Un giorno come gli altri

Vincenzo Consolo

Conosce, Turi, la mia curiosità per le carte, i do­cumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi por­ta volantini, opuscoli, manifesti. M’è arrivato, sta­mattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, lì di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di par­lare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chissà perché, le di diventano ti (facento, Tigos, porco tiodice), di quanto è avvenuto nella casa di que­sto suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano giù dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tut­to all’aria in quell’unica stanza; di come in questi gior­ni, in queste notti, nel quartiere, è un continuo irrom­pere di polizia.

Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, è ve­nuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa so­pra il tavolo. «Apri,» mi dice «apri» e sorride furbo, soc­chiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi è piccolo e magro, sarà alto meno di un metro e sessanta e peserà quarantasette-quaran­tot­to chili: a trent’anni, ha l’aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed è nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti ap­puntiti che gli vengono giù agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua ami­ca dentista. Do­po che ha messo i denti, Turi non è che sia in­grassato di tanto, è riuscito però a trovare la ra­gazza, Sabina.

Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la bor­raccia, la bellissima borraccia di Turi. È una maio­lica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. È a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. È questo l’uni­co oggetto, l’unico ricordo che Turi s’è portato dal pae­se, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e que­sti forse l’ha avuto da suo padre o da suo nonno: è proprio un pezzo antico. L’avevo vista, questa borrac­cia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. “Se la vendi,” gli avevo detto “dillo prima a me.” Era il ‘70. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto del­la sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Mila­no, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abor­tita, ché della parte milanese, della parte operaia, io non avevo – essendo anch’io immigrato e “conta­dino” – e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si può mai nar­rare senza la memoria?

Turi era diventato allora, in fabbrica, un perso­nag­gio, un simbolo. Per irumori e la nocività, s’era ammalato, s’era esaurito. S’assentava spesso dal lavo­ro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare paz­zo e licenziarlo, ma riuscì solo a fargli firmare le di­missioni. I compagni allora s’occuparono del “caso”. La faccenda andò a finire in tribunale e Turi venne re­in­te­grato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all’anno scorso, poi s’è licenziato e ha pre­so la liquidazione. Con questa, s’è comprato un ca­mion­cino e s’è messo a fare trasporti. Ma i soldi della li­quidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cam­biale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo “politico”. «Me­glio che ce l’hai tu, così la vetoquanto voglio» mi dice. Per fortuna non c’è mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la bor­raccia. «Vergognati,» già la sento, mi avrebbe detto «ver­gognati! Anche dell’unico ricordo, dell’ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spo­gliar­li.» Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la bor­rac­cia è qui, sulla mia credenza del ‘700, egli può veni­re a riprendersela quando vuole.

Mia moglie è a Mantova, vi è andata con Maria Bel­lonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovrà fare un film da un racconto che si chia­ma Delitto di stato della scrittrice romana. Me lo so­no letto stanotte, questo racconto, e m’è sembrato pro­prio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all’apertura dell’urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzec­cate metafore del potere.

Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cam­biare l’assegno. Passiamo prima dal bar della Mari­sa a prendere il caffè. Quello della Marisa è il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone cen­trale, il Biscione, la Vipera gentile. C’è sempre lì da­van­ti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ra­gazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto die­tro cui sono allineati vasi con le piante che prendono be­ne la luce, c’è anche un bel papiro alto e folto. Nella pri­ma stanza c’è il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere tè nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, al­zando le gambe dimenando i fianchi e facendo vol­teggiare so­pra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di la­vapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zo­na di Porta Garibaldi è piena di egiziani, abitano am­massati in vecchie case cadenti che non possono essere ab­battute per i vincoli “storici” e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L’unico, intanto, di questi egi­ziani, che l’à tacà su el capèl è Mahmoud, diventato l’uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, da­gli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un bau­scia che parlava e parlava sempre (un impotente, di­ce­vano tutti al bar) è sparito, non si è visto più da quan­do Mahmoud ha preso il suo posto dietro il ban­cone a manovrare la Faema, affettare salame, fare pani­ni, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa è lo stesso sem­pre nervosa, fuma una sigaretta dopo l’altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo aman­te giovanissimo e arabo. Con Mahmoud però è dol­cissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud è sci­vo­lata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caffè, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si è subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. «Non fare lo sciocco» gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compae­sani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a pas­seggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.

«Figlio di puttana!» sbotta Turi.

«Ti se’ messo a fare il razzista?»

«Ahò,» fa Turi «quello ci marcia, sfrutta…»

«E allora?»

«Ma questi non sono compagni, sono tutti per Sa­tat, Satat, e poi scappano e vengono qua…»

«Che vuol dire? Sono immigrati, poveri, più po­ve­ri di te che hai un camion…»

«Un camion, sì, ‘sta minchia!» fa Turi risentito. «An­cora lo tevopagare e nessuno mi fa fare tra­sporti…»

Si capisce che Turi è invidioso dell’egiziano, in­vi­dioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacità di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha pro­blemi con Sabina, che è compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quan­do vuole. Sabina rimprovera a Turi d’essere ri­masto contadino siciliano, moralista, rompiball, come tut­ti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la cop­pia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.

Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nel­la vecchia casa occupata di corso Garibaldi, è all’ester­no, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt’intorno nella zona, fin sui pi­la­stri di marmo dei portici di fronte, dov’ è la banca. Di­cono: “no all’eroina”, “morte a chi vende mor­te”, “morte agli spacciatori”, “mino ba­sta”, “fuori mino, fuori l’ero”. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche in­dia­ne, riccioluti, con l’orecchino), è un balordo sui tren­tacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occu­pa­to una stanza e lì s’è messo a spacciare.

Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di le­gno del suo pistolone alla cintola.

Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul «Corriere della Sera», c’è una recensione di Mo­ravia al libro di Nello Aiello Intellettuali e PCI. Mo­ra­via ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. “Perché un artista ‘può’ anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sa­rà un artista” dice. E poi ancora di Vittorini e della po­lemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sem­bra vecchia, mi ricorda l’affermazione di Piran­dello: “La vita, o la si scrive o la si vive”. Che l’alter­na­tiva, oltre a valere per tutti, non solo per l’artista, do­po Marx non ha più senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti “filosofi dell’azione”, co­me dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le “rego­le”, nel voler essere o no, totalmente, incondi­ziona­ta­mente, dentro un partito, dentro la logica “poli­tica” di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vit­torini.

Riprendo a lavorare a un articolo per un roto­calco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l’articolo mi è diventato racconto, che più che parlare di Piccolo, dei suoi Canti barocchi,in termini razionali, critici, par­lo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio non­no, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall’onda piacevole del ricordo, della memoria. “In­vec­chiamo,” mi dico malinconicamente “invec­chia­mo.” Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato è un fatto che non c’entra molto col mio scrivere. È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla me­mo­ria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, è sempre un’operazione vecchia arretrata re­gressiva. Diverso è lo scrivere, lo scrivere: per esem­pio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura im­poetica, estranea alla memoria, che è madre della poe­sia, come si dice. E allora è questo il dilemma se biso­gna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cam­biare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un al­tro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, co­me quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:

Come ‘l viso mi scese in lor più basso

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso;

ché da le reni era tornato ‘l volto,

ed in dietro venir li convenìa,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. [ii]

Ed anche “di maschio femmina” diviene come Ti­re­sia, il narratore. Squilla il telefono ed è un mio ami­co, corrispondente da Parigi di un settimanale. È fu­rioso perché a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l’altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo Le ma­nie del professore.

Però il narratore dalla testa stravolta e proce­den­te a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mor­ta­li, volare e cadere più avanti dello scrittore, an­ti­ci­parlo… Questo salto mortale si chiama metafora.

Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le co­se più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillar­dina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, cacioca­vallo, cubbàita[iii] Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete.

Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di Gli amici del­la Noce, dov’è un mio racconto, Il fosso, è pronto, che posso andare a ritirarlo.

La stamperia è un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio sciur Bianchi, in gaba­nella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Bo­ris, due giovani slavi che frequentano l’accademia di Bre­ra. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sul­le pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puli­scono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle cor­de con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, ac­queforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stam­patore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto è il­lustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio è un pittore di Ma­tera, era amico di Carlo Levi e Rocco Sco­tellaro. Di­pinge contadini, bambini che giocano, don­ne alle fi­nestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com’era­no una vol­ta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario cal­cinato, un reli­quiario profanato dai gechi e dalle or­tiche. Anche Guer­ricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Ma­te­ra e viaggia, va a Roma, viene a Milano, rac­conta aned­doti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghi­gni del suo mondo trapassato, della sua memo­ria.

Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ri­torno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi di­ce, con quel suo modo sottilmente ironico, scuo­tendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incor­niciano il bel viso ovale: «Non vai alla festa stasera?». Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il di­rettore di un quotidiano romano è venuto a Mi­lano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che è stata querelata da persone di cui parla in un libro. È venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell’editore una festa, con belle don­ne, bella gen­te. «Che peccato che tu non ci vada!» fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchio­line dentro. Francesca naturalmente vole­va alludere a quella volta, la prima e l’ultima, che an­dai in casa di questo editore, nel lontano ‘69, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M’ero portato ap­presso un mite e dimesso poeta ceco­slovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Mila­no. Si chiamava Vladimir… (il cognome lo taccio, non si sa mai… Anzi, si sa). Di lui non ho avuto più notizie, non so che fine abbia fatto. C’eravamo messi in un an­golo. Spesso Vla­dimir s’alzava, andava al buffet e tor­na­va con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano da­van­ti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la pa­drona di casa, la moglie dell’editore, levigata, luci­da, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli au­to­ri più venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: «Lei è sudamericano, signor Console?» «No» dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che suc­cesse il fattac­cio. Vladimir, oltre ad aver man­giato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l’alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir è cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo tra­ditore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Af­ferrò lo scultore per il petto, co­minciò a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lin­gua, insultandolo. Tut­ti accorsero, si ammassarono at­torno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a gua­dagnare la porta.

Il mio studio è una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono li­bri (dal balcone, giù in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimi­tero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, è il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul baùle di canne che fa da tavolino davanti al di­va­no-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accu­mu­la sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia preco­cemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai li­bri, ap­poggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, con­chi­glie… Sull’unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavo­lo di lavoro, ho appeso i “miei quadri”: un dise­gno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle gi­noc­chia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vi­ci­no ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con trat­ti di china e una sola in parte risparmiata, raccon,incol­lato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un arti­sta concettuale; due planimetrie secentesche, di Paler­mo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio Siciliae antiquae descriptio. Questo dei libri antichi strap­pati, dei libri bruciati, dei libri perduti è un fatto che mi osses­siona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un’antica biblioteca sot­terranea, for­se romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al mu­ro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di pren­der­li, di svolgerli, e quelli si dis­sol­vevano come ce­nere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si trat­ta di un sogno archetipico. Mah… Fatto è che mi appas­sio­nano i libri sui libri, sulle bi­blioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d’avventure, è Cacciatori di libri sepolti. Co­me in questo tardo pome­riggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Mila­no. A poco a poco non sento più il rumore delle mac­chine che sfrecciano sui Ba­stio­ni, mi allontano, viaggio per l’Asia Minore e l’Egitto, sprofondo in antichità oscu­re, indecifrate. M’immagino che nel futuro, fra cin­­quanta, cento o più anni, i biblio-archeologi non scave­ranno più sotto i tell[iv] alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stam­pata, alla ricerca del Libro. Quin­di è la volta di Ni­ni­ve, della biblioteca di Assur­banipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d’argilla incise dell’archivio di stato eblaita. Mi sembra di senti­re tutto il caldo del de­serto siriano, in viaggio tra Alep­po e Tell Mardikh. Su­gli scavi, il glottologo, lo scoprito­re della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d’intesa dietro le spalle dell’archeologo e dei suoi assi­stenti, mi conduce di na­scosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l’ombra di un muro ta­glia l’abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavi­men­to, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola bo­tola. Il glottologo alza la bo­tola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d’argilla. “Sono testi letterari” mi di­ce, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzle come una pagina di grande libro. “È un racconto,” dice “un bel­lissimo racconto scritto da un re narratore… Solo un re può narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di meta­fo­ra: egli vive, comanda, scrive e narra contemporanea­mente…” E punta l’indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cunei­forme e sta per cominciare a tradurmi…

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sen­to alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla por­ta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. È una frana, un terremoto. Si ammuc­chiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perqui­si­zione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: “Procura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto… in data… della Ti­gos...” «Lo conosco, quest’ordine, lo conosco…» dico bal­bet­tando. «Lo sappiamo» risponde quello. «E sap­piamo che tu scrivi, che narri di Milano… Mannaggia, ci mancano le prove!» e con la mano, scendendo le sca­le, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le tro­veranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, gri­do giù nella tromba delle scale: «Non è vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria…». Giù, in fon­do, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l’alto: «E la borraccia, ah, il libro di terracotta tovel’hai messo?».

La voce di Turi è subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi preci­pi­to al balcone e giù, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocità, con il loro lam­peggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sa­rà successo ancora, cosa sarà successo?!


[i] «Il Messaggero», 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, «Le Monde Diplomatique», luglio 1980; e spa­gno­la: Un día como tantos, «Le Monde Diplomatique», 1980. Lo stesso testo è ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Nove­cento, «I Meridiani», Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. An­co­ra in francese compare: Un jour comme les autres, «Échos d’Italie – écri­tu­res», [Université de Liège Les Éperonniers – Istituto Italiano di Cultu­ra di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto è infine ripub­bli­ca­to in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Me­ri­dia­ni», vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.

[ii] Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono ripre­se da 19831, 2001.

[iii] sàusa miffa: interiora di tonno salate; cubbàita: torrone di zucchero e sesamo.

[iv] tell: collina, collinetta.

Luigi Guerricchio

Il clamoroso caso letterario di uno scrittore siciliano.

Un moderno Ulisse tra Scilla e Cariddi

Sfogliando il grande libro (1300 pagine) di Stefano D’Arrigo

Vent’anni di lavoro, e tant’attesa – È l’odissea di un marinaio reduce in Sicilia alla fine dell’ultima guerra mondiale.

Annotava Moravia da qualche parte che alla povertà e infelicità di una terra corrisponde ricchezza e felicità di letteratura, poesia e romanzo. E portava l’esempio dell’America Latina, con Borges e Marquez e tutti gli altri scrittori di quella vasta regione dove la letteratura (il romanzo) cresce ancora rigogliosa e splendida. Bisognerebbe, a questa di Moravia, aggiungere l’osservazione che non di tutte le terre solamente povere è una letteratura che si possa dire propria di una determinata regione, ma di quelle – come insegna Americo Castro – dove più o meno s’è formato il “modo d’essere”, dove cioè la realtà da “descrivibile” è diventata “narrabile” e quindi “storicizzabile”. Com’è appunto della Spagna e dell’America Latina. Ma: e il romanzo del Settecento in Inghilterra e quello dell’Ottocento in Francia, che infelici non erano ma forse solo inquiete nella loro borghesia? E il romanzo russo? E il romanzo americano? Restano solo domande, per noi che ci muoviamo disarmati. Perché allora bisognerebbe affrontare il vastissimo discorso sulla letteratura, il romanzo: cos’è e perché nasce, che funzione e che destino ha.

E questo lo lasciamo agli specialisti, a quelli che riescono a spiegare le cose e le ragioni delle cose.

A noi solo il piacere di goderle, quelle cose, il piacere di leggere un romanzo: Qui solo vogliamo dire che quell’equazione povertà-infelicità e ricchezza letteraria cade bene anche per la Sicilia e per quella letteratura che si chiama siciliana.

E quando una storia della letteratura dell’isola si farà, oltre alla stagione felice del Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, si dovrà pure dire di un’altra, quella di Brancati, Vittorini, Sciascia, Lampedusa, Addamo, Castelli, Bonaviri … ultimo, nel tempo, è da ascrivere a questa anagrafe Stefano D’Arrigo, scrittore messinese, di cui a giorni sarà in libreria il poderoso romanzo “Orcynus Orca” edito da Mondadori.

Ma torniamo per un momento a Castro per avanzare un’ulteriore osservazione riguardo alla letteratura siciliana.

E più che a Castro, a Sciascia, che adatta quello schema alla realtà siciliana e dice “storicizzabile” la Sicilia di dopo i normanni e da questo momento fa nascere il modo d’essere siciliano.

Ora, l’isola, non sempre e non dappertutto ebbe uguale sorte. Gli arabi, per esempio, lasciarono il loro segno più nella parte occidentale che in quella orientale; il feudo nel Val di Mazara e la piccola proprietà nel Val Demone hanno fatto si che le popolazioni delle due zone fossero in qualche modo diverse.  E diverso è il siciliano dell’interno da quello della costa. Occidentale e orientale, marino e dell’interno, continentale, ha per noi significato riguardo agli scrittori, nella misura in cui essi rispecchiano nelle loro opere, nella materia che assumono e esprimono, queste diversità. Verga ci sembra Marino (e non per via dei malavoglia), De Roberto continentale, come Pirandello e Sciascia e Lampedusa. D’Arrigo ci sembra autore marino (e non perché il suo romanzo si svolge sullo stretto).  Vogliamo dire che gli scrittori siciliani sono diversi (come diversi sono gli artisti: Greco o Migneco sono diversi da Guttuso) per la diversa realtà che esprimono, a seconda cioè se quella realtà si muove nel descrivibile, nel narrabile o nello storicizzabile: se partecipa più o meno al modo d’essere siciliano.   Sciascia, sintetizzando Castro, dice che’ descrivibile “una vita che si svolge dentro un mero spazio vitale”.  E ci soccorre anche Addamo scrivendo: “ … Nella prevalenza della natura c’è esattamente il limite della storia”.

Ora, le regioni, le città, le popolazioni che per varie ragioni hanno dovuto fare i conti con la natura prima ancora che con la storia, o a dispetto della storia, da esse, ci sembra, non possono venire fuori che scrittori, che opere i cui temi sono il mito, l’epos, la bellezza, il dolore, la vita, la morte,… vogliamo dire che queste opere, quando sono vere opere, si muovono dall’universale al particolare e sono siciliane per accidente; mentre le altre, al contrario, partono dal particolare e vanno all’universale e sono siciliane per sostanza.  Ma questa non è che una semplicistica classificazione, nella quale, come nel letto di procuste, la realtà scappa da tutte le parti.

   Tuttavia: una città come Messina, per esempio, al limite e al confine, distrutta, ricostruita e ridistrutta da terremoti, ci sembra un luogo dove la vita tende a svolgersi dentro un mero spazio vitale.  E figurarsi poi la vita di quella città invisibile e mobile che si stende sullo stretto, quella dei pescatori della costa calabra, e della costa siciliana, di Scilla e Cariddi, Scill’e Cariddi, anzi, arcaica e sempre uguale, vecchissima e sempre nuova, piccola e vastissima, come il mare. “Lu mari è vecchiu assai. Lu mari è amaru. A lu mari voi truvari fumu?” dicono i pescatori. Ed è qui, su questo mare, su queste acque che si svolge il romanzo di D’Arrigo.

La morte marina

   “Orcynus Orca” è un romanzo di 1257 pagine a cui l’autore ha lavorato per circa vent’anni.  È la storia d’un Ulisse, ‘Ndrja Cambria, marinaio della fu regia marina, pescatore del faro, a Cariddi, che durante l’ultima guerra, nell’autunno del ’43, a piedi percorre la costa della Calabria, da Amantea a Scilla, per tornare al suo paese. Quella lingua di mare, lo stretto, lo ferma.  Tutto è devastato, distrutto, non ci sono più ferribotti e né barche.  Le femminote, le mitiche, arcaiche, libere e matriarcali donne di Bagnara sono ferme anche loro per le coste, in attesa di riprendere, come prima, il loro contrabbando di sale.  Ferme e in attesa sotto i giardini di aranci e bergamotti, in mezzo ai gelsomini, alle olivare e tra le dune delle spiagge.

Solo una d’esse possiede una barca, la potente magara Ciccina Circè che, impietosita e ammaliata, trasborda quel reduce, su un mare notturno di cadaveri e di fere bestine.  Dopo tanta struggente nostalgia per la sua Itaca, all’approdo, l’isola appare al reduce sconvolta, diversa, avvilita, scaduta per causa della guerra, ma anche per causa dello stesso ritorno che, come tutti i ritorni, è sempre deludente e atroce.  Ritrova il vecchio padre, i compagni pescatori, i pellisquadre d’una volta.

Ma qui, a Cariddi, sulla spiaggia della “Ricchia, compare improvvisa l’orca, l’Orcynus Orca, com’è scritto sui libri di zoologia, l’orcaferone”… quella che dà la morte, mentre lei passa per immortale: lei, la morte marina, sarebbe a dire la morte, in una parola.

   Solitario, terrificante scorritore di oceani e mari: puzza lontano un miglio, lo precede il terrore, lo segue il deserto e la devastazione.  Il mostro arenato, scodato e irriso dalle fere, i feroci delfini dei due mari, il Tirreno e lo Jonio, muore spargendo fetore di cancrena. L’enorme carogna verrà trainata sulla spiaggia dagli inglesi e dai pellisquadre.  Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambria diventa così viaggio verso un mondo alterato, corrotto: viaggio verso la morte.  Ma viaggio anche verso la verità, l’origine della vita.  Orcynus è anche orcio, grembo materno, liquido rifugio, mare, principio e fine della vita.  ‘Ndrja Cambria morirà, ucciso sul mare dello stretto, striscia di mare, profonda, abissale, canale e oceano, iato, rottura “naturale” tra una terra e le altre, tra una “storia” e le altre, ucciso da un colpo d’arma che lo raggiungerà alla fronte

   È quasi impossibile riassumere questo vastissimo romanzo, magmatico, scandito in quarantanove episodi, dove si muove un’infinita schiera di personaggi e figure.  Romanzo dentro il quale tuttora siamo immersi, come in un’avventura, un viaggio eccezionale e affascinante.  E per poterne riferire in termini pacati e chiari bisogna prima uscirne, bisogna che cessi lo stupore  e l’incanto.  “Vogliamo adesso soltanto riferire, accennare anche alla lingua usata dallo scrittore.  Lingua che è il dialetto proprio dei pescatori dello Stretto, gergo, suono e atteggiamento, assunti e reinventati dall’autore con conoscenza e sapienza magistrale e resi con ritmo e musicalità, larga, polifonica.

   Una lingua che è ammiccante, allusiva, ora tenera e carezzante, ora dura e sentenziosa, che procede circolarmente, per accumuli, e arriva fino al cuore delle cose.

   E riferire vogliamo anche dello scrittore, di Stefano D’Arrigo. Nato ad Alì nel 1919, passa subito a Messina. Ragazzo, navigava per le Eolie.  Sarà entrato nelle celle delle acque saline e calde delle terme di San Calogero, dentro bocche, crateri spenti; si sarà imbattuto nelle necropoli degli uomini antichi, venuti dal mare, nelle olle, negli orci, nei giaroni in cui rannicchiati come nel grembo materno seppellivano i morti, la testa a oriente, verso il sole.  Si sarà incantato davanti a tutto quanto dal mare si fa schiuma, conchiglia, roccia, terra, e in tutto che si sfalda e ritorna al mare.

L’incontro con Vittorini

    A Messina, all’università, fa un giornale murale. D’Arrigo scriveva a un suo amico, Felice Canonico, disegnava.  Vittorini, chissà per quali vie, da Milano sa di questo giornale e scrive perché vuole vederlo, vuole leggerlo.  Gli mandano un numero con un interessante articolo di D’Arrigo, “La crisi della civiltà”.   È il 1946.  Laureatosi in lettere con una tesi su Hoederlin (“Doveva forse sembrarmi di scorgere in lui, malgrado lui, qualcosa di quel conflitto tra poesia e follia, tra civiltà e barbarie che fa la Germania e in cui alla fine soccombono civiltà e poesia”).

   Nel 1947 parte per Roma.  Qui si occupa d’arte.  Suoi amici sono Guttuso (e in certe pagine di D’Arrigo c’è quell’aura dei quadri di Guttuso, dei quadri dei pescatori del periodo di Scilla), Mazzullo, Canonico, ma anche Zavattini, De Sica, Ungaretti, Ciarletta.  Nella soffitta dello scultore di Graniti, Peppino Mazzullo, si riuniscono, mettono ogni sera un tanto a testa, e mangiano panibi e bevono vino.  Il pittore Felice Canonico se ne torna a Messina ed è a lui che poi D’Arrigo si rivolge per sapere tutto sulla fera dello Stretto, sul delfino.  Canonico va dal direttore dell’istituto talassografico di Messina e così può avere trattati scientifici, storie antiche sul delfino, leggende.  E fa anche per D’Arrigo un bel disegno del pesce, un disegno scientifico, a inchiostro di china, come quelli che faceva il durer dei granchi, dei cetacei.

   Nel 1957 D’Arrigo pubblica un libro di versi, “Codice siciliano” presso l’editore Scheiwiller di Milano. Ma è nel 1960 che D’Arrigo viene conosciuto: Vittorini pubblica sulla rivista “Menabò 3” due parti, cento pagine, de “I giorni della Fera”, come si chiamava prima il romanzo.  Scrisse allora Vittorini sulla rivista:  “Quanto qui ora pubblichiamo di lui non è opera compiuta. Fa parte di un “Work in progress” ch’io non sono riuscito ad appurare in che anno, e come, e perché, sia stata iniziata, e come sia andata avanti finora ma che ritengo possa restare soggetta a mutamenti e sviluppi anche per un decennio.  Di impegno complesso, estremamente ingenuo e estremamente letterario ad un tempo, è di quel genere di lavori cui una volta, fino a metà circa dello scorso secolo, accadeva di vedere dedicare tutta un’esistenza”.

Impegno totale

   La rivista di Vittorini era uscita nell’agosto del ’60. Nel settembre di quell’anno conobbi D’Arrigo a Messina stupefatta e sciroccosa come i fondali dei quadri d’Antonello, alla libreria di Giulio D’Anna, sul viale San Martino.  Ci trovammo, non ricordo bene come, a parlare, a chiacchierare. Io avevo appena finito di leggere le sue pagine sul “menabò” e ne avevo ricevuto una grande impressione.  D’Arrigo, più che rispondere alle mie, mi fece lui delle domande, domande a non finire, su quello che lui aveva pubblicato e io avevo letto, voleva su tutto la mia impressione di lettore “messinese”: sul linguaggio, il ritmo, i personaggi…

   Lo incontrai l’anno dopo, sempre a Messina, casualmente per la strada. Mi disse che era venuto giù da Roma per verificare, a Sparta, ad Acqualatroni, alcuni modi di dire dei pescatori, parole, frasi.  Era pieno di fervore, di vita.  Si capiva che il lavoro lo teneva in una forma di frenesia, di entusiasmo creativo.  E lo rividi poi ancora a Roma nel 1964. Andai a trovarlo a casa, a Monte Sacro.  Era già cominciato il suo completo isolamento. Lavorava dalla mattina alla sera. Il libro era là nel suo studio, in bozze.  Bozze sulla scrivania, sulle sedie, attaccate al muro e con lunghe strisce di carta scritte a mano incollate al margine inferiore del foglio e che arrivavano fino al pavimento.

D’Arrigo era diverso da quello che avevo conosciuto a Messina.  Era tutto calato dentro il suo libro, nel lavoro duro, massacrante, totale che richiedeva il libro.  Mi disse che soffriva di cattiva circolazione alle gambe per la vita sedentaria che faceva, lui che aveva giocato da attacante nella squadra di calcio del Messina.  Sono passati anni.  Di tanto in tanto leggevo, come tutti, di lui sui giornali, brevi note che annunciavano l’imminente pubblicazione del libro presso l’editore Mondadori.

   Nel ’73 sono ancora andato a trovare D’Arrigo a Roma.  Mi apre la porta e rimane sorpreso, impacciato per la visita improvvisa. Non vede nessuno ormai da anni.  Dopo un lungo tempo di silenzio, seduti l’uno di fronte all’altro, D’Arrigo comincia a sciogliersi a parlare, in un flusso straripante di racconto, dove c’è tutto, memoria, progetto, speranza ma soprattutto sentimento e risentimento.  Mi parla della moglie Jutta (è assente perché al lavoro), che per tanti anni ha accettato questo calvario accanto a lui, senza mai lamentarsene, stancarsi, sfiduciarsi, sempre spronandolo, con speranza intatta e chiara.  “A Jutta, che meriterebbe di figurare in copertina con il suo Stefano” c’è scritto ora sul frontespizio del libro.  Parla degli amici che se ne sono andati, quelli morti  (Niccolò Galo, Vittorini) e quelli allontanatisi, scomparsi in una città grande, caotica e lontanissima che si chiama Roma.  E parla di Messina, della sua Messina, della Sicilia.

   – Perché un giorno non ce ne torniamo tutti laggiù? – mi dice – e cacciamo via tutti i politicanti, gli affaristi, i mafiosi.

   – E poi, dopo una lunga pausa: – Ma no, non è possibile – dice – è un’utopia.

Ma del libro non parla e io non oso fargli domande.  E il libro è lì, sempre in bozze sparse, sul tavolo e anche sul divano.  E c’è anche la prima pagina, la controcopertina col titolo.  “Orcynus orca” si chiama ora e non più  “I giorni della fera”.  E poi di Dante – è grande in tutte le dimensioni – dice – è iperbolico.  La Divina Commedia è il mio libro De Chevet.  Mi è servito molto, soprattutto per la lingua. Quello che mi scandalizza sempre è il Manzoni, col suo “Bagno” in Arno.

   Al momento che devo partire, non vuole lasciarmi andar via, vuole ancora parlare e parlare con me, in quel suo flusso di ricordi, di sentimenti e risentimenti.

   Certo, D’Arrigo, rappresenta un caso, una eccentricità, un fenomeno  di impegno totale alla letteratura, alla poesia, che non si riscontra forse più nel mondo d’oggi.  Non si sa ancora che ripercussioni avrà il suo libro nei lettori, nei critici.

Il rischio più grosso in cui potrà incorrere è quello di essere chiuso, cristallizzato nel fenomeno, nel personaggio.  E questo lui lo sa e lo teme.  Ma ha anche temuto fino a ieri, soprattutto, portare a termine il libro, distaccarsene, non lavorarci più, consegnare col “va bene, si stampi”, quelle mille e duecento pagine di bozze all’editore.  Perché, quando opere come “Orcynus Orca” possono dirsi concluse?  Quando si può dire conclusa una vita, la vita, anche se minacciata dall’orca atomica, dall’orca tecnologica, dall’orca della disumanizzazione?

Vincenzo Consolo L’Ora 22 febbraio 1975