{"id":917,"date":"2016-01-12T16:47:06","date_gmt":"2016-01-12T16:47:06","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=917"},"modified":"2021-10-25T11:08:20","modified_gmt":"2021-10-25T11:08:20","slug":"ratumemi-vincenzo-consolo-e-filippo-siciliano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=917","title":{"rendered":"&#8221; Ratumemi &#8221; Vincenzo Consolo e Filippo Siciliano"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;Filippo Siciliano ha preso parte alle lotte contadine in Sicilia per<br \/>\nl&#8217;occupazione delle terre incolte:<\/p>\n<p>&#8220;&#8230;da sopra un masso che affiorava nel punto pi\u00f9 eminente, le mani a<br \/>\nimbuto sulla bocca, cos\u00ec Filippo parl\u00f2: La terra a chi lavora! Questa terra<br \/>\nincolta \u00e8 terra nostra&#8221;<\/p>\n<p>Filippo era un giovane universitario.<br \/>\nOra,\u00a0 dopo una lunga vita operosa, senza mai tradire i suoi ideali di<br \/>\ngiustizia e libert\u00e0, manda a tutti noi questo messaggio.<\/p>\n<p>Caterina Consolo<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/img953.jpg\"><br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-918\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/img953-214x300.jpg\" alt=\"img953\" width=\"214\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/img953-214x300.jpg 214w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/img953.jpg 549w\" sizes=\"(max-width: 214px) 100vw, 214px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ratumemi<\/p>\n<p>I<br \/>\nNuvole nere vagavano nel cielo, dense come sbuffi di comignolo,<br \/>\nda levante correvano a ponente, e nel loro squarciarsi e dilatarsi,<br \/>\nrivelavano occhi azzurri e cristallini, lunghi raggi del sole<br \/>\nche sorgeva, stecche incandescenti d\u2019un ventaglio, gi\u00f9 dal fondo<br \/>\ndel Corso, dal quartiere M\u00e0zzaro, dal Borgo, d\u2019in sul triangolo<br \/>\ndel timpano della chiesa gialla di Santa Lucia.<br \/>\nIl largo del mercato era affollato, d\u2019asini muli giumente leardi,<br \/>\nluccicanti di specchietti, sgargianti di fettucce nappe piume,<br \/>\nscroscianti di campanelle e di cianci\u00e0ne. E cristiani erano a cavallo,<br \/>\na terra, aste di bandiere nelle mani, tr\u00f9sce e cof\u00ecni pieni<br \/>\ndi mangiare, ridenti nelle facce azzurre rasate quel mattino.<br \/>\nAspettavano, gli occhi puntati sulla porta della Casa, l\u2019uscita<br \/>\ndei capi dirigenti.<br \/>\nDai balconi dei palazzi prospicienti lo spiazzo, detto in altro<br \/>\nmodo l\u2019Arenazzo (luogo di sosta de\u2019 carrettieri venuti da But\u00e8ra,<br \/>\nRiesi o Terranova, sfregatoio di bestie a zampe in aria, riposo<br \/>\ndentro il fondaco, tanfo di corno arso per la ferratura nella<br \/>\nforgia, cardi bolliti e bicchier di vino dentro la pot\u00eca), dai<br \/>\nbalconi del palazzo Accardi e del palazzo Alberti, dalla farmacia<br \/>\nColajanni, financo dalla canonica di San Rocco, guardavano<br \/>\na questo assembramento di villani, a questo cominciamento<br \/>\ndi processione, a questa festa nuova, fuori d\u2019ogni usanza e<br \/>\nd\u2019ogni calendario.<br \/>\nE nel voc\u00eco sommesso, nel mormorio di saluti e di discorsi,<br \/>\nnello stridere del ferro di zoccoli e di chiodi, nel tintinn\u00eco di<br \/>\ncampanelle, nel fumo di trinciati e toscanelli, trillarono i banjo, i<br \/>\nmandolini infiocchettati de\u2019 barbieri che, lustri pi\u00f9 di tutti nelle<br \/>\nfacce, nelle lune e nei capelli, con le loro dita magre dall\u2019unghie<br \/>\ncoltivate attaccarono a suonare l\u2019<em>Internazionale<\/em>. E subito <em>Bandiera<br \/>\n<\/em><em>rossa<\/em>, l\u2019<em>Inno di Garibaldi <\/em>e di <em>Mameli<\/em>. Staccarono dalle corde le<br \/>\nstecche a cuore di celluloide quando s\u2019apr\u00ec la porta della Casa<br \/>\ndel Popolo e uscirono La Marca, Cardam\u00f2ne, Siciliano, Pirrone<br \/>\ne altri ancora, che traversarono tutto lo spiazzo, si portarono<br \/>\nin testa, verso l\u2019imbocco della via Bivona, e salirono in groppa<br \/>\nalle bestie. Guardinghi, ch\u00e9 non tutti avevan confidenza con gli<br \/>\nanimali, questi giovani mazzarinesi usciti dalla guerra, ch\u2019avevan\u00f9<br \/>\nstudiato, ma studiato, contro i libri di carta e di parole della<br \/>\nscuola, sopr\u2019altri libri, e di pi\u00f9 con passione sopra il libro del<br \/>\npaese, in cui avevan letto chiaramente la lunga offesa, la storica<br \/>\nangheria, la prepotenza dei baroni. Eredi ma diversi d\u2019altri precedenti.<br \/>\nCome don Oreste Paraninfo che nudo, di notte, suonava<br \/>\nal violino sul balcone Mozart e Beethoven. O come don Rocco<br \/>\nColajanni, il farmacista, ateo inveterato, che sul letto di morte,<br \/>\nla figlia terziaria e le monache assistenti esulcerate, volle da leggere<br \/>\nil suo <em>Decamerone<\/em>. O come il medico Giunta, che andando<br \/>\nsul Corso per le visite, alzando gli occhi ai balconi dei palazzi,<br \/>\nsputava e imprecava: \u00abAh porci, ah baroni!\u00bb.<br \/>\nQuesti giovani ch\u2019avevan determinato il successo del <em>Blocco<br \/>\n<\/em><em>del Popolo <\/em>alle elezioni, e che ostentatamente, dopo la vittoria,<br \/>\nuno accanto all\u2019altro, ostruendo la strada, andavano avanti e<br \/>\nindietro lungo il Corso per dispetto agli avversari. \u00abUna sventagliata<br \/>\ndi mitra, ecco quel che ci vorrebbe! Guardateli!&#8230; Proprio<br \/>\nora che sono a tiro tutti quanti&#8230; Ta-ta-tat\u00e0 e, in un attimo,<br \/>\nci si potrebbe liberare di questi scalzacani\u00bb vociava don Turiddu<br \/>\nB\u00e0rtoli da sopra il suo balcone coi campieri schierati alle sue<br \/>\nspalle. In testa, angelo custode, mignatta e protettore, don Peppino,<br \/>\nFalzone di cognome, capo mafia di nome e d\u2019azione, compare<br \/>\ndello Scebba, altro capo di But\u00e8ra.<br \/>\nQuando tutti furono assettati sopra le cavalcature, il trombettiere<br \/>\ndella cooperativa \u201cL\u2019Agricoltore\u201d suon\u00f2 il motivo della<br \/>\nsveglia, come da soldato. Il La Marca, da sopra il suo cavallo,<br \/>\nsi gir\u00f2 verso la folla, alz\u00f2 il braccio e url\u00f2:<br \/>\n\u00abAvanti!\u00bb<br \/>\nE tutti mossero, in un corteo festoso e vociante, coi barbieri<br \/>\nche attaccarono a suonare la marcia d\u2019Orsomando, il maestro<br \/>\ndella banda.<br \/>\nMossero per via Bivona e Castelvecchio, su per la mulattiera<br \/>\nal bordo della vallata del Canale, lasciarono le ultime case sul<br \/>\npoggio Immacolata, arrivarono all\u2019eremo di San Corrado, gi\u00e0<br \/>\nconvento dei padri Carmelitani e lazzaretto in tempo di colera<br \/>\ne di vaiolo arabo, ma luogo di sepoltura anche di morti impenitenti<br \/>\ne di morti per morte di coltello o di lupara. Furono subito<br \/>\nsotto le mura e la torre superstite dell\u2019antico castello dei Branciforti,<br \/>\nCarafa e Santapau, principi di But\u00e8ra, della Roccella e<br \/>\ndel Sacro Impero, conti di Mazzarino e di Grassuliato, eccetera<br \/>\neccetera. Castello, mura e torri cos\u00ec eminenti in cima a questo<br \/>\npoggio sulle falde del monte Dili\u00e0no, evidente d\u2019ogni luogo e<br \/>\nd\u2019ogni parte, tutti, che in quel momento vi passavano di sotto,<br \/>\navevano negli occhi, la fantasia e la memoria, fin dalla nascita,<br \/>\ncome una cosa che minaccia, di legatura o magar\u00eca, di maledizione<br \/>\nantica. \u201cSempre ce lo portiamo appresso questo peso del<br \/>\ncastello\u201d diceva dentro di s\u00e9 il La Marca. E capiva, capiva que\u2019<br \/>\ndue operai della diga che un giorno, alla vigilia delle elezioni,<br \/>\nerano andati da lui col tritolo dicendo che volevano far saltare<br \/>\nCastelvecchio. \u00abMa siete pazzi?!\u00bb li apostrof\u00f2 La Marca.<br \/>\nMa ora anche Tot\u00f2 pens\u00f2 a un gesto, a qualcosa che servisse<br \/>\na vincere la figura, come fosse la torre degli scacchi.<br \/>\n\u00abOh,\u00bb grid\u00f2 verso i compagni \u00abchi \u00e8 tanto valente da piantare<br \/>\nsopra la torre una bandiera?\u00bb<br \/>\n\u00abJeu!\u00bb<br \/>\n\u00abJeu!\u00bb<br \/>\nE si fecero avanti due giannetti.<br \/>\nPresa una bandiera, corsero su pel montarozzo, tra le troffe<br \/>\ndi disa e di rovetto, sparirono dietro la quinta del muro diruto<br \/>\ndel castello. Riapparvero subito in cima a quella torre, tra due<br \/>\nmerli, e infilarono in un pertugio l\u2019asta della bandiera rossa, che<br \/>\nsi sciolse e si mise a svolazzare.<br \/>\nOltrepassarono il poggio Gambellina, il monte Caruso, si<br \/>\nbuttarono nella piana Sanghez, raggiunsero la valle di Bra\u00e8mi.<br \/>\nSuperata questa, giunsero a Ratumemi ch\u2019era gi\u00e0 passato<br \/>\nmezzogiorno.<br \/>\nSullo spiazzo d\u2019erbe da cui affioravano rocce come groppe<br \/>\nd\u2019animali della grande masseria di don Ercole.<br \/>\nUn muro alto, con buche per le canne del fucile, cocci di bottiglia<br \/>\nsopra lo spiovente, la circondava tutta.<br \/>\nOltre il muro, oltre il portone sprangato, spuntava la chioma<br \/>\nd\u2019un carrubo, si vedevano le inferriate davanti alle finestre, la<br \/>\nloggia in alto con colonne di pietra e archi di mattoni. Sembrava<br \/>\ntutto chiuso, deserto, silenzioso. Ma dalle stalle si levavano<br \/>\ni muggiti delle vacche. E nitriti da dentro il baglio, abbaiar di<br \/>\ncani, tubare di colombi dai buchi della muratura.<br \/>\nSi sparpagliarono sopra l\u2019altopiano, legarono gli animali alle<br \/>\nboccole di ferro infisse al muro, scaricarono la roba da mangiare.<br \/>\nFecero tann\u00f9re con le pietre, accesero frasche e legna, formarono<br \/>\nla brace, arrostirono sopra le gratiglie le sosizze, costole e<br \/>\nstigliole d\u2019agnello e di maiale.<br \/>\nFumi grassi si levarono da tutta la spianata nell\u2019aria stagna<br \/>\ndi dopo la caduta della brezza, in quella calma sopraggiunta di<br \/>\nmeriggio, compatti e netti come tronchi. Che in alto sbocciavano,<br \/>\ns\u2019aprivano in onde, in rami, s\u2019univano tra loro per le cime<br \/>\na formare una volta, un cielo di promesse saporite e sazianti.<br \/>\nZi\u2019 Ciccio Arcadipane, due palme d\u2019uomo, era dei cucinieri<br \/>\nil pi\u00f9 sapiente. Rivoltava con le mani rocchi e tocchi che colavano<br \/>\ndi grasso, spargeva sale, pepe, finocchio, rosmarino. E nel<br \/>\nmentre lavorava, sentiva quel bruciore in fondo alle ganasce, il<br \/>\nriempirsi la bocca di saliva come ogni volta ch\u2019aspettava di mangiare<br \/>\ne c\u2019era qualcosa che molto l\u2019appetiva.<br \/>\nCos\u00ec tutti i compagni del suo gruppo: Vito Parlagreco, ch\u2019era<br \/>\nmagro, ma capace di mangiarsi per scommessa una madia di<br \/>\npasta con il sugo; Turi Trubb\u00eca, Santo Bruccul\u00e8ri, Croce Vitale<br \/>\ne Petro Grassiccia, un omone alto, rosso nella faccia, la panza<br \/>\nprominente.<br \/>\nStavano torno torno alla tann\u00f9ra, fumavano e nasavano con<br \/>\ncerte facce lunghe e occhi a bramos\u00eca.<br \/>\nCos\u00ec Rocco Grassiccia, un bambinello d\u2019appena cinque anni,<br \/>\nche sembrava partorito l\u00e0 per l\u00e0, sorto all\u2019istante dalla panza<br \/>\ndi suo padre. Ch\u00e9 del padre era la copia: faccia tonda e rossa,<br \/>\ngran capelli biondi e occhi chiari affossati sopra le gote. Gli stava<br \/>\nsempre accanto e ne imitava movenze e positure, mani in tasca,<br \/>\nbraccia conserte, dita intrecciate dietro la schiena. Ma per<br \/>\nil padre era come non ci fosse, tant\u2019era abituato ad averlo sempre<br \/>\nappresso, sul lavoro e fuori, la domenica in piazza, come<br \/>\nun\u2019ombra rimpicciolita del suo corpo.<br \/>\nE quando fu il momento di mangiare, Roccuzzo, come gli altri,<br \/>\ns\u2019appress\u00f2 alla gratiglia, afferr\u00f2 il suo pezzo di carne fumante<br \/>\ne si mise a strappare coi denti di lupotto. Poi qualcuno gli porse<br \/>\npure il bombolo del vino, ch\u2019egli, serio, afferr\u00f2 e port\u00f2 alla<br \/>\nbocca tenendolo in alto come una tromba. Il padre glielo tolse.<br \/>\n\u00abMa levati di qua! Ma guarda \u2019sto delinquente!\u00bb gli fece. Tutti<br \/>\nsbuffarono in una gran risata. Rocco s\u2019offese, s\u2019alz\u00f2 e se n\u2019and\u00f2<br \/>\npresso la sua bestia, s\u2019accovacci\u00f2 con gli occhi umidi di pianto<br \/>\ncontro il muro. Scagli\u00f2 a terra per dispetto un osso che gli era<br \/>\nrimasto nella mano. Subito un cirneco, randagio o venuto dal<br \/>\npaese appresso a qualche mulo, fu lesto ad afferrarlo e a correre<br \/>\nlontano. Zi\u2019 Ciccio Arcadipane and\u00f2 per riportarlo nella comitiva,<br \/>\nma Rocco fece no, no, testardo.<br \/>\nDopo, molto dopo, torn\u00f2 in mezzo agli altri, ch\u2019erano sazi e<br \/>\navevano bevuto. E pi\u00f9 di tutti Petro Grassiccia, la cui faccia per<br \/>\nnatura rossa s\u2019era fatta colore sanguinaccio. Sfotteva Arcadipane<br \/>\nper via delle quattro figlie femmine. Zi\u2019 Ciccio rispondeva<br \/>\nche a fare femmine ci voleva pi\u00f9 potenza, prova ne \u00e8 che campano<br \/>\npi\u00f9 a lungo. Ma ribatteva l\u2019altro che l\u2019uomo si consuma<br \/>\nnel travaglio e ancor di pi\u00f9 in quel travaglio dolce ch\u2019\u00e8 il pestare<br \/>\nsenza posa col battaglio. E lei che fa, ah?, sta l\u00e0 a pancia<br \/>\nall\u2019aria e non si sforza.<br \/>\n\u00abNon si sforza? Non si sforza?\u00bb sbott\u00f2 Arcadipane. \u00abMa tu<br \/>\nallora di quella cosa non hai capito niente!\u00bb<br \/>\nO cefaglione, cefaglione, o palma e giglio, o fiore di giumm\u00e0rra!<br \/>\nTutti risero, ma accortosi zi\u2019 Ciccio di Roccuzzo, ch\u2019ascoltava<br \/>\nattentissimo e voleva che vincesse suo padre in quella disputa,<br \/>\ndisse ch\u2019era ora di finirla, basta. E si mise mormorando a disporre<br \/>\nancora carne sulla brace. Nell\u2019attesa, il bombolo del vino<br \/>\nripassava per le bocche.<br \/>\nAnche dagli altri gruppi, prossimi, lontani, le colonne di fumo<br \/>\ncontinuavano a salire; giungevano voci, risate, motti di complimento<br \/>\ne di sfott\u00f2. E le musiche ogni tanto, sommesse o accennate,<br \/>\ndei barbieri.<br \/>\nGrassiccia, gi\u00e0 ubriaco, s\u2019era attaccato a Vito Parlagreco, un\u00a0braccio<br \/>\nsopra la sua spalla, e gli offriva mangiare, bere, chiamandolo<br \/>\ncompare, baciandolo ogni tanto sulle guance.<br \/>\n\u00abMangiate,\u00bb gli diceva \u00abbevete! Siete cos\u00ec afflitto!\u00bb<br \/>\nVito, col suo aspetto magro d\u2019affamato, era quello invece che<br \/>\naveva divorato pi\u00f9 di tutti.<br \/>\nRoccuzzo li guardava, e vedendo che suo padre pensava a<br \/>\nnutrire il suo compare, correva alla gratiglia, afferrava tocchi e:<br \/>\n\u00abPa\u2019, o pa\u2019,\u00bb faceva \u00abtieni.\u00bb<br \/>\nE Petro offriva la carne a Vito. Che, sazio, per secondare l\u2019altro,<br \/>\nfaceva finta d\u2019azzannare e subito la passava a Trubb\u00eca o\u00a0Bruccul\u00e8ri. Parimenti faceva col bombolo del vino.<br \/>\nSfatti, si distesero lunghi, i gomiti a puntello sopra l\u2019erba. E<br \/>\nfu come s\u2019ognuno ritornasse solo, solo coi suoi pensieri, i suoi<br \/>\naffanni. Lo sguardo perso per quella nuda piana, a cui succedevano<br \/>\ncolline, appena verdeggianti per gli spruzzi di pioggia<br \/>\ndell\u2019ottobre in corso, o bianche e aspre, fortezze alte e puntute<br \/>\ndi calcare. Vedevano da una parte un lembo col castello del\u00a0paese, e gi\u00f9 la Piana, e la Montagna, e poi in giro, in quell\u2019infinito\u00a0che smarriva, in direzione di Riesi o Barrafranca, i feudi\u00a0di Contessa, Mastra, Mercatante. E niuno d\u2019essi, niuno, spersi\u00a0tutti, affogati in quello spazio di dimenticanza, sotto quel\u00a0cielo fermo, niuno s\u2019era accorto che da sopra il muro bianco<br \/>\ndella masseria, sopra i vetri di bottiglia, da dietro le finestre inferriate, sotto gli archi della loggia in alto, erano sbucati baschi\u00a0neri e colorati sopra facce impassibili, occhi che scrutavano,\u00a0nasi e bocche che fumavano. Che sulla loggia, sotto l\u2019arco\u00a0di centro, erano don Ercole in paglietta, Peppuzzo B\u00e0rtoli<br \/>\nsuo figlio e don Peppino Falzone il mafioso, attorniati d\u2019altri\u00a0che immobili guardavano quell\u2019assembramento di villani sopra\u00a0Ratumemi.<br \/>\n\u00abPa\u2019, o pa\u2019,\u00bb fece Roccuzzo scuotendo il padre per la punta del gil\u00e8 \u00abguarda, l\u00e0.\u00bb\u00a0Ma Petro non si scosse, rimase con gli occhi semichiusi e a\u00a0fiatare col suo fiato grosso.\u00a0Si scosse invece e salt\u00f2 su zi\u2019 Ciccio Arcadipane, guard\u00f2 la<br \/>\nscena della masseria, guard\u00f2 i galantuomini e rimase sospeso,\u00a0come un allocco.\u00a0Lo smosse, lo risvegli\u00f2 Tot\u00f2 La Marca, che, sopraggiunto, gli\u00a0diede \u2019na manata e cominci\u00f2 a gridare:\u00a0\u00abZi\u2019 Ciccio, forza! Oh, voialtri, al lavoro! Basta col riposo.\u00a0Siamo venuti qua a lavorare. Forza!\u00bb\u00a0E gridando guardava a sfida su verso la loggia.\u00a0Poi i suoi occhi caddero sul figlio di Grassiccia, su Roccuzzo:\u00a0gli s\u2019accost\u00f2, gli pos\u00f2 la mano sopra la lana arruffata della testa.<br \/>\n\u00abE \u2019sto caruso,\u00bb chiese \u00aba chi appartiene?\u00bb\u00a0\u00ab\u00c8 mio!\u00bb rispose il Grassiccia con orgoglio.\u00a0\u00abDeve tornarsene subito in paese, coi barbieri.\u00bb E rivoltosi a\u00a0Rocco: \u00abTe ne torni da tua madre. Tuo padre resta qua\u00bb.\u00a0Rocco, serio, fece s\u00ec con la testa. Tot\u00f2 gli sorrise e se ne and\u00f2.\u00a0In uno con La Marca, s\u2019erano mossi e sparsi, correndo per\u00a0ogni direzione di quel piano, gli altri capi, vociando ai gruppi,\u00a0ordinando di procedere svelti ai travagli.\u00a0Andarono allora tutti verso le bestie, slegarono dai basti zappe\u00a0picconi badili, aggiogarono i muli agli aratri. Si formarono le\u00a0squadre, si segnarono confini con le pietre in quel feudo vasto,\u00a0a schiere si disposero con gli attrezzi in mano.\u00a0E Filippo Siciliano, da sopra un masso ch\u2019affiorava nel punto\u00a0pi\u00f9 eminente, le mani a imbuto sulla bocca, cos\u00ec parl\u00f2:\u00a0\u00abLa terra a chi lavora! Questa terra incolta \u00e8 terra nostra. Da\u00a0qui non ce n\u2019andremo. Qui faremo le trincee.,. Al lavoro, compagni, al lavoro!\u00bb\u00a0Si lev\u00f2 un urlo da tutta la spianata. Poi, dopo il suono della\u00a0tromba, tutti si chinarono e cominciarono a colpire quella terra.\u00a0S\u2019alz\u00f2 davanti a ogni schiera, ai raggi del sole che inclinava\u00a0ormai verso le zolfare, verso il Salso e Gallitano, un polverone,<br \/>\nche subito avvolse e nascose i lavoranti.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/51nRqUI4LiL._SX291_BO1204203200_.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-919\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/51nRqUI4LiL._SX291_BO1204203200_-176x300.jpg\" alt=\"51nRqUI4LiL._SX291_BO1,204,203,200_\" width=\"279\" height=\"475\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/51nRqUI4LiL._SX291_BO1204203200_-176x300.jpg 176w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/51nRqUI4LiL._SX291_BO1204203200_.jpg 293w\" sizes=\"(max-width: 279px) 100vw, 279px\" \/><\/a><\/p>\n<p>da Le pietre di Pantalica<br \/>\nVincenzo Consolo<br \/>\nOscar Mondadori<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Filippo Siciliano ha preso parte alle lotte contadine in Sicilia per l&#8217;occupazione delle terre incolte: &#8220;&#8230;da sopra un masso che affiorava nel punto pi\u00f9 eminente, le mani a imbuto sulla bocca, cos\u00ec Filippo parl\u00f2: La terra a chi lavora! Questa terra incolta \u00e8 terra nostra&#8221; Filippo era un giovane universitario. Ora,\u00a0 dopo una lunga vita &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=917\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">&#8221; Ratumemi &#8221; Vincenzo Consolo e Filippo Siciliano<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,1,9],"tags":[318,26,25,19,351,518,20,28,459,29,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/917"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=917"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/917\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2366,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/917\/revisions\/2366"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=917"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=917"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=917"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}