Consolo Vincenzo , l’intellettuale furioso contro i boss 

 2 novembre 2017

Nicolò Messina, docente a Valencia cura << Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione >>. Edito da Bompiani
Consolo Vincenzo , l’intellettuale furioso contro i boss
Una raccolta di articoli dello scrittore di Sant’Agata di Militello che abbracciano 40 anni, e tra le righe c’è anche il dissidio con Bufalino.

Il fenomeno mafioso osservato con sguardo (e indagato con linguaggio) da intellettuale. C’è spazio per l’analisi e per l’invettiva, oltre che per le citazioni, quando è Vincenzo Consolo a scrivere di Cosa Nostra: una sessantina di brani, datti temporalmente nell’arco di un quarantennio (1970-2010), più che altro articoli giornalistici, ma anche prefazioni e brani inediti, sono stati selezionati dal curatore Nicolò Messina, docente all’università di Valencia, e danno vita a un libro «Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione» (315 pagine, 18 euro), edito da Bompiani, tassello ulteriore del mondo di Consolo, quello della sua militanza costante e vigile nella lotta alla mafia (tanti gli interventi, principalmente su Unità, Messaggero e Corriere), militanza mai doma e duratura, se si pensa che uno degli ultimi volumi pubblicati in vita dallo scrittore scomparso cinque anni fa è stato l’atto unico «Pio La Torre, orgoglio di Sicilia», un’orazione civile edita dal Centro Studi intitolato al deputato comunista, vittima nel 1982 di un agguato mafioso con Rosario Di Salvo. Spesso sono gli eccidi dei corleonesi, la loro «ottusa spietata ferocia» ad alimentare la veemenza sulla pagina impressa da Consolo. Cadono i cadaveri sul selciato o vengono dilaniati dal tritolo e lo scrittore di Sant’Agata di Militello, incessantemente, prova a scuotere le coscienze, in modo critico e analitico eppure perentorio, con furore, oltre che con un linguaggio limpido, ovviamente lontano dalla ricerca e dalla sperimentalismo della sua prosa letteraria. Ogni articolo occasionale, spesso con spaccati storico-letterari, finisce però per far parte di un disegno complessivo e dà comunque compattezza di scrittura e pensiero al volume «Cosa loro». Che scriva dell’anatema di Giovanni Paolo II nella valle dei Templi (e di come non siano cristiani i politici che hanno stretto patti scellerati con l’organizzazione mafiosa, né i preti che ai politici mafiosi hanno procacciato voti…), dei feroci pescecani di mafia e ‘ndrangheta che azzannano l’università di Messina nel 1998, di Rita Atria o Libero Grassi, di Falcone e Borsellino, dei cugini Salvo o della strage di Portella della Ginestra, di padre Pino Puglisi, Consolo, con tormento, non assolve la «bellissima e disgraziata terra» di Sicilia da una evidente responsabilità civile. Gli unici squarci di speranza nell’Isola? Irradiati da quanti sono caduti nella lotta alla mafia e da chi la prosegue: «Sono loro l’onore di Sicilia e di tutto questo nostro paese irriconoscibile e irriconoscente». L’afflato politico e sociale del libro è preponderante, ma tra le righe si svela probabilmente anche quello che è più di un pettegolezzo letterario, il dissidio fra Consolo e Gesualdo Bufalino, esploso dopo la morte di Sciascia.

Lo scrittore di Comiso aveva confidato a più di un amico, riferendosi a Consolo: «L’ho cancellato anche dalla lista dei nemici…». La causa dello screzio? Potrebbe essere un articolo di Consolo di questo volume, scritto per il quotidiano L’Ora (in cui replicava a un fondo del Giornale di Sicilia): dopo l’uccisione del «giudice ragazzino» Rosario Livatino, da parte della Stidda, l’autore de «Il sorriso dell’ignoto marinaio» invitava gli organizzatori del premio Racalmare- Sciascia a dimettersi, a non celebrare «cerimonie letterarie sovvenzionate da denaro pubblico». Scrivendo di Bufalino, presidente della giuria («ricevendo premi non ha mai guardato, contrariamente a come faceva Sciascia, da quali mano gli arrivavano…»), Consolo aveva affondato ulteriormente il colpo. Per ironia della sorte i due, dopo questo libro postumo di Consolo, sono nello stesso catalogo: Bompiani pubblica le opere principali di Bufalino.

 di Salvatore Lo Iacono
Giornale di Sicilia
Giovedì 2 novembre 2017
ripreso dal:
Centro di studi e iniziative culturali Pio La Torre
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Consolo scrittura antimafia

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S’intitola Cosa loro, l’ha appena pubblicato Bompiani (pp. 318, euro 18.00), e raccoglie una scelta di 64 articoli ricavata, come scrive il curatore Nicolò Messina, dall’«ottantina» che Vincenzo Consolo scrisse sulla mafia, taluni ancora inediti, tra il 1969 e il 2010, e cioè due anni prima di morire. In appendice, utilissimi, Altre notizie sui testi e il Regesto, ovvero la bibliografia completa anche di tutti i pezzi esclusi. In un modo o nell’altro, ci sfilano davanti i protagonisti d’un capitolo insieme doloroso ed eroico della storia siciliana, che però è metafora della nazione tutta, da Luciano Leggio, noto come Liggio, a Pio La Torre. In mezzo: Pantaleone, Falcone e Borsellino; Riina e Brusca; i cugini Salvo e Lima; Cuffaro, Lombardo e Dell’Utri; Enzo Sellerio, Letizia Battaglia e tanti altri ancora. Fa piacere notare che -se si eccettua il dattiloscritto datato dal curatore, ma non con certezza assoluta, nel 1969- i primi due articoli pubblicati entrambi nel 1970, su Liggio e Il Padrino di Mario Puzo, sono apparsi proprio qui, sulle colonne di Avvenire. E’ chiaro che, come recita il sottotitolo (Mafie tra cronaca e riflessione), si tratta di prosa giornalistica e interventi civili, di quella che, in un dattiloscritto del 1985, Consolo stesso, tenendola per altro in gran conto, chiama «scrittura di presenza» (di testimonianza e denunzia), ovvero «una scrittura militante interamente liberata dallo stile», in virtù della quale l’intellettuale si sostituisce allo scrittore. Una scrittura -aggiunge poi Consolo- che «sembra ormai caduta in disuso», proprio nel momento in cui -e mi pare perfetta diagnosi storico-antropologica-, nei piani alti della letteratura, e paradossalmente, «la verticalità dello stile inclina pericolosamente verso l’orizzontalità», in cui tutto si uniforma e omologa, sino a coincidere con il linguaggio «dell’informazione».

Ho detto che siamo di fronte perlopiù ad articoli di cronaca: ma stiamo attenti. Perché il talento dello scrittore sfugge spesso al controllo vigile del militante. Forte, seppure repressa, resta la tentazione della metafora, e sempre sul punto d’innesco -per fortuna- la vocazione narrativa. Così, per fare un esempio, su Ignazio Salvo, “il ministro”, nell’aula del processo, dopo la morte del cugino Nino, in un articolo del 1986: «Ma non aveva più quella patina lustra di un tempo, era pallido e imbiancato come se una raffica di polvere l’avesse investito». Per non dire di quella disposizione all’invettiva che, non di rado, erompe nei suoi libri d’invenzione. E’ il 1982, su Salemi: «paese terribile, di predoni e d’assassini, nemici di Cristo e amici di Caifa, paese estremo, desolato, posto su nude, riarse colline di gesso». Consolo in effetti, senza però mai recedere dagli imperativi morali e politici, non perde occasione per aprire parentesi, per divagare in funzione narrativa, per lasciarsi andare al ritratto, in modo da servire, quando possibile -persino dalla trincea di un’aula di giustizia-, le ragioni della letteratura. Cito proprio dal primo articolo apparso su Avvenire, propiziato dalla scomparsa di Liggio da una clinica romana, «senza lasciare traccia di sé», dopo la clamorosa assoluzione per insufficienza di prove «dall’imputazione di associazione per delinquere e da una serie di omicidi (nove) e di un tentato omicidio per non aver commesso il fatto». Ecco: «Abbiamo raccontato il fatto con estrema sintesi, perché vogliamo parlare più particolarmente, per ragioni “letterarie”, d’un personaggio che nella storia di Liggio entra ogni tanto per poi sparire e di cui la stampa poco si è occupata».

La letteratura, insomma. E, se si vuole, il romanzo, seppure allo stato latente: quando è vero che, a entrare ora in scena, come arrivasse da un romanzo di Simenon, sarà un funzionario di polizia poco noto che risponde al nome di Angelo Mangano, «un gigante di due metri», il quale, cinque anni prima, d’origine siciliana ma trasferito da Genova a Corleone, in soli sei mesi riesce a catturare il capomafia. Lo intercetta, Consolo, in un libro di Dominique Fernandez, Les événements de Palerme e in pochissime pagine ne fa leggenda: quella d’un investigatore che procede implacabile, con conseguenzialità quasi matematica, mentre ottiene lo straordinario risultato di riconciliare con le istituzioni, diventandone come l’eroe, un paese riluttante e risentito, terrorizzato e omertoso. Ma intendiamoci: questi qui restano tentazioni e scantonamenti, mere parentesi. E’ evidente sin da subito, infatti, che Consolo guarda a Sciascia come maestro di razionalità, senza però seguirlo in quegli esiti formali di scrittura spuria, nutrita di saggismo, nobilmente elzeviristica, che avrebbero anticipato, in opere come -per citarne solo alcune- Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), La scomparsa di Majorana (1975), L’affaire Moro (1978), tanta narrativa non finzionale dei nostri anni. Nessuna intenzione, da parte di Consolo, di dismettere il cilicio della «scrittura di presenza», di concedere qualche chance alle ragioni dello stile, sacrificando la nuda e cronachistica referenza della verità. E tutto questo proprio per preservare le differenze, che non sono solo e banalmente di genere letterario, ma estetiche e ontologiche, quando è vero che, se entriamo nel dominio del romanzo, l’estetica e l’ontologia coincidono: come dimostra in modo eclatante e coerente tutta la vicenda del Consolo narratore, da La ferità dell’aprile (1963) a Lo spasimo di Palermo (1998), passando per  quel capolavoro assoluto che è Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976).

Che cosa voglio dire con ciò? Che per Consolo -il quale ha alle spalle la parola-giustizia di Vittorini, le alchimie liriche di Piccolo, le oltranze ritmiche di D’Arrigo- la letteratura più vera resta sempre consegnata a un’oltranza prosodica e a una scommessa di stile. Se gli si chiedeva quale scrittore sentisse a sé più vicino, la sua risposta, infatti, correva al nome d’un poeta: Andrea Zanzotto.

                                                                Massimo Onofri

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Consolo, disperazione in Sicilia

Consolo, disperazione in Sicilia

viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce ” l’ olivo e l’ olivastro ” (Mondadori) . cosi’ lo scrittore racconta il suo ritorno a casa. brano su Gibellina dal libro

– L’ INTERVISTA Viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce “L’ olivo e l’ olivastro”. Cosi’ lo scrittore racconta il suo ritorno a casa TITOLO: Consolo, disperazione in Sicilia L’ emigrazione, i terremoti, lo sfascio del paesaggio la violenza, la corruzione delle coscienze: “La mia letteratura? La trovo tra Verga e Vittorini”  “E’ un risentimento profondo, non so se chiamarlo odio. L’ odio, in fondo, e’ furore per un amore tradito, per un’ offesa, ha la stessa intensita’ dell’ amore: se si arriva all’ odio significa che si ama tantissimo”. L’ olivo e l’ olivastro e’ il titolo del prossimo libro di Vincenzo Consolo. E sin dal titolo si rivela quell’ accostamento di opposti che da’ forma a tutto il “romanzo”: amore e odio, appunto, dolcezza e atrocita’ , fuga e desiderio di ritorno, passione e violenza, umanesimo e irrazionalita’ , lussureggiante bellezza e disfacimento. Insomma, olivo e olivastro. Romanzo? Forse. Ma anche diario di viaggio in diciassette capitoli, anche reportage, anche pamphlet, leggenda, invettiva, poesia, persino saggio. Racconto: per esempio, nel capitolo dedicato al breve e disperato soggiorno di Caravaggio a Siracusa. Memoria: nelle bellissime pagine in cui si rievoca la madre ormai incapace di riconoscere il figlio. Un libro ad albero, dal cui tronco spuntano rami nervosi, rami spogli, rami frondosi e mobili. Olivo e olivastro: nati da un unico ceppo e indissolubilmente intrecciati tra loro, come nel cespuglio sotto cui Ulisse si nascose appena giunto nell’ isola di Scheria, abitata dai Feaci. “L’ immagine dell’ olivo e dell’ olivastro . dice Consolo . compare nell’ Odissea, quando l’ eroe e’ al massimo della degradazione umana: ferito, nudo, solo. Omero dice che da uno stesso arbusto vengono fuori rami d’ olivo e d’ olivastro. E’ una specie di indicazione di quel che Ulisse si era lasciato alle spalle e di quel che lo aspettava nel futuro: da una parte la natura malvagia e minacciosa, il selvatico, il bestiale; dall’ altra il coltivato, l’ umano, l’ armonia. Infatti, arrivato nell’ isola dei Feaci, Ulisse trovera’ una citta’ molto alta, un’ utopia, un modello di perfezione. Ulisse poteva rimanere li’ , in quel regno beato, ma sente l’ urgenza della realta’ e della storia, la necessita’ di tornare a Itaca”. Urgenza del ritorno, urgenza della memoria: “Anche per me e’ un desiderio che brucia, . dice Consolo . e quando torno provo molto dolore e pochissimo conforto, tutto mi pare omologato nel male, nella perdita. Io ho sentito l’ esigenza di raccontare il disastro”. Niente giornalismo, pero’ , tiene a precisare Consolo: “La differenza tra giornalismo e letteratura e’ che la letteratura lavora con la memoria”. E viene in mente la polemica aperta recentemente da Bocca. “Lo scrittore, attraverso la memoria, riesce a dare spessore al presente”. Un viaggio nell’ isola delle meraviglie e della barbarie, ma un viaggio universale, nello strazio della nostra civilta’ . A Milazzo, dove accanto allo stabilimento esploso, alle canne fumarie delle industrie, ai morti carbonizzati, cresce il gelsomino delicato. A Siracusa, dove nella dissoluzione urbanistica si rimane inebriati dal profumo intenso del basilico. Il viaggiatore, come Ulisse che cerca la sua Itaca, non riconosce piu’ la sua terra. Ovunque trova desolazione: a Gela, a Catania, a Palermo, a Ortigia. Non riconosce piu’ il barocco di Noto, un tempo rigoglioso, vede Cefalu’ , Trapani, Segesta devastate dai terremoti, si inoltra nell’ inferno di acidi e diossine che esalano dalle raffinerie di Melilli. Torna a Trezza, il paese dei Malavoglia. Parte da Gibellina e la ritrova irrimediabilmente deformata. “Cos’ e’ successo, dio mio, cos’ e’ successo?”, si chiede con rabbia. Viaggio agli inferi. “Credo che la letteratura siciliana . dice Consolo . sia letteratura della stasi. Il piu’ statico e’ il mondo verghiano, dominato dal fato. Quello che ha cercato di rompere il cerchio della fatalita’ e della condanna e’ stato Pirandello, attraverso la dialettica e il ragionamento: ma trasferiva la chiusura del mondo contadino e marinaro in un’ altra chiusura, piccolo borghese: e’ quella che Macchia ha chiamato la camera della tortura. Poi Vittorini, con Conversazione in Sicilia, ha portato il viaggio nella letteratura siciliana. Io oscillo tra questi due opposti. Ma l’ esigenza di muoversi o di star fermi dipende anche dalle speranze che si nutrono nella storia. Questo e’ un libro di grande disperazione, anche se ci sono qua e la’ piccoli barlumi di sopravvivenza”. E poi il libro di Consolo ci parla di letteratura: si apre con una dichiarazione di apparente sfiducia: “Ora non puo’ narrare”. Come, non puo’ narrare? “Nel libro . dice Consolo . viene agitato il tema dell’ afasia. Ci sono momenti in cui la disperazione e’ tale che non trovi piu’ interlocutori e ti viene voglia di chiuderti. Ci sono due tipi di afasia: quella del potere, che per definizione non vuole comunicare, e quella dell’ artista che si oppone a questo potere. Per narrare bisogna essere angeli, messaggeri, avere degli interlocutori in cui trovare comprensione. Se viene meno questa speranza, lo scrittore rischia l’ afasia: basta pensare a Empedocle, a Ezra Pound, a Holderlin”. E c’ e’ l’ afasia del vecchio Verga, raccontata in un capitolo del libro. Eccolo, l’ autore dei Malavoglia, al suo ottantesimo compleanno, chiuso nel suo soliloquio, nell’ amarezza dell’ incomprensione, insensibile ai festeggiamenti e muto persino davanti a Pirandello chiamato a celebrarne ufficialmente la grandezza: “Verga ha subi’ to una grave ingiustizia. E’ l’ ingiustizia perpetrata ogni volta nei confronti degli scrittori che non adottano il codice linguistico imperante. Io ho voluto narrare il momento del suo risentimento e della sua ritrazione. Fu preso per un traditore, perche’ fino a un certo punto abbandono’ il linguaggio mondano, assolutamente comunicabile, che piaceva tanto nei salotti nobili milanesi. Quando riscopre la memoria, sceglie una lingua intraducibile ma di estrema verita’ e poesia: a quel punto non viene piu’ capito”. Dalla parte di Verga, della sua lingua, una scelta che oltrepassa la superficie formale e che affonda nelle profondita’ della narrazione. Come le esplosioni barocche di Consolo, che da sempre bruciano nel corpo del suo racconto: “In una lettera, Calvino scriveva a Sciascia: io sento che tu raffreni la matrice barocca che c’ e’ dentro la tua scrittura… Forse Sciascia aveva paura di sconfinare. Sono convinto che qualsiasi scrittore periferico sia spinto verso l’ uso di un linguaggio eccentrico. Sciascia diceva che era un cultore del pensiero e che non sapeva pensare in dialetto. In me c’ e’ questo bisogno, forse perche’ sono nato alla confluenza tra due mondi antitetici: la Sicilia orientale, contrassegnata dalla presenza della natura, dell’ Etna, dei terremoti e quindi portata al lirismo; e la Sicilia occidentale, piu’ razionalistica, attratta dallo storicismo. Ecco, io vorrei essere un illuminista ma la mia scrittura mi porta irresistibilmente verso il barocco. Vivo in continua oscillazione tra questi due poli”. L’ olivo e l’ olivastro.

Titolo: Gibellina: un sudario di calce

– Da “L’ olivo e l’ olivastro” di Vincenzo Consolo (Mondadori, pagine 149, lire 27.000) anticipiamo il brano su Gibellina.Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza, nella memoria dissolta, nell’ estraneita’ , nell’ assenza, sorge l’ arroganza, l’ offesa, il teatro di marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l’ asfalto il fiore stridente, la stella texana, la porta per la fiera del vuoto, per la citta’ metafisica. Di larghe strade, di rampe, di scale, di spalti, portici, logge, vaste piazze, anfiteatri deserti, folgorati dal sole, tagliati dall’ ombra, di cubi, sfere, coni, cilindri, giardini di pietra, ghirigori di ferro, porte di marmo, cancelli, cerchi, ellissi, frecce, rombi, triangoli, sibillini alfabeti, il sarcasmo della reliquia innestata del frammento, l’ arco il portale il timpano infranto. L’ ombra alle spalle e il rimbombo sopra le lastre, fra le astratte sculture imponenti, le architetture della citta’ costruita dai proci, il labirinto dello spaesamento, della squadra, del compasso, dello scoramento, della malinconia, dell’ ansia perenne (…). Ora tu, eroe sconfitto, vieni fuori da una casa del nuovo paese, cammini sulla strada deserta, ti guardi intorno smarrito. Io t’ incontro, ti chiedo. “Sono nato a Gibellina, di anni ventitre’ …”, rispondi. “Che dico?… Mi chiamo Nicola, sono nato a Gibellina, ho lavorato nelle cave di Meirengen, vicino Basilea. Ho la’ moglie, figli che non vogliono piu’ tornare in questo paese”. “Ti riconosco, Nicola, e son passati tanti anni, sei incanutito… T’ ho incontrato alla stazione di Milano…”. “Anch’ io ti riconosco, e sei vecchio, hai una faccia diversa… Vorrei rivedere l’ altro paese”. Andiamo per quella campagna brulla, di radi alberi, di rocce, di stoppie, di palme solitarie. Arriviamo al colle, ai ruderi spianati e coperti da un’ immensa colata di cemento, da una coltre bianca, da un sudario di calce. “Non so dov’ era la mia casa, dov’ era il castello, la piazza, la chiesa…”, lamenta Nicola.

 Paolo Di Stefano, Consolo Vincenzo

(3 settembre 1994) – Corriere della Sera
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