{"id":3919,"date":"1980-07-17T17:22:00","date_gmt":"1980-07-17T17:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3919"},"modified":"2026-02-07T18:39:19","modified_gmt":"2026-02-07T18:39:19","slug":"un-giorno-come-gli-altri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3919","title":{"rendered":"Un giorno come gli altri"},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>Vincenzo Consolo<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Conosce, Turi, la mia curiosit\u00e0 per le carte, i do\u00adcumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi por\u00adta volantini, opuscoli, manifesti. M\u2019\u00e8 arrivato, sta\u00admattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, l\u00ec di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di par\u00adlare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chiss\u00e0 perch\u00e9, le <em>di <\/em>diventano <em>ti <\/em>(facen<em>t<\/em>o, <em>T<\/em>igos, porco <em>t<\/em>iodice), di quanto \u00e8 avvenuto nella casa di que\u00adsto suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano gi\u00f9 dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tut\u00adto all\u2019aria in quell\u2019unica stanza; di come in questi gior\u00adni, in queste notti, nel quartiere, \u00e8 un continuo irrom\u00adpere di polizia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, \u00e8 ve\u00adnuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa so\u00adpra il tavolo. \u00abApri,\u00bb mi dice \u00abapri\u00bb e sorride furbo, soc\u00adchiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi \u00e8 piccolo e magro, sar\u00e0 alto meno di un metro e sessanta e peser\u00e0 quarantasette-quaran\u00adtot\u00adto chili: a trent\u2019anni, ha l\u2019aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed \u00e8 nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti ap\u00adpuntiti che gli vengono gi\u00f9 agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua ami\u00adca dentista. Do\u00adpo che ha messo i denti, Turi non \u00e8 che sia in\u00adgrassato di tanto, \u00e8 riuscito per\u00f2 a trovare la ra\u00adgazza, Sabina.<\/p>\n\n\n\n<p>Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la bor\u00adraccia, la bellissima borraccia di Turi. \u00c8 una maio\u00adlica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. \u00c8 a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. \u00c8 questo l\u2019uni\u00adco oggetto, l\u2019unico ricordo che Turi s\u2019\u00e8 portato dal pae\u00adse, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e que\u00adsti forse l\u2019ha avuto da suo padre o da suo nonno: \u00e8 proprio un pezzo antico. L\u2019avevo vista, questa borrac\u00adcia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. \u201cSe la vendi,\u201d gli avevo detto \u201cdillo prima a me.\u201d Era il \u201870. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto del\u00adla sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Mila\u00adno, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abor\u00adtita, ch\u00e9 della parte milanese, della parte operaia, io non avevo \u2013 essendo anch\u2019io immigrato e \u201cconta\u00addino\u201d \u2013 e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si pu\u00f2 mai nar\u00adrare senza la <em>memoria<\/em>?<\/p>\n\n\n\n<p>Turi era diventato allora, in fabbrica, un perso\u00adnag\u00adgio, un simbolo. Per irumori e la nocivit\u00e0, s\u2019era ammalato, s\u2019era esaurito. S\u2019assentava spesso dal lavo\u00adro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare paz\u00adzo e licenziarlo, ma riusc\u00ec solo a fargli firmare le di\u00admissioni. I compagni allora s\u2019occuparono del \u201ccaso\u201d. La faccenda and\u00f2 a finire in tribunale e Turi venne re\u00adin\u00adte\u00adgrato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all\u2019anno scorso, poi s\u2019\u00e8 licenziato e ha pre\u00adso la liquidazione. Con questa, s\u2019\u00e8 comprato un ca\u00admion\u00adcino e s\u2019\u00e8 messo a fare trasporti. Ma i soldi della li\u00adquidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cam\u00adbiale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo \u201cpolitico\u201d. \u00abMe\u00adglio che ce l\u2019hai tu, cos\u00ec la ve<em>t<\/em>oquan<em>t<\/em>o voglio\u00bb mi dice. Per fortuna non c\u2019\u00e8 mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la bor\u00adraccia. \u00abVergognati,\u00bb gi\u00e0 la sento, mi avrebbe detto \u00abver\u00adgognati! Anche dell\u2019unico ricordo, dell\u2019ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spo\u00adgliar\u00adli.\u00bb Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la bor\u00adrac\u00adcia \u00e8 qui, sulla mia credenza del \u2018700, egli pu\u00f2 veni\u00adre a riprendersela quando vuole.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia moglie \u00e8 a Mantova, vi \u00e8 andata con Maria Bel\u00adlonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovr\u00e0 fare un film da un racconto che si chia\u00adma <em>Delitto di stato <\/em>della scrittrice romana. Me lo so\u00adno letto stanotte, questo racconto, e m\u2019\u00e8 sembrato pro\u00adprio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all\u2019apertura dell\u2019urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzec\u00adcate metafore del potere.<\/p>\n\n\n\n<p>Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cam\u00adbiare l\u2019assegno. Passiamo prima dal bar della Mari\u00adsa a prendere il caff\u00e8. Quello della Marisa \u00e8 il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone cen\u00adtrale, il Biscione, la <em>Vipera gentile<\/em>. C\u2019\u00e8 sempre l\u00ec da\u00advan\u00adti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ra\u00adgazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto die\u00adtro cui sono allineati vasi con le piante che prendono be\u00adne la luce, c\u2019\u00e8 anche un bel papiro alto e folto. Nella pri\u00adma stanza c\u2019\u00e8 il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere t\u00e8 nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, al\u00adzando le gambe dimenando i fianchi e facendo vol\u00adteggiare so\u00adpra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di la\u00advapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zo\u00adna di Porta Garibaldi \u00e8 piena di egiziani, abitano am\u00admassati in vecchie case cadenti che non possono essere ab\u00adbattute per i vincoli \u201cstorici\u201d e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L\u2019unico, intanto, di questi egi\u00adziani, che <em>l\u2019\u00e0 <\/em><em>tac\u00e0 su el cap\u00e8l <\/em>\u00e8 Mahmoud, diventato l\u2019uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, da\u00adgli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un <em>bau\u00adscia <\/em>che parlava e parlava sempre (un impotente, di\u00adce\u00advano tutti al bar) \u00e8 sparito, non si \u00e8 visto pi\u00f9 da quan\u00addo Mahmoud ha preso il suo posto dietro il ban\u00adcone a manovrare la Faema, affettare salame, fare pani\u00adni, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa \u00e8 lo stesso sem\u00adpre nervosa, fuma una sigaretta dopo l\u2019altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo aman\u00adte giovanissimo e arabo. Con Mahmoud per\u00f2 \u00e8 dol\u00adcissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud \u00e8 sci\u00advo\u00adlata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caff\u00e8, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si \u00e8 subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. \u00abNon fare lo sciocco\u00bb gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compae\u00adsani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a pas\u00adseggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFiglio di puttana!\u00bb sbotta Turi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi se\u2019 messo a fare il razzista?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAh\u00f2,\u00bb fa Turi \u00abquello ci marcia, sfrutta&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE allora?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa questi non sono compagni, sono tutti per Sa\u00ad<em>t<\/em>at, Sa<em>t<\/em>at, e poi scappano e vengono qua&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe vuol dire? Sono immigrati, poveri, pi\u00f9 po\u00adve\u00adri di te che hai un camion&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abUn camion, s\u00ec, \u2018sta minchia!\u00bb fa Turi risentito. \u00abAn\u00adcora lo <em>t<\/em>evopagare e nessuno mi fa fare tra\u00adsporti&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Si capisce che Turi \u00e8 invidioso dell\u2019egiziano, in\u00advi\u00addioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacit\u00e0 di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha pro\u00adblemi con Sabina, che \u00e8 compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quan\u00addo vuole. Sabina rimprovera a Turi d\u2019essere ri\u00admasto contadino siciliano, moralista, <em>rompiball, <\/em>come tut\u00adti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la cop\u00adpia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nel\u00adla vecchia casa occupata di corso Garibaldi, \u00e8 all\u2019ester\u00adno, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt\u2019intorno nella zona, fin sui pi\u00adla\u00adstri di marmo dei portici di fronte, dov\u2019 \u00e8 la banca. Di\u00adcono: \u201cno all\u2019eroina\u201d, \u201cmorte a chi vende mor\u00adte\u201d, \u201cmorte agli spacciatori\u201d, \u201cmino ba\u00adsta\u201d, \u201cfuori mino, fuori l\u2019ero\u201d. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche in\u00addia\u00adne, riccioluti, con l\u2019orecchino), \u00e8 un balordo sui tren\u00adtacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occu\u00adpa\u00adto una stanza e l\u00ec s\u2019\u00e8 messo a spacciare.<\/p>\n\n\n\n<p>Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di le\u00adgno del suo pistolone alla cintola.<\/p>\n\n\n\n<p>Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul \u00abCorriere della Sera\u00bb, c\u2019\u00e8 una recensione di Mo\u00adravia al libro di Nello Aiello <em>Intellettuali e PCI.<\/em> Mo\u00adra\u00advia ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. \u201cPerch\u00e9 un artista \u2018pu\u00f2\u2019 anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sa\u00adr\u00e0 un artista\u201d dice. E poi ancora di Vittorini e della po\u00adlemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sem\u00adbra vecchia, mi ricorda l\u2019affermazione di Piran\u00addello: \u201cLa vita, o la si scrive o la si vive\u201d. Che l\u2019alter\u00adna\u00adtiva, oltre a valere per tutti, non solo per l\u2019artista, do\u00adpo Marx non ha pi\u00f9 senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti \u201cfilosofi dell\u2019azione\u201d, co\u00adme dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le \u201crego\u00adle\u201d, nel voler essere o no, totalmente, incondi\u00adziona\u00adta\u00admente, dentro un partito, dentro la logica \u201cpoli\u00adtica\u201d di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vit\u00adtorini.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendo a lavorare a un articolo per un roto\u00adcalco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l\u2019articolo mi \u00e8 diventato racconto, che pi\u00f9 che parlare di Piccolo, dei suoi <em>Canti barocchi<\/em>,in termini razionali, critici, par\u00adlo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio non\u00adno, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall\u2019onda piacevole del ricordo, della memoria. \u201cIn\u00advec\u00adchiamo,\u201d mi dico malinconicamente \u201cinvec\u00adchia\u00admo.\u201d Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato \u00e8 un fatto che non c\u2019entra molto col mio scrivere. \u00c8 che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla me\u00admo\u00adria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, \u00e8 sempre un\u2019operazione vecchia arretrata re\u00adgressiva. Diverso \u00e8 lo scrivere, lo scrivere: per esem\u00adpio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura im\u00adpoetica, estranea alla memoria, che \u00e8 madre della poe\u00adsia, come si dice. E allora \u00e8 questo il dilemma se biso\u00adgna scrivere o narrare.<em> <strong>Con lo scrivere si pu\u00f2 forse cam\u00adbiare il mondo<\/strong>,<\/em> con il narrare non si pu\u00f2, perch\u00e9 il narrare \u00e8 rappresentare il mondo, cio\u00e8 ricrearne un al\u00adtro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, co\u00adme quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Come \u2018l viso mi scese in lor pi\u00f9 basso<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>mirabilmente apparve esser travolto<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>ciascun tra \u2018l mento e \u2018l principio del casso;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>ch\u00e9 <\/em><em>da le reni era tornato \u2018l volto,<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>ed in dietro venir li conven\u00eca,<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>perch\u00e9 \u2018l veder dinanzi era lor tolto<\/em>. <a href=\"#_edn2\" id=\"_ednref2\">[ii]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Ed anche \u201cdi maschio femmina\u201d diviene come Ti\u00adre\u00adsia, il narratore. Squilla il telefono ed \u00e8 un mio ami\u00adco, corrispondente da Parigi di un settimanale. \u00c8 fu\u00adrioso perch\u00e9 a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l\u2019altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo <em>Le <\/em><em>ma\u00adnie del professore<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 il narratore dalla testa stravolta e proce\u00adden\u00adte a ritroso, da quel mago che \u00e8, pu\u00f2 fare dei salti mor\u00adta\u00adli, volare e cadere pi\u00f9 avanti dello scrittore, an\u00adti\u00adci\u00adparlo&#8230; Questo salto mortale si chiama metafora.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le co\u00adse pi\u00f9 salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillar\u00addina e la frutta cotta. Mangio bottarga, <em>s\u00e0usa miffa<\/em>, olive con aglio e origano, peperoncini, cacioca\u00advallo, <em>cubb\u00e0ita<\/em>&#8230;<a href=\"#_edn3\" id=\"_ednref3\">[iii]<\/a> Poi, nel pomeriggio, non c\u2019\u00e8 acqua che basti a togliermi la sete.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di <em>Gli amici del\u00adla Noce, <\/em>dov\u2019\u00e8 un mio racconto, <em>Il fosso, <\/em>\u00e8 pronto, che posso andare a ritirarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>La stamperia \u00e8 un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio <em>sciur <\/em>Bianchi, in gaba\u00adnella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Bo\u00adris, due giovani slavi che frequentano l\u2019accademia di Bre\u00adra. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sul\u00adle pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puli\u00adscono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle cor\u00adde con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, ac\u00adqueforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stam\u00adpatore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto \u00e8 il\u00adlustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio \u00e8 un pittore di Ma\u00adtera, era amico di Carlo Levi e Rocco Sco\u00adtellaro. Di\u00adpinge contadini, bambini che giocano, don\u00adne alle fi\u00adnestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com\u2019era\u00adno una vol\u00adta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario cal\u00adcinato, un reli\u00adquiario profanato dai gechi e dalle or\u00adtiche. Anche Guer\u00adricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Ma\u00adte\u00adra e viaggia, va a Roma, viene a Milano, rac\u00adconta aned\u00addoti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghi\u00adgni del suo mondo trapassato, della sua memo\u00adria.<\/p>\n\n\n\n<p>Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ri\u00adtorno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi di\u00adce, con quel suo modo sottilmente ironico, scuo\u00adtendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incor\u00adniciano il bel viso ovale: \u00abNon vai alla festa stasera?\u00bb. Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il di\u00adrettore di un quotidiano romano \u00e8 venuto a Mi\u00adlano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che \u00e8 stata querelata da persone di cui parla in un libro. \u00c8 venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell\u2019editore una festa, con belle don\u00adne, bella gen\u00adte. \u00abChe peccato che tu non ci vada!\u00bb fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchio\u00adline dentro. Francesca naturalmente vole\u00adva alludere a quella volta, la prima e l\u2019ultima, che an\u00addai in casa di questo editore, nel lontano \u201869, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M\u2019ero portato ap\u00adpresso un mite e dimesso poeta ceco\u00adslovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Mila\u00adno. Si chiamava Vladimir&#8230; (il cognome lo taccio, non si sa mai&#8230; Anzi, si sa). Di lui non ho avuto pi\u00f9 notizie, non so che fine abbia fatto. C\u2019eravamo messi in un an\u00adgolo. Spesso Vla\u00addimir s\u2019alzava, andava al <em>buffet<\/em> e tor\u00adna\u00adva con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano da\u00advan\u00adti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la pa\u00addrona di casa, la moglie dell\u2019editore, levigata, luci\u00adda, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli au\u00adto\u00adri pi\u00f9 venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: \u00abLei \u00e8 sudamericano, signor Console?\u00bb \u00abNo\u00bb dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che suc\u00adcesse il fattac\u00adcio. Vladimir, oltre ad aver man\u00adgiato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l\u2019alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir \u00e8 cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo tra\u00additore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Af\u00adferr\u00f2 lo scultore per il petto, co\u00adminci\u00f2 a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lin\u00adgua, insultandolo. Tut\u00adti accorsero, si ammassarono at\u00adtorno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a gua\u00addagnare la porta.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio studio \u00e8 una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono li\u00adbri (dal balcone, gi\u00f9 in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimi\u00adtero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, \u00e8 il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul ba\u00f9le di canne che fa da tavolino davanti al di\u00adva\u00adno-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accu\u00admu\u00adla sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia preco\u00adcemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai li\u00adbri, ap\u00adpoggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, con\u00adchi\u00adglie&#8230; Sull\u2019unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavo\u00adlo di lavoro, ho appeso i \u201cmiei quadri\u201d: un dise\u00adgno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle gi\u00adnoc\u00adchia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vi\u00adci\u00adno ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con trat\u00adti di china e una sola in parte risparmiata, <em>raccon<\/em>,incol\u00adlato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un arti\u00adsta concettuale; due planimetrie secentesche, di Paler\u00admo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio <em>Siciliae antiquae descriptio<\/em>. Questo dei libri antichi strap\u00adpati, dei libri bruciati, dei libri perduti \u00e8 un fatto che mi osses\u00adsiona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un\u2019antica biblioteca sot\u00adterranea, for\u00adse romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al mu\u00adro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di pren\u00adder\u00adli, di svolgerli, e quelli si dis\u00adsol\u00advevano come ce\u00adnere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si trat\u00adta di un sogno archetipico. Mah&#8230; Fatto \u00e8 che mi appas\u00adsio\u00adnano i libri sui libri, sulle bi\u00adblioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d\u2019avventure, \u00e8 <em>Cacciatori di libri sepolti<\/em>. Co\u00adme in questo tardo pome\u00adriggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Mila\u00adno. A poco a poco non sento pi\u00f9 il rumore delle mac\u00adchine che sfrecciano sui Ba\u00adstio\u00adni, mi allontano, viaggio per l\u2019Asia Minore e l\u2019Egitto, sprofondo in antichit\u00e0 oscu\u00adre, indecifrate. M\u2019immagino che nel futuro, fra cin\u00ad\u00adquanta, cento o pi\u00f9 anni, i biblio-archeologi non scave\u00adranno pi\u00f9 sotto i <em>tell<\/em><a href=\"#_edn4\" id=\"_ednref4\">[iv]<\/a> alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stam\u00adpata, alla ricerca del Libro. Quin\u00addi \u00e8 la volta di Ni\u00adni\u00adve, della biblioteca di Assur\u00adbanipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d\u2019argilla incise dell\u2019archivio di stato eblaita. Mi sembra di senti\u00adre tutto il caldo del de\u00adserto siriano, in viaggio tra Alep\u00adpo e Tell Mardikh. Su\u00adgli scavi, il glottologo, lo scoprito\u00adre della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d\u2019intesa dietro le spalle dell\u2019archeologo e dei suoi assi\u00adstenti, mi conduce di na\u00adscosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l\u2019ombra di un muro ta\u00adglia l\u2019abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavi\u00admen\u00adto, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola bo\u00adtola. Il glottologo alza la bo\u00adtola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d\u2019argilla. \u201cSono testi letterari\u201d mi di\u00adce, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di <em>puzzle<\/em><em> <\/em>come una pagina di grande libro. \u201c\u00c8 un racconto,\u201d dice \u201cun bel\u00adlissimo racconto scritto da un re narratore&#8230; Solo un re pu\u00f2 narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di meta\u00adfo\u00adra: egli vive, comanda, scrive e narra contemporanea\u00admente&#8230;\u201d E punta l\u2019indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cunei\u00adforme e sta per cominciare a tradurmi&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sen\u00adto alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla por\u00adta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l\u2019arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare gi\u00f9 i libri dagli scaffali con grandi bracciate. \u00c8 una frana, un terremoto. Si ammuc\u00adchiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perqui\u00adsi\u00adzione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: \u201cProcura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto&#8230; in data&#8230; della <em>T<\/em>i\u00adgos<em>.<\/em>..\u201d \u00abLo conosco, quest\u2019ordine, lo conosco&#8230;\u00bb dico bal\u00adbet\u00adtando. \u00abLo sappiamo\u00bb risponde quello. \u00abE sap\u00adpiamo che tu scrivi, che narri di Milano&#8230; Mannaggia, ci mancano le prove!\u00bb e con la mano, scendendo le sca\u00adle, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le tro\u00adveranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, gri\u00addo gi\u00f9 nella tromba delle scale: \u00abNon \u00e8 vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria&#8230;\u00bb. Gi\u00f9, in fon\u00addo, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l\u2019alto: \u00abE la borraccia, ah, il libro di terracotta <em>t<\/em>ovel\u2019hai messo?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La voce di Turi \u00e8 subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi preci\u00adpi\u00adto al balcone e gi\u00f9, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocit\u00e0, con il loro lam\u00adpeggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sa\u00adr\u00e0 successo ancora, cosa sar\u00e0 successo?! <strong><br><\/strong><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ednref1\" id=\"_edn1\">[i]<\/a> <em>\u00abIl Messaggero\u00bb, 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, \u00abLe Monde Diplomatique\u00bb, luglio 1980; e spa\u00adgno\u00adla: Un d\u00eda como tantos, \u00abLe Monde Diplomatique\u00bb, 1980. Lo stesso testo \u00e8 ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Nove\u00adcento, \u00abI Meridiani\u00bb, Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. An\u00adco\u00adra in francese compare: Un jour comme les autres, \u00ab\u00c9chos d\u2019Italie \u2013 \u00e9cri\u00adtu\u00adres\u00bb, [Universit\u00e9 de Li\u00e8ge Les \u00c9peronniers \u2013 Istituto Italiano di Cultu\u00adra di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto \u00e8 infine ripub\u00adbli\u00adca\u00adto in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, \u00abI Me\u00adri\u00addia\u00adni\u00bb, vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ednref2\" id=\"_edn2\">[ii]<\/a> <em>Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono ripre\u00adse da 1983<sup>1<\/sup>, 2001.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ednref3\" id=\"_edn3\">[iii]<\/a> <em>s\u00e0usa miffa: interiora di tonno salate; cubb\u00e0ita: torrone di zucchero e sesamo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ednref4\" id=\"_edn4\">[iv]<\/a> <em>tell: collina, collinetta.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd-768x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3920\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd-768x1024.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd-225x300.jpg 225w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd-1152x1536.jpg 1152w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/f2788e78-7fbb-4db0-8157-3633165c0bfd.jpg 1536w\" sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\">Luigi Guerricchio <\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo Conosce, Turi, la mia curiosit\u00e0 per le carte, i do\u00adcumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. 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