Vincenzo Consolo: cos’è successo

Giulio Ferroni

Vincenzo Consolo: cos’è successo
Generazione successiva, rispetto a Cattafi, è quella di Vincenzo Consolo, nato anche lui in provincia di Messina, a Sant’Agata di Militello (1933), narratore e prosatore che dà voce ai luoghi della Sicilia, nella loro sostanza umana, sociale, storica, naturale, nell’intreccio tra bellezza, speranza, disgregazione, violenza, tra amore, partecipazione, delusione, distacco, tra partenze e ritorni.

Nelle sue scritture saggistiche, specie in quelle confluite nel 1999 in Di qua dal faro, Consolo ha più volte fatto riferimento allo Stretto. Una sua immagine si affaccia anche nel ricordo dei colloqui con l’amico siciliano Basilio Reale, conosciuto a Milano nel 1953, che gli parlava «delle malinconie e delle ribellioni nella costrizione, di Messina, delle acque dello Stretto e dei traghetti intravisti da dietro i muri alti, dalle finestre di un collegio»54. Ampio percorso tra immagini, testimonianze, passaggi, è il saggio del 1988 Vedute dello Stretto di Messina55, che, partendo dalle parole di Circe su Scilla nel XII dell’Odissea, riconduce le più varie suggestioni del mito, del paesaggio, della storia, della letteratura, dell’arte (come non evocare Antonello da Messina?) a un cruciale orizzonte esistenziale:

Allora per noi diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, il suo mito, la metafora dell’esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l’uomo può perdersi, può perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice di una natura maligna, mostruosa e feroce; o salvarsi, uscire dall’orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare, nell’Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti.
Una metafora anche diventa lo Stretto di quel che riserva la vita a un uomo nato per caso in Sicilia: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza infine possibile, dopo molto travaglio, approdo a un’amara saggezza, a una disillusa intelligenza.
Nella realtà, lo Stretto di Messina, il suo breve spazio, ha sempre racchiuso un profondo oceano di tempesta e di strazio: qui sono avvenuti i fatidici terremoti e maremoti che hanno annientato più volte Reggio e Messina; sulle sue acque corrono i venti tempestosi di Eolo, succedono calmerie stregate, sorgono allucinatorie Fate Morgane, altri prodigi che hanno acceso le fantasie dai primordi della storia.
Questi dati tornano entro la prosa più assorta ed evocativa di quel singolare “viaggio in Sicilia” che è L’olivo e l’olivastro (1994): una prosa come travagliata da un insistente dolore, con una tensione espressionistica che si raccoglie e si espande in torsioni interne, in pause e scatti improvvisi, quasi come voce di qualcosa che erompe dai luoghi, dai volumi e dagli spazi, dal dispiegarsi delle cose, dalle presenze vive, umane, animali, vegetali, materiali, nel cui insieme si costituisce la Sicilia, si costituisce il mondo. Il titolo del libro è sotto il segno dell’Odissea, come viaggio, partenza, perdita, ritorno, con i nomi delle due piante in cui trova riparo Odisseo naufrago prima dell’incontro con Nausicaa. All’inizio c’è la partenza di un giovane da Gibellina, distrutta dal terremoto del gennaio 1968, fino al suo saluto alla Sicilia, nel passaggio sullo Stretto:

Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del porto, passa sotto la statua della Madonna, alta sopra la colonna, doppia la punta, gira su se stesso e si dirige verso l’altra costa. La città s’allontana, s’allontana l’isola.
Siamo in un pomeriggio d’aprile, in un cielo sospeso, come quello delle Crocifissioni di Antonello da Messina, mentre la città sembra come disperdersi, dileguarsi col suo retroterra di gole e di valloni:

Città di luce e d’acqua, aerea e fuggente, riflessione e inganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso.
Ma a partire da questo rilievo di inesistenza si svolge brevemente un affondo di memoria, che evoca resti e disegni della città che fu, tra «angeli muti, fastigi, rocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una storia frantumata, d’una civiltà distrutta, d’uno stile umano cancellato. Deve essere dunque successo qualche cosa, sacco d’orde barbare o furia di natura».

Nel capitolo II è in scena Ulisse, in uno dei momenti chiave del suo viaggio di ritorno: naufrago sulla riva dell’isola dei Feaci, «trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro» (opposti simboli «del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano»). Al mattino viene svegliato dalle grida gioiose di Nausicaa e delle sue compagne. Poi, nel racconto che fa ai Feaci del suo lungo viaggio per mare, evoca i mostri superati; e di essi «i più tremendi» sono quelli «nell’isola al centro di quel mare», Polifemo e, «mostruosità assoluta, impassibile e spietata… posta ai due lati dello stretto», Scilla e Cariddi:

Le due figlie della Terra e di Poseidone sono mostri frontali e complementari, biformi, ma parti di uno stesso organismo: occhi che scrutano, braccia che afferrano, bocca e denti che stritolano, ventre profondo e oscuro che ingurgita e rivomita tutto in frantumi, in poltiglia.
E sono anche, aggiunge Consolo, «contrappasso per ogni uomo di malizia e d’inganno, per l’uomo che ha ideato il mostro artificiale, il cavallo idolo che nasconde nel buio suo ventre molteplici teste, molteplici braccia ferali» (si aggiunge la riflessione sul braccio di mare «metafora dell’esistenza», già svolta nel saggio Vedute dello stretto di Messina sopra citato).

Altri mostri artificiali interroga Consolo in diversi luoghi della Sicilia, attraverso quello che gli appare come «il regno sinistro di Lestrigoni potenti», tra Priolo e Augusta (capitolo V), e ancora davanti al «mare dissacrato» di Gela (capitolo X), o nelle belle piazze del Sud-est dell’isola «invase dalla notte, dalle nebbie, dai lucori elettronici dei video della morte» (capitolo XIII). E si pone accorato la domanda: «Cos’è successo?»:

Cos’è successo, dio mio, cos’è successo a Gela, nell’isola, nel paese in questo atroce tempo? Cos’è successo a colui che qui scrive, complice a sua volta o inconsapevole assassino? Cos’è successo a te che stai leggendo?
Cos’è successo in questa vasta, solare piazza d’Avola? Cos’è successo nella piazza di Nicosia, di Scicli, Ispica, Modica, Noto, Palazzolo, Feria, Floridiana, Ibla?


Giulio Ferroni
Tra Scilla e Cariddi
Panegirico per lo Stretto


https://youtu.be/cU8Lw4tMRuY?si=fDkNF2CQHeCAJ87K

La contea di Modica.

Una nota di Vincenzo Consolo

Non possiamo che scrivere poche e brevi note, e qui paradossalmente anticipandole, all’esteso e profondo saggio di Leonardo Sciascia La contea di Modica (1983). E Sciascia, nel saggio, inizia scrivendo: «Arrivando da Gela, da Caltanissetta, da Palermo, Vittoria è come un paese di frontiera… » la frontiera fra la Sicilia occidentale e quella plaga sud-orientale che è la contea di Modica o il Val di Noto. Frontiera di paesaggi e di contesti storici e civili diversi, «argine contro cui si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose». La stessa sensazione di frontiera la esprime Paolo Balsamo nel suo Giornale di viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella contea di Modica (1808). E così scrive l’economista Balsamo del viaggio compiuto insieme al consigliere Donato Tommasi: «Valicammo quell’orgoglioso torrente (Salso), che divide le due valli di Mazzara, e di Noto, nell’istessa lettica e con la direzione, e l’assistenza di due robusti marangoni, praticissimi di quei più agevoli e meno pericolosi passi». Molte e molte interessanti annotazioni fa il Balsamo man mano che si inoltra nella contea, da Chiaramonte, «il balcone della valle di Noto», a Scicli, Vittoria, Ragusa, Comiso… E annota: «La Contea di Modica appresta quello che fa mestieri per i bisogni, e le delizie degli abitanti suoi così largamente, che qualche altra parte di Sicilia. Questa sorta di equità sociale nella Contea era forse dovuta ai Normanni Chiaramonte e quindi all’aragonese ribelle Bernardo Cabrera, i quali non avevano instaurato lo stesso arcaico sistema feudale del latifondo, come nell’occidente siciliano, causa di oppressione e povertà delle classi più deboli, e causa del fenomeno della mafia, creata e sostenuta da gabelloti, campieri, sovrastanti, picciotti». Franchetti e Sonnino, quando nella loro inchiesta in Sicilia scrivono per primi di brigantaggio e mafia, restringono il fenomeno a Palermo e provincia. Non notavano, i due studiosi, la presenza della mafia nelle orientali provincie “babbe”, fra cui la modicana contea. Questa era la situazione di una volta. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, alcuni intellettuali siciliani che scriveva un libello contro i due studiosi. Ma non insorsero il politico insorgevano per quella specificità siciliana della mafia, e soprattutto il Capuana, Napoleone Colaianni, lo studioso Nicolò Alongi ed altri. Molti e molti viaggiatori italiani e stranieri hanno visitato la contea di Modica. E vogliamo citare qui Goethe che, ancor prima di Balsamo, ma quasi allo stesso modo, attraversa quel confine tra l’oriente e l’occidente di Sicilia che era allora il Salso, «Giunti al fiume Salso, dove cercammo invano un ponte, abbiamo avuto una strana sorpresa. Alcuni uomini nerboruti, che eran li bell’e pronti, afferrarono a due a due i nostri muli sotto la pancia con tutto il bagaglio e il cavaliere sopra e così ci trasportarono attraverso il profondo braccio di fiume… ». E più avanti, giunto con il Kniep nel Val di Noto: «Il bordonaro, che forse non aveva visto da molto tempo questa vegetazione primaverile della costa sud-est, uscì in una grande esclamazione di meraviglia per la bellezza delle messi». Ma vogliamo dire ora di un altro viaggiatore “interno”, del grande etnologo di Chiaramonte Gulfi Serafino Amabile Guastella. Questo “barone dei villani”, come è stato chiamato, ci ha fatto conoscere con i suoi vari studi (L’antico carnevale della Contea di Modica, Le parità e le storie morali dei nostri villani, Padre Leonardo, Vestru…) la profonda, antica cultura contadina, popolare, di quella plaga della Sicilia. Il Guastella, come il Pitré, il Salamone Marino, il Cocchiara, o come l’Antonino Uccello di Palazzolo Acreide, ci ha fatto intravedere le matrici antiche, profonde del mondo contadino della sua terra. Nel più recente tempo l’autobiografia del semianalfabeta di Chiaramonte Gulfi, Vincenzo Rabito, col suo libro intitolato Terra matta (2007), ci ha restituito non solo l’immagine del mondo contadino di Chiaramonte, ma anche la storia di un’Italia popolare del Novecento. Il saggio di Leonardo Sciascia aveva introdotto una prima edizione delle fotografie di Giuseppe Leone sulla contea di Modica. A questo libro di oggi Leone ha aggiunto altre foto della contea, delle sue città e de paesaggio rurale di oggi. Giuseppe Leone, il fotografo che appartiene a quel gruppo di fotografi siciliani come Enzo Sellerio o Ferdinando Scianna, che dagli anni Cinquanta e Sessanta in poi ci hanno restituito l’immagine di una Sicilia che rimarrà nel tempo come la Sicilia degli storici, degli etnologi e dei narratori. Leone ha fotografato anche i miei luoghi, il mio paese, paesaggi, feste religiose del Val Demone, come ha fotografato i luoghi di Sciascia e di Bufalino. La Contrada Noce di Racalmuto, in cui Sciascia dimorava in estate, era il luogo di incontro con Sciascia di Bufalino, e anche il mio. E lo scrittore di Comiso era sempre accompagnato in macchina da Giuseppe Leone, il quale ci fotografava tutti e tre, sorridenti a causa di qualche sua salace battuta. Giuseppe Leone ci restituisce in questo libro con le sue fotografie la contea del passato, tradizionale, e quella di oggi. E abbiamo quindi immagini del paesaggio e del mondo contadino. I vasti campi scanditi dalla geometria dei muretti a secco, le masserie, il bestiame; e il lavoro, il lavoro degli uomini: la raccolta delle carrube, delle mandorle, dell’uva, del frumento; e le attività più moderne nelle serre di Vittoria. Vi sono poi i monumenti e gli avvenimenti cittadini: la chiesa di Modica e quella di Ragusa Ibla, la Torre di Pozzallo, il gioco dei bambini a Chiaramonte Gulfi, le feste religiose di Giarratana, Ispica, la preghiera all’aperto degli immigrati musulmani. E c’è la festa a Scicli della Madonna delle Milicie. Di quella Madonna a cavallo e con la spada in pugno che aveva esaltato Vittorini nel ritorno nell’isola per l’edizione illustrata del suo Conversazione in Sicilia. Un incisivo e poetico racconto per immagini della contea di Modica, questo di Leone. E un romanzo anche del nostro passato e del nostro presente.

Milano, novembre 2009

L’ape Iblea. Elegia per Noto

Invocazione

eterno transito,
segno della fine e dell’inizio,
d’ogni sciame mi dici
del cielo e della terra.
Dimmi dell’asse rotto,
dell’antico scuotimento
della plaga orientale
che ondeggia come mare
Dimmi dell’arnia d’oro
ricomposta al piano,
di Ibla e di Megara
della ragione e del compasso,
di Noto replicata
per apicule tenaci,
sfida a ulteriori scuotimenti,
sogno di scalpellini e architetti

Antica melodia

Per la porta reale
entra ora nel sogno,
nel teatro delle meraviglie,
inizia il tuo viaggio
nell’eco d’Aretusa,
nel coro vibrante delle api
vai tra le quinte di luce,
i fondali celesti,
le prospettive audaci,
il gioco di specchi sulla pietra opulenta,
il raggio che s’inombra nella spirale
Nell’oscillare della campana,
nel rintocco grave, sciamano uccelli,
svolano dalle canne, dai pantani,
migrano gli aironi, sfiorano la cupola ma la lanterna,
contro il cielo di cobalto

Favola della luna che si sfalda

Ma la Luna la Luna la Luna
la maculata Luna è dissonanza,
è creatura atonica, scorata,
caduta dalla traccia del suo cerchio,
vagante negli spazi desolanti.
È saturnina la Luna, atra,
malinconica, sospesa
nell’attesa infinita della fine
che non arriva mai
Esci, vola Regina degli Iblei
da questo labirinto,
da questo teatro che si disfa,
crolla per sordo terremoto…
… ricerca le dimore,
le arnie dimentiche sul ciglio dei burroni
Labirinto e crollo
E subito il boato,
lo schianto spaventoso,
il crollo della cupola
materna. La polvere
imbianca il cuore
della notte, il mio mantello
asciuga in gola
urlo, gemito
Il nome tuo NO
TO s’è spezzato.
L’ape, crisalide trafitta,
pupilla vuota, ombra

frammenti poetici di, Vincenzo Consolo incisioni di Daniele Montis
L’Ape Iblea maggio 2008 Carlo Delfino Editore