Tradurre l’ Ifigenia – Vincenzo Consolo e Dario Del Corno

Tradurre l’ Ifigenia

Tragedia “a lieto fine” l’Ifigenia fra i Tauri, come si usa dire anche per altri drammi di Euripide?
Piuttosto, tragedia di personaggi senza futuro che non sia quello di una vuota e immota sopravvivenza fisica.
Ifigenia rimarrà per sempre incatenata al suo destino di vergine sacerdotessa:
di esclusa, di diversa – di relegata, non importa se fra i selvaggi abitatori della Tauride,
o sulle sacre terrazze di Brauron; Oreste infine liberato dagli spettri del matricidio – nel cui tormento e nel disperato movimento era tuttavia la sua grandezza – sarà impegnato forse solo a cancellare il ricordo del suo furore. Questa vita che non è vita affermano di bramare, finalmente, i due protagonisti: ma nel periodo estremo dell’avventura  fra i Tauri, il loro pensiero corre continuamente al passato. La loro memoria è tratta dall’orrore atroce e sublime che per entrambi  fu la vera tragedia: l’altare di Aulide per Ifigenia, il delitto contro la madre di Oreste. Allora si è bruciato il loro destino; e da allora esse sono dei sopravvissuti.

 Il tempo si è fermato, nell’animo di Oreste e Ifigenia, dall’evento fatale che ha fissato la loro identità: e giovani come allora essi continuano a dirsi, anche se molti anni ormai sono trascorsi.
Sull’orrore del ricordo prevale forse, non detto, il rimpianto per quel momento, in cui essi furono i personaggi di una tragedia, non di un romanzo. Che sia lecito leggere, in quest’Ifigenia, anche al rimpianto, da parte di una Grecia avviata verso L’Ellenismo, per il tempo irrimediabilmente concluso, contrassegnato dalla scoperta della vita e della sua pienezza – la tragedia appunto? Insieme, il dramma euripideo pervaso dal senso della cristallizzazione. E gli dei si accaniscono a salvare i protagonisti, a continuare i loro destini, condannandoli a un’immobilità senz’altro più crudele degli strazi di Prometeo, di Aiace e Medea.
La tragedia dell’esilio, che è stato per lunghi anni la sorte di Ifigenia e di Oreste, è condivisa dalle donne del coro. Ifigenia e le sue ancelle, cadute dalla civiltà dell’Ellade nella barbarie di una terra inospitale, dall’umano al disumano, sentono in quest’esilio il rischio di perdita della loro identità culturale.
Per salvarsi ricorrono alla memoria; e dalla memoria scaturisce il canto, l’alto lirismo degli stasimi. Dall’altra parte stanno i barbari: Toante, il mandriano, la guardia – un mondo diverso e una lingua diversa.
Ma oltre questa più evidente dicotomia, altri livelli intermedi sono nel linguaggio della tragedia dissimulati in  un regime di rigorosa economia stilistica secondo i modi del teatro greco.
Che di tutto questo la traduzione sia riuscita a salvaguardare e ed evocare qualche accenno, e la speranza di chi ad essa ha lavorato, con amore: trovando in questo lavoro la soddisfazione di rileggere quel passato che ha orientato la nostra storia, e scoprendo la terribile attualità di questa, come di ogni altra tragedia. Il nostro è tempo di esuli da patrie e identità culturali perdute, di lingue cancellate; è tempo di immobilità e di futuri deserti, di rimpianto per le mancate realizzazioni. In quest’epoca priva di tragedia, piena di evento grafia  e di informazione, Euripide testimonia ancora l’aspro proposito di capire la vita, e di accettarla.

Vincenzo Consolo
Dario Del Corno

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Istituto Nazionale del Dramma Antico
XXVII Ciclo di spettacoli classici
27 maggio – 4 luglio 1982
Siracusa 1982

Un giorno come gli altri

Vincenzo Consolo

Conosce, Turi, la mia curiosità per le carte, i do­cumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi por­ta volantini, opuscoli, manifesti. M’è arrivato, sta­mattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, lì di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di par­lare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chissà perché, le di diventano ti (facento, Tigos, porco tiodice), di quanto è avvenuto nella casa di que­sto suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano giù dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tut­to all’aria in quell’unica stanza; di come in questi gior­ni, in queste notti, nel quartiere, è un continuo irrom­pere di polizia.

Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, è ve­nuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa so­pra il tavolo. «Apri,» mi dice «apri» e sorride furbo, soc­chiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi è piccolo e magro, sarà alto meno di un metro e sessanta e peserà quarantasette-quaran­tot­to chili: a trent’anni, ha l’aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed è nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti ap­puntiti che gli vengono giù agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua ami­ca dentista. Do­po che ha messo i denti, Turi non è che sia in­grassato di tanto, è riuscito però a trovare la ra­gazza, Sabina.

Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la bor­raccia, la bellissima borraccia di Turi. È una maio­lica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. È a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. È questo l’uni­co oggetto, l’unico ricordo che Turi s’è portato dal pae­se, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e que­sti forse l’ha avuto da suo padre o da suo nonno: è proprio un pezzo antico. L’avevo vista, questa borrac­cia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. “Se la vendi,” gli avevo detto “dillo prima a me.” Era il ‘70. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto del­la sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Mila­no, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abor­tita, ché della parte milanese, della parte operaia, io non avevo – essendo anch’io immigrato e “conta­dino” – e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si può mai nar­rare senza la memoria?

Turi era diventato allora, in fabbrica, un perso­nag­gio, un simbolo. Per irumori e la nocività, s’era ammalato, s’era esaurito. S’assentava spesso dal lavo­ro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare paz­zo e licenziarlo, ma riuscì solo a fargli firmare le di­missioni. I compagni allora s’occuparono del “caso”. La faccenda andò a finire in tribunale e Turi venne re­in­te­grato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all’anno scorso, poi s’è licenziato e ha pre­so la liquidazione. Con questa, s’è comprato un ca­mion­cino e s’è messo a fare trasporti. Ma i soldi della li­quidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cam­biale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo “politico”. «Me­glio che ce l’hai tu, così la vetoquanto voglio» mi dice. Per fortuna non c’è mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la bor­raccia. «Vergognati,» già la sento, mi avrebbe detto «ver­gognati! Anche dell’unico ricordo, dell’ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spo­gliar­li.» Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la bor­rac­cia è qui, sulla mia credenza del ‘700, egli può veni­re a riprendersela quando vuole.

Mia moglie è a Mantova, vi è andata con Maria Bel­lonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovrà fare un film da un racconto che si chia­ma Delitto di stato della scrittrice romana. Me lo so­no letto stanotte, questo racconto, e m’è sembrato pro­prio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all’apertura dell’urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzec­cate metafore del potere.

Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cam­biare l’assegno. Passiamo prima dal bar della Mari­sa a prendere il caffè. Quello della Marisa è il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone cen­trale, il Biscione, la Vipera gentile. C’è sempre lì da­van­ti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ra­gazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto die­tro cui sono allineati vasi con le piante che prendono be­ne la luce, c’è anche un bel papiro alto e folto. Nella pri­ma stanza c’è il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere tè nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, al­zando le gambe dimenando i fianchi e facendo vol­teggiare so­pra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di la­vapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zo­na di Porta Garibaldi è piena di egiziani, abitano am­massati in vecchie case cadenti che non possono essere ab­battute per i vincoli “storici” e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L’unico, intanto, di questi egi­ziani, che l’à tacà su el capèl è Mahmoud, diventato l’uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, da­gli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un bau­scia che parlava e parlava sempre (un impotente, di­ce­vano tutti al bar) è sparito, non si è visto più da quan­do Mahmoud ha preso il suo posto dietro il ban­cone a manovrare la Faema, affettare salame, fare pani­ni, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa è lo stesso sem­pre nervosa, fuma una sigaretta dopo l’altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo aman­te giovanissimo e arabo. Con Mahmoud però è dol­cissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud è sci­vo­lata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caffè, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si è subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. «Non fare lo sciocco» gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compae­sani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a pas­seggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.

«Figlio di puttana!» sbotta Turi.

«Ti se’ messo a fare il razzista?»

«Ahò,» fa Turi «quello ci marcia, sfrutta…»

«E allora?»

«Ma questi non sono compagni, sono tutti per Sa­tat, Satat, e poi scappano e vengono qua…»

«Che vuol dire? Sono immigrati, poveri, più po­ve­ri di te che hai un camion…»

«Un camion, sì, ‘sta minchia!» fa Turi risentito. «An­cora lo tevopagare e nessuno mi fa fare tra­sporti…»

Si capisce che Turi è invidioso dell’egiziano, in­vi­dioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacità di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha pro­blemi con Sabina, che è compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quan­do vuole. Sabina rimprovera a Turi d’essere ri­masto contadino siciliano, moralista, rompiball, come tut­ti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la cop­pia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.

Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nel­la vecchia casa occupata di corso Garibaldi, è all’ester­no, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt’intorno nella zona, fin sui pi­la­stri di marmo dei portici di fronte, dov’ è la banca. Di­cono: “no all’eroina”, “morte a chi vende mor­te”, “morte agli spacciatori”, “mino ba­sta”, “fuori mino, fuori l’ero”. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche in­dia­ne, riccioluti, con l’orecchino), è un balordo sui tren­tacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occu­pa­to una stanza e lì s’è messo a spacciare.

Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di le­gno del suo pistolone alla cintola.

Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul «Corriere della Sera», c’è una recensione di Mo­ravia al libro di Nello Aiello Intellettuali e PCI. Mo­ra­via ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. “Perché un artista ‘può’ anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sa­rà un artista” dice. E poi ancora di Vittorini e della po­lemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sem­bra vecchia, mi ricorda l’affermazione di Piran­dello: “La vita, o la si scrive o la si vive”. Che l’alter­na­tiva, oltre a valere per tutti, non solo per l’artista, do­po Marx non ha più senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti “filosofi dell’azione”, co­me dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le “rego­le”, nel voler essere o no, totalmente, incondi­ziona­ta­mente, dentro un partito, dentro la logica “poli­tica” di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vit­torini.

Riprendo a lavorare a un articolo per un roto­calco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l’articolo mi è diventato racconto, che più che parlare di Piccolo, dei suoi Canti barocchi,in termini razionali, critici, par­lo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio non­no, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall’onda piacevole del ricordo, della memoria. “In­vec­chiamo,” mi dico malinconicamente “invec­chia­mo.” Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato è un fatto che non c’entra molto col mio scrivere. È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla me­mo­ria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, è sempre un’operazione vecchia arretrata re­gressiva. Diverso è lo scrivere, lo scrivere: per esem­pio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura im­poetica, estranea alla memoria, che è madre della poe­sia, come si dice. E allora è questo il dilemma se biso­gna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cam­biare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un al­tro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, co­me quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:

Come ‘l viso mi scese in lor più basso

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso;

ché da le reni era tornato ‘l volto,

ed in dietro venir li convenìa,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. [ii]

Ed anche “di maschio femmina” diviene come Ti­re­sia, il narratore. Squilla il telefono ed è un mio ami­co, corrispondente da Parigi di un settimanale. È fu­rioso perché a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l’altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo Le ma­nie del professore.

Però il narratore dalla testa stravolta e proce­den­te a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mor­ta­li, volare e cadere più avanti dello scrittore, an­ti­ci­parlo… Questo salto mortale si chiama metafora.

Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le co­se più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillar­dina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, cacioca­vallo, cubbàita[iii] Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete.

Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di Gli amici del­la Noce, dov’è un mio racconto, Il fosso, è pronto, che posso andare a ritirarlo.

La stamperia è un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio sciur Bianchi, in gaba­nella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Bo­ris, due giovani slavi che frequentano l’accademia di Bre­ra. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sul­le pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puli­scono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle cor­de con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, ac­queforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stam­patore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto è il­lustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio è un pittore di Ma­tera, era amico di Carlo Levi e Rocco Sco­tellaro. Di­pinge contadini, bambini che giocano, don­ne alle fi­nestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com’era­no una vol­ta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario cal­cinato, un reli­quiario profanato dai gechi e dalle or­tiche. Anche Guer­ricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Ma­te­ra e viaggia, va a Roma, viene a Milano, rac­conta aned­doti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghi­gni del suo mondo trapassato, della sua memo­ria.

Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ri­torno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi di­ce, con quel suo modo sottilmente ironico, scuo­tendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incor­niciano il bel viso ovale: «Non vai alla festa stasera?». Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il di­rettore di un quotidiano romano è venuto a Mi­lano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che è stata querelata da persone di cui parla in un libro. È venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell’editore una festa, con belle don­ne, bella gen­te. «Che peccato che tu non ci vada!» fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchio­line dentro. Francesca naturalmente vole­va alludere a quella volta, la prima e l’ultima, che an­dai in casa di questo editore, nel lontano ‘69, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M’ero portato ap­presso un mite e dimesso poeta ceco­slovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Mila­no. Si chiamava Vladimir… (il cognome lo taccio, non si sa mai… Anzi, si sa). Di lui non ho avuto più notizie, non so che fine abbia fatto. C’eravamo messi in un an­golo. Spesso Vla­dimir s’alzava, andava al buffet e tor­na­va con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano da­van­ti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la pa­drona di casa, la moglie dell’editore, levigata, luci­da, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli au­to­ri più venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: «Lei è sudamericano, signor Console?» «No» dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che suc­cesse il fattac­cio. Vladimir, oltre ad aver man­giato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l’alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir è cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo tra­ditore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Af­ferrò lo scultore per il petto, co­minciò a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lin­gua, insultandolo. Tut­ti accorsero, si ammassarono at­torno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a gua­dagnare la porta.

Il mio studio è una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono li­bri (dal balcone, giù in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimi­tero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, è il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul baùle di canne che fa da tavolino davanti al di­va­no-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accu­mu­la sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia preco­cemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai li­bri, ap­poggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, con­chi­glie… Sull’unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavo­lo di lavoro, ho appeso i “miei quadri”: un dise­gno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle gi­noc­chia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vi­ci­no ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con trat­ti di china e una sola in parte risparmiata, raccon,incol­lato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un arti­sta concettuale; due planimetrie secentesche, di Paler­mo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio Siciliae antiquae descriptio. Questo dei libri antichi strap­pati, dei libri bruciati, dei libri perduti è un fatto che mi osses­siona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un’antica biblioteca sot­terranea, for­se romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al mu­ro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di pren­der­li, di svolgerli, e quelli si dis­sol­vevano come ce­nere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si trat­ta di un sogno archetipico. Mah… Fatto è che mi appas­sio­nano i libri sui libri, sulle bi­blioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d’avventure, è Cacciatori di libri sepolti. Co­me in questo tardo pome­riggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Mila­no. A poco a poco non sento più il rumore delle mac­chine che sfrecciano sui Ba­stio­ni, mi allontano, viaggio per l’Asia Minore e l’Egitto, sprofondo in antichità oscu­re, indecifrate. M’immagino che nel futuro, fra cin­­quanta, cento o più anni, i biblio-archeologi non scave­ranno più sotto i tell[iv] alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stam­pata, alla ricerca del Libro. Quin­di è la volta di Ni­ni­ve, della biblioteca di Assur­banipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d’argilla incise dell’archivio di stato eblaita. Mi sembra di senti­re tutto il caldo del de­serto siriano, in viaggio tra Alep­po e Tell Mardikh. Su­gli scavi, il glottologo, lo scoprito­re della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d’intesa dietro le spalle dell’archeologo e dei suoi assi­stenti, mi conduce di na­scosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l’ombra di un muro ta­glia l’abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavi­men­to, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola bo­tola. Il glottologo alza la bo­tola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d’argilla. “Sono testi letterari” mi di­ce, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzle come una pagina di grande libro. “È un racconto,” dice “un bel­lissimo racconto scritto da un re narratore… Solo un re può narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di meta­fo­ra: egli vive, comanda, scrive e narra contemporanea­mente…” E punta l’indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cunei­forme e sta per cominciare a tradurmi…

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sen­to alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla por­ta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. È una frana, un terremoto. Si ammuc­chiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perqui­si­zione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: “Procura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto… in data… della Ti­gos...” «Lo conosco, quest’ordine, lo conosco…» dico bal­bet­tando. «Lo sappiamo» risponde quello. «E sap­piamo che tu scrivi, che narri di Milano… Mannaggia, ci mancano le prove!» e con la mano, scendendo le sca­le, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le tro­veranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, gri­do giù nella tromba delle scale: «Non è vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria…». Giù, in fon­do, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l’alto: «E la borraccia, ah, il libro di terracotta tovel’hai messo?».

La voce di Turi è subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi preci­pi­to al balcone e giù, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocità, con il loro lam­peggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sa­rà successo ancora, cosa sarà successo?!


[i] «Il Messaggero», 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, «Le Monde Diplomatique», luglio 1980; e spa­gno­la: Un día como tantos, «Le Monde Diplomatique», 1980. Lo stesso testo è ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Nove­cento, «I Meridiani», Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. An­co­ra in francese compare: Un jour comme les autres, «Échos d’Italie – écri­tu­res», [Université de Liège Les Éperonniers – Istituto Italiano di Cultu­ra di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto è infine ripub­bli­ca­to in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Me­ri­dia­ni», vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.

[ii] Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono ripre­se da 19831, 2001.

[iii] sàusa miffa: interiora di tonno salate; cubbàita: torrone di zucchero e sesamo.

[iv] tell: collina, collinetta.

Luigi Guerricchio

IL FOSSO

Di Vincenzo Consolo

Disse che duro o non duro, il terreno, s’aspettava che il cielo si smuoveva, che pioveva, passava agosto, settembre, forse ottobre: e l’uva poi, e l’ulivo?- Domani scavo – disse.- La terra chi la leva, le pietre? – disse la madre – Io e Serafina abbiamo l’estratto; e il pane.- Il galantuomo – disse indicando il ragazzo con la testa. Puntò contro il petto la ruota d’un pane duro d’otto giorni e ne tagliò una fetta. Serafina fece la mossa con i pugni che spingono la carriola con la terra, il ragazzo le punse sotto il tavolo la coscia col coltello e subito gli arrivò una scoppola sorda.- Ihi ihi ihi… – fece il vecchio sbavando pane cotto dalla bocca.Il padre scostò il piatto, arrotolò il trinciato, leccò sulla cartina e se n’andò all’aperto.- Ma’, questa qua la sventro.- Serafina, sbarazza la buffetta.- O ma’, questa qua la sventro.- Chiamati tuo figlio – disse forte la madre verso la porta.- Ihi ihi… – fece il vecchio salendo accroccato la scala pel solaio.    Fuori era chiaro, e la strada di polverazzo, di là della chiudenda, era più chiara, e gli alberi avevano le ombre lunghe stese ai piedi come fosse il sole che calava. Era invece la luna che saliva, si vedeva il lustro sul tetto della stalla e per le cime degli ulivi.    Arrivò Diego che faceva sempre finta di passare e si fermava dietro la chiudenda finché il padre non gli diceva d’entrare. Subito afferrava un ceppo e l’accostava al muro come gli altri, accendeva la sigaretta e cominciava col soldato nella Grecia.Disse: – In Grecia abbeverano l’ulivo.- Vah – fece il padre.- L’abbeverano, l’abbeverano.- Vah, vah.Disse anche che c’erano fossi d’acqua per tutta la campagna, tanti fossi neri dall’anguille, ah quante anguille. E vah vah faceva il padre, sempre vah, sorridendo con la bocca chiusa.Dalla porta venne fuori Serafina e traversò il cortile per andare nella stalla. Ritornò con un panaro vacante in una mano e camminò incontro a loro, tutta la luce della porta sopra la faccia e la vestina, gli occhi torvi e le gambe pesanti come fosse impastoiata.- Bruhunci… – fece il ragazzo quando gli fu vicina. Lei non si scompose, solo gli diede in testa un colpo di panaro. Era una cosa che la faceva montare questo che le diceva che della vacca aveva il pelo rosso e il pettone.Raccontava ancora Diego che nelle case nuove attaccano sull’arco della porta ghirlande di fogliame, chi sa, forse di quercia, che levano il malocchio, e poi la festa fanno, ah la festa, con quelle dispinnis che ballano e non pare, col busto sempre fermo, e fanno girare l’uomo su se stesso veloce come stròmbolo, stretta nel pugno ‘na punta di mappina.Diego ce l’aveva sempre due solchi sulla faccia, ma ora rideva tutto aggrinzato, coi denti lunghi che gli uscivano di bocca.- Io alla casa metto mano a marzo – disse poi posato.- Buono fai – disse il padre.- E subito mi sposo, il tempo che s’asciughi.- Eh – disse il padre – L’età ce l’hai, e il pensiero del soldato, ha’ voglia, ormai te lo levasti.    Diego era partito e ora saliva spedito per la strada, stretta e bianca come le pezze di lino che tesseva Serafina. A ogni chiusa, i cani ribellavano e gli abbaiavano feroci. Rispondevano i cani delle campagne attorno, poi anche quelli più lontani.- Serafina si marita – disse il padre.- Me la levo davanti – disse il ragazzo.- Bardasso sei ancora – disse il padre.   Ora i cani s’erano quetati ed era segno che Diego era arrivato a Sanguinera. Ora silenzio c’era e la luna a picco sul cortile. Veniva da dentro lo sbattere del crivo sulle palme che la madre facendo cernendo la farina e, dal solaio, il rantolo affogato del vecchio che dormiva.Il padre arrotolò il trinciato e, quando accese, la sua faccia si confondeva col muro, ferma, con gli occhi che guardavano lontano, oltre la fiamma che aveva sulla bocca. Il vecchio per primo lasciava il pagliericcio, s’alzava ch’era fuori ancora scuro. D’inverno o di stagione tossiva e scatarrava, sbatteva le scarpe, l’orinale, si faceva cadere il bacile dalle mani: come non dormo io, nemmeno i cani. Il vecchio sorrideva maligno quando vedeva il ragazzo rizzarsi sopra il letto, buttare all’aria la roba e vociare. Faceva: – Ihi ihi… -. Quella condanna di dormirgli accanto finiva, finiva mai? Poi si metteva a frugare sotto il letto, a cercare le verghe di canna, di salice o calipso, e se n’andava fuori, sulla loggia, ad intrecciar panari. Questo voleva: fin dall’alba tutti in movimento, e lui là sopra, assiso sulla loggia, con tra le mani l’intreccio delle verghe, bearsi delle donne e trafficare giù in cortile, il padre per la campagna, il ragazzo a governare la vitella. E quella testa di lana sopra la faccia di mattone era una cosa fissa nella loggia, come i meloni, le cocuzze, le cipolle, le reste d’aglio pendenti dalla trave.- Ihi… – fece quando il ragazzo gli passò di sotto col primo carico di terra sulla carriola. La madre e Serafina erano già sedute davanti alla caldara che bolliva sul treppiede e tagliavano i pomodori e li buttavano dentro.- Aha… – gli fece Serafina quando il ragazzo le passò vicino.- Bruhunci… – Aha aha… – Sanguinera Sanguinera, testa di morto Diego Pirrera.- Ora sparla, ma’, ora sparla!- Là arroccasti? – gridò il padre.- Va’, travaglia! – disse la madre. Aveva fatto chissà quanti viaggi, le gambe le braccia gli dolevano, e il padre picchiava forte, sempre uguale, la canottiera verde americana e il fazzoletto al collo pel sudore. Ma il fosso era ancora a niente, solo una buca per seppellire un cane: terra rossa, cretosa, che quand’è asciutta diventa come pietra. Le donne avevano setacciato i pomodori e ora l’estratto era nei piatti, nelle insalatiere, sopra le tavole, sparsi per il cortile ad asciugare. Il vecchio gesticolava dalla loggia, mugolava, con le dita unite della mano faceva segni insistenti verso la bocca aperta. Il padre s’arrabbiò con Serafina: – La zuppa gliela porti, sì o no?Serafina saltò nella cucina e poi salì da fuori sino alla loggia, per la scala a pioli contro il muro. Il vecchio si sporse e, svelto, afferrò la tazza con le mani secche. Una volta che finirono l’estratto, le donne cominciarono a pensare per il pane. Portarono fuori la madia piena di farina cernuta dalla sera, misero l’acqua, il lievito e il sale e si misero a impastare. Serafina era impastatora nata, flag flag facevano i suoi pugni grossi nella pasta.Venne il padre e s’assettò sul ceppo, le gambe aperte, le spalle contro il muro. Si levò la coppola e la mise sul ginocchio, si sciolse il fazzoletto attorno al collo e s’asciugò la faccia.- Mangiamo? – disse.- Aspetta, prima mettiamo a letto – disse la madre.Serafina preparò il letto sotto l’ulivo vecchio del cortile, con due trespoli, le tavole e una tovaglia sopra.La madre si mise a fare i pani, con una sveltezza che pareva un’incanto: ruotava veloce la mano sulla pasta, schiacciava un poco, rivoltava la mano, e il pane le appariva sulla palma, tondo e perfetto. Serafina correva svelta, dalla madia al letto, dove andava a riporre i pani, a tre a tre in fila. Coprì alla fine i pani con una tela, un’altra tela bianca, molto spessa.     Dopo mangiato, il padre si mise a fare il conto di quanta calce, mattoni, cemento ci sarebbero voluti.- Assai sono – disse la madre – Che devi fare un pozzo?- Uh… – fece il vecchio battendo un pezzo di pane duro sopra la tavola.- Più tardi inforniamo – gli gridò la madre in un orecchio.Le donne si misero a girare per la stanza, a entrare e uscire per la porta, ammucchiare in cortile le frasche per il forno.    Al tavolo rimasero il padre che riempiva la cartina, il ragazzo che scavava la navetta pel telaio di Serafina e il vecchio che guardava fisso verso la porta, verso l’ulivo, dove c’era il letto bianco sotto la luce forte di quell’ora.Il vecchio d’un tratto lo sentirono rantolare, come di notte, la testa abbandonata sopra il petto. Il padre subito gli prese il polso e poi lo toccò per tutto il braccio, fino alla spalla secca, per dove lo scosse, adagio.- Pa’ – lo chiamò – O pa’.- Uh – fece il vecchio, e s’alzò a fatica e s’incamminò piano per la scala. Il padre lo seguì con gli occhi fino a quando non lo vide sparire là sopra, nel solaio. Poi guardò il ragazzo, il padre, gli guardò la faccia, la mano col coltello che scavava quel pezzo di castagno; e la sua mano si guardò, sopra la tavola, la sigaretta tra le dita.- A travagliare – disse alzandosi.L’ulivo poggiava sulla pietra il piede largo di bozze e nodi e groppi e fasce di cordoni. La pietra mostrava verso la casa una faccia colore dell’ulivo, con macchie nere e muffe e muschi verdi ch’erano cavalli e mostri pel ragazzo fin da bambino seduto sulla soglia a contemplare. L’ulivo poteva avere dduecent’anni e da quel tempo cresceva sulla pietra: che un giorno l’ulivo diventa pietra e la pietra si scioglie e si disperde il vecchio lo diceva nel tempo che parlava, com’è vero che l’uomo si fa terra. L’ulivo aveva il sole sopra il tronco: il tramonto, per di là della collina, nei mesi di stagione, s’adagiava sulla forca delle braccia ed arrossava la faccia della casa, la loggia sopra, la stalla, il timpo e gli alberi, ogni cosa. Il vecchio finalmente, dopo aver dormito tanto tempo, era tornato nel suo posto sulla loggia. Ora era anche lui una cosa che avvampava, sulle gambe il fondo tondo di panaro con la raggiera lunga delle verghe ancora da piegare.     La madre tolse la lastra, si parò gli occhi con la mano sulla fronte e infilò la testa nella bocca nera del forno.- Serafina, – disse svelta voltandosi – dammi la pala, prepara la cesta.Il vecchio buttò sul lastrico la raggiera e si sporse in avanti per guardare. Il padre oramai era sotto terra fino alla vita e il piccone l’aveva abbandonato.Ora toglieva le pietre a una a una dal fondo di quel fosso e le poneva sul bordo: erano piastre rosse, tonde, levigate.     La madre sfornava a uno a uno i pani e Serafina li poneva nella cesta. Poi parce una conca fumante al centro del cortile quella cesta di pane che spandeva odore buono per tutta la campagna. Il sole dall’ulivo era calato sotto la pietra, sotto la collina, e solamente il cielo aveva ancora una luce un poco accesa, mentre gli alberi e la terra pigliavano un colore bruno, come quello della sansa nel frantoio. – Va’ a chiamare tuo padre – disse la madre al ragazzo.Lo trovò disteso lungo dentro il fosso, la faccia all’aria, un braccio sopra gli occhi.- Pa’ – lo chiamò.- Oh – disse il padre mettendosi a sedere – Mi riposavo. Solo qui c’è fresco.- Ma’ dice che ci mangiamo il pane caldo.- Dammi una mano – gli disse il padre. Si sedettero sui ceppi, attorno al pane nella cesta, col piatto vacante sulle gambe. Passò la madre con l’olio e ne versò un poco nei piatti; poi ci mise il sale, l’origano, il peperone rosso pestato nel mortaio. C’era ormai nel cortile un colore di cinisia spenta, come quella ammucchiata sotto il forno. E c’era silenzio e ogni cosa ferma la fila dei cipressi ch’era limite nel ciglio del vallone l’ulivo sulla pietra fermo il nibbio con le ali aperte l’aria e loro, il pane con l’olio nelle mani. Disse il padre: – Di mio padre vi scordate sempre.- È vero – disse la madre battendosi la fronte con la mano. – Gli porto il mio – disse il padre, e per la scala a pioli contro il muro arrivò con. La fronte fino alla loggia.- Il pane – gli disse, e stese il braccio. Ma il vecchio non rispose, fermo, già nell’ombra.- Il pane caldo – insistè il padre.Il vecchio aprì la bocca senza denti, e di là gli uscì un respiro che forse voleva essere parola.Il padre scavalcò il parapetto e si chinò sul vecchio e lo nascose tutto.- Pà – chiamò il padre – O pa’!- ! gèesu – risucchiarono le donne, congiungendo le mani, in piedi sul cortile.

DI QUESTI FOGLI CHE RACCOLGONO UNA PROSA DI VINCENZO CONSOLO E UNA INCISIONE ORIGINALE DI LUIGI GUERRICCHIO NUMERATA E FIRMATA DALL’AUTORE SONO STATI TIRATI DALLA STAMPERIA SCIARDELLI DI MILANO NOVANTANOVE ESEMPLARI CONTRASSEGNATI CON NUMERI ARABI E DIECI CON NUMERI ROMANI

RACALMUTO – MARZO 1979

LUIGI GUERRICCHIO

Nel centro della terra

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Nel centro della terra

“ Dove avete trovato Una storia cosi inverosimile?
Nel centro della terra, signore.

Questa l’epigrafe a  La ragazza del vicolo scuro  (Editori Riuniti, 1977) che l’autore, Mario La Cava, attribuisce a un anonimo calabrese.
Sgombrando subito il campo da quell’aggettivo ‘inverosimile’ che ci porterebbe lontano e di cui tanto s’è scritto – scritto  di cosa è verosimile e non nelle storie narrate, in letteratura, e ricordando fra tutte la dissertazione che ne fa Pirandello in appendice a un suo romanzo, quel che ci interessa qui è la frase ‘ nel centro della terra ‘. La quale, parafrasata, potrebbe suonare: ‘ nel cuore dell’umanità ‘, suono che è, lo sappiamo, fortemente sospetto ed esposto, quanto meno, alla taccia di retorico. Ma quant’è. E che ci serve per spiegare un nostro concetto su questo romanzo, sulla narrativa di Mario La Cava.
Esistevano fino a poco tempo fa –  e parliamo di venti, trent’anni addietro, prima cioè del grande terremoto di cui tutti sappiamo, quel terremoto che quanto stava sotto e sopra la crosta ha distrutto e portato allo stesso livello, reso uniforme – esistevano nel mondo, in questo nostro Paese, nel nostro Sud in Calabria, delle comunità, dei tessuti sociali, delle realtà umane che il tempo e la storia avevano profondamente stratificato e finemente tramato. Erano piccoli paesi che si chiamavano Acri, San Luca a Bovalino; si chiamavano Vizzini, Aci Trezza o Mineo. Non è Il caso di analizzare qui ancora una volta le ragioni per cui le realtà umane del nostro Sud fossero cosi stratificate, fossero cosi verticalmente incrostate e orizzontalmente compatte Fatto è che risultavano “singolari ‘, che avevano un loro parti colare modo d’essere, una loro particolare cultura.
Modo d’essere e cultura che facevano accendere l’interesse di ognuno per l’altro, di conoscere di ognuno la storia, le storie lui, della sua famiglia, dei suoi antenati ; di provare disprezzo per i suoi vizi o pietà per le sue sventure. Questo intrecciarsi o di Interessi, questa attenzione di ognuno per l’altro, l’odio o la compassione facevano crescere sempre più in sé quelle realtà, le chiudevano e, nello stesso tempo, sempre più le “ umanizzavano” (mettendo tra virgolette questo verbo). E allora era da qui, da questa attenzione e da questo interesse, che nasceva il racconto. Racconto orale, naturalmente. Era quello che veniva fatto nelle piazze, nel chiuso delle case, sulle aie e nelle botteghe. Più volte ripetuto, veniva modificato , levigato, portato alla sua cadenza al suo ritmo migliore e alla sua essenzialità. Era, questo, il racconto che sgorgava da quel “centro della terra “di cui dice l’anonimo calabrese, o dal “cuore dell’umanità “ di cui noi abbiamo detto e nel senso che abbiamo cercato di precisare. Racconto interrotto,storie, dove le generazioni si saldavano e facevano storia. Dove le prime sensazioni, le prime espressioni, la vita di una bambina di pochi anni,  Antonuzza,si saldano alla vita e alle esperienze di un maresciallo di novantasei anni che ha visto briganti, terremoti e colera. E cosi ci è chiaro perché,detto per inciso, Vittorini mise assieme in un unico volume dei Gettoni ‘ Dialoghi  con Antonuzza’ e ‘Le memorie del vecchio maresciallo’.
Ma, seguendo il nostro discorso, diciamo che La Cava appartiene alla razza di quei narratori orali, di quelli che ricevevano le storie e le trasmettevano. E chi conosce, del resto, lo scrittore fuori dalla pagina scritta, di persona, sa che a La Cava sempre il parlare si trasforma in racconto, prende il tono dell’affabulazione. Ma La Cava, è chiaro, al contrario di quei narratori orali ai quali per un verso appartiene, è anche scrittore. Il che vuol dire uscire da quelle realtà umane chiuse in se stesse verso l’universo, vuol dire dare significato a ciò che si racconta:  e vuol dire altro.
E’ scrittore, La Cava, ed è specificatamente romanziere. Venne subito conosciuto e da allora rimase famoso per i Caratteri: brevissimi racconti, annotazioni, moralità; in una parola, frammenti. Come frammentista quasi è stato etichettato, con quanto di epigono vociano aveva la definizione. O come pseudoframmentista, nel senso, questo, in cui venne usato da Giacomo Debe nedetti  a proposito di Tozzi del primo libro Intitolato “Bestie “… quel libro, in apparenza devoto alla moda e al gusto frammentistico, è viceversa Il libro di un vero narratore, che riesce a far passare attraverso quei  frammenti, il suo animus narrativo, il suo bisogno di narrare’. La stessa cosa si può dire per il la Cava dei Caratteri, ma non appoggiandosi soltanto ai mezzi della critica letteraria, ma anche alle date, alla storia. E’ uscito ora, quasi contemporaneamente a La ragazza del vicolo scuro, un altro romanzo di La Cava dal titolo Il matrimonio di Caterina, edito da Scheiwiller. E’ sorprendente il racconto di questo racconto che il La Cava fa in una lettera all’editore stampata come prefazione. Dice subito che Il matrimonio di Caterina è il suo primo racconto, che è stato scritto nel 1932 ( prima dunque dei Caratteri), quando egli aveva 24 anni, e che viene pubblicato oggi, dopo 45 anni. Sorprendente la freschezza, la modernità e, nel contempo, la classicità di questa  prima prova narrativa di Mario La Cava. Il matrimonio di Caterina, del 1932, per argomento e tematica è stranamente imparentato al romanzo di oggi, a La ragazza del vicolo scuro. Storia, nell’uno e l’altro, di una violenza, di una  illusione, di una amara e terribile delusione, di una sconfitta: su una donna, di una donna; Caterina in quel libro Elena in questo. Ma La ragazza del vicolo più complesso e articolato dell’altro, più che in chiave esistenziale, in chiave di fatale sconfitta verghiana (Elena la fanciulla protagonista, ha la dignità e la nobiltà dell’offesa e nel dolore di una Nedda o Mena), può essere letto in chiave storicistica, meridionalistica come una metafora della sconfitta del Meridione, del fallimento – ormai crediamo definitivo, dato il fallimento generale di oggi – della soluzione del problema meridionale. E tutti gli elementi della vicenda concorrono a farci leggere in questa metafora il libro: Il vicolo irrimediabilmente senza luce e pieno di cocci di bottiglia dove i bimbi giocando si tagliano i tendini; la condizione di Sebastiano, padre di Elena,ultimo lavoratore della terra, privo di coscienza di classe disponibile per il padrone fino all’ultimo residuo di forze; che affoga nel vino la fatica la pena; la prima esperienza di sfruttata di Elena Nella casa della maestra Bononio, fascista, paranoica e ambigua; La seconda, in casa del segretario Giuffone, piccolo borghese fascista e corrotto, e della sua famiglia, avida, volgare  e violenta; e l’amore di Giulio, l’italo-americano, l’illusione del matrimonio con questo e la speranza di uscire definitivamente da una condizione di povertà e di umiliazione. E poi il viaggio  Roma, alla stazione di Roma, appena nell’anticamera di questa città – simbolo, la scomparsa vigliacca  di Giulio e Il ritorno in paese di Elena, nella casa del vicolo scuro, che Giulio l’americano e i suoi dollari non avrebbero potuto non unirsi una a quella classe – ossatura del fascismo, la classe della maestra Bononio e del segretario Giuffone, che, caduto il fascismo e passata la guerra, sarebbe stata, oltre che scheletro, anche polpa e sangue del nuovo regime. Ed Elena, che aveva preso una prima volta e inutilmente, il treno per Roma, dove sta il governo e si decidono le sorti (e quali sorti oggi lo sappiamo tutti, al Sud e al Nord), Elena prenderà una seconda volta il treno per trasferirsi alla periferia di Milano o di Stoccarda.
Il terremoto livellatore di cui dicevamo ha portato in superficie dunque i centri della terra da cui venivano fuori le storie, i racconti. Altro verrà da questa superficie uniforme o  è già venuto, non sappiamo se di meglio o di peggio, certo di diverso. E intanto, mentre qui rendiamo omaggio a un narratore vero e di razza come  Mario La Cava, ci sembra di compiere un rito, sia pure familiarmente, sia pure dimessamente, di una fede che appartiene al passato.
Vincenzo Consolo
estratto dal n.340 della rivista Paragone/ Letteratura
Giugno 1978  Sansoni Editore Firenze

 

Saggio introduttivo per il libro “Gli Arabi paesani, inchiesta sui giovani di oggi.

“Per la nostra Sicilia invoco una vera solidarietà regionale, una concordia sacra, una pace feconda e operosa. Giustizia per la Sicilia! Tregua di Dio per la Sicilia!” declamava alla prima seduta dell’Assemblea regionale il presidente (per anzianità) Francesco Paolo Lo Presti. A Palermo, nel pomeriggio di domenica 25 maggio 1947. Nel- la sala detta d’Ercole per gli affreschi alle pareti d’un Velasquez che raccontano le fatiche del semidio enfio di coraggio e di muscoli di quel palazzo che era stato sede di emiri, di re e viceré, i novanta deputati erano disposti secondo gli schieramenti politici: a sinistra i comunisti e i socialisti del Blocco del popolo, i saragattiani e i repubblicani, al centro democristiani e separatisti; a destra monarchici, liberali e qualunquisti. Tra di essi, i protagonisti della infuocata battaglia politica che aveva preceduto le elezioni del 20 aprile: Li Causi, Colajanni, Finocchiaro Aprile, Alessi, Aldisio, Alliata… E in prima fila, al centro, tra le autorità, quel cardinale Ernesto Ruffini che implorerà “di cuore sul nuovo Parlamento siciliano l’abbondanza delle celesti benedizioni». (Una travolgente abbondanza di voti, di potere e di vantaggi s’abbatterà di lì a poco solo su quel gruppo democristiano che col cardinal Ruffini intreccerà unita d’ intenti e di voleri), Cosa voleva dire quella implorata “concordia sacra” “tregua di Dio” del presidente Lo Presti? Era che sala d’ Ercole, tra gli scranni, un profondo fossato era aperto, tra la sinistra e il resto degli schieramenti, un fossato entro cui scorreva la paura del centro e della destra per i seicentomila voti ottenuti dal Blocco del popolo. Paura che alcuni avevano cercato di fugare armando la mano d’un bandito, Giuliano, contro gli inermi lavoratori festeggianti il I° maggio a Portella delle Ginestre. «N’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e cerano bambini), come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò riversi sulle pietre una rosa maligna/nel petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto. La pezza s’inzuppò e rosso sopra rosso è un’illusione, ancora un’illusione. Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: – Femmine, che sono ‘sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca? Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina per quella manica di morti che verranno appresso!” Ora il sangue delle undici vittime e dei feriti di Portella rigava quel fossato, ancora a demarcare, ancora a dividere le due Sicilie di sempre: quella proletaria dei contadini e dei braccianti e l’altra dei principi, dei sedara, dei gabelloti, dei campieri, dei mandanti e dei sicari. Sono, questi ultimi, i siciliani che si sentono eredi della storia illustre dell’Isola, che ne difendono l’antica civiltà e l’onore, sono questi che si riconosceranno nei “perfetti dei? del Gattopardo: d’un olimpo disumano, violento e sopraffattore, mafioso e “democristiano”. E mettiamo democristiano tra virgolette volendo dire che, messa da parte la componente popolare e sociale di quel partito, prevalendo l’altra, quella borghese delle clientele e delle cosche, niente ci sembra più siciliano del partito democristiano (come niente è stato in origine più padano, più lombardo del fascismo agrario e cattolico), di pratica politica cioè intesa in senso familiare e tribale, in senso mafioso e clientelare. Trent’anni sono passati da quel 25 maggio del ’47. Cosa è successo da allora lo sappiamo. Quella Sicilia di là dal fossato, la Sicilia che, dopo ottant’anni di unità sabauda, per non parlare di prima, dopo i vent’anni di fascismo con gli ultimi quattro anni di guerra, accesasi per l’ultima volta nella speranza di una nuova storia, di fare essa la nuova storia dell’Isola, è costretta a emigrare, a spargersi per l’Italia e l’Europa. E non erano, questi siciliani dell’emigrazione, solo contadini e braccianti, erano anche intellettuali. Restava nell’Isola, sequestrata dal potere, stretta nella morsa della promessa del favore e del ricatto, quella classe intermedia che riempiva uffici, riceveva assistenza, sovvenzioni, emolumenti. E in quei contadini e in quegli intellettuali emigrati, oltre la rabbia, era sempre dentro la speranza che nell’Isola prima o dopo qualcosa potesse cambiare, che prima o dopo fosse possibile il ritorno. Anche uno scrittore come Vittorini, che sempre respinse l’idea-sentimento di una patria-Sicilia, creandosi una dimensione ideologico-poetica di Sicilia-Lombardia, anche il Vittorini delle “‘tensioni” europee, nutrì per un momento la speranza di un cambia- mento. Si era intorno al ’50, e lo scrittore degli astratti furori di Conversazione, del notturno viaggio nel dolore e nella rassegnazione, tornato in Sicilia, assiste al grande movimento per la scoperta del petrolio: erano gli anni di Gela e di Mattei. Rapportò, o innestò, questa speranza dell’Isola a quella del Nord per l’industria “umana” e olivettiana, la speranza della nascita di una nuova società. Scrisse allora Le città del mondo, libro diurno e di grande movimento, di personaggi in lingua dalle rassegnazione dalle stasi di camionisti per le strade, di contadini a cavallo convergenti in una valle per una grande assemblea) Hai, quando la poesia si fa illusione e utopia, quando la storia taglia il filo che l’aggancia alla realtà. Nel maggio di quest’anno si è celebrato il trentennale dell’Autonomia siciliana. In quella sala d’Ercole del palazzo dei Normanni, accanto a Pancrazio De Pasquale, il primo, dopo trent’anni, presidente comunista del ‘Assemblea, cerano Andreotti, Ingrao e Murmura (quest’ultimo in rappresentanza di Fanfani). Ha parlato De Pasquale, ha risposto Andreotti, e da una parte c’era la richiesta di attuazione completa dello statuto e dall’altra la promessa, data la convinzione che è proprio dal rilancio della autonomia locale che può e deve scaturire a livello civile, culturale, umano il primo elemento di ricomposizione della società? e data la speranza che “dal Meridione e dalla Sicilia potrebbe emergere oggi, invertendo l’itinerario del secolo scorso, la riaggregazione a più alto livello dell’attuale società nazionale tanto turbata”. Il clima di ricorrenza e di celebrazione, chiaro, permette di eludere le analisi, i processi e le imputazioni, ché allora ci sarebbe stato davvero da sghignazzare, se non da gridare, alle parole di un presidente del Consiglio di quel partito della maggioranza che da trent’anni detiene il potere nel Paese, responsabile quindi delle condizioni di oggi della Sicilia, del Meridione, che appunta le speranze nelle autonomie locali di una ricomposizione- a livello, civile, culturale, umano della nostra società disgregata, di un nuovo risorgimento nazionale che parta dal Sud. E solo quest’ironia allora ci permettiamo menti avvertiti come siamo in fatto di risorgi i chi è che lascia oggi Pisacane per Cavour e i Savoia? Chi baratta la rivoluzione per il risorgimento, chi sono oggi questi nuovi Garibaldi del Sud? Intanto, quel fossato apertosi tra i banchi di sala d’Ercole, quello rigato di sangue, di cui si parlava all’inizio di questo scritto, è stato riempito. Il I° maggio di quest’anno s’è anche commemorata per la prima volta all’Assemblea regionale la strage di Portella delle Ginestre. Un’altra commemorazione a Piana degli Albanesi, sul luogo della strage, l’hanno fatta i sindacati unitari. Ma domenica 5 giugno a Palermo, mentre Pajetta commemorava da una parte Girolamo Li Causi, il grande capitano delle lotte del ’47, dall’altra parte il Centro Siciliano di documentazione svolgeva un convegno di studi sul tema: 1947- 1977. Portella delle Ginestre: una strage per il centrismo”: una controcelebrazione del trentennale? E in questo nostro paese di telegrammi ufficiali, di lacrime di coccodrillo, di corone di fiori di commemorazioni, di controcelebrazioni ce n’è gran bisogno: bisogno di analisi, di processi e di imputazioni. Cosa sappiamo, intanto, della Sicilia, del Meridione, dopo questi trenta anni di malgoverno, cosa sappiamo delle condizioni in cui sono state lasciate queste terre “di rapina”? Abbiamo avuto notizie solo di altre stragi, di sindacalisti ammazzati, di sciagure naturali che scoperchiavano altre e millenarie sciagure storiche, di mafia, di rapine, di corruzioni, di speculazioni, di intrighi e di compromissioni della classe dirigente: vasta è la letteratura a riguardo, e spesso romanzata fino al folklore, fino all’amenità, fino a perdere forza di verità, forza di denunzia. Ma dei siciliani che nell’Isola sono rimasti, dei loro mutamenti sociali e politici in questi anni poco sappiamo. La letteratura, a riguardo, crediamo che sia inesistente Ci sovviene soltanto qualche meritoria inchiesta giornalistica, come quella per esempio di Mario Farinella raccolta in volume sotto il titolo di “Profonda Sicilia”, una ricognizione per l’Isola sul finire degli anni ’60. E dei giovani meridionali, dei giovani siciliani di questa fine degli anni settanta, cosa sappiamo? Di questi, di cui non si può dire ormai che siano una generazione, ma una classe (una situazione esistenziale che è immediatamente storica Ed è allora, per questo che loro, i ragazzi, hanno sentito il bisogno di rivendiate, tra le altre cose, il principio che il personale è politico?): per l’emarginazione. il cui li abbiamo spinti, noi, i loro padri, per il deserto di valori in cui li costringiamo a vivere; por le varie crisi che gli abbiamo apparecchiato; per la distruzione di speranze, per le lande senza orizzonti in cui li abbiamo relegati, spogli di cultura e identità. Fino a poco tempo fa, dire giovani, dire siciliani, calabresi o lucani, appariva subito una definizione astratta se non qualunquistica, priva com’era di una distinzione di classe. Dire oggi giovani o giovani siciliani non è più sospettabile. Anzi. In questi, nei giovani siciliani, o giovani calabresi o giovani pugliesi, c’è già una doppia connotazione storica: in quanto giovani e in quanto meridionali. Di una storia che non è più uguale a quella delle generazioni precedenti. Tra queste ultime (del subito dopo- guerra, degli anni cinquanta o sessanta, del sessantotto o del dopo sessantotto) e le generazioni di questa fine degli anni settanta, sembra che dei terremoti siano avvenuti, a scavare abissi, voragini, a creare profondi mutamenti. A decifrare i quali non servono più i metri conosciuti e praticati sin qui. Quali nuovi metri allora si usano? Le sofisticate e asettiche analisi di laboratorio su campionature o cavie che gli scienziati, antropologi e sociologi, praticano con quel distacco e quella iattante autorevolezza che a noi – col rischio di apparire corrivi o vecchi umanisti superati – tanno nascere il dubbio di verità o deduzioni sospette perchè nate da quella scientificità “‘pura che è già ‘”socialdemocratica”; quando non risultano, queste analisi nel chiuso del laboratorio, immediatamente superate dallo svolgersi e radicalmente rivolgersi della realtà esterna. E allora preferiamo la vecchia, esposta. non-scientifica, non-rigorosa, ma “calda” e reale inchiesta giornalistica. E preferiamo anche la pratica di una realtà umana come quella giovanile (e spero che i lettori di questo scritto non siano portati a facili e offensive alla loro stessa intelligenza – battute cosiddette di spirito) di un poeta come Pasolini che lo portava a dolorose constatazioni, a inquietanti profezie. Ecco dunque un’inchiesta giornalistica sui giovani della provincia siciliana, questa di Giuseppe Corsentino: fra le prime e quindi preziosa; profonda, perchè di una realtà scovata in angolo bui e da anni dimenticati. Questa realtà giovanile della provincia siciliana è sconcertante. Per noi, lettori di vecchie letterature e vecchie inchieste sulla Sicilia, dove le classi separate davano un quadro dialetti- co e storicistico (gli zolfatari e i padroni di miniere, i contadini occupanti le terre incolte e i baroni e campieri, le speculazioni edilizie e le stragi a scoppi di tritolo e colpi di lupara, i cortili di Palermo e gli sprechi messi in luce da Dolci, le parole che erano pietre delle madri dei sindacalisti uccisi dalla mafia riportate da Levi, la fame dei bambini e i bottoni nella loro minestra, i salinari e il potere che si ricostituiva nel dopoguerra come ce li ha fatti vedere lo Sciascia de “Le parrocchie di Regalpetra”…), questo quadro di oggi della Sicilia dei giovani ci appare inedito (come inedito deve essere il quadro della realtà giovanile del resto delle regioni meridionali) non più dialettico, intanto, ma univoco, omologo, come oggi si dice. Di giovani quasi tutti appartenenti ormai (qualsiasi sia la loro origine) a una piccola borghesia vittima e disastrata dal consumismo (l’edonismo americano), di merci e di ideologie, disorientati e ondeggianti tra atteggiamenti di riporto di freakettonismo o indianismo paesano o triste e consapevole acquiescenza al vecchio ricatto e alla vecchia soggezione clientelare. Dall’altra parte, gli adulti, i vecchi, di fronte a questi giovani disorientati e disarmati, residui della risacca sessantottesca, “‘scollati” da qualsiasi organizzazione politica, instaurano vecchie controriforme, vecchie ipocrisie, vecchi vizii provinciali e bacchettonismi. Così è a Trapani a Sciacca, ad Agrigento, a Mazara, a Caltanissetta, a Castelvetrano, alienata e miracolata racina Canicattì, allo squallido deserto periferico di Gela… Qualcosa di diverso, di muovo, si nota noi giovani della Valle del Belice, dove il terremoto ha anche sconquassato le vecchie divisioni, le vecchie classi producendo, a prezzo di tanto dolore, uguaglianza e unità di impegno e di lotta. Siamo partiti da lontano: dalla Sicilia del 47. Questa è la Sicilia di oggi. Ma è anche il Meridione di oggi. Di questo Meridione che si è voluto cacciare dalle campagne e dai paesi, lo si è portato nelle fabbriche del Nord in nome della dea industria, che lo si è eletto a terra di conquista per i consumi, che si è spogliato di cultura e di identità. Oggi che quella divinità industriale dai piedi di argilla è crollata, c’è il marasma e lo smarrimento, nei giovani, soprattutto, i più fragili e vulnerabili. Per essi, la unica novità è la recente legge per l’avviamento al lavoro, e quale? In essi, intanto, c’ è il desiderio di un ritorno alla campagna: ci sono le rioccupazioni delle terre come negli anni ’50, si formano le comuni agricole, le cooperative. E questo significa che c’è nei giovani, oltre a una volontà di una vita diversa, anche il bisogno della ricerca di una cultura più “umana” di una identità più vera e più solida. Il governo, le forze economiche nazionali e non, terranno conto di questo loro bisogno?

VINCENZO CONSOLO  Milano, 26 agosto 1977


Vincenzo Consolo : Il sorriso dell’ignoto marinaio

Un Vincenzo Consolo quarantatreenne parla del suo secondo libro Il sorriso dell’Ignoto marinaio, dedicato all’incontro tra un erudito che studia le lumache e un misterioso marinaio sotto le cui vesti si nasconde un rivoluzionario. Siamo nella Sicilia risorgimentale negli anni tra il 1852 e il 1860. Un prezioso video tratto dalla trasmissione Tuttilibri e conservato nelle Teche Rai: un modo per ricordare lo scrittore siciliano morto il 21 gennaio 2012 a cui Rai Letteratura ha dedicato lo Speciale visibile sul portale.