{"id":3754,"date":"2004-03-01T09:35:00","date_gmt":"2004-03-01T09:35:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3754"},"modified":"2025-08-21T10:08:34","modified_gmt":"2025-08-21T10:08:34","slug":"nel-magma-italia-considerazioni-su-consolo-scrittore-politico-e-sperimentale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3754","title":{"rendered":"Nel magma Italia: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale"},"content":{"rendered":"\n<p> <strong>di Massimo Onofri <\/strong><br><br>Non saprei davvero che cosa attendermi, quanto allo studio delle nostre vicende letterarie, da quello che Machiavelli chiamava il \u00abbenefizio del tempo\u00bb. La variante pi\u00f9 ottimistica della teoria della ricezione su quel \u00abbenefizio\u00bb pare confidare molto: rileggetevi quel che scrive Hans Robert Jauss a proposito di due libri, apparsi a stampa lo stesso anno, entrambi incentrati sul tema dell\u2019adulterio, come Fanny di Feydou e Madame Bovary di Flaubert. Secondo lo studioso, se il capolavoro di Flaubert fece fatica ad affermarsi per riuscire a creare poi un nuovo orizzonte d\u2019attesa che l\u2019avrebbe posto al centro del canone romanzesco moderno, il libro di Feydou, nonostante l\u2019immediato e clamoroso successo, venne presto dimenticato, tanto che, se oggi ancora lo ricordiamo, lo facciamo per contestualizzare meglio l\u2019opera flaubertiana. Ma le cose non sono cos\u00ec semplici: se persino La Divina Commedia, in non pochi momenti della sua lunghissima avventura ermeneutica, \u00e8 stata violentemente espulsa dal canone. Prendiamo l\u2019anno di grazia 1963. Se stiamo ai manuali scolastici d\u2019uso corrente, quella resta ancora la data cui consegnare il Gruppo \u201963, gli irresistibili fasti della neoavanguardia, magari in gloria d\u2019una storia della letteratura ridotta a quella degli istituti linguistici. Se ci riportiamo invece alla generazione di critici cui appartengo, e dentro il cantiere aperto d\u2019un giudizio storico in via di ridefinizione, non v\u2019\u00e8 dubbio che il 1963 sar\u00e0 l\u2019anno in cui, subito dopo Memoriale (1962) di Paolo Volponi, sono apparsi Nel magma di Mario Luzi, Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Libera nos a malo di Luigi Meneghello, i racconti di Un caso di coscienza di Angelo Fiore, e, appunto, La ferita dell\u2019aprile di Vincenzo Consolo. Per dire di libri tutti sicuramente inclinabili su un versante di notevole sperimentazione linguistica, ma nella precisa consapevolezza che il problema del linguaggio non potr\u00e0 mai esaurire, in s\u00e9 stesso, quello assai pi\u00f9 complesso della verit\u00e0 letteraria. Ecco perch\u00e9 non credo che si faccia giustizia a Consolo quando lo si intruppa tra i nipotini di Gadda. Lo dico chiaro: quando tramonter\u00e0 uno dei pi\u00f9 eclatanti dogmi della teoria letteraria novecentesca, quello secondo cui la letteratura, parlando del mondo, non farebbe altro che continuare a parlare soltanto ed esclusivamente di s\u00e9 stessa (il dogma che ha messo capo all\u2019altrettanto tenace mito dell\u2019intertestualit\u00e0), tramonter\u00e0 con quel dogma, inevitabilmente, anche la fama di molti atleti dello stile oggi celebratissimi, i cui libri sembrano confezionati a bella posta per confermare le teorie di critici allevati a batterie dentro falansteri, ove la religione di Jakobson \u00e8 stata al massimo sostituita dal culto di Bachtin. Sicch\u00e9: si parli pure di Consolo, magari sotto la stella del grande Contini, come del notevolissimo \u00abromanziere plurivoco e pasticheur\u00bb, si distingua anche, come fa legittimamente Cesare Segre, tra \u00abplurilinguismo\u00bb e \u00abplurivocit\u00e0\u00bb, ma senza mai dimenticare che un\u2019analisi linguistica, anche la pi\u00f9 strenua e raffinata, dell\u2019intero corpus di questo vitalissimo e sorprendente scrittore non potr\u00e0 non arrestarsi ai soli preliminari. Consolo, in effetti, se non \u00e8 un realista, \u00e8 uno scrittore della realt\u00e0: uno scrittore preoccupato del mondo e delle verit\u00e0 che sul mondo possiamo pronunciare, ma anche dell\u2019eventuale retorica della sua manutenzione, intendo la manutenzione del mondo, quella che possiamo identificare con il termine \u201cideologia\u201d, una parola oggi tabuizzata, che per\u00f2 non lo spaventa affatto, semmai lo provoca, come dimostra in modo assai eloquente l\u2019ultimo suo libro importante, Di qua dal faro (1999). Consolo, ecco il punto, \u00e8 un miracoloso scrittore politico: laddove il miracolo sta nel fatto che la politica gli si eserciti sulla pagina per via di un\u2019oltranza di stile. Lo sappiamo tutti: Consolo discende prima di tutto da Vittorini, per quella forte tensione in direzione d\u2019una parola-giustizia che resti agonistica, sganciata da ogni facile comunicazione e prossima agli ardui approdi della poesia. Eppure, lo spazio letterario entro cui s\u2019accampa, come scrittore, conosce due grandi poli di tensione: Sciascia e Piccolo. Sciascia: e cio\u00e8 una deontologia della ragione, una ragione prismaticamente capace di rifrangere tutte le ambiguit\u00e0 della Storia e della Vita. Piccolo: ovvero un\u2019insopprimibile vocazione al canto, ed un rapporto con la verit\u00e0 che possa essere guadagnato attraverso le ragioni della poesia. Se ho parlato insomma di disposizione alla politica, dovr\u00f2 dunque aggiungere che tale disposizione passa inevitabilmente per la singolare alleanza tra razionalit\u00e0 e prosodia. Non vorrei dimenticare, mentre lo sto impiegando, ci\u00f2 che il sostantivo \u201cpolitica\u201d, unitamente a quello di \u201cimpegno\u201d, ha significato nella storia di questo martoriato Paese: a cominciare dalla celeberrima polemica tra Vittorini e Togliatti. Sicch\u00e9 non credo sar\u00e0 inutile un veloce chiarimento preliminare. E allora: in che senso cultura e politica, letteratura ed ideologia possono intersecarsi, senza che per questo la dimensione estetica si neghi a s\u00e9 stessa, risolvendosi in pedagogia sociale ed oratoria? Non ho dubbi in proposito: la grandezza (e la tenuta storica) di certi romanzi non potrebbe avere altro fondamento che politico, di una politicit\u00e0 che, per essere pi\u00f9 rigorosi, chiamerei trascendentale: ad indicare semplicemente una delle precondizioni attraverso cui la letteratura sperimenta i suoi peculiari modi d\u2019accesso alla conoscenza del mondo. Prendete I vecchi e i giovani di Pirandello, che \u00e8 stato quasi sempre liquidato come un prodotto epigonale del naturalismo: si tratta invece d\u2019uno straordinario romanzo politico, sull\u2019Italia e sugli italiani, sul Risorgimento ed il sicilianismo, come Croce aveva capito subito, anche se per sospingerlo al di fuori delle siderali regioni della poesia. Dir\u00f2 di pi\u00f9: talvolta quello ideologico e politico pu\u00f2 risultare addirittura come l\u2019unico criterio possibile per sanzionare la debolezza o la forza d\u2019un testo, per misurne la sua peculiare qualit\u00e0 gnoseologica. Mi spiego: nessuno potrebbe dubitare dell\u2019alta fattura linguistica d\u2019un libro come Figurine di Faldella, soprattutto dopo che Contini, da par suo, ne ha garantito l\u2019importanza all\u2019interno del suo canone espressionistico. Ma quando si passa da un approccio formalistico ad uno storico-ideologico, dal dogma dell\u2019autonomia del significante (con la conseguente svalutazione della referenza della letteratura) alla fede in una letteratura dialetticamente aperta alla societ\u00e0, la pochezza e l\u2019inanit\u00e0 di un\u2019opera come Figurine appare in tutta la sua evidenza: affollata com\u2019\u00e8 di bravi giovanotti dell\u2019industrioso nord che si sposano la figlia del padrone, facili sostenitori delle sorti magnifiche e progressive del Paese, stucchevolmente ottimisti e, come si direbbe oggi, politicamente corretti. Un\u2019opera conformistica e persino apologetica Figurine, che, se rapportata ad un romanzo di grande lucidit\u00e0 e ferocia politica come I Vicer\u00e9 di De Roberto, rischierebbe addirittura di scomparire. Proprio quel De Roberto, si badi, cui il sommo stilista Contini \u00e8 stato del tutto sordo. Bisogna invece affermare che Consolo \u00e8 stato uno dei pochi intellettuali italiani ad avere avvertito l\u2019importanza di questa specialissima modalit\u00e0 del romanzo, nella convinzione che ci\u00f2 non implicasse alcuna deroga dalle fondamentali funzioni della scrittura letteraria. In questo senso, certe sue dichiarazioni sono molto chiare, come quando, in conclusione del libro-intervista Fuga dall\u2019Etna (1993), afferma: \u00abMi sono sempre sforzato di essere laico, di sfuggire, nella vita, nell\u2019opera, ai miti. La letteratura per me, ripeto ancora, \u00e8 il romanzo storico-metaforico. E poich\u00e9 la storia \u00e8 ideologia, come insegna Edward Carr, credo nel romanzo ideologico -anche quelli che scrivono di Dio o di miti fanno ideologia, coscientemente o no-, cio\u00e8 nel romanzo critico. La mia ideologia o se volete la mia utopia consiste nell\u2019oppormi al potere, nel combattere con l\u2019arma della scrittura, che \u00e8 come la fionda di David, o meglio come la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo\u00bb. Si tratta di parole perentorie dov\u2019\u00e8 ribadita, non senza implicazioni latamente marxiste, l\u2019attitudine critica e demistificatrice del genere romanzesco -attitudine, lo sottolineo, potenziata, se non addirittura realizzata, attraverso una radicale disposizione metaforica (e, dunque, supremamente connotativa) della scrittura- proprio negli anni in cui il ritorno al mito, al suo potere incantatorio, quando non alcinesco, stava gi\u00e0 trapassando dall\u2019antropologia culturale alla letteratura. Il fatto pi\u00f9 interessante \u00e8 che questa rivendicazione del carattere ideologico della propria scrittura creativa passi attraverso una decisa presa di distanza da un altro e pernicioso mito, quello, appunto, dell\u2019intellettuale engag\u00e9. Si veda quella fondamentale pagina di Nottetempo, casa per casa in cui il protagonista Petro Marano, personaggio vicario dello stesso Consolo, ormai esule della storia e della vita, si lascia alle spalle un\u2019idea della rivoluzione quale quella propugnata dall\u2019anarchico Paolo Schicchi, gettando in mare il libro del poeta Rapisardi, che lo stesso Schicchi gli aveva affidato come invito alla lotta e come viatico: \u00abCominciava il giorno, il primo per Petro in Tunisia. Si ritrov\u00f2 il libro dell\u2019anarchico, apr\u00ec le mani e lo lasci\u00f2 cadere in mare. Pens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2 che ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore\u00bb. Lasciamo stare quel che effettivamente potrebbe risultare da una lettura ravvicinata dei versi di Rapisardi: qualche pagina imprescindibile, e non certo a discredito del vate siciliano, ce l\u2019ha gi\u00e0 data un giovanissimo Luigi Baldacci nei due volumi ricciardiani dei Poeti minori dell\u2019Ottocento (1958-1963). In Nottetempo, in effetti, Rapisardi non vale tanto in s\u00e9, e nella sua concreta vicenda umana, quanto come idolo polemico, nei modi d\u2019un topos gi\u00e0 codificato, nella storia della letteratura siciliana, da un sarcastico e brillante Brancati il quale, appunto, aveva opposto al facondo poeta catanese gli strenui silenzi e la severa moralit\u00e0 di Verga. Un idolo polemico, s\u2019\u00e8 detto e lo si sottolinea: a ricapitolare in s\u00e9 tutti i tratti d\u2019una poesia civile e politica per cos\u00ec dire ingaggiata, sempre sul punto di travalicare nell\u2019orazione. Siamo dunque ad un primo risultato importante: Consolo \u00e8 e resta scrittore politico proprio in quanto, nel contempo, elabora una sua implacabile condanna della retorica dell\u2019impegno. Se le cose stanno cos\u00ec, ci\u00f2 significa che la disposizione politica della scrittura di Consolo si giuoca prima di tutto sul piano della forma che su quello dei contenuti: secondo modalit\u00e0 che si dispongono, come s\u2019accennava gi\u00e0, sul livello della connotazione. Non \u00e8 davvero un caso se Petro Marano, una volta gettato in mare il libro di Rapisardi, si volge al suo privatissimo quaderno, quello su cui ha appuntato idee e sentimenti, sogni ed utopie, maturandoli nel segno d\u2019una tradizione che da Dante conduce a Leopardi. N\u00e9 mi pare casuale che la sua scommessa di scrittore, quella propriamente politica appunto -ma d\u2019una politica che dovr\u00e0 involgere tutta intera l\u2019esistenza-, consister\u00e0 nell\u2019allestimento d\u2019un \u00abracconto\u00bb, dove, insieme alle parole, conteranno soprattutto \u00abil tono, la cadenza\u00bb. Risulter\u00e0 chiaro, adesso, che cosa s\u2019intendesse quando s\u2019\u00e8 parlato di quel miracoloso fatto per cui, sulla pagina, la politica venga effettivamente esercitata attraverso un\u2019oltranza di stile, e non mediante uno scandalo dei contenuti: ragione, questa, che approssima Consolo, prima ancora che a qualche romanziere (ma si potrebbe fare il nome dell\u2019altrettanto politico Volponi), ad un poeta civilissimo, seppur dissimulato nelle sue fibrillazioni d\u2019eremita della lingua, come Andrea Zanzotto, l\u2019unico che, guarda caso, Giocchino Martinez, l\u2019alter ego di Consolo dello Spasimo di Palermo (1998), invidi tra i letterati suoi contemporanei: un poeta appunto, non un romanziere. Ho detto Zanzotto: per dire d\u2019un poeta di precisa e strenua consapevolezza ideologica, di un\u2019ideologia che si esplicita nel linguaggio, e abituto a lavorare sull\u2019ideologia per alchimie sintattiche, fermentazione lessicale, combustioni prosodiche. Ma le alchimie della sintassi, la fermentazione del lessico, la sovraeccitazione prosodica, dentro una pi\u00f9 complessa \u00abmetrica della memoria\u00bb, non rappresentano le stesse strategie cui ricorre il narratore Consolo, senza pi\u00f9 compromessi, nel segno di un singolare estremismo della verit\u00e0? Strategie che sono state poi il suo speciale modo di constatare il fatto che, quanto alla scrittura, il problema del come scrivere va ad inglobare inevitabilmente ed a riscaldare, a temperature quasi insostenibili, quello del che cosa scrivere, per una letteratura che, in un\u2019accezione tutt\u2019altro che formalistica, ha fatto della forma una questione di sostanza. Ma torniamo al personaggio Martinez, che pare avere esattissima percezione dei termini del problema. Si veda quanto scrive al figlio, esule a Parigi perch\u00e9 implicato in un\u2019inchiesta sul terrorismo, ad avviare un processo di chiarificazione non pi\u00f9 procrastinabile: \u00abRimaneva in me il bisogno della rivolta in altro ambito, nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta -come avviene credo a chi \u00e8 vocato a scrivere- il mio parricidio, di compierlo con logico progetto, o metodo nella follia, come dice il grande Tizio, per mezzo d\u2019una lingua che fosse contraria a ogni logica, fiduciosamente comunicativa, di padri o fratelli -confr\u00e8res- pi\u00f9 anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale\u00bb. Sia detto per inciso: \u00e8 stato questo, dentro un\u2019Italia che s\u2019apprestava a decomporsi nelle sue istituzioni, a liquefarsi in magma, il grande assillo degli ultimi anni di Pasolini, il quale s\u2019era attrezzato lucidamente a fronteggiare l\u2019informe e l\u2019irreale per restituirci il suo romanzo pi\u00f9 irrealistico ed informale, il suo capolavoro, il postumo Petrolio. Quel Pasolini, si badi, che, gi\u00e0 a partire dagli anni Sessanta, aveva teorizzato l\u2019assoluta omologia tra le trasformazioni della lingua italiana ed i processi di ricomposizione neocapitalistica della societ\u00e0. Ma torniamo a Petro Marano, al suo proposito di trovare le parole, il tono, la cadenza per un racconto che avrebbe dovuto sciogliergli il grumo di dolore che si sentiva dentro. Si tratta d\u2019un impegno di canto che da Marano passer\u00e0 a Martinez, ma dentro un diverso e forse pi\u00f9 degradato contesto storico: gli anni pseudodemocratici dell\u2019attentato al giudice Borsellino che si sono sostituiti a quelli dell\u2019incipiente fascismo, pur se sempre contemplati dalla specola siciliana. Martinez -la moglie morta dentro il precipizio della follia, il figlio ricercato dalla polizia- \u00e8 tornato da Milano a Palermo, ripercorrendo a ritroso il viaggio che \u00e8 stato dello stesso Consolo: ma si tratta di due citt\u00e0 ormai omologate nell\u2019orrore, che patiscono una medesima catastrofe civile. A differenza di Marano, che vive un clima culturale il cui massimo problema \u00e8 D\u2019Annunzio, Martinez ha alle spalle gli estenuati dibattiti sulla morte del romanzo degli anni Sessanta ed \u00e8 approdato ad un\u2019assoluta mancanza di fiducia nei confronti d\u2019una lingua comunicativa, razionale e consequenziale, quella di venerati maestri su cui pure s\u2019\u2019\u00e8 formato come Sciascia e Calvino, che ora rischiano di apparirgli, come abbiamo visto, \u00abcomplici involontari\u00bb dell\u2019apocalisse civile. Martinez aspira ad una parola ieratica e percussiva, che sia all\u2019altezza della tragedia edipica, d\u2019un edipo sociale e personale, che gli \u00e8 toccato vivere: \u00e8 assillato, per cos\u00ec dire, dall\u2019utopia di un\u2019antilingua, quella di chi ha letto tutti i libri di Foucault, sapendo bene che proprio il linguaggio, la retorica del discorso, sono i luoghi privilegiati entro cui si costituisce la sintassi del Potere, ecco perch\u00e9 quell\u2019antilingua dovr\u00e0 valere come il suo contropotere. Ma \u00e8 incalzato, se non tentato, dal rischio dell\u2019afasia. Vorrei subito sgombrare il campo da un equivoco, quello di chi troppo facilmente sovrappone all\u2019autore Consolo il personaggio Martinez: ravvisando nell\u2019esito dell\u2019afasia un approdo di tipo esistenziale. Non sono certo un fanatico d\u2019un altro mito novecentesco, quello dell\u2019autonomia del significante e della morte dell\u2019autore, rivendico anzi l\u2019importanza delle biografie intellettuali e dello studio delle poetiche: ma ritengo che la distinzione proustiana tra l\u2019\u00abio che vive\u00bb e l\u2019\u00abio che scrive\u00bb rappresenti un punto di non ritorno nel dibattito teorico sulla letteratura. So altrettanto bene che questo grande tema dell\u2019afasia ci potrebbe condurre ad un\u2019altra ineludibile questione: quella che mette in campo una riflessione di tipo metaletterario sull\u2019irreversibile crisi del romanzo. Una questione che implica la distinzione, in Consolo, tra scrivere e narrare, su cui Giuseppe Traina ha scritto qualche pagina risolutiva nella sua monografia pubblicata per Cadmo nel 2001. A noi interessa qui il Consolo scrittore politico e sperimentale: l\u2019afasia cui ci si riferisce non ha n\u00e9 una valenza psicologica, n\u00e9 estetica, ma solo storica ed antropologica. Anzi: \u00e8 proprio a questo livello che la ricerca di Consolo e la sua storia di scrittore sembrano caricarsi di futuro. Ancora una precisazione, in conclusione di queste mie considerazioni solo preliminari: Attraverso tre opere strettamente connesse, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio (1976), Nottetempo, casa per casa, Lo Spasimo di Palermo, Consolo, in linea con una tradizione che comincia con la Sicilia della nuova Italia, ha tracciato tre capitoli di un\u2019incandescente autobiografia della nazione, dal Risorgimento alla nostra contemporaneit\u00e0. Entro tale quadro, l\u2019afasia di Martinez pare l\u2019unica via d\u2019uscita possibile d\u2019una scrittura politica che ha registrato, al suo massimo grado, l\u2019astrazione e la stereotipizzazione dei linguaggi a fronte della combustione della realt\u00e0, d\u2019una realt\u00e0 che registra ormai il suo pi\u00f9 alto livello di depauperizzazione della vita a contrasto d\u2019una sempre pi\u00f9 invadente virtualit\u00e0. Non so quali alternative abbia ancora la letteratura nell\u2019epoca della falsificazione e dell\u2019implosione dei significati: Consolo se n\u2019\u00e8 trovata una e l\u2019ha percorsa a rischio della consunzione. Proprio per questo resta uno dei pochi scrittori, in Italia, ancora all\u2019altezza delle domande che i nostri tempi impongono. <br><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Vincenzo-Consolo-a-Tindari.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"492\" height=\"763\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Vincenzo-Consolo-a-Tindari.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3755\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Vincenzo-Consolo-a-Tindari.jpeg 492w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Vincenzo-Consolo-a-Tindari-193x300.jpeg 193w\" sizes=\"(max-width: 492px) 100vw, 492px\" \/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\">Foto di Giovanna Borgese<\/figcaption><\/figure><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Massimo Onofri Non saprei davvero che cosa attendermi, quanto allo studio delle nostre vicende letterarie, da quello che Machiavelli chiamava il \u00abbenefizio del tempo\u00bb. 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