{"id":36,"date":"2012-01-24T06:56:41","date_gmt":"2012-01-24T06:56:41","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=36"},"modified":"2021-09-17T10:24:10","modified_gmt":"2021-09-17T10:24:10","slug":"per-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=36","title":{"rendered":"Per Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p><em>24 gennaio 2012 \u2022 pubblicato da minimaetmoralia<\/em><\/p>\n<p><em>Fabio Stassi ci regala un ritratto appassionato dello scrittore Vincenzo Consolo, scomparso qualche giorno fa. L\u2019appendice che segue sono gli appunti che Stassi ha conservato di un passato Salon du livre di Parigi, dove Consolo fu ospite e parl\u00f2 della sua ricerca stilistica e della sua poetica.<\/em><br \/>\n<em>di Fabio Stassi<\/em><\/p>\n<p>Ho conosciuto Vincenzo Consolo nella biblioteca di Storia contemporanea della Sapienza di Roma. Era un giorno di maggio del 1995. L\u2019avevamo invitato a parlare delle biblioteche frequentate nella memoria e nel sogno. A quell\u2019incontro con gli studenti avrebbe partecipato anche Jos\u00e9 Saramago, se il dipartimento non lo avesse ritenuto un personaggio ancora non \u201cdi chiara fama\u201d. Consolo intervenne dopo l\u2019inconfondibile barba bianca a due punte di Vittorio Emanuele Giuntella, uno studioso a cui volevo bene e che mi aveva insegnato tutto quello che so sull\u2019et\u00e0 dell\u2019illuminismo. Giuntella aveva scelto di raccontare le biblioteche dei lager nei quali era stato internato, e lo fece in maniera toccante. Consolo parl\u00f2 invece dei libri della sua infanzia, della biblioteca di Lucio Piccolo, della scoperta della stella polare della letteratura. La sua voce era mite ma affabulatrice, capace di esprimere con la stessa forza sia la nostalgia che l\u2019indignazione.<\/p>\n<p>Fu uno dei primi scrittori che vedevo in carne e ossa, avevo letto tutti i suoi libri e lo consideravo l\u2019ultimo esponente della tradizione del romanzo siciliano post-unitario[1]. Leonardo Sciascia era morto da qualche anno e con Gesualdo Bufalino ci avevo parlato solo per telefono (il Grande Sedentario non usciva mai dalla Sicilia: ci saremmo scritti, ma non l\u2019avrei conosciuto perch\u00e9 rimandai troppo a lungo un viaggio a Comiso). Restava solo lui. Quella sera scegliemmo un piccolo ristorante, in centro, dove poter conversare in pace. E per me fu come andare a cena con la lezione umanizzata di Verga, De Roberto, Pirandello e Borgese, pi\u00f9 la luce luttuosa di Brancati, pi\u00f9 gli astratti furori di Vittorini e di Sciascia e l\u2019eleganza formale di Tomasi e di Bufalino declinati tutti insieme in un espressionismo dolente. Prendemmo un gelato dietro al Pantheon. Ricordo che Consolo si arrabbi\u00f2 per come cambiava la letteratura, per la sua spettacolarizzazione, e anche per l\u2019incomprensibile sciatteria delle nostre canzoni e della musica commerciale.<\/p>\n<p>Sull\u2019esempio di chi lo aveva preceduto, il suo lavoro portava avanti quella coerente e quasi cromosomica riflessione sui fatti italiani che gli scrittori siciliani hanno sempre condotto, dalla delusione del Risorgimento e dell\u2019unificazione sino all\u2019omicidio dei giudici Falcone e Borsellino. Una riflessione che tra vicer\u00e8, vecchi e giovani, gattopardi, esercizi spirituali e olivastri selvatici suona come un recitativo all\u2019inverso, una implacabile chiosa ai secolari malanni e guasti della nazione. La dominante \u00e8 una dissonanza cronica: un cosmico e sgomentato discredito della storia. L\u2019eccentrico barone Enrico Pirajno di Mandralisca, catalogatore di molluschi e collezionista d\u2019arte, protagonista de Il sorriso di un ignoto marinaio (Einaudi, 1976), si chiede allo stesso modo dell\u2019abate Vella del Consiglio d\u2019Egitto di Sciascia[2]: \u201cCosa \u00e8 stata sin qui la Storia, egregio amico?\u201d La risposta \u00e8 esemplare e definitiva: \u201cUna scrittura continua di privilegiati.\u201d Per lui il mondo aveva la forma di una chiocciola o di una lumaca: una spirale di ingiustizie e di soprusi, il ripetersi di una stessa mancata speranza.<\/p>\n<p>Si potrebbe dire che il tema privilegiato della narrazione romanzesca, per Consolo come per Bufalino o per Sciascia, \u00e8 \u201cil tempo febbrile delle pesti\u201d[3]. \u00c8 lo stesso \u201cmal contagioso\u201d di cui scrive Manzoni, \u201cil seme della peste\u201d[4]. I personaggi che ne faranno esperienza, sono cronisti di epoche tristi e inferme, contemporanei di pestilenze ed esili che lasciano cambiati, per quanti oblii li seguiranno. \u00c8 il \u201ccolera di Palermo\u201d, la pandemia della mafia e quella nera del rimorso e del tragico senso di fallimento di una generazione che non ha saputo costruire dopo la guerra un\u2019Italia civile e si ritrova ora a vivere in un paese franato, tra citt\u00e0 stravolte, dove si cancellano memorie e nelle quali esala \u201cun odore dolciastro di sangue e gelsomino\u201d[5]. Segno che l\u2019infezione, ancora, non \u00e8 passata n\u00e9 che se ne potr\u00e0 guarire.<\/p>\n<p>Se Bufalino lavor\u00f2 per decenni alla sua Diceria dell\u2019untore, Consolo intitol\u00f2 uno dei suoi ultimi libri con il nome dell\u2019antico lazzaretto della citt\u00e0: Lo Spasimo di Palermo. Dalla valle \u201cfetida, infetta\u201d della Conca d\u2019Oro, da questa Palermo immersa in \u201cun sudario molle\u201d, cielo lattiginoso e \u201cmare d\u2019un verdastro torbido\u201d, e \u201cfumi grassi\u201d che s\u2019alzano dalle spiagge, si pu\u00f2 risalire fino alla Somalia del sergente di Ennio Flaiano in Tempo di uccidere o all\u2019Algeria di Camus del dottor Bernard Rieux, che aveva proprio l\u2019aria di un contadino siciliano. Lungo questa mappa delle metafore o cosmologia della peste, tutto ritorna all\u2019uomo: la pena, e la rivolta, e il dovere della responsabilit\u00e0 e del bilancio.<\/p>\n<p>Sar\u00e0 un terremotato di Gibellina, emigrato nelle cave di Meirengen, vicino Basilea, a resocontare in L\u2019olivo e l\u2019olivastro il ritorno nell\u2019isola odiosamata[6] ricoperta ora di gelsomini neri, un sudario di calce al posto del ricordo, una terra di massacro e una terra massacrata, dove di ciclopico \u00e8 rimasta solo la demenza. Il suo viaggio, speculare a quello del Silvestro di Vittorini[7], \u00e8 un dialogo con uomini e luoghi trapassati, con l\u2019ansia divorante delle madri, un inoltrarsi nella rovina, un chiedersi cos\u2019\u00e8 successo, un sapere che si \u00e8 destinati a ripartire\u2026 \u00e8 l\u2019ultimo mascheramento di Ulisse. Perch\u00e9 pi\u00f9 vado avanti e pi\u00f9 mi rendo conto che tutto quanto c\u2019era da dire, scriver\u00e0 in un altro piccolo libro Vincenzo Consolo, era gi\u00e0 stato detto da Omero e dopo non si \u00e8 fatto altro che ripetere: \u201cl\u2019Odissea \u00e8 matrice di ogni racconto\u201d[8].<\/p>\n<p>Per qualche anno ci scambiammo solo dei biglietti, di tanto in tanto. Perch\u00e9 lo incontrassi\u00a0 nuovamente, il caso scelse un\u2019occasione privilegiata: il cielo grigio di Parigi e il Salon du livre del 2001. Io ci partecipavo come bibliotecario: quell\u2019anno l\u2019Italia era il paese omaggiato. All\u2019ingresso avevano esposto trentacinque enormi ritratti. In uno di questi, Vincenzo Consolo teneva in mano una lente d\u2019ingrandimento che gli dilatava l\u2019occhio e lo sguardo mentre Rigoni Stern camminava su un sentiero innevato di Asiago. Lessi che teneva una conferenza alla sala Victor Hugo: Une heure avec Vincenzo Consolo. Mi precipitai. La sala era accanto al Padiglione Italia. Una sala gialla, affollata. Dai vetri si vedeva la gente che passava. Entrai mentre un attore stava leggendo un brano di un suo libro. Presi posto e aprii il mio quaderno per gli appunti. Soltanto dopo un po\u2019 mi accorsi che mi ero seduto accanto a Daniel Pennac.<\/p>\n<p>La conferenza di Consolo fu ipnotica. Parl\u00f2 di molte cose, della letteratura come metafora, delle sue scelte stilistiche, del Sud, di Omero, di Verga e del proverbio siciliano cu nesce arrinesce: chi esce, chi va via, riesce. Alla fine, Daniel Pennac si avvicin\u00f2 al mio orecchio e mi disse sottovoce, con un gran sorriso entusiasta, che per lui Consolo era semplicemente magnifique. Ci alzammo e andammo ad abbracciarlo insieme.<\/p>\n<p>Nel 2007 lo ritrovai a Siracusa, al Premio Vittorini. Era il presidente di giuria e furono le sue mani a benedire il mio primo romanzo. Ma l\u2019ultima volta che l\u2019ho visto fu a una serata tributo per Pino Veneziano, l\u2019artista siciliano che un giorno dell\u201984 aveva cantato anche per Borges, commuovendolo. Consolo aveva firmato un appello per Selinunte e l\u2019introduzione a un libretto dal titolo Di questa terra facciamone un giardino[9]. Prese la parola e tracci\u00f2 un breve elogio della cultura orale. Me lo ricordo cos\u00ec, sotto la luce gialla che illuminava le colonne del tempio, piccolo e incanutito ma con gli occhi che non avevano mai smesso d\u2019essere vivaci, un vecchio cantastorie in piedi tra i ruderi di un\u2019acropoli.<\/p>\n<p><em>APPENDICE<\/em><\/p>\n<p><em>Un clandestino a Parigi : une journ\u00e9e avec Vincenzo Consolo<br \/>\n<\/em><em>(dai miei appunti, Parigi, Salon du livre, 24 marzo 2001)<br \/>\n<\/em><em>Sala Victor Hugo, ore 12<\/em><\/p>\n<p>La letteratura \u00e8 metafora. Nostalgia di un tempo e di una patria perduta, desiderio dei personaggi di tornare a un\u2019Itaca che non esiste pi\u00f9. \u00c8 la nostra condizione. Siamo degli ulissidi che anelano a raggiungere la patria perduta. La memoria di una patria. Io ho sempre avvertito nel mio lavoro di scrittore una discrepanza tra argomento e stile. Sin da quando iniziai a scrivere, nel 1963, capii che dovevo fare una scelta di campo dal punto di vista linguistico e stilistico. Non c\u2019\u00e8 innocenza in arte, bisogna avere consapevolezza di quello che si sta svolgendo. Io sapevo che gli scrittori della generazione appena precedente alla mia, avevano adottato un registro comunicativo, un codice linguistico comunicativo. Moravia, Calvino, Morante, Sciascia. Io penso che speravano che dopo la fine del fascismo sarebbe potuta nascere in Italia una societ\u00e0 civile con la quale comunicare. E questa loro speranza risaliva all\u2019utopia linguistica di Manzoni.<br \/>\nMa quando cominciai a scrivere io, questa societ\u00e0 non si era formata, non esisteva per me. Per questo ho adottato un codice non comunicativo, ma espressivo. Con questa scelta stilistica mi inserivo in una tradizione italiana che partiva da un mio conterraneo, Giovanni Verga. Lui aveva rivoluzionato il codice linguistico manzoniano. Sulla sua linea lo avevano seguito Gadda e Pasolini.<br \/>\nAvevano creato un controcodice espressivo.<\/p>\n<p>In questo sono stato favorito dalla ricchezza della lingua della mia terra, da quel giacimento linguistico che con molta faciloneria viene chiamato dialetto. Nel siciliano sono presenti residui della lingua greca, araba, francese, spagnola e delle altre civilt\u00e0 transitate dalla mia isola. Io ho utilizzato questo serbatoio, questi residui, per rompere il codice linguistico nazionale, organizzando la prosa in modo ritmico, lirico, pi\u00f9 simile alla poesia. Per me non esisteva un rapporto tra testo letterario e contesto storico, situazionale, ma una rottura. L\u2019esempio pi\u00f9 efficace lo d\u00e0 la tragedia greca. Il messaggero appare sulla scena e riferisce quello che \u00e8 avvenuto in altro tempo e in altro luogo. Solo dopo che lui racconta i personaggi si muovono e il coro commenta. Cos\u00ec, attraverso il rito del teatro, si ottiene la liberazione dalla colpa, la catarsi. Il messaggero, l\u2019anghelos, \u00e8 lo scrittore. Appare e dice di una vicenda, e cerca di far immedesimare personaggio e lettore. Ma oggi la cavea \u00e8 vuota. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 il pubblico. L\u2019unica possibilit\u00e0 \u00e8 quella di spostare la narrazione sul commento della tragedia che ci riguarda tutti.<\/p>\n<p>Nei miei libri, in tutti i miei libri, ci sono queste parti corali, che i latini chiamavano cantica. Si interrompe il racconto e si alza il ritmo, attraverso l\u2019uso insistito delle assonanze e delle rime. Come dice Bachtin, il romanzo \u00e8 sempre utopico perch\u00e9 ipotizza un mondo migliore.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 stata la mia ricerca stilistica, una ricerca archeologica e filologica. Noi non abbiamo la fortuna di voi francesi. Leopardi, in un\u2019analisi delle due lingue cugine, l\u2019italiano e il francese, dice che il francese, attraverso la creazione di uno stato e la sua storia unitaria, si \u00e8 \u201cgeometrizzato\u201d. L\u2019italiano, invece, non \u00e8 una sola lingua, ma tante lingue. Questa \u00e8 la nostra risorsa ma anche la nostra dannazione, da Dante in poi.<\/p>\n<p>La letteratura, per me, \u00e8 soprattutto una memoria linguistica. Ho ricercato le radici e usato la tecnica dell\u2019innesto. Ma non ci si deve confondere. Trovo ingiustificato e regressivo l\u2019inserimento dell\u2019elemento dialettale. Come ha scritto Pasolini, Verga usava un italiano irradiato di dialettalit\u00e0, ma non era un dialetto, era un\u2019altra lingua. Una lingua nuova.<\/p>\n<p>Considero la ricerca stilistica un impegno nei confronti della storia. Capisco che i miei testi non sono di facile lettura. Ma c\u2019\u00e8 in me un\u2019esigenza di praticare una \u201cletteratura d\u2019intervento\u201d (cos\u00ec l\u2019ha definita Roland Barthes) anche sui giornali. Sento il bisogno di esprimere il mio giudizio sulla situazione politica del mio paese, ma anche su quella internazionale. Domani, insieme ad altri scrittori che fanno parte del Parlamento internazionale degli scrittori, tra cui Jos\u00e9 Saramago, parto per Tel Aviv e per Ramallah, per portare un appello per la pace. In Francia, l\u2019esempio dello scrittore militante \u00e8 quello di Zola, che pur pagando di persona alla fine riusc\u00ec a far riaprire il processo Dreyfuss. Oggi, in Italia, c\u2019\u00e8 un ministro della cultura che accusa gli intellettuali di vigliaccheria. Di fronte a tanta volgarit\u00e0 non vale nemmeno la pena di rispondere. Voglio aggiungere che non volevo alcuna ipoteca da parte del governo italiano sulla mia partecipazione a questo Salone del libro. Dopo le nostre dichiarazioni, io, Camilleri e Tabucchi siamo stati cancellati dal catalogo. Non troverete n\u00e9 la nostra foto n\u00e9 la nostra biografia. Per il mio governo, qui sono un clandestino.<\/p>\n<p>Sala Dante Alighieri, pomeriggio. Vincenzo Consolo discute insieme a Erri De Luca, Giuseppe Bonaviri e Raffaele La Capria. Qualcuno gli chiede perch\u00e9 ha lasciato la Sicilia\u2026<\/p>\n<p>Appartengo alla storia infinita di meridionali che hanno abbandonato questa estremit\u00e0, questo limite, per raggiungere il centro. Alcuni vennero in Francia, nel vagheggiamento di un nord mitico. Il primo \u00e8 stato Verga. Approda a Firenze, poi a Milano, nella Milano dei salotti e delle contesse. Trova invece un mondo in grande subbuglio. In quegli anni si avvia la Pirelli. Lui rimane spiazzato. E qui si toglie la maschera di scrittore borghese e compie una rivoluzione stilistica. Dopo di lui, a Milano ci piovono Vittorini e Quasimodo. Io ci ho studiato, poi sono tornato in Sicilia. Ho insegnato nelle scuole agrarie. Ma presto mi sono reso conto che la mia presenza nell\u2019isola era un\u2019assurdit\u00e0. Il mondo che volevo descrivere, il mondo contadino, si stava frantumando. Era in atto un esodo di braccianti che partivano per il nord e diventavano operai. Si pensava ancora che Milano fosse diversa e opposta alla realt\u00e0 siciliana. Questa mitologia era stata alimentata da Vittorini. L\u00ec ho lavorato in quella che definisco una fabbrica di armi, ossia la televisione, la Rai. Progressivamente il mito di Milano mi si \u00e8 infranto, stagione dopo stagione, prima con gli anni di piombo, poi col riflusso craxiano, infine con l\u2019era di Berlusconi. Questa \u00e8 la mia storia.<\/p>\n<p>La sala \u00e8 strapiena. Gente in piedi, gente seduta per terra. L\u2019affluenza \u00e8 davvero impressionante. Sembra quella di un concerto. De Luca e La Capria relazionano in francese. Consolo riprende il microfono per spiegare che per la sua isola i Vespri siciliani sono stati una sciagura, al contrario di quanto ha creduto Croce. Perch\u00e9 i francesi se ne sono andati a Napoli, \u201ce oggi i relatori napoletani lo parlano correttamente, mentre da noi sono arrivati gli spagnoli e l\u2019Inquisizione, ma i siciliani non hanno imparato nemmeno lo spagnolo\u201d. Suscita l\u2019ilarit\u00e0 della sala. Poi pacatamente riprende il suo discorso sul recupero di una memoria linguistica, della memoria di un sud pi\u00f9 profondo.<\/p>\n<p>Il canale di Sicilia era un canale di grande comunicazione. I pescatori trapanesi andavano a pescare nelle acque del Mahgreb. Poi, con l\u2019inizio dell\u2019et\u00e0 dei conflitti, il Mediterraneo divenne un confine, un luogo di miserie e di atrocit\u00e0, come ha spiegato Braudel, un mercato di schiavi, il centro di guerre economiche mascherate da guerre di religione. Oggi, purtroppo, assistiamo al ritorno di questi massacri. Ma non bisogna dimenticare che la storia delle civilt\u00e0 \u00e8 sempre una storia di incroci e di migrazioni e anche voi francesi ne sapete qualcosa.<\/p>\n<p>L\u2019intensa giornata di Vincenzo Consolo termina la sera, allo stand di France culture. Attorniati dai microfoni e dai giornalisti della radio francese, siedono allo stesso tavolo i membri del Parlament International des Escrivains. Vicino a Consolo riconosco i premi nobel per la letteratura Wole Soynka e Jos\u00e9 Saramago. Soynka \u00e8 un po\u2019 invecchiato, con una montagna di capelli bianchi sulla testa. Saramago elegante e autorevole, come sempre. Accanto a loro siedono il sudafricano Breyten Breytenbach, il cinese Bei Dao, Juan Goytisolo per la Spagna e Russel Banks per gli Usa. Con voce ferma e sicura, insieme consegnano a Parigi e al mondo il loro messaggio di pace.<\/p>\n<p>[1] Un sommario elenco delle opere che hanno edificato questa linea siciliana del nostro romanzo comprende: I malavoglia (1881) e la novella Libert\u00e0 (1882) di Verga, I vicer\u00e8 (1894) di De Roberto, I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello, Rub\u00e8 (1921) di Borgese, Il gattopardo (1958) di Tomasi, Il Consiglio d\u2019Egitto (1963) e il racconto Il quarantotto (Gli zii di Sicilia, 1958) di Sciascia. Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio (1976) di Consolo \u00e8 l\u2019estremo tassello di questa antistoria del Risorgimento, un discorso che si protrae da oltre un secolo. Ma, estendendo la riflessione al fascismo, al dopoguerra e al cinquantennio democristiano, bisogna annotare almeno Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini, Il bell\u2019Antonio (1949) di Brancati, Il contesto (1971) e Todo Modo (1974) di Sciascia, Diceria dell\u2019untore (1981) di Bufalino, L\u2019olivo e l\u2019olivastro (1994) e Lo spasimo di Palermo (1998) di Consolo, a cui ora si possono aggiungere le opere e i nomi di Andrea Camilleri, di Giosu\u00e9 Calaciura e di Giorgio Vasta.<\/p>\n<p>[2] L\u2019abate Vella sosteneva \u201cche il lavoro dello storico \u00e8 tutto un imbroglio, un\u2019impostura: e che c\u2019era pi\u00f9 merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva pi\u00f9 lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava pi\u00f9 ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. \u00abTutta un\u2019impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell\u2019albero, un autunno appresso all\u2019altro? Esiste l\u2019albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andr\u00e0 anche l\u2019albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell\u2019albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest\u2019albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh, s\u00ec, la storia\u2026 Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?\u2026 Sono discesi a marcire nella terra n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che come foglie, senza lasciare storia\u2026 C\u2019\u00e8 ancora l\u2019albero, s\u00ec, ci siamo noi come foglie nuove\u2026 E ce ne andremo anche noi\u2026 L\u2019albero che rester\u00e0, se rester\u00e0, pu\u00f2 anch\u2019essere segato ramo a ramo: i re, i vicer\u00e9, i papi, i capitani; i grandi, insomma\u2026 Facciamone un po\u2019 di fuoco, un po\u2019 di fumo: ad illudere i popoli, le nazioni, l\u2019umanit\u00e0 vivente\u2026. La storia. E mio padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce alta della loro fame? Credete che si sentir\u00e0 nella storia? Che ci sar\u00e0 uno storico che avr\u00e0 orecchio talmente fino da sentirlo?\u00bb\u201d in L. Sciascia, Il Consiglio d\u2019Egitto, Milano, Adelphi, 1989, p. 59-60.<\/p>\n<p>[<em>3] V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998, p. 113.<br \/>\n<\/em><em>[4] Cos\u00ec suona, in francese, il titolo della Diceria dell\u2019untore.<br \/>\n<\/em><em>[5] V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 115.<\/em><\/p>\n<p>[6] Consolo aveva gi\u00e0 individuato in un piccolo paese nell\u2019entroterra della Sicilia, Caltagirone, l\u2019epicentro di una epidemia e l\u2019emblema di una nazione, \u201cdella vecchia Italia che ha generato dopo i disastri del fascismo, nei cinquant\u2019anni di potere, il regime democristiano, la trista, alienata, feroce nuova Italia del massacro della memoria, dell\u2019identit\u00e0, della decenza e della civilt\u00e0, l\u2019Italia corrotta, imbarbarita, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia, delle stragi, della droga, delle macchine, del calcio, della televisione e delle lotterie, del chiasso e dei veleni. Il plastico dell\u2019Italia che creer\u00e0 altri orrori, altre mostruosit\u00e0, altre ciclopiche demenze.\u201d (L\u2019olivo e l\u2019olivastro, Milano, Mondadori, 1994, p. 71).<br \/>\nIn un altro libro di Gesualdo Bufalino, il Guerrin Meschino, il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 cala addirittura il sipario, si chiude per lutto. L\u2019Oprante, il puparo si ferma, smonta il teatrino, ripone con cura i legni e, alla fine, rompe la noce del collo al pi\u00f9 derelitto degli eroi, al desdichado di cui stava raccontando le avventure: \u00e8 un tempo, ormai, dove nemmeno per finta, nemmeno per gioco, \u201cil buono vive e il maganzese muore\u201d.<\/p>\n<p>[7] Silvetro Ferrauto \u00e8 il protagonista di Conversazione in Sicilia.<br \/>\n[8] Vincenzo Consolo e Mario Nicolao, Il viaggio di Odisseo, introduzione di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1999.<br \/>\n[9] Di questa terra facciamone un giardino. Tributo a Pino Veneziano, con CD audio, a cura di Rocco Pollina e Umberto Leone, Trapani, Coppola editore, 2009.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>24 gennaio 2012 \u2022 pubblicato da minimaetmoralia Fabio Stassi ci regala un ritratto appassionato dello scrittore Vincenzo Consolo, scomparso qualche giorno fa. L\u2019appendice che segue sono gli appunti che Stassi ha conservato di un passato Salon du livre di Parigi, dove Consolo fu ospite e parl\u00f2 della sua ricerca stilistica e della sua poetica. di &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=36\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Per Vincenzo Consolo<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1,9],"tags":[660,84,318,77,359,979,358,142,202,46,982,376,981,32,90,38,83,980,459,29,18,342,983],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=36"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2331,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36\/revisions\/2331"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=36"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=36"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=36"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}