{"id":3938,"date":"1994-08-06T15:19:00","date_gmt":"1994-08-06T15:19:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3938"},"modified":"2026-03-06T15:22:20","modified_gmt":"2026-03-06T15:22:20","slug":"lulivo-e-lolivastro-capitolo-xi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3938","title":{"rendered":"L&#8217;Ulivo e l&#8217;olivastro, Capitolo XI."},"content":{"rendered":"\n<p>Ora \u00e8 nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele,<br>nella chiarit\u00e0 orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale,<br>\u00e8 al centro d\u2019Ortigia, nell\u2019area sacra, nello spazio a<br>forma d\u2019occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza dove<br>regna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla<br>dei messaggi visivi, della pacata luce di candela, nell\u2019antro<br>dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche<br>colonne di pura geometria, dov\u2019\u00e8 incastonato il tempio<br>d\u2019Atena, la dea dell\u2019olivo e dell\u2019olio, del nutrimento e<br>della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce,<br>soccorso dell\u2019errante.<br>\u201c\u2026 I\u2019 son Lucia;<br>lasciatemi pigliar costui che dorme;<br>s\u00ec l\u2019agevoler\u00f2 per la sua via.\u201d<br>Prenda e agevoli anche lui la luminosa santa, lo guidi<br>per le balze infinite, per gli strati, i cieli di questa sua citt\u00e0.<br>Molteplice citt\u00e0, di cinque nomi, d\u2019antico fasto, di potenza,<br>d\u2019ineguagliabile bellezza, di re sapienti e di tiranni ciechi,<br>di lunghe paci e rovinose guerre, di barbarici assalti e di<br>saccheggi: in Siracusa \u00e8 scritta, come in ogni citt\u00e0 d\u2019antica<br>gloria, la storia dell\u2019umana civilt\u00e0 e del suo tramonto.<br><br>Calava a Siracusa senza luna<br>La notte e l\u2019acqua plumbea<br>E ferma nel suo fosso riappariva,<br>Soli andavamo dentro la rovina,<br>Un cordaro si mosse dal remoto.<br>Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere<br>d\u2019Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per<br>sciogliere, muovendo il passo come in un p\u00e0rodo sopra le<br>lastre d\u2019una piccola piazza, contro il tufo chiaro delle case,<br>in vista, oltre la balaustrata che cinge la fontana, il forte<br>d\u2019Aretusa, del porto Grande e del Plemm\u00ecrio, della foce<br>dell\u2019\u00c0napo e del Ciane, in vista del bianco tavolato degli<br>Iblei, sciogliere un canto di nostalgia d\u2019emigrato a questa citt\u00e0<br>della memoria sua e collettiva, a questa patria d\u2019ognuno<br>ch\u2019\u00e8 Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell\u2019umano,<br>della civilt\u00e0 pi\u00f9 vera, della cultura. Canto di nostalgia come<br>quello delle compagne d\u2019Ifigen\u00eca, schiave nella Tauride di<br>pietre e d\u2019olivastri. Ch\u00e9 questa \u00e8 oggi la condizione nostra,<br>d\u2019esiliati in una terra inospitale, cacciati da un\u2019umana Siracusa,<br>dalla citt\u00e0 che continuamente si ritrae, scivola nel<br>passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria,<br>che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa<br>muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide<br>Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamd\u00ees esule a Majorca.<br>Dietro di te, o mare, \u00e8 il mio paradiso: quello in cui vissi<br>[tra\u2019 gaudii, non tra le sventure!<br>Vidi l\u00ec spuntar l\u2019aurora mia, ed or, a sera, tu me ne vieti<br>[il soggiorno!<br>Al di l\u00e0 dei suoni, delle volatili parole, crede s\u2019incarni il<br>nome Siracusa, come per Maupassant, per Borgese e Vittorini,<br>nel perlaceo corpo d\u2019una donna, di Clementina o di<br>Zobeida, della Venere che il viaggiatore vide, nel museo<br>vecchio sopra il mare, illuminata nelle carni piene, il bacino,<br>il torso che sbocciano gloriosi dalle pieghe del drappo<br>fermato con la mano sopra il pube, dalla luce del sole che<br>irrompe nella stanza. Si concretizza nella ieratica, sfolgorante<br>sagoma, surreale e crudele come un sogno, nel coltello<br>infisso nella gola, negli occhi scerpati in mostra sopra<br>la patena, nell\u2019immagine di Lucia.<br>Esce per la sua festa la vergine bianca, la F\u00f2tina, la Lucifera,<br>la Palladia, rigida nel suo corpo d\u2019argento, alta sopra<br>l\u2019argento della cassa, esce nell\u2019ellisse dello spazio,<br>nello spazio dell\u2019occhio smisurato, nel barocco anfiteatro<br>dove s\u2019erge la fronte della bad\u00eca nel nome suo edificata.<br>Da dietro la tonda grata della loggia, candide monachelle<br>in clausura liberano nell\u2019azzurro quaglie, colombe, tortore,<br>cardelli. Il frullo d\u2019ali, il volo \u00e8 in ricordo di colombe<br>che al tempo della carestia e della fame vennero a dire, col<br>chicco dentro il becco, come la fuggitiva dell\u2019arca col ramo<br>dell\u2019ulivo, che al porto s\u2019era compiuto il gran miracolo.<br>Venne un vascello e venne nell\u2019Ortigia, nel porto dove<br>l\u2019Alfeo raggiunge l\u2019Aretusa, dove si perde il Ciane dei papiri.<br>Viene da Malta, Candia, Corinto? Viene dal caricatore<br>di Licata, Pozzallo, Terranova? \u2013 Infinite sono le rotte,<br>aperte o impedite solamente dai corsari.<br>S\u2019alzano sopra i tetti e i l\u00e0strici solari di Siracusa bianca<br>come l\u2019Anadiomene che il riverbero del mare intiepida<br>nel corpo suo sereno, svettano colonne, capitelli, timpani<br>di templi e cattedrali. Oltre, oltre Ne\u00e0poli ed Ep\u00ecpoli,<br>oltre il teatro e oltre l\u2019Eurialo, oltre i mandorli, il timo e il<br>miele, oltre gli Iblei e gli Erei \u00e8 il centro, l\u2019\u00f2nfalo, la terra<br>da cui venne questo frumento che riemp\u00ec la stiva del vascello.<br>In alto, sopra l\u2019alta Enna, \u00e8 il seggio della madre,<br>della dea offesa che s\u2019ammant\u00f2 di nero.<br>Nell\u2019arancio, nell\u2019oro, nel vermiglio che si stende sopra<br>il mare nel tramonto, nell\u2019ottobre dei mosti e delle mosche,<br>del seccume e delle polveri, dell\u2019oliva r\u00f3sa, la mandorla<br>vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Tal\u00e9o,<br>nel porto piccolo, nel Marmoreo.<br>Calc\u00f2 l\u2019uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio<br>sopra gli occhi, s\u2019avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caric\u00f2<br>il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso<br>marinaro, botti di mastri d\u2019ascia e calafati, abbai di cani,<br>urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi,<br>lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi<br>mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecit\u00e0, stroppiume,<br>m\u00e0cule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano,<br>a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia.<br>Attravers\u00f2 la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte<br>sul canale della D\u00e0rsena, la Porta Reale, si diresse, prima<br>che calasse notte, verso Ortigia. S\u2019accorse di un\u2019ombra<br>lunga che gli ballava accanto. Temette si trattasse di gendarme,<br>di ladro o d\u2019un sicario del cavalier maltese. Impugn\u00f2<br>lo stiletto nascosto nelle brache.<br>\u2013 Vieni avanti, m\u00f3strati!<br>E quello niente, dietro, fermo pel suo fermarsi.<br>Michelangelo volse il capo appena, guard\u00f2 con la coda<br>dell\u2019occhio. Vide dietro le sue spalle un giovinetto lacero<br>e mucoso con un sorriso lieve sulla faccia, gli occhi<br>imploranti.<br>\u2013 Che vuoi, chi ti manda?<br>\u2013 Ho fame, signor\u00eca\u2026<br>Michelangelo si gir\u00f2, lo guard\u00f2 bene, gli sembr\u00f2 come<br>uno di quei della Suburra o Mergellina, ma umile, spaurito,<br>pi\u00f9 delicato ai tratti, come Mario in Roma, ai tempi del<br>Concerto e del Liutista.<br>\u2013 Come ti chiami?<br>\u2013 Martino\u2026<br>\u2013 Sei di qua?<br>\u2013 Gnors\u00ec, d\u2019Ortigia.<br>\u2013 Vieni, portami il sacco.<br>Nella cenere infocata, nel viola del cielo e della terra, Michelangelo<br>vedeva camminando casipole ammassate e decadenti,<br>antiche chiese, mura e porte e baluardi, stereobati,<br>plinti, colonne ritte e riversate di templi dorici che mai<br>aveva veduto, palazzi classici e ispanici possenti, e tutto<br>nell\u2019abbandono, nella mondezza, nel languore della gente,<br>nel livore del vespero, nei gravi rintocchi di campane.<br>Martino gli stava appresso, silenzioso per i piedi nudi,<br>presente solo per l\u2019ansare.<br>\u2013 Vieni avanti \u2013 gl\u2019intim\u00f2 Michelangelo. \u2013 Conducimi<br>alla Mastra Rua.<br>Il ragazzo si mosse svelto.<br>\u2013 Tu conosci un maestro Minniti, pittore di quadri?<br>\u2013 Gnors\u00ec, gnors\u00ec. Mastro Mario, \u2019a badissa\u2026<br>\u2013 Che?<br>\u2013 \u00c8 l\u2019ingiuria, signor\u00eca.<br>\u2013 Andiamo alla sua casa.<br>Guardava Michelangelo il ragazzo che avanti gli trottava,<br>i garretti, le gambe fra i buchi dei suoi cenci, le esili<br>spalle curve per il sacco, il collo di bambino, la testa di<br>piume di can\u00e0rio. All\u2019angelo ripens\u00f2 del suo Riposo, alla<br>grazia che abbaglia e che dispare. Col suo corpaccio, la<br>grossa testa bergamasca, i capelli peciosi e spessi, la fosca<br>pelle, gli occhi ingrottati, il dolore innominato, la melanconia<br>senza riparo che lo spingeva a denudare il mondo,<br>togliere agli uomini, alle cose, ogni velame, ombra,<br>illusione, esporli alla cruda lama della luce, alla spietata<br>verit\u00e0 di questo giorno, di questa vita, squarcio, ferita<br>immedicata, nel corpo della notte, del sonno, della stasi,<br>amava scontrosamente la bellezza, pativa per la sua labilit\u00e0,<br>la sua assenza.<br>La Mastra Rua era perciata da rocchi, cortigli, archi, scese<br>e vanelle che sbucavano ai bastioni, al forte di Vigliena, al<br>mare d\u2019oriente. Vele trascorrevano tra una quinta e un\u2019altra,<br>di galeotte, di sciabecchi.<br>Alla casa del Minniti, Michelangelo batt\u00e9 il picchio con<br>tutta forza. E apparve quindi nell\u2019androne l\u2019amico suo.<br>\u2013 Michele, Michele, t\u2019aspettavo\u2026<br>Erano anni che non si vedevano, dal tempo del comune<br>soggiorno presso il cardinal Del Monte, in palazzo Madama,<br>in palazzo Mattei, insieme agli altri giovincelli, pittori,<br>modelli, musici, castrati, da quel remoto tempo di lussi<br>e spassi, delle feste, dei giochi e delle risse, delle scorrerie<br>coi lombardi, il cane Cornacchia, in Campo Vaccino,<br>in piazza del Popolo, in Ripetta, la pallacorda, le osterie,<br>le bardasse dei Banchi, Laura e la figlia Isabella, F\u00ecllide,<br>la sua Lena di piazza Navona\u2026 Tutto, tutto che si port\u00f2<br>via la maledetta rissa in Campo Marzio, la pugnalata nel<br>ventre di Ranuccio, la fuga a Paliano, a Napoli, a Malta.<br>\u2013 Che ti successe, Micheluzzo, non stavi bene a Malta?<br>\u2013 Bene, s\u00ec. Molte committenze, tanto lavoro, un grande<br>quadro per i Cavalieri, una decollazione del Battista\u2026<br>S\u2019apr\u00ec in una risata roca, di quelle brutte che soleva fare.<br>\u2013 Denaro, onori\u2026 Finanche della Croce di cavalier di<br>Grazia fui insignito\u2026 Ma tanta grazia non m\u2019imped\u00ec d\u2019infilzare<br>un cavaliere di Giustizia\u2026 Mi sono calato dalla muraglia<br>con la corda\u2026 Eccomi qua, maestro Mario, vecchia<br>mia badessa\u2026<br>\u2013 Chi te l\u2019ha detto? \u2013 chiese piccato e stridulo il Minniti,<br>ballonzando nelle molli carni. \u2013 \u2019Sto bastasello!\u2026 Via,<br>via, torna coi pari tuoi, malecreato! \u2013 intim\u00f2 a Martino.<br>\u2013 Lascialo!<br>\u2013 Michele mio, qui non siamo a Roma\u2026<br>\u2013 Lascialo!<br>Gli fece visitare la grande casa, vedere i ricchi drappi, i<br>tappeti, i broccati, le sete, le gioie, le ambre, gli argenti, lo<br>fece entrare nel salone dove lavorava, coi balconi grandi<br>che s\u2019affacciavano sul l\u00e0strico, sul mare.<br>\u2013 Ah, vedessi la luce qui al levar del sole\u2026 Pare l\u2019incandescenza<br>bianca, l\u2019abbaglio che rimandano i cristalli. Sono<br>costretto a schermare i balconi con i cortinaggi.<br>Michelangelo ghign\u00f2 e ancora pi\u00f9 guardando le tavole,<br>le tele in lavoro sui cavalletti, concluse e appoggiate<br>alle pareti, che imitavano i suoi temi, scene di violenza e<br>di dolore esposte nel suo linguaggio, nel taglio della luce<br>dentro l\u2019ombra, ma con accento fiacco, dolce, atto a piacere,<br>a sedurre i committenti. Era come se il Minniti contraffacesse<br>la sua voce, i suoi tratti, le sue movenze, ne svilisse<br>la superbia, l\u2019astio, il furore, ne svelasse, velandola,<br>un\u2019oscura, bassa debolezza. E guardando anche Mario,<br>ricordando l\u2019adolescente d\u2019un tempo ch\u2019era stato, pieno<br>di grazia, osservandolo ora nella flaccidezza, nel porgersi<br>untuoso, ascoltando la sua voce di castrato, gli sembrava<br>come il suo castigo, il contrappasso, lo specchio deformato<br>del suo interiore per il mostrare egli nella pittura,<br>come in uno specchio, brutale e vero il mondo, cruda la<br>vita, il suo spasimo, il suo dramma.<br>\u2013 Perch\u00e9 ti sei ridotto qua in Siracusa, in questo ammasso<br>di macerie, in questo fosso di miseria e d\u2019abbandono?<br>\u2013 Ah, questa citt\u00e0 n\u2019ha viste tante, tremuoti, carestie, pesti,<br>malgoverni, razzie di corsari\u2026 Ma \u00e8 la mia. Ho qui la<br>madre, le sorelle, i nipoti che devo mantenere\u2026 A Messina<br>non avevo pi\u00f9 travaglio, committenze. I Gesuiti, padre<br>Semperi in testa, chiamavano dal continente gli artisti<br>loro preferiti, de\u2019 modi del Valeriano, romani, toscani,<br>veneti, fiamminghi. Qui, al contrario, in questa citt\u00e0 povera,<br>d\u2019afflitti, hanno potere i Cappuccini, che amano la<br>mia arte, la dicon popolare, in stile, la dicono, caravaggesco.<br>Io son protetto poi dal Definitore Generale, dal padre<br>Errante, ho amicizia con signori del Senato\u2026 Vedrai, Michele,<br>quando dir\u00f2 che il pittore primo, il Caravaggio, \u00e8<br>qui nella citt\u00e0, ospite nella mia casa\u2026<br>Michelangelo ghign\u00f2: gl\u2019importava solamente racco-<br>gliere il denaro che gli avevano tolto nel carcere di Malta,<br>imbarcarsi, tornare presto a Roma.<br>\u2013 Sfama il ragazzo, rivestilo per bene \u2013 e indic\u00f2 Martino<br>accovacciato l\u00e0 per terra, la testa sui ginocchi, addormentato.<br>\u2013 Sar\u00e0 il mio servo, il mio paggio nel tempo che<br>rester\u00f2 in Siracusa.<br>Scopr\u00ec nei giorni appresso Michelangelo, sotto l\u2019umile<br>citt\u00e0 dimenticata fra mezzo a dissoluzione e abbandono, la<br>turba d\u2019infelici, accattoni e infermi avanti a ogni chiesa, convento,<br>alle logge dei mercanti al piano Duomo, ribaldi per<br>strade, per campagne, ladri e bardasse ai porti, alla fontana<br>degli Schiavi, al castello di Maniace, mori abbandonati<br>dai padroni tornati sulle terre, nei casali, la soldataglia prepotente<br>e angariosa di Filippo e del Paceco, scopr\u00ec come un<br>tesoro sepolto e obliato l\u2019antica e mirabile citt\u00e0 di Siracusa,<br>pi\u00f9 ricca e forte d\u2019Atene o di Corinto. Vide in incanto i templi,<br>la grande conchiglia impressa nella roccia del teatro greco,<br>la strada dei sepolcri, le are, l\u2019anfiteatro, ogni camminamento,<br>fossato, baluardo di quel vasto, tumultuoso mare di<br>conci di calcare ch\u2019\u00e8 in Ep\u00ecpoli il castello Eurialo.<br>\u2013 Luogo da cui si vede bene il mare \u2013 sciolse cos\u00ec il nome<br>liquido e musicale l\u2019affabile sua guida, l\u2019archeologo don<br>Vincenzo Mirabella. \u2013 E il mare \u00e8 questo Ionio che solc\u00f2<br>la nera barca d\u2019Ulisse, solcarono le navi dei Corinzi che<br>vennero a fondare Siracusa.<br>Guard\u00f2 il pittore la testa chiara del paggio, di Martino. Il<br>suo profilo contro quell\u2019acqua, il celeste luminoso, guard\u00f2<br>quel balen\u00eco in mezzo allo sfacelo delle pietre, alle rovine,<br>e all\u2019istante, come ogni volta, sempre, vide fiorire sul fanciullo,<br>sul collo, la guancia, spandersi, la vermiglia, la nera<br>macchia della peste, della corruzione, della fine. Gli prendeva<br>allora panico, dolore, ch\u2019egli mutava in odio, furore<br>contro la vita, gli uomini, un bisogno l\u2019invadeva d\u2019infliggere<br>dileggio, afflizione, recidere teste di Medusa, Golia,<br>Oloferne, d\u2019incidere carni, di ferire, di ferirsi.<br>\u2013 Cavalier Merisi, maestro Michelangelo\u2026<br>Si scosse, sorrise mesto all\u2019abate Mirabella.<br>\u2013 Andiamo, ci aspetta il Minniti per visitare le latomie.<br>Scese la brigata per il vi\u00f2lo che degradando rapido<br>conduce nella cava, dentro il labirinto, fra le pareti alte, a<br>piombo, scabre e grondanti delle latomie. Al fondo nella<br>terra rossa, grassa, era fermento. Era nel sole dell\u2019ottobre,<br>dell\u2019infinita estate, uno strisciare di colubri, di ramarri, brulicare<br>di vespe, mosche, zampaglioni sopra vesce, gromme,<br>lippi, sopra erbe, fiori, bacche, edere e rovi e acanti,<br>perastri e olivastri, giunchi e dise, in fittissima boscaglia,<br>impenetrabile groviglio, era un cascare d\u2019acque invisibili,<br>un gracidare di rospi, di ragane. Saltarono fossi, stagni,<br>costeggiarono piloni altissimi, piramidi, colonne che reggevano<br>soffitti di caverne, antri paludosi, antichi intagli<br>e scavi dentro il tufo, entrarono in una spelonca secca, ad<br>arco acuto in cielo, che si svolgeva, avvolgendosi in chiocciola,<br>in spirale, con un gioco sonoro formidabile di echi,<br>rimbombi, esaltazione d\u2019urla, battere di mani, fino di sussurri,<br>fiati. Disse l\u2019abate della leggenda, lontana dalla storia,<br>ch\u2019era ignota, della caverna fatta costruire in quella forma<br>dal tiranno Dionisio ai prigionieri per ascoltarne dalla<br>reggia i discorsi, spiarne le male intenzioni.<br>\u2013 Credo sia rimasto il tiranno prigioniero dentro quel suo<br>orecchio, quel labirinto della sua follia \u2013 osserv\u00f2 Michelangelo.<br>Martino si divert\u00ec con l\u2019eco, sulla soglia del cunicolo fece<br>strida, versi di gatti, cani, trilli d\u2019uccelli.<br>\u2013 E finiscila, bastardo! \u2013 gli grid\u00f2 il Minniti spazientito.<br>Andarono oltre nell\u2019infernale mondo, per le lande desolate,<br>fratture immense, spoglie cattedrali, luogo di pena<br>del lavoro, condanna nei secoli d\u2019un popolo di schiavi, di<br>cavamonti, tagliapietre. Tra l\u2019ombra fredda e il fango, incontrarono<br>i cordari che torcevano, mulinando ruote di<br>canne, fibre macerate d\u2019ampelodesmo, di giummara. Sembrava<br>stessero l\u00e0 da infinito tempo, che senza fine, eterno<br>fosse per loro quel travaglio. Guard\u00f2 quei dannati, ignudi<br>e avviliti, Michelangelo, guard\u00f2 il tufo alto, incombente<br>dello sfondo, le arcate altissime, la luce livida, tombale<br>che sopra vi gravava. Pens\u00f2 che l\u00ec era il teatro, il luogo<br>adatto per il quadro a lui commissionato dal Senato.<br>Effigi\u00f2 la santa come una luce che s\u2019\u00e8 spenta, una Lucia<br>mutata in Eusk\u00eca, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta<br>o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio<br>divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti,<br>stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti<br>alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta<br>a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le<br>quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle<br>cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce<br>su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla piet\u00e0, dall\u2019amore<br>dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande<br>per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella<br>di cera dietro la pergamena.<br>Nel sentimento della morte che ormai l\u2019ha invaso e lo<br>possiede, Michelangelo \u00e8 oltre la violenza, l\u2019assassinio, \u00e8<br>alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino<br>verso la notte immota.<br>Un brus\u00eco prima, indi un voc\u00eco confuso e concitato si<br>lev\u00f2 nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del<br>drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si<br>mossero tutti di qua, di l\u00e0, sembrarono le teste creste sopra<br>il mare sferzato all\u2019improvviso dal grecale. Il vescovo,<br>nei solenni paramenti, si lev\u00f2 dal seggio d\u2019oro sopra<br>il presbiterio, l\u2019organo in cantor\u00eca smise di sfiatare. Si le-<br>varono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti<br>fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno<br>opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali,<br>si mise a tossire secco, a sussultare, premette il<br>muccatore sulla bocca.<br>Il vescovo lento avanz\u00f2 nel piviale bianco, nella mitria,<br>nel pastorale d\u2019argento, si ferm\u00f2 avanti all\u2019altare sfavillante<br>di lampe, di miriade di ceri. Parl\u00f2 gravemente.<br>\u2013 La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra<br>stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare,<br>avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti<br>sull\u2019altare, al cadavere reale della donna, a una<br>santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo<br>collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto\u2026, non possiamo<br>celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo<br>benedire questo quadro. L\u2019artista capisca e si studi<br>d\u2019aggiustare\u2026<br>Michelangelo, il cappellaccio in mano, si port\u00f2 avanti<br>al vescovo, lo fiss\u00f2 muto, il ghigno sulle labbra, s\u2019inchin\u00f2,<br>discese dal presbiterio, afferr\u00f2 per il braccio Martino<br>e, percorsa insieme al paggio la navata, sort\u00ec nella piazza<br>vasta, nella luce del mattino.<br>Ora \u00e8 il tempo in cui il cereo corpo di Lucia si decompone,<br>negli ipogei della morte, negli avelli, nelle catacombe<br>dei liquami si espande, la lama della spada che incise il collo<br>bianco s\u2019\u00e8 mutata nel bacillo della peste che cova e germina<br>nelle volute, nei ghirigori del barocco, la pittura del<br>Caravaggio nel teatrino dello Zummo, il taglio della luce,<br>la metafora, la profezia della tragedia nella cera colorata,<br>nei simboli, nell\u2019orrore del dettaglio, terrore quaresimale,<br>libidine del reale, nell\u2019ossessione del cadavere.<br>Nasce il ceroplasta Zummo nella Siracusa della peste<br>venuta da oriente, piaga d\u2019Egitto, macerie d\u2019Alessandria,<br>nelle stive dei velieri, nel tempo terrifico e oscuro in cui il<br>morbo, per merci infette, mercanti e uomini ch\u2019eludono<br>dogane, quarantene, si spande sterminando popolaglia per<br>gli angiporti, per le capitali. Cresce l\u2019allievo nel Collegio<br>gesuitico, nella citt\u00e0 dei solari templi d\u2019un tempo lineari,<br>delle marmoree dee, del lauro e del timo, del miele degli<br>Iblei, nella Siracusa spenta delle fabbriche dei cilii poderosi<br>delle feste delle sante vergini, delle processioni, dei<br>ceri trafitti dall\u2019incenso, degli ex voto, delle fumose candele<br>nei coppi, nelle ninfe, sulle tombe. Non vede l\u2019abate<br>che abbandono e fame, corpi pendenti dalle forche, eclissi<br>di mali segni, non ode nelle chiese di mefitiche lastre,<br>nelle cripte di mummie in parata, che minacce di fiamme,<br>d\u2019eterna condanna.<br>Nelle botteghe di via Maestranze, Giudecca o Candelai,<br>tra il tanfo delle concerie, il rumore delle macine in cent\u00ecmoli<br>e trappeti, impara a colorare, a plasmare cera, formare<br>Deposizioni e Addolorate, san Rocco e santa Rosalia<br>delle pesti sotto le campane di cristallo, comincia a immaginare<br>i suoi teatri degli orrori e delle minacce.<br>Seguendo il filo del contagio, l\u2019odore che promana dai<br>lazzaretti, dai corpi accatastati in vallate di fumo e calce,<br>approda nella Napoli degli affreschi di Mattia Preti, degli<br>oli di Micco Spadaro. Compone la sua Peste di carni rosse,<br>gialle, verdi, viola, nere, ammassi di corpi sovrastati<br>da monatti, il vecchio Tempo in trionfo, la falce sopra<br>scheletri e carni, ratti e gechi scorazzanti, Vanitas e Morbo<br>Gallico. Va a Firenze alla corte d\u2019un Medici che annera,<br>sconcia il Rinascimento del casato, odia la poesia, l\u2019arte,<br>vive nella bassura, nell\u2019isteria del tempo, nella necrofilia,<br>nel gusto del disfacimento. \u00c8 a Bologna, Zummo, assiduo<br>frequentatore negli anfiteatri universitari degli spettacoli<br>anatomici, a Genova, nei sotterranei di alberghi di poveri,<br>ospedali, in cui su corpi, teste di decollati, sperimen-<br>ta imbalsamazioni, confonde le materie, inietta nelle arterie<br>cera liquefatta.<br>Giunge infine a Parigi, alla gloria, alla protezione del Re<br>Sole. Ogni male, malattia del tempo, ogni lacerto, meandro,<br>ogni metamorfosi del corpo con la materia duttile,<br>effimera, con l\u2019imitazione, con l\u2019inganno rappresenta. Al<br>di qua del teatro, della teca, rappresenta la follia del tempo,<br>la sua follia, nel gesto di premere le dita sulla materia<br>molle, nel plasmare carcasse, spoglie, nello spettacolo del<br>macabro, nel gusto della morte.<br>La Rivoluzione canceller\u00e0 a Saint-Sulpice altari, spazzer\u00e0<br>via la sua tomba, dedicher\u00e0 il tempio alla Ragione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siracusa.-Seppellimento-di-Santa-Lucia-di-Caravaggio-trasferimento-per-un-piatto-di-lenticchie-1-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"454\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siracusa.-Seppellimento-di-Santa-Lucia-di-Caravaggio-trasferimento-per-un-piatto-di-lenticchie-1-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3939\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siracusa.-Seppellimento-di-Santa-Lucia-di-Caravaggio-trasferimento-per-un-piatto-di-lenticchie-1-1.jpg 800w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siracusa.-Seppellimento-di-Santa-Lucia-di-Caravaggio-trasferimento-per-un-piatto-di-lenticchie-1-1-300x170.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siracusa.-Seppellimento-di-Santa-Lucia-di-Caravaggio-trasferimento-per-un-piatto-di-lenticchie-1-1-768x436.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Il Seppellimento di Santa Lucia \u00e8 un dipinto di Caravaggio, a olio su tela (408\u00d7300\u00a0cm), esposto sull&#8217;altare del Santuario di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa<\/em><br><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/41y47Ad8HoL._SY445_SX342_ML2_-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"287\" height=\"445\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/41y47Ad8HoL._SY445_SX342_ML2_-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3942\" style=\"width:689px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/41y47Ad8HoL._SY445_SX342_ML2_-1.jpg 287w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/41y47Ad8HoL._SY445_SX342_ML2_-1-193x300.jpg 193w\" sizes=\"(max-width: 287px) 100vw, 287px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ora \u00e8 nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele,nella chiarit\u00e0 orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale,\u00e8 al centro d\u2019Ortigia, nell\u2019area sacra, nello spazio aforma d\u2019occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza doveregna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilladei messaggi visivi, della &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3938\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">L&#8217;Ulivo e l&#8217;olivastro, Capitolo XI.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,12,4],"tags":[852,336,2294,490,318,77,1382,2297,550,17,1787,32,1676,2296,2295,2095,57,252,20,38,486,110,459,2293,196,29,59,18,2122],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3938"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3938"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3938\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3943,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3938\/revisions\/3943"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3938"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3938"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3938"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}