{"id":3553,"date":"1995-06-02T18:08:00","date_gmt":"1995-06-02T18:08:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3553"},"modified":"2024-06-02T22:09:12","modified_gmt":"2024-06-02T22:09:12","slug":"dalla-sicilia-alla-luna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3553","title":{"rendered":"Dalla Sicilia alla luna"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><br><\/h3>\n\n\n\n<p>  Come la rosa, il mare o l&#8217;intimo usignolo, la Luna &#8211; \u00absole delle statue\u00bb, come la definisce Cocteau &#8211; \u00e8 stata una fonte inesauribile di ispirazione in tutte le letterature. E se &#8211; come afferma Consolo &#8211; quel giorno dell&#8217;estate 1969, in cui l&#8217;astronave Apollo profano la Luna, \u00e8 stato un giorno nefasto per la poesia, nulla ci impedisce di pensare che l&#8217;astro ha riconquistato tutti i suoi poteri dal momento in cui uno degli astronauti ha dichiarato che, vista dalla Luna, la Terra \u00e8 una piccola scintillante sfera blu. Di colpo, l&#8217;immagine di Paul Eluard &#8211; la Terra \u00e8 blu come un&#8217;arancia\u00bb- \u00e8 sembrata profetica. Se \u00e8 vero che in Ariosto la Luna \u00e8 oggetto della pi\u00f9 memorabile delle invenzioni (con il paladino che vi scopre tutto quello che gli uomini banno perduto nel corso dei secoli, e in particolare gli slanci e i sospiri degli innamorati), \u00e8 pur vero che la Luna non ha ispirato soltanto i poeti. Nel secondo secolo della nostra era, Luciano di Samosata aveva descritto i Seleniti come esseri che filavano e tessevano vetro e metalli nutrendosi di -estratti d&#8217;aria; allo stesso modo Swift li ricorda nei Gulliver&#8217; Travels: considerazione dalla quale possiamo concludere che la cosiddetta science-fiction si trovava gi\u00e0 nella Storia vera del Greco. Ma nel diciassettesimo secolo, ispirandosi alle idee di Copernico e attingendo soprattutto al Somnium Astronomicum di Keplero (opera sulla topografia della Luna e la natura dei suoi abitanti, che l&#8217;autore finge letta in sogno), Cyrano de Bergerac scriveva \/Histoire comique des Etats et Empires de la Lune. In quest&#8217;opera gli abitanti della Luna &#8211; cacciatori di allodole che, raggiunte da frecce infuocate, cadono gi\u00e0 arrostite &#8211; credono che Cyrano sia una sorta di scimmia e come tale lo trattano. In seguito, la fantasia degli scrittori ha continuato a popolare l&#8217;amato satellite e ha perseverato nel considerarlo irraggiungibile meta di un viaggio impossibile. Non ultimo Andr\u00e9 Malraux, che nella sua prima opera &#8211; Lunes de papier (1921) &#8211; sognava lune-palla che s&#8217;involavano verso il Regno della Morte. Da parte sua, Roger Caillois osservava che Newton non ha scoperto la legge di gravita, come si crede, vedendo cadere delle mele da un albero, ma notando che, mentre la mela cadeva, la Luna non cadeva affatto. Oggi, il siciliano Vincenzo Consolo sogna la caduta della Luna in un dialogo poetico-filosofico, mascherato da libretto d&#8217;opera barocca, che si intitola appunto Lunaria. Questo testo ha una genesi curiosa: il punto di partenza \u00e8 un lavoro del barone Lucio Piccolo di Calanovella, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a sua volta autore de Il Gattopardo. Il barone Piccolo, bench\u00e9 ricchissimo, credendo di essere improvvisamente caduto in miseria, volle porvi rimedio scrivendo un testo destinato alla scena&#8230; Nacque cos\u00ec L&#8217;esequie della Luna, che Pasolini &#8211; dal fiuto sempre inquieto e infallibile &#8211; pubblic\u00f2 sulla rivista Nuovi Argomenti nel 1967, e che, alcuni anni dopo, un giovane regista decise di mettere in scena. Poich\u00e9 il poema in prosa di Piccolo era diabolicamente ermetico, fu chiesto a Consolo di farne l&#8217;adattamento. Cammin facendo, preso dall&#8217;avventura della creazione letteraria, Consolo si allontano talmente, e talmente bene, dal testo di Lucio Piccolo, da dar vita a un nuovo testo, Lunaria appunto, che di quello originario conserva solo il germe. Cosi come, d&#8217;altronde, certe pagine di Leopardi &#8211; che per primo aveva sognato la caduta della Luna &#8211; erano state il germe delle Esequie del barone. Il lettore \u00e8 trasportato nella Sicilia del diciottesimo secolo in cui un vicer\u00e9 &#8211; che apostrofa il sole trattandolo da tiranno e da barbaro perch\u00e9 oltraggia i loculi del sonno\u00bb &#8211; non crede n\u00e9 al suo potere n\u00e9 alla sua missione, convinto com&#8217;\u00e8 che malinconica \u00e8 la Storia\u00bb e che esiste solo il tutto, ossia l&#8217;universo, \u00abquesto incessante cataclisma armonico, quest&#8217;immensa anarchia equilibrata\u00bb. Non sar\u00e0 che il vicer\u00e9 \u00e8 uno iettatore? In effetti, la notte in cui sogna la caduta della Luna, quella si stacca; se ne ritrovano pezzi, qua e l\u00e0 nella campagna circostante, il pi\u00f9 piccolo dei quali \u00e8 sufficiente a fare impallidire tutti i lumi del palazzo&#8230; Si pensi, tra la letteratura contemporanea, quelle opere teatrali ibride, solitarie, quali Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas o The Antiphon di Djunta Barnes: come quelle, Lunaria non sembra possa essere rappresentata in teatro, ma riserva alla lettura abbacinanti bellezze. <br><br> <strong>Un palinsesto filosofico<\/strong><br> <strong><em>Paolo Mauri<\/em><\/strong><br><br>  Rubare i sogni non \u00e8 reato e Leopardi fece una volta un sogno bellissimo, che era quasi un incubo (anche gli incubi possono essere belli). Nel sogno .[.. ] il poeta vede la luna staccarsi improvvisamente dal cielo, diventare via via pi\u00f9 grande man mano che precipita, e rovinare di colpo in mezzo a un prato. In cielo soltanto un barlume, al posto dell&#8217; astro caduto, anzi una nicchia. Visione tale da recare non poco tur-bamento, in cotal guisa \/ Ch&#8217;io n&#8217; agghiacciava; e ancor non m&#8217;assicuro. Svanito il sogno, il turbamento rimase. Racconta Vincenzo Consolo che tent\u00f2 di dargli forma teatrale, un giorno, il barone Lucio Piccolo: che era anche, come non tutti sanno, un raffinato poeta. Ma non gli riusc\u00ec. Ci ha riprovato ora Consolo stesso, che forse deve a Piccolo l&#8217;idea di trasferire il sogno in Sicilia. Lunaria, questo il titolo dell&#8217;operina di Consolo &#8230;], \u00e8 infatti una messinscena siciliana, proiettata in un Settecento non ben precisato e animato da un Vicer\u00e9 abulico che guarda il suo tempo senza troppo apprezzarlo, mentre volentieri tende l&#8217;orecchio ai pi\u00f9 grandi ed eterni dilemmi umani. &#8230;. Lo abbiamo detto all&#8217;inizio: rubare un sogno non \u00e8 reato e meno che mai lo \u00e8 in letteratura. Se ha certamente ragione G\u00e9rard Genette quando dice che ogni testo letterario \u00e8 in realt\u00e0 un palinsesto, nel senso che ogni storia, ogni libro, viene riscritto sulla base di un libro precedente, Consolo sembra dargli doppiamente ragione Lunaria [&#8230;] \u00e8 un palinsesto i cui strati sono in bella evidenza. Non tanto, o meglio non solo, per il dichiarato prestito leopardiano; in tutta la costruzione di Consolo circola un&#8217;aria iperletteraria, erudita, avverti un controllatissimo gioco di incastri. A cominciare dalla lingua: un italiano (quando non \u00e8 dialetto o spagnolo), tornito, sapientissimo, musicale, un mosaico in cui s&#8217;incastonano autentiche rarit\u00e0, da speleologo dei dizionari. Questa lingua, pi\u00f9 mossa, pi\u00f9 increspata di quella impiegata a suo tempo nel romanzo ha la funzione di rendere l&#8217;azione astratta e quindi (qui s\u00ec) dichiaratamente teatrale, simbolica. E un mondo, quello della luna che cade, che non scende a noi, ma al quale dobbiamo salire. Tocca a noi, lettori-spettatori, carpire il segreto musicale di un incubo da favola e adattarvi le nostre orecchie, disabituate al frastuono di una sintassi e di un lessico avari di concessioni al gi\u00e0 detto. Restituendo al parlato quella patina d&#8217;antico di cui (dato il tempo in cui si svolge l&#8217;azione) ha bisogno, Consolo si rivela dunque &#8220;falsario&#8221; abilissimo. <br>Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9. Resuscitando questo antico e fanciullesco sogno, Consolo vuole anche dirci che esso non troverebbe posto nello smagato mondo di oggi, che sulla luna addirittura ci \u00e8 andato. Squisitamente para-leopardiana \u00e8 la conclusione filosofica. La felicit\u00e0, se la si vuol provare, bisogna recitarla, magari in un teatrino bizzarro e mentale come questo. Rovescio notturno del mito di Fetonte che rovin\u00f2 con il carro del sole, il sogno della caduta della luna non pu\u00f2 appartenere a una civilt\u00e0 agreste. L&#8217;ultima che si \u00e8 concessa un rapporto irripetibile con la notte e che a luci spente ha concepito favole, idilli e umano terrore. <br><br>(la Repubblica, 2 luglio 1985) <br><br><strong>Quando la luna cadde alla corte del Vicer\u00e9<\/strong> <br><br><strong><em>Antonio Prete <\/em><\/strong><br>Leggo Lunaria, l&#8217;operetta di Vincenzo Consolo che ha per &#8220;protagonista&#8221; la luna, a distanza di qualche mese da alcune mie &#8211; come chiamarle? &#8211; meditazioni esegetiche attorno alla luna leopardiana, alla sua teofania nei Canti, alla sua luce che insieme vela e rivela il paesaggio naturale, dischiudendo, nella notte un altro paesaggio, quello dell&#8217;interiorit\u00e0. Che cammini velata di nubi viola, o che tremi di solitudine e di bagliore in un cielo di ghiaccio, la luna leopardiana illumina quel limitare della coscienza sul quale l&#8217;impensato dialoga con le forme del pensiero, ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 perduto cerca una nuova lingua. La luce lunare racconta in Leopardi l&#8217;essenza stessa della poesia. Cos\u00ec, \u00e8 stato forse questo mio recente vagabondare critico (e lunatico) nei Canti, fino al Tramonto della luna, a farmi da appassionata guida nel racconto dialogato di Lunaria, in questo cuntu che .[..] ruota attorno al sogno leopardiano che narra la caduta della luna [&#8230;]. Oppure \u00e8 stato l&#8217;improvviso ritorno di immagini che avevano accompagnato, nell&#8217;estate del 76, proprio nelle trasparenze di alcuni meriggi siciliani, la lettura del Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, a introdurmi nel nuovo racconto [&#8230;]. <br>Il racconto raccoglie, cos\u00ec mi sembra, sovrapponendoli con delicata arguzia, frammenti di generi non pi\u00f9 frequenti, anzi polverosi di letterario oblio: il Trauerspiel, tuttavia spogliato dei suoi emblemi funerei e delle sue allegorie di cenere incastonate nel fulgore della corona, insomma rivisitato pi\u00f9 dalla parte della Torre hofmannsthaliana che dei suoi barocchi luttuosi modelli: l&#8217;operetta morale, riscritta con una dilatazione degli scenari e della partiture linguistiche della visualit\u00e0 e della coralit\u00e0; la favola teatrale, aperta a ritmi popolari, a cadenza di proverbi, sospesa tra documento etnografico ed evocazione magica, tra fonti descrittive e levit\u00e0 di narrazione. Ma quel che unisce questi frammenti, e allontana i generi nel loro esile e circoscritto compito di stimolo, \u00e8 la lingua, vero oggetto di questa narrazione. Una lingua che contamina flessuose e immaginose movenze barocche con insistenze &#8220;stralunate&#8221;, da lessico lussurioso e tuttavia straniato. Pi\u00f9 che l&#8217;intrico dell&#8217;arabesco, c&#8217;\u00e8 la sua ossessione di luce, attraverso la complicit\u00e0 tra ripetizione e variazione. Una lingua fatta di calchi, mimetismi libreschi, citazioni, ridondanze tornite e autoironiche. L&#8217;elencazione \u00e8 insieme tecnica che ravviva e ritmo adeguato alla teatralit\u00e0 eccessiva e malinconica della favola. La lingua artificiale e musicale, parlata da villani e villanelle della Contrada e dal messaggero Mondo, irrompe, metafora d&#8217;una primordialit\u00e0 contemplativa perduta, nei linguaggi declamatori della corte. Nel finale, deposte le insegne del potere, il Vicer\u00e9 recita l&#8217;amplificazione gnomica che portava il pubblico del teatro barocco nel cuore del gran teatro del mondo: la sua vanitas: \u00abVero re \u00e8 il Sole, tiranno indifferente, occhio che abbaglia, che guarda e che non vede. \u00c8 finzione la vita, melanconico teatro, eterno mutamento. Unica salda la cangiante Terra, e quell&#8217;Astro immacolato l\u00e0, cuore di chiara luce, serena anima, tenera face, allusione, segno, sipario dell&#8217;eterno\u00bb. Che il vero testo d&#8217;avvio, non dichiarato, della favola di Consolo, e di L&#8217;esequie della luna di Piccolo, non sia il leopardiano Spavento notturno, ma il bellissimo verso de Il tramonto della luna, dove nella cesura si raccoglie l&#8217;evento e l&#8217;allegoria del vivere: \u00abScende la luna; e si scolora il mondo\u00bb? Con l&#8217;assenza della luna, sul paesaggio scende la notte d&#8217;un immensa vanitas, ma il silenzio che sopravviene allo scenico reclino della luna dischiude l&#8217;invisibile, come accadr\u00e0, dopo Leopardi, ai notturni di Rilke. Ma qui, chiusa la picciola favoletta\u00bb di Lunaria, eccomi tornato a quel meditare lunatico&#8230;<br><br> (Il Manifesto, 1 agosto 1985) <br><br>Non ci si allontana dalla Sicilia con Retablo, romanzo che, in Francia, esce contemporaneamente a Lunaria. Di primo acchito Retablo pu\u00f2 essere considerato come appartenente allo stesso filone del Concierto barocco di Alejo Carpentier, ma in pi\u00f9 possiede quelle malinconiche digressioni metafisiche che non hanno mai tentato il grande romanziere cubano. L&#8217;argomento trattato \u00e8 il viaggio intrapreso da Fabrizio Clerici, pittore di anticaglie\u00bb, nelle estreme terre della penisola: va in cerca di rovine e di vestigia del passato, sulle orme di quel monaco Fazello che \u00abbasandosi sulla parola antica di Diodoro\u00bb scopri \u00abcircondata dalla macchia e dalla palude, la defunta Selinunte\u00bb. Gli fa da guida un fraticello. Briganti che sono monaci che hanno gettato la tonaca alle ortiche, pastori e cantastorie che salvaguardano la memoria dell&#8217;isola, contadini occupati a ripulire i campi da quelle antichit\u00e0 contro le quali urta il vomere dell&#8217;aratro: ecco i personaggi che popolano questo racconto il cui tempo \u00e8, senza sosta, &#8220;allegro con brio&#8221;. Le parole sono come perni sui quali la frase ondula, scende, risale, si attarda chiamandone altre che accorrono, si alternano, si snodano, vibrano, scintillanti di metafore. Il lettore \u00e8 riportato in un passato trasfigurato, a quella prima meraviglia incredula e reciproca che dovettero provare, messe a confronto, la Lombardia illuminista (impersonata dal cavalier Clerici) e quella Sicilia dalla quale i Greci e gli Arabi non sono mai partiti. Retablo ha il tono brioso di un divertissement in cui anche l&#8217;erudizione si presta al gioco. Ma, come in Lunaria, dietro il sorriso si cela lo stesso pianto; s\u00ec: \u00abmalinconica \u00e8 la Storia\u00bb. E la mirabile statua che scivola dalla barca del cavaliere, forse &#8211; tutta incrostata di madrepore &#8211; un giorno sar\u00e0 ritrovata. Agli occhi della divinit\u00e0, al di l\u00e0 del tempo, non ci sar\u00e0 alcuna differenza tra la Nike di Samotracia e la conchiglia prodotta da una bestiola mucosa che porta in s\u00e9 una riserva di sale e di madreperla, destinata ad essere versata in uno stampo di geometrica perfezione. Va notato, per concludere, che Fabrizio Clerici \u00e8 il nome di un grande pittore italiano contemporaneo, i cui soggetti prediletti sono citt\u00e0 immaginarie, labirinti sventrati, insomma: ogni pietra scolpita ed erosa. Rendiamo omaggio, infine, all&#8217;arduo lavoro dei traduttori. [&#8230;] <br><br>(<strong><em>Hector Bianciotti<\/em><\/strong>, Le Monde, 22 aprile 1988; traduzione di Marina Di Leo)<br><br>da Nuove Effemeridi, rassegna trimestrale di cultura. pagine -107 &#8211; 108 &#8211; 109<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"700\" height=\"933\" class=\"wp-image-3554\" style=\"width: 700px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/444760920_770672988611126_477131007941237500_n.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/444760920_770672988611126_477131007941237500_n.jpg 1536w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/444760920_770672988611126_477131007941237500_n-225x300.jpg 225w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/444760920_770672988611126_477131007941237500_n-768x1024.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/444760920_770672988611126_477131007941237500_n-1152x1536.jpg 1152w\" sizes=\"(max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><br><br><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come la rosa, il mare o l&#8217;intimo usignolo, la Luna &#8211; \u00absole delle statue\u00bb, come la definisce Cocteau &#8211; \u00e8 stata una fonte inesauribile di ispirazione in tutte le letterature. 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