Lucio Zinna intervista Vincenzo Consolo a RAI-Sicilia

1988: Lucio Zinna intervista Vincenzo Consolo a RAI-Sicilia
Vincenzo-Consolo (2)

Nel 1988 Lucio Zinna curò per la RAI-Sicilia – negli studi di Palermo, allora in Via Cerda – un programma radiofonico in tredici puntate dal titolo “Incontri”/Letteratura, quale autore dei testi e conduttore in studio. Si trattava di uno dei programmi culturali allestiti dalla regista Maria Cefalù, parecchi dei quali si avvalsero della collaborazione del poeta siciliano, nel periodo tra il 1981 e il 1988: ricordiamo (oltre ai testi di alcuni documentari televisivi) i programmi radiofonici: “Poesia oggi” e “Sicilia letteraria” (1981-1982, in collaborazione con Giovanni Cappuzzo), “Sei storie dal reale” (1983), “Questi maledetti poeti” (1984), “Tra il reale e l’immaginario”(1986), “C’era una volta /sei favole di Luigi Capuana” (1988) e altri.

Il ciclo “Incontri”/Letteratura era basato su interviste in studio o telefoniche a personaggi del mondo letterario siciliano e non (fra questi gli scrittori Gesualdo Bufalino, Giovanni Gigliozzi, Andrea Vitello, autore di un’insuperabile biografia di Tomasi di Lampedusa, lo storico Orazio Cancila), con lettura, da parte di attori, di brani tratti da opere alle quali si faceva riferimento. In una di queste trasmissioni, andata in onda il 21 novembre 1988, Zinna intervistò in studio lo scrittore Vincenzo Consolo, di cui era appena uscito il libro di racconti “Le pietre di Pantalica”. Un brano dell’opera fu letto da Gabriella Guarnera. Regia di Maria Cefalù, con la realizzazione tecnica di Saro Cordaro e Nicola D’Addelfio.

Trascriviamo il testo della conversazione da registrazione su nastro magnetofonico.

Buon pomeriggio da Lucio Zinna. Il nostro ospite di oggi, per il ciclo di “Incontri/Letteratura”, è lo scrittore Vincenzo Consolo, del quale è apparso in questi giorni – edito da Mondadori – “Le pietre di Pantalica”. Ci intratterremo con l’autore subito dopo il nostro consueto profilo.

Vincenzo Consolo è nato a Sant’Agata di Militello nel 1933. Conseguita la maturità a Barcellona Pozzo di Gotto, studia legge alla Cattolica di Milano dove si laurea. Torna in Sicilia per dedicarsi all’insegnamento, frequentando nel contempo scrittori come Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo. Nel 1968 si trasferisce a Milano, dove vive tuttora, con frequenti catabasi nella sua terra.

La sua prima opera, “La ferita dell’aprile”, è un romanzo lirico e meta-dialettale apparso nel 1963. Una metafora del transito dall’adolescenza speranzosa alla deludente maturità. L’ambientazione è quella della Sicilia dell’immediato dopoguerra. Del 1976 è “Il Sorriso dell’ignoto marinaio”, edito da Einaudi. Una ricerca archetipica della psicologia dei siciliani, esemplata su un famoso quadro di Antonello da Messina. Il romanzo, ambientato in epoca garibaldina, narra di un esule siciliano, l’Interdonato, che rientra nell’isola sotto mentite spoglie nel 1852, per condurvi la sua lotta antiborbonica. Narra anche di un aristocratico cefaludese, Piraino di Mandralisca. Il sorriso ironico del primo esprime la consapevolezza che ogni spinta rivoluzionaria finisca per frangersi nell’isola contro il pessimismo storico della sua gente. Del secondo è evidenziato invece l’evolversi da un mondo di puri interessi scientifici a quello della dura realtà degli oppressi, con i quali viene casualmente a contatto, fino al suo impegno politico a favore degli oppressi medesimi, specie in occasione di rivolte popolari provocate da irrisolti problemi sociali dopo la spedizione dei Mille.

Del 1985 è “Lunaria”, edizione Einaudi. Una fiaba teatrale in cui il persistente passato barocco di una Palermo settecentesca fa da contraltare al degrado del presente. Due anni dopo appare, presso Sellerio, “Retablo”, esemplare illustrazione di una Sicilia multiforme, proteica, aristocratica e plebea, feudale e rivoluzionaria, classica e illuminista, popolana. Anch’esso ambientato nel ‘700, come ‘Lunaria’, il romanzo si incentra sulla figura di due personaggi: il pittore milanese Fabrizio Clerici (diciamo che Fabrizio Clerici è vivente, ma è collocato, a ritroso, nella vicenda) e il siciliano Isidoro: un monaco smonacato. Sono ambedue innamorati: il primo di una nobildonna, il secondo di una popolana e mantenuta. Consolo pone a confronto due mondi diversi: la Lombardia ricca ed estetizzante e la Sicilia ansiosa di riscatto sociale. Il punto d’incontro è all’interno degli individui, nella spirale dei sentimenti.

“Le pietre di Pantalica” è una coordinata raccolta di racconti nello scenario di una Sicilia variegata nelle sue tinte, ma costantemente dolente per le lunghe offese storiche subite, per le angherie da sempre esercitate sulla povera gente dai proprietari di turno, i quali sono ora baroni ora mafiosi, ciascuno con il loro stile e la loro immagine. Ogni guerra finisce per lasciare immutata la situazione sociale, quasi sulla falsariga di un latifondo solo di recente scomparso, ma riemergente in altre forme, fino a farsi degrado a un passo dall’identità etnica. Un’affascinante e ironica girandola di paesi, di città, di campagne, di personaggi in cui si svolgono le vicende di ieri e di oggi.

La scrittura di Consolo si fonda su una singolare commistione di moduli narrativi, realistici e sperimentali, una scrittura lessicalmente ricca, fluente, che coinvolge il lettore nell’operazione di decodifica del testo. Più comunicative sono queste Pietre di Pantalica, in cui pur si innestano termini dialettali e termini culti, nonché forme verbali elegantemente arcaiche.

Vincenzo Consolo è qui in studio e noi cogliamo la gradita occasione di rivolgergli alcune domande.

Lei è siciliano e vive a Milano. Ci sono scrittori siciliani che hanno dovuto cercare il successo fuori dall’Isola (Vittorini, Quasimodo), altri che hanno dovuto fare la spola tra Sicilia e continente (Sciascia, Cattafi), altri ancora, per singolari circostanze, non si sono mossi dai loro luoghi: Piccolo, Bufalino. Quale è stata la sua iniziale avventura letteraria?

La mia iniziale avventura letteraria credo che abbia avuto degli intenti contrari a quelli che di solito sono avvenuti nella storia, cioè il cammino dal Sud verso il Nord, e la Sicilia in questo senso, come lei ha detto, ha una lunga storia, da Verga a Capuana a De Roberto fino a Vittorini a tanti altri. C’erano, dalla Sicilia, due modi di partire verso la Milano, verso la Lombardia dell’organizzazione sociale e dell’organizzazione culturale, e verso la Roma dove c’era il potere politico, e dove i climi erano molto italiani e molto somiglianti a quelli della capitale siciliana, Palermo. Questi due modi di partire erano anche due modi di concepire la letteratura. Qui è molto lungo indagare le ragioni dell’emigrazione verso Roma o verso Milano. Comunque io, come lei ha ricordato, ho fatto i miei studi universitari a Milano negli anni ’50, negli anni in cui in Italia, dopo il disastro, l’azzeramento della guerra, si ricominciava a ricostruire, come si dice. I miei compagni di Università, allora più o meno più anziani di me forse di qualche anno, e comunque frequentanti lo stesso ambiente, respiranti lo stesso clima di studi e lo stesso clima culturale, si chiamavano De Mita, Misasi, Bianco, si frequentavano gli stessi luoghi. In questa piazza straordinaria che era la piazza Sant’Ambrogio, l’antica piazza del Giusti, della basilica di Giuseppe Giusti, lì, in questa piazza, si incrociavano i vari destini che erano, allora, i destini dell’Italia. C’era lo studente universitario che veniva da questo sud povero, c’era anche l’emigrato che arrivava in questa piazza, perché lì c’era il centro di emigrazione. Questi emigrati venivano prelevati direttamente dalla stazione e portati in questo centro di emigrazione di piazza Sant’Ambrogio e poi spediti in Belgio, in Francia, nelle varie miniere delle varie fabbriche; poi c’era il poliziotto che si arruolava proprio per bisogno perché lì, in questa stessa piazza, c’era una caserma della celere, quindi in queste trattorie letterarie, dove si andava a mangiare poteva capitare di imbattersi nel compaesano. Ecco, io sono andato a Milano perché ho obbedito a una sorta di mitologia letteraria, perché era stata la città di Verga, perché a Milano c’era Vittorini. Poi, dopo finiti gli studi, sono tornato in Sicilia per fare lo scrittore, perché mi interessava naturalmente il mio ambiente storico, il mio ambiente sociale. Sono stato fino al ’68 ma poi ho visto che quest’isola si desertificava, il mondo che mi interessava non c’era più e anch’io ho fatto le valige e sono tornato a Milano perché era l’unica città possibile per me, perché a Milano mi sembrava che allora – proprio ancora sulla spinta della mitologia vittoriniana dell’industria a misura d’uomo, delle sperimentazioni che allora si facevano di industria e letteratura –, mi sembrava, appunto, che a Milano ricominciasse una nuova storia, volevo conoscere questo mondo industriale. Anche questa è stata una mitologia, il crollo di questa mitologia. Intanto io avevo pubblicato il mio primo romanzo e a Milano sono stato proprio per questo sradicamento e per questo reinnesto in un’altra cultura, tredici anni in silenzio, fino a che, dopo avere osservato questo mondo, ho capito che io non potevo scrivere di Milano perché mi mancava la memoria di una società industriale. Però ho potuto esprimere, spero, questo mondo di allora, questo momento storico a cavallo degli anni ’60 e ’70 attraverso la mia memoria, che era la memoria della Sicilia, però in modo metaforico. Scrivendo di questo mondo importantissimo in Sicilia, cioè degli anni attorno il 1860 con l’unità d’Italia, nodo storico in cui ci siamo imbattuti quasi tutti gli scrittori siciliani – da Verga a Pirandello a De Roberto a Lampedusa allo stesso Sciascia –, nodo storico che quasi tutti abbiamo affrontato, perché partendo da lì ci siamo potuti rendere conto di certi mali che sono sociali, di cui soffre la nostra isola… Ho voluto metaforicamente esprimere non solo il mondo siciliano ma il momento storico nazionale, i temi che allora si agitavano erano quelli degli intellettuali di fronte alla storia, quello delle masse popolari esclusi dalla storia che non avevano la parola e temi di questo genere.

Parte per vivere altrove, si porta la Sicilia dentro. Se la porta appresso questa Sicilia?

Si, è il nostro mondo. Io ho sempre detto che esistono due modi di essere scrittore: lo scrittore di superficie e lo scrittore di profondità. Naturalmente questo non implica una valutazione qualitativa, sono modi di essere. Io credo che uno scrittore siciliano non può essere che uno scrittore di profondità, cioè la nostra è una cultura talmente composita, ricca, stratificata, come del resto la nostra storia, che non si può prescindere dal riportare nella scrittura tutto questo mondo che ci ha preceduto. Io ho sempre detto, e ripeto, che noi non siamo figli della natura ma siamo figli della storia; noi nasciamo incisi da dei segni culturali e in Sicilia i segni culturali sono molto importanti, sono molto profondi e sono difficili da eliminare.

Ne ‘Le pietre di Pantalica’ figurano, quali personaggi, alcuni nostri scrittori e poeti, alcuni viventi quali Buttitta e Sciascia, altri scomparsi quali Lucio Piccolo e Antonino Uccello. Cosa è filtrato nella sua opera delle frequentazioni e consonanze con tali personalità?

Mah, sono persone a me care. Io le ho volute raffigurare qui proprio come le persone più rappresentative di un mondo che è quello contadino, di una civiltà che è quella contadina. Sono le persone che più hanno rappresentato questa civiltà e questo mondo che per me ormai è scomparso, e quindi persone anche oggettivamente importanti dal punto di vista poetico.

In prolepsi al racconto “Le Chesterfield” lei cita la seguente considerazione di Sciascia: « […] tutti i miei libri in effetti ne fanno uno, un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione […]». Così Sciascia. È così anche per lei?

Sciascia parla della sconfitta della ragione in senso sociale, nel senso della organizzazione sociale. La sconfitta della ragione lui la rappresenta attraverso tutta la sua letteratura, con la violenza dell’Inquisizione, la violenza fatta all’uomo, l’impostura e tanti altri mali che ci hanno afflitto, parla appunto di sconfitta della ragione dal punto di vista sociale, qui io l’ho voluto riportare alla sua radice letterale, cioè la dialettica fra ragione e follia. Per me che constato i fatti, in un certo senso, mi porterebbero a dire di si, di essere d’accordo con Sciascia. Però io penso e voglio sperare che la storia mi smentisca continuamente. Io credo nella Storia, credo che la storia abbia un andamento flessuoso, dei momenti in cui la linea raggiunge livelli molto bassi, in cui ci sono delle grandi aperture, in cui si aprono dei nuovi orizzonti e si possono nutrire delle grandi speranze. Tutto questo può essere deciso da persone assolutamente pessimiste, ma io, non credendo ad altro, io credo nelle forze progressiste della storia.

Sempre ne “Le Pietre di Pantalica” lei parla di una Palermo-Beirut, una città mattatoio, una città nella quale, sempre sulla scia di tristi avvenimenti, che purtroppo conosciamo bene, gravano ricorrenti e cupi bagliori. Quanto è da addebitare di tale situazione ai palermitani stessi? Intravede qualche segno di ripresa, di risalita?

Queste pagine su Palermo così violente, così assolutamente pessimistiche, non sono altro che la registrazione di una realtà in un determinato momento che era l’estate del 1982. È una invettiva abbastanza violenta che io faccio

ma anche lirica in certi momenti…

anche lirica per certi aspetti si, però questa invettiva così risentita così forte nel tempo non denuncia che un amore mio nei confronti di Palermo, un amore tradito. C’è nei miei libri, sin dal romanzo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” … io ho sempre detto che avrei ambientato una parte del libro a Cefalù, l’ho chiamato “la porta verso il mondo palermitano”, che per me è il mondo più bello, più affascinante, più ricco storicamente. Poi è venuto “Lunaria”, anche quello ambientato a Palermo, lo stesso “Retablo” è ambientato a Palermo. È una città che io amo perché è la città più impregnata di storia, più ricca di segni culturali e storici e quindi in questa invettiva c’è una sorte di tradimento di delusione per questo amore mal corrisposto.

[Gabriella Guarnera legge un brano, riguardante Palermo, dal racconto eponimo “Le pietre di Pantalica”]

Chi ha tradito Palermo?

Palermo, si lo sappiamo, è quella che è. C’è anche in questa città, malgrado tutto, malgrado la mafia, adesso voglio dire il quadro non è tutto nero, ci sono dei bagliori bianchi, ci sono dei bagliori di luce e questo si vede in tante cose che avvengono a Palermo nonostante tutto.

Le rivolgo una domanda che lei rivolge a se stesso nella prefazione al libro di Mario Lombardo, “Giudice popolare al Maxi Processo” (Edizione ILA PALMA): ”Come è possibile che qui in quest’isola di tanta cultura, tanta civiltà, ci possano essere mafiosi criminali autori di efferati delitti, di stragi?”. Ecco la domanda che io vorrei rivolgerle è questa. C’è una risposta a questo interrogativo?

Sinceramente io non riesco a rispondere. Quando leggo, sento, assisto a delle atrocità che avvengono in quest’isola civilissima, io ogni volta mi chiedo con raccapriccio, con smarrimento come è possibile che in questa terra così umana, in questa terra che ha prodotto tanta cultura, tanta arte, come è possibile che si arrivi a tali abissi di barbarie. Ecco, io ogni volta non trovo risposta a tutto questo

…è lo sgomento di tutti

si è proprio così, sono domande che smarriscono.

Passiamo a un aspetto più squisitamente letterario. La sua ideale misura narrativa pare consista nel romanzo breve o nel racconto. Si considera uno degli scrittori così detti minimalisti o ritiene queste solo delle vuote formule letterarie o’ da letterati’?

Mah, io non credo a queste formule che ci vengono imposte dall’estero. Non credo ai ‘minimalismi’ di sorta. Nessun minimalismo di sorta. Io credo che la letteratura tratti di fatti minori, minimi, che non c’è bisogno di connotarli con questo termine che è mutuato dall’arte: il Minimalismo. La letteratura è sempre minimalista, perché parla dell’uomo nella vita quotidiana, dell’uomo…

… si scava all’interno della coscienza…

della coscienza nei fatti quotidiani, io credo poi che questo non è più tempo delle grandi narrazioni…

…di stampo ottocentesco…

… di stampo ottocentesco, perché lo spazio letterario è relegato sempre più altrove. Bisogna scandagliare e sapere dov’è questo spazio letterario e io credo che la letteratura oggi, proprio perché questo spazio letterario è invaso da altri tipi di narrazioni quali sono quelli dei media, della radio, della televisione, dei giornali, cose che nell’Ottocento non c’erano. Nell’Ottocento i romanzi-fiume avevano altre esigenze, di informare, anche di supplire a delle scienze, le cosiddette ‘scienze umane’,che allora non esistevano. I romanzi di Balzac informavano, dovevano contenere anche delle cognizioni di ordine sociologico, che oggi assolutamente il romanzo non dà e quindi la letteratura oggi, il romanzo oggi, si interiorizza e diventa sempre più sintetico, sempre più profondo.

Ha appreso qualcosa dagli sperimentalismi, dal neoformalismo degli anni ’60 e ’70 o li ha preceduti di stretta misura, considerato che la “La ferita dell’aprile” è datata 1963, che è un anno ormai ben definito nella nostra storia letteraria?

Io non ho mai amato gli avanguardismi. Io credo di essere figlio della cultura siciliana che è stata sempre sperimentale, da Verga in poi, almeno l’operazione linguistica di Verga: una operazione grandissima e altamente sperimentale. L’avanguardia è una operazione di azzeramento e di cancellazione di tutto quanto ci ha preceduto. Io invece credo nella sperimentazione tenendo presente tutto quanto ci ha preceduto, tenendo presente la storia. Io non ho potuto scrivere – ma come me tanti altri scrittori – non avendo consapevolezza di questa grande letteratura siciliana che ci ha preceduto.

Dialoghi Mediterranei, n.1, aprile 2013

Consolo: così sono passato al romanzo storico

“Il mio primo libro era un libro di memorie personali, scritto in una prima persona che non ho più praticato, poi sono passato al romanzo storico”: Vincenzo Consolo parla dell’influenza sulla sua opera del Gattopardo, a sua volta influenzato da I Vicerè, a sua volta influenzato da Verga. Il sorriso dell’ignoto marinaio nel 1976 ebbe una grande fortuna. C’è un romanzo nel romanzo.

Giudice popolare

Nel momento in cui mi accingo a stendere questa breve nota per il libro di Mario Lombardo, «Giudice popolare al maxiprocesso» – 0ggi, 28 giugno 1988 — le cronache registrano l’uccisione a Palermo, nel mercato di via dei Nebrodi, di tre venditori ambulanti, tra cui un ragazzetto di 15 anni. Gli assassinii sono stati eseguiti, con sicurezza e impassibilità, da due giovani giunti sul posto a cavallo di un «Vespone», che si sono dileguati subito dopo. Queste tre ultime vittime, questi tre corpi insanguinati, queste tre sagome disarticolate e coperte da un lenzuolo, si aggiungono all’infinita teoria di morti ammazzati dalla mafia a Palermo, in Sicilia. In via dei Nebrodi (il ragazzetto, Giuseppe Lo Jacono, è rigido li a terra tra le bancarelle, sopra la pozza del suo sangue rappreso, un mazzetto di banconote da mille lire stretto in un pugno), in questa strada della zona di Resuttana, abita un mio amico, un poeta, una delle più miti, più civili persone che io conosca. Questo mio amico, forse tra la folla del mercatino settimanale, può aver sentito quella sequenza di spari, può aver visto quei tre corpi crollare a terra disanimati. Ora io mi chiedo: che rapporto c’è fra uomini come il mio amico poeta e quegli efferati killer di via dei Nebrodi? Com’è possibile che convivano in uno stesso contesto, in una stessa realtà storica e sociale tipi umani così diversi, così contrapposti? Mi sono sempre chiesto: che rapporto c’è fra me, Fra l’autore di questo libro, fra te, lettore di questa nota, o fra uno dei giudici togati e uno qualunque degli imputati del maxiprocesso di Palermo, Luciano Liggio, Michele Greco o Pippo Calò? Che rapporto c’è fra un uomo intelligente e civile come il pm Ayala e l’ottuso e feroce Filippo Marchese, quello che a detta del pentito Sinagra – nel «mattatoio» di piazza S. Erasmo (quella piazza già teatro di antiche barbarie, in cui la santa Inquisizione bruciava vivi sui roghi poveri condannati) ordinava ai picciotti di dissolvere nell’acido dei bidoni le carni dei suoi nemici? Da siciliano, mi sono sempre chiesto, da quando ho cominciato a sentir parlare di mafia, a prender coscienza della sua barbarie: com’è possibile che qui, in quest’isola di tanta storia, di tanta cultura, di tanta civiltà ci possano essere mafiosi, criminali spietati, autori di efferati delitti, di stragi? E sono tutte domande che immediatamente sembra non trovino risposte. Risposte, prima o al di là di quelle scientifiche, che servano a darci fiducia nella storia. Così come, in un contesto più ampio (non sembri azzardato l’accostamento: siamo, sia pure per cause e fini diversi e per differente portata, in un simile dissolversi della ragione umana, in un simile insorgere della bestialità nell’uomo), non troveremmo risposta alla domanda: come l’uomo, in un determinato momento storico, ha potuto arrivare fino agli orrori di Auschwitz o Dachau, fino agli orrori dello stalinismo? Sono domande che ci mettono in crisi, che ci fanno disperare della storia, delle umane «magnifiche sorti e progressive». Ma lasciamo le inquietudini, lasciamo alla filosofia le risposte sulla natura dell’uomo e veniamo ai fatti. E un fatto, di portata storica – malgrado i morti ancora ammazzati dalla mafia, malgrado le ultime tre vittime di via dei Nebrodi – è senz’altro il processo contro la mafia che si è celebrato a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987. Un processo enorme per numero di imputati, impegno dei giudici, impiego di forze, durata; un processo unico e forse mai più ripetibile; la più grande e importante celebrazione di rito giudiziario; il più grande psicodramma della storia siciliana, della storia nazionale. E Mario Lombardo è stato uno degli officianti del rito giudiziario perché la sorte ha voluto che fosse scelto come giudice popolare al processo,
Lombardo dunque, con i suoi colleghi – quelli che per dovere morale e civile non si sono sottratti a quek gravoso impegno, non si son fatti disertori – è stato chiamato a rappresentare il popolo siciliano, il popolo italiano. Anch’io, in quel piovoso mattino del 10 febbraio dell’86, ero nella famosa, avveniristica, metafisica aula-bunker in qualità di cronista. E lì, dalla tribuna della stampa, avrò visto, assieme agli altri componenti la Corte, Mario Lombardo, che non conoscevo. Ricordo che quella mattina dentro di me ero grato a quegli uomini della Corte, i quali per tutti si assumevano l’enorme, quasi insopportabile peso della celebrazione di quel processo. Di cui Lombardo, intelligentemente e scrupolosamente in questo libro, ci fa ora il racconto. Racconto oggettivo non solo, ma anche racconto soggettivo, vale a dire delle pieghe umane, di cui nessun verbale giudiziario o cronaca giornalistica potrebbe mai darcene cognizione.

Vincenzo Consolo

La formazione di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo ricorda la sua formazione sotto la guerra. Una mattina il suo paese fu svegliato dal fragore delle cannonate. Scapparono in campagna, erano otto figli. Da lì videro i tentativi degli americani di sfondare la linea di difesa dei tedeschi. Un cugino di suo padre aveva una grande biblioteca; non gli faceva portare via i libri, doveva leggerli sul tavolo di cucina. Ricorda anche la dichiarazione di guerra di Mussolini: il proclama venne diffuso da un altoparlante. Il padre inorridì: era un uomo libero, molto razionale.

La volpe di donna Elisa

S’avissi ’na mezza sciabula
o puru ’na carrubina
facissi ’na ruvina
facissi ’un sacciu chi.
S’avissi un pignateddu
l’agghiu e puru lu sali
facissi un pani cottu
sempre s’avissi ’u pani.
Canto popolare siciliano


Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci
dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua
del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale,
mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva
sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava,
a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti.
Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli,
dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato,
la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava
nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane
lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno.
La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i
vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le
dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia,
il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile,
sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli
stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero,
mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno
della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si
sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da
lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera
con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata
d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo
sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e
martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la
farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino.
Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al
piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario
due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni
alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello
e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si
fermavano qua e là davanti a una porta.
Toc, toc.
«Chi è?»
«Carabinieri.»
S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina,
s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina
d’una donna.
Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio
o il fratello.
«Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata.
«E dov’è?»
«Mah, foresto, foresto è.»
«Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na
cartolina.»
E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina
rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia,
Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al
Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”.
Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi,
dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della
guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione
dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai
suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta,
per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale.
Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei
giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per
questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean
portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti
morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene.
E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con
la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si
parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi
e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo
era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco,
solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre
dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno
uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè
leghe società partiti, divampò per il paese.
Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi
la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo
era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti
caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso
avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia
Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture,
una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni
la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa,
veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni
di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio,
sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina
rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco
in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore;
Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda
con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante
de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli
Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo
Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe,
a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un
Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di
giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi.
A Ratumemmi a li primi nisciuti
Si sparagiaru già li so surdati.
Li baddi gruossi e li baddi minuti
Cadianu comu grannuli quagghiati;
E Pidicuddu ci dissi a Rumanu:
Lassamu l’armi, e facimmula a manu.
Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno,
con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a
mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor-
razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per
Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e
di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli,
dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E
tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo,
a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la
sezione del partito.
Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi,
davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei
circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse,
e lesse a voce alta pei compagni:
GIOVANI SICILIANI
Ancora una volta dopo lunghi anni
di guerra e di miserie ci si chiede,
contro la volontà di un popolo,
di spargere il nostro sangue. Come ieri,
il vile monarca ci impone di morire
per la conquista di altri imperi.
Noi non impugneremo le armi!
GIOVANI DI SICILIA
Siate tutti solidali nell’esprimere
la vostra volontà di non presentarvi!
Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo.
La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi
donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni
canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti.
Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua
carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma.
Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza,
tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come
fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana,
si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da
molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro.
Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi
di sapere quale piega avrebbe preso quella parata.
Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le
due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu-
ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava
e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori
d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani
capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari,
erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei
chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle
idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato.
Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il
tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della
banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico
rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti
e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù
pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza
i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi.
Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di
circoli e partiti.
Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva
gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso
il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello,
muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia:
«Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato
cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine!
Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…»
«Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso
che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito.
Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino
a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale
a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino
non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa.
«Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino
«con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa
di don Lucio Tasca.»
«A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede
da qui a ’na settimana!»
«Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire
basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse
con furia sulle spalle, e rigida partì.
Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo
militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al
bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò
sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo.
Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento,
dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna
Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di
riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al
vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro
la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti,
che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per
reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto,
sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa
fina,» mormorando «che pane bianco!»
Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal
piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino.
Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo
prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in
tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia
piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta
di Caltanissetta.
La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli
influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri
nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano
a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette
e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata.
Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò
ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò
all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano
“Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane
e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”.
E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano
i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni
scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo
per prima mirò al Municipio.
Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e
ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica,
girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali
di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu,
fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe
spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo
d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio,
la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi,
perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato.
Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio.
Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie
mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati
davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e
saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli,
Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio
podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello.
Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna
superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna
fatte a tutti con l’inglese.
Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono
stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore
di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del
legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la
toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola
rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i
bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline,
e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro
Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e
ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò.
Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano
al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò,
si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della
baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di
donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale.
Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì
anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di
Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino,
ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario
uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel
paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico
mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese
d’anteguerra.
Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello
del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono.
Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli
eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò:
«No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate,
entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece
cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero
filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto
una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane.
Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi;
gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi
per cui eran passati gli zuavi.
Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi,
a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo
quartiere, si rintanò dentro il covile.
Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel
saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono
alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan
godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la
notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel
sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo.
E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo
chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce
dalla guerra partigiana.
Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava
nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert
che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue
des Grands-Augustins?
Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni,
videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini,
camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole,
i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino.
In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto
di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava
angustiato.
Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo con Sebastiano Burgaretta

UNA BALLATA PER LA BELLA ROSALIA

Meno elegiaco-ironico di La ferita dell’aprile (1963), meno espressionistico-allegorico di Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), meno visionario-filosofico di Lunaria (1985), Retablo (pagine 164, L. 8.000. Sellerio), quarta opera narrativa di Vincenzo Consolo, risottolinea alcuni dei caratteri dello scrittore siciliano: l’esercizio mimetico-parodico (di matrice gaddiana), l’andante affabulato-rio-rapsodico (di matrice calviniana), il simbolismo lirico (di matrice vittoriniana). Tutti questi elementi di una scrittura colta, raffinata, poliedrica, mistilingue, in Retablo sono messi al servizio di una ballata-pastiche che combina slanci romantici e illuministici interrogativi. Retablo, rappresentazione a tre voci di vicende amorose e di viaggi, ha per sfondo la Sicilia del 1760-1761: ne sono protagonisti il pittore lombardo Fabrizio Clerici (in viaggio per dimenticare Teresa Blasco che sposerà Cesare Beccaria), il giovane frate questuante Isidoro che lascia il convento della Gancia per amore della bella Rosalia e Rosalia Guarnaccia che lascia Ciccio Paolo Cricchio (ex frate Isidoro) in un certo senso per restargli fedele, perché sposa un vecchio marchese senza più desideri carnali e che la fa debuttare come cantante in un’opera di Cimarosa. L’amore è, in Retablo, orficamente rivelazione e follia, mentre il viaggio è conoscenza, iniziazione, educazione, ritrovamento. Le sequenze più belle della ballata di Consolo sono quelle dedicate alla visione notturna di Palermo, alla festa di santa Rosalia di Alcamo, alla sosta nelle terme di Segesta, alla scoperta della necropoli di Mozia; o quelle dedicate a variazioni su nomi o emozioni: Consolo è, al meglio, scrittore di incantevole virtuosismo linguistico-musicale. “Rosalia, Rosa e lia Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello si è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia zàgara e cardenia… Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento… Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?”. Così si apre il cantare (l’operina per sontuosi pupi) di Consolo; ed ecco il visivo movimento del primo fondale, Palermo: “mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillio lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillio di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglio di vetri de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade”. Consolo sa rappresentare molto bene l’amore che si incarna e disincarna “in beatitudine o in ebetudine” e gli itinerari che portano a scoprire lo “svariare e colorirsi della vita”. ‘. Più impacciati sono, invece, i risvolti del pastiche in cui la mimesi del conte philosophique settecentesco lo porta a ragionare di vita/storia (Sfinge, Medusa e Persefone come la donna amata) nel tentativo di darne una decifrazione: come a dire che lo scrittore si lascia accendere più dell’imprevisto della fantasia che dal mobile o nobile codice della ragione. La trasgressione fantastica permette a Consolo di presentarci Fabrizio Clerici che dialoga con lo scultore barocco Serpotta (in realtà è morto nel 1732) o di ipotizzare un abate-poeta Meli che palpa sospirando ormai vecchio Rosalia (mentre nel 1761 Meli aveva appena vent’anni); così come la libertà fantastica permette allo scrittore di presentarci il rapporto tra un cavaliere lombardo del Settecento e un frate palermitano della Gancia come una medianica reincarnazione della coppia cervantesiana formata da un rozzo contadino e un hidalgo della Mancia con Teresa Blasco e Rosalia che sono la duplicazione dell’inafferrabile Dulcinea).

Raffaele Crovi
Vincenzo Consolo Retablo
Sellerio editore Palermo
Gran Milan n.17 Un libro al mese

Consolo: figlio di tanti padri

Articolo per la rai Cultura periodo non precisato

I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realtà e da un punto di vista. Poi prendono una via che può arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E’ il caso di Pirajno di Mandralisca, concentrato sui realia, e di Fabrizio Clerici, attento ai surrealia. Come convivono nella sua officina queste due figure che peraltro sono storiche? Fanno a pugni? “Sono due personaggi – spiega Consolo – non accostabili, di matrice diversa, di esito diverso e anche di funzione diversa. Il barone di Mandralisca era il personaggio storico e romanzato che mi serviva per dimostrare cos’è la responsabilità dell’intellettuale in determinati momenti storici. L’intellettuale non può estranearsi dalla storia altrimenti diventa complice di determinati misfatti. Mandralisca, che era chiuso nella sua erudizione di malacologo e antiquario, è stato costretto ad aprire gli occhi e vedere la realtà tragica e drammatica delle rivolte contadine nel 1860. Quando uscì, il libro fu chiamato ‘l’anti-Gattopardo’. Io non so se ne avevo consapevolezza tracciando questo personaggio, che modificai per quello che mi serviva. Non sapevo cioè di scrivere ‘l’anti-Gattopardo’, ma certo la mia concezione era assolutamente opposta a Lampedusa che vedeva nei cambiamenti storici una sorta di determinismo dove l’intervento dell’uomo sulla storia è, seppure con principi diversi, del tipo di quello di Verga: le classi nascono, si raffinano e tramontano come le stelle in un ciclo di ineluttabilità di cambiamenti epocali. Mentre Lampedusa giustificava anche quelle che chiamava ‘le iene e gli sciacalli’ dando loro una legittimazione deterministica, in me invece agiva una visione opposta della responsabilità dell’intellettuale nei confronti della storia, nel senso che deve dare un giudizio sulla storia e intervenire”. D. Clerici allora a che distanza sta dal Mandralisca? R. Quanto a Clerici, il gioco letterario è più scoperto. Avere spostato nel Settecento un personaggio contemporaneo mi è servito per rivendicare nei confronti della storia e del romanzo di cronaca il primato della letteratura, rendendole un omaggio nel senso che tra i sentimenti dell’uomo c’è l’amore e c’è la passione. La scelta di questi temi era dovuta alla contingenza di quei tempi. Ho scritto Il sorriso dell’ignoto marinaio in un momento di accensione storica qual è stato quello degli anni Settanta quando tutto era messo in discussione con il dibattito culturale e politico del momento. Negli anni in cui ho scritto Retablo c’era piuttosto un atteggiamento da parte di certi intellettuali e politici di disprezzo nei confronti della letteratura, vista come concezione borghese, sicché ho scritto quel libro per difendere la letteratura contro la storiografia. D. Lei ha frequentato generi disparati passando per esempio da una specie di introibo come fu Un sacco di magnolie, che è anche un bozzetto verghiano insieme con Il fosso, per arrivare a sponde rivali come nel caso dello Spasimo di Palermo. Ciò potrebbe fare pensare all’itinerario lungo e sofferto di una persona insofferente e smaniosa. R. Racconti come Un sacco di magnolie rappresentano il tributo che fatalmente deve pagare un esordiente a quelli che sono i padri sacramentali della letteratura siciliana. Sfido chiunque scriva a dire di non avere avuto un minimo di eredità brancatiana e verghiana. Quello era il momento della fascinazione verghiana, dopo la quale è venuta una presa di coscienza, la rivendicazione di una propria identità. D. Certo, ma passare da Verga a Eliot è come un “salto mortale”. R. Non c’è dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla poesia di Eliot che ho scoperto attraverso Montale già al tempo de La ferita dell’aprile. Lo stesso titolo è di tipo eliotiano, perché Eliot dice che “aprile il più crudele dei mesi”, talché io ho identificato la crudeltà dell’aprile con l’adolescenza che era quella dell’io narrante, ma era anche l’ennesima adolescenza della Sicilia dopo la guerra, e dunque il momento della rinascita. Naturalmente questa ferita può rimarginarsi e diventare una “maturezza” come dice Pirandello oppure una cancrena. Io ho constatato che l’adolescenza in Sicilia è diventata una cancrena e che quella ferita è rimsta ancora aperta. Di Eliot mi affascinano i correlativi oggettivi, il passare da un’immagine a un’altra. E nello Spasimo di Palermo mi ha accompagnato questa continua cifra eliotiana. D. Da un viatico verghiano passa dunque a un libro vittoriniano quale La ferita dell’aprile e chiude una sua prima stagione con Quasimodo e la Sicilia rimpianta. Ma c’è un secondo Consolo che ha ascoltato Dolci, Levi e Sciascia. Il salto è dall’empireo all’impegno. R. Io non vedo questo salto. È un processo di maturazione e di ricerca anche dal punto di vista linguistico e stilistico. Quando scrissi La ferita dell’aprile avevo consapevolezza piena di quello che facevo, della scelta di campo che operavo: avevo seguito la stagione del neorealismo, la memorialistica e tutto il meridionalismo, da Gramsci a Danilo Dolci fino poi a Carlo Levi e lo Sciascia delle Parrocchie. Voglio dire che l’esordio, a parte i racconti dei primi passi, è del tutto cosciente del contesto storico, sociale e stilistico perché questo libro è segnato da un forte impatto linguistico. Lo mandai a Sciascia e mi rispose chiedendomi spiegazioni su una particolarità linguistica che in effetti mi ha sempre accompagnato come diversità storica e sociale: cioè il dialetto galloitalico di San Fratello. Nella lettera che gli scrissi mi dissi debitore delle sue Parrocchie. D. La ferita dell’aprile sta a lei come Le parrocchie di Regalpetra stanno a Sciascia, con la differenza che Le parrocchie sono una prova di realismo storico mentre La ferita di realismo mitico. Perché allora si sente debitore di Sciascia e non di Vittorini? R. Perché i miei temi non erano di tipo esistenziale e psicologico, ma storico-sociale. Ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un adolescente cosa sono stati la fine della guerra, il dopoguerra, la ricomposizione dei partiti, la ripresa della vita sociale, le prime elezioni del ’47, la vittoria del Blocco del popolo, denunciando l’ennesima impostura che si perpetuava attraverso le vocazioni religiose, i “microfoni di Dio”, fino alla vicenda di Portella e la pietra tombale delle elezioni del ’48. Ho voluto rappresentare tutto questo con una cifra assolutamente diversa, prendendo le distanze da quella comunicativa di Sciascia e mettendomi su un piano di espressività. D. Perché se la corrente era in senso contrario? R. Ho le mie spiegazioni a posteriori di queste scelte. L’ho fatto perché non mi sentivo di praticare lo stile della generazione che mi aveva preceduto, Moravia, Calvino, Sciascia. C’era lo scarto di appena dieci anni con questi scrittori che avevano vissuto il fascismo e la guerra. Nel ’43, quando avevo dieci anni, loro nutrivano la speranza di comunicare con una società più armonica sicché la loro scelta illuminista e razionalista era nel senso della speranza. Quando io sono nato come scrittore questa speranza era caduta e ho cercato di raccontare perché si era restaurato un assetto politico che non era come si sperava, ancora una volta iniquo, che lasciava marginalità, oppressioni e sfruttamento. Ho scelto il registro espressivo e sperimentale non vedendo una società armonica con la quale comunicare. La speranza che avevano nutrito quelli che mi avevano preceduto in me non c’era più. D. Detto adesso sembra facile, ma allora lei aveva di fronte le ultime risacche del neorealismo e le prime correnti del Gruppo 63. R. Già, ma io avevo consumato questa esperienza. Il prete bello, Libera nos a Malo e la memorialistica di quanti erano reduci dalla guerra. Che non era diventata letteratura ma mera restituzione di un’esperienza. D. Ma quella sua prova fu fortemente innotiva e poco sciasciana. R. Senza dubbio. Ma è curioso che Sciascia sia stato impressionato dalla particolarità di questo libro. Poi, quando è uscito Il sorriso, a distanza di anni, con più consapevolezza e con la mimesi dell’erudito ottocentesco, Sciascia a Sant’Agata di Militello lo presentò e disse che quel libro era un parricidio. Voleva dire che avevo cercato di uccidere lui, come del resto avviene sempre. Dice Sklovskij che la letteratura è una storia di parricidi e di adozioni di zii. Debiti dunque sì nei confronti di Sciascia, ma la scelta di campo è stata diversa. La ricerca si inquadrava fatalmente sulla linea verghiana, gaddiana, pasoliniana della sperimentazione del linguaggio, della “disperata vitalità”, come la chiamava Pasolini. D. C’è un campo che è stato poco investigato circa la sua ricerca ed è quello del reportage. Penso a Il rito sulla morte di Rossi, o a Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, “pezzi” giornalistici che l’hanno impegnata per due decenni. Come ha fatto a scrivere reportage mentre scriveva La ferita e poi Il sorriso? R. Mi sembravano due scritture diverse, della restituzione di una realtà immediata nel modo più originale la prima, senza però arrivare allo stile sciatto giornalistico, dando significati altri alla cronaca raccontata. Quando Sciascia stava facendo l’antologia sui narratori di Sicilia con Guglielmino pensava di mettere un mio brano della Ferita, ma quando lesse il racconto su Carmine Battaglia lo scelse perché gli sembrò più consono come sigillo di una certa realtà siciliana. D. A me piacerebbe davvero fare chiarezza sui suoi debiti perché non si è capito se sia figlio di Sciascia o di Vittorini. È un fatto che, per quanto sia stata importante per lei l’Odissea, a un certo punto dice che ci è arrivato attraverso Vittorini e non Sciascia. E allora mi chiedo chi è il suo padre putativo. Sembra amare di più Sciascia, ignora Vittorini in Di qua dal faro ma in verità ha ben conosciuto Vittorini e lo ha molto osservato. R. Dunque. A proposito di parricidi, nella Ferita ho fatto morire all’inizio il padre dell’io narrante e ho adottato uno zio che poi è diventato padre avendo impalato la madre del ragazzo. Poi faccio morire anche questo patrigno. Io sono figlio di tanti padri che poi regolarmente cerco di uccidere. Certo, Vittorini l’ho ignorato nei saggi perché Vittorini mi interessava per certe sollecitazioni di tipo teorico che lui dava circa la concezione letteraria. Sciascia, a una seconda lettura di Conversazione in Sicilia, dice di essere rimasto deluso, e lo capisco perché il libro è contrassegnato da una forte implicazione di tipo rondista con innesti di americanismo. Però è vero che per la prima volta appariva nella letteratura siciliana il movimento, l’atteggiamento attivo nei confronti della storia, la fuoriuscita dalla stasi verghiana, insomma una grande lezione per me quella del movimento. D. Lei ha fatto la stessa cosa che ha fatto Vittorini e che racconta in un’intervista a Giuseppe Traina: ha disegnato per Il sorriso la carta topografica di Cefalù, vicolo per vicolo, come Vittorini fece con la Sicilia per Le città del mondo. R. Già. Un modo per entrambi di essere più siciliani possibile, più precisi e acribitici. D. In Un giorno come gli altri lei pone una questione non risolta: quella della scelta tra lo scrivere e il narrare, dove scrivere significa cambiare il mondo e narrare soltanto rappresentarlo, secondo una definizione di Moravia. È importante quel racconto perché segna la sua scesa in campo politico. E lei dice che è meglio scrivere. R. Pensavo che la scrittura di tipo comunicativo-razionalistica avesse più incidenza che quella di tipo espressiva che io praticavo e che chiamo “il narrare”, implicata com’è con lo stile e la ricerca lessicale. Lo stile non ha impatto con la società e il movimento è dal lettore verso il libro, mentre in quella comunicativa il movimento è al contrario. I libri di Sciascia hanno fatto capire cos’era la mafia, Moravia ha fatto capire cos’era la noia durante il fascismo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo. D. Lei ha fatto una scelta a favore del coté espressivo. R. Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica. D. Vediamo la vicenda sotto un altro aspetto. Lei e Basilio Reale, entrambi messinesi, avete avuto uguali trascorsi: a Milano insieme e nello stesso periodo, però lei va verso la prosa mentre lui verso la poesia. E si chiede come succeda questo fenomeno. R. Lo trovo infatti inspiegabile. D. Mentre poi dice di essere più votato alla poesia quando Reale ha dato poi prova di essere buon prosatore. R. Se parla delle sue Sirene siciliane, siamo di fronte a strumenti psicoanalistici. Io non so perché uno nasce con la tendenza verso la musica e un altro verso la pittura. Con Reale ci siamo incontrati all’università di Milano giovanissimi. A Messina non ci eravamo mai visti. Quando ci siamo conosciuti c’era un altro confrére, Raffaele Crovi che frequentava Vittorini più da vicino. Mi raccontava Ginetta Varisco, che ho frequentato dopo la morte di Vittorini, che Crovi veniva da uno strato sociale povero e quando andava a casa loro Elio le diceva “Cucina molta pasta perché questi ragazzi hanno molta fame”. D. I suoi libri sono giocati in forma autobiografica. Il Petro Marano che lascia la Sicilia o il Gioacchino Martinez che viene in Sicilia sono sempre trasposizioni di sé. È sempre stato lei, sin dai reportage; e non ha parlato che di sé. R. Sì, ma in maniera molto mascherata. La mia esperienza personale mi serve come chiave di lettura della realtà e del momento storico che vivo. Ma nel Sorriso ci sto poco. Sciascia vi vedeva più Piccolo che me. D. Verga e Pirandello, anche loro andati via, sono però riusciti a scrivere di Milano, Roma e di salotti borghesi. Mentre lei, Sciascia, ma anche Vittorini, pur stando fuori non siete riusciti che a scrivere sempre della Sicilia. E c’è un motivo: perché bisogna conoscere il linguaggio e averne memoria, come ha osservato lei stesso. R. Di Milano io non so fare metafora mentre della Sicilia sì. Di Milano posso restituire una cronaca, l’ambiente vissuto da studente, mentre la Milano che ho vissuto dopo mi serve per leggere meglio la Sicilia e creare paralleli tra questi due mondi antitetici e opposti. Non sono caduto in crisi come Verga, se mi è permesso: vivendo in questa realtà milanese non mi sono ripiegato verso l’infanzia dorata. Ho scoperto invece un’altra Sicilia, quella più vera e infelice, la continua ingiustizia e perdita e smarrimento dell’identità. I miei libri sono contrassegnati da questa spinta a varcare la soglia della ragione per andare nella terra dello smarrimento. Vittorini dal canto suo ha scritto su temi non siciliani i libri meno riusciti, così come Verga ha scritto Per le vie che sono le novelle meno felici. Io di argomento non siciliano ho scritto solo qualche racconto come Porta Venezia. D. E’ dunque d’accordo che si può staccare un siciliano dalla Sicilia ma non si può staccare la Sicilia da un siciliano? R. Certo. Nel bene e nel male non si può strappare la Sicilia a un siciliano. D. Ma c’è un ultimo Consolo smaniato da intenti umoristici. Nerò metallicò ne è un esempio. R. Di più c’è forse Il teatro del sole. E’ il rovescio del tragico. Musco a chi dice “Domani il sole illuminerà il cadavere di uno dei due” domanda “E si chiovi?”. E se piove? D. Lei ha riflettuto lo stesso sentimento di Vittorini quando davanti al mondo industriale capiva di poter raccontare solo quello contadino. Le città del mondo nasce da questo stato d’animo. R. Vittorini aveva creduto generosamente in un’utopia. Pensava che l’industrializzazione della Sicilia fosse possibile. Aveva avuto l’esempio olivettiano dell’industria a misura d’uomo e riteneva che la scoperta da parte di Mattei del petrolio risvegliasse finalmente i siciliani. Ed ecco nelle Città del mondo i contadini a cavallo che convergono al centro della Sicilia. Ma la realtà ha infranto la sua mitizzazione. Gli esiti li abbiamo visti. Gela, Augusta, Priolo, obbrobriosi e nefasti. Ecco cosa ne è stato dell’industrializzazione della Sicilia. Ci fu una polemica tra Sciascia e un giornalista dell’Avanti: Sciascia, che scriveva su L’Ora, aveva cominciato ad avanzare dubbi sull’industrializzazione e il giornalista gli contestò la mancanza di ottimismo concludendo “Benedetti letterati”. E Sciascia rispose: “Adesso si vede che anche loro, i socialisti, hanno la facoltà di benedire, come i democristiani”. Vittorini avrebbe voluto che la Sicilia uscisse dalla condizione di inferiorità e di soggezione incamminandosi verso un mondo di progresso. Non credeva nei dialetti individuali ma nella commistione delle lingue, ma non sapeva che gli immigrati siciliani a Torino la sera uscivano per imparare il piemontese e mimetizzarsi. D. Se lo sguardo di Vittorini è utopico, il suo è nella trilogia certamente molto amaro. R. Ero più avveduto e avevo gli strumenti per esserlo. Avevo constatato la realtà qual era. Io mi direi, ricordando Eco, un apocalittico realista, avendo visto la realtà italiana dal dopoguerra ad oggi: una continua deriva verso i valori più bassi di un mondo che non accetto sotto nessun punto di vista.