{"id":3621,"date":"2010-01-08T13:55:00","date_gmt":"2010-01-08T13:55:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3621"},"modified":"2024-11-24T20:15:58","modified_gmt":"2024-11-24T20:15:58","slug":"le-parole-sono-pietre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3621","title":{"rendered":"Le parole sono pietre"},"content":{"rendered":"\n<p>La notte del 15 gennaio 1969, un anno dopo il terremoto della Valle del Belice, mi trovai a Gibellina, tra le baracche dei superstiti di Gibellina, il paese pi\u00f9 distrutto, di cui non rimaneva che un manto di macerie. Mi trovai con tanti altri, contadini di Santa Margherita, Montevago, Salaparuta, Santa Ninfa, e scrittori, pittori, scienziati, sociologi, sacerdoti, giornalisti, l\u00ec riuniti per un convegno, un pellegrinaggio in memoria e per appello, allo Stato e al mondo, che da l\u00ec, dal Belice, in nome dell\u2019umanit\u00e0, dei doveri dell\u2019umanit\u00e0, non bisognava distogliere lo sguardo, che alle popolazioni del Belice si doveva rispetto, solidariet\u00e0 e aiuto. Vano monito e vano appello, che, poi, le cronache hanno dovuto puntualmente registrare l\u2019ennesimo insulto a quella gente, non solo dimenticandola, ma miserevolmente tradendola con il solito sporco gioco delle corruzioni e dei furti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quella notte, tra le baracche di Gibellina, sotto un cielo invernale terso e stellato, tutti quei contadini l\u00ed convenuti, le donne, le vecchie e i bambini, con negli occhi ancora paura e dolore per i morti, guardavano i \u00abforestieri\u00bb l\u00ed giunti per loro con l\u2019antica diffidenza ma anche con malcelata gratitudine e speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019assembramento sulla spianata delle baracche si compose poi in un corteo, un lungo corteo luminoso come un fiume di fuoco per la fiaccola che ciascuno aveva acceso e reggeva in una mano, che si mosse e cominci\u00f2 a salire sul colle di Gibellina. Fu l\u00ec, tra le macerie rese pi\u00f9 sinistre e spettrali dal barbaglio delle fiaccole e dai fasci di luce dei proiettori che sciabolavano nel cielo, che vidi, alto sopra un rocchio di colonna abbattuta, Carlo Levi. Parlava a un gruppo di contadini che attorno a lui si erano disposti, e altri se ne avvicinavano e man mano il gruppo cresceva. Non sentivo le parole di Levi, ma vedevo i suoi gesti calmi e fraterni, il suo viso chiaro dall\u2019espressione confortante, vedevo l\u2019attenzione e la partecipazione dei contadini alle sue parole. E mi sovvennero in quel momento, come concentrate in un\u2019unica parola, le pagine del Cristo si \u00e8 fermato a Eboli, le pagine di Le parole sono pietre e tutte le pagine da lui scritte sul mondo contadino. Concentrate in quest\u2019unica parola: amore. Questo \u00e8 la forza e la poesia delle pagine di Levi: l\u2019amore per tutto quanto \u00e8 umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacit\u00e0 di guardare, leggere e capire la realt\u00e0, capacit\u00e0 di leggere la realt\u00e0 contadina meridionale, di comunicare con essa. Da questo suo amore poi, l\u2019ironia e l\u2019invettiva contro il disumano, contro i responsabili dei mali, e la risolutezza nel ristabilire il senso della verit\u00e0 e della giustizia.<\/p>\n\n\n\n<p>Le parole sono pietre \u2013 mai titolo di libro fu pi\u00f9 felicemente duro e capace di colpire \u2013 \u00e8 il frutto di un viaggio in Sicilia in tre tempi: nel 1951, nel 1952 e nel 1955, anno, questo stesso, in cui fu pubblicato per la prima volta il libro. Viaggio e non soggiorno, com\u2019era stato per la Lucania. E proprio perch\u00e9 frutto di viaggio, Le parole sono pietre, al contrario del Cristo si \u00e8 fermato a Eboli, ha dentro come un ritmo urgente, una tensione e quasi una febbre dello sguardo e dell\u2019intelligenza nel cogliere voracemente la realt\u00e0 e subito restituirla nella sua purezza e nel suo significato pi\u00f9 vero.<\/p>\n\n\n\n<p>Ultimo, allora, di una lunghissima e illustrissima schiera di viaggiatori in Sicilia, viaggiatori che spesso, in questa terra antica e composita, enormemente stratificata, sono stati ingannati e fuorviati da superfici arditamente colorate o da monumentalit\u00e0 incombenti, fino a giungere qualche volta allo smarrimento (come successe a quel povero inglese di nome Newman, divenuto poi cardinale, che dalla Sicilia scapp\u00f2 confuso e febbricitante), ultimo, dicevo, Levi, non ha distrazioni e incertezze.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 1951 non era, tanto per non cambiare, un anno particolarmente felice per l\u2019Italia e ancor pi\u00f9 per il Meridione e la Sicilia. Era un anno uguale o esattamente speculare a quello di cinquant\u2019anni prima, al 1900. All\u2019inizio di questo secolo, in Sicilia, dopo le ferite aperte dalle repressioni statali ai moti dei contadini e degli operai delle miniere di zolfo, era cominciata, col governo Giolitti, una terribile crisi agraria seguita da una grave crisi economica che aveva obbligato le masse diseredate e angariate dai creditori a salire sui bastimenti e salpare per l\u2019America. Fu, quello, il primo grande esodo, la prima grande emigrazione. Mezzo secolo dopo, uscita, la Sicilia contadina, stremata dal fascismo e dalla guerra, ma accesa nella speranza di poter finalmente intervenire nella storia, di poter cambiare, essa, il corso della storia, subisce ancora la repressione e il sangue, da parte dello Stato, da parte delle eterne, oscure e prepotenti forze che da sempre l\u2019hanno tenuta in soggezione: gli agrari e la mafia. Questi, nel 1947, armano la mano di un bandito, Giuliano, e lo fanno sparare contro contadini inermi che a Portella della Ginestra festeggiano il 1o maggio. Le elezioni nazionali del 1948 poi \u2013 sulle quali influirono pesantemente gli Stati Uniti e la Chiesa, per scongiurare, dissero, \u00abil pericolo comunista\u00bb \u2013 e il conseguente governo centrista di De Gasperi, avevano vanificato i risultati e le speranze delle prime elezioni regionali siciliane, dell\u2019aprile del \u201947, in cui le forze popolari avevano ottenuto una grande affermazione. E nel 1951, ancora sotto un nuovo governo De Gasperi, nonostante gli aiuti americani del piano Marshall e nonostante l\u2019istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, il divario fra le due Italie, quella del Nord e quella del Sud, si allarg\u00f2 sempre pi\u00f9. Nei primi anni cinquanta comincia cos\u00ec il secondo grande esodo delle masse contadine meridionali verso l\u2019Italia settentrionale, verso il centro Europa, verso l\u2019America, di nuovo verso quella mitica America nella quale erano approdati altri emigranti cinquant\u2019anni prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra questi emigrati in America dell\u2019inizio del secolo, vi fu un calzolaio siciliano, con moglie e sei figli. Uno di questi figli, Vincent, Vincent Impellitteri, cresciuto negli Stati Uniti, un giorno diventa sindaco di New York. Nel 1951, a distanza di mezzo secolo, questo primo cittadino della \u00abpi\u00f9 grande citt\u00e0 del mondo\u00bb ritorna, quasi come una divinit\u00e0, per una breve visita, al suo paese natale: Isnello, un paesino desolato sopra le Madonie, 600 metri d\u2019altitudine, 4000 abitanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Carlo Levi segue Impellitteri in questa giornata di commozione e di trionfo a Isnello, guarda tutto, ascolta, annota, e ci fa subito capire, con la sua lieve ironia, che dietro la bella favola, dietro la mitologia dell\u2019uomo di umili origini che pu\u00f2 diventare importante in una nazione, come quella americana, \u00abdove c\u2019\u00e8 libert\u00e0 e uguaglianza\u00bb, una ben altra realt\u00e0 si nasconde. Quella per esempio del feroce gioco politico in una citt\u00e0 come New York, gioco per cui un \u00abestraneo\u00bb come Impellitteri pu\u00f2 diventare sindaco solo con l\u2019appoggio dell\u2019Italian American Labor Council, il potentissimo consiglio del lavoro del settore dell\u2019abbigliamento che vanta legami con la mafia. Ci fa capire che, contro il successo \u00abpulito\u00bb di un Impellitteri o contro il successo sporco di un gangster come Lucky Luciano, ci sono stati Sacco e Vanzetti, c\u2019\u00e8 una massa enorme di immigrati che lavora e sgobba e non si arricchisce, non ha successo, resta povera. Che non ci sono Eldoradi, non ci sono nazioni innocenti, non esistono l\u2019azzardo e la fortuna. Esistono i diritti e la giustizia: quelli bisogna far rispettare, questa reclamare. Se non l\u2019hanno capito i contadini di Isnello, frastornati dalla Pontiac, dai discorsi reboanti delle autorit\u00e0 e dall\u2019invasione dei petulanti giornalisti americani, lo hanno capito gli zolfatari di Lercara Friddi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 qui che a Levi si apre l\u2019antico mondo siciliano delle zolfare. Di cui bisognerebbe conoscere la storia: dei carusi ceduti dalle famiglie ai picconieri che su questi lavoratori bambini hanno ogni potere (ma il potere sommo, e sui picconieri e sui carusi, \u00e8 esercitato dal proprietario, dal gabellotto, dal sorvegliante); del lavoro disumano dentro quelle fosse dantesche, delle esplosioni frequenti e dei crolli che vi avvenivano e delle vittime che dentro rimanevano sepolte; e la storia, anche, delle ribellioni e degli scioperi degli zolfatari, come quelli del 1893, che Pirandello raccont\u00f2 nel suo romanzo I vecchi e i giovani.<\/p>\n\n\n\n<p>A Lercara, dunque, nonostante la chiusura politica che sull\u2019Isola e la Penisola in quegli anni si andava effettuando, nonostante la crudelt\u00e0, l\u2019arroganza e la mafiosa sicurezza del proprietario della miniera Ferrara, detto Nerone, gli zolfatari, col loro primo sciopero che dura ormai da un mese, hanno appena acquistato una nuova coscienza, sono appena entrati \u00abnel mobile fiume della storia\u00bb. La causa di questo miracolo era dovuta al sacrificio di un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, morto schiacciato da un masso dentro la miniera. \u00abAlla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perch\u00e9, per morire, non aveva finito la sua giornata\u00bb: \u00abIl senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trov\u00f2, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominci\u00f2\u00bb. Con poche parole secche Levi ci racconta un fatto tragico ed enorme. Trovato ora, qui a Lercara Friddi, il filo, lo scopo del viaggio, e del libro \u2013 la nuova coscienza e l\u2019ingresso nella storia del mondo contadino siciliano \u2013 Levi corre su una precisa direzione. Non potendo per\u00f2 fare a meno di indugiare su quanto ancora in Sicilia ristagna e imputridisce, su quanto di violento investe, di penoso sgomenta, di dolce sfiora, di storico di mitico di poetico torna alla memoria. Ed \u00e8 Palermo, la fastosa e miserabile Palermo, con i suoi palazzi nobiliari che imitano le regge dei Borboni tra i \u00abcortili\u00bb di tracoma e di tisi, con le ville-alberghi in stile moresco-liberty di imprenditori come i Florio che s\u2019alzavano sopra i tetti dei tuguri; la Palermo dalle strade brulicanti d\u2019umanit\u00e0 come quelle di Nuova Delhi o del Cairo e dei sotterranei dei conventi affollati di morti imbalsamati, bloccati in gesti e ghigni come al passaggio di quello scheletro a cavallo e armato di falce che si vede nell\u2019affresco chiamato Trionfo della morte del museo Abatellis. \u00c8 la nera Catania di lava, l\u2019azzurro-nera Aci Trezza di Verga, la Segesta d\u2019oro o la bianca Erice di Venere; \u00e8 Partinico con le buie case dei pazzi del quartiere Spine Sante, dove si muove Danilo Dolci, incomodo accusatore di mali e suscitatore di speranze; \u00e8 Montelepre, con le sue aspre e orride montagne, teatro di imprese banditesche.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma vediamo, con Levi, Bronte e la ducea di Nelson.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo feudo, ottenuto dal cinico ammiraglio inglese per aver versato il sangue dei giacobini rivoluzionari napoletani (egli personalmente impicc\u00f2 all\u2019albero della sua nave l\u2019ammiraglio Caracciolo), fu sempre difeso dai suoi discendenti con la repressione e il sangue. Come nel 1860, quando, per ordine di Bixio, vengono fucilati cinque rivoltosi, fra cui un povero, innocente pazzo. E questa resta una delle pagine pi\u00f9 nere della cosiddetta epopea garibaldina. Ora, in questo 1955, dopo quasi un secolo da quell\u2019impresa, i braccianti e i contadini che lavorano la terra della ducea sono ancora l\u00ec, nei tuguri, nei vicoli e nei cortili fetidi e malarici dagli ironici nomi di fiori, di muse e di poeti, che suonano come \u00abingiuria\u00bb, insulto per loro. Sono l\u00ec, e i discendenti di Nelson, tramite il braccio forte e la furbizia dei loro amministratori e campieri, difendono ancora il feudo dalla legge di riforma agraria ingannando e derubando i contadini.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la disperazione dei contadini di Bronte, come la disperazione di tutta quella Sicilia che ha sofferto per i morti e le ingiustizie, trova riscatto e senso nella forza, nella lucida consapevolezza, nella ferma determinazione di entrare nella storia, di restare nella storia, di una donna: Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche qui, come a Lercara Friddi con la morte del ragazzo Michele Felice, \u00abil senso antico della giustizia fu toccato\u00bb e Francesca Serio, ferita nelle viscere sue antiche di madre mediterranea, invece di ripiegarsi nella tragica disperazione che annienta, trasferisce la sua furia nella ragione: l\u2019urlo oscuro e il pianto si articolano in parole, le parole \u2013 quelle parole che diventano pietre \u2013 in un processo verbale, il processo verbale in racconto, essenziale, definitivo; e il suo linguaggio, rivendicativo, accusatorio, giuridico, partitico, tecnico, diventa un linguaggio storico, un \u00ablinguaggio eroico\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>A Sciara, Levi ha trovato, sul filo sottile che inseguiva della nuova coscienza contadina, il punto pi\u00f9 vero e pi\u00f9 alto della realt\u00e0 siciliana di quegli anni. E pi\u00f9 vero e pi\u00f9 alto si fa allora il tono del libro: le pagine su Francesca Serio sono indimenticabili, sono pagine di commozione rattenuta dal pudore, pagine di parole scarne e risonanti, pagine di poesia.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono passati pi\u00f9 di cinquant\u2019anni dalla prima pubblicazione di questo libro. In questo mezzo secolo la realt\u00e0 siciliana si \u00e8 trasformata, e non nel senso indicato da Francesca Serio e nel senso sperato da Carlo Levi, in quello cio\u00e8 del progredire della storia verso la giustizia e la serenit\u00e0 per tutti. I braccianti e i contadini di Bronte sono emigrati in Germania, la ducea di Nelson \u00e8 stata venduta alla Regione siciliana per un buon numero di miliardi; le miniere di zolfo di Lercara Friddi e tutte le altre miniere siciliane sono state chiuse perch\u00e9 improduttive: restano l\u00ec, gialle sotto la luna, come cavi monumenti di antiche morti e antiche sofferenze.<\/p>\n\n\n\n<p>Di Francesca Serio, vecchia di oltre settant\u2019anni, si sono avute le ultime notizie molti anni fa dalle colonne di un quotidiano dell\u2019Isola. Si ricordava, su quel giornale, che venti anni prima, al processo di Palermo contro i mafiosi assassini di Salvatore Carnevale, l\u2019avvocato di parte civile era Sandro Pertini. E su quel giornale era fotografata lei, com\u2019era allora, alta e sottile, nobile nei lineamenti del volto incorniciato dallo scialle nero, che si appoggiava al braccio di Pertini. Diceva, sul giornale, di colui che sarebbe diventato presidente della Repubblica: \u00ab\u00c8 un uomo giusto, un uomo giusto\u00bb. I giusti, la giustizia: erano ancora le sue uniche certezze.<\/p>\n\n\n\n<p>VINCENZO CONSOLO<\/p>\n\n\n\n<p>Gennaio 2010<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"660\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-660x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3622\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-660x1024.jpg 660w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-193x300.jpg 193w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-768x1192.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-989x1536.jpg 989w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre-1319x2048.jpg 1319w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Le-parole-sono-pietre.jpg 1602w\" sizes=\"(max-width: 660px) 100vw, 660px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>[&#8230;]<br>  \u2013 Da bambino mi mangiavo i ricci interi, con la scorza e le spine e il guscio, tanta era la fame: perch\u00e9 la nostra bocca \u00e8 un mulino; e anche i fichi d\u2019India mi mangiavo con la buccia e non mi facevano male, tanta era la fame; perch\u00e9 il nostro stomaco \u00e8 un calderone e sotto la gola c\u2019\u00e8 una vampa che brucia ogni cosa, \u2013 mi diceva lo scoparo dell\u2019Aspra aprendo per me dei ricci di mare che era stato a pescarmi sulle rocce di quella costa fra Bagheria e Capo Zafferano, sotto le rovine dell\u2019antica citt\u00e0 di Solunto, che \u00e8 forse il luogo pi\u00f9 bello dove un corpo umano possa stendersi al sole. Rocce scoscese terminano in mare con una specie di cornice o di piedistallo di pietra appena sopra il livello dell\u2019onda, che, gonfiandosi dolce, la ricopre a tratti; e questa cornice piena di alghe e di conchiglie e di madrepore e di animali marini, dove si pu\u00f2 passeggiare protetti alla vista dalle rocce strapiombanti e scavate sotto all\u2019acqua in mille invisibili anfratti, \u00e8 forata qua e l\u00e0 da larghe buche rotonde o in forma di cuore, come dei piccoli laghi o delle vasche naturali tappezzate di alghe tenere e piene di un\u2019acqua appena mossa. Qui, in questi cuori marini, ci si pu\u00f2 adagiare, mentre dai fori della roccia sale in spruzzi e in getti subitanei, con un gorgoglio sotterraneo, una doccia improvvisa, e, avvolti teneramente dal mare, rimanere a lungo senza pensieri, con null\u2019altro davanti che un impenetrabile azzurro.<\/p>\n\n\n\n<p>La capanna dello scoparo sta in alto sopra le rocce, ci si sdraia per asciugarsi, come su un morbido letto, su mucchi di giunchi, mentre egli li intreccia a triplici scope di palma che sembrano cimieri di Paladini o di guerrieri selvaggi, con tre criniere, e costano settanta lire. Questo luogo paradisiaco mi era stato indicato dalla duchessa di S., madre di una mia amica, che, avendo saputo del mio passaggio per Bagheria, mi aveva fatto pregare di salire nella sua villa perch\u00e9 voleva assolutamente conoscermi, e io, che avevo trovato chiusa la bottega dei carri dei fratelli Ducati (provvisoriamente chiusa perch\u00e9 il lavoro scarseggia anche per questi che sono i migliori pittori della costa, perch\u00e9 i carri calano di numero di mese in mese, sostituiti, a poco a poco, dai camion), ero salito alla villa, meravigliosa di architettura e di giardini alti sul paese davanti al mare, dove stava svolgendosi il banchetto di nozze di una delle cameriere, con volo di uccelli dalla torta nuziale, e ballo, e un pranzo fatto, secondo l\u2019uso, di un solo piatto di pasta al forno con rag\u00fa di carne, seguito immediatamente dai confetti, dalle torte, dai croccantini, dai bign\u00e9, dai desserts colorati, dagli amaretti, dagli africanelli, dai pavesini, dagli svizzeri e da una sterminata quantit\u00e0 di spumoni, di cassate, di bombe Etiopia, di Moka, di nocciole Chantilly e di fragole imbottite. La duchessa troneggiava con bonaria autorit\u00e0 in mezzo alla festa; mi port\u00f2 a visitare la villa piena di bizzarre statue dello Ximenes, ricordo di ottocentesche esposizioni internazionali, mi mostr\u00f2 la sua stanza, dove vive lontana dal mondo, che, mi disse, ella odia. Una antica belt\u00e0 per cui credo abbiano battuto molti cuori, e se ne vede ancora sul suo viso il chiaro ricordo; piena di energia vitale e di bizzarra violenza. Con questa energia e violenza mi assal\u00ed di domande. Da quanto tempo, mi disse, voleva sapere se io ero meglio o peggio dei miei libri; e io dovetti sottopormi, non so con quale risultato, al confronto e all\u2019esame, che non lasci\u00f2 da parte nessun punto e si volse alla letteratura, alla pittura, e perfino all\u2019amore, e a Dio. Come resistere a quella scatenata forza della natura? Mi fece promettere che, in bene o in male, in tutti i modi, avrei scritto sinceramente qualche cosa di lei: e io, troppo brevemente, mantengo la promessa. Prima che mi congedassi ci raggiunse un giovane principe, suo amico o parente non so, che raccont\u00f2 inaudite stravaganze e follie di spettacolosi membri della sua famiglia: personaggi morti da poco, con stature e barbe imponenti, pieni di disprezzo feudale, di manie smisurate, di proterva e folle vitalit\u00e0. Avventure, scherzi, mistificazioni, travestimenti, pieni tutti di un grano di genio e di pazzia, e del senso della vita come di un teatro illimitato. Il discorso a un certo punto cadde su Sciara, dove egli aveva passato lunghi periodi della sua infanzia nel castello di una sua parente, la principessa Notarbartolo. Gli dissi della mia intenzione di andarci, e dell\u2019uccisione del capolega. Non ne sapeva nulla di preciso, gli pareva vagamente di averne sentito parlare: doveva essere un violento, un esaltato\u2026 \u2013 Sciara, \u2013 mi disse, \u2013 \u00e8 un paese ricco, c\u2019\u00e8 lavoro, bestiame, non ci sono poveri, ci si fanno delle cacce meravigliose, le campagne sono piene di quaglie. Da ragazzo stavo su al Castello, li conosco tutti quelli di Sciara, si saliva a caccia sul monte San Calogero, si prendevano le quaglie, una volta abbiamo ammazzato un\u2019aquila reale.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ed oggi ero sulla strada per Sciara con Alfio e la sua Appia, e rifacevo ancora una volta, dopo quattro anni, la via della costa, nel grande sole di luglio. Passato Porticello e Casteldaccia, e Altavilla Milicia, bianca sulla collina, e San Nicol\u00f2, ci dovemmo fermare a lungo al passaggio a livello di Trabia, sempre chiuso per i lavori del doppio binario e per le manovre dei treni. Un bambino venne a offrirci un cestino di fragole freschissime. Si discusse sul prezzo, e Alfio, abituato a vedere quel ragazzo, in quel suo commercio che profittava della fermata obbligatoria al passaggio a livello, gli chiese, cos\u00ed a caso per farlo parlare, come era andata la lite coi suoi rivali. La lite immaginaria c\u2019era stata davvero e il bambino l\u2019aveva risolta a suo vantaggio applicando spontaneamente la regola della forza e del prestigio che regge tutto il paese. \u2013 Mi sono preso un socio, \u2013 disse. \u2013 Quell\u2019altro, che voleva vendere le fragole qui dove spetta a me, era pi\u00fa grande, ma adesso che siamo in due comandiamo noi e non ci viene pi\u00fa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo Trabia e Termini Imerese, \u00e8 la stessa strada di Isnello, fino a un bivio sulla destra. Qui si lascia la costa e si sale per una strada sbrecciata, polverosa e piena di buche, verso l\u2019interno. Subito l\u2019aspetto del paese cambia, si apre una grande valle di monti nudi, compare, lontana sul monte di faccia, Cerda, grigia nelle nude distese dei campi, con quel colore di terra e di stoppie, di silenzio e di antica malaria che accompagna come una nota continua e patetica la fatica contadina. A destra si leva altissimo il monte San Calogero, isolato e torreggiante, avvolto di nubi verso la cima. Dal suo interno scendono al mare le calde acque termali. Sotto la Sicilia, si racconta, sta sdraiato in eterno un Ciclope, l\u00e0 schiacciato sotto quel peso, per vendetta degli D\u00e8i. La sua bocca \u00e8 sotto l\u2019Etna e lancia fiamme di lava, le sue spalle a Siracusa e allo Stretto, i suoi piedi sotto il monte di Erice, e, sotto il San Calogero, i suoi reni stillanti in eterno quelle acque benefiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Si sale a giravolte, tra i campi di stoppie del feudo. Passiamo in un uliveto di grandi alberi centenari, contorti, grigi e argentei sul giallo delle stoppie. \u00c8 un uliveto della principessa, come tutte le terre circostanti. \u2013 Qui, \u2013 dice Alfio, \u2013 per queste olive, cominci\u00f2 la prima azione di Salvatore Carnevale. Per queste olive e per questo grano. Quando lo hanno ammazzato, il grano era alto \u2013. Ora, il grano era stato mietuto; qua e l\u00e0, lontano, sulle distese del feudo, sorgevano i pagliai, come torri quadrate, e l\u2019ombra grigia dei grandi olivi si stendeva sulla terra.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Salvatore Carnevale io l\u2019ho conosciuto, l\u2019ho visto molte volte quando era vivo, qui a Sciara, e nelle riunioni contadine. Aveva trentadue anni, alto, bruno, scuro di pelle, nero di occhi e di capelli, pieno di fuoco e di energia, anche buon oratore era, deciso, violento, estremo, ma insieme molto equilibrato e con una visione precisa e semplice delle cose. Era uno dei migliori, un vero capo contadino. Era il solo di quella qualit\u00e0 qui a Sciara, e gli altri lo hanno capito benissimo. Fu lui a fondare la sezione socialista di Sciara, nel \u201951, e a mettere in piedi la Camera del lavoro. A Sciara non c\u2019era mai stato nulla, nessun partito, nessuna organizzazione per i contadini, niente mai. Era un paese feudale, lo vedrai. Fermo nelle stesse condizioni da chiss\u00e0 quanti secoli, terra di feudo, con la principessa, i soprastanti, i campieri; e i braccianti che non sapevano neanche di esistere, immobili da secoli. \u00c8 un paese poverissimo, naturalmente (ti diranno che non \u00e8 vero) in mano alla mafia. Non \u00e8 un grosso centro di mafia come Caccamo, Termini, o Trabia o Cerda che le stanno tutto attorno, perch\u00e9 \u00e8 poco pi\u00fa di un villaggio. Ma quei pochi mafiosi sono i padroni e fanno la legge. \u00c8 la condizione elementare dei paesi del feudo. Carnevale fu il primo, e mosse ogni cosa con l\u2019esempio e il coraggio. Perch\u00e9 aveva una mente chiara, e cap\u00ed che non si pu\u00f2 venire a patti, che i contadini dovevano muoversi con le loro forze, che il contadino per vivere deve rompere con la vecchia struttura feudale, non pu\u00f2 fare le cose a mezzo, non pu\u00f2 accettare neppure il minimo compromesso. Cap\u00ed che l\u2019intransigenza \u00e8, prima che un dovere morale, una necessit\u00e0 di vita, e che il primo passo \u00e8 l\u2019organizzazione, e che ci si pu\u00f2 fondare e appoggiare soltanto sulle organizzazioni che non hanno nulla a che fare con il potere. Per questo poteva apparire talvolta eccessivo, estremista. Aveva capito che in queste condizioni primitive e tese, di fronte a un potere organizzato e ramificato che arriva dappertutto, che controlla tutto con la sua legge, l\u2019essenziale \u00e8 non lasciarsi sedurre, n\u00e9 corrompere; n\u00e9 accettare mai, come cosa reale, la paura, l\u2019omert\u00e0, la legge del terrore. L\u2019ha pagato con la vita. Ma il paese \u00e8 cambiato, lo vedrai.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Proprio qui, queste olive della principessa, sono state la sua prima vittoria, e forse lo hanno condannato a morte. Era usanza antica che i contadini di Sciara che seminavano il grano sotto l\u2019oliveto non avessero parte nel raccolto delle olive. Il grano era diviso secondo le vecchie proporzioni. Le olive erano tutte della proprietaria che ne affidava il raccolto a gente forestiera, a coltivatori e raccoglitori di Caccamo e ai loro soprastanti. Carnevale si fece forte della legge, e chiese che il raccolto delle olive fosse affidato agli stessi contadini che coltivavano il grano, e che la divisione fosse fatta come vuole la legge, in modo che la parte dei contadini fosse il sessanta per cento e quella della principessa il quaranta. Era il primo movimento contadino organizzato. E a Carnevale fu subito offerto da un amministratore del feudo, se avesse abbandonato la lotta, tutte le olive che egli avesse voluto. I contadini vinsero, ottennero quasi tutto quello che chiedevano; la mafia fu offesa e ferita nel suo fondamento, il prestigio, non tanto per la questione sindacale in s\u00e9, quanto per il modo intransigente e fiero con cui era stata condotta. Poco dopo cominciarono le occupazioni delle terre. Mi pare fosse l\u2019ottobre del \u201951. Tu sai come avvenivano queste cerimonie familiari e solenni, con le donne, i bambini, le bandiere, che andavano come a una festa a prendere il possesso simbolico della terra e poi tornavano alle loro case. Carnevale li guidava. Erano andati qui, sopra questi campi che si chiamano contrada Giardinaccio (\u00e8 l\u00ed che poi \u00e8 stato ammazzato). Al ritorno al paese il corteo fu fermato dal brigadiere, e Carnevale con tre altri contadini fu chiamato in Municipio per discutere, arrestato e mandato per otto giorni alle carceri di Termini Imerese; e di nuovo, anche questa volta, comparvero le minacce e le seduzioni della mafia. Un soprastante si rivolse alla madre offrendole la migliore tenuta di olive se il figlio avesse lasciato stare il partito, e oscure e chiarissime minacce se non fosse sottostato alle offerte. Ma queste cose te le racconter\u00e0 assai meglio sua madre.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019oliveto era finito, il terreno era aperto, il grano mietuto fino a perdita d\u2019occhio, fino a un lontano dosso dietro a cui d\u2019un tratto apparve il paese. Veramente il paese non si vedeva, ma erano sorti, come spuntati dalla terra, il castello, alto sopra una roccia, e, sotto di lui, pi\u00fa in basso, la chiesa. Fra il castello e la chiesa stava, invisibile, il paese. Pareva un\u2019immagine araldica della Sicilia feudale, troppo semplicistica, troppo simbolica per essere vera, con quei due soli neri profili verticali, stagliati sul cielo, come i segni del potere, pi\u00fa protervo e alto il primo, sottomesso e aguzzo il secondo, e, in mezzo, quasi inesistenti, nelle casupole confuse con la terra, i contadini.<\/p>\n\n\n\n<p>Un valloncello senz\u2019acqua si apriva come una fessura nella polvere bruciata dei campi, verso il monte, dove Carnevale era stato ucciso. Lasciammo la macchina e cominciammo a inerpicarci sul pendio. Incontrammo un orto e una casupola: quattro piccoli cani bastardi ci vennero incontro abbaiando furiosamente e il contadino si fece sull\u2019uscio, guardandoci diffidente. Ma quando cap\u00ed dai nostri passi dove eravamo diretti, ci salut\u00f2, e, indicandoci col gesto di un principe i quattro alberelli di frutta del suo podere, ci disse di raccogliere tutto quello che avessimo voluto, che era nostro. Salimmo tra i cardi e le erbe spinose, tornammo tra il grano, pi\u00fa in alto, fino a un sentiero orizzontale, visibile di lontano, nell\u2019uniforme terreno, per un cippo di pietra. Qui Carnevale mor\u00ed. Il cippo lo ricorda, con una semplice scritta, dove per\u00f2 due parole, le pi\u00fa modeste e innocenti, dove si parla del pianto di tutto il popolo, sono leggibili solo sotto la calce che le ricopre, cancellate per ordine del prefetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora il grano \u00e8 tagliato e l\u2019occhio vede lontano lungo il sentiero che da Sciara, a mezz\u2019ora di strada di qui, porta alla cava di pietra dove lavorava Carnevale. Ma quando, all\u2019alba del sedici maggio, gli assassini lo attendevano, il grano era alto, e li copriva. Devono essersi fermati qui ad aspettarlo per lungo tempo, si vede ancora il terreno pesticciato sopra il sentiero. E avevano fatto passare quell\u2019ora di attesa, prima di sparare, mangiando delle fave, ci sono ancora per terra le bucce rinsecchite. Mi pare che parlino maligne come antichi ruderi di un incendio, o vecchi documenti ingialliti. Le cose cos\u00ed cambiano natura, diventano prove, piene di senso, della realt\u00e0, buone o cattive, non pi\u00fa oggetti, ma testimoni e partecipi. Mi chino a raccogliere una di quelle bucce. Scendono dai campi, come uccelli che scorgono di lontano e si buttano improvvisi, o mobili abitanti del deserto, dei contadini che ci hanno veduto vicino al cippo. Si fermano rispettosi a qualche passo di distanza, ci salutano, senza chiederci chi siamo: \u2013 Buon giorno, compagni.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Carnevale \u00e8 stato l\u2019ultimo, finora, \u2013 disse Alfio, \u2013 dei contadini ammazzati sul feudo dalla mafia. La lista \u00e8 lunga in questi anni, tu lo sai. Era stato due anni lontano di qui, a Montevarchi, a lavorare. Quando torn\u00f2 era cominciata la Riforma. Settecento ettari erano stati scorporati, ma solo duecento distribuiti, e gli assegnatari avevano avuto una serie di \u00abavvertimenti\u00bb dalla mafia perch\u00e9 non credessero di godersi impunemente le terre ricevute. A chi bruciarono il pagliaio, a chi sfondarono la porta, o rubarono le pecore o le capre, o l\u2019aratro. La mafia e il feudo si difendono, tanto pi\u00fa violenti se \u00e8 una battaglia perduta. Appena tornato, Carnevale ricominci\u00f2 con l\u2019occupazione delle terre, per far applicare la legge: e per questo ha avuto un processo e una condanna. Poi lavor\u00f2 alla costruzione della strada tra Sciara e Caccamo, e poi alla cava della pietra per la costruzione del doppio binario tra Termini e Trabia, quello che ci ha fermato al passaggio a livello. Anche la cava che \u00e8 quass\u00fa, nel Giardinaccio, appartiene alla principessa, e i lavori sono di una ditta di Bologna; ma chi fa tutto sono gli appaltatori locali legati alla mafia. Carnevale era segretario degli edili e chiese le otto ore dovute per contratto mentre se ne lavoravano undici, e il pagamento dei salari arretrati. Scrisse a Palermo, fece comizi attaccando la mafia, venne di nuovo minacciato e infine ucciso mentre andava al lavoro. L\u2019assassinio era, per cos\u00ed dire, firmato, con la simbologia delle uccisioni di mafia: i colpi al viso, per sfigurare il cadavere, in segno di spregio; e il giorno seguente il furto di quaranta galline, per il banchetto tradizionale. Ma tutto sarebbe finito nel silenzio, come tutte le altre volte. L\u2019autorit\u00e0 avrebbe fatto le viste di indagare, nessuno avrebbe parlato. Si sarebbe, come tutte le altre volte, parlato di un delitto privato, per ragioni personali, o di onore, o di interesse, o di vendetta. Ma questa volta, per la prima volta nella storia della Sicilia, non \u00e8 stato cos\u00ed. La madre di Salvatore ha parlato, ha denunciato esplicitamente la mafia al tribunale di Palermo. \u00c8 un grande fatto, perch\u00e9 rompe il peso di una legge, di un costume il cui potere era sacro. Qualche cosa \u00e8 davvero cambiato. Il giorno della morte di Carnevale il paese era terrorizzato, nessuno osava andare a vedere il morto, abbandonato all\u2019obitorio. La denuncia ha scacciato il terrore, al funerale c\u2019erano tutti, si sentivano solidali e sulla strada giusta, come al centro del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Eravamo discesi sui nostri passi: tornati sulla strada, in pochi minuti giungemmo a Sciara. Una strada la traversa salendo e scendendo da un capo all\u2019altro, interrotta nel mezzo da una piazza con l\u2019aquila del monumento ai caduti, e una assurda chiesa di stile olandese goticizzante al posto della chiesa antica. Da questa strada salgono verso il castello e scendono verso la valle le vie trasversali, larghe, ripide, sassose, come dei letti di torrente. Sono delle sciare, delle strisce, sono dei fiumi di pietra che rovinano a valle. Risalendole, tra le capre e gli asini e le vacche, e le basse casipole di pietra, si vede il castello dove tutte convergono. \u00c8, visto da vicino, un modesto castelluccio, quasi una villa signorile abbandonata e cadente; ma l\u2019alta roccia a picco su cui \u00e8 costruito e le siepi spinose di fichi d\u2019India che lo circondano gli d\u00e0nno un\u2019aria militare e grifagna, come una rocca segregata e imprendibile, un luogo di separazione sanguinosa, e di disprezzo.<\/p>\n\n\n\n<p>A salirci, che pace! La campagna digrada fino al monte San Calogero ammantato di nebbie, un silenzio solenne si stende sui campi, un intatto incanto pastorale lega gli alberi, le piante, le rocce, l\u2019oro delle paglie, le azzurre lontananze, fino al cielo vuoto. Affacciandosi di lass\u00fa, tutto il paese circostante \u00e8 come un libro aperto, e nulla \u00e8 celato allo sguardo. Nell\u2019immobilit\u00e0 della campagna il minimo moto di un uccello, di un animale, di un cristiano appare nitidissimo. Tutte le strade di Sciara, tutte le case, tutte le porte di tutte le case, tutti gli scalini davanti alle porte, tutte le persone sedute sugli scalini, si vedono ad una ad una, come in un grande quadro senza ombre. Chi sta qui non ha bisogno di interpreti o di spie, ma ha, col solo sguardo, il dominio. Sa chi esce e chi entra, chi \u00e8 andato al lavoro e chi ne \u00e8 tornato, chi ha acceso il lume e chi ha mangiato, chi ha munto la vacca, chi ha chiuso la porta. E chi sta sotto, su quelle soglie, in quelle case, sente sopra di s\u00e9 gli occhi di questo uccello da preda appollaiato.<\/p>\n\n\n\n<p>In una di quelle strade in discesa, di quelle specie di scoscendimenti sassosi che dirupano a valle, \u00e8 la casa di Salvatore Carnevale e di sua madre, Francesca Serio, nella parte bassa del paese; vi si giunge dalla via principale scendendo degli alti e stretti scalini di pietra. Un vecchio stava sulla soglia, col viso rugoso bruciato dal sole, con un cappello stinto in testa: abituato alle visite, ci fece cenno di entrare. \u00c8 una sola stanza stretta e lunga che prende luce dalla porta, con un soppalco nella parte di fondo, un forno di mattoni per il pane, vicino all\u2019ingresso, qualche attrezzo appoggiato al muro nudo e bianco di calce, e un letto accostato alla parete, sotto il soppalco. Vicino al letto, seduta su una sedia, coperto il capo di uno scialle nero, sta, sola, Francesca, la madre. \u00c8 una donna di cinquant\u2019anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell\u2019aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana. Chiede a Alfio se io sono un compagno o un amico, ci fa sedere vicino a lei, presso quel letto bianco che era quello di Salvatore, e parla. Parla della morte e della vita del figlio come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l\u2019italiano, la narrazione distesa e la logica dell\u2019interpretazione, ed \u00e8 tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, e la morte del figlio, e la solitudine, e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualit\u00e0: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Cos\u00ed questa donna si \u00e8 fatta, in un giorno: le lacrime non sono pi\u00fa lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto d\u2019improvviso un punto fermo su cui pu\u00f2 poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, \u00e8 la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realt\u00e0 della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell\u2019ingiustizia che \u00e8 nelle cose.<\/p>\n\n\n\n<p>Francesca racconta: \u2013 Su mio figlio morto venne il pretore a fare la perizia, sembrava urtato. Non bada che c\u2019erano operai assai che ti guardano. Fai almeno come solito di legge, non diciamo come affetto perch\u00e9 era carne umana e perch\u00e9 era come te. Ma tu ti senti persona elevata, e quella a te ti sembrava niente. Allora fece con la testa un segno di disprezzo, e disse: \u00abAh, non era il momento di fare questo!\u00bb Come lo sento parlare cos\u00ed, mi volto e gli dico: \u00abO vigliacco, hai ragione di dirlo che non era il momento, perch\u00e9 pensi alle elezioni e tu perdi terreno. Allora quando sei al potere vieni fin dentro e mi uccidi? \u00c8 questa la disciplina che porti? Perch\u00e9 fai questa perizia per ingannarci? Perch\u00e9 non te ne vai a casa? Certo, non era il momento\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fronte all\u2019ingiustizia che \u00e8 nelle cose sta dunque la giustizia, che \u00e8 una certezza. Ma la risposta di Francesca non \u00e8 quella anarchica e individuale che arma la mano del brigante e lo spinge al bando, al rifiuto, al bosco: \u00e8 una risposta politica, legata all\u2019idea di una legge comune che \u00e8 un potere a cui ci si pu\u00f2 appoggiare, un potere nemico del potere: il Partito. La legge che d\u00e0 certezza a Francesca non \u00e8 l\u2019autorit\u00e0 n\u00e9 i suoi strumenti: questi appartengono per natura al mondo nemico.<\/p>\n\n\n\n<p>Racconta della prima pacifica occupazione delle terre nel \u201951, quando suo figlio la prima volta guid\u00f2 i contadini e venne poi arrestato:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Eravamo andati alla montagna, eravamo pi\u00fa di trecento persone; mentre eravamo l\u00e0 che stavamo mangiando un poco, chi era seduto, chi passeggiava, e non c\u2019era nessuno che danneggiasse, venne un brigadiere di Sciara con un carabiniere, dice: \u00abPer favore, per favore, per favore togliere la bandiera\u00bb. Perch\u00e9 c\u2019erano le bandiere che tenevamo sventolate. I contadini dicono: \u00abNo, perch\u00e9 dobbiamo togliere le bandiere, per quale motivo? Non \u00e8 che le bandiere fanno male. Qui non \u00e8 che stiamo facendo guasti\u00bb. Ma il brigadiere dice: \u00abAllora andiamo al paese, andiamo al paese\u00bb. Ce ne andammo al paese. Quando arrivammo un po\u2019 di via lontano, vedemmo di sotto la polizia col commissario e ci fermarono: \u00abIn alto le mani\u00bb. Noi non avevamo n\u00e9 fucili n\u00e9 scoppette, niente. Ci fermarono e presero tutti i nomi e cognomi, a mio figlio, a Polizzi, a Tirruso, a Ceruti, a Lentini che chiamiamo il sindaco di Favara. A me mi chiesero il nome. Dice:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abLei come si chiama?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abScritta sono io\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abPassassi\u00bb, dice. Alcuni prendemmo da una via, altri da un\u2019altra, c\u2019erano cinque o sei carabinieri. Disse uno di loro:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abCi avete pensato proprio a questa giornata. Ci siamo fatti le scarpe molli e i pantaloni tutti pieni di terra\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abMa per noi, \u2013 risposi, \u2013 per noi questa giornata \u00e8 la pi\u00fa bella giornata del mondo: bella, tranquilla, col sole. Questo \u00e8 un divertimento che noi non abbiamo preso mai. Se non ci date le terre incolte, secondo la legge (perch\u00e9 si devono perdere?) ne avrete da fare di queste giornate. Questa \u00e8 la prima che state facendo\u00bb. E cos\u00ed ce ne andammo al paese. Arrivati al paese, invitarono mio figlio e altri quattro ad andare al Municipio in commissione per discutere e chiarire i fatti. E mio figlio venne a casa, si cambi\u00f2 per andare al Municipio, credendo che doveva fare questo, perch\u00e9 noi non \u00e8 che eravamo imparati di fare queste dimostrazioni. Mentre erano al Municipio a discutere, venne la polizia con la camionetta, li misero sulla camionetta e se li portarono a Termini, alla prigione.<\/p>\n\n\n\n<p>La legge \u00e8 una cosa, l\u2019autorit\u00e0 \u00e8 un\u2019altra. Suo figlio, dice, voleva far rispettare la legge, il sessanta e quaranta, le otto ore, ma le autorit\u00e0 stanno dalla parte di quelli che violano le leggi. Quando, pochi giorni prima della morte, Salvatore aveva iniziato l\u2019azione per le otto ore nella cava e venne provocato dai soprastanti, and\u00f2 a raccontare il fatto al brigadiere di Sciara, e il brigadiere rispose: \u2013 Non \u00e8 competenza mia, \u2013 e rifiut\u00f2 di intervenire. Il giorno seguente ci fu lo sciopero, la ditta promise di rispettare le otto ore, e di pagare i salari arretrati. Francesca racconta che mentre lavoravano venne il maresciallo di Termini accompagnato da Mangiafridda Antonino, che faceva per la principessa il controllore dei camion.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Il maresciallo fa chiamare fra tutti Carnevale, mio figlio. \u00abCarnevale, venisse qui. Bada bene che tu sei il veleno dei lavoratori\u00bb. Mentre mio figlio gli rispondeva che lui non era il veleno dei lavoratori, ma soltanto difendeva la legge, Mangiafridda si volt\u00f2 e gli disse:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abPicca n\u2019ai di sta malandrineria!\u00bb (Durerai poco a fare lo spavaldo).<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Il maresciallo non fa il testimone contro Mangiafridda. Se le parole le diceva mio figlio, allora il maresciallo lo arrestava e se lo portava, ma siccome le ha dette Mangiafridda, che \u00e8 il delinquente, il malfattore di Sciara, che era il magazziniere della principessa, non lo arrest\u00f2 e se ne andarono. Questo fu il giorno tredici, venerd\u00ed.<\/p>\n\n\n\n<p>Di questi episodi e di questi sprezzanti giudizi sulle autorit\u00e0, lo sterminato discorso di Francesca \u00e8 fitto, a ogni momento. Essa \u00e8 tutta piena di ostilit\u00e0 e di violenza, la sua rottura \u00e8 totale e senza mezzi termini, fondata sull\u2019incrollabile certezza. \u00c8 la rottura di una situazione secolare, del riconoscimento passivo che contro quella realt\u00e0 non c\u2019\u00e8 nulla da fare. Senza quella certezza sarebbe possibile soltanto la disperazione, la rottura non sarebbe pensabile altro che nella forma poetica di un lamento funebre, o nel rifugio mitologico, nella fede nell\u2019altro mondo, nella identificazione del morto con Cristo. Anche per lei il figlio \u00e8 Cristo, ma in un modo tutto realistico (col brigadiere che come Pilato dice: \u2013 Non \u00e8 competenza mia \u2013), legato alla terra, e che non chiede amore, ma giustizia. Di qui questa passione fredda, questo impulso d\u2019azione, questo slancio, che ha un poco la stessa natura della spinta che ha mosso a emigrare, per altre vie e con altri destini, i contadini ebrei di San Meandro Garganico in cerca di giustizia su questa terra. Ma per Francesca la terra non \u00e8 altrove, \u00e8 qui, a Sciara, in Sicilia, e la guerra si conduce con la parola, nel tribunale di questa stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Chi uccide me uccide Ges\u00fa Cristo, \u2013 aveva detto Salvatore al mafioso che era stato mandato a minacciarlo cinque o sei giorni prima della sua morte. \u2013 Era notte, mio figlio tornava dal lavoro, quando in un angolo buio sent\u00ed chiamare con un sussurro: \u00abPs, ps\u00bb. Non si volt\u00f2 e non rispose. Quello allora, spuntato dall\u2019ombra, gli si avvicin\u00f2. Gli batte una mano sulla spalla. \u00abOh, \u2013 dice, \u2013 Tot\u00f2, ti sei fatto superbo\u00bb. \u00abHo un nome che mi ha dato Dio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abBene, \u2013 dice quello, \u2013 ti voglio bene, se non ti volessi bene non mi metterei in questi inciampi. Hai da levarti dal partito e stracciare tutte le carte e non pensarci pi\u00fa. Avrai una buona somma, che mentre campi non avrai pi\u00fa da lavorare\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Disse mio figlio: \u00abIo non sono carne venduta, e non sono un opportunista\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abPensaci, che altrimenti farai una mala morte\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 E allora Salvatore rispose: \u00abVieni tu ad ammazzarmi, ma di\u2019 a questi che ti ci mandano che quando hanno ammazzato a me hanno ammazzato a Ges\u00fa Cristo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Quando mio figlio arriv\u00f2 a casa era agitato, e mentre mangiava, qui su questa tavola, si dava dei colpi in testa, cos\u00ed, con le mani, ma non parlava, diceva solo: \u00abA me non mi convincono\u00bb. Ma era pallido come un morto. Dette solo due cucchiaiate giuste giuste di pasta e smise di mangiare. \u00abA tua madre non vuoi dire che cosa \u00e8 successo?\u00bb Non voleva. Ma poi me lo raccont\u00f2. Ma non mi disse il nome di quello. Mi disse che lo avrebbe detto in pubblico, al comizio, la domenica. Ma la domenica il comizio non si pot\u00e9 tenere perch\u00e9 era proibito, per la festa del Santo Patrono, e il luned\u00ed mattina, all\u2019alba, lo ammazzarono.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Chi uccide me uccide Ges\u00fa Cristo, \u2013 ripete Francesca. Ma sa che la sua Chiesa \u00e8 in piedi tuttavia (\u00abse muore un monaco non si chiude il convento\u00bb). E questo potere, questa chiesa terrestre che la fa viva, che le ha asciugato il pianto, che le ha sciolto la lingua, le ha dato un linguaggio. Non \u00e8 il linguaggio poetico della madre lucana che racconta la vita del figlio morto: \u00e8 un linguaggio di rivendicazione, di oratoria, di discussione, un atto di accusa, \u00e8 un linguaggio di partito. Anche i suoi termini suonano nuovi e strani nel dialetto: termini giuridici e politici, la legge, la riforma, il sessanta e quaranta, la lotta, l\u2019organizzazione, gli opportunisti, e cos\u00ed via. Ma nella sua bocca, davanti alla morte, questo linguaggio, questo convenzionale e monotono linguaggio di partito, diventa un linguaggio eroico, come il primo modo di affermare la propria esistenza, l\u2019arido canto di una furia che esiste per il primo giorno in un mondo nuovo. La nuova esistenza nasce con la forma della tragedia, \u00e8 oscura, minuziosa, opaca e feroce. \u00c8 una rivelazione, nel teatro del tribunale della coscienza, e del tribunale vero, quello di Palermo; un punto di verit\u00e0 raggiunto che d\u00e0 vita e moto a tutte le cose e va ripetuto senza stancarsi, in un racconto ormai fissato, che non si perde pi\u00fa, come non si perde quella raggiunta certezza. La morte del figlio le ha aperto gli occhi, ha fatto di lei una persona nuova e diversa, fortissima, indifferente agli altri, superiore a tutte le cose perch\u00e9 sicura di questa sua nuova esistenza. Prima, era una donna qualunque, una povera donna contadina, una forestiera qui a Sciara, che veniva da un paese della provincia di Messina, abbandonata dal marito, che scomparve e poi mor\u00ed. Era venuta con questo figlio di cinque mesi, forse malvista in principio perch\u00e9 forestiera e sola.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Andavo a lavorare per campare questo figlio piccolo, poi crebbe, and\u00f2 a scuola ma era ancora piccolino, cos\u00ed tutti i mestieri facevo per mantenerlo. Andavo a raccogliere le olive, finite le olive cominciavano i piselli, finiti i piselli cominciavano le mandorle, finite le mandorle ricominciavano le olive, e mietere, mietere l\u2019erba perch\u00e9 si fa foraggio per gli animali e si usa il grano per noi, e mi toccava di zappare perch\u00e9 c\u2019era il bambino e non volevo farlo patire, e non volevo che nessuno lo disprezzasse, neanche nella mia stessa famiglia. Io dovevo lavorare tutto il giorno e lasciavo il bambino a mia sorella. Padre non ne aveva, se lo prese mio cognato qualche anno a impratichirsi dei lavori di campagna. Lo mandai alla scuola fino alla quinta, aveva il diploma e andava a giornata, e ci industriavamo la vita per campare fino a quando and\u00f2 soldato.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ed Salvatore era venuto su senza il padre, e aveva dovuto superare gi\u00e0 da bambino una condizione particolare anche pi\u00fa difficile di quella degli altri bambini contadini, ed era cresciuto pieno di orgoglio. Aveva fatto due tentativi di uscire da quel mondo ristretto: un concorso per entrare nella polizia, dove non fu ammesso per la fedina penale di uno zio, un altro per diventare autista militare, che non riusc\u00ed perch\u00e9, per il ritardo a preparare i documenti, pass\u00f2 il limite di et\u00e0 stabilito. Non era uno da accettare la condizione servile, il movimento contadino gli evit\u00f2 la protesta individuale, la rivolta del bandito; e si fece organizzatore sindacale. La madre non lo seguiva, legata ancora al vecchio costume.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Quando ci furono le prime elezioni, \u2013 racconta Francesca, \u2013 allora non c\u2019era ancora il partito qui a Sciara, e Salvatore mi disse: \u00abMadre, vorrei metteste il voto per Garibaldi, non si pu\u00f2 sbagliare, \u00e8 quello con la berretta, si riconosce, non ve lo scordate\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abNo, non me lo scorder\u00f2\u00bb. Se lo fece promettere. Ma io quando andai a votare e vidi quel Dio benedetto di Croce, pensai: \u00abQuesto Dio lo conosco. Come posso tradirlo per uno che non conosco?\u00bb E misi il segno sulla Croce. A lui non dissi nulla: ma i voti per Garibaldi, in tutto il paese, furono appena sette, e il conto non tornava. Salvatore si arrabbi\u00f2. Era un poco nervoso: divent\u00f2 un Lucifero. Ma io non gli dissi mai nulla di come avevo votato. Poi, quando si form\u00f2 il partito qui a Sciara, la sera che firm\u00f2 e si mise a capo come segretario, io feci una seratina di pianto. \u00abFiglio, mi stai dando l\u2019ultimo colpo di coltello, non ti ci mettere alla testa. Il voto daglielo, ma non ti ci mettere alla testa, lo vedi che Sciara \u00e8 disgraziata, \u00e8 un pugno di delinquenti, vedi che sei ridotto senza padre e dobbiamo lavorare\u00bb. Ma lui rispose che erano tanti compagni e che non avessi paura. Io non volevo; ma ormai, madre di socialista ero, che dovevo fare?<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ed cominci\u00f2 il lavoro politico del giovane contadino, fondato sul senso di una nuova legge e del suo libero esame; e cominci\u00f2 nello stesso tempo la lotta contro la mafia, le sue lusinghe, le sue minacce tante volte ripetute. Ma la madre allora non era ancora quella di oggi, non era staccata dall\u2019antico costume e dalle antiche paure. La zia, che ora \u00e8 entrata nella casa, \u00e8 rimasta ancora oggi in parte quella di prima. Si siede vicino a noi e non parla, ma capisco che non pu\u00f2 evitare il vecchio pensiero che la colpa della morte del nipote era nella sua attivit\u00e0 politica. \u00c8 pi\u00fa giovane della sorella, ha un viso pi\u00fa umano, gli occhi pi\u00fa umidi di sentimento. Era anche lei madre a quel bambino che aveva allevato mentre la sorella lavorava nei campi; e sembra, a vederla, nel suo accorato silenzio, pi\u00fa visceralmente legata a quel morto, pi\u00fa indifesa, come un animale ferito. Ma Francesca non si arresta di parlare, racconta dell\u2019infanzia del figlio, delle prime lotte, dei due anni passati da lui a Montevarchi (\u2013 Maledetto il giorno che lo mandai a chiamare \u2013), dei suoi gesti, delle sue risposte ai funzionari, del suo lavoro tra i compagni contadini. Quando racconta dei detti del figlio, delle sue grandi e nobili frasi (come quando, a un tenente dei carabinieri che gli puntava contro la pistola, al ritorno da una occupazione di terre, a cavallo con la bandiera, disse: \u2013 Spara. Io sono qui soltanto per l\u2019onore del popolo, \u2013 e mille altre), non altera la verit\u00e0, per gusto teatrale, ma se ne accorge per la prima volta, e questo basta a dare alle frasi nobilt\u00e0 e grandezza. Il suo discorso \u00e8 un Vangelo, un povero, poliziesco vangelo di verit\u00e0, una testimonianza di verit\u00e0. Questo solo conta per lei; mentre parla giungono dalla chiesa vicina i rintocchi della campana. Non arresta il suo dire, ma vedo che fa rapidamente il suo segno di croce e mormora: \u2013 Santa campana, testimone di verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Avvisi di morte, offerte e minacce, Salvatore ne aveva avute molte, e di ciascuna il racconto \u00e8 lungo, circostanziato, preciso, documentato, fin da quelle degli inizi o da quando era in prigione a Termini, e venne Tardibuono dalla madre e le disse: \u2013 Che ci guadagna con questo partito? si mette le grate davanti, e gli altri si raccolgono le olive. \u00c8 un partito di \u00abscanazzati\u00bb. Se si leva, noi gli daremo la meglio terra, le olive \u2013. Le ultime furono quelle dell\u2019uomo che gli parl\u00f2 all\u2019oscuro, il dieci o undici di maggio, e quelle di Mangiafridda, il tredici. La domenica non pot\u00e9 tenere il comizio dove voleva fare i nomi di quelli che dovevano ucciderlo. La sera c\u2019era festa nel \u00abbaglio\u00bb della principessa; l\u00e0 lo aspettavano: quasi per un presentimento, non volle salire: and\u00f2 invece al cinematografo con la madre e la zia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Era un po\u2019 disturbato, perch\u00e9 il comizio non lo aveva fatto, poi vanno a fare una pellicola cos\u00ed disgraziata, c\u2019era un marito, una moglie, un altro con una accetta e gli hanno calato l\u2019accetta in testa e gli hanno stroncato la testa. Mio figlio disse: \u00abGuardate come li ammazzano gli avversari\u00bb, si alz\u00f2 con la faccia come la morte, mi disse: \u00abVado a dormire, restate qua\u00bb. Quando fin\u00ed il cinema, verso l\u2019una, me ne venni a casa con la sedia e trovai mio figlio sul letto, che leggeva. Lui dormiva qui, io sopra nel soppalco. Sempre studiava la notte nel letto, tutte le sere per due, tre ore, fino a tardi. Quella notte io feci un sogno, sognavo di cantare, che voce bella che avevo, che applausi. Il canto della notte sar\u00e0 il pianto del giorno. La mattina dovevo andare a lavorare. Alle cinque e mezza l\u2019ho lasciato che si faceva i capelli e sono andata al pagliaio. Quando sono tornata, mio figlio stava nello stradale e se ne andava. Io dovevo andare in campagna, ma era mattina presto e mi misi a fare il pane. Facevo il pane quando mio figlio moriva.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Mentre facevo il pane \u00e8 arrivato mio cognato: correva gi\u00e0 in paese la voce che c\u2019era stato un morto, ma io non ne sapevo niente. Mi chiese se Tot\u00f2 era andato alla cava, a che ora era partito, se era solo. Aveva la faccia pallida e mi insospettii. Pensai a qualche disgrazia, e mi misi a piangere. Mi disse che c\u2019era stato un morto, ma che era un vecchio, e che si andava a informare. Io corsi per il paese a chiedere notizie, vidi gente che piangeva, ma nessuno voleva dirmi nulla. E allora presi la via che aveva fatto mio figlio, con una donna che aveva alla cava il marito. Camminavo in fretta, guardando se vedevo tornare mio cognato, mio fratello; se tornavano, non era mio figlio, ma se non tornavano, era lui. Quando fui nella strada, intesi il rumore di una macchina. Gir\u00f2 la curva, vidi che era Mangiafridda. Lo fermai e gli dissi: \u00abDimmi la verit\u00e0, chi \u00e8 questo morto?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abDa come \u00e8 messo non si pu\u00f2 conoscere, \u2013 disse Mangiafridda, \u2013 c\u2019\u00e8 il brigadiere e i carabinieri che non fanno avvicinare nessuno. Davvero, sull\u2019onore di mia madre, non me lo fecero vedere\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Quando mi disse: \u00abC\u2019\u00e8 il brigadiere e i carabinieri\u00bb che erano meglio che fratelli, erano sempre insieme, mangiavano insieme quando andavano in campagna, quando trebbiavano insieme a tutta la partita della principessa: \u00abA te non ti disse il brigadiere questo morto chi era? Tu?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Mi si mossero tanto i nervi che a me sembrava di essere in un apparecchio che camminavo, e non pi\u00fa a piedi, e camminavo; quella donna che era con me ogni tanto correva e mi prendeva per il braccio: \u00abE l\u00e9vati, e fammi camminare, fammi questo favore\u00bb. Fin\u00ed che arrivai dove era quel morto. Ma chi fui? Un fulmine, camminai come una disperata, nemmeno i piedi li posavo pi\u00fa in terra. Quando sono arrivata, prima \u00e8 venuto mio cognato: \u00abNon correre che non \u00e8 tuo figlio\u00bb. Ma aveva la faccia come i morti. Mentre davo un altro passo, si avvicina il brigadiere di Sciara: \u00abSignora, non \u00e8 suo figlio\u00bb. Mentre mi dicevano che non era mio figlio, ho fatto un altro passo e ho visto i piedi del morto, che era messo a testa sotto e coperto, e spuntavano solo i piedi, ma io ho visto le calzette bianche, erano le calzette che ho lavato ieri a mio figlio, che mio figlio ha messo nei piedi, e i piedi erano messi come metteva i piedi mio figlio, cos\u00ed. Non mi lasciavano avvicinare. Viene il maresciallo di Termini: \u00abSe lei ha figli ed \u00e8 cristiano, \u2013 (il maresciallo si mise a piangere), \u2013 mi deve portare da mio figlio, che questi vigliacchi dicono che non \u00e8 mio figlio, ma \u00e8 mio figlio\u00bb. \u00abLei sa che non si pu\u00f2 toccare\u00bb, mi disse. \u00abNon lo toccher\u00f2, lo voglio solo vedere: \u00e8 mio figlio, nelle gambe \u00e8 mio figlio, nei piedi \u00e8 mio figlio, nello stare \u00e8 mio figlio, voglio vedere la sua faccia\u00bb. Tre volte mi infilai per potergli vedere la faccia: era nascosta. A lato mi si erano messi quei carabinieri e mi tenevano e mi guardavano.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 \u00abQuando vennero ad ammazzare mio figlio non ci vennero a guardare, e ora guardano me. Io non \u00e8 che ho ammazzato nessuno, che lo ho allevato per trentadue anni, e ora per andarlo a vedere mi guardate, a me mi guardate, e a quelli li lasciate liberi\u00bb. Intanto, girando di spalle, dissi: \u00abFiglio, e come ti ammazzarono, e cos\u00ed ti misero bello sistemato?\u00bb Nella terra non c\u2019era nessun segno, niente, uno che \u00e8 sparato, che \u00e8 stato ammazzato, certo un movimento lo deve fare, o resta con il collo torto, o con le braccia aperte, o con una gamba allargata\u2026 certo non \u00e8 che come spira resta. Finch\u00e9 era freddo il sangue qualche movimento lo deve fare. Uno spasimo, una convulsione in terra la deve fare; l\u00e0, niente, pare che di sera si coric\u00f2 lui, era messo bello aggiustato, la faccia bocconi che non si guardava in faccia, bello, diritto come una candela. Io tre volte mi infilai per potergli cercare la faccia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Mi hanno levata da vicino a mio figlio e mi hanno mandata a casa. Ero seduta sopra una pietra, prima mi sono seduta su una pietra nella parte di sopra e poi, visto che non lo potevo vedere, mi sono seduta di lato, e piangevo. Poi vennero i carabinieri, volevano farmi dire se aveva dei nemici per donne o per interessi, ma loro erano consapevoli di chi lo aveva morto, e poi la sera lo presero dal cimitero e me lo portarono in casa, pass\u00f2 dalla chiesa, gli abbiamo dato l\u2019acqua benedetta, gli hanno fatto tutte le esequie che hanno potuto, lo hanno portato in paese e poi al Municipio. Quattro hanno arrestato, ma dovranno prendere anche quelli che li hanno mandati. L\u2019ho sempre davanti agli occhi; non mi ricordo pi\u00fa come entrava, come camminava, solo lo ricordo bocconi, per terra, sul sentiero.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella stanza sono entrati, a uno a uno, dei contadini, dei vecchi, dei giovani dagli occhi accesi di carbone lucente; stanno addossati al muro e ascoltano in silenzio quel vangelo. Ma \u00e8 ormai notte fonda, e dobbiamo partire. Scendo dallo scalino della soglia, risalendo la strada buia. Qua e l\u00e0 per terra delle grandi masse nere fanno pi\u00fa scura l\u2019ombra, come macigni sparsi in un prato. Sono le vacche, le grandi vacche scure di Sciara che dormono sdraiate per la via: quando l\u2019occhio si assuef\u00e0 alla notte le distinguo come nere statue di animali arcaici in una Cina immaginaria. Pi\u00fa avanti, una chiazza bianca sta immobile per terra, e vi ravviso un cane; ma non dorme: \u00e8 morto.<\/p>\n\n\n\n<p>Sopra gli scalini che portano alla via principale, al lume fioco di una lampadina elettrica con il suo piatto bianco, come le lampadine delle stanze, mi aspettano dei giovani contadini. Parlano di Salvatore, cos\u00ed onesto, tutto per il popolo, pulito, lavoratore; e vogliono che vada con loro alla Camera del lavoro. \u00c8 una casa di contadini, una stanza che d\u00e0 sulla strada, tappezzata di manifesti. Le galline dormono in un angolo. \u00c8 l\u2019abitazione del segretario, un vecchio contadino asciutto: il tavolo della famiglia \u00e8 quello dell\u2019ufficio. I contadini stanno seduti attorno a parlare come congiurati. Si riconoscono dal viso i violenti e gli incerti, tutte le maniere diverse di essere in un mondo che si muove e di cui essi, oscuramente, si sentono i protagonisti. Ma in un modo cos\u00ed difficile, avvolti in un labirinto di corde antiche e di antichi terrori, che la morte doveva ribadire, e ha inaspettatamente troncato. Il pi\u00fa vivace \u00e8 un bambino, il figlio del segretario, attivo, allegro, entusiasta, fiero di essere un falco, l\u2019unico falco rosso fra tutti i gialli falchi del feudo di Sciara. Torno a uscire sulla strada, si affacciano tutti sull\u2019uscio e mi salutano: \u2013 Compagno, compagno \u2013. Nella loro bocca \u00e8 una parola magica, una formula di scongiuro che d\u00e0 la forza e il potere, e basta, come le trombe bibliche, a far crollare le mura della citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Voglio girare un po\u2019 le strade, ma \u00e8 difficile essere soli. Un giovane contadino mi accompagna. Studiava, dice, con Salvatore, la sera. Studiavano il vocabolario. L\u00e0 ci sono le parole, le parole che hanno scoperto e che solo adesso sono diventate necessarie. Vuole assolutamente pagarmi un caff\u00e8, e non posso schermirmi, per non ferirlo, quando estrae dalla tasca quegli spiccioli cos\u00ed preziosi. Lo lascio nella piazza, e risalgo solo verso il castello, girando attorno alle vacche addormentate. Una capra dorme appoggiata a uno stipite, con le zampe abbandonate, con la languida stanchezza di una donna. Sotto il castello, nel buio, due suonano invisibili l\u2019armonica da bocca, e si rispondono da lontano. Passa un campiere a cavallo: il top-top dei ferri risuona sulle pietre. Sul cielo pieno di stelle si leva il profilo del San Calogero, una lampada elettrica fa apparire i bordi obliqui delle casette a un solo piano, le ultime del paese, davanti al vuoto della campagna. Il cielo \u00e8 immenso, salgono vaghe nebbie dal mare, sul paese, sulle vacche addormentate, sui fiori di pastinaca nei campi. Scendo verso la macchina. Nel buio sento il clamore di una lite, qualcuno appoggiato a un muro mi dice: \u2013 Lite tra padre e figlio, non ci vuole consiglio \u2013. Si chiudono le porte, si spengono i fuochi dei focolari, cala il sonno su Sciara, e partiamo nella notte.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei giorni seguenti tornai molte volte alla casa di Sciara. Qualche cosa mi attirava l\u00e0, come un nero vortice, e ogni volta ritrovavo il paese, e la maligna pace del castello, e la chiesa con le tombe dei Notarbartolo, principi di Sciara e di Castelreale, gentiluomini di Camera; e quella stanza nuda col piccolo letto in fondo, e alle pareti bianche la Madonna di Altavilla, santa Rita, Ges\u00fa, la Sacra Famiglia e il Calendario del Lavoratore, e quella donna che muoveva il velo nero con le mani parlando, e quella voce oscura e ininterrotta che parla come se non dovesse cessare di parlare fino al giorno del Giudizio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ultima volta, da Termini avevo preso la strada di Caccamo; mi portava un autista nuovo, un giovane dai baffetti sottili, dai modi rispettosi di un impiegato. La via sale dalla costa tra pendici che stillano l\u2019olio, poi si entra tra i monti e lo sguardo spazia tra le azzurre distese dei feudi, quando, solenne e enorme, si leva sulla sua roccia il castello di Caccamo. Anche Caccamo, come Sciara, sta fra il castello e la chiesa, in mezzo ai campi di grano; ma non \u00e8, come quello, un villaggio, ma si allarga a coprire tutta la costa del monte. Ci fermammo a guardarlo dalla rotabile, compatto come un solo corpo di mille case, con la forma di un grande uccello o di una colomba con le ali chiuse posata sulla montagna. Il cielo si oscur\u00f2 all\u2019improvviso, e non eravamo ancora ripartiti che cadevano le prime gocce di pioggia. Era un temporale d\u2019estate, rapido e selvaggio, e gi\u00e0 la strada nuova di Sciara, quella dove aveva lavorato Salvatore, era un torrente, e i fulmini cadevano sulle pendici del San Calogero, e una nebbia d\u2019acqua oscurava i profili lontani dei monti di Cerda. Passavano a cavallo, sorpresi dall\u2019uragano, coperti con teli impermeabili, i campieri, la paglia sui campi fumava. Improvviso come era venuto, il temporale cess\u00f2, quando, passando tra pozze e ruscelli, scendemmo sulla piazza di Sciara. Francesca mi salut\u00f2 ancora una volta, seduta vicino al letto, e mi diede una cartolina, un ritratto del figlio, ragazzo di sedici anni, vestito con gli abiti della festa, una grande cravatta americana, e un viso rotondo di bambino, coi neri occhi pieni di decisione e di fuoco, simile forse un poco alle immagini di Giuliano giovane, ma con una sorta di rettitudine, di fierezza modesta nello sguardo diritto come di chi vuol costruire il proprio destino. La madre mi chiese, salutandomi, sicura e imperiosa, che io scrivessi \u00abil romanzo\u00bb della morte di suo figlio. Mi abbracci\u00f2, e la lasciai sola sulla sua sedia, con la sua voce che non si ferma, arida, uguale, nera.<\/p>\n\n\n\n<p>Correvamo ancora una volta sulla tiepida costa verso Palermo. L\u2019autista mi raccontava di s\u00e9 e della sua vita. Era stato carabiniere al tempo delle repressioni. Una vita dura, un sacrificio inutile. Ora guadagnava ventinovemila lire al mese, aveva moglie e una bambina, per fortuna che sua madre lo ospitava e non doveva pagare l\u2019alloggio. La politica non lo interessava: non c\u2019\u00e8 nessun partito che gli vada bene. Tuttavia, con un po\u2019 di esitazione, perch\u00e9 non sapeva come la pensassi, mi confess\u00f2 di aver avuto in passato simpatie per il MSI. Perch\u00e9, disse, \u00e8 un partito \u00absociale\u00bb. Ci vuole qualche cosa di sociale, perch\u00e9 cos\u00ed non si pu\u00f2 andare avanti con la miseria; per\u00f2 questo partito ha fatto cattiva prova, e allora nelle ultime elezioni lo aveva abbandonato e aveva pensato di votare per i socialisti. Per poter risolvere la vita, la sola via \u00e8 quella sociale, quella del socialismo. Come si pu\u00f2 campare? Veramente egli credeva anche in un\u2019altra via. Aveva la passione del gioco, di tutti i giochi, ma soprattutto dei cavalli. \u2013 Ci metto tutto quello che posso risparmiare, e un giorno mi toccher\u00e0 bene vincere. Una signora mi ha detto: \u00abMa con quelle mille lire che giochi ai cavalli, potresti comperare marmellata per la tua bambina\u00bb. Lo so, ma la marmellata rimane sempre marmellata, e i cavalli possono diventare carne, bistecche, una casa, tutto quello che occorre \u2013. Cos\u00ed egli sperava nella Giustizia o nella Fortuna, e non aveva scelto tra le due, i due soli modi mitologici per sopportare la miseria.<\/p>\n\n\n\n<p>Palermo mi accolse nella sera, colorata e drammatica, come un grande formicaio, piena di splendore e di desiderio. Sta l\u00e0, davanti al mare, assediata dalle montagne e dai feudi, in mezzo, tra i deserti dei banditi, i pescatori di Trappeto, gli uomini chiusi nelle gabbie di Partinico, la labirintica architettura della mafia, la protesta disperata e individuale del brigante a cui risponde l\u2019iniziativa personale degli uomini come Dolci, e, dall\u2019altra parte, la nera madre di Sciara, con la sua accusa, il suo Partito, il movimento contadino.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul molo, alla partenza del piroscafo di Napoli, si assiepa una grande folla, si levano saluti, si sventolano fazzoletti, per un vero distacco, per un abbandono. La notte ci avvolge sul mare e ci accompagna fino a Napoli, al primo sole, cos\u00ed chiaro, cos\u00ed azzurro. Per scendere a Napoli si passa dogana come se si andasse in un altro paese. La citt\u00e0 si apre bianca e grigia nell\u2019alba e pare piena di una tenerezza nervosa, nelle sue strade gi\u00e0 fitte di commerci e di uomini intenti, con antica armonia, a un destino incerto. La Sicilia \u00e8 lontana. Ma gi\u00e0 il treno, nel mattino luminoso, mi porta a Roma, troppo consapevole e troppo ignara, addormentata nella sua storia senza limiti e nel torpore della calda estate. [&#8230;]<br><br><strong><em>Carlo Levi<br>Le parole sono pietre, Einaudi<\/em><\/strong> 1955<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La notte del 15 gennaio 1969, un anno dopo il terremoto della Valle del Belice, mi trovai a Gibellina, tra le baracche dei superstiti di Gibellina, il paese pi\u00f9 distrutto, di cui non rimaneva che un manto di macerie. 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