{"id":4026,"date":"2012-04-03T16:23:00","date_gmt":"2012-04-03T16:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4026"},"modified":"2026-07-08T16:38:39","modified_gmt":"2026-07-08T16:38:39","slug":"ritorno-al-paese-perduto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4026","title":{"rendered":"Ritorno al paese perduto."},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>Vincenzo Consolo<\/em><\/strong><br><br>Sono tornato per qualche giorno al paese, nella casa paterna. Che<br>di paterno non ha pi\u00f9 che il suolo. La vecchia casa in pietra, coi<br>balconi sulla strada principale e il terrazzo dietro, verso il mare, la<br>casa dove sono cresciuto coi fratelli, \u00e8 stata abbattuta anni fa dai<br>bulldozer e al suo posto \u00e8 sorto un moderno fabbricato in cemento,<br>con banche, uffici, studi professionali, bar al pianterreno, appartamenti<br>agli altri piani. La mia stanza si trova ora sul luogo dov\u2019era<br>una volta, nel giardino, la noria. Bambino, passavo ore a guardare,<br>fra incanto e pena, l\u2019asinello bendato, un vecchio, malfermo Platero,<br>aggiogato alla trave, che procedendo senza sosta per la pista<br>rotonda faceva girare la ruota cigolante, emergere dal pozzo le secchie<br>piene d\u2019acqua. Quella grazia, nel seccume dell\u2019estate, scorrendo<br>per i canaletti, irrigava l\u2019orto, gli alberi da frutto, aranci limoni<br>banani fichi melograni\u2026 Dal terrazzo, vedevo anche sul tramonto<br>salpare le barche, le vedevo ritornare all\u2019alba, vedevo i pescatori<br>scaricare il pesce azzurro, sarde alici sauri, stendere sulla spiaggia<br>le lunghe reti. Quei pescatori, durante le mareggiate dell\u2019autunno,<br>dell\u2019inverno, tirate le barche davanti agli usci delle loro \u201ccasipole\u201d,<br>erano costretti ad andare, umiliati, a lavorare nei frantoi delle<br>olive, a fare altri mestieri. Sul lato della strada, che era l\u2019antica<br>Regia Trazzera, di fronte alla nostra, c\u2019era la casa delle tre signorine<br>Lo Monaco, maestre elementari, che avevano insegnato a generazioni<br>di ragazzi; del signor Curr\u00f2, la cui vecchissima madre, donna<br>Lorenza, raccontava di aver visto passare per quella strada Garibaldi<br>(\u00abEra bello, bello\u00bb diceva confermando l\u2019oleografia. \u00abAveva<br>i capelli biondi\u2026 \u00bb); del signor Persano Adorno, che aveva la bottega<br>per la mescita del vino, coll\u2019insegna d\u2019uso del ramo di limone<br>pendente davanti alla porta. <br>Secoli mi sembra siano passati da allora. Tutto ora, come in ogni<br>luogo, \u00e8 cambiato. Dall\u2019attuale terrazzo della mia casa, chiusa fra<br>alti palazzi, non si vedono pi\u00f9 alberi, spiaggia, mare, barche; la<br>strada, intasata di automobili, motociclette, pullman, camion, \u00e8 di<br>un fragore assordante.<br>Sono tornato al paese per partecipare a un convegno dal titolo \u201cEmergenza racket: per una cultura antimafia\u201d, invitato, assieme ad altri paesani \u201cautorevoli\u201d che vivono fuori, dall\u2019associazione dei commercianti. L\u2019associazione, come tante altre nel Meridione, \u00e8 sorta dopo quella, divenuta ormai famosa, di Capo d\u2019Orlando, un paese prossimo al mio. Avevo creduto che l\u2019associazione del mio paese fosse sorta non per reale necessit\u00e0, non perch\u00e9 nel paese, di modesto benessere, vi fossero dei delinquenti che minacciassero e taglieggiassero i commercianti, ma per un fatto imitativo o, pi\u00f9 nobilmente, per solidariet\u00e0 con i commercianti di Capo d\u2019Orlando. E il convegno mi sembrava  dettato da un\u2019esigenza tutta attuale di cerimonialit\u00e0 spettacolare. Preparavo dunque il mio intervento per il convegno dell\u2019indomani. Stavo scrivendo: \u201cL\u2019ultima provincia, la provincia addormentata: cos\u00ec era chiamata questa nostra. Ma la sua estraneit\u00e0, il suo sonno erano dovuti a una sorta di quiete sociale, a una probit\u00e0 e moralit\u00e0 nelle relazioni umane. Qui non esisteva il feudo coi suoi mali, qui era il regno della piccola propriet\u00e0 contadina, qui eravamo fuori dalla cancrena della mafia che allignava nel latifondo. Mai in questa nostra zona s\u2019erano verificati assassinii di braccianti, capilega o sindacalisti, come al contrario nelle campagne del Palermitano o del Nisseno negli anni del primo e del secondo dopoguerra\u2026 Da questa parte, protetta quasi da una immaginaria muraglia \u2013 un muro che era di storia, di civilt\u00e0 diversa \u2013 la mafia non era mai giunta\u2026\u201d. Questo scrivevo nel cuore della notte, quando il boato tremendo di una esplosione interrompeva il mio scrivere. Pensai all\u2019esplosione di una caldaia, di una bombola<br>di gas, ma appresi poco dopo che una bomba era stata fatta esplodere dai taglieggiatori davanti al portone del locale Museo dei N\u00e8brodi, dove si sarebbe svolto il convegno. Il museo raccoglie tutti gli oggetti contadini della zona, attrezzi di lavoro, di uso domestico, costumi. Io stesso avevo donato a suo tempo un mantello nero di lana di capra che portavano i pastori sui monti. Mi dice il presidente dell\u2019associazione che l\u2019inizio del convegno ritarder\u00e0 di qualche ora, il tempo per far sgomberare le macerie, i vetri infranti davanti al portone dell\u2019edificio. C\u2019\u00e8 poi un grande afflusso di gente al convegno, c\u2019\u00e8 il vescovo della diocesi, le autorit\u00e0, i comandanti militari, i rappresentanti dei partiti, dei sindacati. C\u2019\u00e8 apprensione,  e per sempre, il ricordo della noria con l\u2019asinello bendato e del giardino coi frutti. E mi sembr\u00f2 improvvisamente inadeguata, fuori dal tempo la mia fiducia nel linguaggio, nel linguaggio della memoria, che \u00e8 il linguaggio della letteratura. Inadeguata mi sembr\u00f2 la letteratura, e fuori dal tempo, in questo nostro Paese invaso ormai, sommerso in ogni suo angolo fino a ieri sereno, incontaminato, dalla grande mafia, dal malaffare politico, dalla piccola delinquenza degli estortori. I quali ultimi sono magari i figli o i nipoti di quei pastori che portavano sui monti il mantello nero di capra. Ma un paese in cui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 spazio per il linguaggio della letteratura, della poesia, \u00e8 un paese perduto, senza speranza.<br>da Il Manifesto. 3 aprile 1992 , confluito nel libro &#8220;La mia isola \u00e8 Las Vegas, aprile 2012<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/s_agat57.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"689\" height=\"466\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/s_agat57.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4031\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/s_agat57.jpg 689w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/s_agat57-300x203.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 689px) 100vw, 689px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo Sono tornato per qualche giorno al paese, nella casa paterna. Chedi paterno non ha pi\u00f9 che il suolo. 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