{"id":3797,"date":"2023-11-01T15:22:00","date_gmt":"2023-11-01T15:22:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3797"},"modified":"2025-09-21T15:38:06","modified_gmt":"2025-09-21T15:38:06","slug":"nel-marabutto-lo-spasimo-di-palermo1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3797","title":{"rendered":"Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo[1]"},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>Giuseppe Traina<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u00abMarabutto, s. m. Nome magrebino dei santoni musulmani, figure<\/p>\n\n\n\n<p>intermedie tra eremiti e guerrieri; nell\u2019uso europeo il termine indica<\/p>\n\n\n\n<p>anche i mausolei di tali personaggi, che punteggiano i margini del deserto<\/p>\n\n\n\n<p>e che nella forma pi\u00f9 caratteristica consistono in una costruzione<\/p>\n\n\n\n<p>cubica sormontata da una cupola. [dall\u2019arabo <em>mar\u0101bit <\/em>\u2018acquartierato\u2019]\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>(Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, <em>Il Dizionario della<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>lingua italiana<\/em>, Le Monnier, Firenze 2000, p. 1219).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMarab\u00f9t o marab\u00f9to, marab\u00f9tto [fr. <em>Marabout<\/em> dal port. <em>Marabuto<\/em>,<\/p>\n\n\n\n<p>dall\u2019arabo <em>mur\u0101bit<\/em> \u2018addetto alla guardia di un posto di frontiera\u2019, poi<\/p>\n\n\n\n<p>\u2018eremita\u2019, 1847] s. m. <em>1 <\/em>(st.) Combattente della Guerra santa, nell\u2019Islam \/<\/p>\n\n\n\n<p>(<em>est.<\/em>) Santone, asceta, eremita. <em>2 <\/em>(<em>est.) <\/em>La tomba dove un marabut \u00e8 sepolto\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>(<em>lo Zingarelli. Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli<\/em>,<\/p>\n\n\n\n<p>Zanichelli, Bologna 2006, p. 1092).<\/p>\n\n\n\n<p>Come hanno dimostrato i riscontri filologici di Gianni Turchetta e di Dominique Budor<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, il primo capitoletto de <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em> \u00e8 forse la parte del romanzo che ha trovato una stesura definitiva dopo il maggior numero di correzioni. Si tratta di un breve testo senza denominazione, che precede il capitolo numerato I ed \u00e8 caratterizzato dall\u2019uso del corsivo come segno di demarcazione. Ma la nuda evidenza tipografica si sposa con uno stile ancor pi\u00f9 \u201calto\u201d del solito: misterioso, oracolare, zeppo di criptocitazioni. Una voce, pi\u00f9 evocante che narrante, invita un interlocutore ad \u201candare\u201d: l\u2019interlocutore acquista quasi subito i connotati di Ulisse. Sembra dunque un solenne \u201cinvito al viaggio\u201d da compiere insieme. E svolge certamente una funzione introduttiva al romanzo, tanto che molti studiosi hanno deciso di denominarlo, omericamente, \u201cproemio\u201d: e cos\u00ec, per comodit\u00e0, si far\u00e0 anche qui.<\/p>\n\n\n\n<p>Studiando <em>Lo Spasimo di Palermo <\/em>dal punto di vista narratologico, Michele Carini ha scritto che<\/p>\n\n\n\n<p>un\u2019istanza narrativa eterodiegetica \u2013 apparentata con quella che nell\u2019<em>Olivo<\/em> raccontava episodi autobiografici \u2013 ritra[e] alcune vicende della vita di Chino, uno scrittore, autore di testi consoliani (il racconto <em>Un giorno come gli altri<\/em>, camuffato dal titolo <em>Una perquisizione<\/em>, e <em>Le pietre di Pantalica<\/em>). Facendo approdare Chino al silenzio, esito definitivo di uno straziante sviluppo esistenziale e civile, Consolo porta l\u2019istanza narrativa a implodere nelle righe interrotte dalla riproduzione della lettera che il personaggio stava stendendo per il figlio: un\u2019implosione dell\u2019istanza autodiegetica \u2013 del soggetto, si potrebbe dire \u2013 che coincide con l\u2019esplosione dell\u2019attentato mafioso di via D\u2019Amelio.<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 detto, tra <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro <\/em>e il romanzo estremo esiste anche qualche differenza: quel poco di documentario e quel tanto di autobiografico che, da un lato, caratterizzano <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro <\/em>come testo non finzionale, dall\u2019altro gli conferiscono un ritmo concitato, da narrazione a progressione non lineare ma indubbiamente odeporica; tale ritmo e tali connotati vengono subito revocati in dubbio dal \u201cproemio\u201d e, poi, dal dispiegarsi ben poco narrativo, ma comunque finzionale, de <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>. Nel breve testo in corsivo, infatti, viene tematizzato un sottotesto fondamentale del romanzo: la dialettica tra tempo che scorre e tempo immobile e, di conseguenza, la consistenza della storia. Sono temi mai assenti nella precedente narrativa consoliana ma mai cos\u00ec chiaramente presenti come nel romanzo estremo: tanto che il terzo capoverso del \u201cproemio\u201d consiste in un asciutto \u00abLa storia \u00e8 sempre uguale\u00bb<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\">[4]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Si aggiunga che il \u201cproemio\u201d \u00e8 tutto giocato in dialogo con Thomas S. Eliot<a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\">[5]<\/a> ma, mi sembra, in una prospettiva che va oltre la puntualit\u00e0 delle singole citazioni e che pu\u00f2 riverberarsi sull\u2019intero impianto del romanzo. Nel caso specifico, alle citazioni esplicite da <em>East Coker<\/em>, il secondo dei <em>Quattro quartetti<\/em> (\u00ab<em>Ora la calma t\u2019aiuti a ritrovare il nome tuo d\u2019un tempo, il punto di partenza. \/ <\/em>In my beginning is my end\u00bb<a href=\"#_ftn6\" id=\"_ftnref6\">[6]<\/a>), e da <em>The love songs of J. Alfred Prufrock<\/em> (\u00ab<em>Allora tu, [\u2026] ed io, [\u2026] andiamo<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\">[7]<\/a>), aggiungerei, come tema di base, la riflessione sul tempo sviluppata lungo i tutti i quattro quartetti e un altro elemento importante, relativo ancora a <em>East Coker<\/em>: mentre le parole sul principio e sulla fine scandiscono, coerentemente, il principio e la fine del primo \u201ctempo\u201d e, meno letteralmente, un po\u2019 tutto il terzo \u201ctempo\u201d di <em>East Coker<\/em>, invece nel corpo del quinto \u201ctempo\u201d leggiamo un gruppo di versi che ci spinge verso il grande tema de <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, ovvero l\u2019impossibilit\u00e0 di scrivere, l\u2019afasia: \u00ab\u00abE cos\u00ec eccomi qua, nel mezzo del cammino, dopo vent\u2019anni \/ vent\u2019anni in gran parte sciupati, gli anni dell\u2019<em>entre deux guerres<\/em>\u2026 \/ A cercar d\u2019imparare l\u2019uso delle parole, e ogni tentativo \/ \u00e8 un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento \/ <em>perch\u00e9 si \u00e8 imparato a servirsi bene delle parole \/ soltanto per quello che non si ha pi\u00f9 da dire, o nel modo in cui \/ non si \u00e8 pi\u00f9 disposti a dirlo<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\">[8]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Fermo restando che la prospettiva di Eliot \u00e8 pi\u00f9 possibilista verso un esito positivo dell\u2019inciampo scrittorio<a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\">[9]<\/a>, poco dopo leggiamo altri versi che ci ricordano, suggestivamente, ulteriori elementi presenti nel romanzo consoliano: \u00abLa casa \u00e8 il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo \/ il mondo diventa pi\u00f9 strano, la trama pi\u00f9 complicata \/ di morti e di vivi. Non il momento intenso \/ isolato, senza prima n\u00e9 poi, \/ ma tutta una vita che brucia in ogni momento \/ e non la vita di un uomo soltanto \/ ma di vecchie pietre che non si possono decifrare\u00bb<a href=\"#_ftn10\" id=\"_ftnref10\">[10]<\/a>. Sono versi che, sebbene preludano a una serena ricomposizione negli anni della vecchiaia, che \u00e8 del tutto estranea al romanzo, \u00e8 impossibile non siano stati tenuti presenti da Consolo, data l\u2019importanza che la casa, la \u201ctrama di morti e di vivi\u201d, il nesso tra vita individuale e contesto indecifrabile assumono ne <em>Lo Spasimo di Palermo.<\/em> Eliot, insomma, si conferma il poeta moderno di riferimento<a href=\"#_ftn11\" id=\"_ftnref11\">[11]<\/a> per Consolo e la trafila Dante-Eliot aggiorna la filigrana ulissiaca a cui lo scrittore siciliano \u00e8 sempre rimasto fedele.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019armamentario mentale di Consolo non \u00e8 \u201cbarocco\u201d soltanto in <em>Retablo<\/em> o in <em>Lunaria<\/em>: si pensi al fatto cheil romanziere delle scritte del <em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio <\/em>hainserito una scritta anche ne <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, ed \u00e8, non a caso, l\u2019iscrizione incisa sull\u2019arco dell\u2019ingresso alla grotta dei Beati Paoli, che recita \u00abPER ARTE E PER INGANNO\u00bb<a href=\"#_ftn12\" id=\"_ftnref12\">[12]<\/a>. Come a suggerire che l\u2019artificio e l\u2019inganno si porranno sempre come ostacolo per chi vorr\u00e0 provare a soddisfare la sete di giustizia del popolo siciliano: una setta di pseudo-giustizieri nella narrativa popolare di Luigi Natoli o nel cinema <em>feuilleton <\/em>di Louis Feuillade; un vero, ma quasi disarmato, giustiziere nella viva carne del giudice Paolo Borsellino.<\/p>\n\n\n\n<p>Se le armi del raddoppiamento e del nascondimento sono per l\u2019autore pi\u00f9 che legittime, anche il lettore \u00e8 legittimato a tentare di smascherarle. E a ripercorrere, per cominciare, il grande tema della profondit\u00e0 ctonia, gi\u00e0 cos\u00ec spesso emergente in <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>: abissi scavati nella dimensione mitica e archeologica della geologia isolana ma anche, specularmente, abissi della mente, rimozioni dell\u2019inconfessabile, sconfinamenti nel dominio profondo e rimosso della follia \u2013 con abilissima capacit\u00e0 di fare interagire la tragedia individuale della follia con la rimozione sociale della follia stessa (manicomi, conventi, case di cura o consimili strutture forse di cura, certamente di coercizione<a href=\"#_ftn13\" id=\"_ftnref13\">[13]<\/a>) fino ad attingere una dimensione ontologica della follia, secondo un\u2019ipotesi non troppo azzardata di Claude Ambroise<a href=\"#_ftn14\" id=\"_ftnref14\">[14]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Le tante immagini di \u201ccatoi\u201d, grotte, rifugi, fenditure del terreno, fino all\u2019immagine (e al nome) cruciale del \u201cmarabutto\u201d, non escludono la presenza di profondit\u00e0 equoree, sia pure degradate ad \u00abacqua catramosa\u00bb: \u00abFluttuava sul fondo dell\u2019acqua catramosa il nome della remota visione, dell\u2019oblunga sagoma implacabile. Si domandava da quale muffito sotterraneo, da quali strati dimentichi del tempo poteva esser sorto, nel tempo dell\u2019infanzia, quell\u2019arcaico incunabolo\u00bb<a href=\"#_ftn15\" id=\"_ftnref15\">[15]<\/a>. Un brano breve, ma che presenta elementi essenziali del romanzo: la rimozione inconscia (gli \u00abstrati dimentichi del tempo\u00bb), il nesso tra l\u2019immagine che emerge dai ricordi infantili (il giustiziere Judex) e la capacit\u00e0 che ha il cinema di condensare tali immagini di \u201cremote visioni\u201d, l\u2019idea del tempo passato che nel concreto \u00e8 disutile al presente (il \u00abmuffito sotterraneo\u00bb) se non come operazione conoscitiva, frutto di un indispensabile \u201cdomandarsi\u201d. E, d\u2019altra parte, l\u2019elemento equoreo non pu\u00f2 non rimandare alla dimensione del materno: se <em>Lo Spasimo di Palermo <\/em>\u00e8 innanzitutto un romanzo sul rapporto padri-figli, il tema della maternit\u00e0 precocemente mancante (per Chino e per Lucia) o non appagante (per Mauro) \u00e8 s\u00ec secondario ma comunque importante.<\/p>\n\n\n\n<p>La \u00absagoma implacabile\u00bb \u00e8 dunque quella di Judex. Non certo una figura celeberrima dell\u2019immaginario cinematografico ma recuperata in questa sede non soltanto per la sua valenza simbolica di giustiziere vendicatore ma perch\u00e9 legata a un preciso ricordo personale d\u2019infanzia, che \u00e8 anche dell\u2019autore ma che per il personaggio protagonista (e per la sua futura moglie Lucia) assume il valore di trauma e, come tale, \u00e8 diventato oggetto di rimozione.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Judex<\/em> \u00e8 un celebre <em>feuilleton<\/em> cinematografico in 12 episodi, diretto fra il 1914 e il \u201916 da Louis Feuillade. I padri salesiani di Sant\u2019Agata di Militello ne possedevano una copia in pellicola, che proiettavano periodicamente al \u00abcinemino dell\u2019oratorio\u00bb<a href=\"#_ftn16\" id=\"_ftnref16\">[16]<\/a>: a queste proiezioni assistette il piccolo Vincenzo (ma anche il piccolo Chino Martinez. E anche suo padre da bambino<a href=\"#_ftn17\" id=\"_ftnref17\">[17]<\/a>! Chiss\u00e0, forse anche il padre di Consolo, da bambino?) durante una sera d\u2019estate, proprio quando un bombardamento alleato semina la morte nel paesino costiero<a href=\"#_ftn18\" id=\"_ftnref18\">[18]<\/a>. Il ricordo del film si lega indelebilmente al trauma del ferale bombardamento e lascia nel Consolo adulto l\u2019esigenza di rivedere quel film: esigenza soddisfatta quando lo scrittore rivide le cinque ore abbondanti di film, nell\u2019edizione restaurata, a Parigi, presso la cineteca della Gaumont, nel febbraio 1997<a href=\"#_ftn19\" id=\"_ftnref19\">[19]<\/a>. Ma soddisfatta anche dal personaggio Chino, nello stesso luogo e per i buoni uffici della nuora Daniela: personaggio che, per inciso, \u00e8 l\u2019unica presenza femminile positiva e solare del romanzo, che si pone come punto di mediazione tra le asperit\u00e0 caratteriali del padre Chino e quelle del figlio Mauro.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sono dilungato su queste coincidenze tra infanzia dell\u2019autore e infanzia del personaggio perch\u00e9 sono le pi\u00f9 rilevanti in tutto il romanzo. Anzi, secondo Dominique Budor, sono \u00abil nucleo germinativo pi\u00f9 intimo del racconto e della sua strutturazione: il ricordo infantile che iscrive il bisogno di giustizia di tutta una vita e il dovere di raccontare tra il bombardamento [\u2026] e l\u2019esplosione che, il 19 luglio 1992, uccise in via D\u2019Amelio il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta\u00bb<a href=\"#_ftn20\" id=\"_ftnref20\">[20]<\/a>.&nbsp; Budor ha ragione anche quando ricorda che l\u2019autobiografismo assume una valenza sovraindividuale, perch\u00e9 il libro \u00ab\u00e8 un ritratto, certo pervaso di biografemi che fondano un <em>autobiografismo<\/em> lucido e doloroso, dell\u2019esistenza civile di molti intellettuali in Sicilia e in Italia dal dopoguerra agli anni di piombo\u00bb<a href=\"#_ftn21\" id=\"_ftnref21\">[21]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Le reminiscenze cinematografiche sono ulteriormente suggellate dal riferimento iniziale all\u2019albergo parigino <em>La dixi\u00e8me muse<\/em> (che oggi si definirebbe un albergo \u201ca tema\u201d cinematografico), trasparente allusione al piccolo e bizzarro Hotel du 7<sup>e<\/sup> Art<a href=\"#_ftn22\" id=\"_ftnref22\">[22]<\/a>, fino a pochi anni fa esistente in rue St. Paul, nel cuore del Marais, a pochi passi dalla casa parigina di Mario Fusco (1930-2015), autorevole italianista francese, docente alla Sorbonne, e traduttore nel 1980, insieme a Michel Sager, del <em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em> nonch\u00e9 di tanti libri di Sciascia, Calvino e altri scrittori italiani. Un\u2019allusione, quest\u2019ultima, che non riveste particolare importanza nell\u2019economia del romanzo ma che vale come affettuoso ammiccamento amicale (un po\u2019 come accade per i tanti amici scrittori o artisti siciliani menzionati ne <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019episodio del bombardamento non si chiude con la grande paura provata dal piccolo Chino e con il suo nascondersi, guarda caso, in un \u00abcatoio\u00bb, ma si prolunga traumaticamente, nei giorni successivi, a causa di ulteriori bombardamenti e della visione ravvicinata di qualche cadavere. Ne deriva la decisione del padre di Chino di rifugiarsi in campagna, in contrada Rassal\u00e8mi, dove egli, vedovo, viene raggiunto dall\u2019amante, \u00abla siracusana\u00bb, con la figlia Lucia, coetanea di Chino, che sar\u00e0 il suo primo amore e poi sua sposa. A proposito di questo tenerissimo personaggio, destinato a rinchiudersi nella follia, non mi pare sia stato finora notato che Lucia e Chino Martinez potrebbero essere fratellastri<a href=\"#_ftn23\" id=\"_ftnref23\">[23]<\/a>. Se cos\u00ec fosse, al sottotesto zeppo di rimandi all\u2019epica e alla tragedia greca si aggiungerebbe il fatidico ingrediente di un parziale incesto!<\/p>\n\n\n\n<p>Torniamo a Rassal\u00e8mi, dove il nuovo amico Filippino conduce Chino a vedere una \u00abtana\u00bb:<\/p>\n\n\n\n<p>Filippo gli mostr\u00f2 l\u2019entrata ad arco, schermata dalle frasche, d\u2019una cisterna o marabutto sepolto dal terriccio. Dentro era una stanza vasta, la lama d\u2019una luce che per lo spacco nella cuba colpiva il suolo muffo, schiariva i muschi sopra i muri, e lo strame, i n\u00f2zzoli di capre presso i canti. In una nicchia, sopra la malta liscia, era la figura d\u2019un uomo accovacciato, un gran turbante, gli occhi a calamaro, che pizzicava le corde d\u2019un liuto, d\u2019una donna allato fra viticchi e uccelli che ballava.<a href=\"#_ftn24\" id=\"_ftnref24\">[24]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Il nome \u201cmarabutto\u201d, dunque, indica qui una cisterna sotterranea, utilizzata forse per accumularvi acqua (lo farebbero pensare la presenza di muschi e il suolo muffito) oppure come rifugio per capre: usi recenti, e degradati, rispetto alla destinazione primitiva a tomba o mausoleo<a href=\"#_ftn25\" id=\"_ftnref25\">[25]<\/a>, testimoniata dalle decorazioni murarie. Come vedremo fra poco, il nome \u00e8 polisenso ma qui contano essenzialmente i significati che il luogo, e il suo nome, assumono nella storia di Chino Martinez; nell\u2019infanzia il marabutto, appena scoperto, diventa prima una sfida, lanciatagli da Filippino e che pare, forse, preludere al suo futuro da scrittore: \u00ab\u201cC\u2019\u00e8 qui la trovatura\u201d disse Filippino. \u201c<em>Ci vuole il motto giusto<\/em>, e appaiono pignatte, cafisi di tar\u00ec. Sai uno strambotto, una rima per spegnare?\u201d\u00bb<a href=\"#_ftn26\" id=\"_ftnref26\">[26]<\/a>. Al che, per risolvere il problema, il piccolo Chino pensa di poter \u201cspegnare\u201d ricorrendo a una filastrocca imparata all\u2019oratorio, fatta di \u00abparole senza senso, ch\u2019erano forse parodia, scherno d\u2019una lingua\u00bb<a href=\"#_ftn27\" id=\"_ftnref27\">[27]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Trovare la parola giusta, senza ricorrere a facili e inutili schemi precostituiti, sar\u00e0 il suo difficile destino di scrittore: Chino cercher\u00e0 di essere scrittore nel segno dell\u2019impegno civile, non in quello del facile guadagno, della letteratura di consumo, di una mercantile \u201ctrovatura\u201d; eppure egli si sentir\u00e0 sempre minacciato dallo spettro del \u201cdisimpegno\u201d, che Consolo preferisce chiamare \u201castrazione\u201d, soprattutto dopo l\u2019arresto e la fuga di Mauro. E poich\u00e9 Consolo per ogni problema di difficile soluzione propone un emblema, ecco che l\u2019emblema prescelto coincide con la scrittura di Jorge Luis Borges: \u00abRapida si present\u00f2, unita come sempre al suo rimorso, emblema fisso d\u2019ogni astrazione, latitanza, la sagoma bianca del fantastico bibliotecario, del cieco poeta bonaerense ch\u2019era andato quella volta ad ascoltare nell\u2019affollato anfiteatro\u00bb<a href=\"#_ftn28\" id=\"_ftnref28\">[28]<\/a>. Questo pensiero \u00e8 dettato a Chino da una frase ironica pronunciata da Mauro: nel complicatissimo rapporto padre-figlio parole come \u201crimorso\u201d e \u201clatitanza\u201d hanno, dunque, una pregnanza molto precisa.<\/p>\n\n\n\n<p>Torniamo al marabutto, che nell\u2019infanzia di Chino diventa un ricovero, utilizzato per sfuggire alla collera paterna: \u00abcorse al marabutto, al rifugio incognito, segreto, ov\u2019era deciso a rimanere sempre, solo, fuori da tutti, il mondo, sempre fino alla morte, avrebbe visto il padre, s\u00ec, avuto cos\u00ec scorno, rimorso infine, pentimento\u00bb. Rassicurato dal progetto autoreclusivo, il bambino si fa incantare dalle pitture murali, e soprattutto dalla figura muliebre che evoca l\u2019universo femminile a lui familiare, con le sue note rassicuranti, seducenti o tragiche: \u00abla giovane maestra che leggeva a scuola il suo componimento, Urelia col suo caldo e l\u2019ansia acuta d\u2019aglio, la siracusana bella e pregna di confetto, Lucia dorata e crespa, e la madre bianca pi\u00f9 del letto, smunta, straziata, che lenta se n\u2019andava\u00bb<a href=\"#_ftn29\" id=\"_ftnref29\">[29]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il marabutto \u00e8 anche un segreto da condividere non tanto con Filippino, che lo considerava appena appena una tana, ma con Lucia, capace di goderne la bellezza favolosa: \u00abLa condusse anche al marabutto, dov\u2019erano gli incanti, spirti nani monachelli pinture saracine\u00bb. Ma questa spedizione innocente, che avrebbe dovuto implicare un puro godimento estetico, d\u00e0 luogo, invece, a un trauma che funziona, in forma degradata, da \u201cscena primaria\u201d: Chino sente gemiti erotici che provengono dal marabutto, riconosce le voci del padre e della siracusana che fanno l\u2019amore e a stento impedisce a Lucia di rendersi conto della situazione, dicendole, con prontezza, di scappare perch\u00e9 \u00abci son dentro diavoli raggiati\u00bb<a href=\"#_ftn30\" id=\"_ftnref30\">[30]<\/a>. Sorge in lui, ma in assenza di un triangolo edipico normale, un sentimento misto di rivalsa, impotenza, invidia e odio nei confronti del padre che lo condurr\u00e0, forse, a denunciarlo ai tedeschi. Ci\u00f2 avverr\u00e0 perch\u00e9, nel frattempo, il marabutto diventa rifugio dai bombardamenti per la famiglia Martinez e il loro vicinato e poi rifugio per un tedesco disertore che il padre di Chino decide di aiutare, portandosi dietro anche la siracusana. Ma ai soldati tedeschi che cercano il commilitone qualcuno rivela, a fior di labbra, che il nascondiglio \u00e8 il marabutto: \u00abQuel maledetto nome ch\u2019egli non seppe mai, mai volle sapere s\u2019era affiorato sul labbro suo per l\u2019odio verso il padre, su quello d\u2019Aurelia per il terrore o pure dall\u2019innocenza di Lucia\u00bb<a href=\"#_ftn31\" id=\"_ftnref31\">[31]<\/a>. Ne consegue la morte del padre e della siracusana: fonte di rimorso perenne per Chino e, per Lucia, anche radice del futuro impazzimento, perch\u00e9, diversamente da Chino che \u00e8 fuggito (\u00abLui no, non aveva visto, era fuggito, una fuga era stata la sua vita\u00bb<a href=\"#_ftn32\" id=\"_ftnref32\">[32]<\/a>), la bambina ha visto i cadaveri della madre e del padre di Chino (probabilmente padre anche di lei). La denuncia del rifugio nel marabutto \u00e8 un lapsus: di conseguenza, la morte dei genitori \u00e8 tabuizzata e il nome \u201cmarabutto\u201d, per il lettore, diventa una parola <em>passepartout<\/em> che ricorre in maniera cangiante lungo tutto il romanzo perch\u00e9 si \u00e8 caricata di significati rimossi. Chino non ricorda, non sa: anzi, non vuole sapere. Lo ripeter\u00e0, per accenni, altre volte, e lo scriver\u00e0, onestamente, nella lettera-confessione finale destinata al figlio Mauro e interrotta dall\u2019attentato finale al giudice:<\/p>\n\n\n\n<p>Non sono mai riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch\u2019io credevo d\u2019odiare in quel momento mio padre, per la sua autorit\u00e0, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l\u2019avversario. Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna s\u2019\u00e8 rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello scienziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s\u2019\u00e8 rimarginata, ahim\u00e8, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l\u2019assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre.<a href=\"#_ftn33\" id=\"_ftnref33\">[33]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Il tab\u00f9 si lega strettamente al luogo, al marabutto \u2013 che, dopo essere stato tragica pietra d\u2019inciampo nel rapporto tra Chino e suo padre, \u00e8 proprio la parola su cui s\u2019interrompe la lettera di Chino al figlio; e dunque si lega al nome, rendendo legittimo interrogarsi su \u00abi sensi vari del nome marabutto\u00bb<a href=\"#_ftn34\" id=\"_ftnref34\">[34]<\/a>: luogo-incubo, luogo sacro, prete della moschea o maestro del Corano, eremita santo o sacro pazzo. \u00c8 noto che i motivi dell\u2019eremita e del frate folle costituiscono una filiera intratestuale dell\u2019opera consoliana, dal frate Nunzio di <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio <\/em>al frate Agrippino de <em>Le pietre di Pantalica <\/em>\u2013 entrambi consegnati alla follia penitenziale \u2013 fino all\u2019eremita frate Ugo di <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, il quale, saggio e sereno, \u00abnon sembrava tormentato da visioni, fantasie\u00bb<a href=\"#_ftn35\" id=\"_ftnref35\">[35]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 19 agosto 1993 Consolo fu accompagnato a visitare il belga frate Ugo Van Doorne dall\u2019amico poeta e antropologo Sebastiano Burgaretta, il quale ha rievocato un incontro durato \u00abper pi\u00f9 di quarantacinque minuti\u00bb, durante il quale Consolo ascolt\u00f2 il frate \u00abcon molta attenzione, e fu la sola volta che, in tante escursioni e visite qua e l\u00e0 per la Sicilia fatte con lui, lo vidi prendere qualche appunto su un pezzetto di carta\u00bb<a href=\"#_ftn36\" id=\"_ftnref36\">[36]<\/a>. L\u2019io narrante di <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, dopo aver passato in rassegna l\u2019iconografia classica del santo eremita, s\u2019interroga esplicitamente sulla \u00abdisumana ritrazione\u00bb o \u00abcrudele frattura\u00bb dell\u2019eremitaggio e si chiede come ha fatto l\u2019eremita belga, in mezzo a una natura inospitale, a \u00abrimanere integro, sereno, a non scivolare nel degrado, piombare nel precipizio delle allucinazioni, nella voragine della paranoia\u00bb<a href=\"#_ftn37\" id=\"_ftnref37\">[37]<\/a>. Dell\u2019incontro \u00e8 come se gli rimanesse soprattutto l\u2019eco di un parlare:<\/p>\n\n\n\n<p>Parlava e parlava ed erano le sue parole d\u2019un linguaggio chiuso, rarefatto, iterativo, circolare come un rosario, privo di consequenzialit\u00e0, di svolgimento, privo di varchi, aperture verso il reale, il contingente. Un cielo, una sfera di spaesamento, di disagio, in cui, se privo di fede, non ti soccorre, trasporta, come in Dante, il canto, la miracolosa poesia. Ce n\u2019\u00e8 altri di questi anacoreti, di questi anacronistici, assurdi angeli? Che segno hanno in questa fine di millennio, quale messaggio, quale profezia proclamano?<a href=\"#_ftn38\" id=\"_ftnref38\">[38]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019incontro deve aver turbato molto Consolo: ha confrontato frate Ugo, eremita vero, con gli eremiti dei suoi libri e ha escluso la follia, ma non l\u2019ecolalia. Frate Ugo non \u00e8 afasico ma la sua parola non comunica; \u00e8 un angelo ma \u00e8 anacronistico e assurdo. La sua profezia \u00e8 incomprensibile e la fede che lo illumina gli consente di incontrare altri esseri umani, ma la comunicazione \u00e8 ardua, problematica. E tuttavia il colloquio (o il monologo?) dura quarantacinque minuti.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel romanzo verso il quale <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro <\/em>si proietta, ossia ne <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, Chino Martinez, dopo la morte della moglie e l\u2019esilio del figlio, opta per una sorta di romitaggio laico: il ritorno a Palermo, nel brutto appartamento condominiale che \u00e8 soltanto un pallido travestimento della splendida villa con giardino dello zio. Ma la stessa idea di farsi romito dentro la caoticissima citt\u00e0 \u00e8 una follia illusiva: limitarsi a frequentare i vecchi e fedeli custodi della casa o rifugiarsi nella solitudine della biblioteca comunale di Casa Professa non pu\u00f2 bastare perch\u00e9 la realt\u00e0 tentacolare della mafia s\u2019insinua nelle pieghe della vita quotidiana anche della persona pi\u00f9 schiva e solitaria \u2013 si noti che l\u2019afasia da scrittore di Chino \u00e8 anche afasia, o riduzione al minimo indispensabile, nei contatti verbali con le persone che egli incontra, con l\u2019unica eccezione del fioraio mastr\u2019Erasmo. Per non parlare, poi, del valore difensivo che il silenzio (l\u2019afasia) riveste nei colloqui col figlio Mauro, quando gli argomenti si fanno scabrosi e lo scontro imminente: \u00abIl silenzio come sempre li difese, la divagazione scans\u00f2 ogni sguardo, ogni parola\u00bb<a href=\"#_ftn39\" id=\"_ftnref39\">[39]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, per quanto difficile sia la comunicazione con frate Ugo, \u00e8 forse a lui, all\u2019importanza dell\u2019incontro con lui che Consolo pensa quando, nella pagina proemiale del romanzo,pronuncia l\u2019auspicio \u00abT\u2019assista l\u2019eremita\u00bb<a href=\"#_ftn40\" id=\"_ftnref40\">[40]<\/a>. Ma, come abbiamo visto, \u00e8 un auspicio che nell\u2019economia del romanzo va messo dialetticamente in relazione con l\u2019effetto dirompente dell\u2019ancipite \u201cmarabutto\u201d, il luogo\/nome dell\u2019eremita, che finir\u00e0 per rivestire un significato luttuoso per Chino, di follia per Lucia. E ci\u00f2 spiega perch\u00e9, poco prima dell\u2019esplosione letale che conclude il romanzo, sia proprio il fioraio a pronunciare<\/p>\n\n\n\n<p>Uno di quei suoi motti, oscuro questa volta, inquietante.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Ddiu ti scanza d\u2019amici e nnimici, e di chiddi<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>chi ti mancianu lu pani.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ddiu ti scanza di marabutta.<\/em><a href=\"#_ftn41\" id=\"_ftnref41\">[41]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Alla luce di questa cangiante funzione semantica, potremmo infine chiederci se il marabutto non sia anche un borghesiano <em>aleph<\/em><a href=\"#_ftn42\" id=\"_ftnref42\">[42]<\/a> \u2013 \u00abNell\u2019Isola sono convenuti tanti raggi luminosi della storia, che qui, emessi straordinari bagliori, si sono spenti. Ed \u00e8 certo che a Palermo, <em>in qualche segreto, buio sotterraneo<\/em> del Palazzo dei Normanni, della Zisa, dello Steri, nelle cantine di qualche fastoso palazzo barocco poteva nascondersi il prodigioso <em>Aleph<\/em>: il luogo che contiene tutti i luoghi, la storia che contiene tutte le storie\u00bb \u2013, l\u2019illuminazione su una verit\u00e0 sconcertante, appresa da \u00abun libro raro, da sempre sognato, sul quale aveva oltremodo fantasticato, <em>TOPOGRAPHIA E HISTORIA GENERAL DE ARGEL<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn43\" id=\"_ftnref43\">[43]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>D\u2019altra parte, lo sappiamo bene dal proemio, Chino Martinez \u00e8 un\u2019ennesima nuova versione del multiforme mito di Ulisse: \u00e8 un Ulisse che arriva, s\u00ec, a Itaca ma trova la reggia vuota, priva di Penelope perch\u00e9 la moglie di Chino, Lucia, \u00e8 impazzita e morta, dunque egli non sa a chi svelare \u00abil segreto che sta nelle radici\u00bb e, preda di questa tragedia, ha bisogno della calma per \u00abritrovare il nome tuo d\u2019un tempo, il punto di partenza\u00bb<a href=\"#_ftn44\" id=\"_ftnref44\">[44]<\/a>. Il nome, il punto: l\u2019<em>aleph<\/em>, insomma.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche questa \u00e8 una conclusione provvisoria: l\u2019indagine ermeneutica su un romanzo misterioso come <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em> \u2013 un romanzo il cui intreccio sottopone il lettore alla necessit\u00e0 di ritornare sempre sulle conclusioni a cui gradualmente \u00e8 arrivato, per rimetterle sempre in discussione \u2013 deve procedere necessariamente per approssimazioni successive.<\/p>\n\n\n\n<p>E vale qui la pena di chiedersi se il motivo dell\u2019eremita, declinato nel romanzo estremo in modalit\u00e0 molto diverse rispetto al passato, non si leghi, nel segno dell\u2019isolamento, alla solitudine del giudice, del personaggio anonimo del romanzo e all\u2019atroce, vera solitudine sperimentata da Paolo Borsellino fra il 23 maggio e il 19 luglio 1992<a href=\"#_ftn45\" id=\"_ftnref45\">[45]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma sorge, anche, un\u2019altra domanda: perch\u00e9 Consolo ricostruisce, nella conclusione del romanzo, la morte di Borsellino e non quella di Falcone? O, meglio, perch\u00e9 Consolo assegna a Borsellino, e non a Falcone, la funzione simbolica del vendicatore, impersonata fantasmaticamente da Judex? Domande non superflue, credo, perch\u00e9, nell\u2019immaginario collettivo degli anni Ottanta e Novanta il giudice Falcone aveva una \u201cpresenza\u201d simbolica e un carisma<a href=\"#_ftn46\" id=\"_ftnref46\">[46]<\/a> certamente superiori a quelli di Borsellino. E allora, perch\u00e9 non lui ma Borsellino?<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sono dato tre risposte, di ordine assai diverso: la prima, che colloco sul piano della realt\u00e0, \u00e8 che, se gi\u00e0 la strage di Capaci era stata vissuta dall\u2019opinione pubblica come un\u2019enormit\u00e0, l\u2019omicidio di Borsellino, cos\u00ec immediatamente successivo, fu vissuto con orrore ancor maggiore, come l\u2019emblema di una misura ormai colma, rispetto alla quale una reazione era necessaria (era necessario, per dirla con le ultime parole del romanzo, che la mano di Dio si facesse \u00ab<em>palisi<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn47\" id=\"_ftnref47\">[47]<\/a>); la seconda risposta \u00e8 che sarebbe apparsa un\u2019insostenibile casualit\u00e0 il fatto che Chino Martinez sfrecciasse sull\u2019autostrada contemporaneamente alla macchina di Falcone (per\u00f2 questa risposta funziona sul piano della coerenza narrativa e della verosimiglianza romanzesca, a dimostrazione del fatto che, anche in un\u2019opera-limite come <em>Lo<\/em> <em>Spasimo di Palermo<\/em>, Consolo doveva pur fare i conti con le regole e le tradizioni del romanzo, che invece non mancava mai di definire come un genere ormai defunto); la terza risposta non si colloca su un piano ma s\u2019inabissa nel marabutto dell\u2019inconscio e riguarda il fatto che, mentre Falcone muore insieme alla moglie, Borsellino invece muore davanti agli occhi della madre. Della quale Chino aveva in precedenza immaginato la pena, l\u2019ansia e, nella sua immaginazione, aveva pensato a come anche Lucia, se fosse sopravvissuta alla follia, avrebbe atteso con ansia e con pena il ritorno di Mauro. L\u2019ansia e la pena, se si vuole, di Penelope. E gi\u00e0 che siamo a questa trafila metaforica femminile, \u00e8 bene ricordare il bellissimo inizio del X capitolo, quando Chino stenta a ricordare i tratti del volto di Lucia, che pare poi trascolorare in Euridice (\u00abil volgere le spalle, l\u2019andarsene man mano, lontana nel sacro regno, oscuro\u00bb<a href=\"#_ftn48\" id=\"_ftnref48\">[48]<\/a>), come \u00e8 stato suggerito da Ada Bellanova<a href=\"#_ftn49\" id=\"_ftnref49\">[49]<\/a>, ma anche, poco dopo, nella potentissima immagine, ancora omerica, dell\u2019impossibile abbraccio di Ulisse all\u2019ombra della madre: \u00abLa piena assenza. Lui m\u00f9tilo, smarrito, perso nell\u2019inconsistenza, nel protendere le braccia, stringere a s\u00e9 un\u2019ombra\u00bb<a href=\"#_ftn50\" id=\"_ftnref50\">[50]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>La madre, dunque, arcana immagine \u2013 omerica e perenne \u2013 collegata alla morte. E qui il cerchio, forse, si chiude se pensiamo che nel racconto <em>Le macerie di Palermo<\/em> Consolo riferisce di aver visitato la farmacia Borsellino, propriet\u00e0 del padre di \u00abquel Borsellino che io, bambino di dieci anni, forse avevo visto, in quel lontano 1943, sgambettare in braccio alla madre, l\u00e0 nella farmacia di via Vetriera nel quartiere della Kalsa\u00bb<a href=\"#_ftn51\" id=\"_ftnref51\">[51]<\/a>. Come dire, la prefigurazione del sacrificio mafioso del <em>ph\u00e0rmakos <\/em>Borsellino incastonata in un fotogramma memoriale collocato, non a caso, dentro la <em>farmacia<\/em> di uno dei quartieri pi\u00f9 poveri e massacrati di Palermo. Un <em>ph\u00e0rmakos<\/em> bambino fissatosi, nella memoria di un altro bambino siciliano, come in braccio a quella madre da cui si recher\u00e0 in visita al momento dell\u2019esplosione, in via D\u2019Amelio, quarantanove anni dopo. La farmacia di via Vetriera, peraltro, ritorna nel decimo capitolo de <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em> e, anche se il cognome Borsellino non appare mai, le figure della farmacista sorella del giudice e dello stesso giudice, nonch\u00e9 della madre che ne aspetta le visite dal balcone della casa in una via D\u2019Amelio pallidamente travestita da via D\u2019Astorga, sono luoghi e personaggi di romanzo perfettamente coincidenti con luoghi e personaggi della realt\u00e0 storica. Forse Consolo vuole suggerirci che anche la vita di Paolo Borsellino<a href=\"#_ftn52\" id=\"_ftnref52\">[52]<\/a> si \u00e8 svolta tra un aleph (la farmacia di famiglia) e un tragico marabutto (l\u2019isolamento, la via D\u2019Amelio) dal quale qualcuno l\u2019avrebbe dovuto proteggere (\u00ab<em>Ddiu ti scanza di marabutta<\/em>\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> Questo testo \u00e8 la rielaborazione abbreviata di un capitolo del mio libro <em>\u00abDa paesi di mala sorte e mala storia\u00bb. Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia)<\/em>, Milano-Udine, Mimesis 2023, pubblicato nella collana \u201cPunti di vista\u201d, diretta da Gianni Turchetta, che qui ringrazio calorosamente per averne autorizzato la riproduzione scorciata; cos\u00ec come ringrazio Claudio Masetta Milone per la cortesia con cui ospita questo testo nel sito Internet da lui impareggiabilmente curato.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Cfr. Gianni Turchetta, <em>Note e notizie sui testi, <\/em>in V. Consolo, <em>L\u2019opera completa<\/em>, a cura di G. Turchetta, Milano, Mondadori, 2015; <a>Dominique Budor, <em>Nell\u2019officina di Vincenzo Consolo: il \u201cdossier\u201d di <\/em>Lo Spasimo di Palermo, in \u00abAutografo\u00bb, XXVI, 59, 2018.<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> Michele Carini, <em>\u00abE questa storia che m\u2019intestardo a scrivere\u00bb. Sull\u2019istanza narrativa nell\u2019opera di Vincenzo Consolo<\/em>, in \u00abRecherches\u00bb, 21, 2018, cit., p. 167.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, cit., p. 877.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> Cfr. Gianni Turchetta, <em>Note e notizie sui testi<\/em>, cit., p. 1437.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\">[6]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, cit., p. 877.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\">[7]<\/a> <em>Ibidem<\/em>. La citazione, qui tradotta e interpolata, verr\u00e0 ripresa nel testo originale alla fine del capitolo V: \u00ab<em>Let us go then, you and I\u2026<\/em>\u00bb (ivi, p. 924).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\">[8]<\/a> T. S. Eliot, <em>Quattro quartetti, East Coker, V<\/em>, vv. 1-7, trad. it. di Filippo Donini, in T. S. Eliot, <em>Opere 1939-1962<\/em>, a cura di R. Sanesi, Bompiani, Milano, 2003, p. 361, secondo corsivo mio.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\">[9]<\/a> \u00ab[\u2026] c\u2019\u00e8 solo la lotta per ricuperare ci\u00f2 che si \u00e8 perduto \/ e trovato e riperduto senza fine: e adesso le circostanze \/ non sembrano favorevoli. Ma forse non c\u2019\u00e8 da guadagnare n\u00e9 da perdere. \/ Per noi non c\u2019\u00e8 che tentare. Il resto non ci riguarda\u00bb (vv. 15-18, <em>ibidem<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\">[10]<\/a> Vv. 19-25, ivi, p. 363.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\" id=\"_ftn11\">[11]<\/a> Sebbene non manchino nel romanzo riferimenti espliciti ad altri importanti poeti stranieri, soprattutto a Mallarm\u00e9 e Rimbaud.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\" id=\"_ftn12\">[12]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, ivi, p. 910.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\" id=\"_ftn13\">[13]<\/a> Non \u00e8 casuale il riferimento a Foucault e a Basaglia ne <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, p. 958. Il \u201cdialogo\u201d di Consolo con le opere di Foucault potrebbe essere oggetto di specifici approfondimenti; si pensi al brano in cui Chino Martinez evoca l\u2019antico lazzaretto di Milano: \u00abpens\u00f2 alla metafora perenne di quell\u2019opera, al marasma secentesco e ricorrente, all\u2019ignoranza e alla violenza del potere, alla pazzia che cova e si propaga, ai contagi, alle pesti in ogni tempo di Milano, alla sinistra campanella dei monatti, alle carrette, alle forche ai carrobbi, alla bestemmia della colonna infame\u00bb (ivi, pp. 917-918).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\" id=\"_ftn14\">[14]<\/a> \u00abDans <em>Lo spasimo di Palermo<\/em>, la d\u00e9mence n\u2019est pas que le destin d\u2019un personnage, c\u2019est bien une dimension de l\u2019existence, une donn\u00e9e ontologique\u00bb (Claude Ambroise, \u00ab&nbsp;Lo spasimo di Palermo&nbsp;\u00bb, colloque&nbsp;<em>Litt\u00e9rature et &#8220;temps des r\u00e9voltes&#8221; (Italie, 1967-1980)<\/em>, 27, 28 et 29 novembre 2009, ENS LSH, Lyon 2009,&nbsp;<a href=\"http:\/\/colloque-temps-revoltes.ens-lsh.fr\/spip.php?article158\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">http:\/\/colloque-temps-revoltes.ens-lsh.fr\/spip.php?article158<\/a>).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\" id=\"_ftn15\">[15]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, cit., p. 881.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\" id=\"_ftn16\">[16]<\/a> <em>Dal buio, la vita<\/em>, in <em>Di qua dal faro<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, cit., p. 1181.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\" id=\"_ftn17\">[17]<\/a> Si noti l\u2019acuta notazione anticlericale del padre di Chino circa i preti che \u00abson bravi a conservare, specie i fantasmi, le paure del passato\u00bb (<em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, p. 883).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\" id=\"_ftn18\">[18]<\/a> Cfr. l\u2019intervista di Elisabetta Rasy, <em>Consolo. Soldato nero e caramella col buco<\/em>, in \u00abLa Stampa\u00bb, 14 luglio 1992.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref19\" id=\"_ftn19\">[19]<\/a> Cfr. Gianni Turchetta, <em>Cronologia<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, cit., p. CXL.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref20\" id=\"_ftn20\">[20]<\/a> Dominique Budor, <em>Nell\u2019officina di Vincenzo Consolo: il \u201cdossier\u201d di <\/em>Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 71.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref21\" id=\"_ftn21\">[21]<\/a> Ivi, p. 78.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref22\" id=\"_ftn22\">[22]<\/a> Ma nelle prime stesure del romanzo il nome dell\u2019albergo era quello autentico: cfr. Dominique Budor, <em>Nell\u2019officina di Vincenzo Consolo: il \u201cdossier\u201d di <\/em>Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 82.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref23\" id=\"_ftn23\">[23]<\/a> Cfr. <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, pp. 888 e 971.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref24\" id=\"_ftn24\">[24]<\/a> Ivi, p. 885.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref25\" id=\"_ftn25\">[25]<\/a> Si vedano le due definizioni lessicografiche poste in epigrafe a questo saggio. Del marabutto come luogo sacro Consolo parla a proposito del romanzo <em>A occhi bassi <\/em>di Tahar Ben Jelloun: cfr. <em>Di qua dal faro<\/em>, cit., p. 1210.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref26\" id=\"_ftn26\">[26]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, ivi, p. 885, corsivo mio.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref27\" id=\"_ftn27\">[27]<\/a> Ivi, p. 882.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref28\" id=\"_ftn28\">[28]<\/a> Ivi, p. 913.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref29\" id=\"_ftn29\">[29]<\/a> Ivi, p. 886.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref30\" id=\"_ftn30\">[30]<\/a> Ivi, p. 887.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref31\" id=\"_ftn31\">[31]<\/a> Ivi, p. 889.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref32\" id=\"_ftn32\">[32]<\/a> Ivi, p. 922.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref33\" id=\"_ftn33\">[33]<\/a> Ivi, pp. 970-971.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref34\" id=\"_ftn34\">[34]<\/a> Ivi, p. 955.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref35\" id=\"_ftn35\">[35]<\/a> <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, p. 844.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref36\" id=\"_ftn36\">[36]<\/a> Sebastiano Burgaretta, <em>Con Consolo per antiche pietre<\/em>, postfazione a Rosalba Galvagno, <em>L\u2019oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo<\/em>, Lecce, Milella, 2022, p. 277.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref37\" id=\"_ftn37\">[37]<\/a> <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, in <em>L\u2019opera completa<\/em>, p. 844.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref38\" id=\"_ftn38\">[38]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref39\" id=\"_ftn39\">[39]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, ivi, p. 901.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref40\" id=\"_ftn40\">[40]<\/a> Ivi, p. 877.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref41\" id=\"_ftn41\">[41]<\/a> Ivi, p. 968.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref42\" id=\"_ftn42\">[42]<\/a> <em>Palermo bellissima e disfatta, <\/em>in <em>Di qua dal faro<\/em>, cit., p. 1213, primo corsivo mio.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref43\" id=\"_ftn43\">[43]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, p. 954.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref44\" id=\"_ftn44\">[44]<\/a> Ivi, p. 877.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref45\" id=\"_ftn45\">[45]<\/a> Per inciso, nella lettera a Mauro, Chino Martinez scrive che \u00abin questo luglio di fervore stagno [\u2026] [s]embra di vivere ora in una strana sospensione, in un\u2019attesa\u00bb (ivi, p. 972): Consolo restituisce, con religiosa piet\u00e0, quel senso di tragica, ineluttabile attesa della morte che Paolo Borsellino confidava agli amici pi\u00f9 intimi, dopo la morte di Giovanni Falcone.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref46\" id=\"_ftn46\">[46]<\/a> Anche di questo si parla nell\u2019ottimo libro di Giovanni Bianconi <em>L\u2019assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone<\/em>, Einaudi, Torino 2017.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref47\" id=\"_ftn47\">[47]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, p. 974.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref48\" id=\"_ftn48\">[48]<\/a> Ivi, p. 958.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref49\" id=\"_ftn49\">[49]<\/a> Cfr. Ada Bellanova, <em>Un eccezionale <\/em>baedeker.<em> La rappresentazione degli spazi nell\u2019opera di Vincenzo Consolo<\/em>, Mimesis, Milano-Udine 2021, p. 171, n. 76.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref50\" id=\"_ftn50\">[50]<\/a> <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, p. 958.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref51\" id=\"_ftn51\">[51]<\/a> <em>Le macerie di Palermo<\/em> in <em>La mia isola \u00e8 Las Vegas<\/em>, a cura di Nicol\u00f2 Messina, Mondadori, Milano 2012, p. 190.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref52\" id=\"_ftn52\">[52]<\/a> Fra i moltissimi libri dedicati al martirio di Borsellino vorrei indicare almeno Piero Melati, <em>Paolo Borsellino. Per amore della verit\u00e0. Con le parole di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino<\/em>, Sperling &amp; Kupfer, Milano 2022.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/i__id15426_mw600__1x-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"900\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/i__id15426_mw600__1x-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3798\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/i__id15426_mw600__1x-1.jpg 600w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/i__id15426_mw600__1x-1-200x300.jpg 200w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giuseppe Traina &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u00abMarabutto, s. m. Nome magrebino dei santoni musulmani, figure intermedie tra eremiti e guerrieri; nell\u2019uso europeo il termine indica anche i mausolei di tali personaggi, che punteggiano i margini del deserto e che nella forma pi\u00f9 caratteristica consistono in una costruzione cubica sormontata da una cupola. [dall\u2019arabo mar\u0101bit \u2018acquartierato\u2019]\u00bb (Giacomo Devoto, Gian &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3797\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo[1]<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[2003,2197,336,318,77,634,1382,2199,2196,996,251,17,427,493,32,36,707,593,57,881,20,38,459,196,29,2198,709,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3797"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3797"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3797\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3799,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3797\/revisions\/3799"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3797"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3797"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3797"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}