{"id":757,"date":"2015-11-23T18:49:46","date_gmt":"2015-11-23T18:49:46","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=757"},"modified":"2021-05-26T07:11:28","modified_gmt":"2021-05-26T07:11:28","slug":"il-barone-magico-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=757","title":{"rendered":"Il barone magico , Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-758\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos-300x200.jpg\" alt=\"piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos-300x200.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos.jpg 758w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><br \/>\nLucio Piccolo e Vincenzo Consolo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un giorno, dopo anni, il barone Piccolo me lo trovai davanti nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello, titolari anche della tipografia \u201cProgresso\u201d. Entra, seguito dall\u2019autista don Peppino. \u00abEcco qua\u00bb dice Piccolo. \u00abQueste sono le poesie\u00bb e consegna dei fogli dattiloscritti, con un sorriso tra imbarazzato e divertito. Discussero di carta, di caratteri, di copertina, di copie. Poi gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri (vecchi libri che scovavo qua e l\u00e0 sulle bancarelle), ne lesse i titoli: Almanacco perpetuo di Rutilio Benincasa, Guida del monte Pellegrino, Patti e la storia del suo vescovado. Rise, guard\u00f2 me, s\u2019accorse che ero come contrariato, e si scus\u00f2. \u00abGli almanacchi, le guide, le storie locali, ah, sono pieni d\u2019insospettabile poesia. Senta quest\u2019attacco\u00bb aggiunse, aprendo la Guida del monte Pellegrino alla prima pagina; e si mise a leggere, con quella sua voce chiara: \u00abQuando, mio caro lettore, ti trovi in quella grande pianura, alla quale i moderni diedero il nome di piazza del Campo, e che comunemente, da antichissimo tempo, si chiama Falde, gira lo sguardo a te attorno, e per quanto la tua vista si estende, di fronte, fino alle grandi prigioni, ed a sinistra fino al mare\u2026\u00bb. (Avrei ritrovato poi lo stesso attacco, la stessa cadenza, in Guida per salire al monte, inclusa in Plumelia: \u00abCos\u00ec prendi il cammino del monte: quando non \/ sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, \/ ma dall\u2019opposta banda dove i monti s\u2019oscurano in gola \/ e sono venendo il tempo le pasque di granato e d\u2019argento\u2026\u00bb.) Ero rimasto l\u00ec incantato, quando Lucio Piccolo sorrise ancora, mi tese la mano e: \u00abHo un\u2019intera biblioteca di questi vecchi libri. Venga, venga a trovarmi a Capo d\u2019Orlando. Al chilometro 109 c\u2019\u00e8 una stradina che arriva fino alla casa\u00bb e spar\u00ec con Don Peppino dietro.<br \/>\nVenne stampato quel libretto che fu inviato a Montale per il premio San Pellegrino. E quando Mondadori pubblic\u00f2 i Canti barocchi con quella prefazione di Montale che diceva: \u00abIl libricino, intitolato: 9 liriche, stampato da una sola parte del foglio e impresso in caratteri frusti e poco leggibili, non aveva dedica ma conteneva una lettera d\u2019accompagnamento. Proveniente da Capo d\u2019Orlando (Messina), i tipi erano quelli dello stabilimento \u201cProgresso\u201d, quel \u00abcaratteri frusti e poco leggibili\u00bb fu un affronto per Don Ciccino Zuccarello. \u00abIo lo denunzio questo Pontale, lo denunzio!\u00bb si mise a urlare.<br \/>\nAlla casa dei Piccolo si arrivava per una ripida stra\u00addetta a giravolte, bordata di piante, iris, ortensie, che fi\u00adniva in un grande spiazzo dove era la porta d\u2019ingresso su una breve rampa di scale. Oltrepassata questa, ci si tro\u00advava subito nell\u2019unica sala che per tanti anni conobbi. Era una grande sala dalle pareti nude, senza intonaco, e il pavimento di cotto. Sulla destra, vicino a una finestra, tre poltrone di broccato e velluto controtagliato dai braccioli consumati attorno a un tavolinetto. Al muro, un monetario siciliano di ebano e avorio; pi\u00f9 in l\u00e0, un grande tavolo quadrangolare con le gambe a viticchio e con sopra panciuti vasi Ming blu e oro, potiches verdi e bianche, turchesi e rosa della Cocincina, draghi, galli e galline di Jacobpetit. Di fronte, sulla sinistra, una grande vetrina con dentro preziose ceramiche ispano-sicule, di Deruta, di Faenza. Negli angoli, colonne con sopra mezzibusti di antenati. Sopra le porte che si aprivano verso il resto della casa, medaglioni del. M\u00e0lvica, basso\u00adrilievi in terracotta incorniciati da festoni di fiori e di frutta a imitazione dei Della Robbia. E ancora, per tut\u00adte le pareti, ritratti a olio di antenati o quadretti a rica\u00admo o fatti delle monache coi fili di capelli. Il mio posto fu per anni su una poltrona davanti al poeta, che sede\u00adva con le spalle alla finestra sempre chiusa, anche d\u2019e\u00adstate (la luce filtrava fioca nella sala attraverso le liste della persiana). L\u00ec, due, tre volte la settimana si faceva \u00ab conversazione\u00bb, ch\u2019era un lungo monologo di quel\u00adl\u2019uomo che \u00abaveva letto tous les livres\u00bb, come scrisse Montale, ch\u2019era un pozzo di conoscenza, di memoria, di sottigliezza, di ironia. Le interruzioni erano solo quan\u00addo nella stanza irrompeva Puck, la sua cagnetta, un grifoncino di Bruxelles, brutta e spelacchiata, ringhiosa. \u00abVieni qua, vieni qua dal tuo padrone, scimmietta, co\u00adsa vuoi, ah, cosa vuoi?\u00bb la vezzeggiava facendosela saltare sulle gambe. O quando a tin certo punto entrava Rosa, la cameriera, col vassoio del caff\u00e8 o delle granite. Ogni tanto appariva anche il fratello, il barone Casimi\u00adro, bello fresco rasato ed elegante come dovesse uscire per qualche festa. Era invece, come mi rivel\u00f2 una volta in gran confidenza, ch\u2019egli dormiva di giorno e vegliava di notte, e nel tardo pomeriggio, quando s\u2019alzava, faceva toilette perch\u00e9 pi\u00f9 tardi sarebbe cominciata la sua grande avventura dell\u2019attesa notturna delle apparenze, delle materializzazioni degli spiriti. Il barone era un cul\u00adtore di metapsichica e studiava trattati e leggeva riviste come \u00abLuci e ombre\u00bb. Mi spieg\u00f2 una sua teoria sulle materializzazioni, non solo di uomini, ma anche di cani., di gatti, mi disse che a quelle presenze, per lo sforzo nel materializzarsi, veniva una gran sete ed era per questo che per tutta la casa, negli angoli, sotto i tavoli, faceva disporre ciotole piene d\u2019acqua.<br \/>\nDi tanto in tanto arrivavano a villa Vina (Vena, in ita\u00adliano: vena d\u2019acqua, vena poetica?) in visita i \u00abconti\u00adnentali\u00bb. Arriv\u00f2 Piovene, Quasimodo, la Cederna e tanti e tanti altri, letterati e giornalisti.<br \/>\nL\u2019incontro di Piccolo con Sciascia avvenne una do\u00admenica, il primo giorno in cui, dopo secoli, nelle chiese si celebrava la messa in italiano. Sciascia arriv\u00f2 da Cal\u00adtanissetta al mio paese e assieme andammo da Piccolo. Al congedo, sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per le colline: \u00abSciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali\u00bb.<br \/>\nAvevo deciso di lasciare la Sicilia e di trasferirmi a Milano. \u00abNon parta, non vada via \u00bb mi diceva Piccolo. \u00abA Milano, con tutti gli altri, rischia di annullarsi. La lontananza, l\u2019isolamento danno pi\u00f9n fascino, suscitano interesse e curiosit\u00e0\u00bb. Non potevo rispondergli che non ero ricco, che dovevo guadagnarmi la vita. Non potevo dirgli, soprattutto, che l\u00ec in Sicilia mi sembrava tutto fi\u00adnito, senza speranza, che a Milano, al Nord avevo la sensazione che tante cose si muovessero, che stesse per iniziare una nuova storia.<br \/>\nPartii in gennaio. Quando tornai, in estate, andai an\u00adcora a trovare Piccolo. \u00abCosa dicono di me a Milano, co\u00adsa dicono?\u00bb mi chiese subito. Niente, non dicevano nien\u00adte. Piccolo, dopo la curiosit\u00e0 suscitata al suo esordio, e dopo essere stato trascinato nel ciclone del Gattopardo, era bell\u2019e dimenticato: altri miti, altre scoperte andava fabbricando per pi\u00f9 rapidi consumi l\u2019industria culturale.<br \/>\nLo vidi l\u2019ultima volta un anno dopo. Trascrivo da un mio diario: \u00abEntro in casa Piccolo a Capo d\u2019Orlando nel momento in cui la televisione trasmette l\u2019arrivo sulla Terra dell\u2019Apollo 8. Il fratello del poeta mi chiama e mi fa accomodare davanti al televisore. Il poeta non viene. \u00c8 sera. Nelle grandi, stanze della villa, poche e fioche lu\u00adci negli angoli e la luce lattiginosa del video sulle nostre facce. Fuori, il vento e la pioggia sferzano le campagne. Il fragore delle onde penetra la casa attraverso le persia\u00adne. Di quel mare di Capo d\u2019Orlando che qualche giorno prima ha devastato il litorale. Vicina, la fiumara di Zap\u00adpulla in piena trascina macigni, sbatte contro i piloni del ponte della ferrovia gi\u00e0 incrinato. I treni che giungono dal Continente carichi di emigrati si fermano e quindi attraversano il ponte lentissimamente. La voce dello speaker alla televisione, man mano che passano i minuti, \u00e8 sempre pi\u00f9 forte, ansiosa, concitata. Piccolo \u00e8 sprofon\u00addato nella poltrona, silenzioso e immobile, in un\u2019altra stanza piena di penombra. Non ha visto gli astronauti fi\u00adnalmente giunti a bordo dello Yorktown, non ha sentito la voce di Frank Borman che saluta il mondo. Lo rag\u00adgiungo. \u201cPer la Teoria delle ombre\u201d , mi dice \u201cla mia prossima raccolta, ho preso spunto dagli studi di pro\u00adspettiva che ho fatto nella mia giovinezza\u2026\u201d\u00bb.<br \/>\nUna mattino di maggio mi trovavo in assemblea nel\u00adl\u2019azienda dove lavoravo. Era un\u2019assemblea accesa, con\u00adcitata, tumultuosa: c\u2019era in ballo il rinnovo del contrat\u00adto di lavoro. I sindacalisti litigavano con quelli del Cub, il comitato unitario di base. Fu l\u00ec che mi vennero a chiamare e mi dissero di telefonare in Sicilia. Cos\u00ec appresi della morte di Lucio Piccolo, ch\u2019era avvenuta durante la notte. Provai dolore, ma dolore anche per un mondo, un passato, una cultura, una civilt\u00e0 che con lui se ne an\u00addavano. Mi tornavano in mente i suoi versi, e questi so\u00adprattutto: \u00ab\u2026spento il rigore dei versetti a poco a poco \/ il buio \u00e8 pi\u00f9 denso \/ sembra riposo ma \u00e8 febbre: \/ l\u2019ombra pende al segreto \/ battere di un immenso \/ Cuore \/ di \/ fuoco\u00bb. Ma i versi, gli infiammati versi di Piccolo, tornato in assemblea, furono fugati, sopraffatti dalle voci, dalle grida, da quel linguaggio per me in\u00adcomprensibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo sentivo sempre favoleggiare d\u2019una Naso Illustrata per Carlo Incudine, in cui gran parte aveva il santo me\u00addievale Conone Navacita. Mi bastavano allora quei tre nomi, Naso, Incudine, Conone, disposti su tre piani, in una luce d\u2019oro sospesa di meriggio mediterraneo, per restare rapito a contemplare un sibillino quadro surrea\u00adle. Mi favoleggiava del libro Lucio Piccolo, e di grandi che per quelle contrade eran passati lasciando impron\u00adte, segni poetici e regali. Come Ruggero il Normanno che, dopo vittoriosa battaglia contro i saraceni, lascia per voto al convento di Fragal\u00e0 il suo stendardo. O Fe\u00adderico di Svevia, che al castello de\u2019 Lancia, in Brolo, ama Bianca e genera Manfredi (\u00abbiondo era e bello e di gentile aspetto \u00bb). E Piccolo chiedeva: \u00abNon nota lei, non nota che da queste parti aleggia ancora il vento di Soave?\u00bb. Ironizzava poi su quel santo dal geometrico nome, Cono, Conone, la cui particolarit\u00e0 era quella di restar sempre in estasi sospeso (si pu\u00f2 immaginare un santo pi\u00f9 metafisico?) o su un altro secentesco, frate Perlongo, fatto beato per l\u2019avversione dimostrata in tut\u00adta la sua vita verso le donne, al punto che da bambino si rifiutava di baciare la madre per non commettere pec\u00adcato. E sorrideva Piccolo, sorrideva malizioso, scher\u00admendo le labbra con quel suo gesto di portarsi il polli\u00adce sotto il naso e carezzarsi i baffi.<br \/>\nQuel libro introvabile mi rest\u00f2 per molti anni miste\u00adrioso, come quell\u2019imprecisato Libro del Cinquecento da cui traevano divinazioni, profezie i maghi e le maghe di queste parti. Fino a quando il neoproduttivismo e la tec\u00adnologia non m\u2019hanno portato finalmente tra le mani la ristampa anastatica del libro. E vi ho letto allora ch\u2019era Naso una citt\u00e0 fondata da popolazioni greche venute da Naxos e chiamata Naxida, da cui Naso, che quindi niente aveva a che fare con l\u2019organo che sta al centro del volto, rincagnato o ciranesco. Che fu poi, quella citt\u00e0, dal medioevo fino al \u2019700 dominio di conti. Dei quali l\u2019ultimo, e pi\u00f9 dispotico, un certo Sandoval, spodestato, per amor di giustizia, da un barone Piccolo. Cos\u00ec l\u2019In\u00adcudine: \u00abEd ecco tin bel d\u00ec fars\u2019innanzi un giovane: ve\u00adstiva un mantello azzurro alla spagnola, calzone nero stretto a ginocchio da sfarzose frange di argento, cotur\u00adni dalle fibbie d\u2019oro, e toccava i ventiquattro anni.<br \/>\nRicchezze godea di poderi estesissimi, perocch\u00e9 con l\u2019ala dell\u2019occhio, meno poche interruzioni, ci poteva domi\u00adnare liberamente quasi dal Timeto al Fitalia, il pi\u00f9 bel tratto dell\u2019agro nassense, dicendo: \u00e8 mio! Nobili i nata\u00adli e per le armi e per scienza di leggi, allegoricamente si\u00adgnificati con araldica bizzarria dallo stemma di famiglia; nobilissime le tradizioni. Egli era Gaetano Piccolo\u00bb. Un antenato di Lucio Piccolo di Calanovella. E tra il Time-to e il Fitalia, nel pi\u00f9 bel tratto dell\u2019agro nassense, v\u2019era, di propriet\u00e0 dei Piccolo, Capo d\u2019Orlando, il paese e il territorio sulla costa tirrenica della Sicilia. Su una pianura di fitti limoni, un cupo tappeto verde trapuntato di frutti d\u2019oro, sovrastato dalle snelle, altissime palme con la cascata a fontana del fogliame, scandito dai filari di cipressi spartivento. In mezzo, invisibili, le casupole d\u2019a\u00adrenaria e calce dei contadini. Una pianura stretta tra i colli, folti d\u2019ulivi grigioargento, e il mare. Di fronte, gal\u00adleggianti sulla linea dell\u2019orizzonte, le isole Eolie. Nei giorni in cui il vento fuga i veli dei vapori, si scorgono le casette bianche di Lipari e Salina, il faro di Vulcano.<br \/>\nIl paese \u00e8 adagiato sotto il promontorio, il Capo, un perfetto cono a picco sopra il mare, un ammasso d\u2019are\u00adnaria sopra cui crescono, a macchia, il ficodindia, il len\u00adtischio, l\u2019acanto, il selino, l\u2019euforbia, il cappero. In cima al Capo, i ruderi d\u2019un castello e un santuario della Ma\u00addonna dei pescatori pieno d\u2019ancore, timoni, ex-voto di caicchi, gozzi, velieri in bal\u00eca di fortunali. Il Capo pren\u00adde il nome da Orlando, il pi\u00f9 \u00abfurioso \u00bb dei paladini di Carlo Magno. Doppiato il Capo, v\u2019\u00e8 la cala di San Gregorio, il villaggio dove di notte sbarcavano i pirati, \u00abTerrore a la riva: la furia dei ratti trae fra gli strilli la gonna come bandiera \/ e il corsaro dagli occhi di nera porcellana, \/ da la barba serpentine: \/ la scimitarra stride con l\u2019arma paesana\u2026 \u00bb.<br \/>\nQui abitava zia Genoveffa, la vecchia fattucchiera the tagliava col coltello dal manico bianco le trombe marine, toglieva il malocchio con fumigazioni di ramet\u00adti d\u2019alloro, erica, rosmarino. Qui era un tempo la citt\u00e0 antica d\u2019Agatirno, una delle citt\u00e0 lungo questa costa che, coi loro nomi comincianti in A (Abacena, Alunzio, Apollonia, Amestrata, Alesa\u2026) fanno pensare ai pri\u00admordi, alle origini della civilt\u00e0. Ma qui s\u2019intrecciano an\u00adcora e si confondono mito e storia, natura e civilizzazio\u00adne, poesia e realt\u00e0, simboli e metafore, vita e morte: qui gli uomini venivano sepolti dentro giaroni di terracotta, accovacciati in posizione fetale, come dentro l\u2019utero materno.<br \/>\nSopra un poggio che domina la pianura di Capo d\u2019Orlando, il T\u00ecndari e Cefal\u00f9 ai due poli dell\u2019orizzon\u00adte, era la villa dei baroni Piccolo di Calanovella. Erano tornati nel 1930 su queste loro terre. Il padre era fuggi\u00adto con una ballerina, se n\u2019era andato a vivere a San Re\u00admo. La moglie, una principessa Tasca Filangeri di Cut\u00f2, sorella della madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, offesa nel suo orgoglio, aveva detto addio alla vita mon\u00addana di Palermo, dominata allora dai Florio, alle estati al castello di Santa Margherita Belice, la Donnafugata de Il Gattopardo, e s\u2019era ritirata qui, coi suoi tre figli, Casimiro, Lucio e Giovanna, in esilio volontario, impo\u00adnendo a s\u00e9 stessa e ai figli, una vita austera, monacale.<br \/>\nMorta la madre, i tre fratelli, quasi ubbidendo a un segreto patto, a un giuramento, continuano fino alla morte la loro vita solitaria. In questa villa bianca, tra palme, pini, glicini, buganvillee, stipata di mobili, arazzi, porcellane antiche, lontani dal mondo, distaccati d\u2019ogni preoccupazione d\u2019ordine pratico (pensavano i tre ammi\u00adnistratori alla conduzione delle terre; l\u2019autista, il cuoco, le cameriere a quella della casa). Uniche frequentazioni, qualche amico o parente che ogni tanto veniva dalla Ca\u00adpitale a fare visita. Pi\u00f9 frequente quella di Tomasi di Lampedusa che qui a lunghi periodi soggiornava, e qui aveva concepito e scritto gran parte del suo romanzo (il nome dato a don Fabrizio, lo prende senz\u2019altro dall\u2019isola che ogni mattino si vedeva apparire di fronte, celeste e trasparente all\u2019orizzonte, affacciandosi al ter\u00adrazzo-giardino pieno di piante esotiche, di ninfee galleg\u00adgianti nelle vasche).<br \/>\nI tre fratelli, in questo buon ritiro, coltivavano le lo\u00adro segrete passioni. Calsimiro il primogenito, l\u2019occulti\u00adsmo, la fotografia e la pittura. La baronessa Giovanna la passione della floricultura. Sperimentava innesti, inse\u00adminazioni inusitati. Coltivava ortensie, iris, orchidee. Ma il suo orgoglio era l\u2019aver fatto attecchire qui, in que\u00adsta sua terra, una delicata e rara pianta tropicale, la puja, che dava un fiore blu come di porcellana, un fiore mallarmeano. Lucio, terzogenito, aveva la passione della letteratura, della poesia. Aveva fin da giovane scritto, scritto e distrutto. Finch\u00e9 non compose i Canti barocchi, in uno stato di incandescenza, di raptus, e non decise d\u2019esporsi, di pubblicare: a cinquantadue anni. Fece stampare un piccolissimo libretto, dal titolo 9 liriche.<br \/>\nLiriche purissime, singolari, inedite nel panorama italiano, in cui convergevano tutta l\u2019esperienza poetica europea vecchia e nuova. Una poesia dove vi \u00e8 la natu\u00adra dolce e panica, misteriosa, concreta ma mutevole della campagna di Capo d\u2019Orlando; dove vi sono le chiese barocche, gli oratori, i vecchi conventi, e le \u00abanime ade\u00adguate a questi luoghi\u00bb, della Palermo della sua infanzia\u00ad-adolescenza; le passate stagioni, i trapassati che ritorna\u00adno, in amorosa evocazione, in notturna processione, in febbrile ansia, in struggente flusso di memoria.<br \/>\nLo frequentai per tanti anni, fino a quando non deci\u00adsi di lasciare la Sicilia. Ma ogni volta che ritornavo nel\u00adl\u2019Isola, non mancavo d\u2019andare a trovare il poeta. Fu in uno di questi ritorni che insieme scendemmo dalla villa per andare in paese, a Capo d\u2019Orlando. Da l\u00ec, alla cala di San Gregorio. Era una giornata d\u2019aprile, chiara, cri\u00adstallina. Al villaggio ci venne incontro zia Genoveffa, la maga delle trombe marine e dei fumi di rametti aroma\u00adtici. \u00abBacio le mani, barone\u00bb salut\u00f2 la vecchia. Piccolo si stacc\u00f2 da me e le and\u00f2 incontro. Vicini, si parlarono.<br \/>\nIl sole calava verso le Eolie, il mare era fermo.<br \/>\n\u00abI giorni della luce fragile, i giorni \/ che restarono presi ad uno scrollo \/ fresco di rami\u2026 \/ oh non li ri\u00adchiamare, non li muovere, \/ anche il soffio pi\u00f9 timido \u00e8 violenza \/ che li frastorna\u2026 \u00bb.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/SCF9982.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-759\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/SCF9982.jpg\" alt=\"ITALY,Sicily, Capo d'Orlando: The italian Poet Lucio PICCOLO. (c) Ferdinando Scianna\/Magnum Photos\" width=\"260\" height=\"169\" \/><\/a><\/p>\n<p>Vincenzo Consolo, Il barone magico<br \/>\nLe pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 1988<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lucio Piccolo e Vincenzo Consolo Un giorno, dopo anni, il barone Piccolo me lo trovai davanti nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello, titolari anche della tipografia \u201cProgresso\u201d. Entra, seguito dall\u2019autista don Peppino. \u00abEcco qua\u00bb dice Piccolo. \u00abQueste sono le poesie\u00bb e consegna dei fogli dattiloscritti, con un sorriso tra imbarazzato e divertito. 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