{"id":4018,"date":"2010-11-12T18:40:00","date_gmt":"2010-11-12T18:40:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4018"},"modified":"2026-06-12T22:12:32","modified_gmt":"2026-06-12T22:12:32","slug":"lattesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=4018","title":{"rendered":"L&#8217;ATTESA"},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>di Vincenzo Consolo <\/em><\/strong><br><br><em>Un piccolo cortile dietro un&#8217;umile casa di un paesino della provincia siciliana. Due coniugi, ultraottantenni, siedono nel cortile per avere un po&#8217; di frescura durante le lunghe e calde giornate estive, ma anche d&#8217;inverno a volte vi si rifugiano, per il tiepido sole che vi batte, per sfuggire al freddo dell&#8217;interno delle due stanze (camera da letto e cucina). Sulla soglia della porta che d\u00e0 nel cortile, tengono sempre la televisione con lo schermo rivolto verso di loro, ma privo di sonoro. Parlano tra loro, ma la moglie tiene sempre gli occhi fissi sullo schermo. I due coniugi, Benedetto e Lia Salanitro, pensionati, hanno due figli emigrati e vengono assistiti dalla giovane badante Surjani, proveniente dallo Sri Lanka. I due vecchi non fanno ormai che parlare dei loro ricordi, delle loro memorie, in un flusso che si interrompe solo quando la moglie commenta le immagini televisive che la colpiscono. <\/em><br><br>BENEDETTO   Mi ricordo, mi ricordo quand&#8217;ero pastore nel bosco, l\u00e0 alla Miraglia, a Portella Femmina Morta, a Floresta, con le mie capre, i miei maialini neri su e gi\u00f9 per i prati, sotto faggi, cerri, querce. Si mangiava la sera e si dormiva dentro i pagliari. Ti ricordi, fu cos\u00ec che ti conobbi, Rosalia. Io scendevo coi miei maiali alla marina per la fiera d&#8217;aprile e per quella di novembre, passavo nel paese, e tu eri l\u00e0, alla finestra, che mi guardavi.<br> LIA   Mi ricordo Bettino. Tu urlavi quando passavi sotto la mia finestra, e io aprivo e ti guardavo. Com&#8217;eri selvaggio, con quel mantello nero, le scarpe di pelo di capra&#8230; Ma com&#8217;eri bello, bello, Bettino mio. Ti ho voluto sin dal primo momento. BENEDETTO   Anch&#8217;io, Rosalia mia, sin dal primo momento che ti ho visto a quella finestra di casa tua. Mi sorridevi, mentre tua madre ti tirava indietro per un braccio e cercava di chiudere la finestra. <br>LIA   Ah, Bettino mio, il destino \u00e8 destino. <br>BENEDETTO   Poi&#8230; La fuitina. Ti ricordi? Solo una notte fuori, a Brolo, alla pensione&#8230; Che bello, che bello! E il matrimonio poi, alle sei del mattino, in sagrestia.<br> LIA   Eh s\u00ec, noi due soli, coi due compari testimoni. <br>BENEDETTO   Per\u00f2 tuo padre poi \u00e8 stato buono a mettermi su un negozio di ferramenta. Abbiamo cos\u00ec potuto campare&#8230; Noi e i nostri figli. I nostri due figli emigrati l\u00e0 in Continente, a Viggi\u00f9, che tornano qualche volta coi nipotini.<br> LIA   (chiama battendo le mani) Surjani, Surjani!&#8230; SURJANI (appare sulla soglia la giovane badante) Comandi, signora. <br>LIA   Un bicchiere d&#8217;acqua, subito. SURJANI S\u00ec, subito, signora. <br><em>Surjani rientra in casa e subito riappare con un bicchiere d&#8217;acqua in mano che d\u00e0 a Lia. Lia tracanna e poi emette un forte sospiro di sollievo. Porge il bicchiere vuoto a Surjani che rientra in casa. <\/em><br>LIA   (sgrana gli occhi che fissa sullo schermo della televisione. Manda baci schioccanti verso l&#8217;immagine che appare in televisione.) Bello, bello, bello&#8230; BENEDETTO (che vede ormai molto poco) Chi \u00e8? <br>LIA   E non lo vedi? \u00c8 lui, il presidente. Bello, bello. Meno male che lui c&#8217;\u00e8. <br>BENEDETTO   Ah, va be&#8217; <br>LIA   E tutti che lo attaccano, tutti che lo odiano, la moglie, i giornali, i giudici&#8230; BENEDETTO   Ma no, ma no&#8230; <br>LIA   S\u00ec, s\u00ec, ti dico! <br>BENEDETTO   Va be&#8217;, va be&#8217;&#8230; Volevo ricordarti della guerra. Ti ricordi? Le bombe, dal mare, dal cielo&#8230; Le navi, gli apparecchi. Ah, quanti danni, quante macerie&#8230; E quanti morti, quei criminali di tedeschi che resistevano, che non se ne volevano andare. E noi siamo dovuti sfollare in campagna, con i due bambini, l\u00e0 nella nostra casetta di Vallebruca. Ma poi i tedeschi si ritirarono. Ti ricordi il polacco, Lia, ti ricordi? <br>LIA   Quale polacco? <br>BENEDETTO   Eravamo a tavola. La porta era aperta. Si present\u00f2 un soldato tedesco sbandato, la pistola e un documento in mano. &#8220;Io polacco, io cattolico&#8221; si mise a dire. Si avvicin\u00f2 a me e mi fece capire che voleva liberarsi della divisa, vestire da civile, scappare, imboscarsi da qualche parte. <br>LIA   Mi ricordo, mi ricordo adesso. Io tirai fuori dal cassetto del canterano una camicia e un paio di calzoni tuoi. Li porsi a te e tu facesti cenno al soldato di seguirti. BENEDETTO   Lo portai gi\u00f9, nella vallata, lo feci nascondere nel canalone del torrente secco coperto da un cespo di rovo. Arriv\u00f2 poi la camionetta e si ferm\u00f2 lass\u00f9 in alto sulla strada. Scesero due feroci coi fucili in mano. &#8220;Voronic, Antoni Voronic&#8221; si misero a urlare. E il povero polacco non resistette. Usc\u00ec dalla sua tana, ancora in divisa, le mani in alto, e si consegn\u00f2 ai due che lo portarono via sulla macchina. Povero figlio, una brutta fine avr\u00e0 fatto. <br>LIA   Mi ricordo tutto, mi ricordo tutto ora. I due nostri figli piangevano e io cercavo di calmarli. Piangevano forse perch\u00e9 vedevano noi due spaventati. S\u00ec, spavento. Pensavamo che venissero da noi con i loro fucili. <br>BENEDETTO   Poi arrivarono gli americani. Li vedemmo scendere in colonna gi\u00f9 dalla montagna di San Filadelfio. A piedi e sui carrarmati. <br>LIA   S\u00ec, s\u00ec, e noi siamo scesi in paese, con tutte le masserizie sul carretto. I nostri due figli, Calogero e Peppino, ridevano, ridevano per la contentezza. <br>BENEDETTO   Questa nostra piccola casetta per fortuna \u00e8 rimasta sana, non ha avuto danni. Ma in paese quante macerie, quante case distrutte. Danneggiata anche la casa dei tuoi, di tuo padre e di tua madre. <br>LIA   Eh,   s\u00ec, s\u00ec. Ma l\u00e0 non ci abitava pi\u00f9 nessuno, dopo che i miei erano morti. E l&#8217;unico mio fratello, Vincenzo, dall&#8217;Australia non \u00e8 pi\u00f9 tornato. <br>BENEDETTO   Eh, la vita, la vita&#8230;  <br>LIA   S\u00ec, s\u00ec, la vita. Questa \u00e8 la vita. <br>BENEDETTO   Io sono andato poi un giorno alla marina e ho visto sulla spiaggia un marinaio tedesco morto, ributtato dal mare. Tutto gonfio dentro la sua divisa nera, negli stivali. La faccia e le mani mangiate dal sale. Uh, che spavento, che impressione. <br>LIA   Lo spavento per me \u00e8 stato quando i nostri due figli, Cal\u00f2 e Peppe, invece di andare all&#8217;oratorio, se ne andavano alla marina a giocare con gli altri ragazzi con le armi che avevano lasciato l\u00e0 i soldati: bombe a mano, micce, fucili&#8230; E pi\u00f9 di uno ci ha rimesso la vista, le mani, o addirittura la vita. Due ne sono morti, di quei carusi, I nostri per fortuna non hanno avuto guai. <br>BENEDETTO   Eh, i guai ce l&#8217;hanno adesso, l\u00e0 dove sono emigrati. Ha chiuso la loro fabbrica, e loro sono a spasso, senza lavoro, con la moglie, i figli&#8230; Ah, che tempi, che tempi! <br>LIA   (sgrana gli occhi e fissa lo schermo televisivo) Aspetta, aspetta. E lui, sempre lui. Bello, bello! (Manda baci verso lo schermo) Lui risolver\u00e0 tutto, vedrai, il nostro presidente! <br>BENEDETTO   S\u00ec, s\u00ec, va b\u1ebb&#8217;&#8230; <br>LIA   (batte le mani e chiama) Surjani, Surjani! SURJANI (apparendo sulla soglia) Comandi, signo- <br>LIA   Portami un bicchierino di rosolio, voglio bere alla salute del presidente. <br>LIA   Ma s\u00ec, quella bottiglia scura che c&#8217;\u00e8 sul com\u00f2. SURJANI Rosolio? Io non sapere. Surjani rientra e poi riappare con la bottiglia del rosolio e un bicchierino. SURJANI Ecco, signora. \u00c8 questo? <br>LIA   S\u00ec, s\u00ec. Ma quando imparerai? Surjani, versando il rosolio nel bicchierino, fa spallucce. <br>LIA   (al marito) Tu, ne vuoi? <br>BENEDETTO   Io no, no! <br>LIA   (bevendo) Alla salute del presidente. Cent&#8217;anni, cent&#8217;anni e pi\u00f9! (E beve il rosolio) Surjani riprende il bicchierino e la bottiglia e rientra in casa. <br>BENEDETTO   E poi \u00e8 cominciata la vita politica, i partiti, i comizi. <br>LIA   Bella roba, bella roba. Tutti gli stessi erano, tutti uguali. Meno male che ora c&#8217;\u00e8 questo presidente che ha messo le cose a posto. Hai visto a L&#8217;Aquila per il terremoto? Che rapidit\u00e0, che bravura. Ha dato casa e speranza a tutta quella povera gente. Con quello della Protezione. Come si chiama? Ah, Bertolazzo. Che bravo, che bravo! BENEDETTO   Mi ricordo che una domenica mattina passavo per la piazza. C&#8217;erano tutti i contadini che scendevano la domenica in paese per vendere la loro frutta e la loro verdura. Erano tutti l\u00e0 che ascoltavano uno che, all&#8217;impiedi sopra un sedile, parlava, faceva un comizio. &#8220;Chi \u00e8?&#8221; chiesi a un contadino. &#8220;Uno che si chiama Li Causi,&#8221; mi rispose. Mi colp\u00ec quel nome e mi fermai ad ascoltare. Quello parlava ai contadini in siciliano. Diceva dei feudi, delle lotte contadine, della riforma agraria. Diceva di un partito, il Blocco del popolo. <br>LIA   Ah, va be&#8217;. Cose antiche, cose antiche&#8230; <br>BENEDETTO Antiche, s\u00ec, ma importanti. <br>LIA   Ma che importanti? Ma va, va&#8230; <br>BENEDETTO     (continuando con i suoi ricordi) C&#8217;era stato un casino, un casino, prima: l&#8217;indipendentismo, il banditismo. Finocchiaro Aprile, il bandito di Montelepre, Giuliano, la mafia&#8230; L&#8217;autonomia. Ma poi per fortuna alle prime elezioni vinse questo Blocco del popolo, socialisti e comunisti con la faccia di Garibaldi sui manifesti. E poi il casino ancora, mafia, mafia, e quanti morti ammazzati. Fino alla strage di Portella della Ginestra, il Primo maggio del &#8217;47, alla pietra di Barbato. Spararono tutti l\u00e0, contro quei contadini che festeggiavano, spararono i banditi di Giuliano comandati dai mafiosi, e i fascisti di Borghese. Morti innocenti, donne e bambini. <br>LIA   (infastidita) Ma ancora, ancora&#8217;ste cose antiche&#8230; Ma non la finisci, non la finisci pi\u00f9! <br>BENEDETTO   Antiche, antiche, s\u00ec, ma quanto mai vere&#8230; <br>LIA   Vere. La verit\u00e0 vera \u00e8 che ormai abbiamo la pace. Questo governo ci ha dato la pace, la pace vera e ogni bene possibile. Hai capito? Benedetto sempre pi\u00f9 stanco, provato, abbandona le braccia lungo i fianchi e abbassa la testa sul petto. <br>LIA   (guardando lo schermo televisivo) Bello, bello. Canta, canta con Moscatiella, canta napoletano&#8230; Bello, bello (manda baci schioccanti). <br>BENEDETTO   (riscuotendosi e, come risvegliandosi) E vennero i preti, vennero i preti gi\u00f9 a comiziare padre Lombardo, padre Alessandrini&#8230; De pericolo, dicevano, del pericolo della vittoria de nemici di Dio e della santa Chiesa cattolica.. &#8220;Ah, ah, povera Italia,&#8221; dicevano. <br>LIA   (indignata. Quasi si alza dalla sedia e comincia inveire) Minorenne, minorenne? Ma scherzi: mo. Papi, papi, ma quale papi? \u00c8 tutta ur calunnia, una congiura dei nemici. Pover povero il mio presidente, povero il mio Salvi <br>BENEDETTO   Poi venne quel giorno, il 18 aprile d &#8217;48. E vinse lei, la Democrazia cristiana. Vinse Andreotti. Ed \u00e8 durata, \u00e8 durata, sino a quando non arriv\u00f2 lui, il mio compaesano, Bettino. Lo sai perch\u00e9 Bettino? Dal santo del mio paese, san Benedetto il Moro. Che poi, nel Sudamerica, \u00e8 diventato San Benito. Quello l\u00e0, il fascista, prende quel nome pure da lui, Benito. Ah, la storia, la storia&#8230; <br>LIA   (sempre pi\u00f9 indignata) E ora pure quest&#8217;altra. Buttana! Buttana! Come si pu\u00f2 credere a una buttana? La registrazione&#8230; S\u00ec, va be&#8217;. \u00c8 tutta una congiura. Povero, povero il mio Salvio. <br><em>Benedetto emette un lamento e si accascia.<\/em> <br>LIA   (si accorge del mancamento del marito, si alza lo scuote. Lo chiama) Bettino, Bettino! <br>BENEDETTO   (emette un lamento) Ah, ah&#8230; <br>LIA   (spaventata) Surjani, Surjani, presto, vieni. SURJANI (apparendo sulla soglia) S\u00ec, s\u00ec, signora. <br>LIA   Vieni, vieni. Porta l&#8217;acqua, l&#8217;acqua. SURJANI (rientra e riesce subito in cortile con un bicchiere d&#8217;acqua che porge a Lia) Ecco, ecco, signora. <br>LIA   (scuote e d\u00e0 schiaffettini a Benedetto per farlo risvegliare) Bettino, Bettino mio. Tieni l&#8217;acqua, bevi, bevi. <br>BENEDETTO (risvegliandosi) Ah, ah. S\u00ec, s\u00ec. Dammi, bevo. (Beve e si riprende) <br>LIA   (porgendo il bicchiere vuoto a Surjani) Tieni, tieni. Puoi andare. SURJANI S\u00ec, signora. (Prende il bicchiere e rientra in casa) <br>BENEDETTO   (parla ora con fatica) Lia, Rosalia, questo non te l&#8217;ho mai detto, ma noi due, i nostri santi sono uno contro l&#8217;altro. \u00c8 una storia che mi ha raccontato un prete quando ero ancora un caruso a San Filadelfio. Dunque, c&#8217;era la peste a Palermo e si cercava un nuovo santo patrono per farla cessare, perch\u00e9 santa Cristina non funzionava. I francescani allora presero san Benedetto il Moro, figlio di uno schiavo negro, nativo di San Filadelfio, del mio paese. I gesuiti dissero: &#8220;Un santo nero? Ma scherziamo?&#8221; Inventarono allora santa Rosalia, e dissero che le sue ossa erano state trovate in una grotta del monte Pellegrino. Santa Rosalia veniva da Carlo Magno, dissero, era quindi nobile, vergine e bianca. E lei fu la nuova patrona di Palermo. Ma san Benedetto il Moro sbarc\u00f2 poi in Sudamerica, dove divenne san Benito da Palermo. \u00c8 quello che diede il nome a Benito il fascista e anche al Bettino socialista, quello morto in Tunisia. E poi \u00e8 arrivato questo tuo Salvio con il palermitano dell&#8217;Otre, otre d&#8217;olio, e con lo stalliere Manganaro. <br>LIA   Oh Ges\u00f9, Ges\u00f9, che dici, ma che favole racconti? Io e te uno contro l&#8217;altro. Ma che dici, Bettino mio? E dell&#8217;Otre poi, Manganaro&#8230; <br>BENEDETTO No, no, Lia. La storia, raccontavo la storia di san Benedetto e di santa Rosalia. E poi la storia del tuo Salvio e dei compari e degi amici degli amici di Palermo e di Milano. <br>LIA   La storia, la storia&#8230; S\u00ec. S\u00ec, favole sono, favole. <br>BENEDETTO   (accasciandosi ancora, con un fil di voce) Eh, no, no. \u00c8 proprio storia, storia&#8230; <br>LIA   (sgrana gli occhi, fissa lo schermo televisivo e urla, alzandosi in piedi) Ah, no, no, non \u00e8 possibile. L&#8217;hanno colpito in faccia. Ma povero il mio Salvio! Il sangue, il sangue sulla faccia. Disgraziati, assassini! Volevano uccidere il mio Salvio, ma non ci sono riusciti. (Si porta le mani sulla faccia e piange. Chiama poi la badante) <br>LIA   Surjani, Surjani, qua subito! Portami il rosolio, il rosolio! Appare Surjani con la bottiglietta del rosolio e il bicchierino in mano. SURJANI Ecco, ecco, signora. (Versa il rosolio nel bicchierino. Lia lo prende e lo beve d&#8217;un fiato) <br>LIA   Ah, ah, ah, che ristoro. Potessi, potessi darlo al mio povero Salvio. Ah, Salviuccio mio, ti hanno colpito i nemici tuoi, di questa nostra Italia. Vigliacchi, vigliacchi! BENEDETTO   (emette un lungo lamento) Ah, ah&#8230; <br>LIA   (si gira, lo guarda, e subito volge lo sguardo verso lo schermo) Ma che hai? Ma basta, basta, finiscila! Quel poveretto s\u00ec che sta male. Lo hanno colpito al viso con una pietra. Lui s\u00ec che sta male. Ma per fortuna lo curano l\u00e0, nell&#8217;ospedale di San Michelangelo, quello di don Zerz\u00e9. Meno male, meno male. <br>BENEDETTO   (sospirando, sempre pi\u00f9 accasciato) Ah, Lia, Lia&#8230; I nostri figli, i nostri due figli, e i nipoti, non li vedr\u00f2 mai pi\u00f9&#8230; <br>LIA   Ma che dici, che dici. Non straparlare. Pensa piuttosto a quel poveretto, quel mio Salvio colpito l\u00e0, nella piazza del Duomo. <br>BENEDETTO   (sospirando profondamente) Ah, Lia, Lia mia, io me ne vado, me ne vado&#8230; <br>LIA   Ma dove vuoi andare, dove? <br>BENEDETTO   Non vedi, non vedi, non te ne accorgi. <br>LIA   (gli occhi allo schermo televisivo) \u00c8 uscito, \u00e8 uscito. Bello, bello, \u00e8 pi\u00f9 bello di prima. Ah, Salvio, Salvio mio! Salviatore della patria! (Si alza e manda baci verso lo schermo) E lo vogliono processare questi comunisti, tutti comunisti! Toghe rosse, come il mio Salvio le ha chiamate. Toghe rosse, comunisti! <br>BENEDETTO   (emette un forte lamento) Ah, ah&#8230; <br>LIA  (sempre con gli occhi allo schermo) Ma finiscila, finiscila, lamentoso che non sei altro! <br><em>Benedetto non d\u00e0 pi\u00f9 segni di vita. \u00c8 accasciato nella sua sedia, la testa reclinata da una parte. <\/em><br>LIA   (finalmente si gira verso il marito, lo guarda, lo chiama) Bettino, Bettino! (Si alza, va presso di lui, lo scuote. Urla) Bettino, Bettino, rispondimi! (Ma Bettino \u00e8 morto, esanime. Lia urla, le mani nei capelli) Surjani, Surjani! Aiuto, aiuto! Arriva Surjani nel cortile. Vede la scena. Si acco sta a Benedetto, lo scuote per una spalla. SURJANI Signore, signore&#8230; (Benedetto non risponde. Surjani si gira verso Lia) Signora, il signore \u00e8 morto. <br>LIA   Morto? No, no. Aiuto, aiuto. Surjani, chiama gente! Chiama i miei figli. Aiuto, aiuto. (Lia urla, le mani nei capelli) SURJANI Signora, io non sapere. <br>LIA   Chiamo io i miei figli. (Poi si avvicina al marito) Bettino, Bettino mio, cos\u00ec te ne sei andato&#8230; E io che pensavo a quello, a Salvio. Maledetto Salvio! <br><br><em>Rientra in casa insieme a Surjani. Sulla scena resta Benedetto morto.<\/em><br><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"757\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260-757x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4019\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260-757x1024.jpg 757w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260-222x300.jpg 222w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260-768x1039.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260-1136x1536.jpg 1136w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/4a243462-6e81-4276-a901-c40f77a92260.jpg 1514w\" sizes=\"(max-width: 757px) 100vw, 757px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Vincenzo Consolo Un piccolo cortile dietro un&#8217;umile casa di un paesino della provincia siciliana. 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