{"id":3653,"date":"1990-04-15T08:21:00","date_gmt":"1990-04-15T08:21:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3653"},"modified":"2025-01-16T10:20:21","modified_gmt":"2025-01-16T10:20:21","slug":"la-cuna-del-sogno-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3653","title":{"rendered":"La cuna del sogno, di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Quasi tutta l&#8217;estate dell&#8217;89 Leonardo Sciascia la trascorse a Milano, in un appartamento di via Solferino. Oltre che a dolorose, spossanti cure mediche, quell&#8217;uomo paziente e tollerante doveva anche sottoporsi a quotidiane, numerose incursioni di amici e conoscenti, me compreso. Era, insomma, Sciascia &#8211; coscientissimo dello stato e dello stadio della sua malattia (e gi\u00e0 ne aveva dato, prima di ogni diagnosi medica, esatto ragguaglio nell&#8217;appena pubblicato <em>Il cavaliere e la morte<\/em>) e del suo prossimo fatale esito -, era nella situazione dell&#8217;Ivan Il&#8217;ic di Tolstoj, da lui del resto, e <em>pour cause<\/em>, citato nell&#8217;ultimo suo racconto, nella sua <em>sotie<\/em>: ci vedeva sfilare, noi tutti attori dell&#8217;assurda commedia che deve apparire la vita a chi dalla vita sa che si sta allontanando, che \u00e8 sul punto di staccarsi, generosamente sopportando d&#8217;ognuno la maschera, il costume, la recitazione, le movenze, tutto il resto. Ma una mattina &#8211; una luminosa mattina di fine luglio, in una Milano semievacuata per le vacanze e restituita a una pi\u00f9 tranquilla, fisiologica tensione &#8211; Sciascia pot\u00e9 assistere a un vero spettacolo: al cinema Odeon di via Santa Radegonda, al film di Giuseppe Tornatore  <em>Nuovo Cinema Paradiso<\/em>. <br>Nelle poltrone azzurre, al centro della vasta sala deserta di quell&#8217;elegante cinema in uno stile tra assiro-babilonese e liberty, lo scrittore, la moglie e un gruppetto d&#8217;amici assistemmo dunque a quella proiezione. Alla fine della quale, riaccesesi le luci, restammo muti e fermi ai nostri posti per la commozione che il film ci aveva dato, ma ancor di pi\u00f9 per l&#8217;imbarazzo di fronte alla pi\u00f9 profonda, e pi\u00f9 evidente, commozione di Sciascia. Per il quale quella mattutina e privata proiezione era stata apparecchiata perch\u00e9 egli del film potesse scrivere. E ne scrisse, magistralmente, memorialmente e poeticamente, su un quotidiano (lo scritto, intitolato <em>C&#8217;era una volta il cinema<\/em>, con altri, \u00e8 confluito poi nel libro <em>Fatti diversi di storia letteraria e civile<\/em>). <br>\u00ab Un uomo che sta oggi per varcare la fatidica soglia dei settant&#8217;anni e che i primi dieci &#8211; gli indelebili anni dell&#8217;infanzia &#8211; ha passato in un piccolo paese, isola nell&#8217;isola, della Sicilia interna, senza, in quei primi anni, mai allontanarsene, ha da inventariare ricordi ben diversi per quantit\u00e0, qualit\u00e0 e significati, di quelli di ogni altro suo coetaneo che quei primi anni li ha passati in citt\u00e0 pi\u00f9 o meno grandi, in paesi affacciati al mare o toccati da strade e ferrovie di grande transito\u00bb. Cos\u00ec esordiva. Ora (ma non possiamo prima non fare cenno a quella \u00ab fatidica soglia dei settant&#8217;anni \u00bb che il fato allo scrittore non concesse di varcare), nell&#8217;inventario dei ricordi di Sciascia c&#8217;\u00e8 naturalmente anche il cinema (come c&#8217;\u00e8 nell&#8217;inventario dei ricordi del giovane regista Giuseppe Tornatore o in quello di suo padre &#8211; volendo restare nell&#8217;ambito o nell&#8217;aura memoriale di un piccolo paese siciliano, che nel caso dei Tornatore \u00e8 Bagheria, e volendo misurare il tempo per scansioni generazionali). <br>\u00ab &#8230; affior\u00f2 su un grande lenzuolo alzato in piazza con    supporti di fortuna, il primo film che il paese avesse mai visto; &#8230; La macchina di proiezione funzionava ad acetilene: alla costruzione di una centrale elettrica nel paese avevano appena cominciato a lavorare. &#8230; Per l&#8217;elettricit\u00e0, o in coincidenza col suo avvento, fin\u00ec nelle zolfare il lavoro minorile, fin\u00ec l&#8217;impiego di asini e muli per la molitura di zolfo e salgemma, l&#8217;acqua zampill\u00f2 dalle pompe invece che venir su secchio a secchio; &#8230; E venne il cinematografo. Il piccolo, delizioso teatro comunale divent\u00f2 (e ne ebbe lenta devastazione) cinema. &#8230; Si era, credo, nel 1929. Non ricordo con quale film si inaugur\u00f2 il cinema: ma ne rivedo, vago e intermittente come nei sogni, dei primi piani con la faccia di Jack Holt \u00bb.<br> La memoria, i ricordi. Quanto pi\u00f9 lontani nel tempo, tanto pi\u00f9 frammentati, intermittenti come i sogni, come fotogrammi isolati di un film: la memoria come il sogno; il sogno come il film. E quello raccontato da Giuseppe Tornatore con <em>Nuovo Cinema Paradiso <\/em>non \u00e8 che la memoria, il sogno del cinema di un fanciullo di un&#8217;estrema periferia. O meglio, il sogno, crediamo, del padre del regista trentatreenne, ch\u00e9 l&#8217;epoca in cui il film si colloca &#8211; come si legge anche nella citazione di una certa filmografia popolare &#8211; \u00e8 del secondo dopoguerra, degli anni all&#8217;incirca a cavallo tra il &#8217;50 e il &#8217;60. Rispetto ai quali, un decennio pi\u00f9 indietro \u00e8 collocata anche la mia memoria del cinema (se posso pretestuosamente affiancare memoria a memoria, sogno a sogno). E mentre la memoria riporta Sciascia, con gli esordi e i primordi del cinema a Racalmuto, all&#8217;avvento dell&#8217;elettricit\u00e0 che libera il paese da tante fatiche e penurie sociali, da tante schiavit\u00f9 e da immemorabili paure (avvento che avrebbe meritato giusta celebrazione con la messa in scena, al teatro comunale, del famoso ballo <em>Excelsior<\/em> con i suoi \u00ab quadri \u00bb de <em>Il genio dell&#8217;elettricismo e degli Effetti della Elettricit\u00e0<\/em>), la memoria del cinema, dei primi film visti al mio paese sul finire degli anni Quaranta &#8211; La corona di ferro e Luciano Serra pilota, Maddalena zero in condotta e Agguato sul fondo, L&#8217;eredit\u00e0 dello zio buonanima e San Giovanni decollato -, con i fotogrammi raccattati sotto la finestra della cabina di proiezione del cinemino dell&#8217;oratorio dei Salesiani, la memoria mi riporta al tempo dell&#8217;arrivo delle truppe americane in paese, periodo in cui, agli spezzoni di pellicola incendiata per gioco si sovrappone l&#8217;incendio di polvere da sparo o di miccia bianca e a strisce come tagliatelle, che i soldati, assieme a cartucce e ad altri ordigni micidiali, lasciavano nei luoghi dei loro accampamenti a disposizione di noi ragazzi, per i nostri giochi proibiti.<br> Di sogni parlavamo. Se da Bagheria &#8211; o da Giancaldo, come il paese \u00e8 chiamato nella sceneggiatura qui pubblicata &#8211; e da Racalmuto ci spostiamo verso pi\u00f9 grandi citt\u00e0, verso capitali e centri di cultura come Parigi o Vienna; se dal 1929, o dal &#8217;50 o &#8217;40, andiamo indietro nel tempo fino al 1895, vediamo che l&#8217;equivalenza film-sogno non \u00e8 poi cos\u00ec forzata o peregrina: il 1895 \u00e8 l&#8217;anno della nascita, dal padre Louis Lumi\u00e8re, del cinema (del 1899 \u00e8 <em>L&#8217;affaire Dreyfus di M\u00e9li\u00e8s<\/em>, il primo lungometraggio della storia del cinema); il 1895 \u00e8 l&#8217;anno della nascita, dal padre Sigmund Freud, della psicanalisi (in quest&#8217;anno lo scienziato pubblica <em>Studi sull&#8217;isteria <\/em>e cinque anni dopo <em>L&#8217;interpretazione dei sogni<\/em>). Casualit\u00e0, certo, coincidenze, ma che ci servono intanto ad avvalorare quanto noi vogliamo credere. E pur rischiando di scivolare in psicologismi e in sociologismi d&#8217;accatto, non possiamo non dire quanto sia stato socialmente o psicologicamente salutare, pi\u00f9 che nelle grandi citt\u00e0, in piccoli paesi come quelli siciliani, dalla vita sociale difficile, accidentata, un sogno vissuto collettivamente come il cinema (il cinema che subentrava cos\u00ec all&#8217;opera dei pupi o al contastorie); in paesi in cui le uniche occasioni di comunicazione sociale erano le feste religiose o le elezioni politiche (quando si celebravano).<br> \u00ab Buona sera a tutti! \u00bb saluta a voce alta il 1\u00b0 Vecchio entrando al cinema; e il 2\u00b0 Vecchio: \u00ab Bona salute a tutti! \u00bb; e il Pubblico: \u00ab Ssssssss! Ssssssss! Silenzio! \u00bb; e i Bambini: \u00ab Aurr! Aurrrrrr! \u00bb facendo il verso al leone della Metro Goldwyn Mayer che ruggisce dallo schermo; e un signore, dalla galleria, che sputa in platea, mentre, di rimando, Voce platea che gli urla: \u00ab Cornuto!!! \u00bb. E si potrebbe continuare con gli esempi di comunicazione esilarante e liberatoria, dentro il cinema, fuori, nella piazza del paese.<br> Di cosa parla questa sceneggiatura, questa trama del film di Tornatore? Parla della storia di un cinema di paese, il Cinema Paradiso, distrutto da un incendio, e del ricostruito Nuovo Cinema Paradiso. Ma parla insieme della storia del cinema vista dall&#8217;angolazione di una piccola comunit\u00e0 meridionale, che \u00e8 insieme storia della comunit\u00e0 stessa e storia di singole vite umane: dell&#8217;operatore Alfredo che, per l&#8217;incendio del cinema, diviene cieco; storia del piccolo Salvatore, orfano del padre disperso in Russia, e della madre, della sorella, dei compagni di scuola&#8230; Storia soprattutto dell&#8217;educazione sentimentale del bambino protagonista, della nascita del suo \u00ab sogno \u00bb cinematografico e, cresciuto, del sogno d&#8217;amore per Elena: due sogni, sembra dire il regista, in conflitto, dove uno dei due deve soccombere, deve essere sacrificato. E Salvatore, per istigazione di Alfredo &#8211; sostituto padre del bambino, guida e maestro di vita e di arte, cieco veggente che scopre nell&#8217;apprendista vocazione e talento -, di Alfredo che ambisce a far passare il protagonista dal ruolo artigianale di distributore di sogni (operatore) al ruolo artistico di creatore di sogni (regista), Salvatore sacrifica, in apparenza per fortuito caso, per un involontario mancato incontro con Elena, il sogno d&#8217;amore e parte, lascia la famiglia, gli amici, il paese, l&#8217;isola e si trasferisce a Roma dove realizzer\u00e0 il suo sogno d&#8217;arte, diventer\u00e0 regista stimato e affermato. Ritorna, il nostro eroe, nei luoghi della sua infanzia, dopo trent&#8217;anni, per assistere ai funerali di Alfredo; ritorna per raccontarci, in una lunga digressione, in totale flash-back, la sua storia, la storia del <em>Nuovo Cinema Paradiso<\/em>, della sua fine, della fine del cinema.<br> Una narrazione, questa di Tornatore, altamente metaforica (sta in questo, crediamo, il segno della sua autenticit\u00e0, della sua universalit\u00e0), dal tono lirico-evocativo continuamente controllato dall&#8217;ironia, aperto spesso a soluzioni, ed invenzioni poetiche. Ma \u00e8 insieme un racconto di tristezza, di rimpianto per un mondo, per una societ\u00e0 che sta perdendo o che ha gi\u00e0 perso la capacit\u00e0 e il bisogno, dentro la notte della sala cinematografica, di sognare collettivamente, di ricreare, con l&#8217;immaginazione, capire e riscattare, attraverso quelle ombre che si muovono sopra il lenzuolo bianco, la vita. Una societ\u00e0 che sta perdendo la notte, il buio, la grotta Platonica dove, sulla parete, nascono le ombre, le illusioni, i sogni, illuminato com&#8217;\u00e8 ormai tutto il nostro tempo da una continua, lattiginosa, elettronica luce indifferente.<br> In quel giorno di luglio, in quel cinema Odeon di Milano, dove ho assistito con Sciascia alla proiezione del film Nuovo Cinema Paradiso, al riaccendersi delle luci in sala, ho letto, sopra la cornice del grande schermo bianco, questa scritta: \u00ab EX TAENEBRIS VITA\u00bb.<br> Tenebra, notte come cuna del sogno, del cinema, dell&#8217;arte. Arte come memoria, come proiezione della vita.<br><br> Milano, 15 aprile 1990<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"838\" class=\"wp-image-3654\" style=\"width: 600px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/1673.webp\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/1673.webp 224w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/1673-215x300.webp 215w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quasi tutta l&#8217;estate dell&#8217;89 Leonardo Sciascia la trascorse a Milano, in un appartamento di via Solferino. Oltre che a dolorose, spossanti cure mediche, quell&#8217;uomo paziente e tollerante doveva anche sottoporsi a quotidiane, numerose incursioni di amici e conoscenti, me compreso. 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