{"id":3873,"date":"2019-10-10T20:47:00","date_gmt":"2019-10-10T20:47:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3873"},"modified":"2025-12-10T20:59:31","modified_gmt":"2025-12-10T20:59:31","slug":"il-racconto-e-dolore-ma-anche-il-silenzio-e-dolore-vincenzo-consolo-e-la-difficolta-della-narrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3873","title":{"rendered":"\u00abIl racconto \u00e8 dolore, ma anche il silenzio \u00e8 dolore\u00bb. Vincenzo Consolo e la difficolt\u00e0 della narrazione"},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>Daniel Raffini<\/em><\/strong><br><br>Problema centrale dell\u2019opera e della riflessione di Consolo \u00e8 quello del linguaggio, un problema che si ripercuote a pi\u00f9 livelli. Appare evidente alla lettura l\u2019intenso lavorio che lo scrittore siciliano mette in atto sulla lingua, una lingua che si arricchisce a vari livelli, esplora nel tempo, nello spazio e nella stratificazione sociale. Tale operazione, per ammissione dello stesso Consolo, ha come fine un salvataggio: lo scrittore vuole salvaguardare la lingua letteraria dall\u2019appiattimento del linguaggio dei media1. In questo modo la letteratura finisce per avere un doppio ruolo: salvare una tradizione, ritagliandosi dunque uno spazio autonomo, e combattere contro le derive estreme della contemporaneit\u00e0. La scrittura di Consolo \u00e8 elitaria e impegnata allo stesso tempo, torre d\u2019avorio ma anche strumento di intervento sulla realt\u00e0. Per questo motivo la lingua di Consolo si fa difficile, per chi legge, una difficolt\u00e0 ripagata dalla ricchezza d\u2019invenzione e giustificata con un fine etico. Ma la difficolt\u00e0 del linguaggio in Consolo, oltre ad essere un dato stilistico, diventa anche un importante elemento  tematico e nodo di riflessione, quasi un rovello per lo scrittore, un dilemma sul quale  torna a interrogarsi in diversi momenti della sua opera. In una prima fase la riflessione sulla difficolt\u00e0 del racconto, sull\u2019impossibilit\u00e0 del dire, si configura in Consolo sotto una prospettiva storica e sociale. Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio tematizza lo scontro sociale tra le \u00e9lite e le classi subalterne al momento dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, presentando il tentativo storico di riunire due mondi inconciliabili sotto un unico vessillo. Se i nobili siciliani accettarono la nuova dominazione certi che nulla sarebbe cambiato nei loro privilegi, allo stesso modo il popolo capisce che con il nuovo Stato italiano nulla cambier\u00e0 nella sua condizione2. Di qui il racconto della rivolta popolare di Alcara Li Fusi, attorno alla quale ruota il romanzo di Consolo. Personaggio di mediazione tra i due mondi \u00e8 Mandralisca, che nella memoria sui fatti di Alcara Li Fusi riportata a partire dal sesto capitolo del romanzo tenta di spiegare le ragioni del popolo. Dall\u2019incompatibilit\u00e0 tra le classi sociali nasce la difficolt\u00e0 di narrare: Parlai nel preambolo di sopra d\u2019una memoria mia sopra i fatti, d\u2019una narrazione che pi\u00f9 e pi\u00f9 volte in tutti questi giorni mi studiai di redigere, sottraendo l\u2019ore al sonno, al riposo, e sempre m\u2019\u00e8 caduta la penna dalla mano, per l\u2019incapacit\u00e0 scopertami a trovare l\u2019avvio, il timbro e il tono, e le parole e la disposizione d\u2019esse per poter trattare quegli avvenimenti, e l\u2019imbarazzo e la vergogna poi che dentro mi crescean a concepire un ordine, una forma, i confini d\u2019un tempo e d\u2019uno spazio, e contenere quell\u2019esplosione, quella fulminea tromba, quel vortice tremendo; e le radici, ancora, le ragioni, il murmure profondo, lontanissimo, da cui discendea? La contraddizione infine nel ritrovarmi a dire, com\u2019io dissi, dell\u2019impossibilit\u00e0 di scrivere se non si vuol tradire, creare impostura, e la necessit\u00e0 insieme e l\u2019impellenza a farlo3. La difficolt\u00e0 di Mandralisca nasce da una differenza di fondo, da un contrasto tra la tendenza a cercare un ordine, una forma, e l\u2019inafferrabilit\u00e0 di quei fatti, la potenza e il disordine insito negli eventi che si appresta a raccontare. Si profila insomma la differenza di base tra il mondo del dire, la gabbia del linguaggio, e l\u2019irruento progredire degli eventi, la realt\u00e0 che si espande su diversi piani. Ed \u00e8 cos\u00ec che il personaggio, e con lui lo scrittore, finisce per percepire il carattere fittizio della narrazione, l\u2019impostura che nasce all\u2019insufficienza del linguaggio a dire la realt\u00e0. \u00c8 questa una riflessione che ritorna pi\u00f9 volte nei romanzi dello scrittore siciliano e che viene cos\u00ec sintetizzata nell\u2019ultimo capitolo di Nottetempo, casa per casa: \u00c8 mai sempre questa la scrittura, \u00e8 l\u2019informe incandescente che s\u2019informa, il suo freddarsi, il trapassare stilla a stilla nel segno, suono, nel senso decretato, nella convenzione, nella liturgia della parola? \u00c8 canto, movimento, p\u00e0rodo e st\u00e0simo per liberare pena gioia furia rimorso, mostrare nella forma acconcia, nella pi\u00f9 bella tempesta? \u00c8 malizia, compromesso, cedimento, riconciliazione con il mondo?<br><em>Oh anima sfuggente, oscura, oh fondo tenebroso.<br>\u00c8 menzogna l\u2019intelligibile, la forma, o verit\u00e0 ulteriore?<\/em>4 Il dubbio di fondo, se la scrittura sia imperdonabile menzogna o scoperta di una verit\u00e0 ulteriore, rester\u00e0 costante in tutta la produzione consoliana. Allo stesso tempo il racconto si presenta come un\u2019azione imprescindibile, unico modo, seppur monco, di trattenere i fatti dopo che sono avvenuti, di far compiere alla letteratura il suo compito \u00abdi essere testimone del nostro tempo\u00bb5. In soccorso a Mandralisca viene la realt\u00e0 stessa, che gli appare nella forma di una serie di testimonianze dei protagonisti dei fatti, \u00abalcune carte ove calato avea di pugno mio, pari pari, con fede notarile, le scritte di carbone sopra un muro, [\u2026] le testimonianze personali de\u2019 rotagonisti\u00bb6. Proprio sulla disparit\u00e0 tra il linguaggio di chi racconta e quello del popolo si gioca la riflessione del barone. Nel sesto capitolo Mandralisca, annunciando l\u2019invio della memoria a Interdonato, si lasciava andare a una riflessione sulla natura della storia: \u00abE cos\u2019\u00e8 stata la storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati \u00bb7. La storia raccontata dai vincitori, da chi detiene il potere, appare per forza di il popolo e scaturisce dall\u2019impossibilit\u00e0 di maneggiare un linguaggio per il quale non \u00e8 stato istruito e che anzi \u00e8 stato fatto con lo scopo di tenerlo in soggezione. La riflessione sulla difficolt\u00e0 del racconto viene per\u00f2 gradualmente interiorizzata da Consolo, che la proietta in prima istanza su s\u00e9 stesso e in seguito sui propri personaggi e sull\u2019umanit\u00e0 intera. Le difficolt\u00e0 incontrate nel ricostruire la storia dei vinti devono aver portato lo scrittore a riflettere sempre pi\u00f9 sul carattere illusorio del racconto. Ci\u00f2 si lega alla volont\u00e0 di esprimere il dolore e il male nella storia, che caratterizza sempre pi\u00f9 la scrittura di Consolo. Nei romanzi degli anni Novanta il problema della difficolt\u00e0 del racconto diventa di carattere esistenziale: il dolore, legato alla perdita di una condizione originaria di stabilit\u00e0, determina la difficolt\u00e0 di dire, l\u2019inciampo della narrazione; ma allo stesso tempo il racconto diventa necessario, unico strumento per non cadere nel baratro, nel nulla che c\u2019\u00e8 in fondo a ogni dolore. Nottetempo, casa per casa \u00e8 in questo senso un romanzo emblematico, in quanto romanzo il cui \u00abtema centrale potrebbe essere sintetizzato come \u201cl\u2019irrazionale e la storia\u201d\u00bb11. Consolo stesso dir\u00e0 a proposito del libro: \u00abHo voluto rappresentare il dolore\u2026 e questo libro \u00e8 stato da me concepito come una tragedia\u00bb12. \u00abLa funzione della letteratura \u00e8 di essere testimone non soltanto della storia, ma anche del dolore dell\u2019uomo\u00bb13, tanto che la storia e il dolore sembrano spesso sovrapporsi, diventare la stessa cosa. La difficolt\u00e0 di dire il male si percepisce nelle pagine di Nottetempo, casa per casa, nel suo apparire sempre in procinto di dire per bloccarsi sempre un attimo prima che la narrazione diventi dispiegata. La ragione di questo andamento a singhiozzi che si percepisce nella scrittura e nella struttura stessa del romanzo, nei salti da un capitolo all\u2019altro, nel non detto e nelle reticenze, viene resa palese nel finale. Petro Marano, fuggendo da Cefal\u00f9 alla volta di Tunisi, sente finalmente di potersi abbandonare al racconto: \u00abPens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2 che ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro\u00bb14. Attraverso l\u2019allontanamento dal luogo del male, dal luogo dove il dolore personale ha avuto modo di attecchire, il personaggio ritrova la forza di raccontare. Su questo punto il romanzo si conclude, esaurendo il suo compito primario. Il libro si chiude cos\u00ec un attimo prima dell\u2019inizio, trova il suo culmine nel momento in cui la narrazione dovrebbe dispiegarsi per bocca del personaggio, configurandosi come un viaggio difficoltoso verso la possibilit\u00e0 di dire. <br>Nottetempo, casa per casa \u00e8 il romanzo di Consolo che tematizza pi\u00f9 degli altri lo sfioramento dell\u2019abisso per quanto riguarda l\u2019uomo e del silenzio per quanto riguarda la scrittura, l\u2019espressione di quello che ne Lo spasimo di Palermo l\u2019autore definir\u00e0 come \u00abil passo breve tra il moto e la paralisi\u00bb15. Nel capitolo IV, di fronte alla rovina sua e della sua famiglia, Petro sembra sul punto di cedere all\u2019urlo estremo, alla disperazione: cose distorta. Meglio sarebbe poter disporre di \u00abun immaginario meccanico instrumento [\u2026], che fermasse que\u2019 discorsi al naturale\u00bb8, anche se in fin dei conti \u2013 conclude Mandralisca \u2013 anche una macchina di tale genere risulterebbe inutile, giacch\u00e9 non possederemmo \u00abla chiave, il cifrario atto a interpretar que\u2019 discorsi\u00bb9. Consolo individua cos\u00ec una delle difficolt\u00e0 principali del narrare nel punto di vista, nella soggettivizzazione che ogni racconto subisce da parte di chi lo enuncia. In una societ\u00e0 impari tale soggettivizzazione diventa quasi un reato: colui che detiene gli strumenti del racconto finisce per usarli per tenere in soggezione l\u2019altro. La sottomissione del popolo nasce in primo luogo, secondo quanto dice Mandralisca, dalla mancanza di un linguaggio proprio, atto ad esprimerne l\u2019esperienza. La creazione di un linguaggio nuovo diventa allora il mezzo attraverso il quale le classi subalterne potranno ottenere la libert\u00e0. Per questo Mandralisca sceglie di donare i suoi beni per la costruzione di una scuola per i figli dei popolani: \u00abS\u00ec che, com\u2019io spero, la storia loro, la storia, la scriveran da s\u00e9, non io, o voi, Interdonato, o uno scriba assoldato, tutti per forza di nascita, per rango e disposizione pronti a vergar su le carte fregi, svolazzi, aeree spirali, labirinti\u2026\u00bb10. Ne Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio dunque il problema della scrittura si presenta come un problema storico e sociale, la difficolt\u00e0 di narrare riguarda   <em>\u00abUuuhhh\u2026\u00bb ulul\u00f2 prostrato a terra \u00abuuhh\u2026 uhm\u2026 um\u2026 umm\u2026 umm\u2026<br>umm\u2026\u00bb<\/em> e in quei suoni fondi, molli, desiderava perdersi, sciogliere la testa, il petto. Sent\u00ec come ogni volta di giungere a un limite, a una soglia estrema. Ove gli era dato ancora d\u2019arrestarsi, ritornare indietro, di tenere vivo nella notte il lume, nella bufera. E s\u2019aggrapp\u00f2 alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scand\u00ec a voce alta: \u00abTerra. Pietra. S\u00e8nia. Casa. Formo. Pane, ulivo. Carrubo. Sommaco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficidindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Frainguello. Nuvola. Sole. Arcobaleno\u2026\u00bb scand\u00ec come a voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento in cui nulla era accaduto, la vicenda si svolgea serena, sereno il tempo16. Petro si aggrappa all\u2019essenzialit\u00e0 delle parole per non cedere al baratro, all\u2019urlo disarticolato che rappresenta il disordine e la fine di ogni razionalit\u00e0, dell\u2019elemento umano, una regressione a una condizione ferina. Il male \u00e8 pervasivo, tanto che le parole stesse sembrano pi\u00f9 avanti essere minacciate dal suo avanzare: \u00abE corrompeva il linguaggio, stracangiava le parole, il senso loro \u2013 il pane si faceva pena, la pasta peste, la pace pece, il senno sonno\u00bb17. Tuttavia, attraverso il valore creatore della parola, Petro come un novello Adamo tenta l\u2019illusorio ritorno a una condizione edenica, la condizione di tranquillit\u00e0 precedente alla rottura dell\u2019equilibrio, la frattura da cui \u00e8 generato il dolore18. La condizione iniziale di equilibrio rimanda a un momento specifico della vita di Petro, precedente alla morte della madre, alla follia della sorella, alla malattia del padre, ma \u00e8 anche una condizione universale, che accomuna tutti gli uomini, il sentimento di un\u2019origine perduta e percepibile ormai solo in via frammentaria: Una suprema forza misericordia immensa potrebbe forse sciogliere l\u2019incanto, il grumo dolorante, ricomporre lo scempio, far procedere il tempo umanamente. O l\u2019invocare ognuno, il mondo intorno, a capire, assumere insieme l\u2019enorme peso, renderlo comune, e lieve. E il dolore suo sembr\u00f2 a Petro sorto non solo dalla madre troppo presto assente, dal padre malinconico, piegato, da Serafina torpida, di pietra, da Lucia che sola e orgogliosa se n\u2019andava per altra strada, ma da qualcosa che aveva preceduto la sua, la nascita degli altri. Era cos\u00ec per lui, per la famiglia o pure per ogni uomo, per ogni casa? Di questo luogo, di questa terra in cui era caduto a vivere, di ogni terra?19 Borges, autore caro a Consolo20, diceva che ogni uomo \u00e8 tutti gli uomini: cos\u00ec il destino personale di Petro, la disgrazia e il dolore, diventa il destino di ogni uomo. Il dolore allontana il senso, offusca la ragione, che \u00e8 alla base del linguaggio. Ed \u00e8 cos\u00ec che lo scrittore finisce per interrogarsi sulla dicibilit\u00e0 stessa del dolore e del male: In questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccich\u00eco di quell\u2019oro, \u00e8 possibile ancora la scansione, l\u2019ordine, il racconto? \u00c8 possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all\u2019ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono? E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione21. Pur nella difficolt\u00e0 il racconto deve dunque andare avanti, continuamente minacciato dagli estremi opposti e uguali dell\u2019urlo, quello a cui sta per cedere Petro, e del silenzio, \u00abl\u2019inespresso, l\u2019ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto \u00bb22. La tentazione verso di essi \u00e8 forte, e anche il dubbio che in essi sia il senso ultimo, tanto che nel finale del romanzo l\u2019autore arriva a ipotizzare: \u00ab\u00c8 la ritrazione, l\u2019afasia, l\u2019impetramento la poesia pi\u00f9 vera, \u00e8 il silenzio. O l\u2019urlo disumano\u00bb23. Ma subito dopo, come detto, c\u2019\u00e8 la fuga da Cefal\u00f9, in cui Petro trova la sua possibile riconciliazione con il racconto, una riconciliazione che rimane sospesa sul finale del romanzo. Il discorso sulla difficolt\u00e0 della narrazione espresso da Consolo in Nottetempo, casa per casa trova una sua ideale continuazione ne Lo spasimo di Palermo. L\u2019epigrafe del romanzo riprende una frase del Prometeo Incatenato di Eschilo, in cui Prometeo, incitato a rivelare il suo racconto risponde: \u00abIl racconto \u00e8 dolore, ma anche il silenzio \u00e8 dolore\u00bb. La scelta tra dire e non dire si gioca allora, come detto, su un piano etico: il dire pu\u00f2 incidere sulla realt\u00e0, o almeno redimere in qualche modo dal dolore. Consolo rifugge dalla tentazione dell\u2019urlo e da quella del silenzio, opta per la narrazione; ma la riflessione su questo punto deve essere ormai giunta a un punto di non ritorno e l\u2019autore decide di tematizzarla. Lo spasimo di Palermo racconta la storia di uno scrittore che non riesce pi\u00f9 a scrivere, si tratta di un romanzo che attraverso la narrazione parla \u00abdell\u2019impossibilit\u00e0 di narrare\u00bb24. In questo modo Consolo esorcizza la propria tentazione trasponendola sul personaggio, che si fa carico dell\u2019impossibilit\u00e0 di raccontare. Gioacchino Martinez \u00e8 d\u2019altronde un alter ego imperfetto di Consolo stesso, nel suo personaggio \u00e8 possibile rintracciare molti elementi dello scrittore. Al di l\u00e0 delle vicende biografiche, come l\u2019origine siciliana e il lungo soggiorno a Milano, a identificare Gioacchino con Consolo \u00e8 il profilo intellettuale dello scrittore: Aborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch\u2019era finita in urlo, s\u2019era dissolta nel silenzio. Si doleva di non avere il dono della poesia, la sua libert\u00e0, la sua purezza, la sua distanza dall\u2019implacabile logica del mondo25. L\u2019identificazione di Consolo con Gioacchino passa dunque proprio attraverso la dicotomia urlo-silenzio che gi\u00e0 abbiamo incontrato in Nottetempo, casa per casa.<br>Gioacchino per\u00f2, a differenza di Consolo, opta per abbandonare la scrittura. \u00abSai bene che non sono pi\u00f9 scrittore, se mai lo sono stato\u00bb26 dice in risposta a una provocazione del figlio Mauro; mentre alla richiesta della compagna del figlio di una dedica per una lettrice risponde: \u00abNon scrivo pi\u00f9, neppure dediche. Di\u2019 che sto lontano, non viaggio\u2026\u00bb27. Il narratore motiva cos\u00ec la decisione del personaggio: \u00abS\u2019era chiuso nel silenzio, nel dominio della notizia, invasione del resoconto, scomparsa di memoria, nell\u2019assenza o sordit\u00e0 dell\u2019uditorio, vana era ormai ogni storia, finzione e rimando del suo senso diceva e si diceva\u00bb28. Il blocco di Gioacchino deriva dunque da una sorta di ipertrofia della realt\u00e0 esterna, dall\u2019impossibilit\u00e0 di mettere in atto quella \u00ablenta sedimentazione della memoria\u00bb29 che \u00e8 per Consolo condizione necessaria alla narrazione. Questo si ricollega ancora una volta all\u2019idea del logoramento del linguaggio nella societ\u00e0 mediatica contemporanea, che si ripercuote sulla scrittura, ed \u00e8 evidente anche nel pi\u00f9 volte ribadito rifiuto di Gioacchino verso gli scrittori contemporanei30. Ma al di l\u00e0 delle condizioni esterne, il blocco di Gioacchino si manifesta come una condizione interna al soggetto: \u00abMa sapeva che suo era il panico, l\u2019arresto, sua l\u2019impotenza, l\u2019afasia, il disastro era nella sua vita\u00bb31. Ancora una volta, come nel caso di Petro Marano, il disastro personale va letto anche come disastro collettivo, condanna di tutta l\u2019umanit\u00e0 al dolore. Il figlio di Gioacchino, esule a Parigi per aver partecipato alle vicende torbide legate agli Anni di Piombo, rappresenta un\u2019altra faccia della lotta al dolore, il volto razionale, disincantato, di chi ha provato attraverso la vita reale a lasciare un segno nel mondo ed \u00e8 rimasto scottato dal fallimento e dalla consapevolezza dell\u2019errore32. Il figlio Mauro, costantemente polemico verso l\u2019attivit\u00e0 letteraria del padre, cinico e ironico verso il suo chiudersi in mondi altri33; ma anch\u2019egli abitante di una menzogna fatta di parole, vittima di ideologie illusorie: \u00abLe parole con cui ti mascheri e nascondi sono solo una pazzia recitata, un teatro dell\u2019inganno\u00bb34.Anche il figlio, come Gioacchino, come Petro Marano, come ogni uomo, vive nell\u2019angoscia di un impossibile ritorno all\u2019origine: \u00abRiparti sempre dall\u2019inizio, non sei riuscito a placare dopo anni i tuoi assilli\u00bb35. Il figlio rappresenta per Giacchino una parte del dolore, il silenzio che li divide diventa impossibilit\u00e0 di racconto; il linguaggio ancora una volta mostra tutta la sua insufficienza a dire il tormento umano: Il silenzio, ancora e sempre, il silenzio duro si stendeva tra di loro. Quali parole poi, e quale tono? Oppure quali gesti sguardi balbettii? L\u2019avrebbe fermato Mauro, schernito con la sua ironia, il suo sarcasmo, gli avrebbe rivelato il suo disagio, il suo risentimento, mostrato forse ancora di peggio. Aveva tentato infinite volte la scrittura, lettere memorie resoconti, ma l\u2019orrore nasceva puntuale per quell\u2019ordine assurdo, quel raggelare la ferita, quella codificazione miserevole dell\u2019assenza prima o poi assoluta, dell\u2019improvviso vuoto, dello sgomento fisso. S\u2019era accontentato dei continui viaggi per rivedere il figlio, colmare cos\u00ec un qualche modo, con le elusioni, coi silenzi quel silenzio36. L\u2019esilio del figlio, la sua lontananza fisica ma anche emotiva, determina il dolore che impedisce a Gioacchino di dispiegare il racconto. L\u2019impossibilit\u00e0 di dire appare ancora una volta prima di tutto nella resistenza della lingua a incanalarsi in una cadenza, in un tono, come una macchina inceppata che non riesce ad avviarsi. La macchina del linguaggio appare difettosa e menzognera, inadatta allo scopo al quale la si vuole piegare. Nottetempo, casa per casa si chiudeva con il riferimento di Petro alla falsit\u00e0 della scrittura; Lo spasimo di Palermo inizia con lo stesso tema, in una sorta di continuazione ideale del discorso: Capiva che sempre, sul ciglio dell\u2019abisso la parola si raggela, si fa suono fermo, forma compatta, simbolo sfuggente. Arriva mai la remissione, la fine d\u2019ogni sisma, d\u2019ogni fuga, l\u2019ora di sciogliere il nodo marinaro, placare lo sgomento, immaginare ancora una cerchia confidente?37 Allo stesso modo Nottetempo, casa per casa si chiudeva con Petro che, abbandonato il luogo del dolore, si apprestava finalmente a scrivere il proprio racconto. Lo spasimo di Palermo rappresenta il fallimento di quel proposito, presentandoci uno scrittore che non riesce a scrivere, quasi che Gioacchino Martinez fosse un Petro Marano sconfitto in quello slancio finale. Lo spasimo di Palermo entra dunque in dialogo col romanzo precedente proprio sul tema della difficolt\u00e0 della narrazione. Ma non \u00e8 l\u2019unico elemento di intertestualit\u00e0 interna presente in questo romanzo. Si pu\u00f2 rimandare, ad esempio, anche alla riflessione sulla scrittura della storia come discorso dei vinti di cui parlava Mandralisca ne Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio e metterlo in relazione con la critica che Consolo fa, ne Lo spasimo di Palermo, ai codici abusati degli scrittori: \u00abStendono prose piane i professori, narrano storie tonde, scrivono aulici elzeviri, decorano le accademiche palandre di placche luccicanti. [\u2026] I tristi imbonitori, trame, panie catturanti, gerghi scaduti o lingue invase, smemorate\u00bb38. Per Consolo e per il suo personaggio la scrittura ha tutt\u2019altro fine, e proprio a causa di questo scopo pi\u00f9 alto si scontra con la difficolt\u00e0 di dire. Il blocco deriva da uno scontro con una realt\u00e0 difficoltosa, ma anche da una natura diversa rispetto a quella degli altri scrittori, che appare evidente in un dialogo col figlio: Chiese al padre se scriveva. \u00abNulla\u00bb disse. \u00abHo assoluta ripugnanza, in questo stordimento, nell\u2019angoscia mia e generale.\u00bb \u00abAltri riescono, e assai felicemente\u2026 lo scoiattolo ligure, il romano indifferente, l\u2019amaro tuo amico siciliano\u2026\u00bb \u00abHanno la forza, loro, della ragione, la chiarit\u00e0, la geometria civile dei francesi. Meno, meno talento, e poi mi perdo nel ristagno dell\u2019affetto, l\u2019opacit\u00e0 del lessico, la vanit\u00e0 del suono\u2026\u00bb39. Il proposito \u00e8 lo stesso di Nottetempo, casa per casa: la riconciliazione con un\u2019origine perduta. In una sorta di invocazione proemiale che apre il romanzo Consolo scrive: \u00abOra la calma t\u2019aiuti a ritrovare il nome tuo d\u2019un tempo, il punto di partenza \u00bb, e cita il verso eliotiano \u00abIn my beginning is my end\u00bb40. L\u2019autore si presenta qui come \u00abvoce fioca nell\u2019aria clamorosa, relatore manco del lungo tuo viaggio\u00bb41, rimandando di nuovo alla frammentariet\u00e0 insita nel racconto, all\u2019impossibilit\u00e0 di dire in maniera chiara. Ed \u00e8 cos\u00ec che anche questo romanzo non riesce a dispiegarsi in una forma lineare, il racconto \u00e8 continuamente interrotto, con continui salti temporali dovuti all\u2019impossibilit\u00e0 stessa del personaggio di stabilire la collocazione reale degli eventi: \u00abNon riusciva a scandire quel numero di anni, un cumulo uniforme, una landa sconfinata\u00bb42; e dall\u2019altra parte il tentativo, quello di sempre, di rientrare \u00abper il varco che conduceva nel passato, nel racconto, in cui tutto era accaduto, tutto sembrava decifrabile\u00bb43. I due romanzi dialogano non solo nell\u2019incipit, ma anche nel finale. Se il finale di Nottetempo, casa per casa si apriva sulla possibilit\u00e0 del racconto, quello de Lo spasimo di Palermo invece si chiude sul silenzio. L\u2019ultima scena del romanzo mostra l\u2019attentato al procuratore, la bomba che esplode e lo uccide e il tentativo estremo di Gioacchino di salvarlo. Dopo il fragore il silenzio diventa impossibilit\u00e0 di dire. Il fioraio \u2013 ma potrebbe trattarsi anche di Gioacchino, la costruzione \u00e8 forse volutamente vaga, a significare ancora una volta l\u2019universalit\u00e0 dell\u2019esperienza \u2013 si rialza, stordito, e non riesce a parlare: \u00abCerc\u00f2 di dire, ma dalle secche labbra non venne suono\u00bb44, e gli rimane solo l\u2019implorazione muta, l\u2019invocazione a Dio, che stenda la sua mano potente su quella terra disgraziata:<br><em> \u00abO gran manu di Diu, ca tanti pisi, \/ cala,<br>manu di Diu, fatti palisi!\u00bb<\/em>45.<br>In una lettera al figlio contenuta nel capitolo finale del romanzo, Gioacchino spiega le ragioni che lo avevano spinto a scrivere, il dubbio tremendo di aver rivelato ai tedeschi il luogo in cui il padre aveva nascosto un disertore, causandone la morte: Al di l\u00e0 di questo, rimaneva in me il bisogno della rivolta in altro ambito, nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta \u2013 come avviene credo a chi \u00e8 vocato a scrivere \u2013 il mio parricidio, di compierlo con logico progetto, o metodo nella follia, come dice il grande Tizio, per mezzo d\u2019una lingua che fosse contraria a ogni altra logica, fiduciosamente comunicativa, di padri e fratelli \u2013 confr\u00e8res \u2013 pi\u00f9 anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale. Ho fatto come te, se permetti, la mia lotta, e ho pagato con la sconfitta, la dismissione, l\u2019abbandono della penna46. Gioacchino Martinez descrive a pi\u00f9 riprese la esperienza di scrittore come un fallimento. Raccontando la perquisizione avvenuta nel suo appartamento in occasione dell\u2019arresto del figlio, Consolo scrive: Nello studio erano sparsi i libri suoi, storie perenti, lasche prosodie, tentativi inceneriti, miseri testi della sua illusione, del suo fallimento. Ricord\u00f2 il racconto La perquisizione che appena scritto aveva lasciato sopra il tavolo. Mentre i militi, venuti per il figlio, buttavano gi\u00f9 libri, rovistavano cassetti, armadi, il poliziotto lo leggeva. \u00abMi sembra di sognare\u00bb disse. A lui, primo di<br>metafore, correlativi obbiettivi, puntelli di rovine. Viene citato qui per la prima volta il racconto La perquisizione, che torner\u00e0 a comparire di nuovo in una seconda descrizione dell\u2019irruzione dei poliziotti nella casa. In questo secondo passo, oltre alla scena della perquisizione, si fa riferimento a un sogno dello scrittore, in cui appaiono un glottologo e un re: Ed era nel passato della storia, nei goyeschi disastri d\u2019una guerra, fra contadini rivoltosi, cieche stragi, rapidi processi e fucilazioni contro i muri delle chiese. Era sulle assolate sabbie, il tell che seppelliva il regno, davanti all\u2019archivio, alle tavole d\u2019argilla. Il glottologo sagace ricomponeva frasi, testi, leggeva<br>il racconto alto d\u2019un re che narra e che governa, elude la metafora, annulla la contraddizione della prosa. Dissolveva il sogno archeologico, le tessere, i cunei della scrittura, l\u2019incubo dei colpi fragorosi dei poliziotti sulla porta, mitra spianati, che irrompono, sconvolgono la casa. Poi reali, a frantumare tutto, urla di sirene, strida di freni, sgommate furiose sulla strada. \u201cCristo cosa sar\u00e0 successo ancora, cosa sar\u00e0 successo?\u201d Terminato il racconto La perquisizione, aveva lasciato il foglio sopra il tavolo47. La scena della perquisizione e il riferimento alla storia del re permettono di identificare senza dubbio il racconto citato nel romanzo con il racconto Un giorno come gli altri dello stesso Consolo. Come spesso accade nello scrittore, i passi maggiormente significativi, su cui si concentra la riflessione e il rovello, risultano ripetuti, con piccole o grandi variazioni, in diverse opere48. In questo caso la riproposizione riguarda proprio il sogno del re e del glottologo, che si rivela fortemente significativo per decifrare il senso ultimo della riflessione sulla difficolt\u00e0 della narrazione che Consolo, come si \u00e8 cercato di dimostrare, porta avanti per tutta la sua vita. Vale la pena trascrivere per esteso il sogno \u2013 di sapore fortemente borgesiano \u2013 come \u00e8 raccontato in Un giorno come gli altri, passo che poi verr\u00e0 abbreviato ne Lo spasimo di Palermo: A poco a poco non sento pi\u00f9 il rumore delle macchine che sfrecciano sui Bastioni, mi allontano, viaggio per l\u2019Asia Minore e l\u2019Egitto, sprofondo in antichit\u00e0 oscure, indecifrate. M\u2019immagino che nel futuro, fra cinquanta, cento o pi\u00f9 anni, i biblio-archeologi non scaveranno pi\u00f9 sotto i tell alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stampata, alla ricerca del Libro. Quindi \u00e8 la volta di Ninive, della biblioteca di Assurbanipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d\u2019argilla incise dell\u2019archivio di<br>stato eblaita. Mi sembra di sentire tutto il caldo del deserto siriano, in viaggio traAleppo e Tell Mardikh. Sugli scavi, il glottologo, lo scopritore della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d\u2019intesa dietro le spalle dell\u2019archeologo e dei suoi assistenti, mi conduce di nascosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l\u2019ombra di un muro taglia l\u2019abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavimento, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola botola. Il glottologo alza la botola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d\u2019argilla. \u00abSono testi letterari \u00bb mi dice, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzle come una pagina di un grande libro. \u00ab\u00c8 un racconto\u00bb dice, \u00abun bellissimo racconto scritto da un re narratore\u2026 Solo un re pu\u00f2 narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di metafora: egli vive, comanda, scrive e narra contemporaneamente\u2026\u00bb E punta l\u2019indice su quei bastoncini,<br>su quella stupenda scrittura cuneiforme e sta per cominciare a tradurmi\u2026 49<br>Su questo punto, un attimo prima della rivelazione, della comprensione, il narratore<br>si sveglia a causa dell\u2019irruzione della polizia nella sua casa. Ancora una volta \u00e8 la realt\u00e0 della vita contemporanea, nei suoi aspetti pi\u00f9 crudi, ad allontanare il senso, a non permettere il dispiegarsi del racconto. D\u2019altronde quello che il glottologo stava per rivelare al sognatore \u00e8 qualcosa di non dicibile, il racconto di un re che vive, governa, scrive e narra insieme, un racconto composto dunque in un linguaggio perfetto, un linguaggio che non \u00e8 un linguaggio, in quanto privo di filtri, un linguaggio che fa tutt\u2019uno con la realt\u00e050. In questo modo Consolo risolve l\u2019eterno dissidio tra realt\u00e0 e parola, ma allo stesso tempo ci dice che tale risoluzione rimane un\u2019utopia.<br>Solo un re immaginario potrebbe scriverlo e solo un glottologo altrettanto immaginario potrebbe decifrarlo. \u00c8 la rassegnazione finale al paradosso del linguaggio, lo scacco e l\u2019accettazione della difficolt\u00e0 di d ire. Dopo verranno Nottetempo, casa per casa e Lo spasimo di Palermo, i due romanzi nei quali il tema \u2013 come si \u00e8 cercato di dimostrare \u2013 diventa centrale e pervasivo. Dopo ancora, il silenzio. 1 Scrive Traina a questo proposito: \u00abConsolo \u00e8 comunque fermamente convinto che una prosa non referenziale ma ricercata, piena di echi e risonanze, con picchi di esibita letterariet\u00e0 o forti sprezzature semantiche, sia la strada necessaria da percorrere per una letteratura che si vuole antagonista rispetto a n\u2019omologazione culturale che \u00e8 innanzitutto omologazione linguistica, propagandata riduzione del lessico a un basic Italian da comunicazione pubblicitaria\u00bb (G. Traina, Vincenzo Consolo, Fiesole, Cadmo, 2001, p. 104). 2 L\u2019immutabilit\u00e0 della condizione dei subalterni nella storia \u00e8 un elemento importante di molte opere di Consolo e sembrerebbe essere anzi proprio uno dei motori della sua scrittura. Nell\u2019accoglienza di tre paesani agli americani, il narratore del racconto Lo Sherman vede la stessa cerimonia \u00abdi sempre, che sempre ripetono i baroni, proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare, per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere i villani\u00bb (V. Consolo, Lo Sherman, in Id., Le pietre di Pantalica, Milano, Mondadori, 1988, p. 25). 3 V. Consolo, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, Milano, Mondadori, 1987, p. 95. 4 V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, Milano, Mondadori, 1992, pp. 167-168. 5 Cit. in J. Fracchiolla, Storia e storie nell\u2019opera di Vincenzo Consolo, inAa.Vv., La pasi\u00f3n por la lengua: Vincenzo Consolo, a cura di I. Romera Pintor, Valencia, Generalitat Valenciana y Universitat de Val\u00e8ncia, 2008, p. 77.<br>6 V. Consolo, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, cit., p. 96. Anche se qui si tratta di un espediente narrativo per far s\u00ec che il personaggio possa raccontare ci\u00f2 che non ha vissuto in prima persona, tuttavia la commistione tra realt\u00e0 e finzione \u00e8 un elemento tipico della scrittura di Consolo e del suo particolare riutilizzo del romanzo storico (cfr. R. Cremante, La sperimentazione di Vincenzo Consolo fra storia e invenzione, inAa.Vv., Vincenzo Consolo: punto de uni\u00f3n entre Sicilia y Espa\u00f1a. Los treinta a\u00f1os de \u00abIl sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00bb, a cura di I. Romera Pintor, Valencia, Generalitat Valenciana y Universitat de Val\u00e8ncia, 2007, pp. 63-74; D. Raffini, La scrittura ibrida di Vincenzo Consolo, inAa.Vv., Contro la finzione. Percorsi della non-fiction nella letteratura italiana contemporanea, a cura di C. Baghetti e D. Comberiati, Verona, Ombre corte, 2019, pp. 50-69; Id., I personaggi di Vincenzo Consolo tra verit\u00e0<br>storica e finzione romanzesca, inAa.Vv., Il personaggio nella letteratura italiana, a cura di P. Ortolano<br>eA. Sorella, Firenze, Cesati, 2019, pp. 157-174).<br>7 Ivi, p. 88.<br>8 Ivi, p. 89.<br>9 Ibidem.<br>10 Ivi, p. 91.  11 C. Segre, Un profilo di Vincenzo Consolo, in V. Consolo, L\u2019opera completa, a cura di G. Turchetta,<br>Milano, Mondadori, 2015, p. XIII.<br>12 Cit. in J. Fracchiolla, art. cit., p. 77.<br>13 Ibidem.<br>14 V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, cit., p. 175.<br>15 Id., Lo spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 2013, p. 58. 16 Id., Nottetempo, casa per casa, cit., pp. 42-43. 17 Ivi, p. 144. 18 Spesso in Consolo la parola nella sua essenzialit\u00e0 viene presentata come ultimo appiglio alla realt\u00e0 in situazioni estreme. Ne Lo spasimo di Palermo, il protagonista rievoca una scena in cui da bambino, durante un bombardamento, il prete \u00abordin\u00f2 di cantare l\u2019aria con parole senza senso, ch\u2019erano forse parodia, scherno d\u2019una liturgia\u00bb (V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 10). Perfino privata di significato, ridotta alla pura sonorit\u00e0, la parola \u00e8 uno strumento di ancoraggio al mondo, un modo per sopportare il dolore. Dalla parola si pu\u00f2 ripartire per la ricostruzione: tornato a Palermo dopo tanti anni di assenza Gioacchino decide di ricominciare documentandosi sul nome della sua via di casa e inizia a risistemare i propri libri, profilando una riconciliazione con la parola che si era rotta nel momento in cui aveva deciso di smettere di scrivere.<br>19 V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, cit., pp. 109-110. 20 Ne Lo spasimo di Palermo Consolo inserisce un incontro tra il protagonista Gioacchino e il<br>\u00abfantastico bibliotecario, [\u2026] cieco poeta bonarense ch\u2019era andato quella volta ad ascoltare nell\u2019affollato anfiteatro\u00bb (V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 44).<br>21 Ivi, pp. 68-69.<br>22 Ivi, p. 168.<br>23 Ibidem.<br>24 G. Traina, op. cit., p. 102. 25 V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 89. Nella stessa pagina viene detto che Gioacchino sta scrivendo un articolo su Cervantes e Antonio Veneziano, pezzo su cui in quegli anni stava lavorando Consolo, citando anche le fonti che lo stesso Consolo user\u00e0 nel suo articolo. Come si vedr\u00e0 pi\u00f9 avanti,<br>Consolo attribuisce a Gioacchino anche un altro racconto proprio, Un giorno come gli altri, che nel romanzo prende il titolo La perquisizione. Infine, nel capitolo X, il procuratore attribuisce a Gioacchino un passo del racconto Le pietre di Pantalica di Consolo: \u00ab\u201dHo letto i suoi libri\u2026 difficili, dicono. Di uno mi sono rimaste impresse frasi su Palermo\u201d socchiuse gli occhi, recit\u00f2: \u201cPalermo \u00e8 fetida, infetta. In questo luglio fervido esala odore dolciastro di sangue e gelsomino\u2026\u201d. \u201cSono passati da allora un po\u2019 di anni\u2026\u201d disse Gioacchino\u00bb (Ivi, p. 97)<br>26 Ivi, p. 45. 27 V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 31.<br>28 Ibidem. 29 V. Consolo, Un giorno come gli altri, \u00abIl Messaggero\u00bb, 17 luglio 1980, ora in Id., La mia isola \u00e8 Las Vegas, p. 87. In questo passo Consolo, partendo dalle riflessioni di Benjamin, porta avanti un sottile discorso sulla differenza tra scrivere e narrare, che vale la pena riportare: \u00ab\u00c8 che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla memoria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, \u00e8 sempre un\u2019operazione vecchia arretrata regressiva. Diverso \u00e8 lo scrivere, lo scrivere, per esempio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura, impoetica, estranea alla memoria, che \u00e8 madre della poesia, come si dice. E allora \u00e8 questo il dilemma, se bisogna scrivere o narrare. Con lo scrivere si pu\u00f2 forse cambiare il mondo, con il narrare non si pu\u00f2, perch\u00e9 il narrare \u00e8 rappresentare il mondo, cio\u00e8 ricrearne un altro sulla carta\u00bb. 30 La critica assume a volte i caratteri di una caricatura grottesca: \u00abMutavano, si deformavano i volti appesi tra le scansie e il soffitto, sparivano sorriso bonomia profondit\u00e0 tormenti serenit\u00e0 entusiasmo comprensione condiscendenza, si leggevano sotto le maschere di quella galleria di scrittori vacuit\u00e0 furbizia vizio rancore supponenza idiozia\u2026\u00bb (V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 31) 31 Ibidem. 32 \u00abIl suo andare \u00e8 il segno ancora umano, la ferita aperta, il dolore immoto, l\u2019antica tragedia sempre in atto. \u00c8 nostro, \u00e8 nella cavea del male, la peste dilagante. Dall\u2019inferno di l\u00e0 siamo finiti in questo, nelle nebbie fitte, nella notte\u2026 no, io non resto inerme, non voglio esser complice\u00bb (ivi, p. 56) 33 Dir\u00e0 al padre: \u00abTu e i soavi letterati siete le epigrafi d\u2019ornamento, la lapide incongrua e compiaciuta sul muro di quel carcere mentale, quel manicomio d\u2019annientamento\u00bb (ivi, p. 32). In questa frase \u00e8 racchiusa anche l\u2019impossibilit\u00e0 del figlio di capire la lotta interna del padre, il distanziarsi da quei \u201csoavi letterati\u201d che determina in Gioacchino l\u2019allontanamento dalla scrittura.<br>34 Ivi, p. 29.<br>35 Ibidem.<br>36 Ivi, p. 44. <\/p>\n\n\n\n<p>37 Ivi, p. 8.Anche L\u2019olivo e l\u2019olivastro, che si pone tra i due romanzi qui presi in esame, presenta il tema dell\u2019impossibilit\u00e0 di dire, tanto da aprirsi cos\u00ec: \u00abOra non pu\u00f2 narrare. Quanto preme e travaglia arresta il tempo, il labbro, spinge contro il muro alto, nel cerchio breve, scioglie il lamento, il pianto. Solo pu\u00f2 dire intanto che un giorno se ne part\u00ec con un bagaglio di rimorsi e pene. Part\u00ec da una valle d\u2019assenza<br>e di silenzio, mute di randagi, nugoli di corvi su tufi e calcinacci\u00bb (V. Consolo, L\u2019olivo e l\u2019olivastro, Milano, Mondadori 1994, p. 9). La posizione incipitaria e finale di questi riferimenti \u00e8 maggiormente significativa in Consolo, autore che d\u00e0 molta importanza ai momenti liminari dei suoi libri e dei singoli capitoli.<br>38 V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 8. 39 Ivi, p. 73.<br>40 Ivi, p. 5.<br>41 Ibidem.<br>42 Ivi, p. 57<br>43 Ibidem.<br>44 Ivi, p.109.<br>45 Ibidem.  46 Ivi, p 108.<br>47 Ivi, p. 69. 48 Un altro esempio interessante, che si ricollega al discorso sulla storia fatto per Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, \u00e8 quello della riproposizione di un pensiero espresso da Montesquieu. Commentando le parole lodevoli spese dal filosofo sul fatto che i siracusani abbiano interrotto l\u2019usanza fenicia di sacrificare bambini, Consolo ribadisce la relativit\u00e0 dei punti di vista sulla storia e sulla pervasivit\u00e0 del male. Tale passo, con poche modifiche, appare sia in Retablo che nel racconto La grande vacanza orientale  occidentale. Ecco come appare in quest\u2019ultimo: \u00abAmmirevole s\u00ec, quel trattato, ma l\u2019illuminato barone francese dimenticava che quegli stessi Siracusani, dopo la vittoria, avevano crocifisso tutti i greci che<br>avevano combattuto accanto ai Fenici-Cartaginesi. \u00c8 crudelt\u00e0, massacro, orrore dunque la storia? O \u00e8 sempre un assurdo contrasto? Quei Fenici che sacrificavano i loro figli agli d\u00e8i erano quelli che avevano inventato il vetro e la porpora, e la scrittura segnica dei suoni, aleph, beth, daleth\u2026 l\u2019alfabeto che poi usarono i Greci e i Latini, usiamo anche noi, quei Fenici che, con i loro commerci, per le vie del<br>mare portarono in questo Mediterraneo occidentale nuove scoperte e nuove conoscenze\u00bb (V. Consolo, La grande vacanza orientale-occidentale, in Id., La mia isola \u00e8 Las Vegas, cit., p. 67). 49 V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 96. 50 Nello stesso racconto Consolo indicava nella memoria e nella metafora gli strumenti necessari per mettere in atto la narrazione. Il re del sogno non ne ha bisogno, la sua condizione supera i confini dell\u2019umano, si avvicina al divino, all\u2019assenza di mediazione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"709\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b-709x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3885\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b-709x1024.jpg 709w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b-208x300.jpg 208w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b-768x1110.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/ad908fee-7c45-4016-87c0-88532a21877b.jpg 865w\" sizes=\"(max-width: 709px) 100vw, 709px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Daniel Raffini Problema centrale dell\u2019opera e della riflessione di Consolo \u00e8 quello del linguaggio, un problema che si ripercuote a pi\u00f9 livelli. 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