{"id":3628,"date":"1999-10-01T17:02:00","date_gmt":"1999-10-01T17:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3628"},"modified":"2024-12-01T17:32:15","modified_gmt":"2024-12-01T17:32:15","slug":"i-ritorni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3628","title":{"rendered":"I ritorni"},"content":{"rendered":"\n<p><br>Isola. L\u2019archetipo omerico delle isole fantastiche, isole di violenza e inganno, di utopie e distopie, di deserti e di silenzi, di linguaggi sorgivi ed ermetici, \u00e8 scivolato per tutta la letteratura occidentale, \u00e8 passato per tutti i grandi poeti e scrittori, dall\u2019antichit\u00e0 fino ad oggi. Non \u00e8 questo archetipo che qui ci interessa, ma l\u2019altro, quello pi\u00f9 importante dell\u2019Odissea, di questo grande poema della nostra civilt\u00e0: l\u2019archetipo del n\u00f3stos, del ritorno. Del ritorno in Sicilia dei narratori moderni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non \u00e8 pi\u00f9 ora, la Sicilia, la fantasmatica isola della primordiale natura minacciosa e devastante, non \u00e8 pi\u00f9, il suo isolamento, nella terribilit\u00e0 di quel suo stretto passaggio. Ora l\u2019isola \u00e8 affollata dei pi\u00f9 vari segni storici, antichi e immobili per fatale arresto, quali rovine trasferite in una dimensione metafisica, \u00e8 ricca di frantumi di civilt\u00e0, di frammenti linguistici, \u00e8 composita culturalmente, problematica socialmente. Tutto questo ha fatto s\u00ec che nel tempo, paradossalmente, quel breve braccio di mare che la staccava dal Continente si ampliasse a dismisura e la rendesse pi\u00f9 estrema rispetto a un centro ideale, la relegasse, a causa della sua eredit\u00e0 linguistica, della sua dialettalit\u00e0, ai margini della comunicazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Da qui, la necessit\u00e0, l\u2019ansia negli scrittori isolani di lasciare il confine e d\u2019accentrarsi, di uscire dall\u2019isolamento e di raggiungere i centri storici, culturali, linguistici.<\/p>\n\n\n\n<p>Primo fu Verga, nella letteratura siciliana moderna, a compiere il viaggio, a lasciare Catania e ad approdare a Firenze, centro di quella cultura rinascimentale che aveva illuminato l\u2019Europa, del neodantismo romantico, di quella lingua attica restaurata da Manzoni dopo la sua esplosione, la sua frantumazione in senso barocco e in senso dialettale, lingua a cui ogni scrittore, da ogni periferia, cercava d\u2019approssimarsi; a Firenze, in quel 1869, capitale del nuovo Regno d\u2019Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Tracce di una certa qual fiorentinizzazione dello scrittore si trovano subito in ambientazioni, in episodi di Eva, Tigre reale, Eros, e maldestre, ingenue assunzioni linguistiche si riscontrano nella Storia di una capinera. Ma non era, Verga, un aspirante al perfezionismo linguistico; a lui il toscano poteva servire per liberarsi da incertezze lessicali e sintattiche, da retaggi dialettali, a farsi padrone di una lingua media, di servizio, per le sue narrazioni. E del resto Luigi Russo afferma che Verga non si mostr\u00f2 appassionato per la Firenze ben parlante, che in lui era \u201cscarso accademismo linguaiolo e letterario\u201d. \u201cFirenze\u201d dice \u201cfu per lui soltanto un\u2019altra atmosfera, l\u2019orizzonte pi\u00f9 largo, qualche cosa di diffuso di cui bisognasse respirare l\u2019aria.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Ma di diffuso, in Firenze, c\u2019era l\u2019aulicit\u00e0 del suo passato, una certa ritualit\u00e0 mondana e la struttura burocratico-ministeriale che da poco vi si era installata. C\u2019era una societ\u00e0 letteraria, i cui componenti pi\u00f9 rappresentativi erano Dall\u2019Ongaro, Prati, Aleardi. Altrove, a Milano, era il movimento, la modernit\u00e0, l\u2019impresa. A Milano erano le case editrici. Qui, da Lampugnani, nel \u201971, Verga aveva pubblicato la Storia di una capinera, romanzo alla moda di derivazione diderotiana e manzoniana, che gli aveva dato successo, fama.<\/p>\n\n\n\n<p>Da Milano Verga torner\u00e0 in Sicilia, vi torner\u00e0 prima con la memoria, con le \u201cmemorie pure della sua infanzia\u201d, operando la famosa svolta stilistica, convertendosi a una nuova etica. In Sicilia, a Catania, torner\u00e0 realmente nel 1893, ferito per l\u2019incomprensione a cui era andata incontro la sua opera, chiudendosi in un orgoglioso silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIo ero, quell\u2019inverno, in preda ad astratti furori. Non dir\u00f2 quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch\u2019erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto\u2026\u201d Questo celebre attacco \u00e8 di Conversazione in Sicilia di Vittorini, il romanzo pubblicato nel 1941, che risuonava, in una livida aria, come un rintocco di campana, lento e triste, che dava voce, nell\u2019atrocit\u00e0 della guerra in corso, nel ricordo della guerra di Spagna, al dolore inesprimibile d\u2019ognuno.<\/p>\n\n\n\n<p>Concepito in un momento buio e tragico della storia, Conversazione \u00e8 per l\u2019autore un necessario viaggio alla terra dell\u2019infanzia, della memoria, della madre e delle madri, per ritrovare, tornando, energia e speranza, il linguaggio oppositivo e propositivo dei padri, della ideologia. Ed \u00e8 insieme, come quello di Ulisse, un viaggio oltre i limiti del reale, una discesa agli Inferi, nel regno delle ombre, dei morti, per raggiungere, con la conversazione, la pi\u00f9 intima, assoluta comunicazione, per dare e avere conforto, dare e avere ragione della morte a causa della guerra. L\u2019eroe Silvestro, traversato lo Stretto-Acheronte sul battello-traghetto, dopo aver assunto il cibo iniziatico, pane e pecorino, approda in una Sicilia invernale, in un\u2019isola di piccoli siciliani disperati, umiliati dalla miseria e dalla malattia, ma anche di fieri e indomiti \u201cgran lombardi\u201d, di uomini che parlano di \u201cnuovi doveri\u201d, di personaggi una volta attivi e ora chiusi nella non speranza, che annegano il furore nell\u2019obl\u00eco del vino. Guida nella discesa memoriale e catartica, nei gironi della naturalit\u00e0 e della carnalit\u00e0, del risentimento e della libert\u00e0, \u00e8 la madre Concezione, possente e sapiente, una madre che non trattiene il figlio nella zona incantata e regressiva dell\u2019infanzia, che lo lascia tornare ai doveri di uomo, al lavoro di linotipista, di compositore di parole.<\/p>\n\n\n\n<p>Vittorini inaugura, con Conversazione, per la prima volta nella letteratura siciliana \u2013 letteratura d\u2019interni o di piazza, di stasi \u2013 oltre Verga o contro il mondo circolare, chiuso verghiano, oltre Pirandello, il viaggio di ritorno, viaggio non solo memoriale, ma reale. E attinge lo schema, l\u2019istanza, alla grande letteratura, a Omero, Virgilio, ma anche a Cervantes, a Gogol\u2019, Fielding, e soprattutto alla letteratura americana, letteratura di grandi spazi e di quasi incessante movimento. Di questa letteratura ancora, di Hemingway, Steinbeck, Caldwell, facendolo germogliare su ceppo ermetico, riprende lo stile, se non la stilizzazione. Schema di viaggio, movimento, che \u00e8 esigenza ideologica, necessit\u00e0 etica.<\/p>\n\n\n\n<p>Speculare a Conversazione, di opposto senso e di opposta conclusione, di diverso stile, linguaggio, lontano da ogni mito, simbolo, da ogni utopia, \u00e8, dello stesso anno 1941, un altro viaggio di ritorno, quello di Don Giovanni in Sicilia di Brancati.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 fascista, Brancati entra in crisi ideologica ed esistenziale. A minare le sue certezze c\u2019era gi\u00e0 stato il dialogo a distanza con l\u2019esule Borgese. Lasciata Roma, la capitale del potere, torna nel \u201937 in Sicilia e l\u00ec, nella lucida e impietosa osservazione della piccola borghesia, attraverso la rappresentazione comica, corrosiva di questa classe priva di sicurezza e di cultura, attraverso i suoi tic, le sue follie, la meschinit\u00e0 dei suoi padri e il potere devastante delle madri, le infanzie morbose e ammorbate dei suoi figli, le loro sensuali pigrizie corporali e intellettuali, Brancati restituisce il ritratto di una classe, siciliana e no, italiana e no, che aveva dato potere al fascismo e nel fascismo aveva trovato identit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo aver pubblicato nel \u201938 Gli anni perduti e Sogno di un valzer, pubblica dunque nel \u201941 Don Giovanni in Sicilia. Con questo romanzo lo scrittore va al centro della sua polemica, al cuore del problema: al dongiovannismo, al gallismo, al vagheggiamento vale a dire verbale e fantastico, da parte di uomini bloccati in una incancrenita adolescenza, della donna. E non poteva scegliere, Brancati, come teatro della sua vicenda, una citt\u00e0 pi\u00f9 adeguata di Catania. Una citt\u00e0 sotto il vulcano, continuamente minacciata e invasa dalla natura, vitalistica e sensuale, nera e abbagliante. Giovanni Percolla, il protagonista, conduce qui, fino ai quarant\u2019anni, tutelata da una plurima madre rappresentata da tre sorelle nubili, circondata da amici a lui somiglianti, un\u2019esistenza bovina, pigra, torpida, una vita di vischiose abitudini, di sonni, sogni, allucinazioni. In cui \u00e8 possibile ogni ottundimento, ogni regressione. Sposatosi con la \u201ccontinentale\u201d Ninetta e trasferitosi a Milano, sembra diventato un altro uomo, attivo, volitivo, raziocinante. Ma tornato in Sicilia, tornato alle sorelle, alle loro malie, subito sprofonda nel letto suo \u201cscivoloso e caldo\u201d di scapolo, rientra nell\u2019utero della terribile madre. \u201cDopo un minuto di sonno, duro come un minuto di morte\u2026\u201d dice Brancati. In quel letto l\u2019anima infantile di Giovanni Percolla rimarr\u00e0 per sempre isolata, esiliata, come quella del professor La Ciura, del racconto Lighea di Lampedusa, dopo la visione o l\u2019allucinazione della sirena.<\/p>\n\n\n\n<p>Un n\u00f3stos classico, un omerico ritorno ad Itaca dell\u2019eroe dalla guerra \u00e8 il vasto e complesso Horcynus Orca di Stefano D\u2019Arrigo. Ma \u00e8 anche, soprattutto, un viaggio, un ritorno nella lingua, nei linguaggi, come nell\u2019Ulisse di Joyce.<\/p>\n\n\n\n<p>Anticipato, con una parte, che aveva il titolo di I giorni della fera, nel 1960, sulla rivista \u201cIl menab\u00f2\u201d, diretta da Vittorini e Calvino, il romanzo veniva pubblicato quindici anni dopo con il nuovo titolo. Ma gi\u00e0 Vittorini, in appendice all\u2019anticipazione, pur ammettendo l\u2019alta valenza letteraria del lavoro in corso di D\u2019Arrigo, mette le mani avanti e afferma: \u201cDebbo avvertire i lettori ch\u2019io non ho nessuna simpatia n\u00e9 pazienza per i dialetti meridionali [\u2026], i quali sono tutti legati a una civilt\u00e0 di base contadina, e tutti impregnati di una morale tra contadina e mercantile, tutti portatori di inerzia, di rassegnazione, di scetticismo, di disponibilit\u00e0 agli adattamenti corrotti, e di furberia cinica\u201d. E conclude: \u201cI dialetti che sarebbe auspicabile di veder entrare nelle elaborazioni linguistiche della letteratura dei giovani sono, a mio giudizio, i padani, i settentrionali, che gi\u00e0 risentono della civilt\u00e0 industriale\u2026\u201d. \u00c8 evidente, in queste affermazioni, tutto l\u2019antiverghismo di Vittorini, \u00e8 evidente la sua concezione progressiva della storia \u2013 la concezione di Cattaneo, di Michele Amari \u2013 la sua fede marxiana e gramsciana, la sua scelta operaistica, la sua utopia industriale. Industria a misura d\u2019uomo, sull\u2019esperienza olivettiana e sulla tenace volont\u00e0 direttiva, sulla profonda convinzione democratica di un dirigente di stato come Mattei, sulla recente scoperta del petrolio in Sicilia, a Gela, che avrebbero ancora portato lo scrittore siracusano-lombardo a compiere un secondo viaggio in Sicilia con Le citt\u00e0 del mondo, pubblicato postumo. Alla luce oggi dei vari crolli, di cui siamo stati partecipi e testimoni, di crolli ideologici, industriali, linguistici, sarebbe lungo qui analizzare le concezioni politiche e culturali di Vittorini, le sue generose e poetiche indicazioni per una risoluzione degli atavici \u201cmali\u201d meridionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Di Horcynus Orca dicevamo, di D\u2019Arrigo. Egli, certo, riprende e amplifica i moduli lirici vittoriniani, affolla il testo di corposi simboli, ma il suo linguaggio va verso altre direzioni, va verso quella sperimentazione che, partendo da Verga, arrivava in quegli anni, in estensione, fino a Gadda, in digressione, fino a Pasolini. Ma la ricerca di D\u2019Arrigo \u00e8 importante nel suo movimento digressivo, nella sua dimensione verticale. Mette in campo davvero una grande Orca linguistica, D\u2019Arrigo. Usando due registri, dialogico e narrativo, partendo da livelli comunicativi, normativi, con scarti progressivi sprofonda nell\u2019espressionistico, in un vortice di dialettalismo, di sicilianismo topologico, con l\u2019infinita iterazione e deformazione lessicale \u2013 parole composte, diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e spregiativi \u2013 con indugi, divagazioni, accumuli, innumerevoli approssimazioni che quasi mai si ricongiungono col referente. Si ha l\u2019impressione che D\u2019Arrigo abbia trasformato il cerchio salmodiante dei proverbi verghiani in un vortice, in un gorgo linguistico, simile al gorgo di Cariddi. E ancora, che il suo, oltre quello liminare di Aci Trezza, riproduca ed esalti il linguaggio di una realt\u00e0 mobile, equorea qual \u00e8 Scill\u2019e Cariddi, in cui lo iato, per l\u2019incessante furia distruttiva della natura, si \u00e8 fatto pi\u00f9 vasto, pi\u00f9 profondo: lo iato fra mito e storia, natura e cultura, individuo e societ\u00e0. Riproduce ed esalta insomma, D\u2019Arrigo, il linguaggio della paura, che \u00e8 proprio dei pescatori, degli abitanti dello Stretto.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo qui ancora, in questo scrittore di assoluta vocazione e dedizione letteraria, nella sfiducia nei confronti della storia, siamo nel pessimismo, nel fatalismo verghiano. In Horcynus sembra che \u2019Ndria Cambria sia il giovane Luca Malavoglia che, sopravvissuto alla battaglia di Lissa, ritorna al paese e non trova pi\u00f9 la casa del nespolo, la Provvidenza, trova Aci Trezza sconvolta, i familiari, i compaesani scomparsi o perduti, degradati. Siamo qui ancora nella siciliana non speranza, nell\u2019assenza di una civile societ\u00e0 in cui l\u2019individuo possa riconoscersi, con la quale stabilire il linguaggio logico della comunicazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Sullo schema del ritorno si svolge anche la vicenda del mio libro L\u2019olivo e l\u2019olivastro, in cui l\u2019archetipo omerico del n\u00f3stos non \u00e8 messo en ab\u00eeme, ma esplicitato, fin nel titolo. \u00c8 riletto, ripercorso anzi succintamente, il mito del ritorno dell\u2019eroe greco nel tentativo di scoprirvi ulteriori significati, per dare significato al mio viaggio, alla mia narrazione. Dico narrazione nel senso in cui l\u2019ha definita Walter Benjamin in Angelus Novus. Dice in sintesi, il critico, che la narrazione \u00e8 antecedente al romanzo, che essa \u00e8 affidata pi\u00f9 all\u2019oralit\u00e0 che alla scrittura, che \u00e8 il resoconto di un\u2019esperienza, la relazione di un viaggio. \u201cChi viaggia, ha molto da raccontare\u201d dice. \u201cE il narratore \u00e8 sempre colui che viene da lontano. C\u2019\u00e8 sempre dunque, nella narrazione, una lontananza di spazio e di tempo.\u201d E c\u2019\u00e8, nella narrazione, un\u2019idea pratica di giustezza e di giustizia, un\u2019esigenza di moralit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019olivo e l\u2019olivastro \u00e8 il naturale e necessario esito di una ricerca letteraria. \u00c8 uno spostare il romanzo, che presuppone, nella sua struttura, nelle scansioni riflessive, comunicative l\u2019esistenza di una societ\u00e0, verso la narrazione, verso il poema narrativo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei libri che fin qui abbiamo esaminato, da Conversazione in Sicilia a Horcynus Orca, non \u00e8 mai presupposta l\u2019esistenza di una societ\u00e0; nessuno di quei libri pu\u00f2 dirsi dunque romanzo, ma dirsi invece narrazione, poema narrativo. In Sicilia, questo, priva da sempre di una societ\u00e0, in quest\u2019Itaca desiderata, raggiunta e rifiutata. In altri luoghi di questo Paese era presupposta la societ\u00e0, in Toscana, in Piemonte, in Lombardia. Ma oggi, in questa nostra civilt\u00e0 di massa, in questo mondo mediatico, esiste ancora la possibilit\u00e0 di scrivere il romanzo? Crediamo che oggi, per la caduta di relazione tra la scrittura letteraria e la situazione sociale, non si possano che adottare, per esorcizzare il silenzio, i moduli stilistici della poesia; ridurre, per rimanere nello spazio letterario, lo spazio comunicativo, logico e dialogico proprio del romanzo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa racine de l\u2019Odyss\u00e9e c\u2019est un olivier\u201d dice Paul Claudel.<\/p>\n\n\n\n<p>Sappiamo che dopo l\u2019uccisione dei Proci, dopo il rito di purificazione con lo zolfo dei luoghi della strage, il riconoscimento e il ricongiungimento di Ulisse e di Penelope avviene dopo la rivelazione del segreto: il loro talamo era costruito su un tronco di ulivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel viaggio di ritorno degli scrittori siciliani manca questa conclusione, manca questo alto simbolo della civilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche nel mio ritorno. E l\u2019assenza pi\u00f9 clamorosa dell\u2019ulivo si incontra a Gela, in questo luogo di mitizzazione e di speranza del vittoriniano Le citt\u00e0 del mondo.<br>Anche nel mio ritorno. E l\u2019assenza pi\u00f9 clamorosa dell\u2019ulivo si incontra a Gela, in questo luogo di mitizzazione e di speranza del vittoriniano Le citt\u00e0 del mondo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"650\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1-650x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3630\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1-650x1024.jpg 650w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1-190x300.jpg 190w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1-768x1210.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1-975x1536.jpg 975w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/462551120_1313371486749646_5348406099377839638_n-1.jpg 1300w\" sizes=\"(max-width: 650px) 100vw, 650px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Foto di copertina di Giuseppe Leone<br><br>Vincenzo Consolo <br>Di qua dal faro. Mondadori Editore &#8211; 1999<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Isola. L\u2019archetipo omerico delle isole fantastiche, isole di violenza e inganno, di utopie e distopie, di deserti e di silenzi, di linguaggi sorgivi ed ermetici, \u00e8 scivolato per tutta la letteratura occidentale, \u00e8 passato per tutti i grandi poeti e scrittori, dall\u2019antichit\u00e0 fino ad oggi. 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