{"id":782,"date":"1992-12-02T14:12:01","date_gmt":"1992-12-02T14:12:01","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=782"},"modified":"2017-08-04T07:39:04","modified_gmt":"2017-08-04T07:39:04","slug":"la-poesia-e-la-storia-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=782","title":{"rendered":"La poesia e la storia Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/scansione0005.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-783\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/scansione0005-213x300.jpg\" alt=\"scansione0005\" width=\"213\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/scansione0005-213x300.jpg 213w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/scansione0005-725x1024.jpg 725w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/scansione0005.jpg 1171w\" sizes=\"(max-width: 213px) 100vw, 213px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vincenzo Consolo<br \/>\nLa poesia e la storia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 stato recentemente osservato che nelle mie ultime opere,<br \/>\ne in Nottetempo, casa per casa (la continuazione del Sorriso dell\u2019ignoto marinaio)<br \/>\nin particolare, la poesia ha un peso nuovo. Non so se ci sia una concessione al lirismo; c\u2019\u00e8, s\u00ec, una maggiore diffidenza verso la scansione prosastica, che vuol dire una maggiore ritrazione rispetto alla comunicazione.<br \/>\nNottetempo, casa per casa \u00e8, in confronto al Sorriso, pi\u00f9 compatto, pi\u00f9 chiuso in una gabbia ritmica, in una sua densit\u00e0 segnica. Ho voluto scrivere una tragedia \u2013 niente \u00e8 pi\u00f9 tragico della follia \u2013 con scene-capitoli, con intermezzi del coro, che sono frequenti digressioni<br \/>\nlirico-espressive\u00a0 in cui il narrante s\u2019affaccia e commenta o fa eco in un tono pi\u00f9 alto, pi\u00f9 acceso. Perch\u00e9 questo compattare, perch\u00e9 l\u2019eliminazione della scena del messaggero, dell\u2019anghelos, del personaggio-autore che si rivolge agli spettatori-lettori e narra in termini non espressivi ma assolutamente comunicativi il fatto che \u00e8 avvenuto altrove, \u00a0in un altro tempo?\u00a0 Perch\u00e9\u00a0 \u00e8 caduta la fiducia nella comunicazione, nella possibilit\u00e0, ora, in questo nostro presente, della funzione sociale, politica della scrittura. Non rimane che la ritrazione, non rimane che l\u2019urlo o il pianto,o l\u2019unica forza oppositiva,la pi\u00f9 alta delle arti secondo Holderlin.<br \/>\nIn questi ultimi decenni si \u00e8 avuta in campo politico-sociale, economico, industriale e quindi anche in campo letterario una vera rottura con il passato. Il romanzo sta avendo un doppio destino. Da una parte, sta de-generando (nel senso che sta mutando di genere), sta diventando, rispetto a quello che conoscevamo come romanzo, qualche cosa d\u2019altro che non so ancora definire. A questa de-generazione si possono ascrivere romanzi-fiume di estrema comunicazione e fruizione, come si dice, scritti nella nuova lingua tecnologico-aziendale o mass-mediale e quindi di immediata traducibilit\u00e0: le masse sono uguali in tutto il mondo e parlano tutte la stessa lingua. Sono romanzi d\u2019intrattenimento, didascalici, ludici e di gratificazione mondana. Dall\u2019altra parte, avviene una sorta di revanscismo letterario, di recuperi di vecchie estetiche che erano state sepolte: neo-rondismo, nuove prose d\u2019arte, psicologismi, esistenzialismi \u2026 S\u00ec stampano tanti romanzi oggi, e pi\u00f9 se ne stampano pi\u00f9 il romanzo si allontana dalla letteratura. Un modo per riportarlo dentro il campo letterario sia penso quello di verticalizzarlo, caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia , a costo di farlo frequentare da \u2018 felici pochi\u2019. Pensare a un romanzo letterario che sia largamente e immediatamente letto \u00e8\u00a0 assolutamente illusorio e utopico. Non so dire di che cosa dovrebbe occuparsi la letteratura. L amia non si occupa di assoluti, di Dio o di d\u00e8i, di esistenza, di miti, di utopie o di mondi fantastici. Si occupa di relativi: dell\u2019uomo, qui ora, nella sua dimensione privata e nella sua collocazione pubblica, civile storica.<br \/>\nCerto, una letteratura, un romanzo siffatto d\u00e0 l\u2019immagine di una storia immobile, perch\u00e9 \u00e8 critico, oppositivo, e non pu\u00f2 lamentare e denunciare le \u2018normalit\u00e0\u2019. Queste, se mai sono esistite, forse \u00e8 meglio chiamarle differenze, gli storici hanno il compito di registrare. Ho sempre detto che anche in una ipotetica societ\u00e0 perfetta, il romanzo (diciamo storico), non la poesia, ha sempre il dovere di restare all\u2019opposizione, proprio perch\u00e9 la congiunzione dell\u2019individuale e del generale, \u00e8 un\u2019aspirazione, un\u2019infinita approssimazione. Leopardianamente penso che la vita sia infelicit\u00e0 e dolore, che l\u2019unico mezzo per \u2018aggiustare\u2019 la vita sia la \u2018confederazione\u2019 tra gli uomini, l\u2019unico luogo quello civile, politico.<br \/>\nIl romanzo storico \u00e8 tale quanto utilizza la storia per propri fini, per fare cio\u00e8 di una storia, metafora.<br \/>\nHo scritto un racconto dal titolo Un giorno come gli altri (pubblicato in Racconti italiani del \u2018900, nei meridiani di Mondadori), in cui immagino o sogno di trovarmi nella citt\u00e0 di Ebla, l\u2019antica citt\u00e0 dove l\u2019archeologo Matthiae ha rinvenuto un intero archivio di stato su tavolette d\u2019argilla, in compagnia di Giovanni Pettinato, lo scopritore della lingua eblaita. Il glottologo ricompone alcune tavolette sparse per terra, legge i segni cuneiformi sopra incisi, e mi dice: \u201c E\u2019 un racconto, un bellissimo racconto scritto da un re narratore \u2026 Solo un re pu\u00f2 narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di metafora; egli vive, comanda, scrive e narra contemporaneamente \u2026\u201d.<br \/>\nNoi non siamo, ahim\u00e8, re, neanche vicer\u00e8, non siamo Clinton n\u00e9 Aghelli, abbiamo dunque, scrivendo romanzi storici, il dovere dell\u2019opposizione e della critica la potere.<br \/>\nAlcuni miei racconti, come quelli pubblicati si \u201c Linea d\u2019Ombra \u201c, sono scritti i una prosa quasi referenziale. Sono spesso ambientati a Milano, nl presente, e quindi non smuovono la mia memoria, non m\u2019impegnano sul piano della ricerca linguistica. La loro valenza letteraria, se mai ce l\u2019hanno, bisogna cercarla al di l\u00e0 dello stile, in altre implicazioni. Ad un altro tipo di scrittura sono stato obbligato, ad esempio, nella sezione di Le pietre di Pantalica intitolata Eventi. Racconto l\u00ec appunto l\u2019estate del 1982 in Sicilia, partendo da Siracusa, passando per Comiso e arrivando a Palermo. Nella Palermo della peste e dei massacri, del centinaio di morti dall\u2019inizio dell\u2019anno, dell\u2019assassinio di Pio La torre e dei coniugi Dalla Chiesa. Racconto in prima persona, con una immediatezza da reportage giornalistico. Fu tale allora per me l\u2019urgenza di dire, dire della Sicilia di quel momento, che abbandonai il romanzo storico, lo stile i tempi lunghi della metafora. L\u2019urgenza, l\u2019impellenza provocata dall\u2019atrocit\u00e0 del fenomeno della maf\u00eca e del potere politico port\u00f2 Sciascia, ad esempio, dopo il Consiglio d\u2019Egitto e Morte dell\u2019inquisitore, a fare la grande svolta verso il romanzo poliziesco, il giallo politico. Costruendo storie che erano una parodia della realt\u00e0, ma di una penetrazione e di una restituzione della verit\u00e0 che riuscivano a anticipare lo svolgimento\u00a0 della realt\u00e0 stessa,\u00a0 ad essere profetiche. La stessa cosa fece Pasolini, fuori dalla finzione letteraria, della parodia, con i suoi interventi sui giornali, con la forza del suo j\u2019accuse, delle sue provocazioni e delle sue requisitorie, dei suoi Scritti corsari. Non li rimpiangeremo mai abbastanza questi due scrittori civili italiani.<br \/>\nNel mio pendolarismo tra Sicilia\u00a0 e Milano c\u2019\u00e8, prima di tutto, la mia vicenda umana, Mi sono trovato, fin dal mio muovere i primi passi, nella piccola geografia siciliana,\u00a0 alla confluenza di due mondi, tra due poli, e sono stato costretto al pendolarismo nel tentativo di trovare una mia identit\u00e0. I poli poi, per ragioni di vita e per scelta ideologica, si sono allontanati, sono diventati Palermo e Milano. E questi due poli mi hanno fatto essere, oltre che laconico, scrittore scisso, dalla doppia anima, dal doppio accento. Ma forse no, forse allo storicismo del vecchio mondo palermitano ho sostituito lo storicismo\u00a0 dell\u2019attuale mondo milanese. Voglio dire che continuo a scrivere della Sicilia, ma con la consapevolezza, spero della storia di oggi, del mondo post-industriale, come lo colgo e leggo a Milano. Anche Verga \u2013 si parva \u2026 &#8211; da Milano cominci\u00f2 a scrivere della sua Sicilia, a Milano torn\u00f2 con la memoria alla Sicilia, a quel mondi, \u201c solido e intatto della sua infanzia , come dice Sapegno. Girando le spalle a quella citt\u00e0 in piena rivoluzione industriale e sociale che non capiva e che lo \u2018 spaesava \u2018, alla Milano in cui rimase per diciotto anni, ma girando contemporaneamente le spalle alla Sicilia di allora,\u00a0 quella della corruzione della mafia che avevamo messo in luce Sonnino e Franchetti, dei contadini e degli zolfatari che in nome del socialismo cominciavano a chiedere giustizia. Scrisse insomma Verga i suoi capolavori su una Sicilia fuori dalla storia, mitica, del mito negativo della \u2018 ineluttabilit\u00e0 \u2018 del male, su una Sicilia solida e intatta appunto, cristallizzata.<br \/>\nFuga da Milano significa ritorno e aggregazione all\u2019altro polo da cui avevo a suo tempo preso le distanze, significa ritorno reale e letterario?<br \/>\nNon so, credo di no. Non si torna pi\u00f9 nei luoghi da cui si \u00e8 partiti, perch\u00e9 quelli non sono pi\u00f9 luoghi che noi abbiamo lasciato. Non si \u00e8 pi\u00f9 di nessun luogo. E, d\u2019altra parte, credo che oggi non si possa pi\u00f9 fuggire da nessun luogo, penso che siamo prigionieri, a Milano, a Roma, a Palermo, della stessa realt\u00e0, afflitti tutti dallo stesso male. So solo che ora, alla mia et\u00e0, essendone stato privato per tanti anni, sento il bisogna di rivedere\u00a0 le albe, i tramonti, di stare in un luogo dove il paesaggio fisico e quello umano non mi offendano. Non so se esiste questo luogo, lo devo cercare. E forse sar\u00f2 vittima di un\u2019altra utopia. Mi sono sempre sforzato di essere laico, di sfuggire, nella vita, nell\u2019opera, ai miti. La letteratura per me \u00e8 il romanzo storico-metaforico. E poich\u00e9 la storia \u00e8 ideologia, come insegna Edward Carr, credo nel romanzo ideologico \u2013 anche quelli che scrivono di Dio o si miti fanno ideologia, coscientemente o no -, cio\u00e8 nel romanzo critico. La mia ideologia o se volete la mia utopia consiste nell\u2019oppormi al potere, qualsiasi potere, nel combattere con l\u2019arma\u00a0 della scrittura, che \u00e8 come fionda di David, o meglio come lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">pubblicato ne \u201c Gli spazi della diversit\u00e0 \u201c vol. II 1995<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo La poesia e la storia E\u2019 stato recentemente osservato che nelle mie ultime opere, e in Nottetempo, casa per casa (la continuazione del Sorriso dell\u2019ignoto marinaio) in particolare, la poesia ha un peso nuovo. 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