{"id":3593,"date":"2007-11-10T11:49:00","date_gmt":"2007-11-10T11:49:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3593"},"modified":"2024-11-10T12:23:33","modified_gmt":"2024-11-10T12:23:33","slug":"forme-della-visione-nel-sorriso-dellignoto-marinaio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3593","title":{"rendered":"Forme della visione nel Sorriso dell\u2019ignoto marinaio."},"content":{"rendered":"\n<p><br><strong><em>Giulio Ferroni Universit\u00e0 La Sapienza<\/em><\/strong><br><br>La lingua di Vincenzo Consolo sembra come scavare la realt\u00e0,<br>sfidandone la sostanza fisica, l\u2019evidenza visiva, la materia pullulante<br>che la costituisce: e il capitolo iniziale de Il sorriso dell\u2019ignoto<br>marinaio, subito dopo la sintesi dell\u2019 Antefatto si muove subito<br>in due direzioni essenziali, verso l\u2019apertura \u201cgeografica\u201d e storica<br>su di vastissimo ambiente fisico e umano, con la visione della<br>Sicilia che il Mandralisca ha dalla nave che si avvicina, e verso la<br>presa in carico del dolore umano, con il \u00abrantolo\u00bb del malato, il<br>cavatore di pomice di Lipari, che sorge dal buio della stessa nave.<br>\u00c8 un vero e proprio \u201cquadro\u201d, in cui l\u2019eco di quel lacerante dolore<br>sembra come sovrapporsi allo svelarsi e al progressivo definirsi<br>del paesaggio, che quella lingua a forte caratura \u201cpoetica\u201d sembra<br>come voler catturare nella densit\u00e0 delle presenze che lo abitano:<br>con un\u2019espressivit\u00e0 che si addensa intorno alle cose, che mira a<br>rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione<br>nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricit\u00e0<br>pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti<br>fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi<br>e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che<br>li serrano).<br>Il primo circostanziato segno visivo, dopo la pi\u00f9 indefinita<br>rivelazione della \u00abgrande isola\u00bb, \u00e8 costituito dai \u00abfani sulle torri<br>della costa\u00bb, con i loro colori e l\u2019incerto oscillare della loro luce<br>(\u00aberano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci<br>\u00bb). Dopo questa prima apertura l\u2019attenzione ritorna all\u2019interno<br>del bastimento, sembra come ritrarsi nel buio, nel fragore delle<br>acque e nel cigolio delle vele squassate dal vento che avevano segnato<br>il percorso notturno della nave e nel presente silenzio del<br>\u00abmare placato e come torpido\u00bb, lacerato dal \u00abrespiro penoso\u00bb e dal<br>\u00ablieve lamento\u00bb del malato. Questo respiro suscita l\u2019immagine del<br>corpo sofferente, dei \u00abpolmoni rigidi, contratti\u00bb, delle contrazioni<br>della \u00abcanna del collo\u00bb, della \u00abbocca che s\u2019indovinava spalancata\u00bb:<br>s\u2019indovinava, appunto, perch\u00e9 questa visione di dolore \u00e8 solo<br>intuita, non vista; quello che il Mandralisca vede \u00e8 solo \u00abun luccichio<br>bianco che forse poteva essere di occhi\u00bb. Ma proprio a partire<br>da questo bianco che sinistramente viene a fendere il buio,<br>la visione viene ad allargarsi verso il cielo ed ancora verso i fani<br>sopra le torri, che ora definiscono pi\u00f9 nettamente il loro aspetto<br>ed evocano i nomi dei feudatari:<br>\u201cRiguard\u00f2 la volta del cielo con le stelle, l\u2019isola grande di fronte,<br>i fani sopra le torri. Torrazzi d\u2019arenaria e malta, ch\u2019estollono i<br>lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangersi di<br>tramontana i venti e i marosi. Erano del Calav\u00e0 e Calanovella,<br>del Lauro e Gioiosa, del Brolo\u2026\u201d.<br>La serie dei nomi fa s\u00ec che dall\u2019ultimo appaia improvvisamente<br>uno squarcio di un passato, con l\u2019immagine di una dama affacciata<br>sul \u00abverone\u00bb, ma in posa molto realistica, lontana da ogni stilizzazione<br>cortese: \u00e8 Bianca de\u2019 Lancia di Brolo, che ha in grembo<br>Manfredi, figlio di Federico II e che ha la nausea e i contorcimenti<br>della gravidanza (\u00abAl castello de\u2019 Lancia, sul verone, madonna<br>Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l\u2019orizzonte\u00bb): \u00e8 Federico<br>II, evocato in termini danteschi (il \u00abvento di Soave\u00bb, da Paradiso,<br>III) ad aver segnato le sue viscere, \u00e8 il suo seme ad agire<br>nervosamente sul suo corpo (\u00abil vento di Soave la contorce\u00bb); e da<br>tutto si svolge la parola stessa dell\u2019imperatore, con la citazione di<br>versi che si immaginano rivolti direttamente al falcone, strumento<br>essenziale della sua passione per la caccia. Ma ancora, dopo la<br>citazione, lo sguardo si apre sulla costa, verso le citt\u00e0 sepolte, che<br>non ci sono pi\u00f9 ma che sono vagheggiate dall\u2019avidit\u00e0 conoscitiva,<br>dal gusto storico ed archeologico del barone:<br>\u201cDietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano citt\u00e0. Erano<br>Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa\u2026 Citt\u00e0 nelle<br>quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni,<br>fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una<br>moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente<br>vaghi, suoni, sogni\u201d.<br>Ma questo pensiero alle citt\u00e0 sepolte, all\u2019improbabile ipotesi di<br>un loro ritorno alla luce, riconduce poi il Mandralisca alla certezza<br>della tavoletta \u00abavvolta nella tela cerata\u00bb che stringe al petto e<br>in cui sente persistere gli odori della bottega dello speziale che<br>gliel\u2019ha venduta. Ma poi questi odori sono sopraffatti da quelli<br>che ormai provengono da terra, come il buio \u00e8 sopraffatto ormai<br>dalla luce (\u00absvanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono\u00bb):<br>e ci\u00f2 porta finalmente alla visione del malato e della donna che<br>lo assiste e lo soccorre. Da questa visione scaturisce poi la voce<br>che designa il male dello sventurato; e solo dopo la voce si rivela<br>la figura dell\u2019ignoto marinaio, col suo \u00abstrano sorriso sulle<br>labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro,<br>di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce<br>del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e<br>da un moto continuo di piet\u00e0\u00bb. Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio \u00e8<br>insomma affidato soprattutto allo sguardo (di uno che molto sa<br>e molto ha visto); la descrizione si appunta sui suoi occhi (\u00abE gli<br>occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l\u2019arco nero delle sopracciglia\u00bb);<br>e anche se \u00e8 vestito come un marinaio, a guardarlo si evidenzia<br>tutta la sua stranezza (\u00abin guardandolo, colui mostravasi uno strano<br>marinaio\u00bb) e la forza penetrante della sua \u00abvivace attenzione\u00bb.<br>E dopo aver parlato dei cavatori di pomice di Lipari e delle loro<br>malattie, l\u2019ignoto sorride, mentre il barone si chiede dove mai<br>l\u2019aveva gi\u00e0 visto e, sotto il suo sguardo, vede balenare dentro<br>di s\u00e9 le immagini dei cavatori di pomice, del loro duro lavoro e<br>della loro sofferenza, sotto cui si nascondono ed emergono altre<br>immagini, quelle per lui consuete dei molluschi che studia e<br>colleziona e dei volumi degli studi ad essi dedicati, il tutto come<br>sottoposto ancora allo sguardo criticamente ironico del marinaio.<br>Si tratta di una formidabile serie di passaggi visivi, segnati da<br>questo sguardo che tocca il personaggio sconosciuto e che da lui<br>si svolge: passaggi che toccano le immagini che sorgono dentro<br>la coscienza stessa del barone e che, pur se solo interne a lui,<br>egli sente come scrutate e indagate dal marinaio, che gli sembra<br>addirittura leggere i titoli di quei libri, ironizzando sulla futilit\u00e0 di<br>quelle cos\u00ec minute ricerche:<br>Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione.<br>Quel sorriso sembra come suscitare il senso di colpa del ricco<br>intellettuale e amateur, per le sue cos\u00ec marginali predilezioni,<br>confrontate con la dura realt\u00e0 dei cavatori di pomice. Ma a questo<br>punto si sentono i clamori e i rumori dell\u2019ancoraggio, dell\u2019arrivo<br>ad Oliv\u00e8ri, che fa sorgere un nuovo, vastissimo sguardo all\u2019affollato<br>paesaggio che pullula sulla riva; sguardo che si svolge a partire<br>dalla luce che dal sole sorgente riceve la rocca in alto, per scendere<br>gi\u00f9 fino agli splendori mattutini della spiaggia, alle presenze<br>animali, alle barche immobili come relitti; distesa visione da cui<br>balenano ancora le immagini di un passato sepolto, del crollo<br>dell\u2019antica citt\u00e0, dei \u00abtesori dispersi\u00bb vagheggiati dal barone. E poi<br>ancora uno sguardo indietro, ad una scena del passato, ancora<br>ad una donna del medioevo, Adelasia (o Adelaide) di Monferrato,<br>la moglie giovanissima del sessantenne Ruggero I e fondatrice<br>di un convento a Patti, nei pressi di Tindari, la cui figura, fissata<br>nell\u2019\u00abalabastro\u00bb di un sarcofago, sembra aver atteso impassibile<br>la rovina del convento, e infine l\u2019immagine del santuario della<br>madonna nera: \u00absopra la rocca, sull\u2019orlo del precipizio, il piccolo<br>santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa chiusa<br>nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle,<br>d\u2019acquemarine, l\u2019impassibile Regina, la muta Sibilla, l\u00edbico \u00e8bano,<br>dall\u2019unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro,<br>l\u2019argento di tre gigli\u00bb. Dopo la discussione col \u00abcriato\u00bb Sas\u00e0, la<br>spinta visiva si rivolge allo sciamare dei pellegrini che si affollano<br>per scendere dalla nave, alle offerte e agli ex-voto che essi portano<br>con s\u00e9: e tra di essi viene come centrata ancora la figura del<br>cavatore malato e della moglie che lo accompagna. Al barcone<br>che raccoglie i pellegrini che scendono dalla nave fa poi come<br>da pendant la \u00absperonara\u00bb che porta via marmi antichi e piante<br>di agrumi e si allontana dalla riva, passando sotto il veliero da<br>dove la osserva il Mandralisca (\u00abebbe modo cos\u00ec di osservare<br>a suo piacimento\u00bb); e infine, dopo la riflessione (appoggiata su<br>una citazione in corsivo da un testo del Landolina) si ritorna alla<br>visione dei pellegrini, che stanno salendo in processione verso il<br>santuario; dal loro canto si svolge improvvisamente quello osceno<br>di una ragazza che \u00e8 nel barcone, tra i pellegrini scesi dal<br>veliero, fermata dalla madre che nella concitazione lascia cadere<br>in acqua una testa di cera.<br>La successione e i passaggi continui di dati visivi, intrecciati a<br>pi\u00f9 riprese a dati sonori, vengono a creare, in questo avvio del<br>romanzo, una sorta di disteso movimento panoramico, in continui<br>passaggi tra campi lunghi e primi piani, formidabili zoomate<br>che procedono attraverso distensioni e concentrazioni della parola.<br>Lo sguardo di Consolo, quello del barone Mandralisca, quello<br>dell\u2019ignoto marinaio (che, sappiamo \u00e8 lo stesso della tavoletta di<br>Antonello e di Giovanni Interdonato), sono come animati da una<br>tensione a \u201cvedere\u201d che tocca le grandi distese dello spazio, la<br>vita che variamente si muove in esse, e mette a fuoco non solo<br>ci\u00f2 che vi \u00e8 direttamente visibile, ma anche il peso di quanto<br>esse hanno alle spalle, ci\u00f2 che sono state, nel passato storico e<br>biologico: la visione coglie l\u2019esistere che si distende, il suo carico<br>di presenze, di memorie, di suggestioni, l\u2019agitazione che lo<br>sommuove, l\u2019offerta che esso sembra fare di s\u00e9, l\u2019ostinazione e la<br>volont\u00e0 di vita che lo corrode, il suo stesso disperdersi e consumarsi<br>nell\u2019aria.<br>Se si attraversa tutto il romanzo, emerge in piena evidenza<br>l\u2019intreccio e l\u2019essenzialit\u00e0 dei dati visivi, fissata del resto gi\u00e0 nello<br>stesso riferimento del titolo alla tavola di Antonello. In questa<br>dominante della visivit\u00e0, \u00e8 determinante la disposizione ad allargarne<br>i confini: il volto e il sorriso dell\u2019individuo effigiato dal pittore<br>sono il punto di irradiazione di una apertura verso i grandi<br>spazi, verso una moltiplicazione delle presenze e delle evidenze.<br>Consolo \u201cvede\u201d la Sicilia come un grande corpo brulicante di<br>vita, esuberante, malsano, appassionato, lacerato, ne vuol rendere<br>conto come di una totalit\u00e0; cerca di comprenderne il senso<br>afferrandone un\u2019evidenza visiva che in ogni squarcio sembra<br>voler rivelare la densit\u00e0, la fascinazione e la tremenda rovinosa<br>disgregazione del tutto, di un insieme di corpi che vi annaspano,<br>vi soffrono, vi si espandono, vi si mostrano.<br>La disposizione di Consolo a seguire l\u2019evidenza degli slarghi<br>che si presentano all\u2019occhio agisce del resto in modo vigoroso anche<br>nella sua scrittura saggistica, nei suoi larghi percorsi sul territorio<br>siciliano (in primis ne Le pietre di Pantalica). Qui nel Sorriso<br>un altro eccezionale squarcio d\u2019insieme \u00e8 quello su Cefal\u00f9, a cui<br>l\u2019Interdonato si avvicina entrando in porto con il San Cristoforo,<br>all\u2019inizio del capitolo secondo. Si comincia con la visione dell\u2019affollarsi<br>di barche nel porto, salendo poi verso le case pi\u00f9 vicine:<br>\u201cIl San Cristoforo entrava dentro il porto mentre che ne uscivano<br>le barche, caicchi e, coi pescatori ai remi alle corde vele reti lampe<br>sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami,<br>dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata<br>di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati;<br>altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi<br>altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi, acuti e tondi, fori<br>che s\u2019aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie<br>moccichini sventolanti\u201d.<br>Poi l\u2019obiettivo si muove rapidamente al polo opposto, concentrandosi<br>sulla rocca lass\u00f9 in alto e scendendo poi pi\u00f9 lentamente<br>sulle torri del duomo, che addirittura sembrano generate dalla<br>rocca stessa:<br>\u201cSopra il subbuglio basso, il brulicame chiassoso dello sbarcatoio<br>e delle case, per contrasto, la calma maestosa della rocca,<br>pietra viva, rosa, con la polveriera, il tempio di Diana, le cisterne<br>e col castello in cima. E sopra la bassa fila delle case, contro<br>il fondale della rocca, si stagliavano le due torri possenti del<br>gran duomo, con cuspidi a piramidi, bifore e monofore, soffuse<br>anch\u2019esse d\u2019una luce rosa s\u00ec da parere dalla rocca generate,<br>create per distacco di tremuoto o lavorio sapiente e millenario<br>di buriane, venti, acque dolci di cielo e acque salse corrosive di<br>marosi\u201d.<br>Si torna poi all\u2019agitazione furiosa del porto per la pesca abbondante,<br>alla gara delle barche per piazzarsi \u00absul filo giusto dei sessanta<br>passi\u00bb, allo sbattere delle imposte e ai bagliori del sole che<br>si distende poi su di un ampio spazio geografico, slargando verso<br>le localit\u00e0 della costa, con un gioco di immagini (il palpitare \u00aba<br>scaglie\u00bb della luce sulla costa) che riconduce dentro il duomo, ai<br>dorati mosaici del Pantocratore:<br>\u201cTanta agitazione era per le pesche abbondanti di quei giorni.<br>Si diceva di cant\u00e0ri e cant\u00e0ri di sarde s\u00e0uri sgombri anciove,<br>passata portentosa di pesce azzurro per quel mare che manco i<br>vecchi a memoria loro rammentavano.<br>E venne su la febbre, gara tra flotta e flotta, ciurma e ciurma,<br>corsa a chi arrivava primo a piazzarsi sul filo giusto dei sessanta<br>passi. E gara tra famiglie, guerra. Smesso lo sventolio dei<br>pannizzi, il vociare, si chiusero le imposte con dispetto. I vetri<br>saettarono bagliori pel sole in faccia, orizzontale, calante verso<br>la punta l\u00e0, Santa Lucia, e verso Imera Solunto l\u2019Aspra il Pellegrino\u201d.<br>Quando pi\u00f9 tardi l\u2019Interdonato scende dalla nave, si para in<br>modo pi\u00f9 diretto davanti a lui e al ragazzo che l\u2019accompagna il<br>pulsare della \u00abgran vita\u00bb della citt\u00e0, delle diverse figure umane,<br>con il loro muoversi affaccendato, su cui echeggiano i segni sonori<br>del lavoro di chi non si vede, che \u00e8 intento all\u2019opera nel buio<br>degli interni:<br>\u201cDiscesi che furono sullo sbarcatoio, passata la Porta a Mare,<br>imboccarono la strada detta Fiume. Giovanni era eccitato e divertito<br>per la gran vita che c\u2019era in questa strada: carusi a frotte<br>correndo sbucavano da strada della Corte, da Porto Salvo, da<br>Vetrani, da vanelle, bagli e piani, su da fondaci interrati, gi\u00f9 da<br>scale che s\u2019aprivano nei muri e finivano nel nulla, in alto, verso<br>il cielo; vecchi avanti agli usci intenti a riparare rizzelle e nasse;<br>donne arroganti, ceste enormi strapiene di robe gocciolanti in<br>equilibrio sopra la testa e le mani puntate contro i fianchi, che<br>tornavano dal fiume sotterraneo, il Cefalino, alla foce sotto le<br>case Pirajno e Martino, con vasche e basole per uso gi\u00e0 da secoli<br>a bagno e lavatoio. Sui discorsi, le voci, le grida e le risate, dominavano<br>i colpi cadenzati sopra i cuoi dei martelli degli scarpari,<br>innumeri e invisibili dentro i catoi.<br>Il mercatante, come dal San Cristoforo allo spettacolo dello sbarcatoio,<br>guardava dappertutto estasiato e sorrideva\u201d.<br>E una Cefal\u00f9 distesa e panoramica ritorna ancora, pi\u00f9 avanti,<br>nello studio del barone visitato dall\u2019Interdonato, nella copia della<br>pianta della citt\u00e0 del secentesco Passa fiume, \u00abingrandita e colorata,<br>eseguita su commissione del barone dal pittore Bevilacqua\u00bb:<br>\u201cLa citta era vista come dall\u2019alto, dall\u2019occhio di un uccello che<br>vi plani, murata tutt\u2019attorno verso il mare con quattro bastioni<br>alle sue porte sormontati da bandiere sventolanti. Le piccole<br>case, uguali e fitte come pecore dentro lo stazzo formato dal<br>semicerchio delle mura verso il mare e dalla rocca dietro che<br>chiudeva, erano tagliate a blocchi ben squadrati dalla strada<br>Regale in trasversale e dalle strade verticali che dalle falde scendevano<br>sul mare. Dominavano il gregge delle case come grandi<br>pastori guardiani il Duomo e il Vescovado, l\u2019Osterio Magno, la<br>Badia di Santa Caterina e il Convento dei Domenicani. Nel porto<br>fatto rizzo per il vento, si dondolavano galee feluche brigantini.<br>Sul cielo si spiegava a onde, come orifiamma o controfiocco,<br>un cartiglione, con sopra scritto CEPHALEDUM SICILIAE URBS<br>PLACENTISSIMA. E sopra il cartiglio lo stemma ovale, in cornice<br>a volute, tagliato per met\u00e0, in cui di sopra si vede re Ruggero<br>che offre al Salvatore la fabbrica del Duomo e nella mezzania di<br>sotto tre cefali lunghi disposti a stella che addentano al contempo<br>una pagnotta\u201d.<br>La visione dello stemma con i tre cefali d\u00e0 poi luogo ad un<br>vero e proprio corto circuito con una visione precedente, quella<br>di una \u00abguastella\u00bb gettata in mare dal ragazzo che accompagna<br>l\u2019Interdonato e rapidamente divorata da un branco di cefali; e da<br>qui sorge una riflessione \u201cpolitica\u201d su Cefal\u00f9, la Sicilia, la speranza<br>del superamento della feroce lotta per la vita e di un trionfo<br>dell\u2019eguaglianza, della solidariet\u00e0, della ragione:<br>\u201cL\u2019Interdonato, alla vista dello stemma, si ricord\u00f2 della guastella<br>buttata dentro l\u2019acqua da Giovanni e subito morsicata dai cefali<br>del porto. La sua mente venne attraversata da lampi di pensieri,<br>figure, fantasie. Stemma di Cefal\u00f9 e anche di Trinacria per via<br>delle tre code divergenti, ma stemma universale di questo globo<br>che si chiama Terra, simbolo di storia dalla nascita dell\u2019uomo<br>fino a questi giorni: lotta per la pagnotta, guerra bestiale dove<br>il forte prevale e il debole soccombe\u2026 (Qu\u2019est-ce-que la propri\u00e9t\u00e9?)<br>\u2026 Ma gi\u00e0 \u00e8 la vigilia del Grande Mutamento: tutti i cefali<br>si disporranno sullo stesso piano e la pagnotta la divideranno<br>in parti uguali, senza ammazzamenti, senza sopraffazioni animalesche.<br>E cefalo come Cefal\u00f9 vuol dire testa; e testa significa<br>ragione, mente, uomo\u2026 Vuoi vedere che da questa terra?\u2026\u201d.<br>In un romanzo successivo come Nottetempo casa per casa si<br>aprono altri squarci eccezionali su Cefal\u00f9 e dintorni, che sembrano<br>seguire un movimento che attraversa lo spazio casa per casa<br>e ne coglie l\u2019effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi<br>in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione<br>dell\u2019onomastica geografica e topografica, che viene come ad addensare<br>in s\u00e9 la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici,<br>esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre<br>che lo abitano. Nello stesso romanzo il capitolo IV, La torre, apre<br>anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi<br>dal protagonista Petro, venuto a partecipare ad una manifestazione<br>socialista: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici,<br>storici, si mescolano i dati \u201cmoderni\u201d delle insegne pubbliche e<br>della pubblicit\u00e0 e poi quelli delle scritte dei cartelli di un corteo<br>(mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un<br>nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi pi\u00f9<br>definiti dati geografici).<br>L\u00ec, come nel Sorriso, e nelle stesse pagine che abbiamo citato,<br>i nomi costituiscono un strumento pi\u00f9 determinante della resa<br>espressiva: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi,<br>di forte sostanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che<br>emergono da un passato ancestrale o nomi legati al pi\u00f9 dimesso<br>fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell\u2019esperienza popolare,<br>nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall\u2019invasione della<br>modernit\u00e0, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti pi\u00f9 distruttivi<br>e perversi. L\u2019elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico<br>pi\u00f9 diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce<br>soprattutto nell\u2019ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti<br>improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il<br>linguaggio viene cos\u00ec forzato in una doppia direzione, sia costringendolo<br>ad immergersi verso un centro oscuro, verso l\u2019intimit\u00e0<br>delle cose e dell\u2019esperienza, verso il fondo pi\u00f9 resistente e cieco<br>della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone<br>l\u2019orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo<br>appunto a \u201cvedere\u201d la distesa pi\u00f9 ampia dell\u2019ambiente e a<br>farsi carico della sua stessa densit\u00e0 storica, di quanto resta in esso<br>di un lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro.<br>Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don<br>Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia<br>del padre, la disperata follia della sorella Lucia), il Petro di<br>Nottetempo si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di<br>tutto \u00abnomi di cose vere, visibili, concrete\u00bb, nomi che egli scandisce<br>come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da<br>cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un<br>rinominare capace di trarre alla luce una realt\u00e0 non ancora contaminata<br>dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere<br>dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realt\u00e0<br>senza pieghe dolorose, in un nuovo flusso sereno della vita e del<br>tempo:<br>\u201cE s\u2019aggrapp\u00f2 alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete.<br>Scand\u00ec a voce alta: \u00abTerra. Pietra. S\u00e8nia. Casa. Forno. Pane. Ulivo.<br>Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna.<br>Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza.<br>Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno\u2026\u00bb scand\u00ec come a<br>voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento<br>in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si<br>svolgeva serena, sereno il tempo\u201d (IV, La torre).<br>Si noti qui come nell\u2019elencazione, che la punteggiatura fissa<br>in una sorta di forma pura, i vari nomi si succedano a gruppi,<br>riferiti a diversi settori d\u2019esperienza, secondo una progressione<br>che va dalla solidit\u00e0 elementare della terra al richiamo aereo del<br>volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilit\u00e0 dell\u2019arcobaleno.<br>Nel Sorriso, peraltro, nel capitolo sesto, rivolgendosi<br>all\u2019Interdonato nel presentare la sua Memoria sui fatti d\u2019Alc\u00e0ra Li<br>Fusi, il Mandralisca rifletteva sulla lingua e sull\u2019\u00abimpostura\u00bb della<br>scrittura e proiettava verso il futuro l\u2019utopia di \u00abparole nuove\u00bb,<br>vere anche per gli esclusi dal linguaggio colto, per coloro che<br>non hanno avuto ancora la possibilit\u00e0 di comprendere le parole<br>della moderna democrazia:<br>\u201cE dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libert\u00e0, Egualit\u00e0,<br>Democrazia, riempiamo d\u2019esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi,<br>pandette, costituzioni, noi, che quei valori abbiamo gi\u00e0 conquisi<br>e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati<br>dal Tiranno o dall\u2019Imperatore, dall\u2019Austria o dal Borbone. E gli<br>altri, che mai hanno raggiunto i dritti pi\u00f9 sacri e elementari, la<br>terra e il pane, la salute e l\u2019amore, la pace, la gioia e l\u2019istruzione,<br>questi dico, e sono la pi\u00f9 parte, perch\u00e9 devono intender quelle<br>parole a modo nostro? Ah, tempo verr\u00e0 in cui da soli conquisteranno<br>quei valori, ed essi allora li chiameranno con parole<br>nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perch\u00e9 i<br>nomi saranno interamente riempiti dalle cose\u201d.<br>Ma sappiamo (e ce lo mostrer\u00e0 il Petro di Nottetempo) che forse<br>la piena solidariet\u00e0 tra i nomi e le cose si d\u00e0 solo nella fantasia<br>del ritorno alla loro origine, nell\u2019utopia della letteratura, di quella<br>scrittura che certo tradisce la vita col suo dolore e con la sua<br>evidenza, ma che sola cerca di dirla e di \u201cvederla\u201d, pi\u00f9 a fondo<br>possibile.<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1127\" class=\"wp-image-3594\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/imagen.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/imagen.jpg 426w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/imagen-213x300.jpg 213w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br><br><\/p>\n\n\n\n<p><em><a href=\"https:\/\/dialnet.unirioja.es\/servlet\/autor?codigo=98411\">Irene Romera Pintor<\/a>\u00a0(coord.)<br><strong>Editores:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/dialnet.unirioja.es\/servlet\/editor?codigo=874\">Generalidad Valenciana = Generalitat Valenciana<\/a>,\u00a0<a href=\"https:\/\/dialnet.unirioja.es\/servlet\/editor?codigo=4268\">Conselleria de Cultura, Educaci\u00f3 i Esport<\/a>\u00a0:\u00a0<a href=\"https:\/\/dialnet.unirioja.es\/institucion\/435\/editor\">Universidad de Valencia = Universitat de Val\u00e8ncia<\/a> <br><strong>A\u00f1o de publicaci\u00f3n:<\/strong>\u00a02007 <br><strong>Recoge los contenidos presentados a:<\/strong><a href=\"https:\/\/dialnet.unirioja.es\/congreso\/5740\">Vincenzo Consolo: punto de uni\u00f3n entre Sicilia y Espa\u00f1a. Los treinta a\u00f1os de &#8220;Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio&#8221;<\/a>\u00a0(1. 2006. Valencia).<\/em><\/p>\n\n\n\n<ul id=\"informacion\"><\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giulio Ferroni Universit\u00e0 La Sapienza La lingua di Vincenzo Consolo sembra come scavare la realt\u00e0,sfidandone la sostanza fisica, l\u2019evidenza visiva, la materia pullulanteche la costituisce: e il capitolo iniziale de Il sorriso dell\u2019ignotomarinaio, subito dopo la sintesi dell\u2019 Antefatto si muove subitoin due direzioni essenziali, verso l\u2019apertura \u201cgeografica\u201d e storicasu di vastissimo ambiente fisico e &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3593\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Forme della visione nel Sorriso dell\u2019ignoto marinaio.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[144,4],"tags":[52,86,336,2025,1930,318,246,77,2023,2024,423,2022,424,658,200,2027,208,978,19,180,73,57,1383,20,38,459,29,2026,214,627,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3593"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3593"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3593\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3596,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3593\/revisions\/3596"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3593"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3593"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3593"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}