{"id":3962,"date":"2022-01-21T11:17:00","date_gmt":"2022-01-21T11:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3962"},"modified":"2026-04-16T11:35:01","modified_gmt":"2026-04-16T11:35:01","slug":"21-gennaio-2012-21-gennaio-2022-vincenzo-consolo-come-ho-scritto-i-miei-libri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3962","title":{"rendered":"21 gennaio 2012 \u2013 21 gennaio 2022\u00a0\/\u00a0Vincenzo Consolo: come ho scritto i miei libri"},"content":{"rendered":"\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><\/h1>\n\n\n\n<p>Marco Belpoliti ,Elio Grazioli<\/p>\n\n\n\n<p>21 Gennaio 2022<\/p>\n\n\n\n<p>Il 10 agosto del 1999 abbiamo incontrato Vincenzo Consolo nella nuova casa dove si era trasferito da qualche tempo dopo gli anni trascorsi in via Volta, in una abitazione dove mi era capitato di andare a trovarlo e di conversare varie volte con lui. Mi aveva coinvolto persino in un documentario su Mastronardi che aveva girato per la Rai dove lavorava. Avevo anche cominciato a recensire i suoi libri a partire da&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>&nbsp;del 1992, con cui poi aveva vinto il Premio Strega, e a presentarli insieme a lui. Stavamo preparando io e Elio Grazioli un volume della collana di Riga edita allora da Marcos y Marcos, il numero 17 della serie, intitolato&nbsp;<a href=\"http:\/\/www.rigabooks.it\/index.php?idlanguage=1&amp;zone=9&amp;id=258\"><em>Italia due<\/em><\/a>, in cui volevamo fare il punto su arte, letteratura, critica, teatro, nel passaggio al nuovo millennio. Il volume seguiva un precedente libro,&nbsp;<a href=\"http:\/\/www.rigabooks.it\/index.php?idlanguage=1&amp;zone=9&amp;id=247\"><em>Italia<\/em><\/a>, di cinque anni prima composto di un fitto epistolario tra i due curatori \u2013 io e Elio \u2013 e una serie di autori che appartenevano a varie generazioni che avevano operato negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, una corrispondenza che insieme a testi e interventi occupava oltre 400 pagine: Martegani, Moresco, Cabiati, Guaita, Luigi Grazioli, Cingolani, Claudia Castellucci, Romeo Castellucci, Codeghini, Pancrazzi, Piersanti, i Fanny e Alexander, Gorret, Sedmach, Messori, Salabelle, Ivano Ferrari, Cataluccio, Ercolani e molti altri ancora. Per&nbsp;<em>Italia due<\/em>&nbsp;avevamo pensato di intervistare Alberto Arbasino, Giulio Paolini, Manlio Brusatin, Dadamaino, Mario Lavagetto, Giuliano Scabia, Daniele Del Giudice e appunto Vincenzo Consolo, maestri a cui guardavamo con attenzione da tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il resto del volume raccoglieva interventi di molti autori: teatro, poesia, arti visive, fotografia, saggismo. Il nuovo volume \u00e8 uscito nell\u2019aprile del 2000 e constava di 400 pagine. L\u2019intervista con Consolo fu pubblicata solo in parte, e per un errore di impaginazione risultava monca. A dieci anni dalla sua scomparsa abbiamo pensato di riproporla integralmente qui su doppiozero come un omaggio a uno scrittore che \u00e8 stato molto importante per noi tutti in quella Milano che stava cambiando e per cui Vincenzo provava un grande dolore e delusione. Ma la conversazione, come vedranno i lettori, si era soffermata pi\u00f9 sugli aspetti del suo lavoro letterario che sul clima politico e culturale dell\u2019epoca. (MB)&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>In&nbsp;<\/em>Di qua dal faro<em>&nbsp;lei scrive: \u00abCrediamo che oggi, per la caduta di relazione tra la scrittura letteraria e la situazione sociale, non si possano che adottare, per esorcizzare il silenzio, i moduli stilistici della poesia; ridurre, per rimanere nello spazio letterario, lo spazio comunicativo, logico e dialogico proprio del romanzo\u00bb. Pu\u00f2 spiegare meglio questa affermazione?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br>Per rispondere a questa domanda devo riandare a quelli che sono stati i miei primi passi, cio\u00e8 al mio primo libro,&nbsp;<em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>. Allora, un po&#8217; istintivamente, un po&#8217; consapevolmente, avendo davanti una presenza letteraria come quella di Sciascia, ed essendoci poi stata l&#8217;esplosione di un fenomeno come quello di Lampedusa \u2013&nbsp; i due avevano tentato una scrittura di estrema comunicazione, naturalmente con coloriture diverse \u2013, il mio sguardo era rivolto verso la fascia occidentale della Sicilia, cio\u00e8 verso una scrittura di tipo comunicativo, di tipo logico, perch\u00e9 mi interessava la letteratura che riflettesse la societ\u00e0 e la storia. Non m\u2019interessava il mito in quel momento, non m\u2019interessava, diciamo, l&#8217;abbandono lirico, a cui soggiacevano in massima parte gli scrittori della parte orientale dell&#8217;isola, che aveva una maggiore implicazione con la natura, e quindi una maggiore compromissione con il mito. Per esempio uno scrittore come Verga, o come Vittorini, che da posizioni assolutamente storicistiche arriva a soluzioni formali di estrema liricit\u00e0 come in&nbsp;<em>Conversazioni in Sicilia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, quando ho pubblicato il mio primo libro, nel &#8217;63, era l&#8217;anno in cui aveva debuttato la neoavanguardia, e si era gi\u00e0 esaurita quella che era l&#8217;estetica neorealistica. Quindi per me il problema era quello di andare oltre questa estetica, perch\u00e9 la prima idea che avevo avuto quando ho scritto quel romanzo era di scrivere un libro di tipo sociologico. Essendomi nutrito di letteratura meridionalistica, da Gramsci a Guido Dorso, e vivendo in quella terra di assoluta ingiustizia sociale, pensavo di scrivere proprio nel senso sociologico, un po&#8217; alla Carlo Levi, alla Danilo Dolci e soprattutto alla Sciascia di&nbsp;<em>Le parrocchie di Regalpetra<\/em>. Per\u00f2, quando mi misi a scrivere andai subito da un&#8217;altra parte, nel senso proprio espressivo, e capii che non avevo niente da spartire con quelli del Gruppo 63, con quell\u2019avanguardia che auspicava una sorta di azzeramento di quella che era la tradizione letteraria, e che immaginava la costruzione di un linguaggio che mi ricordava molto quelli che erano stati i dettami della scrittura di tipo futurista.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero andato a Palermo, stavo terminando di scrivere il mio libro, ad assistere a una delle riunioni del Gruppo 63 e subito compresi che non appartenevo a quella famiglia; a me interessava la tradizione letteraria e la sperimentazione su quella tradizione. Quindi mi collocai subito nel filone sperimentale della letteratura italiana, trovando come prodromi, come immediati antecedenti, la linea pasoliniana-gaddiana. Ma trovando anche un grande padre tutelare in Verga. Anche se queste sperimentazioni sono tutte diverse tra di loro, capii che mi trovavo a disposizione un patrimonio linguistico che era proprio della Sicilia, e che avrei dovuto usare quei materiali linguistici per rompere questo codice linguistico centrale, diciamo. Avevo letto la polemica linguistica di Pasolini sulla nuova lingua italiana che era nata dopo il boom economico e la grande trasformazione sociale, una realt\u00e0 che avevo sotto gli occhi. Ho visto che per il nuovo assetto politico che si era formato in Italia, per quello che stava succedendo ed era successo, non avrei mai potuto adottare un codice di comunicazione che io chiamo \u00abcodice di speranza\u00bb, che era stato quello di Calvino, Moravia, Sciascia e di altri scrittori comunicativi o illuministi che dir si voglia, che avevano immaginato che in questo Paese si potesse formare o si fosse gi\u00e0 formata una societ\u00e0 civile. Quando sono nato come scrittore, ho visto che questa speranza era caduta, perch\u00e9 i poteri si erano ricostituiti e quindi quel codice non potevo praticarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Praticai allora un contro-codice che portava fatalmente verso la linea sperimentale; la mia tecnica era quella di innestare nel codice linguistico nazionale questo patrimonio linguistico che mi veniva dalla mia terra, reimmettendo nella scrittura i tanti reperti linguistici che erano stati sepolti e dimenticati. A me interessava operare dal profondo della mia memoria e delle mie conoscenze di allora, la rottura del codice nazionale. Che \u00e8 un segno per me di sfiducia verso i poteri ricostituiti in quegli anni e una sorta anche di opposizione ai destini di quelle che erano le persone a cui volevo parlare, a cui mi rivolgevo, in quella trasformazione italiana fondata sullo sviluppo del Nord e la necessit\u00e0 da parte delle masse dei contadini di risalire la penisola, di andare altrove, di inurbarsi. Tutto questo mi aveva portato a fare questa scelta stilistica, che \u00e8 peraltro una contraddizione in s\u00e9, una contraddizione nel senso che in me c&#8217;era una forte coscienza storica, sociale, che volevo esprimere, per\u00f2 la esprimevo per la prima volta, a mio parere, con una forte imperfezione formale, stilistica. Poi, naturalmente, ho visto che questa scelta che avevo compiuto si giustificava man mano che la societ\u00e0 italiana evolveva.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;industria culturale cominciava gi\u00e0 in quegli anni ad appiattire, a uniformare la letteratura, e quindi l&#8217;insistenza, la mia sperimentazione continua, acquistava un suo senso. C\u2019\u00e8 stato un salto di tredici anni tra il mio primo e il secondo libro che ha coinciso con il mio trasferimento a Milano, trasferimento che ho fatto proprio per vedere le trasformazioni di questo Paese, che cosa avveniva in una citt\u00e0 come Milano che era un po&#8217; lo specchio dei destini italiani, il processo di inurbamento delle popolazioni che venivano dal Sud. E insieme il fallimento di quello che aveva immaginato Vittorini, nell\u2019invito che faceva ai giovani di allora di lasciare le vecchie professioni liberali e l&#8217;insegnamento, per inurbarsi e entrare nell&#8217;industria. L&#8217;unica possibilit\u00e0 che ho avuto di entrare nell&#8217;industria \u00e8 stata quella dell&#8217;industria della comunicazione, che era la Rai, in cui sono entrato dopo un concorso e dove ho visto dal di dentro l&#8217;influenza che aveva avuto su questo Paese uno strumento di comunicazione di massa come \u00e8 la televisione. Quindi ho sentito sempre pi\u00f9 il bisogno di percorrere questo mio cammino cercando di rappresentare il Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo libro \u00e8 frutto del mio trasferimento in un osservatorio qual era Milano durante gli avvenimenti del &#8217;68.&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>&nbsp;\u00e8 un romanzo storico, storico-metaforico: parlo dell&#8217;Ottocento ma per dire gli anni &#8217;60 in Italia, con tutti i temi di tipo sociale e di tipo culturale che allora si dibattevano: la funzione della scrittura, la funzione dell&#8217;intellettuale e dello scrittore nei confronti della Storia, di una storia acuta e conflittuale come quella di quel momento. Quindi inventai quel libro un po&#8217; come opposizione allo schema della sfiducia nella storia da parte di uno scrittore come Lampedusa, questa visione assolutamente metastorica, di tipo esistenziale, dove tutto avviene all&#8217;insegna del pensiero della morte. A me non interessavano questi temi, interessava invece narrare di persone che non avevano mai avuto la possibilit\u00e0 di esprimersi, di tutte le emarginazioni che avvenivano, e anche di un intellettuale che non fa la scelta del principe di Salina, ma una scelta opposta, che prende coscienza della propria funzione.<br><br><em>La contraddizione che prima descriveva tra questo spiccato interesse per la realt\u00e0 sociale e politica e invece la scelta stilistica, non si \u00e8 poi mai risolta?<\/em><br><br>\u00c8 rimasta quella. Ma credo che la forma sia anche sostanza, non credo in questa separazione, perch\u00e9 la mia sperimentazione significa anche il mio impegno sul piano della storia, impegno nel senso di non passare dall&#8217;altra parte e adottare un codice linguistico che mi viene imposto. Perch\u00e9 il potere di volta in volta inventa codici linguistici da cui siamo posseduti, e con lo sviluppo economico, con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, questo codice linguistico noi lo subiamo continuamente, giorno per giorno. Oggi \u00e8 diventato macroscopico e anche mondiale, non riguarda pi\u00f9 questo nostro Paese; noi poi siamo un Paese fragilissimo, dove c&#8217;era una cultura contadina che, come abbiamo visto e come ci ha insegnato Pasolini, si \u00e8 dissolta per passare a una civilt\u00e0 di massa che subisce sempre di pi\u00f9 questo codice linguistico.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/nodo767x\/public\/milano1988-lo-scrittore-vincenzo-consolo.jpeg?itok=sNuUSjBT\" alt=\"\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Foto di Giovanna Borgese<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><br>Quindi ho sentito sempre pi\u00f9 giusto questo mio percorso, giusto e legittimo, fino a portarlo alle estreme conseguenze. Con<em>&nbsp;Lo Spasimo di Palermo<\/em>: il mistilinguismo o plurilinguismo, come lo aveva chiamato Cesare Segre, si attenua, ma c&#8217;\u00e8 una sorta di alzata di tono, diciamo, di una scrittura fortemente ipertestuale, con citazioni interne esplicite o implicite nella scrittura stessa. Credo che&nbsp;<em>Lo spasimo di Palermo<\/em>&nbsp;sia veramente il punto estremo a cui sono arrivato, ma tutto questo l&#8217;ho esplicitato anche in un&#8217;opera poco nota, una tragedia in versi che ho scritto, perch\u00e9 la mia propensione \u00e8 veramente verso la scrittura in versi, che non bisogna confondere con la poesia, essendo l&#8217;essenza della poesia un&#8217;altra cosa. Parlo di \u00abforma poetica\u00bb. I miei libri hanno tutti questo contrassegno dello spostamento dell&#8217;ago verso la zona espressiva, e quindi dell&#8217;abbandono man mano della parte logica o comunicativa che il romanzo deve avere. Io non lo chiamo neppure pi\u00f9 \u00abromanzo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho cercato di non scrivere mai romanzi, ma narrazioni, per riportare ai vecchi temi precapitalistici quelle che erano delle narrazioni orali. I miei libri si possono leggere a voce alta perch\u00e9 hanno una loro scansione, un loro ritmo; lavoro molto su questa oralit\u00e0 a cui la scrittura potrebbe essere destinata. E quindi dall&#8217;oralit\u00e0 il passo verso la teatralit\u00e0 \u00e8 anche breve, cos\u00ec dopo&nbsp;<em>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio<\/em>&nbsp;ho scritto un&#8217;operetta teatrale, che io non considero teatrale ma che mi ha portato proprio attraverso quello che era il mio percorso, attraverso il rifiuto di quella che \u00e8 la parte diegetica, come la chiamano i critici, per arrivare soltanto alla parte dialogica. L&#8217;operetta si chiama&nbsp;<em>Lunaria<\/em>, con questo schema leopardiano un po&#8217; favolistico in cui la caduta della Luna \u00e8 la caduta di una cultura in una trasformazione del mondo che avveniva proprio nel \u201868-\u201869. Dicevo di una mia operetta poco conosciuta che si chiama&nbsp;<em>Catarsi<\/em>, dove c&#8217;\u00e8 il dialogo o la dialettica fra il protagonista, che \u00e8 un Empedocle moderno \u2013 sullo schema naturalmente di H\u00f6lderlin \u2013 che poi si suicida, e il suo allievo Pausania, che ha la funzione dell&#8217;<em>anghelos<\/em>, del messaggero sulla scena e viene scoperto e rifiutato da Empedocle che si rifugia nell&#8217;afasia, nel silenzio, attraverso il suicidio.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, concludo che sulla scena non \u00e8 pi\u00f9 possibile che appaia l&#8217;<em>anghelos<\/em>, il messaggero: il messaggero era lo scrittore, lo scrittore in prosa che si rivolgeva al pubblico del teatro greco e spiegava che cosa era avvenuto prima in un tempo diverso e in un luogo diverso, e da quel momento era possibile la rappresentazione, cio\u00e8 si muovevano i personaggi e poi c&#8217;era la parte del coro. Credo che in questo tempo il pubblico del teatro, quelli che stavano seduti nella cavea, \u00e8 sparito, tu non riesci pi\u00f9 a individuarlo. Cos\u00ec anche per il romanzo. Quindi \u00e8 finita la funzione dell&#8217;<em>anghelos<\/em>&nbsp;e ormai la tragedia, o almeno la rappresentazione, non pu\u00f2 essere svolta che in forma corale. Il coro, come ci ha insegnato Leopardi, \u00e8 la voce di un popolo e quindi uno cerca di scrivere in questa forma dove finisce la parte comunicativa e prende valenza la parte espressiva, la parte poetica. Questa \u00e8 la mia idea della narrazione, che non chiamo \u00abromanzo\u00bb ma \u00abnarrazione\u00bb, come l&#8217;ha chiamata Walter Benjamin, questa forma preromanzesca che in questo momento di postmodernit\u00e0, come viene chiamata, \u00e8 l&#8217;unica forma letteraria possibile per quanto riguarda la scrittura in prosa.<br><br><em>Quindi lo spazio letterario secondo lei \u00e8 veramente ridotto?<\/em><br><br>Esiste lo spazio della poesia. Credo che lo scrittore in prosa \u2013 non dico il romanziere \u2013 debba immaginare un pubblico vastissimo, ma i lettori si riducono sempre di pi\u00f9. Quindi, se la forma \u00e8 ardua, ci sono questi lettori a giustificare in un certo senso la scrittura, altrimenti sarebbe il silenzio. Fino a quando ci sono i venticinque lettori, come diceva il nostro grande, io continuo a scrivere in questa forma, non passo dall&#8217;altra parte a praticare una scrittura diversa da quella che ho praticato fino ad adesso, perch\u00e9 non credo nella scultura di comunicazione, perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 niente da comunicare. Credo che la scrittura in prosa oggi si debba assolutamente verticalizzare, caricare di senso e di segni, deve essere pi\u00f9 densa, o meglio, deve essere un ipertesto letterario. Capisco che \u00e8 una strada ardua, ma credo sia oggi l\u2019unica possibile per giustificare la propria idea, o almeno per essere in pace con la propria moralit\u00e0 e ideologia. Scrivere romanzi come li abbiamo intesi fin qui mi sembra che oggi sia assolutamente anacronistico, assurdo. Mi sembra che tutto si riduca in merce, in una forma bassa di letteratura, a una idea ludica della scrittura.<\/p>\n\n\n\n<p><br><em>E da questi venticinque lettori si sente letto come desidera? Si sente compreso?<\/em><br><br>Le persone che incontro, le lettere che ricevo, mi confermano nel mio modo di scrivere. Non trovo in questo senso un fallimento. Se poi non raggiungo i grandi numeri che fanno l&#8217;attualit\u00e0, a me i grandi numeri non interessano, mi interessa lasciare un segno, un segno plausibile.<br><br><em>Quindi la letteratura che si fa oggi, che fanno anche scrittori delle generazioni successive alla sua, la giudica una letteratura di comunicazione?<\/em><br><br>Intendiamoci, c&#8217;\u00e8 una letteratura ruffiana, furbastra, e c&#8217;\u00e8 una letteratura seria, che ancora adotta il registro della comunicazione, la linea calviniana, che \u00e8 comunque una letteratura rispettabile, parlo di un Daniele Del Giudice o, a met\u00e0 tra la forma comunicativa e quella espressiva, di Claudio Magris. Potrei fare tanti altri nomi di tutto rispetto. Ma personalmente non credo che si possa percorrere neppure questa linea. Non parliamo comunque della letteratura di intrattenimento, di consumo, oggi la pi\u00f9 diffusa, in un mondo come questo in cui viviamo, un mondo dello spettacolo.<br><br><em>Pensa che il fatto di essere siciliano, che le sue radici abbiano avuto un ruolo decisivo in questo suo atteggiamento?<\/em><br><br>Credo di s\u00ec. Se non fossi nato l\u00ec, se non avessi avuto questi segni culturali, forse le mie scelte sarebbero andate altrove. Questo non lo posso ipotizzare, per\u00f2 posso dire cose che vengono da altri Sud ben pi\u00f9 profondi del mio.<br><br><em>Per esempio?<\/em><br><br>Parlo di scrittori maghrebini, o sudamericani che hanno scelto lo stesso tipo di linea, quella espressiva piuttosto che comunicativa.<br>Scrittori grandissimi come Alejo Carpentier, Rulfo, Guimar\u00e3es Rosa, hanno cercato di praticare una lingua che fosse esplosiva, deflagrante, che non fosse una lingua come era stata imposta da situazioni di dominazione.<br><br><em>Parlava di segni che sono specifici dell&#8217;essere siciliani. Quali sono?<\/em><br><br>Innanzitutto quelli storici, che col tempo ho capito di portarmi appresso, delle dominazioni francesi, spagnole, di volta in volta diverse; i segni di una societ\u00e0 che non \u00e8 mai esistita, che \u00e8 stata sempre una societ\u00e0 non giusta, una societ\u00e0 non razionale, per un potere che ha tenuto quest&#8217;isola sempre fuori dai processi della storia, per ritardi, una situazione economica assolutamente anacronistica rispetto a quello che avveniva nel resto del mondo, e poi anche per i mali di questa Sicilia, il potere corrotto, la mafia, una perenne infelicit\u00e0 sociale, una societ\u00e0 assolutamente irrazionale, assolutamente ingiusta. Queste cose le ho osservate, le ho viste, e me le sono portate appresso, non ho potuto non trasferirle nella mia scrittura.<br><br><em>E il mito?<\/em><br><br>Ho cercato di stare lontano dal mito, ma sprofondando in quelli che sono i segni della natura, perch\u00e9 questo movimento in me c&#8217;\u00e8 continuamente, fatalmente vai a sbattere nel mito. Non penso comunque che nella mia concezione letteraria ci sia un esilio, o una prigionia del mito, ma nel mito, che \u00e8 quella visione fantastica, o fantasiosa, al di l\u00e0 della storia, si pu\u00f2 sprofondare per risalire, per ritornare alla storia. Questo movimento io ho cercato di imprimerlo sempre nella scrittura, nel senso che, proprio apprendendo la visione vittoriniana, nei miei miti c&#8217;\u00e8 sempre il viaggio, perch\u00e9 la letteratura siciliana \u00e8 stata sempre statica, sempre circoscritta ai piccoli spazi, quindi la lezione vittoriniana del movimento era anche una lezione di impegno con la storia. Questo movimento che faccio dal basso verso l&#8217;alto, che si esprime anche attraverso la forma \u2013 perch\u00e9 il recupero di queste lingue sepolte \u00e8 anche un movimento di sprofondamento e di risalita verso l&#8217;alto, verso il codice della comunicazione \u2013 \u00e8 un liberarsi dal mito. Se no si rimane prigionieri del mito, come \u00e8 avvenuto per esempio in Verga, e poi anche in D&#8217;Arrigo. La mitizzazione pu\u00f2 essere anche nel segno di un&#8217;immagine di un passato di armonia, mentre di armonia non \u00e8 mai stato. Questo passato \u00e8 stato sempre doloroso, conflittuale, come \u00e8 il nostro presente; quindi immaginare un&#8217;et\u00e0 dell&#8217;oro \u00e8 un po&#8217; sprofondare nel mito permanente. \u00c8 quello che Moravia imputava a Pasolini, credo, ma il senso della lezione pasoliniana non era quello. Pasolini voleva che quello che ha chiamato \u00absviluppo senza progresso\u00bb si svolgesse in altro senso, non con la perdita dei valori fondamentali, dei valori umani, con il prezzo che si \u00e8 pagato, della disumanizzazione.<br><br><em>Pensa che questo atteggiamento verso la storia, il mito, questa visione di una frattura ma anche questa tensione, siano propri degli scrittori siciliani? Ovvero, detto in un altro modo, pensa che ci siano altre realt\u00e0 all&#8217;interno della letteratura italiana che abbiano una specificit\u00e0 cos\u00ec netta e particolare come \u00e8 stato per la Sicilia?<\/em><br><br>Posso pensare alla tradizione irlandese, perch\u00e9 anche l\u00ec hanno un&#8217;implicazione fortissima con il mito, con la favola e con le tradizioni popolari. Naturalmente le differenze sono moltissime, soprattutto legate alla nostra mediterraneit\u00e0. Io ho insisto molto sull&#8217;archetipo del&nbsp;<em>nostos<\/em>, del viaggio di ritorno: lo scacco della contemporaneit\u00e0 consiste proprio nel fatto che Itaca non esiste pi\u00f9 e la nostra \u00e8 una ricerca senza possibilit\u00e0 di approdo. Quindi credo che questa societ\u00e0 contemporanea sia segnata dalla perdita, la perdita della patria \u2013 anche se questa \u00e8 una parola inquietante e brutta \u2013, la privazione della memoria, dell&#8217;identit\u00e0. In un mondo orizzontalizzato e uniforme, non riusciamo pi\u00f9 a trovare un punto di approdo, e credo che questo smarrimento sia quello che hanno immaginato e profetizzato i grandi scrittori, uno scrittore come Pirandello.<br><br><em>Intendevo dire se nella letteratura italiana c&#8217;\u00e8 qualcosa di analogo a questa isola, la Sicilia. Lei \u00e8 vissuto a lungo a Milano: c&#8217;\u00e8 qualcosa di analogo in Lombardia o in altre letterature regionali?<\/em><br><br>Nella letteratura toscana o lombarda non c&#8217;\u00e8 questa sfiducia nei confronti della modernit\u00e0 cos\u00ec come \u00e8 presente nella letteratura siciliana. Per modernit\u00e0 intendo questa progressione della storia. Questa idea l&#8217;ha avuta per esempio Vittorini, che si era lombardizzato e che aveva capovolto il segno verghiano, e aveva ipotizzato un mondo moderno in Sicilia. Infatti aveva disegnato una piccola geografia di una Lombardia siciliana, con una rassegnazione verso la storia senza pi\u00f9 quel pessimismo cosmico, diciamo, che contrassegnava sino a quel momento la letteratura siciliana. Per\u00f2 l&#8217;utopia vittoriniana poi si \u00e8 infranta sugli scogli della storia. Non mi abbandono certo a facili entusiasmi sulla modernit\u00e0, per\u00f2 neppure mi rifugio negli arcaismi, credo di dire attraverso la mia scrittura che i percorsi e gli sviluppi potevano essere diversi, nel senso che per me la funzione del romanzo \u00e8 una funzione sempre critica nei confronti della storia, della societ\u00e0 e del potere, e il romanzo, lo dice Bachtin, \u00e8 per sua natura un genere letterario di tipo utopico, cio\u00e8 dice dei mali di un momento storico e di una societ\u00e0, ma attraverso questi mali indica, involontariamente o almeno tacitamente, quale pu\u00f2 essere una societ\u00e0 o una storia migliore.<br><br><em>Con la mia domanda pensavo, ad esempio, a una letteratura padana che nasce con Ariosto, Boiardo e arriva fino ai narratori contemporanei. Esiste probabilmente qualcosa di specifico nell\u2019area padana, una letteratura fondata sugli umori, su forme lunatiche, sull&#8217;ironia, ma anche su una forma di leggerezza. O il fatto che non \u00e8 un&#8217;isola, ma una pianura, rende pi\u00f9 difficile rilevare qualcosa del genere rispetto alla Sicilia?<\/em><br><br>La differenza mi sembra costituita dall&#8217;Illuminismo, dalla speranza. Questo ha dato vita a una letteratura diversa dalla nostra, una letteratura dove si presuppone l&#8217;esistenza di una societ\u00e0 a monte. N\u00e9 noi abbiamo mai avuto uno Svevo, una letteratura di introspezione psicologica. Il crinale della letteratura siciliana \u00e8 stato sempre sul piano della realt\u00e0, il nostro sguardo \u00e8 stato sempre indirizzato all&#8217;esterno \u2013 naturalmente con l&#8217;eccezione di Pirandello. Da noi non esiste il romanzo psicologico, o il romanzo realistico con tutte le complicazioni e gli stravolgimenti della realt\u00e0 stessa, o la visionariet\u00e0, con tutte le declinazioni di una realt\u00e0 totale.<br><br><em>\u00c8 quella che lei chiama la \u00ablinea barocca\u00bb?<\/em><br><br>S\u00ec. Come diceva il signor Gadda: barocco \u00e8 il mondo. Ma niente \u00e8 pi\u00f9 barocco della Sicilia, con questa complessit\u00e0, questa stratificazione, queste diverse identit\u00e0. Fatalmente, rappresentandola, la cifra \u00e8 sempre quella barocca.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Volevo chiederle dei suoi rapporti con le arti visive.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br>Ho sentito sempre l&#8217;esigenza di bilanciare anche con la visualit\u00e0 quella che \u00e8 la mia parte sonora, questa mia forma di scrittura che tende verso la sonorit\u00e0, e quindi la pittura mi ha sempre ispirato. Da&nbsp;<em>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio<\/em>&nbsp;fino a&nbsp;<em>Lo spasimo di Palermo<\/em>&nbsp;ho avuto sempre delle figure pittoriche davanti che mi hanno dato spunto. Anche&nbsp;<em>Retablo<\/em>, per esempio. Ci sono stati dei pittori che ho utilizzato per svolgere quelle che nella mia scrittura chiamo le parti di \u00abcantica\u00bb o le parti corali, questo arrestarsi dell&#8217;azione narrativa, questo arresto corale: queste parti mi sono spesso state ispirate da visioni di pittori. Per esempio ricordo un brano di&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>&nbsp;che \u00e8 stato ispirato da un quadro di Ruggero Savinio.<\/p>\n\n\n\n<p>Per&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio&nbsp;<\/em>ricordo di aver visto un quadro di Mario Merz una volta, dove c&#8217;era una lumaca che rifaceva il disegno della sua stessa chiocciola percorrendo un cammino a forma di spirale: quella immagine mi ha molto sollecitato poi a mettere dentro la mia narrazione l&#8217;immagine della spirale della lumaca, mettendo cos\u00ec in un romanzo ambientato nell&#8217;Ottocento questa cifra pittorica modernissima di Merz.<\/p>\n\n\n\n<p>Potrei citare tanti altri esempi, ma poi invece la sonorit\u00e0 mi porta a sconfinare, a sradicare verso i musicisti, nel senso che ho scritto testi per dei musicisti contemporanei. Uno l&#8217;ho fatto per Francesco Pennisi, ho scritto un pezzo in prosa, una sorta di oratorio che si chiama&nbsp;<em>L&#8217;ape iglea<\/em>&nbsp;o&nbsp;<em>Elegia per Noto<\/em>; poi ho scritto un altro testo per Matteo D&#8217;Amico, per uno&nbsp;<em>Stabat Mater<\/em>. \u00c8 un&#8217;esperienza che mi interessa molto, cui mi porta la mia stessa scrittura, come dicevo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marco Belpoliti ,Elio Grazioli 21 Gennaio 2022 Il 10 agosto del 1999 abbiamo incontrato Vincenzo Consolo nella nuova casa dove si era trasferito da qualche tempo dopo gli anni trascorsi in via Volta, in una abitazione dove mi era capitato di andare a trovarlo e di conversare varie volte con lui. 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