Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per
    sciogliere, muovendo il passo come in un pàrodo sopra le
    lastre d’una piccola piazza, contro il tufo chiaro delle case,
    in vista, oltre la balaustrata che cinge la fontana, il forte
    d’Aretusa, del porto Grande e del Plemmìrio, della foce
    dell’Ànapo e del Ciane, in vista del bianco tavolato degli
    Iblei, sciogliere un canto di nostalgia d’emigrato a questa città
    della memoria sua e collettiva, a questa patria d’ognuno
    ch’è Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell’umano,
    della civiltà più vera, della cultura. Canto di nostalgia come
    quello delle compagne d’Ifigenìa, schiave nella Tauride di
    pietre e d’olivastri. Ché questa è oggi la condizione nostra,
    d’esiliati in una terra inospitale, cacciati da un’umana Siracusa,
    dalla città che continuamente si ritrae, scivola nel
    passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria,
    che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa
    muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide
    Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamdîs esule a Majorca.
    Dietro di te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi
    [tra’ gaudii, non tra le sventure!
    Vidi lì spuntar l’aurora mia, ed or, a sera, tu me ne vieti
    [il soggiorno!
    Al di là dei suoni, delle volatili parole, crede s’incarni il
    nome Siracusa, come per Maupassant, per Borgese e Vittorini,
    nel perlaceo corpo d’una donna, di Clementina o di
    Zobeida, della Venere che il viaggiatore vide, nel museo
    vecchio sopra il mare, illuminata nelle carni piene, il bacino,
    il torso che sbocciano gloriosi dalle pieghe del drappo
    fermato con la mano sopra il pube, dalla luce del sole che
    irrompe nella stanza. Si concretizza nella ieratica, sfolgorante
    sagoma, surreale e crudele come un sogno, nel coltello
    infisso nella gola, negli occhi scerpati in mostra sopra
    la patena, nell’immagine di Lucia.
    Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera,
    la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra
    l’argento della cassa, esce nell’ellisse dello spazio,
    nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro
    dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata.
    Da dietro la tonda grata della loggia, candide monachelle
    in clausura liberano nell’azzurro quaglie, colombe, tortore,
    cardelli. Il frullo d’ali, il volo è in ricordo di colombe
    che al tempo della carestia e della fame vennero a dire, col
    chicco dentro il becco, come la fuggitiva dell’arca col ramo
    dell’ulivo, che al porto s’era compiuto il gran miracolo.
    Venne un vascello e venne nell’Ortigia, nel porto dove
    l’Alfeo raggiunge l’Aretusa, dove si perde il Ciane dei papiri.
    Viene da Malta, Candia, Corinto? Viene dal caricatore
    di Licata, Pozzallo, Terranova? – Infinite sono le rotte,
    aperte o impedite solamente dai corsari.
    S’alzano sopra i tetti e i làstrici solari di Siracusa bianca
    come l’Anadiomene che il riverbero del mare intiepida
    nel corpo suo sereno, svettano colonne, capitelli, timpani
    di templi e cattedrali. Oltre, oltre Neàpoli ed Epìpoli,
    oltre il teatro e oltre l’Eurialo, oltre i mandorli, il timo e il
    miele, oltre gli Iblei e gli Erei è il centro, l’ònfalo, la terra
    da cui venne questo frumento che riempì la stiva del vascello.
    In alto, sopra l’alta Enna, è il seggio della madre,
    della dea offesa che s’ammantò di nero.
    Nell’arancio, nell’oro, nel vermiglio che si stende sopra
    il mare nel tramonto, nell’ottobre dei mosti e delle mosche,
    del seccume e delle polveri, dell’oliva rósa, la mandorla
    vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Taléo,
    nel porto piccolo, nel Marmoreo.
    Calcò l’uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio
    sopra gli occhi, s’avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caricò
    il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso
    marinaro, botti di mastri d’ascia e calafati, abbai di cani,
    urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi,
    lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi
    mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecità, stroppiume,
    màcule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano,
    a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia.
    Attraversò la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte
    sul canale della Dàrsena, la Porta Reale, si diresse, prima
    che calasse notte, verso Ortigia. S’accorse di un’ombra
    lunga che gli ballava accanto. Temette si trattasse di gendarme,
    di ladro o d’un sicario del cavalier maltese. Impugnò
    lo stiletto nascosto nelle brache.
    – Vieni avanti, móstrati!
    E quello niente, dietro, fermo pel suo fermarsi.
    Michelangelo volse il capo appena, guardò con la coda
    dell’occhio. Vide dietro le sue spalle un giovinetto lacero
    e mucoso con un sorriso lieve sulla faccia, gli occhi
    imploranti.
    – Che vuoi, chi ti manda?
    – Ho fame, signorìa…
    Michelangelo si girò, lo guardò bene, gli sembrò come
    uno di quei della Suburra o Mergellina, ma umile, spaurito,
    più delicato ai tratti, come Mario in Roma, ai tempi del
    Concerto e del Liutista.
    – Come ti chiami?
    – Martino…
    – Sei di qua?
    – Gnorsì, d’Ortigia.
    – Vieni, portami il sacco.
    Nella cenere infocata, nel viola del cielo e della terra, Michelangelo
    vedeva camminando casipole ammassate e decadenti,
    antiche chiese, mura e porte e baluardi, stereobati,
    plinti, colonne ritte e riversate di templi dorici che mai
    aveva veduto, palazzi classici e ispanici possenti, e tutto
    nell’abbandono, nella mondezza, nel languore della gente,
    nel livore del vespero, nei gravi rintocchi di campane.
    Martino gli stava appresso, silenzioso per i piedi nudi,
    presente solo per l’ansare.
    – Vieni avanti – gl’intimò Michelangelo. – Conducimi
    alla Mastra Rua.
    Il ragazzo si mosse svelto.
    – Tu conosci un maestro Minniti, pittore di quadri?
    – Gnorsì, gnorsì. Mastro Mario, ’a badissa…
    – Che?
    – È l’ingiuria, signorìa.
    – Andiamo alla sua casa.
    Guardava Michelangelo il ragazzo che avanti gli trottava,
    i garretti, le gambe fra i buchi dei suoi cenci, le esili
    spalle curve per il sacco, il collo di bambino, la testa di
    piume di canàrio. All’angelo ripensò del suo Riposo, alla
    grazia che abbaglia e che dispare. Col suo corpaccio, la
    grossa testa bergamasca, i capelli peciosi e spessi, la fosca
    pelle, gli occhi ingrottati, il dolore innominato, la melanconia
    senza riparo che lo spingeva a denudare il mondo,
    togliere agli uomini, alle cose, ogni velame, ombra,
    illusione, esporli alla cruda lama della luce, alla spietata
    verità di questo giorno, di questa vita, squarcio, ferita
    immedicata, nel corpo della notte, del sonno, della stasi,
    amava scontrosamente la bellezza, pativa per la sua labilità,
    la sua assenza.
    La Mastra Rua era perciata da rocchi, cortigli, archi, scese
    e vanelle che sbucavano ai bastioni, al forte di Vigliena, al
    mare d’oriente. Vele trascorrevano tra una quinta e un’altra,
    di galeotte, di sciabecchi.
    Alla casa del Minniti, Michelangelo batté il picchio con
    tutta forza. E apparve quindi nell’androne l’amico suo.
    – Michele, Michele, t’aspettavo…
    Erano anni che non si vedevano, dal tempo del comune
    soggiorno presso il cardinal Del Monte, in palazzo Madama,
    in palazzo Mattei, insieme agli altri giovincelli, pittori,
    modelli, musici, castrati, da quel remoto tempo di lussi
    e spassi, delle feste, dei giochi e delle risse, delle scorrerie
    coi lombardi, il cane Cornacchia, in Campo Vaccino,
    in piazza del Popolo, in Ripetta, la pallacorda, le osterie,
    le bardasse dei Banchi, Laura e la figlia Isabella, Fìllide,
    la sua Lena di piazza Navona… Tutto, tutto che si portò
    via la maledetta rissa in Campo Marzio, la pugnalata nel
    ventre di Ranuccio, la fuga a Paliano, a Napoli, a Malta.
    – Che ti successe, Micheluzzo, non stavi bene a Malta?
    – Bene, sì. Molte committenze, tanto lavoro, un grande
    quadro per i Cavalieri, una decollazione del Battista…
    S’aprì in una risata roca, di quelle brutte che soleva fare.
    – Denaro, onori… Finanche della Croce di cavalier di
    Grazia fui insignito… Ma tanta grazia non m’impedì d’infilzare
    un cavaliere di Giustizia… Mi sono calato dalla muraglia
    con la corda… Eccomi qua, maestro Mario, vecchia
    mia badessa…
    – Chi te l’ha detto? – chiese piccato e stridulo il Minniti,
    ballonzando nelle molli carni. – ’Sto bastasello!… Via,
    via, torna coi pari tuoi, malecreato! – intimò a Martino.
    – Lascialo!
    – Michele mio, qui non siamo a Roma…
    – Lascialo!
    Gli fece visitare la grande casa, vedere i ricchi drappi, i
    tappeti, i broccati, le sete, le gioie, le ambre, gli argenti, lo
    fece entrare nel salone dove lavorava, coi balconi grandi
    che s’affacciavano sul làstrico, sul mare.
    – Ah, vedessi la luce qui al levar del sole… Pare l’incandescenza
    bianca, l’abbaglio che rimandano i cristalli. Sono
    costretto a schermare i balconi con i cortinaggi.
    Michelangelo ghignò e ancora più guardando le tavole,
    le tele in lavoro sui cavalletti, concluse e appoggiate
    alle pareti, che imitavano i suoi temi, scene di violenza e
    di dolore esposte nel suo linguaggio, nel taglio della luce
    dentro l’ombra, ma con accento fiacco, dolce, atto a piacere,
    a sedurre i committenti. Era come se il Minniti contraffacesse
    la sua voce, i suoi tratti, le sue movenze, ne svilisse
    la superbia, l’astio, il furore, ne svelasse, velandola,
    un’oscura, bassa debolezza. E guardando anche Mario,
    ricordando l’adolescente d’un tempo ch’era stato, pieno
    di grazia, osservandolo ora nella flaccidezza, nel porgersi
    untuoso, ascoltando la sua voce di castrato, gli sembrava
    come il suo castigo, il contrappasso, lo specchio deformato
    del suo interiore per il mostrare egli nella pittura,
    come in uno specchio, brutale e vero il mondo, cruda la
    vita, il suo spasimo, il suo dramma.
    – Perché ti sei ridotto qua in Siracusa, in questo ammasso
    di macerie, in questo fosso di miseria e d’abbandono?
    – Ah, questa città n’ha viste tante, tremuoti, carestie, pesti,
    malgoverni, razzie di corsari… Ma è la mia. Ho qui la
    madre, le sorelle, i nipoti che devo mantenere… A Messina
    non avevo più travaglio, committenze. I Gesuiti, padre
    Semperi in testa, chiamavano dal continente gli artisti
    loro preferiti, de’ modi del Valeriano, romani, toscani,
    veneti, fiamminghi. Qui, al contrario, in questa città povera,
    d’afflitti, hanno potere i Cappuccini, che amano la
    mia arte, la dicon popolare, in stile, la dicono, caravaggesco.
    Io son protetto poi dal Definitore Generale, dal padre
    Errante, ho amicizia con signori del Senato… Vedrai, Michele,
    quando dirò che il pittore primo, il Caravaggio, è
    qui nella città, ospite nella mia casa…
    Michelangelo ghignò: gl’importava solamente racco-
    gliere il denaro che gli avevano tolto nel carcere di Malta,
    imbarcarsi, tornare presto a Roma.
    – Sfama il ragazzo, rivestilo per bene – e indicò Martino
    accovacciato là per terra, la testa sui ginocchi, addormentato.
    – Sarà il mio servo, il mio paggio nel tempo che
    resterò in Siracusa.
    Scoprì nei giorni appresso Michelangelo, sotto l’umile
    città dimenticata fra mezzo a dissoluzione e abbandono, la
    turba d’infelici, accattoni e infermi avanti a ogni chiesa, convento,
    alle logge dei mercanti al piano Duomo, ribaldi per
    strade, per campagne, ladri e bardasse ai porti, alla fontana
    degli Schiavi, al castello di Maniace, mori abbandonati
    dai padroni tornati sulle terre, nei casali, la soldataglia prepotente
    e angariosa di Filippo e del Paceco, scoprì come un
    tesoro sepolto e obliato l’antica e mirabile città di Siracusa,
    più ricca e forte d’Atene o di Corinto. Vide in incanto i templi,
    la grande conchiglia impressa nella roccia del teatro greco,
    la strada dei sepolcri, le are, l’anfiteatro, ogni camminamento,
    fossato, baluardo di quel vasto, tumultuoso mare di
    conci di calcare ch’è in Epìpoli il castello Eurialo.
    – Luogo da cui si vede bene il mare – sciolse così il nome
    liquido e musicale l’affabile sua guida, l’archeologo don
    Vincenzo Mirabella. – E il mare è questo Ionio che solcò
    la nera barca d’Ulisse, solcarono le navi dei Corinzi che
    vennero a fondare Siracusa.
    Guardò il pittore la testa chiara del paggio, di Martino. Il
    suo profilo contro quell’acqua, il celeste luminoso, guardò
    quel balenìo in mezzo allo sfacelo delle pietre, alle rovine,
    e all’istante, come ogni volta, sempre, vide fiorire sul fanciullo,
    sul collo, la guancia, spandersi, la vermiglia, la nera
    macchia della peste, della corruzione, della fine. Gli prendeva
    allora panico, dolore, ch’egli mutava in odio, furore
    contro la vita, gli uomini, un bisogno l’invadeva d’infliggere
    dileggio, afflizione, recidere teste di Medusa, Golia,
    Oloferne, d’incidere carni, di ferire, di ferirsi.
    – Cavalier Merisi, maestro Michelangelo…
    Si scosse, sorrise mesto all’abate Mirabella.
    – Andiamo, ci aspetta il Minniti per visitare le latomie.
    Scese la brigata per il viòlo che degradando rapido
    conduce nella cava, dentro il labirinto, fra le pareti alte, a
    piombo, scabre e grondanti delle latomie. Al fondo nella
    terra rossa, grassa, era fermento. Era nel sole dell’ottobre,
    dell’infinita estate, uno strisciare di colubri, di ramarri, brulicare
    di vespe, mosche, zampaglioni sopra vesce, gromme,
    lippi, sopra erbe, fiori, bacche, edere e rovi e acanti,
    perastri e olivastri, giunchi e dise, in fittissima boscaglia,
    impenetrabile groviglio, era un cascare d’acque invisibili,
    un gracidare di rospi, di ragane. Saltarono fossi, stagni,
    costeggiarono piloni altissimi, piramidi, colonne che reggevano
    soffitti di caverne, antri paludosi, antichi intagli
    e scavi dentro il tufo, entrarono in una spelonca secca, ad
    arco acuto in cielo, che si svolgeva, avvolgendosi in chiocciola,
    in spirale, con un gioco sonoro formidabile di echi,
    rimbombi, esaltazione d’urla, battere di mani, fino di sussurri,
    fiati. Disse l’abate della leggenda, lontana dalla storia,
    ch’era ignota, della caverna fatta costruire in quella forma
    dal tiranno Dionisio ai prigionieri per ascoltarne dalla
    reggia i discorsi, spiarne le male intenzioni.
    – Credo sia rimasto il tiranno prigioniero dentro quel suo
    orecchio, quel labirinto della sua follia – osservò Michelangelo.
    Martino si divertì con l’eco, sulla soglia del cunicolo fece
    strida, versi di gatti, cani, trilli d’uccelli.
    – E finiscila, bastardo! – gli gridò il Minniti spazientito.
    Andarono oltre nell’infernale mondo, per le lande desolate,
    fratture immense, spoglie cattedrali, luogo di pena
    del lavoro, condanna nei secoli d’un popolo di schiavi, di
    cavamonti, tagliapietre. Tra l’ombra fredda e il fango, incontrarono
    i cordari che torcevano, mulinando ruote di
    canne, fibre macerate d’ampelodesmo, di giummara. Sembrava
    stessero là da infinito tempo, che senza fine, eterno
    fosse per loro quel travaglio. Guardò quei dannati, ignudi
    e avviliti, Michelangelo, guardò il tufo alto, incombente
    dello sfondo, le arcate altissime, la luce livida, tombale
    che sopra vi gravava. Pensò che lì era il teatro, il luogo
    adatto per il quadro a lui commissionato dal Senato.
    Effigiò la santa come una luce che s’è spenta, una Lucia
    mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta
    o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio
    divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti,
    stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti
    alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta
    a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le
    quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle
    cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce
    su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall’amore
    dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande
    per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella
    di cera dietro la pergamena.
    Nel sentimento della morte che ormai l’ha invaso e lo
    possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l’assassinio, è
    alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino
    verso la notte immota.
    Un brusìo prima, indi un vocìo confuso e concitato si
    levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del
    drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si
    mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra
    il mare sferzato all’improvviso dal grecale. Il vescovo,
    nei solenni paramenti, si levò dal seggio d’oro sopra
    il presbiterio, l’organo in cantorìa smise di sfiatare. Si le-
    varono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti
    fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno
    opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali,
    si mise a tossire secco, a sussultare, premette il
    muccatore sulla bocca.
    Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria,
    nel pastorale d’argento, si fermò avanti all’altare sfavillante
    di lampe, di miriade di ceri. Parlò gravemente.
    – La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra
    stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare,
    avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti
    sull’altare, al cadavere reale della donna, a una
    santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo
    collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto…, non possiamo
    celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo
    benedire questo quadro. L’artista capisca e si studi
    d’aggiustare…
    Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti
    al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s’inchinò,
    discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino
    e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza
    vasta, nella luce del mattino.
    Ora è il tempo in cui il cereo corpo di Lucia si decompone,
    negli ipogei della morte, negli avelli, nelle catacombe
    dei liquami si espande, la lama della spada che incise il collo
    bianco s’è mutata nel bacillo della peste che cova e germina
    nelle volute, nei ghirigori del barocco, la pittura del
    Caravaggio nel teatrino dello Zummo, il taglio della luce,
    la metafora, la profezia della tragedia nella cera colorata,
    nei simboli, nell’orrore del dettaglio, terrore quaresimale,
    libidine del reale, nell’ossessione del cadavere.
    Nasce il ceroplasta Zummo nella Siracusa della peste
    venuta da oriente, piaga d’Egitto, macerie d’Alessandria,
    nelle stive dei velieri, nel tempo terrifico e oscuro in cui il
    morbo, per merci infette, mercanti e uomini ch’eludono
    dogane, quarantene, si spande sterminando popolaglia per
    gli angiporti, per le capitali. Cresce l’allievo nel Collegio
    gesuitico, nella città dei solari templi d’un tempo lineari,
    delle marmoree dee, del lauro e del timo, del miele degli
    Iblei, nella Siracusa spenta delle fabbriche dei cilii poderosi
    delle feste delle sante vergini, delle processioni, dei
    ceri trafitti dall’incenso, degli ex voto, delle fumose candele
    nei coppi, nelle ninfe, sulle tombe. Non vede l’abate
    che abbandono e fame, corpi pendenti dalle forche, eclissi
    di mali segni, non ode nelle chiese di mefitiche lastre,
    nelle cripte di mummie in parata, che minacce di fiamme,
    d’eterna condanna.
    Nelle botteghe di via Maestranze, Giudecca o Candelai,
    tra il tanfo delle concerie, il rumore delle macine in centìmoli
    e trappeti, impara a colorare, a plasmare cera, formare
    Deposizioni e Addolorate, san Rocco e santa Rosalia
    delle pesti sotto le campane di cristallo, comincia a immaginare
    i suoi teatri degli orrori e delle minacce.
    Seguendo il filo del contagio, l’odore che promana dai
    lazzaretti, dai corpi accatastati in vallate di fumo e calce,
    approda nella Napoli degli affreschi di Mattia Preti, degli
    oli di Micco Spadaro. Compone la sua Peste di carni rosse,
    gialle, verdi, viola, nere, ammassi di corpi sovrastati
    da monatti, il vecchio Tempo in trionfo, la falce sopra
    scheletri e carni, ratti e gechi scorazzanti, Vanitas e Morbo
    Gallico. Va a Firenze alla corte d’un Medici che annera,
    sconcia il Rinascimento del casato, odia la poesia, l’arte,
    vive nella bassura, nell’isteria del tempo, nella necrofilia,
    nel gusto del disfacimento. È a Bologna, Zummo, assiduo
    frequentatore negli anfiteatri universitari degli spettacoli
    anatomici, a Genova, nei sotterranei di alberghi di poveri,
    ospedali, in cui su corpi, teste di decollati, sperimen-
    ta imbalsamazioni, confonde le materie, inietta nelle arterie
    cera liquefatta.
    Giunge infine a Parigi, alla gloria, alla protezione del Re
    Sole. Ogni male, malattia del tempo, ogni lacerto, meandro,
    ogni metamorfosi del corpo con la materia duttile,
    effimera, con l’imitazione, con l’inganno rappresenta. Al
    di qua del teatro, della teca, rappresenta la follia del tempo,
    la sua follia, nel gesto di premere le dita sulla materia
    molle, nel plasmare carcasse, spoglie, nello spettacolo del
    macabro, nel gusto della morte.
    La Rivoluzione cancellerà a Saint-Sulpice altari, spazzerà
    via la sua tomba, dedicherà il tempio alla Ragione.

    Il Seppellimento di Santa Lucia è un dipinto di Caravaggio, a olio su tela (408×300 cm), esposto sull’altare del Santuario di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa

    La volpe di donna Elisa

    S’avissi ’na mezza sciabula
    o puru ’na carrubina
    facissi ’na ruvina
    facissi ’un sacciu chi.
    S’avissi un pignateddu
    l’agghiu e puru lu sali
    facissi un pani cottu
    sempre s’avissi ’u pani.
    Canto popolare siciliano


    Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci
    dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua
    del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale,
    mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva
    sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava,
    a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti.
    Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli,
    dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato,
    la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava
    nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane
    lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno.
    La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i
    vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le
    dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia,
    il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile,
    sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli
    stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero,
    mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno
    della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si
    sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da
    lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera
    con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata
    d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo
    sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e
    martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la
    farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino.
    Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al
    piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario
    due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni
    alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello
    e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si
    fermavano qua e là davanti a una porta.
    Toc, toc.
    «Chi è?»
    «Carabinieri.»
    S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina,
    s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina
    d’una donna.
    Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio
    o il fratello.
    «Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata.
    «E dov’è?»
    «Mah, foresto, foresto è.»
    «Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na
    cartolina.»
    E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina
    rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia,
    Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al
    Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”.
    Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi,
    dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della
    guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione
    dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai
    suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta,
    per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale.
    Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei
    giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per
    questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean
    portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti
    morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene.
    E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con
    la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si
    parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi
    e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo
    era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco,
    solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre
    dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno
    uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè
    leghe società partiti, divampò per il paese.
    Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi
    la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo
    era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti
    caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso
    avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia
    Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture,
    una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni
    la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa,
    veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni
    di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio,
    sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina
    rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco
    in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore;
    Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda
    con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante
    de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli
    Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo
    Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe,
    a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un
    Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di
    giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi.
    A Ratumemmi a li primi nisciuti
    Si sparagiaru già li so surdati.
    Li baddi gruossi e li baddi minuti
    Cadianu comu grannuli quagghiati;
    E Pidicuddu ci dissi a Rumanu:
    Lassamu l’armi, e facimmula a manu.
    Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno,
    con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a
    mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor-
    razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per
    Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e
    di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli,
    dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E
    tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo,
    a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la
    sezione del partito.
    Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi,
    davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei
    circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse,
    e lesse a voce alta pei compagni:
    GIOVANI SICILIANI
    Ancora una volta dopo lunghi anni
    di guerra e di miserie ci si chiede,
    contro la volontà di un popolo,
    di spargere il nostro sangue. Come ieri,
    il vile monarca ci impone di morire
    per la conquista di altri imperi.
    Noi non impugneremo le armi!
    GIOVANI DI SICILIA
    Siate tutti solidali nell’esprimere
    la vostra volontà di non presentarvi!
    Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo.
    La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi
    donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni
    canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti.
    Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua
    carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma.
    Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza,
    tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come
    fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
    Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana,
    si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da
    molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro.
    Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi
    di sapere quale piega avrebbe preso quella parata.
    Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le
    due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu-
    ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava
    e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori
    d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani
    capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari,
    erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei
    chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle
    idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato.
    Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il
    tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della
    banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico
    rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti
    e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù
    pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza
    i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi.
    Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di
    circoli e partiti.
    Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva
    gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso
    il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello,
    muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia:
    «Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato
    cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine!
    Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…»
    «Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso
    che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito.
    Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino
    a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale
    a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino
    non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa.
    «Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino
    «con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa
    di don Lucio Tasca.»
    «A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede
    da qui a ’na settimana!»
    «Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire
    basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse
    con furia sulle spalle, e rigida partì.
    Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo
    militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al
    bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò
    sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo.
    Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento,
    dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna
    Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di
    riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al
    vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro
    la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti,
    che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per
    reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto,
    sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa
    fina,» mormorando «che pane bianco!»
    Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal
    piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino.
    Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo
    prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in
    tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia
    piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta
    di Caltanissetta.
    La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli
    influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri
    nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano
    a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette
    e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata.
    Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò
    ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò
    all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano
    “Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane
    e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”.
    E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano
    i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni
    scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo
    per prima mirò al Municipio.
    Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e
    ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica,
    girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali
    di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu,
    fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe
    spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo
    d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio,
    la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi,
    perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato.
    Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio.
    Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie
    mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati
    davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e
    saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli,
    Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio
    podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello.
    Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna
    superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna
    fatte a tutti con l’inglese.
    Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono
    stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore
    di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del
    legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la
    toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola
    rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i
    bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline,
    e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro
    Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e
    ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò.
    Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano
    al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò,
    si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della
    baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di
    donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale.
    Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì
    anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di
    Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino,
    ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario
    uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel
    paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico
    mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese
    d’anteguerra.
    Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello
    del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono.
    Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli
    eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò:
    «No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate,
    entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece
    cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero
    filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto
    una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane.
    Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi;
    gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi
    per cui eran passati gli zuavi.
    Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi,
    a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo
    quartiere, si rintanò dentro il covile.
    Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel
    saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono
    alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan
    godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la
    notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel
    sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo.
    E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo
    chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce
    dalla guerra partigiana.
    Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava
    nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert
    che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue
    des Grands-Augustins?
    Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni,
    videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini,
    camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole,
    i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino.
    In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto
    di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava
    angustiato.
    Vincenzo Consolo

    Vincenzo Consolo con Sebastiano Burgaretta