{"id":966,"date":"2016-02-11T12:50:42","date_gmt":"2016-02-11T12:50:42","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=966"},"modified":"2016-02-18T07:29:02","modified_gmt":"2016-02-18T07:29:02","slug":"porta-venezia-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=966","title":{"rendered":"Porta Venezia Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\"><strong>Vincenzo Consolo<\/strong>\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> <strong><em>Porta Venezia<\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">I nuvoloni avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; le saette ora vicine e non pi\u00f9 mute, anticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arriv\u00f2 la pioggia. Rimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si trasform\u00f2 in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Tenendo il giornale sulla testa, corsi in direzione di Porta Venezia, scantonai per via Palazzi. I bar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Pi\u00f9 avanti, m&#8217;attrasse un&#8217;insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana: &#8220;Ristorante eritreo&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Spinsi la porta a vetri ed entrai. Dentro era buio e deserto. Subito s&#8217;accesero le luci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti che m&#8217;invitarono ad accomodarmi a uno dei tavoli.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Vuole mangiare?&#8221; mi chiese l&#8217;uomo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Vorrei prima asciugarmi. Mi porti intanto del vino&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Stesi sulla spalliera d&#8217;una sedia il giornale che non avevo ancora letto, ridotto quasi a una pasta mucida. Ma per la verit\u00e0 leggevo di quel giornale, che compravo solo il sabato, le pagine dei libri. E quelle, all&#8217;interno, erano in qualche modo ancora leggibili.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Cominciarono ad arrivare eritrei, tutti zuppi come me, e sorridenti.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Incidono nello spazio&#8221; mi dicevo &#8220;Sono una perentoria affermazione dell&#8217;esistenza&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">E li osservavo, nelle loro linee nette, nelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce: &#8220;Nero e bianco: l&#8217;esistenza e l&#8217;inesistenza; la vita e la morte. Avviene nei popoli&#8221;, mi dicevo, &#8220;quello che avviene nella vita di un uomo. Il nascere, cio\u00e8, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci stiamo avvicinando alla morte. Come m&#8217;avvicino io, sbiancando ogni giorno nei capelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo e immobile che \u00e8 la morte&#8221;.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Andavo rimuginando questi pensieri (ma che pensieri? larve d&#8217;idee, banali congetture, sensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarmi nel periglioso mare delle razze e dei popoli), questi pensieri dettati da noia e malumore, passeggiando il tardo pomeriggio d&#8217;un sabato a Porta Venezia o Porta Orientale, come la chiam\u00f2 il Manzoni. Il quartiere che pi\u00f9 amo in questa grigia citt\u00e0 che \u00e8 diventata ormai Milano, e il pi\u00f9 vero, al confronto dei noiosi o irritanti quartieri del Centro o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell&#8217;affaristica organizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera e dei Navigli. Era di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli dei Giardini, arrossava il cielo terso. Lungo il corso Buenos Aires i negozi gi\u00e0 abbassavano le saracinesche. Da via Castaldi e via Palazzi sbucavano nel corso a gruppi gli eritrei, riservati e dignitosi, con le loro donne, corpulente madri dondolanti avvolte nei loro veli bianchi, esili, bellissime fanciulle vestite all&#8217;europea. E frotte d&#8217;arabi, tunisini, ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con un&#8217;aria di libert\u00e0 e di canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili e guardinghi, stavano con le loro cassette piene della paccottiglia d&#8217;orologi, occhialini, accendini, radioline, davanti a quei supermarket del cibo di plastica che si chiamano Quick o Burghy. Davanti alle uscite della metro, stavano invece gli africani della Costa d&#8217;Avorio o del Senegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali, gazzelle, elefanti e maschere di finto ebano, d&#8217;un marrone lucido come la loro pelle. In angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare come stormi d&#8217;uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, d&#8217;un nero affumicato.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Da questa umanit\u00e0 intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno meridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi &#8220;tipici&#8221;, delle cravatte, delle musicassette; erano famigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di plastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti al Viel per far prendere il frullato o il gelato ai loro mocciosi irrequieti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Erano, i marciapiedi di corso Buenos Aires, in questo tardo pomeriggio di sabato, tutta un&#8217;ondata di mediterraneit\u00e0, di meridionalit\u00e0, dentro cui m&#8217;immergevo e crogiolavo, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Io che non sono nato in questa nordica metropoli, io trapiantato qui, come tanti, da un Sud dove la storia s&#8217;\u00e8 conclusa, o come questi africani, da una terra d&#8217;esistenza (o negazione d&#8217;esistenza) dove la storia \u00e8 appena o non \u00e8 ancora cominciata; io che sono di tante razze e che non appartengo a nessuna razza, frutto dell&#8217;estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione araba, del seppellimento etiope, io, da una svariata commistione nato per caso bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Mi crogiolavo e distendevo dentro questa umanit\u00e0 come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">La sala si riempiva a poco a poco. La donna era scomparsa in cucina; l&#8217;uomo, dietro il banco, mi teneva d&#8217;occhio. Gli feci cenno di venire.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Mi consigli\u00f2 il loro piatto tipico, lo\u00a0<em>zichin\u00ec.\u00a0<\/em>Era piccantissimo. Lacrimavo, ma con quegli occhi addosso non osavo smettere di mangiare o fare alcuna smorfia d&#8217;intolleranza. Mandavo gi\u00f9 bicchieri colmi di dolcetto. Alla fine avevo vampe in bocca, nello stomaco, e la testa mi girava per il vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti bianchissimi, ma non ero in grado di capire se ridevano di me. Anche loro mangiavano lo\u00a0<em>zichin\u00ec,\u00a0<\/em>ma non usavano la forchetta, attingevano con le dita a un grande piatto comune posto al centro di ogni tavolo. Mi ricordai che anche cos\u00ec si faceva in Sicilia nelle famiglie contadine. E mi venne di pensare che il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della comunione, la separazione dei corpi, la solitudine, la diffidenza, la paura d&#8217;ognuno nei confronti dell&#8217;altro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Piccante?&#8221; mi chiese l&#8217;uomo togliendomi il piatto, e mi sembr\u00f2 che avesse un tono ironico.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Un po&#8217;&#8221; risposi, con sussiego. E mi trovai subito ridicolo. Pensai alla mia gastrite cronica, ai bruciori che m&#8217;aspettavano la notte, l&#8217;indomani; alle disgustose pasticche di magnesia bisurata, di Maalox che avrei dovuto ingollare.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Fumando, mi misi poi a leggere su quel giornale disastrato una recensione al mio ultimo libro; la lessi senza interesse, senza attenzione, non capivo neanche quello che vi si diceva. Bruciore per bruciore, continuai a bere, bevvi fino all&#8217;ultimo goccio la bottiglia di dolcetto.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Uscii che barcollavo. Pioveva ancora. Mi riparai la testa con quel residuo di giornale che mi restava. Sbucai in via Castaldi e l\u00ec ancora un&#8217;insegna esotica m&#8217;attrasse: Bar Cleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Il juke-box diffondeva una di quelle nenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo delle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d&#8217;ogni musica mediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti di carrettieri siciliani, delle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante del juke-box, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolo, un altro ballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordinai un caff\u00e8. Che fu insufficiente a far svanire i fumi del vino, a togliermi la sonnolenza che mi ottundeva e che quella nenia accentuava. Gli egiziani bevevano t\u00e8 scuro dentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi, gutturali o fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati degli eritrei, pi\u00f9 caciaroni, pi\u00f9 scugnizzi..<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Uno venne ad offrirmi una sigaretta.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Piace musica araba?&#8221; mi chiese.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Piace, piace tanto&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">E, sedendosi al mio tavolo, cominci\u00f2 a sciorinarmi nomi di divi delle loro canzoni, fra cui riuscii a distinguere solo quello della mitica Om Kalsoum. Gli diedi delle monete e gli chiesi di mettere Om Kalsoum. Appena s&#8217;udirono le prime note venne a risedersi e smise di parlare, si chiuse nel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e malinconici.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">In quella, s&#8217;apr\u00ec di schianto la porta e irruppero nella stanza tre poliziotti. Ordinarono a tutti d&#8217;alzarsi e, mani, in alto, di mettersi a faccia al muro. Io rimasi fermo al mio posto. Un poliziotto m&#8217;afferr\u00f2 per un braccio e mi spinse contro il muro. Ci perquisirono tutti, palpandoci da sotto le ascelle fino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Non ce l&#8217;ho&#8221; dissi io &#8220;Ho la patente&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;La patente? Tu guidi in Italia?&#8221;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;E dove devo guidare?&#8221;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Ma sei italiano?&#8221;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Mi veniva voglia di gridargli, con voce profonda, gutturale, &#8220;No, no, sono negro, sono arabo, sono ebreo, sono di tutte le razze, come te!&#8221;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Fai vedere la patente&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Gli feci vedere anche quel pezzo di giornale sgualcito e sbiadito dove si parlava di me, del mio libro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Sono uno scrittore&#8221; gli dissi pateticamente.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Va be&#8217;, va be&#8217;. Ma lei che ci fa qua?&#8221;. &#8220;Pioveva, mi sono riparato&#8221; risposi vigliaccamente. E ancora pi\u00f9 vigliaccamente tirai fuori quel tesserino dei Pubblicisti per cui s&#8217;appartiene, sia pure da poveri sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E il poliziotto, subito:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Dotto&#8217;, a quest&#8217;ora di notte, per questi quartieri \u00e8 assai pericoloso. Si faccia accompagnare almeno da un fotografo&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">&#8220;Ecco&#8221;, mi dicevo ritornando umiliato a casa, cos\u00ec difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra agonia. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro benessere da ogni minaccia. Tutta questa enorme ricchezza sotto cui finiremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili per sempre&#8221;.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">[Addio Milano,] approdo della fuga, asilo della speranza, antitesi al marasma, cerchia del rigore, probit\u00e0, orgoglio popolare, civile convivenza, magnanimit\u00e0 e umore, tolleranza. Illusione infranta, amara realt\u00e0, scacco pubblico e privato, castello rovinato, sommesso dalle acque infette, dalla melma dell&#8217;olona, dei navigli, giambellino e lambro oppressi dal grigiore, dallo scontento, scala del corrotto melodramma, palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del fanatismo e dell&#8217;intolleranza, banca dell&#8217;avventura e dell&#8217;assassinio, fiera della sartoria mortuaria, teatro della calligrafia, studio della merce e del messaggio, video dell&#8217;idiozia e della volgarit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Citt\u00e0 perduta, citt\u00e0 irreale, d&#8217;ombre senz&#8217;ombra che vanno e vanno sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, sesto e cinisello disertate,\u00a0<em>tennologico\u00a0<\/em>ingranaggio, dallas dello svuotamento e del metallo. Addio.\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0\u00a0<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #333399;\"> \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Addio ai campanili in cotto, alla romanica penombra, a Chiaravalle, a Morimondo. Addio alla casa di Manzoni, a San Fedele, all&#8217;alto marmo nel centro del Famedio. Alle vie verghiane, alla gaddiana chiesa di San Simpliciano. Allo\u00a0<em>Sposalizio della vergine,\u00a0<\/em>emblema saviniano della civilt\u00e0 chiusa di Milano, del suo equilibrio, della sua utile mediocrit\u00e0. Addio a Brera di Beccaria e Dossi, addio a Porta Tessa Quasimodo Sereni, al Montale del respiro vasto della bufera, dei meriggi assorti, degli orti, dei muri di salino costretto nella depressione della pianura, nel dorato cannello dell&#8217;imbuto cittadino. Alla casa sul Naviglio dei fervori e dei furori di Vittorini, delle utopie infrante e dei lirici abbandoni. Al rifugio in Solferino dove Sciascia pat\u00ec la malattia, sua del corpo e insieme quella mortale del Paese. Addio alla Vetra, al Mora e al Piazza, alla Banca del tritolo e della strage, all&#8217;anarchico innocente steso a terra come il Cristo del Mantegna, ai marciapiedi insanguinati, alle vite straziate di giudici civili militari studenti giornalisti\u2026<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Amaro a chi scompare. Qui la babele, il chiasso, la caverna dell&#8217;inganno, il loto dell&#8217;oblio, l&#8217;Eea dei filtri, della mutazione, del grugnito inverecondo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\">Addio.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #333399;\"> tratto da\u00a0<em>Lo spasimo di Palermo,\u00a0<\/em>Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1998<\/span><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/Milano_Porta_Venezia_01.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-967\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/Milano_Porta_Venezia_01-300x188.jpg\" alt=\"Milano_Porta_Venezia_01\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/Milano_Porta_Venezia_01-300x188.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/Milano_Porta_Venezia_01.jpg 1000w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo\u00a0 Porta Venezia I nuvoloni avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; le saette ora vicine e non pi\u00f9 mute, anticipavano tuoni fragorosi. 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