{"id":738,"date":"2006-09-27T16:34:51","date_gmt":"2006-09-27T16:34:51","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=738"},"modified":"2015-11-18T16:40:31","modified_gmt":"2015-11-18T16:40:31","slug":"vincenzo-consolo-le-mie-passioni-e-i-tormenti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=738","title":{"rendered":"Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/consolo.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-739\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/consolo-300x204.jpg\" alt=\"consolo\" width=\"300\" height=\"204\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/consolo-300x204.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/consolo.jpg 550w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<div>\n<h2 class=\"date-header\">mercoled\u00ec 27 settembre 2006<\/h2>\n<div class=\"date-posts\">\n<div class=\"post-outer\">\n<div class=\"post hentry\">Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p><b><br \/>\nGianni Bonina<\/b><\/p>\n<\/div>\n<div><\/div>\n<div>I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realt\u00e0 e da un punto di vista. Poi prendono una via che pu\u00f2 arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E\u2019 il caso di Pirajno di Mandralisca, concentrato sui realia, e di Fabrizio Clerici, attento ai <i>surrealia<\/i>. Come convivono nella officina di Consolo queste due figure che peraltro sono storiche? Fanno a pugni?<br \/>\n<a name=\"more\"><\/a><\/div>\n<div>\u201cSono due personaggi &#8211; spiega Consolo &#8211; non accostabili, di matrice diversa, di esito diverso e anche di funzione diversa. Il barone di Mandralisca era il personaggio storico e romanzato che mi serviva per dimostrare cos\u2019\u00e8 la responsabilit\u00e0 dell\u2019intellettuale in determinati momenti storici. L\u2019intellettuale non pu\u00f2 estranearsi dalla storia altrimenti diventa complice di determinati misfatti. Mandralisca, che era chiuso nella sua erudizione di malacologo e antiquario, \u00e8 stato costretto ad aprire gli occhi e vedere la realt\u00e0 tragica e drammatica delle rivolte contadine nel 1860. Quando usc\u00ec, il libro fu chiamato \u2018l\u2019anti-Gattopardo\u2019. Io non so se ne avevo consapevolezza tracciando questo personaggio, che modificai per quello che mi serviva. Non sapevo cio\u00e8 di scrivere \u2018l\u2019anti-Gattopardo\u2019, ma certo la mia concezione era assolutamente opposta a Lampedusa che vedeva nei cambiamenti storici una sorta di determinismo dove l\u2019intervento dell\u2019uomo sulla storia \u00e8, seppure con principi diversi, del tipo di quello di Verga: le classi nascono, si raffinano e tramontano come le stelle in un ciclo di ineluttabilit\u00e0 di cambiamenti epocali. Mentre Lampedusa giustificava anche quelle che chiamava \u2018le iene e gli sciacalli\u2019 dando loro una legittimazione deterministica, in me invece agiva una visione opposta della responsabilit\u00e0 dell\u2019intellettuale nei confronti della storia, nel senso che deve dare un giudizio sulla storia e intervenire\u201d.<\/div>\n<div><b>Clerici allora a che distanza sta dal Mandralisca?<\/b><\/div>\n<div>Quanto a Clerici, il gioco letterario \u00e8 pi\u00f9 scoperto. Avere spostato nel Settecento un personaggio contemporaneo mi \u00e8 servito per rivendicare nei confronti della storia e del romanzo di cronaca il primato della letteratura, rendendole un omaggio nel senso che tra i sentimenti dell\u2019uomo c\u2019\u00e8 l\u2019amore e c\u2019\u00e8 la passione. La scelta di questi temi era dovuta alla contingenza di quei tempi. Ho scritto <i>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/i> in un momento di accensione storica qual \u00e8 stato quello degli anni Settanta quando tutto era messo in discussione con il dibattito culturale e politico del momento. Negli anni in cui ho scritto<i>Retablo <\/i>c\u2019era piuttosto un atteggiamento da parte di certi intellettuali e politici di disprezzo nei confronti della letteratura, vista come concezione borghese, sicch\u00e9 ho scritto quel libro per difendere la letteratura contro la storiografia.<\/div>\n<div><b>Lei ha frequentato generi disparati passando per esempio da una specie di introibo come fu <i>Un sacco di magnolie<\/i>, che \u00e8 anche un bozzetto verghiano insieme con <i>Il fosso<\/i>, per arrivare a sponde rivali come nel caso dello <i>Spasimo di Palermo<\/i>. Ci\u00f2 potrebbe fare pensare all\u2019itinerario lungo e sofferto di una persona insofferente e smaniosa.<\/b><\/div>\n<div>Racconti come <i>Un sacco di magnolie<\/i> rappresentano il tributo che fatalmente deve pagare un esordiente a quelli che sono i padri sacramentali della letteratura siciliana. Sfido chiunque scriva a dire di non avere avuto un minimo di eredit\u00e0 brancatiana e verghiana. Quello era il momento della fascinazione verghiana, dopo la quale \u00e8 venuta una presa di coscienza, la rivendicazione di una propria identit\u00e0.<\/div>\n<div><b>Certo, ma passare da Verga a Eliot \u00e8 come un \u201csalto mortale\u201d.<\/b><\/div>\n<div>Non c\u2019\u00e8 dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla poesia di Eliot che ho scoperto attraverso Montale gi\u00e0 al tempo de <i>La ferita dell\u2019aprile<\/i>. Lo stesso titolo \u00e8 di tipo eliotiano, perch\u00e9 Eliot dice che \u201caprile \u00e8 il pi\u00f9 crudele dei mesi\u201d, talch\u00e9 io ho identificato la crudelt\u00e0 dell\u2019aprile con l\u2019adolescenza che era quella dell\u2019io narrante, ma era anche l\u2019ennesima adolescenza della Sicilia dopo la guerra, e dunque il momento della rinascita. Naturalmente questa ferita pu\u00f2 rimarginarsi e diventare una \u201cmaturezza\u201d come dice Pirandello oppure una cancrena. Io ho constatato che l\u2019adolescenza in Sicilia \u00e8 diventata una cancrena e che quella ferita \u00e8 rimsta ancora aperta. Di Eliot mi affascinano i correlativi oggettivi, il passare da un\u2019immagine a un\u2019altra. E nello<i>Spasimo di Palermo<\/i> mi ha accompagnato questa continua cifra eliotiana.<\/div>\n<div><b>Da un viatico verghiano passa dunque a un libro vittoriniano quale <i>La ferita dell\u2019aprile<\/i> e chiude una sua prima stagione con Quasimodo e la Sicilia rimpianta. Ma c\u2019\u00e8 un secondo Consolo che ha ascoltato Dolci, Levi e Sciascia. Il salto \u00e8 dall\u2019empireo all\u2019impegno.<\/b><\/div>\n<div>Io non vedo questo salto. \u00c8 un processo di maturazione e di ricerca anche dal punto di vista linguistico e stilistico. Quando scrissi <i>La ferita dell\u2019aprile <\/i>avevo consapevolezza piena di quello che facevo, della scelta di campo che operavo: avevo seguito la stagione del neorealismo, la memorialistica e tutto il meridionalismo, da Gramsci a Danilo Dolci fino poi a Carlo Levi e lo Sciascia delle<i> Parrocchie<\/i>. Voglio dire che l\u2019esordio, a parte i racconti dei primi passi, \u00e8 del tutto cosciente del contesto storico, sociale e stilistico perch\u00e9 questo libro \u00e8 segnato da un forte impatto linguistico. Lo mandai a Sciascia e mi rispose chiedendomi spiegazioni su una particolarit\u00e0 linguistica che in effetti mi ha sempre accompagnato come diversit\u00e0 storica e sociale: cio\u00e8 il dialetto galloitalico di San Fratello. Nella lettera che gli scrissi mi dissi debitore delle sue <i>Parrocchie<\/i>.<\/div>\n<div><b><i>La ferita dell\u2019aprile<\/i> sta a lei come <i>Le parrocchie di Regalpetra <\/i>stanno a Sciascia, con la differenza che <i>Le parrocchie <\/i>sono una prova di realismo storico mentre <i>La ferita <\/i>di realismo mitico. Perch\u00e9 allora si sente debitore di Sciascia e non di Vittorini?<\/b><\/div>\n<div>Perch\u00e9 i miei temi non erano di tipo esistenziale e psicologico, ma storico-sociale. Ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un adolescente cosa sono stati la fine della guerra, il dopoguerra, la ricomposizione dei partiti, la ripresa della vita sociale, le prime elezioni del \u201947, la vittoria del Blocco del popolo, denunciando l\u2019ennesima impostura che si perpetuava attraverso le vocazioni religiose, i &#8220;microfoni di Dio&#8221;, fino alla vicenda di Portella e la pietra tombale delle elezioni del \u201948. Ho voluto rappresentare tutto questo con una cifra assolutamente diversa, prendendo le distanze da quella comunicativa di Sciascia e mettendomi su un piano di espressivit\u00e0.<\/div>\n<div><b>Perch\u00e9 se la corrente era in senso contrario?<\/b><\/div>\n<div>Ho le mie spiegazioni <i>a posteriori<\/i> di queste scelte. L\u2019ho fatto perch\u00e9 non mi sentivo di praticare lo stile della generazione che mi aveva preceduto, Moravia, Calvino, Sciascia. C\u2019era lo scarto di appena dieci anni con questi scrittori che avevano vissuto il fascismo e la guerra. Nel \u201943, quando avevo dieci anni, loro nutrivano la speranza di comunicare con una societ\u00e0 pi\u00f9 armonica sicch\u00e9 la loro scelta illuminista e razionalista era nel senso della speranza. Quando io sono nato come scrittore questa speranza era caduta e ho cercato di raccontare perch\u00e9 si era restaurato un assetto politico che non era come si sperava, ancora una volta iniquo, che lasciava marginalit\u00e0, oppressioni e sfruttamento. Ho scelto il registro espressivo e sperimentale non vedendo una societ\u00e0 armonica con la quale comunicare. La speranza che avevano nutrito quelli che mi avevano preceduto in me non c\u2019era pi\u00f9.<\/div>\n<div><b>Detto adesso sembra facile, ma allora lei aveva di fronte le ultime risacche del neorealismo e le prime correnti del Gruppo 63.<\/b><\/div>\n<div>Gi\u00e0, ma io avevo consumato questa esperienza. <i>Il prete bell<\/i>o, <i>Libera nos a Malo<\/i> e la memorialistica di quanti erano reduci dalla guerra. Che non era diventata letteratura ma mera restituzione di un\u2019esperienza.<\/div>\n<div><b>Ma quella sua prova fu fortemente innotiva e poco sciasciana.<\/b><\/div>\n<div>Senza dubbio. Ma \u00e8 curioso che Sciascia sia stato impressionato dalla particolarit\u00e0 di questo libro. Poi, quando \u00e8 uscito <i>Il sorriso<\/i>, a distanza di anni, con pi\u00f9 consapevolezza e con la mimesi dell\u2019erudito ottocentesco, Sciascia a Sant\u2019Agata di Militello lo present\u00f2 e disse che quel libro era un parricidio. Voleva dire che avevo cercato di uccidere lui, come del resto avviene sempre. Dice Sklovskij che la letteratura \u00e8 una storia di parricidi e di adozioni di zii. Debiti dunque s\u00ec nei confronti di Sciascia, ma la scelta di campo \u00e8 stata diversa. La ricerca si inquadrava fatalmente sulla linea verghiana, gaddiana, pasoliniana della sperimentazione del linguaggio, della \u201cdisperata vitalit\u00e0\u201d, come la chiamava Pasolini.<\/div>\n<div><b>C\u2019\u00e8 un campo che \u00e8 stato poco investigato circa la sua ricerca ed \u00e8 quello del reportage. Penso a <i>Il rito sulla morte di Rossi<\/i>, o a <i>Per un po\u2019 d\u2019erba ai limiti del feud<\/i>o, &#8220;pezzi&#8221; giornalistici che l\u2019hanno impegnata per due decenni. Come ha fatto a scrivere reportage mentre scriveva <i>La ferita <\/i>e poi<i>Il sorriso<\/i>?<\/b><\/div>\n<div>Mi sembravano due scritture diverse, della restituzione di una realt\u00e0 immediata nel modo pi\u00f9 originale la prima, senza per\u00f2 arrivare allo stile sciatto giornalistico, dando significati altri alla cronaca raccontata. Quando Sciascia stava facendo l\u2019antologia sui narratori di Sicilia con Guglielmino pensava di mettere un mio brano della <i>Ferita<\/i>, ma quando lesse il racconto su Carmine Battaglia lo scelse perch\u00e9 gli sembr\u00f2 pi\u00f9 consono come sigillo di una certa realt\u00e0 siciliana.<\/div>\n<div><b>A me piacerebbe davvero fare chiarezza sui suoi debiti perch\u00e9 non si \u00e8 capito se sia figlio di Sciascia o di Vittorini. \u00c8 un fatto che, per quanto sia stata importante per lei l\u2019<i>Odisse<\/i>a, a un certo punto dice che ci \u00e8 arrivato attraverso Vittorini e non Sciascia. E allora mi chiedo chi \u00e8 il suo padre putativo. Sembra amare di pi\u00f9 Sciascia, ignora Vittorini in<i>Di qua dal faro<\/i> ma in verit\u00e0 ha ben conosciuto Vittorini e lo ha molto osservato.\u00a0<\/b><\/div>\n<div>Dunque. A proposito di parricidi, nella <i>Ferita<\/i> ho fatto morire all\u2019inizio il padre dell\u2019io narrante e ho adottato uno zio che poi \u00e8 diventato padre avendo impalato la madre del ragazzo. Poi faccio morire anche questo patrigno. Io sono figlio di tanti padri che poi regolarmente cerco di uccidere. Certo, Vittorini l\u2019ho ignorato nei saggi perch\u00e9 Vittorini mi interessava per certe sollecitazioni di tipo teorico che lui dava circa la concezione letteraria. Sciascia, a una seconda lettura di<i>Conversazione in Sicilia<\/i>, dice di essere rimasto deluso, e lo capisco perch\u00e9 il libro \u00e8 contrassegnato da una forte implicazione di tipo rondista con innesti di americanismo. Per\u00f2 \u00e8 vero che per la prima volta appariva nella letteratura siciliana il movimento, l\u2019atteggiamento attivo nei confronti della storia, la fuoriuscita dalla stasi verghiana, insomma una grande lezione per me quella del movimento.<\/div>\n<div><b>Lei ha fatto la stessa cosa che ha fatto Vittorini e che racconta in un\u2019intervista a Giuseppe Traina: ha disegnato per <i>Il sorriso<\/i> la carta topografica di Cefal\u00f9, vicolo per vicolo, come Vittorini fece con la Sicilia per <i>Le citt\u00e0 del mondo<\/i>.<\/b><\/div>\n<div>Gi\u00e0. Un modo per entrambi di essere pi\u00f9 siciliani possibile, pi\u00f9 precisi e acribitici.<\/div>\n<div><b>In <i>Un giorno come gli altri <\/i>lei pone una questione non risolta: quella della scelta tra lo scrivere e il narrare, dove scrivere significa cambiare il mondo e narrare soltanto rappresentarlo, secondo una definizione di Moravia. \u00c8 importante quel racconto perch\u00e9 segna la sua scesa in campo politico. E lei dice che \u00e8 meglio scrivere.<\/b><\/div>\n<div>Pensavo che la scrittura di tipo comunicativo-razionalistica avesse pi\u00f9 incidenza che quella di tipo espressiva che io praticavo e che chiamo \u201cil narrare\u201d, implicata com\u2019\u00e8 con lo stile e la ricerca lessicale. Lo stile non ha impatto con la societ\u00e0 e il movimento \u00e8 dal lettore verso il libro, mentre in quella comunicativa il movimento \u00e8 al contrario. I libri di Sciascia hanno fatto capire cos\u2019era la mafia, Moravia ha fatto capire cos\u2019era la noia durante il fascismo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com\u2019\u00e8 per la poesia. La narrazione non cambia il mondo.<\/div>\n<div><b>Lei ha fatto una scelta a favore del <i>cot\u00e9<\/i> espressivo.<\/b><\/div>\n<div>Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica.<\/div>\n<div><b>Vediamo la vicenda sotto un altro aspetto. Lei e Basilio Reale, entrambi messinesi, avete avuto uguali trascorsi: a Milano insieme e nello stesso periodo, per\u00f2 lei va verso la prosa mentre lui verso la poesia. E si chiede come succeda questo fenomeno.<\/b><\/div>\n<div>Lo trovo infatti inspiegabile.<\/div>\n<div><b>Mentre poi dice di essere pi\u00f9 votato alla poesia quando Reale ha dato poi prova di essere buon prosatore.<\/b><\/div>\n<div>Se parla delle sue <i>Sirene siciliane<\/i>, siamo di fronte a strumenti psicoanalitici. Io non so perch\u00e9 uno nasce con la tendenza verso la musica e un altro verso la pittura. Con Reale ci siamo incontrati all\u2019universit\u00e0 di Milano giovanissimi. A Messina non ci eravamo mai visti. Quando ci siamo conosciuti c\u2019era un altro <i>confr\u00e9re<\/i>, Raffaele Crovi che frequentava Vittorini pi\u00f9 da vicino. Mi raccontava Ginetta Varisco, che ho frequentato dopo la morte di Vittorini, che Crovi veniva da uno strato sociale povero e quando andava a casa loro Elio le diceva &#8220;Cucina molta pasta perch\u00e9 questi ragazzi hanno molta fame&#8221;.<\/div>\n<div><b>I suoi libri sono giocati in forma autobiografica. Il Petro Marano che lascia la Sicilia o il Gioacchino Martinez che viene in Sicilia sono sempre trasposizioni di s\u00e9. \u00c8 sempre stato lei, sin dai reportage; e non ha parlato che di s\u00e9.<\/b><\/div>\n<div>S\u00ec, ma in maniera molto mascherata. La mia esperienza personale mi serve come chiave di lettura della realt\u00e0 e del momento storico che vivo. Ma nel <i>Sorriso<\/i> ci sto poco. Sciascia vi vedeva pi\u00f9 Piccolo che me.<\/div>\n<div><b>Verga e Pirandello, anche loro andati via, sono per\u00f2 riusciti a scrivere di Milano, Roma e di salotti borghesi. Mentre lei, Sciascia, ma anche Vittorini, pur stando fuori non siete riusciti che a scrivere sempre della Sicilia. E c\u2019\u00e8 un motivo: perch\u00e9 bisogna conoscere il linguaggio e averne memoria, come ha osservato lei stesso.<\/b><\/div>\n<div>Di Milano io non so fare metafora mentre della Sicilia s\u00ec. Di Milano posso restituire una cronaca, l\u2019ambiente vissuto da studente, mentre la Milano che ho vissuto dopo mi serve per leggere meglio la Sicilia e creare paralleli tra questi due mondi antitetici e opposti. Non sono caduto in crisi come Verga, se mi \u00e8 permesso: vivendo in questa realt\u00e0 milanese non mi sono ripiegato verso l\u2019infanzia dorata. Ho scoperto invece un\u2019altra Sicilia, quella pi\u00f9 vera e infelice, la continua ingiustizia e perdita e smarrimento dell\u2019identit\u00e0. I miei libri sono contrassegnati da questa spinta a varcare la soglia della ragione per andare nella terra dello smarrimento. Vittorini dal canto suo ha scritto su temi non siciliani i libri meno riusciti, cos\u00ec come Verga ha scritto <i>Per le vie <\/i>che sono le novelle meno felici. Io di argomento non siciliano ho scritto solo qualche racconto come <i>Porta Venezia<\/i>.<\/div>\n<div><b>E\u2019 dunque d\u2019accordo che si pu\u00f2 staccare un siciliano dalla Sicilia ma non si pu\u00f2 staccare la Sicilia da un siciliano?<\/b><\/div>\n<div>Certo. Nel bene e nel male non si pu\u00f2 strappare la Sicilia a un siciliano.<\/div>\n<div><b>Ma c\u2019\u00e8 un ultimo Consolo smaniato da intenti umoristici.<i>Ner\u00f2 metallic\u00f2 <\/i>ne \u00e8 un esempio.<\/b><\/div>\n<div>Di pi\u00f9 c\u2019\u00e8 forse Il teatro del sole. E\u2019 il rovescio del tragico. Musco a chi dice &#8220;Domani il sole illuminer\u00e0 il cadavere di uno dei due&#8221; domanda &#8220;E si chiovi?&#8221;. E se piove?<\/div>\n<div><b>Lei ha riflettuto lo stesso sentimento di Vittorini quando davanti al mondo industriale capiva di poter raccontare solo quello contadino. <i>Le citt\u00e0 del mondo<\/i> nasce da questo stato d\u2019animo.<\/b><\/div>\n<div>Vittorini aveva creduto generosamente in un\u2019utopia. Pensava che l\u2019industrializzazione della Sicilia fosse possibile. Aveva avuto l\u2019esempio olivettiano dell\u2019industria a misura d\u2019uomo e riteneva che la scoperta da parte di Mattei del petrolio risvegliasse finalmente i siciliani. Ed ecco nelle <i>Citt\u00e0 del mondo<\/i> i contadini a cavallo che convergono al centro della Sicilia. Ma la realt\u00e0 ha infranto la sua mitizzazione. Gli esiti li abbiamo visti. Gela, Augusta, Priolo, obbrobriosi e nefasti. Ecco cosa ne \u00e8 stato dell\u2019industrializzazione della Sicilia. Ci fu una polemica tra Sciascia e un giornalista dell\u2019Avanti: Sciascia, che scriveva su L\u2019Ora, aveva cominciato ad avanzare dubbi sull\u2019industrializzazione e il giornalista gli contest\u00f2 la mancanza di ottimismo concludendo &#8220;Benedetti letterati&#8221;. E Sciascia rispose: &#8220;Adesso si vede che anche loro, i socialisti, hanno la facolt\u00e0 di benedire, come i democristiani&#8221;. Vittorini avrebbe voluto che la Sicilia uscisse dalla condizione di inferiorit\u00e0 e di soggezione incamminandosi verso un mondo di progresso. Non credeva nei dialetti individuali ma nella commistione delle lingue, ma non sapeva che gli immigrati siciliani a Torino la sera uscivano per imparare il piemontese e mimetizzarsi.<\/div>\n<div><b>Se lo sguardo di Vittorini \u00e8 utopico, il suo \u00e8 nella trilogia certamente molto amaro.\u00a0<\/b><\/div>\n<div>Ero pi\u00f9 avveduto e avevo gli strumenti per esserlo. Avevo constatato la realt\u00e0 qual era. Io mi direi, ricordando Eco, un apocalittico realista, avendo visto la realt\u00e0 italiana dal dopoguerra ad oggi: una continua deriva verso i valori pi\u00f9 bassi di un mondo che non accetto sotto nessun punto di vista.<\/div>\n<div><b>A proposito ancora di Vittorini e delle sue \u201cdue tensioni\u201d: viene prima la politica o la cultura? Una volta lei ha detto che \u00e8 la politica a dominare la societ\u00e0, non la cultura.<\/b><\/div>\n<div>Credo che sia cos\u00ec. Almeno immediatamente, perch\u00e9 nei tempi lunghi forse \u00e8 la cultura ad avere pi\u00f9 forza. In anni precedenti al Sessantotto, all\u2019universit\u00e0 di Napoli, durante l\u2019inaugurazione dell\u2019anno accademico, uno studente fece un intervento di tipo politico e Giovanni Leone, che sarebbe diventato presidente della repubblica, disse: \u201cQui non si fa politica, ma cultura\u201d. Intervenne con un articolo Vittorini scrivendo che la cultura \u00e8 politica. Voleva dire che la cultura non \u00e8 mai staccata dalla politica perch\u00e9 riguarda il contesto sociale in cui viviamo, dove cerchiamo di difendere i principi fondamentali della nostra convivenza civile. La politica influenza la societ\u00e0 e la societ\u00e0 crea a sua volta la cultura. Sta a quella categoria della societ\u00e0 formata dagli intellettuali di essere attenti osservatori e di essere critici nei confronti della politica e della societ\u00e0. Sempre. Io dico che anche in una ipotetica societ\u00e0 perfetta l\u2019intellettuale deve stare all\u2019opposizione. Ho creato una metafora sulla posizione critica dell\u2019intellettuale: solo il re non pu\u00f2 non avere critici perch\u00e9 sarebbe critico di se stesso. Ma appena si tratta di un vicer\u00e8 si ha il dovere della critica e, come dice Bachtin, bisogna avere una visione utopica della societ\u00e0.<\/div>\n<div><b>Ma la politica non \u00e8 specchio della societa, per cui non si pu\u00f2 avere una classe politica migliore, o peggiore, della societ\u00e0 che la esprime?<\/b><\/div>\n<div>E\u2019 vero, ogni societ\u00e0 esprime la sua classe politica. Ma la storia ci dice che ci sono state \u00e9lites che hanno indicato la via alla societ\u00e0. Pensi alla Rivoluzione francese, nata dagli ideali illuministici che hanno guidato i rivoluzionari. La cultura richiede tempi lunghi e lenti. Pensiamo all\u2019influenza che pu\u00f2 avere avuto la grande letteratura ottocentesca e settecentesca e ai cambiamenti che nei tempi lunghi ha portato, al di l\u00e0 di quella che Barthes chiama \u201cla scrittura d\u2019intervento\u201d: di uno Zola per esempio che occupandosi dell\u2019affaire Dreyfus smette di fare lo scrittore e interviene sui giornali.<\/div>\n<div><b>La cultura \u00e8 migliore della societ\u00e0 che interpreta?<\/b><\/div>\n<div>Senz\u2019altro s\u00ec. Ma non dobbiamo pensare solo a una cultura alta. C\u2019\u00e8 anche una cultura popolare altrettanto degna. Anzi, dalla convergenza di queste due culture si ha il movimento delle masse. Stiamo insomma a dare ragione a Gramsci.<\/div>\n<div><b>Lei ha detto che non si deve usare il linguaggio del potere perch\u00e9 significa contaminarsi ed essere complici.<\/b><\/div>\n<div>Parliamo in questo caso di linguaggio d\u2019invenzione. Siccome l\u2019intellettuale dev\u2019essere critico, non riesco a immaginare un artista che non sia intellettuale nel mondo attuale. Prima le due funzioni si potevano scindere, oggi non pi\u00f9. L\u2019intellettuale non pu\u00f2 usare il codice del potere ma un controcodice che sia diverso anche nella forma e nello stile. Oggi la situazione \u00e8 talmente allarmante che adottare la lingua del potere, quella mediatica, berlusconiana per capirci, significa essere collusi. Un controcodice \u00e8 dunque indispensabile, ma non di astrazione come era ipotizzato dalle avanguardie, futurismo o Gruppo 63, ma un controcodice della memoria, perch\u00e9 letteratura \u00e8 memoria: per cui occorre conservare le radici profonde della memoria linguistica e cercare di immetterla nel codice di espressione perch\u00e9 il potere non fa che cancellare la memoria. E parlo anche di memoria linguistica.<\/div>\n<div><b>Pu\u00f2 rientrare in una logica no global l\u2019adozione della lingua dialettale contro la mondializzazione dell\u2019inglese? Anche il dialetto pu\u00f2 essere un controcodice?<\/b><\/div>\n<div>Bisogna stare attenti all\u2019accezione della dialettalit\u00e0 che molto spesso \u00e8 un codice regressivo e ristretto, affidato pi\u00f9 che alla articolazione del pensiero alla microgestualit\u00e0 e alla corruzione della parola nazionale. Invece il cammino deve svolgersi al contrario: vedere da dove sorgono le parole dialettali, da dove vengono e perch\u00e9 sono state usate nel passato, per cercare di immetterle nella scrittura espressiva. E chiamo \u201cespressiva\u201d la scrittura non \u201ccomunicativa\u201d, che \u00e8 propria del codice centrale della linea manzoniana, illuministico-razionalistico. Per quanto mi riguarda la lingua comunicativa \u00e8 impensabile. Si pu\u00f2 usare solo un controcodice che conduca nella zona dell\u2019espressione, dove \u00e8 possibile la riesumazione delle parole, come anche dei suoni, per non farle espellere. Sono gli anglismi imperanti a distruggere il nostro patrimonio linguistico, che ci viene dalla storia, e a determinare una cancellazione di identit\u00e0.<\/div>\n<div><b>Nell\u2019uso di questo controcodice possono essere compresi, quanto alla Sicilia, autori che vanno da Meli, Tempio, Buttitta fino a D\u2019Arrigo e a lei stesso?<\/b><\/div>\n<div>Lei fa nomi di autori, Meli, Buttitta, che hanno usato il dialetto in un momento in cui esistevano i contesti dialettali. Oggi il contesto dialettale non esiste pi\u00f9 mentre ha preso piede una ricerca neodialettale da parte di autori consapevoli dell\u2019assenza di un pubblico dialettale e che usano il dialetto come una lingua altra. In poesia soprattutto, che \u00e8 espressivit\u00e0 massima, usare il codice comunicativo diventa impossibile. Lo chiamiamo neodialettale perch\u00e9 \u00e8 come se scrivessero in latino. C\u2019\u00e8 un poeta napoletano, Sovente, che scrive infatti in partenopeo e in latino.<\/div>\n<div><b>Se il dialetto regredisce, l\u2019italiano \u00e8 per\u00f2 sempre pi\u00f9 fragile, come ha detto una volta lei. Allora il futuro del nostro linguaggio espressivo qual \u00e8?<\/b><\/div>\n<div>Il destino della nostra lingua nazionale \u00e8 davvero segnato. Pasolini gi\u00e0 nel \u201864 parlava di nascita di una nuova lingua italiana. Oggi in televisione assistiamo a un\u2019invasione di linguaggi altri del potere e della rivoluzione tecnologica. Ceronetti scrisse un articolo tempo fa calcolando che il dieci per cento di parole sono italiane contro il novanta per cento di americanismi. Ma la letteratura \u00e8 un\u2019altra cosa. E\u2019 di per s\u00e9 il controcodice del linguaggio espressivo. E non pu\u00f2 cancellare se stessa.<\/div>\n<div><b>Ma questo controcodice \u00e8 anche un contropotere uguale e contrario?<\/b><\/div>\n<div>Sicuramente s\u00ec. E ancora una volta, per ripetere Vittorini, lo stile \u00e8 politica.<\/div>\n<div><b>Il problema per\u00f2 \u00e8 di fare corrispondere le parole alle cose. E gi\u00e0 Foucault diceva che si \u00e8 creato un diaframma.<\/b><\/div>\n<div>La parola deve sempre corrispondere alla cosa, altrimenti \u00e8 astrazione, avanguardia. Altro discorso \u00e8 il linguaggio estetico. Pensi a un Bufalino che diceva di usare il registro alto come lingua di bellezza: ma nel suo caso la forma non coincide con il contenuto e le parole non riflettono le cose ma una concezione elitaria di cultura separata dalla societ\u00e0.<\/div>\n<div><b>Anche Piccolo fu molto ornato.<\/b><\/div>\n<div>Una scrittura anche quella assolutamente alta, \u00e8 vero, ma in un campo che \u00e8 quello poetico dove \u00e8 consentita, al pari della scrittura neodialettale di oggi.<\/div>\n<div><b>Per avere una stretta corrispondenza tra forma e contenuto, parole e cose, che tipo di linguaggio occorre dunque adottare?<\/b><\/div>\n<div>Solido, filologicamente giustificato. Dobbiamo sapere perch\u00e9 adoperiamo certe parole, da dove vengono, e come le riceviamo in un periodo e in una frase, quale realt\u00e0 riflettono insomma.<\/div>\n<div><b>A chi pensa?<\/b><\/div>\n<div>Penso a tutta la linea sperimentale che parte da Verga, col rovesciamento del codice manzoniano, quello che Pasolini chiam\u00f2 \u201cl\u2019italiano irradiato di dialettalit\u00e0\u201d. Poi ci sono tecniche e maniere diverse, sicch\u00e9 abbiamo i Gadda, i Landolfi, i D\u2019Arrigo e via gli altri. Una linea sperimentale parallela a quella illuministica. Lo ripeto fino alla noia: mi sono sempre chiesto perch\u00e9 gli scrittori della passata generazione, con uno scarto di dieci o quindici anni rispetto a me, che hanno vissuto l\u2019esperienza della guerra e del fascismo &#8211; Moravia, Calvino, Sciascia &#8211; avessero scelto la linea comunicativa; e mi sono detto che il loro codice fosse manzonianamente quello della speranza, perch\u00e9 pensavano che, finita la guerra ed entrati in un contesto democratico, si sarebbe avuta una societ\u00e0 nella quale comunicare. Ma questa speranza \u00e8 poi caduta e oggi non \u00e8 pi\u00f9 possibile usare un codice comunicativo.<\/div>\n<div><b>Pasolini poneva l\u2019equivalenza tra linguaggio e potere nel senso che il potere cerca sempre di fare proprio il linguaggio. Ma quando parliamo di potere di cosa parliamo?<\/b><\/div>\n<div>Parliamo di un potere che non rispetta i principi fondamentali e la dignit\u00e0 dell\u2019uomo, che crea le differenze tra chi ha e chi no, che opprime idee politiche: a questo potere si riferiva Pasolini, che nella sua analisi della lingua italiana riportava una frase di Aldo Moro (che pure era per lui il meno implicato nei guasti del nostro Paese) pronunciata nel discorso per l\u2019inaugurazione dell\u2019autostrada del sole, una frase indicata come esempio di \u201cpolitichese\u201d. Oggi il nostro linguaggio non \u00e8 quello di Moro, ma \u00e8 pi\u00f9 doroteo e miserabile, pi\u00f9 politichese, pi\u00f9 squallido, \u00e8 il linguaggio dei media, poi trasferito nella politica, lo slogan impositivo, che \u00e8 una forma di violenza fatta con il bombardamento di messaggi pubblicitari. Lo slogan \u00e8 la distruzione della lingua, \u00e8 il linguaggio della menzogna e dell\u2019impostura. Cos\u00ec \u00e8 nella politica. Guardiamo i dibattiti trelevisivi o ascoltiamo i cosiddetti portavoce: parlano tutti per slogan.<\/div>\n<div><b>Sono gli effetti ultimi del postmoderno. Per\u00f2 Verga forse fu un antesignano, perch\u00e9, come ha notato lei in <i>Di qua dal faro<\/i>, ha smesso di scrivere per continuare con la macchina fotografica a parlare dei \u201cvinti\u201d. Cambi\u00f2 linguaggio ma non argomento.<\/b><\/div>\n<div>Fu una scoperta sconvolgente quella delle sue foto. A Parigi vidi una mostra di foto di Zola, in confronto alle quali le foto di Verga si distinguono per la rappresentazione verista della realt\u00e0 rurale anzich\u00e9 della borghesia colta persino nei suoi sudori. Ma non mi spingo a dire che sia stato questo il motivo della rinuncia a completare il ciclo dei \u201cvinti\u201d. Come lui stesso disse a Guglielmino, non sapeva parlare il linguaggio della nobilt\u00e0. Piccolo mi raccontava che mand\u00f2 De Roberto a una festa palermitana di aristocratici perch\u00e9 li osservasse e li sentisse parlare. E De Roberto ci and\u00f2 standosene in un cantuccio tutto ingrugnito tanto che gli ospiti gli passavano davanti e dicevano: \u201cChe vuole questo? Ma chi \u00e8?\u201d.<\/div>\n<div><b>L\u2019esperienza di Verga, non riuscito a usare il linguaggio dell\u2019alta societ\u00e0, non dimostra l\u2019impossibilit\u00e0 di usare un controcodice, se la sua opera si vede nel segno di una proposizione della questione meridionale e dunque di un discorso sul potere?<\/b><\/div>\n<div>Quello che non \u00e8 riuscito a Verga \u00e8 per\u00f2 riuscito a De Roberto. Con esiti diversi, \u00e8 vero; ma ha usato un linguaggio borghese preoccupandosi per\u00f2 pi\u00f9 del contenuto che della forma. De Roberto non aveva l\u2019assillo stilistico che ossessionava invece Verga. Credo che Verga finisca con la morte di mastro don Gesualdo dileggiato dai camerieri della figlia nel palazzo di Palermo.<\/div>\n<div><b>Una volta, fino agli anni Settanta, era impossibile fare politica senza la cultura mentre oggi \u00e8 impossibile fare cultura senza la politica. Mentre una volta la politica doveva tenere conto dei <i>maitres \u00e0 penser<\/i>, oggi bisogna rivolgersi al principe per qualsiasi iniziativa culturale.<\/b><\/div>\n<div>Oggi la politica pu\u00f2 fare a meno della cultura perch\u00e9 non \u00e8 pi\u00f9 ragionamento e persuasione, ma imposizione di messaggi propagandistici, per cui non le servono gli intellettuali. Galli Della Loggia equivoca quando parla di egemonia della sinistra. Il contesto era diverso, la politica era diversa: era naturale che un intellettuale operasse ideologicamente. Nella destra gli esempi di scrittori che hanno teorizzato la supremazia di una classe sulle altre sono stati pochi, mentre gli scrittori di sinistra hanno sostenuto a fondo principi di uguaglianza sociale e solidariet\u00e0 umana.<\/div>\n<div><b>Ma si pu\u00f2 parlare oggi di etica della politica?<\/b><\/div>\n<div>In questo governo di centrodestra si \u00e8 avuto un caso di divergenza interna quando Buttiglione, un signore di matrice cattolica, ha preso posizione a favore di quelli che chiamiamo \u201cclandestini\u201d perch\u00e9 ha visto che l\u2019atteggiamento xenofobo \u00e8 anticristiano, disumano e incivile. Ci sono evidentemente dei limiti nella coscienza politica che non possono essere travalicati. Non si possono ignorare questi disgraziati che arrivano da noi. C\u2019\u00e8 una soglia di decenza e di rispetto dell\u2019umanit\u00e0 che soltanto il fascismo e il nazismo hanno potuto varcare.<\/div>\n<div><b>Lei oggi interviene perlopi\u00f9 sulla stampa di sinistra, mentre Pasolini e Sciascia preferivano pronunciarsi su giornali che non fossero organi di partito. Eppure lei \u00e8 riconosciuto come il loro legittimo successore.<\/b><\/div>\n<div>E\u2019 cambiato il contesto. Quando Ottone chiama al Corriere della sera Pasolini \u00e8 mosso da intenti anche commerciali, ma soprattutto dall\u2019interesse ad allargare l\u2019orizzonte. Oggi i giochi sono pi\u00f9 radicali. L\u2019unica testata dove mi pare di potermi esprimere liberamente \u00e8 l\u2019Unit\u00e0, anche se poi la critico per certa carenza di gusto e di cultura.<\/div>\n<div><b>Allora era pi\u00f9 facile farsi spazio per un intellettuale?<\/b><\/div>\n<div>C\u2019era pi\u00f9 tolleranza. In realt\u00e0 serviva un Pasolini che sul Corriere facesse il processo al Palazzo. Forse agiva anche una intenzione di civilt\u00e0 nel senso di accogliere anche il dissenso. Oggi si \u00e8 tutto polarizzato.<\/div>\n<div><b>Ma non pu\u00f2 essere stata un\u2019operazione della borghesia? Accetta nei propri giornali Pasolini e Sciascia, come le grandi manifestazioni studentesche, per farne un fatto di moda, per volgere la protesta in costume. Oggi Pasolini appartiene infatti anche al costume.<\/b><\/div>\n<div>Colpa dei cattivi lettori. Solo loro possono ridurre l\u2019incidenza di un Moravia, di un Calvino, a un fatto di costume. Pasolini \u00e8 rimasto noto per la sua omosessualit\u00e0 e Sciascia, dal canto suo, \u00e8 stato inchiodato a due slogan male interpretati: \u201cN\u00e9 con lo Stato n\u00e9 con le Br\u201d e \u201cI professionisti dell\u2019antimafia\u201d. Un\u2019intera articolazione di pensiero svilita dal cattivo lettore, che molto spesso \u00e8 lo stesso intellettuale.<\/div>\n<div><b>Lei parla di cattivi lettori, ma non si pu\u00f2 pensare anche a una orditura del potere?<\/b><\/div>\n<div>Certo. Il capitalismo \u00e8 cinico. Gli servivano questi intellettuali che facessero il controcoro. Ma io salvo l\u2019assoluta buona fede di uno come Ottone o di un altro direttore quale fu Benedetti a La Stampa. Quando cominciai a scrivere sul suo giornale perch\u00e9 Sciascia mi segnal\u00f2, Benedetti lo ringrazi\u00f2. Era gente di grande onest\u00e0 intellettuale e poteva dunque aprire a intellettuali come Pasolini.<\/div>\n<div><b>Ma i giornali fanno parte della sfera della politica o di quella della cultura?<\/b><\/div>\n<div>Dipende dalla propriet\u00e0. Quando Spadolini lasci\u00f2 il Corriere della sera, partecipando a un convegno di giornalisti disse: \u201cMi hanno cacciato come un valletto\u201d. E qualcuno dalla platea grid\u00f2: \u201cTi sta bene\u201d.<\/div>\n<div><b>Vittorini non credeva nel dialetto. Lo reputava un precipitato della classe contadina.\u00a0<\/b><\/div>\n<div>Lo disse nel commento a <i>I giorni della fera<\/i>\u00a0di D\u2019Arrigo. Disse di non avere pazienza per i dialetti meridionali. Aveva le sue mitologie. Mitizzando l\u2019industraiale del nord del tipo di Olivetti, pensava che l\u2019industria settentrionale fosse una cifra di progresso e che nei confronti della storia l\u2019operaio prendesse coscienza del suo lavoro come elemento del ciclo di produzione. Non accettava i dialetti ma vedeva il progresso in quello piemontese. Diceva che sarebbe stato interessante creare un incrocio tra i dialetti e fare nuove koin\u00e8. \u00c8 avvenuto invece che gli operai meridionali che arrivavano a Torino quando la sera uscivano dalla fabbrica andavano a scuola di dialetto piemontese per non apparire terroni e mimetizzarsi. Poi \u00e8 passato il rullo compressore della lingua televisiva che ha distrutto tutte le koin\u00e8 che Vittorini aveva immaginato.<\/div>\n<div><b>Vagheggiava una sicilia lombarda e si mostrava un antiverghiano fino alla bestemmia.<\/b><\/div>\n<div>Generosamente pensava a una Sicilia migliore. Aveva lasciato l\u2019immobilismo verghiano e pensava a un risveglio. Mi raccontava Vito Camerano (che con un altro catanese, Pippo Grasso, era andato da Vittorini con un manoscritto per poi essere invece reclutati entrambi come collaboratori) che nel viaggio in Sicilia per l\u2019edizione illustrata di<i>Conversazione in Sicilia<\/i>, arrivati ad Aidone Vittorini, accompagnato anche da giovani amici quali Giovanni Pirelli e Giancarlo De Carlo, disse ispirato: \u201cAdesso vedrete persone alte, bionde, con gli occhi azzurri\u201d. Ed entrati in paese trovarono vecchietti piccoli e curvi. Vittorini pensava di vedere Gran Lombardi dappertutto in Sicilia.<\/div>\n<div><b>L\u2019idea era di sprovincializzare l\u2019isola. Un tentativo fallito. Oggi si \u00e8 realizzato il sogno di Vittorini di una Sicilia non pi\u00f9 provincia?<\/b><\/div>\n<div>La sprovincializzazione non si \u00e8 avuta dal basso, per maturazione ideologica, ma dall\u2019alto, per imposizione del processo di omologazione che ha azzerato tutte le diversit\u00e0 e le individualit\u00e0. Guardiamo le nostre coste: la sera si passa da un concerto di musica a un altro, in un misto di chiasso, di macchine, di confusione. La riviera adriatica non \u00e8 in nulla diversa dalla nostra riviera tirrenica.<\/div>\n<div><b>Vede tutto ci\u00f2 in senso negativo?<\/b><\/div>\n<div>Se tutto diventa alienazione e carnevalata s\u00ec. La Sicilia \u00e8 entrata finalmente a far parte dell\u2019Italia ma nel senso peggiore.<\/div>\n<div><b>Quella smania di cui parlava a met\u00e0 degli anni \u201990, quando non sapeva quale fosse l\u2019astratto furore che la portava ogni volta in giro per la Sicilia a cercare i lati pi\u00f9 autentici, continua ad agitarla?\u00a0<\/b><\/div>\n<div>Non mi pare che ci siano pi\u00f9 aspetti autentici. Gli unici li trovo nella memoria dei luoghi, nelle architetture, ma nel paesaggio umano e ambientale vedo una devastazione sconfortevole. Leggevo del tentativo di saccheggiare addirittura il golfo di Scopello, uno dei luoghi pi\u00f9 belli della Sicilia.<\/div>\n<div><b>Per\u00f2, rispetto agli Sessanta, gli anni dei sacchi in serie delle citt\u00e0, oggi si registra una maggiore sensibilit\u00e0 verso per esempio i centri storici.<\/b><\/div>\n<div>Non \u00e8 sensibilit\u00e0, ma furia del rinnovamento, causa della nascita caotica e sconsiderata dell\u2019architettura democristiana come la chiamava Pasolini. C\u2019\u00e8 anche una maggiore malizia nell\u2019eludere le leggi. Condono edilizio in questo Paese cattolico \u00e8 sinonimo di assoluzione. Non vale pi\u00f9 pi\u00f9 l\u2019esigenza della prima casa, come un tempo, quando si trattava di uscire dai tuguri, ma invale il desiderio della seconda o terza casa.<\/div>\n<div><b>Questo suo atteggiamento non rischia agli occhi dei giovani di risultare passatista?<\/b><\/div>\n<div>Le nuove generazioni non hanno consapevolezza. Il loro paesaggio \u00e8 questo che vedono. Sono nati in questo contesto e vedono come reazionari chi parla loro di altri contesti sociali. Oggi un ragazzo tende a rifiutare, e parlarne in termini di anticaglia, anche ci\u00f2 che appartiene solo a un anno fa. Pensi ai prodotti commerciali o all\u2019abbigliamento, subito vecchi per colpa della pubblicit\u00e0 che propone continue versioni.<\/div>\n<div><b>Percorrendo la Sicilia, trova l\u2019isola che ha lasciato un po\u2019 georgica ed elegiaca?<\/b><\/div>\n<div>Non esiste pi\u00f9. L\u2019Itaca che cerco \u00e8 stata cancellata. Ma non voglio essere pessimista: ci sono realt\u00e0 che ammiro. Anche in Sicilia c\u2019\u00e8 un\u2019umanit\u00e0 che ignoriamo: quelli che dedicano la loro vita ad aiutare gli altri. Guardi la Caritas di Lampedusa, alcuni preti palermitani di frontiera che ospitano dieseredati, i volontari dell\u2019Unitalsi: un\u2019umanit\u00e0 transnazionale fuori dalla politica e dalla religione.<\/div>\n<div><b>Sciascia teorizzava l\u2019equipollenza di chiesa e partito e diceva che chiesa cattolica e Pci fossero due chiese altrettanto potenti. Oggi chiesa e partito che forza hanno?<\/b><\/div>\n<div>Oggi la chiesa come la intendevamo una volta, quella clericale, non ha pi\u00f9 potere. I tempi del cardinale Ruffini sono finiti. Oggi c\u2019\u00e8 una chiesa nuova, nefasta, la chiesa-mafia, responsabile dei danni di questa nostra isola disgraziata. Il potere di partito \u00e8 assolutamente mafioso, politico-mafioso. Lo dice la magistratura e lo dicono le inchieste in corso.<\/div>\n<div><b>E dire che ci sono meno croci per le strade e che il peso della mafia non \u00e8 quello che si vedeva una volta.<\/b><\/div>\n<div>Vuol dire che non la mafia non ha bisogno di ammazzare. Vuol dire che prospera.<\/div>\n<div><b>Ma non ci sono pi\u00f9 neppure i veleni di una volta.<\/b><\/div>\n<div>E\u2019 la pax mafiosa. La speranza che ho \u00e8 la magistratura. Sono persone che lavorano in prima linea e conducono una battaglia di civilt\u00e0.<\/div>\n<div><b>Fino a che punto non le piace questa Italia?<\/b><\/div>\n<div>E\u2019 inaccettabile sotto tutti i punti di vista. E\u2019 un\u2019Italia impresentabile nel contesto civile, a volte anche vergognosa. Pensi a tutte le leggi approvate, sia regionali che nazionali. Credevamo che con la fine della Dc e del Psi, caduti per corruzione inetna, potesse cominciare una nuova storia e invece \u00e8 accaduto ancora di peggio.<\/div>\n<div><b>Ma questo governo non \u00e8 stato forse eletto democraticamente, con tutti i crismi che si richiedono a un governo parlamentare?<\/b><\/div>\n<div>Non ci sono stati brogli elettorali. Me li sarei augurati, come \u00e8 successo di fare a Bush. E invece \u00e8 stato il popolo italiano a volerlo, un popolo immaturo, ignorante e ancora oggi sempre pi\u00f9 regredito e imbecille. Io lo chiamo \u201ctelestupefatto\u201d. Spero solo che questa situazione sia in scadenza e che si esca presto da questo abbaglio.<\/div>\n<div><b>Gli abbaglianti non sono quelli accesi anche dagli intellettuali?<\/b><\/div>\n<div>La gente, la massa, guarda la televisione e non legge n\u00e9 i giornali n\u00e9 i libri. E la televisione, quale che sia il nome, \u00e8 tutta in mano a Berlusconi.<\/div>\n<div><b>Rimpiange forse l\u2019Italia passata, quando la povert\u00e0 era una condizione di vita?<\/b><\/div>\n<div>\n<p>Ho visto cosa sono state le lotte contadine in Sicilia e so cos\u2019\u00e8 la povert\u00e0. L\u2019arretratezza era tanta, ma si sperava in un progresso e non in uno sviluppo caotico e selvaggio, un progresso di civilt\u00e0. Invece ecco questo consumismo folle e terribile. Ci sono Paesi come la Francia e la Spagna che sono diversi. Non c\u2019\u00e8 l\u2019idiozia che c\u2019\u00e8 da noi, non ci sono tanti telefonini, non c\u2019\u00e8 il modo di fare stupido e volgare che abbiamo noi. Da Milano a Catania \u00e8 dappertutto uguale. Appena metti il naso fuori di casa ti accorgi dell\u2019individualismo sfrenato che ci rende succubi. Sappiamo solo declinare la prima persona singolare. E mitizzando la ricchezza a ogni costo perdiamo l\u2019etica, perdiamo la moralit\u00e0.<\/p>\n<p>da<br \/>\ngianniboninablogspot<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>mercoled\u00ec 27 settembre 2006 Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti Gianni Bonina I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realt\u00e0 e da un punto di vista. Poi prendono una via che pu\u00f2 arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E\u2019 il caso di &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=738\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Vincenzo Consolo: le mie passioni e i tormenti<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[2,3],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/738"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=738"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/738\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":742,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/738\/revisions\/742"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=738"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=738"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=738"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}