{"id":4071,"date":"1995-04-03T18:59:00","date_gmt":"1995-04-03T18:59:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4071"},"modified":"2026-10-18T19:18:24","modified_gmt":"2026-10-18T19:18:24","slug":"epigrafi-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4071","title":{"rendered":"Epigrafi, Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p>Nome dell&#8217;autore, titolo, dedica, introduzione, prefazione, postfazione, nota, epigrafe, e molt&#8217;altro, sono i \u00abdintorni\u00bb, pi\u00f9 o meno prossimi, del testo letterario, sono quel paratesto che G\u00e9rard Genette chiama Soglie e che nell&#8217;omonimo saggio ampiamente analizza. Le soglie, le cornici, autografe o allografe, che avvolgono o vestono la nudit\u00e0 del testo, sono state, secondo le epoche e le mode, pi\u00f9 o meno ampie, ricche, qualche volta ampollose. Si pensi a titoli e sottotitoli lunghi, complessi, di opere per esempio che sinteticamente chiamiamo Robinson Crusoe o David Copperfield, si pensi alle dediche o alle lettere dedicatorie, esterne o interne al testo, che partono almeno da quella indirizzata a Mecenate nelle Georgiche e vanno fino a quelle per altri illustri mecenati come Ippolito e Alfonso d&#8217;Este, rispettivamente nell&#8217;Orlando e nella Gerusalemme, come il duca di B\u00e9jar nel Don Chisciotte, vanno fino alla breve \u00abPer Ezra Pound &#8211; il miglior fabbro\u00bb ne La terra desolata, all&#8217;ermetica \u00aba I.B.\u00bb ne Le occasioni; arrivano, le dediche, rare e significative, necessitate dal testo (non teniamo in conto quelle esortative e spesso patetiche apposte in molti libri d&#8217;oggi) fin nelle opere di due scrittori \u00abilluministi\u00bb, scarni e severi come Calvino e Sciascia: in Calvino compare una dedica ne Il sentiero dei nidi di ragno e in Se una notte d&#8217;inverno un viaggiatore; in Sciascia, soltanto in Occhio di capra, avendo diversa collocazione e diverso senso altre due, incorporate rispettivamente nella nota finale della Morte dell&#8217;inquisitore e nel titolo della Recitazione della controversia liparitana. Rimanendo sulle soglie, al paratesto dell&#8217;opera di questi due scrittori, ultimi grandi testimoni e cronisti d&#8217;una fine, vicini nelle origini, nel terreno di coltura o cultura (la Firenze rinascimentale, il centro della lingua attica, della scrittura laica e limpida, della civile comunicazione, la Toscana rondista di Cecchi, Barilli, Savinio, l&#8217;acqua lustrale dell&#8217;Arno del Manzoni che, attraverso la Lombardia dei Verri e del Beccaria, portava oltralpe, alla Francia dei Lumi, alla lingua unica, geometrica ch&#8217;era espressione d&#8217;una formata e consolidata societ\u00e0), vicini nelle origini dicevamo, i due autori, ma divergenti, lontani negli esiti, colpisce nell&#8217;opera di Calvino l&#8217;assenza assoluta di epigrafi e l&#8217;alta frequenza di esse, al contrario, in quella di Sciascia. Perch\u00e9?, ci chiediamo. Avanziamo allora l&#8217;ipotesi che in Calvino rimane costante, disperatamente salda, in un luogo e in un tempo in cui ateismi oppressivi e devastanti stanno per bandirla, la fede nell&#8217;affabulazione, nel racconto, nel suo assoluto valore, unico strumento di percezione e conoscenza del mondo, di lotta contro la malinconia, l&#8217;impietrimento, e da questa fede ne viene il suo continuo cercare &#8211; sapiente, sagace, infaticabile \u00abcastoro della penna\u00bb, come lo chiam\u00f2 Pavese, onnivoro e felice organismo metabolico &#8211; nuovi sentieri, nuove piste, nuovi territori. In lui dunque ogni memoria letteraria, ogni citazione \u00e8 messa en ab\u00eeme, \u00e8 dissolta e occultata nel testo. Sciascia, meno chierico, pi\u00f9 laico, a causa di un retroterra &#8211; quello siciliano, che si fa paradigma, nucleo metaforico &#8211; di pi\u00f9 drammatica storia, di pi\u00f9 atroce realt\u00e0, perde man mano fede nell&#8217;affabulazione, perde speranza in una possibile sopravvivenza e incidenza del racconto e, dopo aver rovesciato e quindi distrutto un modulo narrativo collaudato e funzionale quale il romanzo poliziesco, arriva a spostare il testo nel paratesto, mutare il racconto in parodia, in saggi-smo, spingerlo verso le soglie, verso la citazione, la rimemo-razione della letteratura, la grande letteratura d&#8217;altri tempi e d&#8217;altri contesti, cielo di verit\u00e0 sopra un mondo contro una storia di menzogna e di sconfitta, di offesa all&#8217;uomo. \u00abAmbroise: Pratichi costantemente la riscrittura, la parodia, l&#8217;arte della citazione vera o falsa. Che senso dai a questo tipo di operazione che implica un rapporto singolare, con il proprio testo: non tuo eppure tuo lo stesso, forse tuo nel suo non esserlo?\u00bb \u00abSciascia: Non \u00e8 pi\u00f9 possibile scrivere: si riscrive. E in questo operare &#8211; pi\u00f9 o meno consapevolmente &#8211; si va da un riscrivere che attinge allo scrivere (Borges) a un maldestro e a volte ignobile riscrivere. Del riscrivere io ho fatto, per cos\u00ec dire, la mia poetica: un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere. Tutto pagato\u00bb. Cosi nelle 14 domande a Leonardo Sciascia, in apertura del primo volume delle Opere dei Classici Bompiani. \u00abUn consapevole, aperto\u00bb riscrivere, dice Sciascia. E l&#8217;apertura pi\u00f9 ampia, pi\u00f9 costante &#8211; da Le favole della dittatura fino A futura memoria &#8211; \u00e8 sulle soglie, nell&#8217;epigrafe, chiave d&#8217;apertura del testo, epicitazione d&#8217;ogni altra cita-zione, lume, filo d&#8217;Arianna, ramo d&#8217;oro per percorrere i meandri dell&#8217;oscurit\u00e0 della realt\u00e0 rappresentata, per uscire dal labirinto dell&#8217;inganno e dello smarrimento. Le epigrafi. Le epigrafi delle opere di Sciascia: queste antologizza, legge, interpreta, \u00abillustra\u00bb qui Pino Di Silvestro. Cos&#8217;\u00e8 l&#8217;epigrafe? Cos\u00ec il sunnominato Genette: \u00abDefinir\u00f2 approssimativamente l&#8217;epigrafe come una citazione posta &#8220;in esergo&#8221; &#8220;, in genere all&#8217;inizio dell&#8217;opera o parte dell&#8217;opera; &#8220;in esergo&#8221; significa letteralmente fuori dall&#8217;opera, il che forse \u00e8 un po&#8217; esagerato: l&#8217;esergo consiste piuttosto, in questo caso, in un confine dell&#8217;opera, in genere molto vicino al testo&#8230;\u00bb In Sciascia l&#8217;epigrafe, come il titolo, come l&#8217;illustrazione in copertina &#8211; sempre dallo scrittore scelta e indicata all&#8217;editore -, come la dedica, come ogni altro elemento del paratesto, \u00e8 quando di pi\u00f9 vicino, di pi\u00f9 connaturato al testo ci sia. La sua epigrafe \u00e8 sempre di un autore scelto per ammirazione e immedesimazione, \u00e8 brano, frase d&#8217;un&#8217; opera sotto la cui luce bisogna porre il testo che ci accingiamo a leggere (epigrafati sono di volta in volta Orwell, Poe, Shakespeare, Montaigne, Courier, Pascal, Casanova, Brancati, Borgese, Borges, Canetti, D\u00fcrrenmatt, Bernanos&#8230;; ma \u00e8 anche voce di dizionario, spezzone di documento storico, ed \u00e8 inoltre frase d&#8217;ironico contrasto assunta per disarmo, per malinconico giudizio, come quella di Palazzeschi apposta a 1912 + 1 o quell&#8217;ineffabile \u00abO Rousseau!\u00bb di Anonimo al Contesto: anonimia fin troppo scoperta, esclamativamente indicativa). Epigrafatari, destinatari di questo prezioso testo fuori te-sto, \u00abcomposto\u00bb e proposto dall&#8217;Epigrafatore, sono i lettori, siamo noi. Destinatario \u00e8, nel caso di cui vogliamo qui discorrere, Pino Di Silvestro, lettore privilegiato per l&#8217;apassionata, straordinaria capacit\u00e0 ch&#8217;egli possiede di percorrere il \u00abtesto\u00bb sciasciano, di riassumerlo e assumerlo nell&#8217;epigrafe, di stendere su di esso una sua ulteriore epigrafe, un suo visivo para-testo che \u00e8 il corpo delle acqueforti: il testo vale a dire di questo suo libro. Che \u00e8 quando di pi\u00f9 sciasciano si possa fare, per ammirazione e per immedesimazione, per scrittura, per stile. Amava il disegno, Sciascia, le gravures, acqueforti e punte-secche, che, con il loro segno nero si potevano accostare alla scrittura, erano anzi per lui un&#8217;altra affascinante forma di scrittura, simile allo scrivere che \u00e8 \u00abimprevedibile quanto il vivere\u00bb. In questo segno di Di Silvestro, quasi un \u00abnero su nero\u00bb della realt\u00e0 descritta da Sciascia, il bianco, a rinforzare ed esaltare ancor pi\u00f9 il nero, emerge dal fondo, s&#8217;insinua da maglie di stretti reticoli, sorge da cave occhiaie o vitree lenti, da fori di corpi crivellati, fumoso lampeggia da bocche di armi, lattiginoso piove da globi di lampade, s&#8217;effonde da corpi di donne, balugina in riquadri di porte o grate, s&#8217;espande da una mesta luna che suscita facce di cristallo, squadra tetti, muri di case d&#8217;un villaggio perduto. Il segno sottile, secco di queste acqueforti, le figure espressive o espressioniste creano un mondo in negativo, un universo privo di luce e piet\u00e0. E sono quasi sempre inscritte, figure e scene, in spazi chiusi, tribunali, prigioni, celle, luoghi del potere e della pena, stanze della tortura, dello strazio. \u00c8 uno spazio, questo creato da Di Silvestro, quasi riferito alla pi\u00f9 grande epigrafe di tutta l&#8217;opera di Sciascia, non scritta ma vistosamente implicita, quella di Pirandello: la stanza della tortura pirandelliana declinata sul piano della storia, sul palcoscenico della violenza, della sconfitta. <br><br>(Prefazione di Vincenzo Consolo a Le epigrafi di Leonardo Sciascia di Pino Di Silvestro, Sellerio 1996, ora in Di qua dal Faro, Mondadori 1999).<br><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156-768x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4072\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156-768x1024.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156-225x300.jpg 225w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156-1152x1536.jpg 1152w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/bc810e59-1525-4534-b629-273728322156.jpg 1536w\" sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nome dell&#8217;autore, titolo, dedica, introduzione, prefazione, postfazione, nota, epigrafe, e molt&#8217;altro, sono i \u00abdintorni\u00bb, pi\u00f9 o meno prossimi, del testo letterario, sono quel paratesto che G\u00e9rard Genette chiama Soglie e che nell&#8217;omonimo saggio ampiamente analizza. 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