{"id":3907,"date":"2026-01-21T22:29:29","date_gmt":"2026-01-21T22:29:29","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3907"},"modified":"2026-01-22T15:57:33","modified_gmt":"2026-01-22T15:57:33","slug":"destino-di-una-metamorfosi-nel-romanzo-nottetempo-casa-per-casa-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3907","title":{"rendered":"Destino di una metamorfosi nel romanzo \u00abNottetempo, casa per casa\u00bb di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Rosalba Galvagno<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMale catubbo\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Destino di una metamorfosi nel romanzo \u00abNottetempo, casa per casa\u00bb di Vincenzo Consolo<\/p>\n\n\n\n<p>Ben ventiquattro anni or sono ebbi la <em>chance<\/em> di conoscere Vincenzo Consolo in occasione di un importante <em>Colloque<\/em> a lui dedicato<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. Fu un incontro intenso e fecondo per la lunga e salda amicizia che ne segu\u00ec. Conobbi al contempo Caterina Pilenga, inseparabile e vivacissima moglie dello scrittore, la quale immediatamente mi prese sotto le sue ali protettrici. Fra i valenti studiosi che parteciparono a questo indimenticabile <em>Colloque<\/em>, presenze autorevoli furono quelle di Cesare Segre, di Giulio Ferroni e, in special modo per me, quella di Antonino Recupero che di l\u00ec a poco ci avrebbe lasciati.<\/p>\n\n\n\n<p>Era anche la prima volta che presentavo in pubblico una relazione su Consolo e il <em>Colloque<\/em> fu un\u2019occasione unica, pur con tanta trepidazione, per confrontarmi direttamente con lo scrittore che apprezz\u00f2 il mio lavoro con una lusinghiera frase: \u00abmi hai rivelato cose di me che non sapevo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio intervento verteva sul romanzo-poema <em>Nottetempo, casa per casa<\/em> (1992), scelto perch\u00e9 irresistibilmente incuriosita dal titolo del primo dei dodici capitoli nei quali \u00e8 suddiviso:<em> Male catubbo<\/em>. Analizzando il romanzo ho appreso la sorprendente surdeterminazione di questa definizione popolare della melanconia. Nel maggio del 2003 fui invitata ad un altro Convegno organizzato a Siracusa da Enzo Papa per il settantesimo compleanno di Vincenzo Consolo, dove riproposi l\u2019intervento parigino arricchito di due ulteriori paragrafi (<em>La malinconia creatrice<\/em>, <em>Gandolfo Allegra e la chance inventiva<\/em>), fondamentali per comprendere la struttura discensionale-ascensionale del romanzo e quindi della melanconia consoliana.<\/p>\n\n\n\n<p>Per questo quattordicesimo anniversario della scomparsa del Maestro, sollecitata da Claudio Masetta Milone, benemerito responsabile di questo Sito dedicato a Vincenzo Consolo, ho deciso di riproporre, e <em>pour cause<\/em>, il testo su <em>Nottetempo<\/em> in una versione ridotta<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>. Dati i <em>mala tempora<\/em> che stiamo attraversando, l\u2019implacabile riflessione sul \u2018male\u2019 (inteso come malattia individuale e malattia sociale) che Consolo ha saputo articolare con somma chiaroveggenza gi\u00e0 nei primi anni Novanta del secolo scorso, risulta profetica e insolitamente positiva per chi voglia intenderne fino in fondo il messaggio. Il male catubbo pu\u00f2 portare alla morte, o sfociare in una metamorfosi licantropica, oppure attenuarsi attraverso una provvidenziale catarsi, cio\u00e8 attraverso un rinnovato accesso al linguaggio e alla scrittura. Il male, che pu\u00f2 travolgere gli esseri umani e il mondo nel quale si agitano, pu\u00f2 essere combattuto non con la violenza, ma con una faticosa risalita verso l\u2019alto per mezzo della scrittura inventiva (\u00abSi ritrov\u00f2 il libro dell\u2019anarchico, apr\u00ec le mani e lo lasci\u00f2 cadere in mare. \/\/ Pens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2 che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro\u00bb). D\u2019altronde il <em>Problema XXX<\/em> di Aristotele accostava la condizione della melanconia a quella dell\u2019uomo di genio, accostamento che \u00e8 all\u2019origine di una letteratura medicale e filosofica che concerne i rapporti tra malattia e creativit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>In un articolo pubblicato nel \u00abCorriere della sera\u00bb del 19 Ottobre 1977, <em>Paesaggio metafisico di una folla pietrificata<\/em>, Vincenzo Consolo aveva gi\u00e0 richiamato la metamorfosi dell\u2019uomo che si trasforma in lupo per sfuggire al dolore. Pubblicato all\u2019inizio degli anni Novanta<em> Nottetempo, casa per casa<\/em> non \u00e8 che il dispiegamento testuale e la riscrittura poetica della metamorfosi licantropica e della malattia che la suscita: il \u00abmale catubbo\u00bb, la cui allegoria principale \u00e8 figurata, al centro del romanzo, dalla Bestia nera della Melanconia, un\u2019allegoria che rivela la melanconia come una malattia del desiderio.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il mito del licantropo<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il mito antichissimo del licantropo \u00e8 legato a delle origini rituali e sacrificali. Gi\u00e0 Platone ne dava nella <em>Repubblica<\/em> (VIII, 565 d) un\u2019interpretazione politica, comparando la metamorfosi dell\u2019uomo in lupo all\u2019evoluzione del tiranno. Marcello di Side d\u2019altra parte aveva trattato la licantropia come una malattia mentale, una forma particolare di melanconia<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia di Licaone \u00e8 la prima metamorfosi individuale del grande poema di Ovidio. Essa apre la serie infinita delle metamorfosi e sanziona la punizione che segue la <em>hybris<\/em> del re d\u2019Arcadia che aveva osato oltraggiare il re degli dei offrendogli in pasto una vittima umana. Ovidio riprende cos\u00ec, proprio all\u2019inizio del suo poema, il motivo fondatore del banchetto cannibalico e della vittima sacrificale.<\/p>\n\n\n\n<p>I tratti distintivi della figura del licantropo nella tradizione mitologica raccolta da Ovidio rinviano: alla fuga provocata dal terrore (<em>territus ipse fugit<\/em>), all\u2019urlo nel silenzio della campagna e all\u2019impossibilit\u00e0 di articolare delle parole (<em>nactusque silentia ruris &#8211; exululat, frustraque loqui conatur<\/em>), alla rabbia e alla pulsione distruttrice (<em>et rabiem solitaeque cupidine &#8211; utitur in pecudes, et nunc quoque sanguini gaudet<\/em>), alla trasformazione in lupo (<em>In villos abeunt vestes, in crura lacerti: &#8211; fit lupus<\/em>). Ma il lupo che \u00e8 divenuto Licaone conserva, paradossalmente, i tratti dell\u2019antica forma del re d\u2019Arcadia: la violenza del viso, il lampo degli occhi, la ferocia dell\u2019immagine (<em>violentia vultus<\/em> <em>\u2026 oculi lucent, \u2026 feritatis imago<\/em>)(<em>Met<\/em>. I, 232-39, Einaudi, Torino 2000).<\/p>\n\n\n\n<p>La violenza e il carattere demoniaco introdotto successivamente dal cristianesimo, saranno attribuiti ai lupi mannari di tutta la tradizione letteraria e popolare europea. Nel poema ovidiano questa metamorfosi inaugurale \u00e8 la causa del diluvio da una parte e, dall\u2019altra, di una nuova e curiosa generazione della razza umana dalla pietra.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo libro delle <em>Metamorfosi<\/em> racconta infatti una prima origine della razza umana a partire dal Caos (sorta di razza spontanea voluta da un <em>deus<\/em> e da una <em>melior natura<\/em>), una seconda origine, quella dei Giganti, nata dal sangue di Urano che feconda Gaia (<em>sanguineum genus<\/em>) e una terza origine, seguita al diluvio causato dal crimine di Licaone, consentita dalla divinit\u00e0 che soddisfa la preghiera di Deucalione e Pirra di ripopolare la terra gettando dietro le loro spalle delle pietre che si trasformano in uomini e donne (<em>durum genus<\/em>) (ivi, I, 400-2).<\/p>\n\n\n\n<p>La metamorfosi ovidiana, sia essa umana, animale, vegetale, liquida o minerale (compresi i catasterismi) presuppone, come il suo nocciolo pi\u00f9 intimo, una pietrificazione, una immobilit\u00e0, una fissit\u00e0 dell\u2019essere metamorfizzato. Ora, nella scrittura di Vincenzo Consolo mi sembra che sia presente il pensiero ovidiano della metamorfosi come pietrificazione fondamentale dell\u2019essere<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\">[4]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>L<em>a scrittura della metamorfosi<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nel romanzo-poema <em>Nottetempo, casa per casa<\/em><a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\">[5]<\/a>la metamorfosi licantropica attinge soprattutto alle tradizioni siciliane popolari e letterarie<a href=\"#_ftn6\" id=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. Il tratto originale proprio di queste tradizioni, assente nella metamorfosi ovidiana del re Licaone, \u00e8 precisamente quello della luna. \u00c8 la luna piena che scatena la trasformazione mostruosa del Soggetto in lupo, ed \u00e8 ancora la luna che d\u00e0 il nome alla malattia cha accompagna la crisi metamorfica: \u201cmal di luna\u201d, una forma grave di melanconia. \u00c8 nota del resto l\u2019importanza poetica, per Consolo, del motivo leopardiano della luna che cade dal cielo<a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\">[7]<\/a>. Tuttavia, in esergo al primo capitolo di <em>Nottetempo<\/em>, l\u2019Autore ha posto una citazione tratta dall\u2019<em>Otello <\/em>di Shakespeare, sempre a proposito della luna: \u00abIt is the very error of the moon; \/\/ She comes more the earth than she was want \/\/ And makes men mad. (\u00ab\u00c8 colpa della luna; \/\/ quando si avvicina di pi\u00f9 \/\/ alla terra fa impazzire tutti)\u00bb. Non c\u2019\u00e8 bisogno di ricordare che <em>Otello<\/em> \u00e8 la tragedia dell\u2019esclusione, dell\u2019invidia, della gelosia, del tradimento, e che l\u2019infelice Moro dice cos\u00ec della luna subito dopo avere ucciso Desdemona.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, il primo dei dodici capitoli di cui si compone <em>Nottetempo<\/em> si apre su un grandioso preludio lunare, significativamente intitolato \u00abMale catubbo\u00bb, un\u2019espressione dialettale siciliana derivata dall\u2019arabo (<em>catrab, catubut<\/em>)<a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\">[8]<\/a> e forse anche dal greco (<em>catabasis<\/em>, discesa) che definisce una forma di melanconia che colpisce non soltanto il <em>luponario<\/em>, il padre del protagonista Petro Marano, ma quasi tutti gli altri personaggi e gli oggetti naturali e culturali che popolano la scena del romanzo. In tutti i capitoli infatti, la figura della metamorfosi licantropica e la figura della catabasi melanconica, ricorrono secondo dei parallelismi sintattico-semantici, lessicali, sonori e ritmici.<\/p>\n\n\n\n<p>Cefal\u00f9 \u00e8 il luogo geografico, ma soprattutto simbolico \u2013 vera e propria scena teatrale \u2013 dove si svolgono i pochi avvenimenti raccontati in <em>Nottetempo<\/em>, avvenimenti situati all\u2019inizio degli anni Venti del secolo scorso, all\u2019alba di una rottura sociale e politica che vede i primi violenti disordini coinvolgere perfino una piccola citt\u00e0 siciliana. Sullo sfondo di una guerra civile, si stagliano quindi i destini individuali dei vari personaggi. Non bisogna per\u00f2 leggere la grande Storia nella quale sono ambientate le vicende del romanzo, come la sola causa che potrebbe spiegare la crisi e la sofferenza degli attori del dramma, ma piuttosto come la manifestazione sintomatica essa stessa di una violenza, di un \u00abimbestiarsi\u00bb, di una malattia che ha delle determinazioni ben pi\u00f9 profonde ed enigmatiche che non soltanto quelle di ordine politico. \u00c8 questa malattia che \u00e8 analizzata dal primo all\u2019ultimo capitolo dove, per una decisione di fuga (<em>La fuga<\/em> \u00e8 il titolo del capitolo XII), la crisi del protagonista trova una certa soluzione, quella forse che Cesare Segre ha definito una \u00abprovvisoria catarsi\u00bb<a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\">[9]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Petro \u00e8 il figlio di Giuseppe Marano, il luponario, \u00abquel contadino gramo, scarnato dalle insonnie, dai digiuni, dai tormenti\u00bb (p. 652) afflitto da quel \u00abmale catubbo\u00bb che sembra discendere da una maledizione la cui causa, incessantemente invocata da Petro, resta tuttavia opaca e sconosciuta. Per di pi\u00f9 la malattia e la follia del padre si trasmetteranno ai suoi discendenti: a Petro, che si dibatte per non sprofondare nell\u2019abisso della melanconia, a Lucia la sorella minore che tenta perfino il suicidio, a Serafina la sorella maggiore che, conformemente al pi\u00f9 profondo destino metamorfico di pietrificazione, diventer\u00e0 una pietra.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019antagonista del giovane Petro, il barone don Nen\u00e9 Cicio di Mazzaforno, uno \u00abscapolo babbeo\u00bb (p. 663), crede invece di poter guarire dalla sua impotenza giocando alla trasgressione, coltivando l\u2019illusione nevrotica e perversa di poter godere in tutta libert\u00e0, secondo il motto rabelaisiano \u00abFay ce quevouldras\u00bb, posto in epigrafe al capitolo VII del romanzo. Egli approfitta infatti dell\u2019arrivo a Cefal\u00f9 di una setta satanica per darsi alla <em>d\u00e9bauche<\/em>. L\u2019imperativo libertino era stato gi\u00e0 enunciato da don Nen\u00e9 Cicio: \u00abVedete Taormina? L\u00e0 ognuno fa quello che vuole\u2026 M\u2019hanno detto che c\u2019\u00e8 un tedesco che fotografa carusi, cos\u00ec, al naturale, con ghirlande di pampini, di gigli sopra la testa\u2026 Affari suoi!\u00bb (p. 667). Allo stesso imperativo del resto risponde il motto di Aleister Crowley &#8211; \u00abFai ci\u00f2 che vuoi sar\u00e0 tutta la Legge\u00bb posto in epigrafe al suo stesso manoscritto<a href=\"#_ftn10\" id=\"_ftnref10\">[10]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Un amico fraterno di Petro, nonostante appartenga a un ceto sociale inferiore, \u00e8 il capraro Janu innamorato di Lucia, ma da quest\u2019ultima respinto. Personaggio ingenuo dalla spontaneit\u00e0 commovente, che non sfuggir\u00e0 neanche lui a un destino metamorfico. Diventer\u00e0, stando alla determinazione simbolica e immaginaria iscritta nel suo soprannome, un \u00absicilian caprone\u00bb, lo strumento fallico agognato dai Telemiti: \u00abPiace your divine prick, a real satyr\u2019s tool. This Sicilian caprone entrare in nostro ovile\u2026Vene, prego, a nostro Tempio, a villa di La Pace, all\u2019Abb\u00e8i de Thel\u00e8m.\u00bb (p. 697) Una malattia venerea contaminer\u00e0 la pelle del giovane capraro gi\u00e0 ammalatosi d\u2019altronde a causa del rifiuto di Lucia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il personaggio infine che concentra in modo parossistico tutti i tratti del male catubbo e della metamorfosi animale, \u00e8 l\u2019inglese Aleister Crowley, la Grande Bestia, il Capo della setta dei Telemiti che si era stabilita a Cefal\u00f9 giusto agli inizi degli anni Venti. A proposito del male catubbo da cui \u00e8 affetto A. Crowley, mi sembra importante segnalare che nella lingua siciliana esiste anche il verbo <em>catubbiari<\/em> la cui significazione \u00e8 quella, tra le altre, di \u00ablascivire\u00bb, \u00abagire impudicamente\u00bb, significazioni che ben si attagliano al \u2018mago inglese\u2019<a href=\"#_ftn11\" id=\"_ftnref11\">[11]<\/a>. Altri personaggi (Saro Alioto, Cicco Paolo Miceli, Paolo Schicchi) condividono tutti, ciascuno in modo singolare, i tratti specifici del male catubbo e della degradazione animale. E se pu\u00f2 essere facilmente trovata una spiegazione per il loro destino, non altrettanto accade per quello della famiglia Marano: la maledizione che ha colpito il padre resta un mistero. Petro potr\u00e0 elaborare attraverso la scrittura la sua sofferenza, ma non spiegarla: il suo bisogno di scrivere si scontra infatti con un momento di impotenza, di vera e propria pietrificazione, egli avr\u00e0 la <em>chance<\/em> tuttavia di poter tradurre in \u00abscrittura\u00bb il suo dolore, anche se resta nell\u2019ignoranza o, pi\u00f9 esattamente, nel misconoscimento di ci\u00f2 che ha dato luogo alla \u00abmalasorte\u00bb (p. 672) gettata contro la sua famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Bastino qui questi accenni alla scrittura del male catubbo e del suo corollario metamorfico, cio\u00e8 della scrittura del silenzio melanconico da una parte, e del dolore estremo che sfocia nell\u2019urlo del luponario dall\u2019altra. Quando questa enunciazione mostruosa non permette di alleviare il dolore insopportabile, un destino di pietrificazione e di silenzio assoluto attende il Soggetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, in <em>Nottetempo<\/em>, tutta la fenomenologia delle trasformazioni metamorfiche \u00e8 mirabilmente dispiegata. Essa investe globalmente l\u2019uomo, la natura, la cultura, la storia, e, innanzi tutto, il linguaggio le cui manifestazioni, gradazioni e modulazioni vanno dal silenzio assoluto al silenzio che s\u2019intende, dall\u2019afasia all\u2019urlo, dall\u2019implorazione al delirio mistico, dall\u2019insulto alla parola polemica. Un posto importante infatti \u00e8 dato nel romanzo alla parola politica, specialmente femminile, una parola che Petro ascolta \u00abcome un\u2019eco, di lontano\u00bb (p. 678), poich\u00e9 egli considera pi\u00f9 autentica la parola poetica, la sola, eventualmente, che possa scrivere il silenzio e l\u2019urlo: \u00ab\u00c8 la ritrazione, l\u2019afasia, l\u2019impetramento la poesia pi\u00f9 vera, \u00e8 il silenzio. O l\u2019urlo disumano\u00bb. (p. 750)<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Male catubbo<\/em>\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo capitolo presenta dunque, gi\u00e0 nel titolo, il tema (anche nel senso musicale del termine) del romanzo, il \u00abmale catubbo\u00bb, ripreso e modulato in tutti gli altri capitoli fino alla sua liquidazione finale. Il sintagma \u00abmale catubbo\u00bb, oltre a dare il titolo al primo capitolo, \u00e8 enunciato una sola volta, con iperbato e alla fine dello stesso capitolo, dalla voce stessa del luponario, Giuseppe Marano: \u00abL\u2019anima santa di tua ma\u2019, ti risparmi questa sorte, ti salvi dal male mio catubbo\u00bb. (p. 653) Ma non \u00e8 soltanto il vecchio Marano ad essere colpito da questo male che egli nomina e si attribuisce in quest&#8217;unico luogo del romanzo. L&#8217;espressione in effetti \u00e8 un <em>hapax<\/em>. Anche il termine \u00abluponario\u00bb non appare che due volte soltanto in tutto il romanzo. Il suo primo occorrimento, enunciato dalla voce anonima del popolo e attribuito al padre del protagonista Petro Marano, si trova ugualmente nel primo capitolo: \u00abIl luponario, il luponario!&#8230;\u00bb si bisbigli\u00f2 abbrividendo in ogni casa\u00bb (p. 650). E il secondo nel capitolo VIII, dove Petro \u00e8 chiamato\u00abluponario\u00bbdai suoi compagni, il primo giorno di scuola (p. 715).<\/p>\n\n\n\n<p>Le due denominazioni, \u00abmale catubbo\u00bb e \u00abluponario\u00bb (in definitiva due <em>hapax<\/em>), mutuate dalla lingua siciliana, si rivelano, ad una lettura testuale, come i significanti generatori del poema intero. Ci\u00f2 che conferma da una parte la funzione paradigmatica del significante <em>catubbiari<\/em> e, dall\u2019altra, l\u2019estensione della metamorfosi licantropica ad altri personaggi. Il romanzo-poema infatti, capitolo dopo capitolo, non fa che scrivere, secondo i differenti aneddoti e registri narrativi, il dolore allo stato puro, la soglia da cui l\u2019essere umano potrebbe cadere a rischio della propria morte o di una pietrificazione oppure a rischio di una metamorfosi che sarebbe paradossalmente una scappatoia al dolore estremo, un riparo cio\u00e8 contro l\u2019attrazione del vuoto verso la discesa silenziosa negli abissi della melanconia.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Autore ha scelto la forma mitica, nella fattispecie quella della favola siciliana del lupo mannaro, per analizzare questa forma di follia che \u00e8 il mal caduco, la melanconia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma come si origina questa follia, questo male catubbo che precipita verso il basso?<\/p>\n\n\n\n<p>Stando al sapere mitico e popolare depositato nella lingua della quale lo Scrittore \u00e8 l\u2019archeologo, la malattia \u00e8 suscitata dall\u2019influenza della luna. \u00c8 precisamente l\u2019attrazione della luna piena, \u00abla luna in quintadecima\u00bb, che scatena la crisi del Soggetto colpito dal male catubbo, e costretto, per far fronte a un dolore insopportabile, a trasformarsi in un lupo mannaro che urla e fugge.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il<\/em> <em>locus tenebrosus<\/em> <em>ovvero la \u00abluce intenebrata\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il primo capitolo descrive infatti l&#8217;inizio, l&#8217;acm\u00e9 e la fine della crisi melanconica di Giuseppe Marano, parallelamente al percorso della luna: dal suo sorgere alla sua pienezza e al suo tramonto. Ma prima dell&#8217;irruzione del <em>luponario<\/em> sulla scena notturna rischiarata da una luce \u00abent\u00e9nebr\u00e9e\u00bb<a href=\"#_ftn12\" id=\"_ftnref12\">[12]<\/a>, sentiamo gi\u00e0 il suo urlo, vediamo la sua ombra espulsa dalla casa, che rotola sotto la luna, ancor prima di incarnarsi nella metamorfosi animale. Il \u00abmondo\u00bb nel quale egli precipita \u00e8 anch&#8217;esso curiosamentesegnato dagli stessi sintomi della malattia, del dolore, del terrore e dell&#8217;angoscia. \u00c8 la prossimit\u00e0 della luna, come dice Otello, che provoca la follia degli uomini, \u00e8 il suo sguardo fulminante che il luponario non pu\u00f2 sostenere e da cui si protegge: \u00abL\u2019uomo volse la testa, guard\u00f2 per un attimo l\u2019incombente astro, scherm\u00f2 gli occhi con il braccio\u00bb (p. 651). Ma \u00e8 anche la fatidica \u00abdecrescenza\u00bb dell&#8217;astro verso la sua sparizione che sprofonda nella melanconia.<\/p>\n\n\n\n<p>Giunto al luogo estremo della sua catabasi, l&#8217;uomo-bestia cade in ginocchio e si scioglie in lacrime e suppliche. Ma il dio che egli implora resta \u00abimpassibile o efferato\u00bb:<\/p>\n\n\n\n<p>Cadde sulle ginocchia, gett\u00f2 le braccia, il busto avanti, batt\u00e9 la fronte, i pugni contro il suolo, sussultando per il pianto. Sembrava il supplice, l\u2019orante disperato del dio della distanza e dell\u2019assenza, d\u2019un ignoto dio, impassibile o efferato. Ai suoi singhiozzi, ai suoi strazi non rispondeva che il fiotto morto e lento frangersi sugli scogli e il silenzio torpido, come il respiro sordo e beffardo di quel cielo e di quel mare. (p. 651)<\/p>\n\n\n\n<p>Questo brano contiene una delle interpretazioni pi\u00f9 poetiche e profonde della malattia che riduce l&#8217;uomo al suo <em>d\u00e9s\u00eatre<\/em>, qualora non intervenga una metamorfosi a soccorrerlo. \u00c8 il silenzio assoluto che pu\u00f2 provocare la caduta di chi \u00e8 esposto al richiamo del vuoto. La supplica del luponario e, successivamente, l&#8217;implorazione di Petro, di Lucia, e anche di Crowley, non trova ascolto presso l&#8217;Altro, Dio o uomo che sia, donde il precipitare di questi soggetti feriti e fragili nell&#8217;angoscia e perfino nella follia. La metamorfosi consente invece una reazione a quel silenzio assoluto che l&#8217;urlo del mostro (il licantropo) fa finalmente intendere.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;immagine del luponario condivide alcuni tratti fondamentali con quella del licantropo ovidiano, quali: l&#8217;urlo, la violenza, gli occhi dementi: \u00abIl volto scarno, sotto il nero crespo della barba, era del colore della malaria\u00bb. (p. 650). \u00ab[&#8230;] gli occhi negli occhi ingrottati, folli del padre, nel suo viso terreo\u00bb. (p. 651) \u00abSquass\u00f2 il cancello con tremenda forza [&#8230;] lo fece terribilmente stridere. [&#8230;]\u00bb (p. 652). Ma La violenza, che \u00e8 tradizionalmente il tratto dominante del lupo mannaro, quella violenza che spaventa la gente e che provoca la sua esclusione dalla comunit\u00e0, sembra non riguardare Giuseppe Marano, che la subisce piuttosto che perpetrarla. Tuttavia la violenza non \u00e8 assente da questo personaggio dalla sofferenza estrema. Essa \u00e8 connotata dalla reazione fobica degli abitanti della collina di Santa Barbara e convertita nella violenza autodistruttiva della malattia, il cui \u00abinsulto\u00bb Pietro si aspetta, a ogni crisi, che possa \u00abscemare\u00bb: \u00abSi lasci\u00f2 cadere a terra, si mise a torcersi, inarcarsi, mugolando, sbavando. Petro lo spiava. [&#8230;], aspettava che scemasse l\u2019ultimo e pi\u00f9 acuto <em>insult<\/em>o\u00bb (p. 652, corsivo mio). La parola \u00abinsulto\u00bb che connota qui l&#8217;attacco della malattia, denota innanzi tutto una \u00aboffesa grave\u00bb, un oltraggio. Essa svela dunque l\u2019origine reale del male di Giuseppe Marano, di cui il lettore verr\u00e0 a conoscenza solo successivamente. Si tratta dell\u2019oltraggio relativo a una presunta origine illegittima di Giuseppe Marano, come lascia intendere la figura della parentesi che segue alla terza spiegazione che Petro tenta di trovare al suo destino familiare nella lunga sequenza nella quale si interroga sulla \u00absentenza atroce\u00bb, sulla \u00abmalasorte\u00bb (p. 672): \u00ab(ma il barone C\u00eccio, i pari suoi, saputo il testamento, malvagiamente avevano preso a oltraggiar l\u2019erede col nome di Bastardo)\u00bb (p. 673). La verit\u00e0 dell\u2019\u00aboltraggio\u00bb, cio\u00e8 l\u2019eventuale origine bastarda del luponario, supposta \u00abmalvagiamente\u00bb dai nemici dei Marano, resta invece per questi ultimi il punto opaco da cui probabilmente discende il loro infelice destino. Il testo fornisce, a questo riguardo, un altro indizio sorprendente nella denegazione sfuggita a Petro in risposta all\u2019anarchico Paolo Schicchi che aveva data per scontata la sua discendenza da don Michele: \u00abConoscevo tuo nonno, don Michele\u2026\u00bb gli disse. \u00abNon era mio nonno\u00bb \u00ab\u201dQuel che era\u2026 Un uomo generoso, un idealista, un tolstoiano\u2026\u201d e fece una pausa, lo squadr\u00f2 bene alla luce fioca del fanale\u00bb (p. 753).<\/p>\n\n\n\n<p>Petro, Lucia, Aleister Crowley e i suoi adepti, ma anche Janu e altri personaggi ancora, sono iscritti in questa struttura fondamentale del testo, che \u00e8 quella della soggettivit\u00e0 allo stato crepuscolare, dove un silenzio mortifero spinge l\u2019uomo a una implorazione che resta purtroppo inaudita. Petro ad esempio, esposto al \u00abNulla, vuoto vorticoso che calamita, divora, riduce a sua immagine, misura\u00bb rivolge la sua lamentela, ma in un gesto di sfida, a un immenso dio di mosaico, dai tratti curiosamente licantropici. Un dio che \u00e8 nessuno e che lo spinge a rivolgere la sua supplica alla madre morta fino a sfiorare quel \u00ablimite\u00bb, quella \u00absoglia estrema\u00bb dove non gli rimane che \u00abaggrapparsi\u00bb alle parole: \u00abE s\u2019aggrapp\u00f2 alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scand\u00ec a voce alta: \u201cTerra. Pietra. S\u00e8nia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno\u2026\u201d scand\u00ec come a voler rinominare, ricreare il mondo\u00bb (p. 660). Il verbo \u00abs\u2019aggrapp\u00f2\u00bb che era stato usato per indicare la stretta del luponario (<strong>\u00ab<\/strong>L\u2019uomo scivol\u00f2 dallo scoglio, ricadde sulle ginocchia. Rialzato dall\u2019altro per le ascelle, gli <em>si aggrapp\u00f2<\/em>, gli si strinse addosso\u00bb, p. 651) ricorre qui con la stessa significazione: <strong>\u00ab<\/strong>E <em>s\u2019aggrapp\u00f2<\/em> alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio nel momento della caduta, il padre s\u2019era aggrappato al figlio, mentre Petro, sotto la stessa minacciasi aggrappa alle parole. Ad ogni crisi, e malgrado il destino di pietrificazione che lo minaccia, egli trova un rimedio al suo male catubbo rivolgendosi alle parole che possiedono una miracolosa virt\u00f9 metaforica, alle immagini che possono restituire il sogno e l\u2019illusione, alla scrittura infine che sola pu\u00f2 permettergli l\u2019elaborazione del suo dolore: \u00abSi ritrov\u00f2 il libro dell\u2019anarchico, apr\u00ec le mani e lo lasci\u00f2 cadere in mare. Pens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2 che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro\u00bb. (p. 755)<\/p>\n\n\n\n<p><em>La grande Bestia 666<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nel capitolo VII dedicato alla biografia di Aleister Crowley, intitolato sintomaticamente <em>La grande Bestia 666<\/em>, e nella seconda parte del capitolo X, ritroviamo tutte le determinazioni del male catubbo e della licantropia, amplificate fino al parossismo e disseminate tra gli altri membri della setta dei Telemiti: il silenzio, l\u2019urlo, l\u2019animalit\u00e0, la depressione melanconica curata con la droga o attraverso l\u2019estasi mistica e, infine, l\u2019antropofagia e il sacrificio. L\u2019atroce verit\u00e0 presentificata dal mito fondatore di Licaone, quella dell\u2019antropofagia e del sacrificio umano, assente nell\u2019universo innocente di Giuseppe, Petro, Lucia e Serafina Marano, riguarda invece la comunit\u00e0 dei Telemiti descritta nel settimo capitolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una delle denominazioni di Aleister Crowley \u00e8, alla lettera, \u00abl&#8217;Avatar\u00bb (p. 700)<a href=\"#_ftn13\" id=\"_ftnref13\">[13]<\/a>. Infatti il destino di questo capo satanico la cui lunga lista di incarnazioni e metamorfosi si chiude enigmaticamente sulla scansione ritmica del suo nome, \u00ab(d\u00e0ttilo e troch\u00e8o)\u00bb (p. 699), \u00e8 segnato anche dalla follia. Il rifiuto opposto da Janu ai suoi tentativi di seduzione durante il travestimento in ballerina e prostituta sacra, condanna anche lui alla \u00abMelanconia\u00bb (p. 702). Secondo allora la stessa logica della soggettivit\u00e0 degli altri eroi melanconici (Giuseppe Marano, Petro, le sorelle ecc.) la Grande Bestia invocher\u00e0 aiuto da una divinit\u00e0, una maestosa Grande Madre che egli vede, tra l\u2019altro, sotto l\u2019aspetto di un \u00abBabbuino\u00bb (p. 702). Da questa mostruosa divinit\u00e0 Crowley otterr\u00e0 la droga, \u00ab<em>the snow\u00bb<\/em>, il \u00abfuoco chimico\u00bb che lo trascina nell\u2019euforia. Non pu\u00f2 esserci catarsi neanche per questo \u00abSuperuomo\u00bb figlio \u00abdel birraio, l\u2019ostinato predicatore quacchero\u00bb e \u00abdella donna gelida, fanatica, che mai gli diede un bacio\u00bb e che l\u2019aveva chiamato ella per prima la \u00abGrande Bestia dell\u2019Apocalisse\u00bb (p. 703). Attorno a questa figura apocalittica si muove tutto un corteo di personaggi anch\u2019essi marcati da alcuni tratti licantropici: \u00abUna donna rossa, pallida, <em>lupesca<\/em> [&#8230;]\u00bb. (p. 696, corsivo mio), \u00abLa donna rossa l\u2019afferr\u00f2 e strinse nel suo <em>artiglio<\/em>\u00bb (<em>ibidem<\/em>, corsivo mio), \u00abla donna uomo, il <em>Lupo<\/em> Jane\u00bb (p. 702, corsivo mio), \u00ab<em>secca<\/em> e <em>famelica<\/em> la donna, Leah [&#8230;] quel <em>caprone nero<\/em>\u00bb (p. 705, corsivi miei). \u00abLa Donna allora si scagli\u00f2 contro la Bestia <em>mugolando<\/em>, imperiosa e <em>avida<\/em> e ottenendo quel che bramava\u00bb (p. 708, corsivi miei), <em>Centauro, son la tua cavallabionda<\/em>. (p. 709, corsivi nel testo)<a href=\"#_ftn14\" id=\"_ftnref14\">[14]<\/a>, \u00abdel piccolo Hansi, di Dioniso, che <em>feroce<\/em> come un<em>famelico lupotto<\/em> lanciava <em>urla<\/em>\u00bb (p. 737, corsivi miei).<\/p>\n\n\n\n<p>Se, nel romanzo, l&#8217;avidit\u00e0 lupesca ha potuto essere facilmente individuata, non \u00e8 stato altrettanto facile rintracciare il sacrificio della vittima, quello che precede la variante stessa del banchetto cannibalico e che corrisponde, nella tradizione del mito, alla morte della vittima.<\/p>\n\n\n\n<p>La ripetizione lessicale e semantica di un termine, ma anche il parallelismo sintattico delle sequenze nelle quali esso \u00e8 iscritto, rivelano la figura che l&#8217;offerta sacrificale prende in <em>Nottetempo<\/em>. Si tratta del vocabolo \u00abfagotto\u00bb insieme alla sua variante con suffisso diminutivo e seguito da qualificativo \u00abfagottello bianco\u00bb e al sinonimo generico \u00abroba\u00bb, e dei contesti sintattici dove esso appare. Il termine denota, nel suo primo occorrimento, il fagotto dei vestiti del luponario che Petro stringe al petto e che avrebbe voluto porre sotto la testa del padre al momento della crisi provocata dal male catubbo. Un cuscino invece sar\u00e0 deposto dentro un cassetto per adagiarvi una neonata la cui prima apparizione nel romanzo \u00e8 annunciata dal sintagma \u00abfagottello bianco\u00bb (p. 656), sintagma che sar\u00e0 reiterato pi\u00f9 avanti dove, nel corso di \u00abuna cerimonia inenarrabile\u00bb nel bel mezzo \u00abdel sacrificio del gallo\u00bb (p. 709), questo fagottello bianco \u00e8 portato gi\u00e0 morto sulla scena della \u00abmessa gnostica\u00bb (<em>ibidem<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>Poup\u00e9e \u00e8 il nome della neonata la cui morte, bench\u00e9 iscritta in un quadro inquietante e grottesco di dissacrazione, non pu\u00f2 risparmiare ai suoi folli genitori, Crowley e Leah, un dolore lancinante: \u00ab&#8221;Poup\u00e9e est morte. Poup\u00e9e est morte&#8230;&#8221; cantilen\u00f2. Leah, la madre, lanci\u00f2 un urlo lancinante, un fievole lamento emise il padre, il sacerdote Aleister\u00bb (<em>ibidem<\/em>). Poup\u00e9e, questa bambina dal destino atroce, sar\u00e0 enigmaticamente rimemorata dal padre come una \u00abbastarda\u00bb (p. 736).<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, il solo altro personaggio chiamato \u00abbastardo\u00bb in senso proprio \u00e8, come abbiamo visto, Giuseppe Marano, vittima innocente di un tormento senza causa n\u00e9 nome che gli infligge l\u2019insulto, e quindi l\u2019oltraggio, di una malattia che lo trasforma in un autentico bastardo: un essere ibrido, \u00abuomo o bestia\u00bb: \u00abUn\u2019ombra rotol\u00f2 sotto la luna, tra i rovi e le rocce di calcare. Corse, <em>uomo<\/em>o <em>bestia<\/em>, come inseguito, assillato d\u2019altre bestie o demoni invisibili\u00bb (p. 650).<\/p>\n\n\n\n<p><em>La melanconia creatrice<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019universo minacciato dal male catubbo quale via d\u2019uscita sarebbe possibile al di l\u00e0 del destino sacrificale della metamorfosi, o di un destino di fuga, come accadr\u00e0 a Petro alla fine del romanzo? In altri termini, come continuare a vivere e ad agire in un mondo dove nessuna autentica catarsi \u00e8 pi\u00f9 possibile? Dove la maledizione, quel \u00abqualcosa\u00bb di pietrificato che copre e conserva la ferita sempre aperta dentro, resta inaccessibile (\u00ab[\u2026], mentre che dentro la <em>ferita<\/em> \u00e8 aperta, ferma a quel momento, nella sfasatura, nella disarmonia mostruosa. [\u2026].Era cos\u00ec per lui, per la famiglia o pure per ogni uomo, per ogni casa? Di questo luogo, di questa terra in cui era caduto a vivere, di ogni terra? \u00bb) (p. 712, corsivi miei).<\/p>\n\n\n\n<p>Il testo pone, e risponde a pi\u00f9 riprese a questa domanda capitale, come in alcuni passi della lunga sequenza che descrive la discesa nei sotterranei del \u00abTempio diruto della Rocca\u00bb (si tratta della \u00abchiesa diruta di San Calogero\u00bb come \u00e8 detto a p. 683).<\/p>\n\n\n\n<p>Nel corso di quest\u2019altra catabasi nell\u2019\u00ababissitade\u00bb&nbsp; \u0336 &nbsp;che \u00e8 un abisso di segno opposto rispetto al \u00ablimbo\u00bb dove precipita il luponario, \u0336 &nbsp;in questa \u00abzona incerta\u00bb dove delle \u00abforme palpitano\u00bb, un \u00absimbolo\u00bb pu\u00f2 sorgere:<\/p>\n\n\n\n<p>Viene e sovrasta un Nunzio lampante, una lama, un angelo abbagliante. Da quale <em>empireo<\/em> scende, da quale paradiso? O risale prepotente da quale <em>abisso<\/em>? \u00c8 lui che predice, assorto e fermo, ogni altro evento, enuncia enigmi, misteri, accenna ai portenti, si dichiara vessillo, <em>simbolo<\/em> e preambolo d\u2019ogni spettro<a href=\"#_ftn15\" id=\"_ftnref15\">[15]<\/a>. (pp. 686-687, corsivi miei)<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 grazie al \u00absimbolo\u00bb, al \u00abNunzio lampante\u00bb, ad una \u00ablama\u00bb questa volta provvida, che lo spazio melanconico pu\u00f2 essere abitato. Una \u00abconversazione sacra\u00bb pu\u00f2 allora instaurarsi e il silenzio assoluto pu\u00f2 trasformarsi in un \u00absilenzio assorto\u00bb dove si vorrebbero sentire dei \u00abtoni\u00bb, degli \u00abaccenti\u00bb (pp. 687-688).<\/p>\n\n\n\n<p>Parallelamente, delle figure e dei colori riemergono \u00absu pareti gonfie, muri dilavati, fra i veli e i raschi d\u2019evi trapassati\u00bb (p. 688). Il rinnovato ordine simbolico (\u00abl\u2019ordine delle geometrie perfette\u00bb), sia le figure dissepolte dell\u2019immaginario (\u00abil mondo ritorna dal profondo [\u2026], in figure lievi ritorna\u00bb p. 688) possono essere, eventualmente, restaurati e resi visibili attraverso il lavoro della scrittura, lavoro che pu\u00f2 fare recuperare e dunque riunire, come avviene per i resti archeologici, i frammenti dell\u2019uomo e del suo linguaggio altrimenti perduti: \u00abE tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione\u00bb (p. 686). \u00abE tu, e noi chi siamo? Figure emergenti o svanenti, palpiti, graffi indecifrati. Parola sussurro, accenno, passo nel silenzio\u00bb (p. 688).<\/p>\n\n\n\n<p>Gli esempi fin qui addotti mostrano a sufficienza come la struttura enunciativa del nostro romanzo-poema sia costituita innanzi tutto dal movimento discensionale (di cui \u00e8 emblematico il male catubbo) che il silenzio assoluto dell\u2019Altro<a href=\"#_ftn16\" id=\"_ftnref16\">[16]<\/a>&nbsp;pu\u00f2 provocare nei soggetti esposti alla melanconia. Simultaneamente per\u00f2, questo movimento \u00e8 contrastato da quello simmetricamente opposto di una faticosa risalita, una vera e propria \u00abAscensione\u00bb, se si vuole attribuire all\u2019occorrimento letterale di questo termine (\u00ab\u00c8 la vigilia dell\u2019Ascensione, [\u2026]\u00bb, p. 732) anche il suo senso metaforico. Quest\u2019ultimo, ed anche il valore di opposizione paradigmatica coi significanti del \u2018precipitare verso il basso\u2019 (\u00abIl momento in cui \u00abgli sembrava di <em>precipitare<\/em> in un pozzo senza fine\u00bb,p. 702), \u00abIo mi perdo nell&#8217;incanto. Mi pare sempre d&#8217;esser fuori, estraneo, di camminare sopra le mura della Rocca, di <em>precipitare<\/em>\u2026\u00bb (p. 715, corsivi miei), \u00e8 doppiamente motivato nel testo, sia dalla posizione del lessema, che ricorre nella forma verbale del presente indicativo in epigrafe al capitolo X del romanzo (non a caso intitolato <em>Pasqua delle Rose<\/em>), e per di pi\u00f9 segu\u00edto dal sostantivo \u00abgioia\u00bb, antonimo per eccellenza di melanconia: <strong>\u00ab<\/strong><em>Ascende<\/em> Dio fra grida di <em>gioia<\/em>, \/ il Signore fra squilli di tromba. <em>Salmo<\/em> 47\u00bb (p. 731, corsivi miei), sia dall\u2019apparizione, come denominazione della festa religiosa dell\u2019\u00abAscensione\u00bb, in una sequenza successiva e contigua a quella che descrive l\u2019incontro amoroso di Petro con Grazia. Petro \u00e8 svegliato infatti dal \u00absuono\u00bb della festa, giusto dopo una notte d\u2019amore trascorsa a casa della Piluchera, con la quale ha potuto, forse per la prima volta, uscire dall\u2019afasia, rompere il silenzio: \u00abCon Grazia aveva perso ogni paura, titubanza, a lei aveva <em>confidato<\/em> ogni pensiero, in lei cercato di <em>frantumare<\/em>, con furia, senza posa, la <em>pietra<\/em>del dolore\u00bb (p. 731, corsivi miei). Grazia costituisce, anche se per un momento contingente nella vita del giovane protagonista, il tenero ascolto materno che al piccolo Petro troppo presto era venuto a mancare. Nella sequenza che precede immediatamente quella appena citata, e posta ad <em>incipit<\/em> del capitolo, si accenna infatti forse al primo, dolorosissimo trauma di Petro, la perdita della madre, che lo spinge a \u00abcompararsi\u00bb al mutilato Saro Alioto, altro personaggio condannato al \u00absilenzio\u00bb e\/o all\u2019\u00aburlo\u00bb: \u00abSolo davanti all\u2019Ospedale stava un mutilato della guerra, Saro Alioto, che in quel <em>silenzio<\/em>, con la stampella, batteva fortemente sul portone. E <em>urlava<\/em>. \u00abLa gamba, voglio la mia gamba!&#8230;\u00bb <em>urlava<\/em>. [\u2026]\u00bb. (p. 713, corsivi miei). E ancora: \u00abSentiva in s\u00e9 qualcosa ch\u2019era successo al tempo tangeloso dell\u2019infanzia, una <em>rottura<\/em>, un taglio mai pi\u00f9 rimediato\u00bb (p. 731, corsivo mio).<\/p>\n\n\n\n<p>Una seconda \u00abfrattura\u00bb, dopo quella dell\u2019infanzia, Petro dovr\u00e0 subire nel tempo attuale della narrazione al momento dell\u2019irruzione della violenza fascista abbattutasi nella sua piccola comunit\u00e0. \u00c8 interessante notare a questo riguardo come la figura <em>princeps<\/em> del\u2018precipitare verso il basso\u2019, sempre sotto il segno del silenzio e delle urla, venga adibita anche per la descrizione della violenza civile, inverando cos\u00ec l\u2019interpretazione platonica del mito del licantropo come mito legato alla nascita del tiranno: \u00abSuccesse un gran marasma, <em>urla<\/em> aiuto allarmi, il <em>precipitare<\/em> delle donne dalla scalinata, [\u2026] Si svuot\u00f2 la piazza come d\u2019incanto, cadde il <em>silenzio<\/em>. [\u2026] \u201cVigliacco!\u201d fece Petro chinandosi sull\u2019amico sanguinante. E si prese legnate sulle spalle. Nell\u2019indifferenza delle guardie, nelle risate degli astanti.\u00bb (pp. 719-720, corsivi miei). E pi\u00f9 avanti: \u00abOra sembrava che un terremoto grande avesse creato una <em>frattura<\/em>, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realt\u00e0, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell\u2019insania.\u00bb (pp. 734-735, corsivo mio).&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ora se, come si \u00e8 cercato di mostrare, il precipitare verso il basso \u00e8 il tratto fondamentale che contraddistingue le situazioni e i personaggi che popolano la scena del romanzo, cos\u00ec come la prospettiva che impronta la quasi totalit\u00e0 delle descrizioni naturali e architettoniche \u00e8 quella verticale che privilegia soprattutto i luoghi profondi e sotterranei della melanconia, \u00e8 anche vero per\u00f2 che il testo configura il tratto opposto e simmetrico dell\u2019\u00abascensione\u00bb, della risalita verso l\u2019alto.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019urlo del luponario \u00e8 gi\u00e0 un tentativo di opposizione al male catubbo; come pure il lavoro della scrittura per quanto difficoltoso e sempre da rifare del giovane Petro e anche le scelte trasgressive e\/o misticheggianti di don Nen\u00e8 C\u00eccio e di Aleister Crowley si iscrivono nello stesso movimento di opposizione nei confronti dell\u2019angoscia melanconica.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Nottetempo casa per casa<\/em>&nbsp;\u00e8 allora il poema di questa alternanza variamente articolata nei dodici canti, che fa vacillare il Soggetto tra il \u00abmale catubbo\u00bb o \u00abmelanconia\u00bb (il precipitare, il silenzio, l\u2019urlo, la metamorfosi discendente animale e\/o la pietrificazione), e lo sforzo contrario che consiste invece nel tentare di trovare una via d\u2019uscita verso la parola, la luce, la scrittura.<\/p>\n\n\n\n<p>Se pi\u00f9 numerosi e pi\u00f9 visibilmente investiti sono i lessemi e i brani che rinviano al movimento disforico della caduta, anche il movimento opposto della risalita trova nel testo delle splendide esemplificazioni, fino alla sua precisa formulazione letterale e non solo indiretta e figurata. Il lessema infatti che si oppone letteralmente alla discesa verso il basso \u00e8, come abbiamo visto, il termine religioso \u00abAscensione\u00bb, la festa liturgica che commemora la salita al cielo di Cristo quaranta giorni dopo la sua resurrezione. Ed \u00e8 stupefacente che questo termine sia anch\u2019esso, come i suoi vari antonimi disseminati nei vari capitoli, incastonato nella medesima struttura enunciativa che vede alternarsi il \u00absilenzio\u00bb e \u00abl\u2019urlo\u00bb da una parte, e l\u2019\u00abanimalit\u00e0\u00bb dall\u2019altra (p. 732).<\/p>\n\n\n\n<p><em>Gandolfo Allegra o la chance inventiva<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il poema circoscrive anche un luogo immune dalla melanconia, un luogo miracoloso. Questo luogo, che \u00e8 innanzitutto un luogo di parola, si situa nel capitolo IX intitolato <em>La Cerda<\/em>, toponimo della contrada dove si svolge la corsa automobilistica della Targa Florio.<a href=\"#_ftn17\" id=\"_ftnref17\">[17]<\/a>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Protagonista dell\u2019episodio narrato nel capitolo \u00e8 lo \u00abscarparo\u00bb Gandolfo Allegra il quale, insieme ai suoi figli Stefano e Ruggero, si reca alla corsa per lavoro e non per diletto. Egli approfitta infatti della gara, per poter smerciare le sue scarpe e provvedere cos\u00ec alla dote di Addolorata, la maggiore dei suoi otto figli, prossima al matrimonio.<\/p>\n\n\n\n<p>Curiosamente anche Gandolfo Allegra condivide alcuni attributi propri del luponario, come lo scintillio dello sguardo: \u00ab[\u2026] e il suo occhio <em>baluginava<\/em> alla fiamma del lume al pari della lama del trincetto\u00bb (p. 726); la rabbia: \u00ab\u201dVoc\u00eca,\u201d disse <em>rabbioso<\/em> al figlio \u201dbandisci!\u201d\u00bb (p. 727) \u00abEra <em>furente<\/em>sempre contro la nobilt\u00e0 di Cefal\u00f9, Palermo, del mondo tutto, [\u2026] Allegra sputava e sputava raccogliendo la sua mercanzia, sistemando il carretto. \u201cAndiamo, vah\u201d disse <em>rabbioso<\/em> a Stefano\u00bb. (pp. 728-729, corsivi miei), e perfino l\u2019animalit\u00e0, metonimicamente spostata sul prodotto del suo lavoro, le scarpe, chiamate secondo il costume contadino \u00abZampette\u00bb (pp. 722-723):<\/p>\n\n\n\n<p>Batteva e ribatteva alla buffetta, tagliava e cuciva Gandolfo Allegra, e d\u2019incanto fiorivano nelle sue mani paia e paia di scarpe, che scarpe non erano ma uose pelose di vacca becco porco. <em>Zampette<\/em>le chiamavano, come se gli uomini che andavano per le terre delle Madonie, andavano per pascoli per boschi, di zampe fossero dotati, non di piedi come cristiani. Erano leggere e svelte, a forma di barchetta, la punta sulla prora e il taglio a poppa, i lacci che fermavano le pezze, s\u2019incrociavano agli stinchi.<a href=\"#_ftn18\" id=\"_ftnref18\">[18]<\/a>&nbsp;(pp. 722-723, corsivo mio)<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni dei tratti disforici propri dei personaggi affetti dal male catubbo<em>,<\/em> investono anche la soggettivit\u00e0 rappresentata da Gandolfo Allegra, ma con valore euforico, assiologicamente opposto a quello del \u2019precipitare\u2019melanconico.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019anarchico <em>sui generis<\/em> che \u00e8 il bravo \u00abscarparo\u00bb Allegra riesce, grazie alla sua \u00abispirazione\u00bb e \u00abinvenzione\u00bb, a trasformare con astuzia e intelligenza l\u2019esito negativo e deprimente di una giornata di lavoro non remunerativo. Sicch\u00e9 la sua azione acquista l\u2019altra significazione del \u2018precipitare verso il basso\u2019, quella del \u2018partorire\u2019,allorquando alla rinuncia del melanconico, al \u2018lasciarsi cadere\u2019 suicidario, si oppone la <em>chance<\/em> inventiva, l\u2019ispirazione creativa. Allegra riesce infatti a trasformare una \u2018caduta\u2019, quella relativa al fallimento del commercio delle sue \u00abzampette\u00bb e quella relativa all\u2019incidente occorso all\u2019auto di don Nen\u00e9 C\u00eccio che aveva partecipato alla Targa Florio, in un vero e proprio miracolo a tutto vantaggio della sua attivit\u00e0 di \u00abscarparo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019episodio della \u00abCerda\u00bb, apparentemente eccentrico, ma in realt\u00e0 simmetrico, rispetto al tema fondamentale della catabasi melanconica, \u00e8 anch\u2019esso costruito secondo la stessa struttura verticale e oppositiva del basso e dell\u2019alto, della caduta e dell\u2019ascensione. Ma ad averla vinta qui, sulla pericolosa tendenza alla rinuncia, sar\u00e0 l\u2019ingegno di questo anarchico, lavoratore e padre di numerosa prole.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora una volta sono presenti in questo episodio i temi e i motivi ricorrenti del disastro, ma ironicamente rovesciato in commedia, pur con gli abituali corollari dell\u2019urlo e del silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche la metamorfosi animale riappare, ma questa volta in senso ascendente e metaforico (dall\u2019oggetto inanimato all\u2019animale), in quanto essa trasforma un oggetto meccanico, l\u2019automobile del barone C\u00eccio, in un uno scarafaggio a pancia in s\u00f9:&nbsp;\u00abIl padre gli mostr\u00f2 orgoglioso la sua <em>invenzione<\/em>. Aveva tagliato a pezzi col trincetto i copertoni, aveva cucito da una parte, messe le stringhe e fatte cos\u00ec delle<em>zampette<\/em> simili a quelle pelose d\u2019animale\u00bb (p. 730, corsivi miei).<\/p>\n\n\n\n<p>Questa geniale \u00abinvenzione\u00bb, autentica metamorfosi miracolosa operata da Gandolfo, permetter\u00e0 allo spregiudicato \u00abscarparo\u00bb di vendere alla fiera Gangi della domenica seguente tutta la sua nuova produzione di zampette Pirelli, e di guadagnare cos\u00ec il denaro sufficiente per pagare i debiti e sposare Addolorata.<\/p>\n\n\n\n<p>Il capitolo riserva ancora un eccezionale e al contempo prevedibile epilogo, stando a alla struttura testuale verticale che implica il doppio movimento di discesa\/risalita, epilogo che si configura come una vera e propria apoteosi (secondo una prospettiva dall\u2019alto dunque), come la sanzione del miracolo avvenuto:<\/p>\n\n\n\n<p>Fece allora pittare da mastro don Giacinto una tavoletta del <em>miracolo<\/em>, l\u2019automobile con le ruote all\u2019aria del barone C\u00eccio con San Gandolfo sopra che s\u2019affaccia dalla finestra tonda d\u2019una nuvola e accanto un altro santo incognito ch\u2019era invece Michele Bakunino.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE che c\u2019entri tu con l\u2019accidente del barone?\u00bb chiese ad Allegra il prete al momento dell\u2019offerta.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abC\u2019entro, c\u2019entro\u00bb rispose, sibillino e tosto. (p. 730)<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> <em>Vincenzo Consolo, \u00e9thique et \u00e9criture<\/em>, organizzato da Dominique Budor e Denis Ferraris, tenutosi alla Sorbona il 25 e il 26 Ottobre del 2002.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> La versione pi\u00f9 lunga debitamente annotata e con le citazioni complete, si pu\u00f2 leggere in Rosalba Galvagno, <em>L\u2019oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo<\/em>. Postfazione di Sebastiano Burgaretta, Milella, Lecce 2022, pp. 185-218).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> Cfr. Walter Burkert, <em>Homo necans. <\/em><em>Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica<\/em>. Boringhieri, Torino 1981, p. 77 et <em>passim<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> Come ho avuto occasione di dimostrare in Rosalba Galvagno, <em>Le sacrifice du corps, Frayages du fantasme dans les \u00abM\u00e9tamorphoses\u00bb<\/em> <em>d\u2019Ovide,<\/em> Panormitis, Paris 1995).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> Le pagine relative alle citazioni dal romanzo saranno indicate nel corpo del testo tra parentesi tonde dall\u2019edizione Vincenzo Consolo, <em>L\u2019opera completa<\/em>, a cura di e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e con uno scritto di Cesare Segre,Mondadori, \u00abI Meridiani\u00bb, Milano 2015.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\">[6]<\/a> Giuseppe Pitr\u00e9, <em>Il lupo mannaro<\/em>, in <em>Usi e Costumi Credenze e Pregiudizi del popolo siciliano<\/em>, vol. III, Arnaldo Forni Editore, Bologna 1979, pp. 224-231, Luigi Pirandello, <em>Mal di luna<\/em>, in <em>Dal naso al cielo<\/em>, a cura di Simona Costa, Oscar Mondadori, Milano pp. 64-73)<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\">[7]<\/a> Cfr. Vincenzo Consolo, <em>Lunaria<\/em>, in particolare la <em>Nota dell&#8217;autore<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, cit., pp. 363-364.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\">[8]<\/a> Cfr. la spiegazione dello stesso Consolo in <em>Paesaggio metafisico di una folla pietrificata<\/em>, cit. e <em>Vocabolario siciliano<\/em>, <em>s.v.<\/em>, a cura di Giorgio Piccitto, Catania-Palermo 1977, che definisce precisamente l\u2019aggettivo <em>catubbu<\/em> associato a <em>mali<\/em> come \u00abmal caduco\u00bb e \u00abepilessia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\">[9]<\/a> Cesare Segre, <em>Una provvisoria catarsi<\/em>, in \u00abCorriere della Sera\u00bb, 19 Aprile 1992 e in \u00abNuove Effemeridi\u00bb, cit., pp. 150-151.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\">[10]<\/a> pubblicato in <em>Aleister Crowley, un mago a Cefal\u00f9<\/em>, a cura di Pier Luigi Zoccatelli, Edizioni Mediterranee, Roma 1998, p. 133.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\" id=\"_ftn11\">[11]<\/a> <em>Vocabolario siciliano<\/em>,<em> s.v.<\/em>, a cura di Giorgio Piccitto, Catania-Palermo 1977.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\" id=\"_ftn12\">[12]<\/a> Cfr. Alain Didier-Weill, <em>Les trois temps de la loi<\/em>,Seuil, Paris 1995, p. 273, da cui ho anche attinto la straordinaria analisi delle differenti modulazioni del silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\" id=\"_ftn13\">[13]<\/a> Per il lungo e accurato lavoro di ricerca di Vincenzo Consolo sulla biografia di questo eccentrico personaggio, cfr. la notizia di Gianni Turchetta, in Vincenzo Consolo, <em>L\u2019opera completa<\/em>, cit., pp.1390-1395.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\" id=\"_ftn14\">[14]<\/a>La citazione \u00e8 tratta dal sonetto <em>Baccha <\/em>(v. 7) di Gabriele D\u2019annunzio, <em>Alcyone<\/em> (<em>La corona di Glauco<\/em>) Mondadori (\u00abI Meridiani\u00bb), Milano 1984, vol II, p. 543.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\" id=\"_ftn15\">[15]<\/a> Questo brano, citatissimo dalla critica per via dell\u2019allusione all\u2019incisione <em>Melencolia<\/em> <em>I<\/em> di D\u00fcrer, aveva costituito col titolo <em>L\u2019ora sospesa<\/em> la prefazione al catalogo <em>Ruggero Savinio con uno scritto di Vincenzo Consolo e un testo dell\u2019artista<\/em>, Sellerio, Palermo 1989, p. 9-19 (la mostra dell\u2019artista si era tenuta nell\u2019ex Convento di San Francesco a Sciacca luglio-agosto 1989). Raccolto in seguito nella bella antologia: Vincenzo Consolo, <em>L\u2019ora sospesa. E altri scritti per artisti<\/em>, cit., pp. 42-46.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\" id=\"_ftn16\">[16]<\/a> Un Altro che si incarna o che \u00e8 rappresentato in modo singolare per ciascun personaggio: un dio efferato, o la moglie morta, per Giuseppe Marano. Ancora un dio impassibile o la madre morta per il figlio Petro. Il persecutore o i persecutori per Lucia. L\u2019assurdit\u00e0 della guerra che lo priva di una gamba per Saro Alioto ecc.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\" id=\"_ftn17\">[17]<\/a> Il nome della contrada risale a Giovanni della Cerda duca di Medinaceli, come tramanda il Di Blasi nella <em>Storia cronologica dei Vicer\u00e9 Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia<\/em> citata nell\u2019epigrafe allo stesso capitolo (p. 721).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\" id=\"_ftn18\">[18]<\/a> Non pu\u00f2 non colpire a riguardo quanto tramanda Giuseppe Pitr\u00e9, <em>Usi e costumi<\/em>\u2026, cit., p. 470: \u00ab<em>Scarpi a vucca di lupo,<\/em> anticamente <em>a mezza plica<\/em>, scarpe da campagnuoli costituite d\u2019un sol pezzo oltre la suola\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"676\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-676x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3061\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-676x1024.jpg 676w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-198x300.jpg 198w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-768x1164.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-1014x1536.jpg 1014w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179-1351x2048.jpg 1351w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/CCI_000179.jpg 1641w\" sizes=\"(max-width: 676px) 100vw, 676px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"618\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba-1024x618.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3909\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba-1024x618.jpeg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba-300x181.jpeg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba-768x463.jpeg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Vincenzo-e-Rosalba.jpeg 1129w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\">&#8220;Universit\u00e9 de la Sorbonne, Paris, 2002&#8221; Vincenzo Consolo con Rosalba Galvagno<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rosalba Galvagno \u00abMale catubbo\u00bb Destino di una metamorfosi nel romanzo \u00abNottetempo, casa per casa\u00bb di Vincenzo Consolo Ben ventiquattro anni or sono ebbi la chance di conoscere Vincenzo Consolo in occasione di un importante Colloque a lui dedicato[1]. Fu un incontro intenso e fecondo per la lunga e salda amicizia che ne segu\u00ec. 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