{"id":4035,"date":"2016-05-12T10:42:00","date_gmt":"2016-05-12T10:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4035"},"modified":"2026-07-12T23:28:59","modified_gmt":"2026-07-12T23:28:59","slug":"vincenzo-consolo-autobiografia-della-lingua-conversazione-con-irene-romera-pintor","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4035","title":{"rendered":"Vincenzo Consolo &#8220;Autobiografia della Lingua&#8221; conversazione con Irene Romera Pintor."},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Irene Romera Pintor <\/strong><br><br><em>Premessa<\/em><br><em> Il privilegio di conoscere per la prima volta Vincenzo Consolo e sua moglie Caterina risale a parecchi anni fa, esattamente luned\u00ec 15 febbraio 1999, quando stavo preparando la &#8220;Lectio Magistralis&#8221; su Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio che dovevo presentare per il concorso all&#8217;Universit\u00e0 di Val\u00e8ncia. Sono rimasta subito affascinata dalla personalit\u00e0 di Vincenzo, dalla calda accoglienza che mi ha riservato a casa sua, a Milano, seguito discretamente dalla donna della sua vita: Caterina. Da allora \u00e8 iniziata una relazione di profonda amicizia. Si sono venuti a creare anche legami che si sono protratti nel tempo, ben oltre la triste scomparsa di Vincenzo, avvenuta il 21 gennaio 2012. La stretta relazione professionale mantenuta con Consolo si \u00e8 realizzata soprattutto nella pubblicazione di alcune sue opere che ho avuto il privilegio di tradurre: Lunaria, Madrid 2003 (Premio Internazionale di Traduzione di Opere Letterarie e Scientifiche 2004) e il racconto &#8220;Filosofiana&#8221; tratto da Le pietre di Pantalica, Madrid (prima edizione 2008, riveduta e ampliata nel 2011). Vincenzo Consolo ci ha onorati con la sua presenza in Spagna nei tre congressi internazionali che ho organizzato presso la mia Universit\u00e0: nell&#8217;ottobre 2005 Lunaria vent&#8217;anni dopo; nell&#8217;ottobre 2006 Vincenzo Consolo: punto de uni\u00f3n entre Sicilia y Espa\u00f1a. Los treinta a\u00f1os de Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio; e, infine, per i festeggiamenti del suo 75\u00b0 compleanno: La pasi\u00f3n por la lengua: Vincenzo Consolo (Homenaje por sus 75 a\u00f1os), nell&#8217;aprile 2008. I contributi scientifici dei tre Congressi sono stati raccolti nelle relative pubblicazioni: tre libri sovvenzionati dalla Generalitat Valenciana (Val\u00e8ncia, 2006, 2007 e 2008). Il testo che segue contiene l&#8217;intervista inedita, ora pubblicata grazie alla gentilezza di Caterina Consolo, in ricordo di Vincenzo. Aprile 2016 <\/em><br><br><strong><em>Conversazione<\/em><\/strong><br> <em>Quanto \u00e8 importante per Lei quello che scrive e quanto come lo scrive?<\/em> <br><br>Non ho mai creduto, non credo ancora, che possa esistere in arte, tanto meno in letteratura, l&#8217;istintualit\u00e0, l&#8217;ingenuit\u00e0 o l&#8217;innocenza. Quando si sceglie di esprimersi attraverso la scrittura, la pittura o la musica, si sceglie di esprimersi attraverso il mondo espressivo. Bisogna avere consapevolezza di come collocarsi, sapere cosa si vuole rappresentare, cosa si vuole dire, sapere quali sono le proprie scelte di campo per contenuti e stile. Per quanto mi riguarda, ho esordito nel &#8217;63, io avevo &#8211; nel &#8217;63 &#8211; trent&#8217;anni. Quindi non ero un fanciullo, ero una persona formata e sapevo cosa avrei dovuto fare, cosa avrei dovuto dire e come dirlo. Per quanto riguarda la scelta dei contenuti, mi interessava esprimere una realt\u00e0 Tu sei storico-sociale. Erano assolutamente lontane da me le istanze di tipo esistenziale o psicologico e pi\u00f9 ancora le istanze di tpo metafisico o spirituali. Come tutti gli scrittori siciliani avevo a che fare con una realt\u00e0 quanto mai difficile, infelice. Era quella la realt\u00e0 che volevo esprimere immettendomi nella tradizione della letteratura siciliana, che ha sempre avuto &#8211; almeno questa \u00e8 la costante da Verga in poi &#8211; lo sguardo rivolto all&#8217;esterno, nel senso che da noi non esiste una letteratura di introspezione psicolo-gica. Tutta la letteratura siciliana \u00e8 con lo sguardo rivolto all&#8217;esterno, alla realt\u00e0 storico-sociale ed \u00e8 una letteratura di tipo realistico con tutte le sue declinazioni. Per quanto riguarda la scelta dello stile ora chiarisco. Sono nato come scrittore, dopo la stagione cosiddetta neo-realistica, dopo gli scrittori che avevano vissuto il periodo del fascismo e il periodo della guerra. Questi scrittori &#8211; parlo di Moravia, Calvino, Sciascia &#8211; avevano uno stile di tipo razionalistico, di assoluta comunicazione: interessava loro esprimere un argomento nel modo pi\u00f9 chiaro, con le dovute differenze di stile, naturalmente. Secondo me questi scrittori avevano adattato questo stile alla maniera illuministica di stile francese. Sciascia e Calvino sono due esempi classici di scrittori di tipo illuministico. C&#8217;\u00e8 da fare un discorso sulla lingua francese, sulla sua perfetta geometria. Io sono venuto dopo, e la speranza che questi scrittori avevano nutrito nei confronti di una nuova societ\u00e0 che si sarebbe dovuta formare, di un nuovo assetto politico e di un maggiore equilibrio sociale, quella speranza, per quelli della mia generazio-ne, era caduta perch\u00e9 si era stabilito in Italia un potere politico che replicava esattamente quello che era crollato. In qualche modo, s\u00ec, eravamo in democrazia, per\u00f2 con un sistema di potere che lasciava sempre fuori, ai margini, tutti quelli a cui non erano stati riconosciuti i diritti. Parlo delle classi popolari: quindi la mia scelta stilistica non poteva essere nel segno della spe-ranza, ma doveva essere nel segno dell&#8217;opposi-zione, della rottura con il comune codice lin-guistico, con l&#8217;adozione di un altro codice che rappresentasse anche le periferie della societ\u00e0. Questa scelta mi \u00e8 stata facilitata perch\u00e9 il luogo dove sono nato, la realt\u00e0 che potevo espri-mere, era una realt\u00e0 dal punto di vista linguistico quanto mai ricca, dato che in Sicilia, varie civilt\u00e0 &#8211; da quella greca in poi o anche prima &#8211; oltre ai vari monumenti hanno lasciato un grande deposito linguistico. Quindi io ho rivolto il mio sguardo verso la realt\u00e0 in cui mi trovavo a vivere e ho attinto a questa ricchezza lin-guistica. Non bisogna per\u00f2 pensare subito al dialetto, io non ho mai amato la parola dialetto. La mia scelta era nel senso di innestare, dicia-mo, delle voci, delle forme grammaticali o sintattiche che attingevano al patrimonio linguistico dell&#8217;isola. Di volta in volta ho usato parole che avessero una loro dignit\u00e0 filologica, che venissero da altre lingue, che potevano essere il greco, il latino, l&#8217;arabo, lo spagnolo, il francese. E quindi mi sono immesso in quella linea chiamata &#8220;linea sperimentale&#8221;, che nella storia della letteratura \u00e8 sempre convissuta con quella ufficialmente in uso. La &#8220;linea sperimentale&#8221;, secondo me, parte da Dante, perch\u00e9 Dante ha formato la lingua italiana proprio ricomponendo tutti i dialetti che allora si parlavano nell&#8217;Italia medievale. Dopo Dante il Rinascimento ha forgiato una nuova lingua italiana che, in segui-to, dopo i grandi scrittori italiani che conoscia-mo, autori dei grandi poemi come l&#8217;Ariosto e il Tasso, arriver\u00e0 infine ad una frantumazione con la Controriforma. La &#8220;linea sperimentale&#8221; arriva sino ai giorni nostri, dopo i vari ritorni alla tradizione, diciamo, toscaneggiante con i movimenti del rondismo e del vocianesimo che in Italia si erano diffusi negli anni Trenta, a cavallo tra le due guerre. Nel dopo-guerra c&#8217;\u00e8 sta-ta, di nuovo una frantumazione della lingua. Il primo nome che viene in mente \u00e8 quello di Carlo Emilio Gadda poi quello di Pasolini. Io mi sono immesso in questa linea sperimentale, con l&#8217;impasto linguistico o plurivocit\u00e0 o polifo-nia, come si suol dire, percorrendo una linea assolutamente speculare a quella di un codice comune di tipo razionalistico. Questo ho fatto sin dal mio primo libro, proseguendo man mano in questa sperimentazione. Posso aggiungere che i motivi per cui avevo scelto questo stile erano non solo di tipo estetico, erano di tipo etico e politico. Ho detto le ragioni, insomma, di questa mia opposizione a una lingua convenzionale-domi-nante, la lingua del potere. Ho cercato quindi di crearmi una lingua che fosse oppositiva al potere stesso. Pasolini, ha fatto, gi\u00e0 nel 1961, un&#8217;analisi della lingua italiana, con un saggio che si chiama &#8220;Nuove questioni linguistiche&#8221;, dove annunziava la nascita di una nuova lingua italiana. Che cosa era avvenuto? Con il cosiddetto miracolo economico, con la trasformazione di questo Paese, da paese millenariamente contadino in paese industriale, con le grandi trasformazioni rapide e profonde che sono avvenute, si era formata una nuova lingua. La ricchezza della lingua italiana (Leopardi dice: &#8220;L&#8217;infinito che c&#8217;\u00e8 nella lingua italiana&#8221;) dovuta anche agli apporti che venivano dal basso e dai vari dialetti che la arricchivano con la loro vitalit\u00e0, si era esaurita. C&#8217;\u00e8 stata come una frattura: con la nascita della nuova lingua italiana come lingua na-zionale, essa si \u00e8 impoverita perch\u00e9 ha perso i contatti con le parlate popolari, e quindi si \u00e8 costituita quella lingua che Pasolini chiama di tipo aziendale-tecnologico, una lingua enormemente impoverita e priva ormai di memoria, invasa da una terminologia tecnologica (molto spesso americana o inglese). Ho sentito quindi la necessit\u00e0 di insistere nella mia sperimentazione, perch\u00e9 credo che sia proprio questo il dovere della letteratura, il dovere della memoria. Non perdere il contatto con le nostre matrici linguistiche, che erano anche matrici etiche, matrici culturali profonde. Perdere questo contatto significa perdere identit\u00e0 e perdere anche la funzione della letteratura stessa, perch\u00e9 la letteratura \u00e8 memoria e soprattutto memoria linguistica.<br><br><em> In questa ricerca particolare del linguaggio si nota, nei suoi scritti, una spiccata tendenza alla sperimentazione di generi diversi: favola teatrale, romanzo storico, poema narrativo, racconti e riflessioni sulla Sicilia. C&#8217;\u00e8 una ragione specifica? Lei preferisce un genere in particolare? Qual \u00e8 il suo progetto letterario?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Credo di avere un progetto letterario che perseguo da parecchi anni. Consiste nel cercare di raccontare quelli che sono i momenti critici della nostra storia: momenti critici in cui c&#8217;\u00e8 stato uno scacco, una sconfitta, un&#8217;offesa dell&#8217;uomo. Ho scritto dopo il mio romanzo di formazione e d&#8217;iniziazione, La ferita dell&#8217;aprile, un romanzo storico: Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio. Questo romanzo l&#8217;ho concepito proprio per raccontare la storia italiana attraverso varie tappe e momenti critici della storia. Ho cominciato appunto con il 1860, che \u00e8 un topos storico per cui siamo passati tutti noi, scrittori siciliani, perch\u00e9 forse da l\u00ec sono partite tutte le questioni, le disillusioni ed i problemi che oggi ci assillano. Il tema \u00e8 quello dell&#8217;Unit\u00e0 d&#8217;Italia, affrontato da tutta la letteratura siciliana, da Verga a Pirandello, a Lampedusa, a De Roberto, sino a Leonardo Sciascia e ad altri. Mi sono cimentato in questo 1860, da una angolazione diversa. De Roberto ha visto l&#8217;orrore del potere in mano al nobili, Lampedusa ha cercato di riparare questa offesa al potere dei nobili scrivendo Il Gattopardo, Sciascia ha fatto vedere il trasformismo della classe dirigente italiana e siciliana. Io ho cercato di raccontare il 1860 con gli occhi degli emarginati, dei contadini, autori di una rivolta popolare e di una strage, e poi condannati e fu- Naturalmente la scelta linguistica \u00e8 consequenziale alla materia, e lo e anche alla Struttura del libro. Poi ho raccontato la nascita del fascismo, visto da un paese della Sicilia che si chiama Cefal\u00f9, in un libro che si chiama Notte-tempo, casa per casa. Sono arrivato quindi ai giorni nostr, cercando di raccontare il presente, con il libro che \u00e8 uscito adesso e che si chiama Lo spasimo di Palermo. Naturalmente sono tutti romanzi storico-metaforici: scrivendo del 1860 ho cercato di raccontare l&#8217;Italia degli anni Set-tanta, cio\u00e8 la nascita delle speranze di cambiare la societ\u00e0 e, quindi, la delusione, la perdita di questa speranza. Gli anni Settanta sono gli anni in cui le nuove generazioni hanno cercato, con slancio, di cambiare la societ\u00e0, hanno vissuto la politica in un modo intenso, ma poi tutto \u00e8 crollato, \u00e8 diventato terribile, atroce, con il terrorismo. Invece, in Nottetempo, casa per casa, ho cercato di raccontare metaforicamente gli anni Novanta, quando in Italia, per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, sono entrati nel governo italiano i fascisti, cio\u00e8 dopo che erano stati allontanati e condannati dalla storia. E un libro sul presente, ma anche un ripercorrere gli anni Sessanta, con il terrorismo vissuto a Milano e anche con quello che \u00e8 il male della Sicilia, con le atrocit\u00e0 delle stragi di male della Sicilia, con le atrocit\u00e0 delle stragi di mafia. Infatti il libro si conclude con la strage di Via d&#8217;Amelio e con la morte del giudice Borsellino. Questo \u00e8 stato il mio progetto letterario. Poi, naturalmente, accanto a questi libri ci sono dei libri collaterali, che convergono tutti su questa idea: sul potere e sulla corruzione. Sia la favola Lunaria che Retablo. Ho voluto, in questo viaggio in un fantastico Settecento, rappresentare che cosa sia 1l potere che non crede pi\u00f9 in se stesso: un Vicere che non \u00e8 il Re e che quindi pu\u00f2 mostrare i suoi dubbi e la sua crisi, perch\u00e9 non crede al potere che deve rappresenta-re. La crisi del potere come crisi di una certa cultura e la perdita della memoria sociale. Il nostro tempo \u00e8 contrassegnato dalla cancellazione continua della memoria: oggi quella che si chiama la rivoluzione tecnologica, ci fa vivere in un eterno presente, dove non abbiamo pi\u00f9 memoria del nostro passato e non immaginiamo neanche il nostro futuro. Viviamo quindi in una continua dittatura dell&#8217;informazione mediatica che \u00e8 un nuovo fascismo esercitato dai media. <br><em><br>Lei nei suoi romanzi lavora con nomi di personaggi storici veri oppure no? <\/em><br>Ad esempio questo Fabrizio Clerici nel Suo romanzo Retablo&#8230;<br><br> Ho scritto di questo personaggio Clerici, per far capire che non era un vero e proprio romanzo storico ma una fantasia storica. Ci sono dei personaggi reali come il Serpotta, ma gli altri sono tutti personaggi di invenzione. Ho messo questa spia di un personaggio vivente collocandolo nel Settecento, prima di tutto per far capire che era una una fantasia storica e non un romanzo storico, e poi perch\u00e9 il personaggio si giustificava inserendolo nel Settecento. Clerici \u00e8 un antico cognome milanese e poi Clerici \u00e8 un pittore surreal-metafisico, che ha dipinto in chiave metafisica i resti di civilt\u00e0 se-polte. Mi serviva un personaggio milanese e gli ho dato questo nome perch\u00e9 parte da Milano, \u00e8 innamorato di Teresa Blasco, che poi sar\u00e0 la nonna del Manzoni. \u00c8 un omaggio alla letteratura, al padre del romanzo italiano: Alessandro Manzoni. <br><br><em>Lei crede che la letteratura sia la memoria storica che l&#8217;uomo ha di se stesso grazie alla lingua? cio\u00e8 tramite la lingua?<\/em><br><br> Si, la letteratura si esprime attraverso la scrittura e quindi il libro \u00e8 lo stile. Questo dualismo, che era stato ipotizzato da Croce, non esiste, perch\u00e9 anche lo stile \u00e8 contenuto. Quindi non si pu\u00f2 fare pi\u00f9 questa distinzione fra contenuto e stile: se io scrivo in un determinato modo, scrivo cos\u00ec perch\u00e9 la materia che tratto esige quel tipo di linguaggio e quello stile. Non c&#8217;\u00e8 questa dicotomia o questa discrepanza dannunziana fra i contenuti, i personaggi e il loro linguaggio. Pensiamo per esempio a Il Piacere o anche alle Novelle della Pescara, dove in un ambiente umile, umili personaggi si esprimono in un linguaggio eccessivamente forbito e non coerente. Non credo che possa avvenire che oggi uno scrittore, dopo queste esperienze linguistiche e stilistiche, non abbia la consapevolezza di una discrepanza fra 1l contenuto e lo stile. Lo stile fa parte del contenuto. <br><br><em>Devo dire che sono stata colpita dalla ricchezza del suo vocabolario, da questo suo dominio della lingua: lei \u00e8 un purista della lingua&#8230; <\/em><br><br>La mia ricerca mi ha indotto a spostare la prosa verso la zona della poesia. La mia \u00e8 una prosa ritmata, che si avvicina ai poemi narrativi Perch\u00e9 appunto sono convinto che ormai la prosa sia impraticabile: bisogna dare sonorit\u00e0 a questa prosa, avvicinandola appunto ai ritmi poetici, dandole un po&#8217;il significato della narrazione orale, non pi\u00f9 della scrittura in prosa, che si legge in solitudine nella propria stanza. Insomma, la prosa ritmica invoca proprio la lettura orale. <br><br><em>Pu\u00f2 parlare un po&#8217; di questa &#8220;geometrizzazione&#8221; della lingua francese? <\/em><br><br>Questa \u00e8 un&#8217;analisi bellissima che fa Leopardi che paragona la lingua italiana e quella francese. Dice che quella francese \u00e8 una lingua &#8220;geometrizzata&#8221; \u00c8 una lingua &#8220;geometrizzata&#8221; perch\u00e9 la Francia si \u00e8 formata come Stato, come societ\u00e0 fra le prime nazioni europee. Gi\u00e0 da Luigi XIV c&#8217;era una societ\u00e0 francese e c&#8217;era stata una lingua, di tipo razionale, di tipo cartesiano, di grande comunicazione. Leopardi per\u00f2 dice che la lingua francese avea perso l&#8217;infinito che aveva invece la lingua italiana e poi aggiunge che la stessa cosa era successa in Italia, nel periodo del Rinascimento, in Toscana. Poi tutto si frantuma con la fine del Rinascimento e con il Seicento, con l&#8217;et\u00e0 barocca. E indica uno scrittore che lui addirittura paragona a Dante come esempio della possibilit\u00e0 infinita che ha la lingua italiana. E un gesuita seicentesco che si chiama Daniello Bartoli e che ha scritto la storia della Compagnia di Ges\u00f9. Dice che la lingua di questo scrittore ha un&#8217;estensione massima, perch\u00e9 veramente la ricchezza dell&#8217;italiano \u00e8 nella sua intera estensione e non lascia in ombra le infinite possibilit\u00e0 espressive che questa lingua ha. Daniello Bartoli ha usato tutta la gamma della lingua italiana e di lui Leopardi dice che \u00e8 il Dante della prosa italiana: una prosa seicentesca individuata come prosa barocca. Manzoni, al contrario, rovescer\u00e0 poi questa teoria. Volevo poi aggiungere che Leopardi riporta una frase di Fenelon e dice che la lingua francese assomiglia ad una processione di collegiali molto uniforme e che questa \u00e8 stata la sua for-tuna, ma anche il suo difetto. Questa frase di Fenelon \u00e8 ripresa da Ernest Renan che dice: &#8220;S\u00ec va bene la lingua francese \u00e8 forse incapace di paradossi, per\u00f2 \u00e8 una lingua democratica, per- che appunto \u00e8 una lingua che \u00e8 parlata da tutti e quindi non ci sono le lingue alte, le lingue bas-se: una lingua di un unico livello&#8221;. A questa frase di Renan risponde Roland Barthes che sostiene che la lingua francese non \u00e8 n\u00e9 democratica n\u00e9 reazionaria: \u00e8 semplicemente fascista. Questa \u00e8 stata la polemica sulla lingua francese. Una simile &#8220;geometrizzazione&#8221; l&#8217;Italia non l&#8217;aveva; si possono veramente elencare gli scrittori di tipo razionalistico e gli scrittori espressionisti. Gadda nella letteratura moderna \u00e8 sta- to il massimo esponente di questa polifonia linguistica. Ma dicevo del Manzoni che, nel suo ecumenismo, aspirava all&#8217;unificazione linguistica dell&#8217;Italia, quindi risciacqu\u00f2 &#8220;i suoi panni in Arno&#8221; e ironizz\u00f2 sulla prosa di Daniello Bartoli. Infatti, nell&#8217;attacco dei Promessi Sposi, parlando di un fittizio manoscritto ritrovato di un anonimo seicentesco, fa una parodia di un brano di Bar-toli. C&#8217;\u00e8 infatti una descrizione fatta da quest&#8217;ultimo, che Manzoni ironicamente trasferisce nella piccola geografia del lago di Como, e descrive in lingua toscana esattamente quello che Bartoli ha descritto &#8211; nel suo stile seicentesco &#8211; parlando di una regione dell&#8217;India.<br><br> Lei ha avuto dei maestri? E quanto \u00e8 importante un maestro? <br><br>I miei maestri sono state le mie letture: tutta l&#8217;eredit\u00e0 letteraria italiana e siciliana e anche oltre. Perch\u00e9, sin da ragazzino, i primi romanzi che ho letto erano romanzi stranieri, soprattutto francesi. Il primo romanzo per me, in asso-luto, \u00e8 stato I miserabili di Victor Hugo; ero un ragazzino, un bambinetto. Ma i due maestri reali, vicini, che ho avuto sono stati due, che sono diametralmente opposti e che ho sempre citato, perch\u00e9 li ho frequentati, perch\u00e9 sono stato loro amico. Da una parte Leonardo Scia-scia, che mi \u00e8 stato di esempio anche nell&#8217;impegno civile e nello storicismo. Quando pubblicai il mio primo romanzo nel 1963, lo mandai a Sciascia e lui mi scrisse una bella lettera, facendomi delle domande sul tipo di scrittura che avevo adottato, assolutamente diversa da quella adottata da lui, che era una scrittura estremamente limpida, comunicativa, e poi m&#8217;invitava ad andarlo a trovare. Cos\u00ec andai a trovare Sciascia a Caltanissetta, nel centro della Sicilia. Sciascia veniva da una realt\u00e0 mineraria, da un luogo di miniere di zolfo. Suo nonno era stato un caruso che lavorava dentro le miniere di zolfo, suo padre era stato anche lui guardiano nelle miniere di zolfo. Sciascia veniva da questa realt\u00e0 terribile che era la stessa realt\u00e0 di Pirandello e quindi da una Sicilia di sofferenza, ma che era anche la Sicilia dove finalmente i lavoratori, gli operai avevano preso coscienza dei loro diritti e per la prima volta si erano ribellati nel 1893-94, quando arriv\u00f2 il messaggio socialista. Di fronte alla presa di posizione degli operai delle miniere di zolfo ci fu la repressione da parte del potere politico e ci furono tantissimi morti. L&#8217;altro maestro fu invece un poeta, un poeta puro di tipo spagnolo: Lucio Piccolo, il cugino di Tomasi Lampedusa. Un poeta purtroppo trascurato, ma un grandissimo poeta, barocco pure lui. Piccolo lo conoscevo sin da bambino, ma naturalmente non \u00e8 che lo frequentassi, perch\u00e9 lui era un barone ed io no: appartenevo alle classi basse. Lo conobbi una volta da un ti-pografo, al mio paese, dove lui stamp\u00f2 le sue prime poesie. Poi le mand\u00f2 a Montale e Montale lo scopri e le fece pubblicare dalla Mondadori. Cominciai a frequentarlo quando tornai da militare; avevo ventiquattro ann\u0131, forse di meno e siccome lui abitava a Capo d&#8217;Orlando e io a Sant&#8217;Agata, eravamo vicini. Andavo da lui e per me era come andare a scuola di letteratura, perch\u00e9 era uomo di sconfinata cultura, dalla conversazione affascinante, e poi aveva una vastissima biblioteca, dalla quale attingevo. Ero una sorta di allievo privilegiato di questo personaggio, anche simpatico, straordinario. Sciascia ha scritto su questo mio rapporto con Lucio Piccolo. Con lui c&#8217;era un accordo tacito: dovevo andare tre volte alla settimana a casa sua, e lui mi diceva ogni volta puntualmente: &#8220;Venga, venga Consolo, facciamo conversazione&#8221;. La conversazione era un monologo: parlava sempre lui. Era un uomo di sterminata cultura: conosceva il greco, il latino, l&#8217;arabo&#8230; Conosceva la poesia europea, soprattutto la poesia spagnola, soprattutto San Juan de la Cruz, perch\u00e9 la sua poesia \u00e8 proprio di tipo barocco, mistico, alla Gongora. E quindi andavo da lui come per andare alla scuola di poesia: imparavo la poesia. Avevo questi due archetipi: da una parte il razionalista, l&#8217;illuminista Sciascia, che scriveva sulla realt\u00e0 terribile della Sicilia, della mafia. Dall&#8217;altra parte, il poeta distaccato dalla realt\u00e0. Quindi mi trovavo tra questi due contrasti. Quando andavo a trovare Sciascia, Piccolo mi diceva &#8220;mi saluti il caro Sciascia&#8221;, quando tornavo, Sciascia mi diceva: &#8220;salutami il caro Piccolo&#8221;. Non si erano mai incontrati e io ho fatto in modo di farli incontrare. Sciascia era affascinato dalla personalit\u00e0 di Piccolo. Ha scritto le &#8220;soledades di Lucio Piccolo&#8221;, come le &#8220;soledades de Gongora&#8221;. Ha scritto anche che le personalit\u00e0 che pi\u00f9 lo avevano impressionato nella sua vita erano state appunto quelle di Lucio Piccolo e di Borges, che aveva incontrato a Palermo. <br><br><em>Quale pu\u00f2 essere il ruolo dello scrittore nella letteratura? <\/em><br><br>Il dovere dello scrittore \u00e8 quello di rimanere nello spazio letterario, perch\u00e9 scrivere non \u00e8 un <em>divertissement<\/em>, non \u00e8 un&#8217;evasione. Se noi diamo uno sguardo alla attuale produzione letteraria in Italia &#8211; e forse anche fuori d&#8217;Italia &#8211; vediamo che i romanzi assomigliano sempre di pi\u00f9 alle cronache nello stile, nel linguaggio. Parlo soprattutto dei romanzi italiani che usano sempre di pi\u00f9 il linguaggio della comunicazione, che non hanno nessuna valenza di tipo letterario. Le storie che si raccontano sono delle storie di cui spesso abbiamo gi\u00e0 sentito parlare, insomma delle storie gi\u00e0 viste, gi\u00e0 sentite; sono quindi libri che si allontanano dalla letteratura e che raggiungono per\u00f2 un vasto pubblico, perch\u00e9 il pubblico trova in questi romanzi un rispecchiamento. Sono romanzi di intrattenimento e di consumo. L&#8217;industria editoriale ha, in tutto questo, una grande responsabilit\u00e0 perch\u00e9 naturalmente essendo gli editori degli industriali, cercano di trovare profitto in questi romanzi e la letteratura vera \u00e8 sempre pi\u00f9 relegata ai margini, \u00e8 sempre pi\u00f9 sepolta da una massa di libri che vengono immessi ogni giorno sul mercato. <br><br>Credo che nel nostro mondo ormai la vera letteratura sar\u00e0 letta da poche persone. Avr\u00e0 lo stesso destino della poesia. La poesia letta da pochi e non mercificabile. Se uno vuole rimanere dentro l&#8217;arco letterario, dentro quello che Blanchot chiama lo &#8220;spazio letterario&#8221;, si tratter\u00e0 di una letteratura letta da pochi e non mercificabile. Non dobbiamo pensare pi\u00f9 ai romanzi letti da tanti lettori. I lettori veri, che chiamano oggi &#8220;forti&#8221; (con una cultura che permette loro di penetrare il significato dei testi) diventano sempre di meno, e quindi il destino della letteratura \u00e8 quello di essere relegata in una riserva &#8220;indiana&#8221;. D&#8217;altra parte io credo che sia stato sempre cos\u00ec: i libri di letteratura normalmente quando uscivano, quando venivano pubblicati, non avevano immediatamente un vasto pubblico, c&#8217;erano per\u00f2 ancora degli scrittori che puntavano sul futuro. I Malavoglia di Verga \u00e8 stato un libro rivolu-zionario, scritto in una lingua che nessuno sino a quel momento aveva praticato. Verga aveva fatto una grande rivoluzione stilistica: il libro fu indubbiamente un fiasco. Verga rimase offeso per questo scacco e, dopo aver scritto un secondo romanzo che si chiama Mastro Don Gesualdo, si chiuse nel silenzio. Ma ci sono delle lettere che lui scrive a Capuana per questa offesa che aveva avuto dopo la pubblicazione dei Malavoglia e diceva: &#8220;il fallimento non \u00e8 mio, ma \u00e8 del pubblico e dei lettori, il fallimento \u00e8 dei critici&#8221; . Aveva ragione. Infatti Verga in Italia \u00e8 stato riscoperto dopo l&#8217;orgia dannunziana del periodo fascista, solo nel secondo dopo-guerra. C&#8217;\u00e8 stata anche una rilettura di Verga nel film di Visconti La terra trema c&#8217;\u00e8 stata una ripresa dell&#8217;attenzione su Verga che \u00e8 stato collocato al suo giusto posto: il pi\u00f9 grande scrittore italiano dopo Manzoni.<br><br><em>La Sicilia che Lei ha vissuto \u00e8 la stessa Sicilia dei suoi romanzi? <\/em><br><br>Prima della mia emigrazione dalla Sicilia al Nord, avevo fatto i miei studi universitari a Milano, all&#8217;universit\u00e0 Cattolica&#8230; sono capitato l\u00ec non perch\u00e9 fossi cattolico, anzi la mia educazione era laica. Quando ero studente in un paese della Sicilia, a ottanta km dal mio, un paese che si chiama Barcellona, di origine catalana, il mio punto di riferimento era un famoso professore anarchico dell&#8217;Universit\u00e0 di Messina. Era anche un poeta dialettale, si chiamava Nino Pino Ballotta. E stato il mio primo maestro di politica. Lui ha partecipato con i contadini agli scioperi per la distribuzione delle terre incolte dei feudi ed ha combattuto una singolare battaglia contro i carabinieri che lo volevano arrestare. \u00c8 salito sul tetto di casa sua e ai carabinieri che sparavano tirava delle tegole. E stato arrestato. Il Partito Comunista per farlo uscire dal carcere l&#8217;ha fatto eleggere deputato. Ma durante il periodo fascista di tempo in tempo veniva ugualmente messo in carcere ogni qual volta c&#8217;era l&#8217;arrivo di qualche federale. Ma voglio dire che per frequentare l&#8217;universit\u00e0 Cattolica sono approdato nella piazza Sant&#8217;Ambrogio, dove c&#8217;\u00e8 una famosa Basilica. Negli anni Cinquanta, mentre era in atto la grande trasformazione dell&#8217;Italia, vedevo arrivare in quella piazza, dove c&#8217;era un centro orientamento emigrati, le masse dei contadini, dei braccianti meridionali costretti ad emigrare per cui il mondo contadino stava per essere cancellato. C&#8217;era molta povert\u00e0 e miseria: molti venivano destinati alle miniere di carbone del Belgio o alle fabbriche della Francia o della Svizzera. Quelli che andavano in Germania venivano smistati a Verona. Io sono cresciuto con questa realt\u00e0 e quando ho concepito la malvagia idea di fare lo scrittore, ho pensato che non potevo rimanere a Milano dopo i miei studi, e quindi sono tornato in Sicilia e ho pubblicato il mio primo libro. Ho una laurea in Diritto, ma mi sono rifiutato di esercitare la professione di avvocato, ho invece insegnato nelle scuole agrarie, nelle scuole di campagna per sette anni, per conoscere ancora meglio il mondo contadino, un mondo che in quel momento vedevo scomparire attraverso i ragazzi che venivano a scuola: stava scomparendo e capivo che quei ragazzi che si diplomavano in agraria sarebbero stati costretti poi ad emigrare. Quindi mi sembr\u00f2 una finzione rimanere in Sicilia anche perch\u00e9 in quegli anni per un intellettuale come me non c&#8217;era pi\u00f9 spazio. Mi sono consigliato con Sciascia e lui mi ha detto: &#8220;Se fossi giovane come te, non avessi famiglia, anch&#8217;io farei le valigie e partirei perch\u00e9 qui non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 speranza&#8221;. Poi ho chiesto consiglio anche a Lucio Piccolo che mi diceva: &#8220;No, non vada via, perch\u00e9 quando si \u00e8 lontano dai centri si ha pi\u00f9 fascino&#8221;. Ma io non ero n\u00e9 barone n\u00e9 ricco come il barone Piccolo e mi sentivo legato alla realt\u00e0 sociale e storica del Paese. Sono approdato a Milano nel &#8217;68 quando c&#8217;era un grande rivolgimento, non solo a Milano, ma in tutta Italia, a Parigi e in America. \u00c8 stato un momento in cui si chiedeva un grande rinnovamento della cultura e della societ\u00e0. Ed io sono stato ad osservare questa realt\u00e0 che non conoscevo: la realt\u00e0 operaia del Nord. Da li mi \u00e8 venuta poi l&#8217;idea di scrivere il romanzo di tipo storico-metaforico, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio che racconta la delusione di una speranza di rinnovamento, ed il frantumarsi di questa speranza, come \u00e8 avvenuto nel 1860: topos stor\u0131co che si riflette in molta letteratura siciliana, da De Roberto a Pirandello, Sciascia, Lampedusa. Lei ha detto che fra il suo primo romanzo ed il secondo c&#8217;\u00e8 un grande periodo di spazio. Perch\u00e9 lasciare cos\u00ec tanto tempo fra un romanzo e l&#8217;altro? Per due fatti concomitanti. In primo luogo perch\u00e9 dopo che si \u00e8 scritto il primo romanzo, che io chiamo romanzo di formazione, rimane come una terra prosciugata, una terra nuda, perch\u00e9 l&#8217;autore si \u00e8 svuotato di quella che era stata la sua esperienza, la sua vita. \u00c8 sempre un romanzo memoriale e quindi da l\u00ec in poi comincia a costruire il suo progetto letterario. E questa una prima causa del mio lungo silenzio. La seconda ha coinciso con la mia vicenda di vita, perch\u00e9 mentre io volevo rappresentare la Sicilia, il mondo contadino, le classi emarginate e quest&#8217;idea, che io avevo nei confronti della realt\u00e0, il mondo contadino stava sparendo. Io scrivevo proprio nel momento in cui finiva questo mondo. Parlo degli inizi degli anni Sessanta quando c&#8217;era questo grande esodo delle masse di contadini e di braccianti mer\u0131dionali verso il Nord industriale. Era in atto la grande trasformazione italiana e ho capito che non potevo pi\u00f9 rimanere in Sicilia dove era finito un mondo; volevo vedere questo altro mondo, che stava nascendo nel Nord industriale, vedere la trasformazione di queste masse di meridionali in operai e come si sarebbero comportati nel processo di industrializzazione. Ho deciso di trasferirmi a Milano nel &#8217;68 (proprio in una data fatidica: il primo gennaio del 60) e trovandomi di fronte ad una realt\u00e0 assolutamente nuova per me, una realt\u00e0 che m\u0131 era difficile capire e che ho cercato di studiare, ho passato i primi anni ad osservarla, a leggere e soprattutto facendo molto giornalismo. Scrivevo sui giornali rimandando il racconto letterario. L&#8217;ho potuto fare nel 76, appunto, scrivendo Il sorriso, libro che, come dicevo, ha voluto rappresentare gli anni &#8217;68-70, con i dibattiti non solo di tipo politico ma anche di tipo intellettuale che si svolgevano allora, cio\u00e8 il ruolo dell&#8217;intellettuale in quel momento storico, il valore della scrittura e il ruolo della letteratura. Tutti interrogativi che allora erano attuali. Sono passati quindi tredici anni dal primo al secondo libro, appunto per queste vicende, perch\u00e9 (posso fare un paragone blasfemo?), mi sono trovato nella stessa situazione di Verga quando \u00e8 approdato a Milano. Verga veniva da Firenze perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 stata, da parte degli scrittori meridionali, questa &#8220;ansia del centro&#8221;, di arrivare al centro che era centro culturale, centro linguistico; c&#8217;era quindi l&#8217;approdo a Firenze e poi il passaggio a Milano. Milano era la citt\u00e0 dell&#8217;industria, dove c&#8217;erano le case editrici. Verga arriv\u00f2 a Milano nel 1872 e pensava di trovare una citt\u00e0 immobile, con i salotti delle contesse (come la famosa contessa Maffei, che lui fre-quent\u00f2); si trov\u00f2 per\u00f2 di fronte a una citt\u00e0 in preda alla prima rivoluzione industriale. Una citt\u00e0 che si ingrandiva: nascevano nuove fabbriche e quindi, naturalmente, nascevano i primi conflitti sociali e dunque rimase spiazzato e spaesato di fronte a questa realt\u00e0 che non riusciva a decifrare e avvenne quella che fu chiamata la sua &#8220;conversione&#8221; , la sua rivoluzione. Torn\u00f2 in Sicilia, perch\u00e9 questo mondo non lo avrebbe mai potuto rappresentare e immagin\u00f2 una Sicilia immobile, che era la Sicilia della sua infanzia. La crisi che ebbe a Milano, cominci\u00f2 a risvegliare la sua memoria e scrisse in un&#8217;altra lingua che non era naturalmente il siciliano, ma era un italiano irradiato di dialettalit\u00e0; facendo parlare i suoi personaggi per proverbi, per modi di dire siciliani, con una coloritura lieve di italiano. Anch&#8217;io ho seguito lo stesso cammino. Mi sono trovato in una Milano in subbuglio dal punto di vista politico, con scioperi, attentati, bombe che scoppiavano. Ma poi ho capito questa realt\u00e0 e ho cercato di rappresentarla. Non ho avuto un ripiegamento o un rifiuto dell&#8217;attualit\u00e0 e della modernit\u00e0 ma ho cercato di rappresentare il tempo presente, senza nostalgie di una Sicilia metastorica. La mia Sicilia \u00e8 sempre storica, io non credo al fatum, al destino, penso che l&#8217;uomo possa e debba intervenire nella storia per cambiare l&#8217;esistenza e per migliorarla. Ho fede nella storia e quindi ne rappresento i momenti critici con la speranza di un cambiamento. Quando \u00e8 uscito Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio nel &#8217;76, \u00e8 stato letto da tutti. E stato letto dai giovani: tutti i quarantenni e i cinquantenni di oggi lo hanno letto. \u00c8 stato il libro di una gene-razione. E un libro che \u00e8 stato ristampato parecchie volte e ora \u00e8 introvabile. <br><br><em>Quando Le \u00e8 venuta in mente l&#8217;idea di un romanzo che prende spunto da un ritratto e da uno sguardo? <\/em><br><br>Durante i viaggi con mio padre. Ero un bambino petulante che voleva sempre andare col pap\u00e0 per vedere il mondo. Vidi per la prima volta, da piccolo, questo ritratto di Antonello da Messina, che mi impression\u00f2 perch\u00e9 mi sembrava una faccia familiare ma non riuscivo a decifrarla. Era il volto di una persona conosciuta: poteva essere la faccia di mio padre o di altre persone note. Da adulto, frequentando Cefal\u00f9, ho incominciato a frequentare il museo Mandralisca, e quindi la biblioteca con i suoi di oggetti d&#8217;arte. Questo quadro, che vedevo continuamente, era esposto vicino ad una finestra, su di un leggio. Mi incuriosiva il fatto che venisse dalle isole Eolie: avevo frequentato le isole Eolie, dove ero stato e dove avevo conosciuto la realt\u00e0 dei cavatori di pomice. Da Messina, distrutta dal terremoto, veniva questo grande pittore, e quindi era come un reperto e un superstite di una distruzione naturale, che arrivava a Lipari e poi ritornava sulla terraferma, grazie ad un uomo sapiente, un erudito, che era questo barone Enrico Pirajno di Mandralisca. Tutti elementi che hanno alimentato la mia fantasia.<br><em><br> La luna di Nottetempo, casa per casa che significato ha? \u00c8 la stessa luna di Lunaria?<\/em> <br><br>S\u00ec, \u00e8 la stessa luna con effetti diversi&#8230; ma non tanto. Ha lo stesso significato della luna che porta la melanconia, melanconia che fa capire l&#8217;essenza della finitezza umana, del dolore dell&#8217;esistere. Ed \u00e8 anche la malinconia che diventa in termini clinici depressione. La principessa di Lampedusa, la moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, una psicanalista allieva di Freud, \u00e8 stata anche la presidente della Societ\u00e0 di Psicanalisi in Italia e ha studiato il fenomeno della licantropia, fenomeno antichissimo, stabilendo che la licantropia deriva dalla depressione, dalla malinconia. C&#8217;\u00e8 un poeta italiano, Metastasio, che declama &#8220;<em>Melanconia, ninfa genti-le, il mio spirto consegno a te&#8221;<\/em>, in modo romantico insomma. Ma la malinconia, quando diventa sofferenza atroce, insopportabile, si trasforma in licantropia. La depressione non appartiene a nessuna categoria specifica sociale, ma attraversa tutte le categorie, dal nobile ricco al popolano. La depressione \u00e8 talmente terribile ed insopportabile che nel mondo contadino arcaico i malati uscivano da casa ed urla-vano: da l\u00ec \u00e8 nata la tradizione popolare, la leggenda che con la luna piena il licantropo usciva per le strade. Ho preso spunto da questa tradizione popolare per dire di questo personaggio che diventa licantropo ed esce nella notte durante la luna piena appunto in Nottetempo, casa per casa. Si chiama Marano ed \u00e8 il padre del protagonista del romanzo. Marano viene da marrano. Erano gli ebrei che erano stati costretti a convertirsi per non essere cacciati dalla Sicilia nel 1492, come avvenne in Spagna, quando la Sicilia era sotto la dominazione spagnola. Marano si converti alla religione cattolica. Questo contadino era stato beneficiato dal suo padrone, che era un eccentrico, uno studioso di Tolstoi e che gli aveva donato tutti i suoi beni anzich\u00e9 lasciarli al nipote. La famiglia Marano da contadina diventa cos\u00ec proprietaria di terre e di case, da proletaria che era diventa piccolo borghese ed \u00e8 costretta ad ubbidire alle regole della piccola borghesia. Il passaggio di classe porta nella famiglia Marano uno sconvolgimento: il padre diventa depresso, la figlia Lucia, sorella del prota-gonista, Pietro, non pu\u00f2 pi\u00f9 sposare il pastorello di cui era innamorata, deve rinunciare al matrimonio e impazzisce. Il giovane Pietro Marano pensa che questo dolore famigliare possa essere lenito con l&#8217;aiuto dei concittadini, con la partecipazione agli eventi della piccola comunit\u00e0, con l&#8217;impegno politico, pensa che una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta, meno chiusa nel familismo possa aiutare a sopportare il dolore dell&#8217;esistenza. Il giovane Marano pensava secondo le idee di allora, secondo le idee socialiste, ma poi compie un atto inconsulto, che per fortuna non diventa mortale, compie un attentato ed \u00e8 costretto a fuggire. Vede cos\u00ec la violenza di quegli anni, gli anni Venti, la violenza dell&#8217;inizio del fascismo: quando arrivano le squadracce in casa sua e rompono le giare piene di olio d&#8217;oliva (l&#8217;olio \u00e8 un simbolo molto importante). Marano risponde mettendo una bomba alla casa del suo antagonista, il barone Cicio, poi \u00e8 costretto a fuggire in Tunisia. Allora capisce che la politica a volte diventa violenta e irrazionale, pu\u00f2 diventare terrorismo, e quindi pu\u00f2 essere speculare al fascismo. Pietro Marano pensa che, andando in Tunisia, l&#8217;unica cosa che pu\u00f2 fare \u00e8 quella di scrivere e trovare le parole per tutto quel dolore. Cos\u00ec finisce il romanzo. <br><br>Ora \u00e8 uscito questo libro Lo spasimo di Palermo, recensito da tutti i giornali ed etichettato come libro difficile, perch\u00e9 io ho esteso la mia sperimentazione, senza nessuna concessione sino alle estreme conseguenze, ma&#8230; sono arrivato alle ventimila copie, che \u00e8 gi\u00e0 un miracolo. <br><br><em>Sa gi\u00e0 qual \u00e8 il prossimo romanzo che Lei vuole scrivere? <\/em><br><br>Nell&#8217;immediato devo pubblicare un libro di saggi, che ho scritto in tutti questi anni e che devo mettere insieme. \u00c8 una raccolta di saggi che riguardano il mondo del lavoro: per esempio il mondo delle zolfare, dei minatori di zolfo e la letteratura che \u00e8 scaturita da questa realt\u00e0 sociale. E poi vari saggi letterari su Verga, Pirandello, Sciascia e altri autori siciliani. Ci sono anche dei pittori, Fabrizio Clerici&#8230; Sono dei saggi che devo mettere insieme e che si pubblicano entro quest&#8217;anno con un titolo che prendendo spunto dallo zolfo, si rif\u00e0 ad un emistichio di Dante, quando parla della Sicilia, <em>&#8220;la bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro, non per Tifeo, ma per nascente solfo&#8221;<\/em>. E allora metter\u00f2 questo titolo dantesco Per nascente solfo. E poi ho gi\u00e0 tutta la documentazione per scrivere un romanzo, ancora una volta storico, am-bientato nel Seicento, per\u00f2 ancora \u00e8 prematuro parlarne. Comunque posso dirle che ho trovato documenti in un Universit\u00e0 spagnola: la biblioteca di Simancas. Ho trovato un documento preziosissimo, che riguarda la Sicilia naturalmente, e quindi su questo documento poi costruir\u00f2 il mio romanzo. Si evince dai Suoi libri che Lei conosce lo spagnolo. Che rapporto ba con la cultura spagnola? Ad esempio, in Lunaria, c&#8217;\u00e8 anche un effetto comico: Do\u00f1a Sol dice una parola spagnola che non esiste, ma \u00e8 per creare comicit\u00e0. C&#8217;\u00e8 anche un misto di spagnolo e di siciliano: &#8220;Viceregina de nada, principessa del desierto, duchessa de las nubes, marchesa del vac\u00edo, benefattrice de mez-quinidad. Palabras, patra\u00f1as, puro son, apariencia de Poder, de majestad. Casimiro, no tengo un grano, un baiocco, un tar\u00ed. Soy la mas miserable virreina de todo lo imperio de Sua Mayestad, Di\u00f3s Le guarde&#8221; Devo dire che gli scrittori che citavo, di tipo razionalista, hanno sempre guardato alla Francia dell&#8217;illuminismo. Io, per la verit\u00e0, ho sempre guardato alla Spagna, alla Spagna della grande letteratura a partire da Cervantes e poi dai grandi poeti della generazione del &#8217;98, della generazione del &#8217;27; ho letto, devo dire, pi\u00f9 poesia che narrativa. Dai poeti barocchi, da Gongora o dai mistici come San Juan de la Cruz, sino naturalmente a Unamuno, ai poeti antologizzati da Gerardo Diego, della generazione del &#8217;27, e poi tutti i grandi poeti, da Lorca ad Alberti a Vicente Alexandre e tutti gli altri, Machado, ecc&#8230; Quindi mi sono formato su questa letteratura spagnola, che amo tantissimo, perch\u00e9 trovo che sia la letteratura pi\u00f9 profonda e perch\u00e9 trovo delle consonanze profonde fra la Sicilia e la Spagna. La Sicilia \u00e8 molto ispanica, ma arabo-spagnola, perch\u00e9 abbiamo avuto una storia parallela: oltre alla civilizzazione spagnola, abbiamo avuto prima quella islamica; quindi trovo delle consonanze, trovo che sia la Spagna del meridione &#8211; non quella castigliana, ma quella sivigliana &#8211; abbiano avuto un momento di grande splendore e armonia sino a quella che Americo Castro chiama poi la rottura, l&#8217;et\u00e0 dei conflitti, quando prendono il potere i Re cattolici e cacciano via gli ebrei.  Ma sia Palermo che Cordoba, per esempio, hanno vissuto dei momenti direi di altissima civilt\u00e0, quando c&#8217;era la convivenza fra queste varie culture. Insomma a Palermo c&#8217;erano gli ebrei, c&#8217;erano i mori, c&#8217;erano i latini, c&#8217;erano i greci e c&#8217;era uno scambio di cultura straordinario; poi i re normanni sono stati intelligenti nel conservare quest&#8217;armonia. Tutto questo \u00e8 durato sino al 1492, con la cacciata sia dalla Spagna che dalla Sicilia degli ebrei e dei mori. Poi questo periodo aureo, che \u00e8 una sorta di et\u00e0 dell&#8217;oro sia in Spagna che in Sicilia, si frantuma e avvengono tutti i disastri che conosciamo. Braudel ci racconta le atrocit\u00e0 nel Me-diterraneo, le battaglie fra cristiani e ottomani e turchi e musulmani, ecc&#8230; <br><br><em>Continuando questo discorso sulla Spagna. Lei ha letto le traduzioni spagnole che sono state fatte dei suoi libri. Cosa ne pensa? <\/em><br><br>Mi sembra che la lingua spagnola restituisca nel modo migliore il mio stile, perch\u00e9 ha le stesse componenti, le stesse sonorit\u00e0 del mio italiano, mentre, per esempio, le traduzioni in francese (il paragone lo posso fare col francese perch\u00e9 sono le due lingue che conosco), subiscono una sorta di &#8220;civilizzazione&#8221; del mio stile, cio\u00e8 una sorta di &#8220;geometrizzazione&#8221; di appiattimento, per cui tutte le componenti che dentro ci sono di rimandi, di sonorit\u00e0, di concatenazione di frasi, fatalmente si perdono, mentre nello spagnolo si conservano. Questa non \u00e8 una captatio benevolentiae ma \u00e8 la verit\u00e0, ecco, si. <br><br><em>Ha mai pensato di approfondire questo rapporto della Sicilia con la Spagna?<\/em><br><br><em> <\/em>\u00c8 una cosa che ho sempre vagheggiato, ma ho bisogno di molto tempo per documentarmi. In quel libro Lo spasimo di Palermo gi\u00e0 \u00e8 accennato. Mi piacerebbe narrare la prigionia di Cervantes ad Algeri, dove era prigionero insieme ad un poeta siciliano che si chiamava Antonio Veneziano. Veneziano fu riscattato prima di Cervantes, poi ci fu una corrispondenza fra di loro. Veneziano gli mand\u00f2 un suo poema, intitolato La Celia, e Cervantes gli rispose con delle ottave che sono state pubblicate: Ottave per Antonio Veneziano. Mi piacerebbe narrare la vicenda di questi due poeti, di questi due scrittori prigioneri ad Algeri. Sarebbe molto bello. Poi Cervantes \u00e8 stato in Sicilia. Ha scritto le Novelle esemplari ambientate a Trapani. E stato a Messina, perch\u00e9 quando si \u00e8 imbarcato per la battaglia di Lepanto, ha soggiornato a Messina. piacerebbe raccontare questo Cervantes siciliano, questo grandissimo scrittore, il pi\u00f9 grande che esiste. <br><br><em>Certo. Mi ha colpito il fatto che Lei abbia una conoscenza della cultura spagnola. Lei lo spagnolo lo parla benissimo&#8230; <\/em><br><br>Parlare \u00e8 una cosa, leggere \u00e8 un&#8217;altra. Io ho sempre letto lo spagnolo da autodidatta, naturalmente, ma sono due cose diverse. Per parlare bisognerebbe vivere in Spagna, impossessarsi della lingua. La lingua letteraria \u00e8 sempre diversa dalla lingua di uso quotidiano. La storia della Spagna mi interessa moltissimo. C&#8217;\u00e8 questo grande storico: Americo Castro, con il suo libro La Spagna nella sua realt\u00e0 storica, poi Siglo de Oro. C&#8217;\u00e8 stata una polemica fra Borges e Americo Castro: Castro, con l&#8217;avvento del franchi-smo, si \u00e8 rifugiato in Argentina e ha scritto un saggio sul castigliano argentino, che era un castigliano bastardo, non un castigliano puro. Ed allora Borges gli ha risposto con una lettera, Pubblicata con il titolo Lettera al professor Americo Castro (cfr. Jorge Luis Borges, &#8220;Las alarmas del doctor Am\u00e9rico Castro&#8221;, in Obras completas, Buenos Aires, Emec\u00e9, 1974, PP. 653-657). <br><br><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault-1024x576.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4037\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault-300x169.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault-768x432.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/maxresdefault.jpg 1280w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\">Vincenzo Consolo con Irene Romera Pintor<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Irene Romera Pintor Premessa Il privilegio di conoscere per la prima volta Vincenzo Consolo e sua moglie Caterina risale a parecchi anni fa, esattamente luned\u00ec 15 febbraio 1999, quando stavo preparando la &#8220;Lectio Magistralis&#8221; su Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio che dovevo presentare per il concorso all&#8217;Universit\u00e0 di Val\u00e8ncia. Sono rimasta subito affascinata dalla personalit\u00e0 di &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4035\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Vincenzo Consolo &#8220;Autobiografia della Lingua&#8221; conversazione con Irene Romera Pintor.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,3],"tags":[2357,622,1578,1154,86,702,706,1643,336,2355,1821,318,246,77,65,423,215,117,586,1155,1216,468,202,356,208,978,2079,229,32,2215,73,99,528,643,57,20,38,39,154,2356,459,196,29,209,270,18,72],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4035"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4035"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4035\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4038,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4035\/revisions\/4038"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4035"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4035"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4035"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}