{"id":3360,"date":"2008-12-19T07:02:00","date_gmt":"2008-12-19T07:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3360"},"modified":"2023-12-20T06:51:42","modified_gmt":"2023-12-20T06:51:42","slug":"levidenza-del-nome-nella-scrittura-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3360","title":{"rendered":"L\u2019evidenza del nome nella scrittura di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><br><br><strong><em>Giulio Ferroni<br>Universit\u00e0 La Sapienza<\/em><\/strong><br><br>Nel capitolo VI de Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio si svolge un\u2019intensa interrogazione del senso della scrittura dei \u00abcosiddetti illuminati\u00bb, dei \u00abprivilegiati\u00bb che pure tentano di dar voce ai villani che si sono ribellati alle ingiustizie; se ne rileva il carattere di impostura, di fronte alla<br>difficolt\u00e0 e impossibilit\u00e0 di far parlare le lingue \u201caltre\u201d, di trovare \u00abla chiave, il cifrario dell\u2019essere\u00bb, lo strumento di accesso al mondo delle classi subalterne, alla loro espressione, al loro essere, al loro sentire e al loro risentimento. Entro questa insuperabile difficolt\u00e0 viene chiamata pi\u00f9 specificamente in causa l\u2019insufficienza dei nomi, delle parole del codice politico, fatto di termini che restano estranei alle classi popolari; anche le grandi parole come \u00abRivoluzione, Libert\u00e0, Egualit\u00e0, Democrazia\u00bb mostrano la loro incorreggibile parzialit\u00e0. Di fronte a questa situazione, si delinea l\u2019attesa di parole nuove, di nomi capaci di afferrare quella realt\u00e0 che sfugge al linguaggio attualmente disponibile, conquistati dagli stessi soggetti che da quello sono esclusi: \u201cAh, tempo verr\u00e0 in cui da soli conquisteranno que\u2019 valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perch\u00e9 i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose\u201d1 . I nomi vengono ad essere, in effetti, nella loro evidenza, gli strumenti essenziali di un contatto con le cose, qui con una proiezione utopica (che risente ancora delle utopie sessantottesche) verso il sogno di un legame futuro, solidale, tra nomi e cose, verso una conciliazione che cancelli ogni scissione, ogni lacerazione tra il linguaggio e la realt\u00e0. 56 Ben presto per\u00f2, nell\u2019esperienza di Consolo, al di l\u00e0 di questa proiezione in avanti, si impone un movimento opposto che conduce la scrittura, nel confronto con l\u2019evidenza dei nomi, a risalire all\u2019origine, o comunque ad un perduto passato di conciliazione tra la realt\u00e0 e il linguaggio. Essi si porranno allora come segni persistenti di ci\u00f2 che \u00e8 stato lacerato, segni che recano in s\u00e9 le stigme del dolore, che manifestano la necessit\u00e0 e insieme l\u2019impossibilit\u00e0 di un riconoscimento, di una risposta all\u2019offesa del male e della violenza. Nel testo eponimo de Le pietre di Pantalica lo sguardo agli oltraggi subiti da Siracusa rinvia ad uno scritto di Alberto Savinio (Nivasio Dolcemare), Fame ad Atene, con il terribile ricordo di uno degli oltraggi subiti da Atene nella seconda guerra mondiale (la morte per fame di ottocento persone), e al modo in cui lo scrittore cerc\u00f2 di rievocare e difendere la memoria della citt\u00e0 proprio affidandosi ai suoi nomi: \u201cAllora lo scrittore, per quest\u2019offesa all\u2019umanit\u00e0, per quest\u2019oltraggio alla civilt\u00e0, fa una rievocazione della sua Atene servendosi dei nomi: di vie, di piazze, di bar, di ritrovi; di persone, di oggetti; e soprattutto di cibi, di dolci. Nomi scritti nella loro lingua, in greco. Roland Barthes ci ricorda che in latino sapere e sapore hanno la stessa etimologia. E anch\u2019io allora, come Nivasio Dolcemare, vorrei, se ne fossi capace, rievocare la mia Siracusa perduta attraverso i nomi: di piazze, di vie, di luoghi \u2026 Ma soprattutto di cibi, di dolci, magari servendomi di un prezioso libretto, Del magiar siracusano, di Antonino Uccello. Ma, Antonino, ha senso oggi trascrivere quei nomi?\u201d2 . La coscienza della divaricazione tra l\u2019originario mondo della tragedia greca e l\u2019uso delle contemporanee rappresentazioni in traduzione (proprio nella disastrata Siracusa) fa poi sorgere un\u2019allocuzione ai mitici personaggi di Argo, citt\u00e0 \u00abridotta a rovine\u00bb, il cui ricordo pu\u00f2 persistere, come quello di Siracusa o di Atene, solo nella parola originaria della poesia: \u201cVi resti solo la parola, la parola d\u2019Euripide, a mantenere intatta, nel ricordo, quella vostra citt\u00e0\u201d<br><em>3 . 2. 3 Ibidem. 57<\/em><br>Il rilievo del nome sostiene l\u2019ampio uso che Consolo fa della enumerazione caotica e dell\u2019elencazione seriale, che d\u00e0 assoluta evidenza ai sostantivi nei loro diversi tipi, dai nomi propri (luoghi, persone, dati della storia e del mito, ecc.) a quelli comuni di cose materiali e concrete a quelli di cose astratte e ideali, ecc. Queste enumerazioni di nomi si collegano talvolta a scatti improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il linguaggio viene cos\u00ec forzato in una doppia direzione, sia costringendolo ad immergersi verso un centro oscuro, verso l\u2019intimit\u00e0 delle cose e dell\u2019esperienza, verso il fondo pi\u00f9 resistente e cieco della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone l\u2019orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo appunto a \u201cvedere\u201d la distesa pi\u00f9 ampia dell\u2019ambiente e a farsi carico della sua stessa densit\u00e0 storica, di quanto resta in esso di un lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro. Nel IV capitolo di Nottetempo casa per casa il \u00abmaestricchio\u00bb Petro Marano, chiuso nella torre del vecchio mulino avuto in lascito, meditando sul dolore della propria famiglia, dopo essersi abbandonato ad un urlo indistinto e senza scampo, si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di tutto \u00abnomi di cose vere, visibili, concrete\u00bb, nomi che egli scandisce come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un rinominare capace di trarre alla luce una realt\u00e0 non ancora contaminata dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere dato appunto dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realt\u00e0 senza pieghe dolorose, in un nuovo flusso sereno della vita e del tempo: \u201cE s\u2019aggrapp\u00f2 alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scand\u00ec a voce alta: \u00abTerra. Pietra. S\u00e8nia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno \u2026\u00bb scand\u00ec come a voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento 58 in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si svolgea serena, sereno il tempo\u201d4 . Petro rinvia alla scaturigine dei nomi, che, quando designano cose concrete, sembrano mantenere ancora il nesso primigenio, la misura di quando nulla era ancora accaduto, di quando il male e il dolore non aveva ancora lacerato le possibilit\u00e0 dell\u2019esperienza. E si noti come in questa elencazione, che la punteggiatura fissa in una sorta di forma pura, i vari nomi si succedano a gruppi, riferiti a diversi settori d\u2019esperienza, secondo una progressione che va dalla solidit\u00e0 elementare della terra al richiamo aereo del volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilit\u00e0 dell\u2019arcobaleno. Ne Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio l\u2019evidenza del nome si impone fi n dalle pagine iniziali, con lo sguardo del barone Mandralisca che si avvicina alla costa della Sicilia, la cui immagine si fissa nei nomi dei feudatari signori delle torri sormontate dai fani (si noti qui la quasi totale assenza degli aggettivi: c\u2019\u00e8 solo il generico grande e il numerale cinque). \u201cRiguard\u00f2 la volta del cielo con le stelle, l\u2019isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d\u2019arenaria e malta, ch\u2019estollono i lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangonsi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calav\u00e0 e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo \u2026\u201d5 . Ai nomi dei feudatari che in quel momento dominano i luoghi succedono poi quelli delle citt\u00e0 sepolte, evocate dalla sapienza archeologica del barone: \u201cDietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano citt\u00e0. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Calacte, Alesa\u2026 Citt\u00e0 nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni\u201d6 .\u00a0 <em>6 Ibidem. 59<\/em><br>Ecco poi pi\u00f9 avanti un elenco dei pellegrini che procedono verso il santuario di Tindari e degli oggetti che recano con s\u00e9: \u201cErano donne scalze, per voto, scarmigliate; vecchie con panari e fiscelle e bimbi sulle braccia; uomini carichi di sacchi barilotti damigiane. Portavano vino di Pianoconte, malvasia di Canneto, ricotte di Vulcano, frumento di Salina, capperi d\u2019Acquacalda e Quattropani. E tutti poi, alti nelle mani, reggevano teste gambe toraci mammelle organi segreti con qua e l\u00e0 crescenze gonfi ori incrinature, dipinti di blu o nero, i mali che quelle membra di cera rosa, carnicina, deturpavano\u201d7 . E si ricordino ancora pi\u00f9 avanti i nomi elencati dal Mandralisca di fronte ai pazienti visitatori della sua casa- museo: \u201cAlle vetrine, alle teche delle lucerne e delle monete, dove il barone si lasci\u00f2 andare ad una sequela infinita di date, di luoghi, di simboli e valori, quei quattro o cinque che appresso gli restarono, per troppa stima o estrema cortesia, afferrarono qualcosa come Mozia Panormo Lipara Litra Nummo Decadramma\u201d8 . E del resto la figura stessa del Mandralisca, erudito e malacologo, raccoglitore e classificatore di oggetti, di dati e di date, \u00e8 elettivamente disposta alla ricerca e alla sistemazione dei nomi, alla loro disposizione ed elencazione (e si pu\u00f2 ricordare, sempre nel Capitolo primo, il sogno di farsi pirata per impadronirsi della \u00absperonara\u00bb che sta trasportando chiss\u00e0 dove dei marmi: se potesse averli farebbe schiattare di rabbia altri collezionisti concorrenti, i cui nomi vengono anch\u2019essi riportati in elenco)9 . Ma in tutta l\u2019opera di Consolo si danno le pi\u00f9 diverse variazioni, combinazioni, funzioni in questo uso dei nomi. Cos\u00ec nel racconto di cui qui presentiamo la traduzione di Irene Romera Pintor 7 Si noti qui la sottile scansione, con la successione dei tre membri introdotti nell\u2019ordine da donne, vecchie, uomini, e poi il successivo elenco in cui risaltano i luoghi d\u2019origine dei diversi prodotti, dove l\u2019evidenza delle derrate alimentari \u00e8 sottolineata dal complemento con il nome proprio, il tutto disposto in una sequenza di quattro settenari e di un endecasillabo: vino di Pianoconte,\/ malvasia di Canneto,\/ ricotte di Vulcano,\/ frumento di Salina,\/ capperi d\u2019Acquacalda e Quattropani. 8\u00a0 \u00abAvrebbe fottuto il B\u00ecscari, l\u2019Asmundo Zappal\u00e0, l\u2019Alessi canonico, magari il cardinale P\u00e8poli, il Bellomo e forse il Landolina\u00bb.<br><em>60 Pintor, Filosofiana, si pu\u00f2 trovare una fitta presenza di nomi geografi ci e topografi ci, mentre fortissima suggestione ha l\u2019elenco dei nomi delle erbe pronunciato dall\u2019impostore don Gregorio: \u201cE salmodiando, don Gregorio gettava sopra la bal\u00e0ta le erbe che prendeva a una a una dalla sporta, chiamandole per nome. \u00abPimpinella,\u00bb diceva \u00abPetrosella, Buglossa, Scalogna, Navone, Sellerio, Pastinaca\u2026\u00bb\u201d10.<\/em><br>Ma vorrei insistere un po\u2019 pi\u00f9 diffusamente su Retablo, che prende avvio proprio da un nome, quello della donna amata da Isidoro, Rosalia, subito scomposto nelle sue due componenti, Rosa e Lia, poi ossessivamente ripetute. Ciascuna di queste due componenti d\u00e0 avvio ad una serie di esaltate variazioni. La prima variazione scaturisce dal piano semantico di rosa, in un delirio floreale, carico di profumi e di colori, che d\u00e0 luogo ad altre serie di termini moltiplicati. Dopo il nome e la sua scomposizione, rosa viene ripetuto quattro volte, ogni volta seguito da una relativa che ne specifica l\u2019azione; poi si passa ad una negazione paradossale (Rosa che non \u00e8 rosa) e a due nuove riprese di rosa, accompagnate ancora da relative, ma stavolta le relative danno luogo a predicati nominali, entro ciascuno dei quali si dispongono quattro termini con nomi di fiori (prima datura, gelsomino, b\u00e0lico e viola; poi pomelia, magnolia, z\u00e0gara e cardenia). A queste identificazioni della donna con i diversi fi ori succede l\u2019immagine del tramonto, con il suo trascolorare (fissato nell\u2019immagine della sfera d\u2019opalina, cio\u00e8 di un vetro traslucido e opalescente) e con l\u2019addolcirsi dell\u2019aria (forte l\u2019espressivit\u00e0 di sfervora, come se essa riducesse la sua febbre), seguita nel suo penetrare dentro il chiostro del convento e nel suo spandervi nuovi profumi (ancora con elencazioni seriali, prima dei predicati, coglie, coinvolge, spande, poi dei complementi aggettivati, odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi) che sembrano risultare da un\u2019opera di<br><br><em>10 CONSOLO, V. (1988: 92). Vero tour de force quello della traduzione di Romera Pintor, in CONSOLO, V. (2008: 69): \u201cY mientras salmodiaba, don Gregorio echaba sobre la l\u00e1pida las hierbas que tomaba una a una del capazo, llam\u00e1ndolas por su nombre.\/ \u00abPimpinella\u00bb dec\u00eda \u00abPetrosela, Buglosa, Chalote, Nabo, Apio,<\/em> <em>Pastinaca&#8230;\u00bb\u201d. 61<\/em><br><br>distillazione (e i balsami sono grommosi perch\u00e9 sembrano carichi di incrostazioni, di una sensuale impurit\u00e0): \u201cRosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha r\u00f2so, il mio cervello s\u2019\u00e8 mangiato. Rosa che non \u00e8 rosa, rosa che \u00e8 datura, gelsomino, b\u00e0lico e viola; rosa che \u00e8 pomelia, magnolia, z\u00e0gara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d\u2019opalina, e l\u2019aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m\u2019ha, ah!, con la sua spina velenosa in su nel cuore\u201d11. Sul secondo termine della scomposizione si svolge tutta una serie di variazioni foniche a partire dal significante lia, in un viluppo di termini che contengono la sillaba li o la sola labiale l (daliato a lumia a liana a libame, licore, letale, ecc., fi no a liquame). Dal nome Lia si svolge, come un vero e proprio denominale, il verbo liare (che indica un\u2019azione simile a quella che fanno sui denti agrumi come il cedro e la lumia), a cui segue tutta una serie di sostantivi caratterizzati dalla posizione iniziale della sillaba li, da liana (che contiene in s\u00e9 il nome Lia); si notino le voci dotte libame (latino libamen), \u00ablibagione\u00bb che agisce come una droga (oppioso), lilio per \u00abgiglio\u00bb, angue per \u00abserpente\u00bb; limaccia indica una \u00ablumaca\u00bb che lo avvolge nei suoi vischiosi avvolgimenti, attass\u00f2, (siciliano da attassari, \u00abassiderare, freddare\u00bb); lippo \u00e8 il siciliano lippu, che indica il musco e in genere ogni pellicola viscosa che si attacca: \u201cLia che m\u2019ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell\u2019inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l\u2019ossa, limaccia che m\u2019invischi\u00f2 nelle sue spire, lingua che m\u2019attass\u00f2 come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell\u2019alma mia, liquame nero, pece dov\u2019affogai, ahi!, per mia dannazione\u201d12. <em>12 Ibidem<\/em>. 62 Ruotando sul nome e scomponendolo, in queste cascate di sostantivi che solo in pochi casi sono accompagnati da aggettivi, si svolge cos\u00ec un canto d\u2019amore cieco e sensuale che si riavvolge su se stesso e che trova una figura esemplare, nel serpe che addenta la sua coda, del riavvolgersi di ogni esperienza su se stessa (\u00e8 una figura, questa, molto cara a Consolo, come quella simile della chiocciola, riavvolta su di s\u00e9, in un percorso circolare che sempre torna al punto di partenza). Dopo questa scomposizione del nome della sua Rosalia, il frate ricorda di averla cercata nei luoghi pi\u00f9 diversi di Palermo, fino ad identificarla in modo blasfemo con l\u2019immagine della santa protettrice della citt\u00e0, Rosalia appunto, venerandone il corpo racchiuso nel sepolcro di cristallo nel celebre santuario del Monte Pellegrino: esasperata sensualit\u00e0, erotismo, ossessione funebre, ritualit\u00e0 spettacolare, senso del peccato e della dannazione si fondono qui in un nesso inscindibile. Il nome di Rosalia viene ripetuto poi pi\u00f9 volte, in diversi punti del libro; e al diario della peregrinazione del pittore Fabrizio Clerici si intreccia una confessione di Rosalia, che si scinde e si confonde in un\u2019immagine singola e doppia, la Rosalia di don Vito Sammataro e la Rosalia di Isidoro che \u00e8 in realt\u00e0 \u00absolamente la Rosalia d\u2019ognuno che si danna e soffre, e perde per amore\u00bb13. Nell\u2019attraversare i luoghi della Sicilia, Fabrizio Clerici ne assapora i nomi propri, trae in luce i signifi cati che addensano in s\u00e9; e dalle pi\u00f9 semplici etimologie pu\u00f2 lasciar scaturire altre cascate di nomi, come qui, che dal nome di Salemi vengono fuori in successione altri nomi astratti, altri nomi geografi ci, altri nomi concreti: \u201cMa era certo insieme quel paese Salem e Alicia, luogo di sale e luogo di delizia, del rigoglio e del deserto, dell\u2019accoglienza e dell\u2019inospitale, della sterilit\u00e0 e del fico b\u00ecfero, ch\u00e9 subito, appena pochi passi oltre l\u2019aridume, ove la terra veniva ristorata dalle fonti di Delia, R\u00e0bisi, Gib\u00e8li, Rapicaldo, dal Gorgo della donna, la terra si faceva, come la Promessa, copiosa di frutti d\u2019ogni sorta, e di pascoli, di vigne, d\u2019olivi, di sommacco\u201d14.. 63 Poco pi\u00f9 avanti si ascolta don Carmelo Al\u00f2si, esperto nell\u2019arte \u00abdegli innesti e della potatura\u00bb, elencare, come \u00abun unico giardino, unico e sognato, tutti i giardini\u00bb che ha conosciuto e in cui ha lavorato: \u201cdi Francofonte o di Lentini, della Conca d\u2019Oro o del Peloponneso, di Biserta o d\u2019Orano, di Rabat o di Marrakech o di Valencia. Come pure i giardini di capriccio e d\u2019ornamento, piccoli come quelli di Mokarta, del Patio de los Naranjos sotto la Giralda di Siviglia, del Generalife sopra all\u2019Alhambra di Granada o quello delle latom\u00ece del Paradiso in Siracusa\u201d15. Ma la campionatura dei nomi di Retablo pu\u00f2 agevolmente condurre dai nomi geografi ci e topografi ci a quelli mitici. Cos\u00ec da una epigrafe greca di Selinunte sgorga una serie di nomi di classiche divinit\u00e0: \u201cVinciamo per Zeus, per Phobos, per Eracle, per Apollo, per Poseidon e per i Tindaridi, per Athena, per Malophoros, per Pasikrateia e per gli altri d\u00e8i, ma per Zeus massimamente\u2026\u201d16. Ci sono poi i nomi storici, come quelli delle famiglie nobili di Trapani di cui don Sciav\u00e8rio Burgio presenta le dimore, a cui seguono i nomi delle chiese: \u201c- Del barone Xirinda \u2013dicea\u2013 del duca S\u00e0ura, dei signori Scalabrino, del marchese Fardella, del barone Giardino, Piombo, della Cudd\u00eca, di San Gioacchino, dei signori P\u00e8poli, Sta\u00ecti; e ancora: Poma, Todaro, Reda, Milo, Salina, Bartalotta, Riccio, Pandolfina, Rap\u00ec, Arcudaci\u2026 Quindi le chiese, pi\u00f9 belle, pi\u00f9 imponenti: del Collegio, di san Lorenzo, di Santo Spirito, della Badia, del Monserrato\u2026\u201d17. In questo delirio dei nomi, quello del poeta Giovanni Meli, ricordato dal pastore Al\u00e0imo, d\u00e0 luogo ad una serie di variazioni paronomastiche: 64 \u201cD\u2019un poeta di qua, mi disse dopo, da tutti conosciuto e frequentato, di nome Meli. Ma Mele dico ei doversi dire, come mele o melle, o meli\u00e0ca, che ammolla e ammalia ogni malo male\u201d18. Ecco poi gli elenchi di nomi di oggetti, come quelli che popolano la casa-museo del Soldano: \u201c\u2026 mi parve d\u2019entrare nel museo pi\u00f9 stivato e vario. V\u2019era per tutte le pareti, sopra mobili e mensole, capitelli e basi di colonne, dentro nicchie e stipi, pendenti fi nanco dal soffi tto, ogni pi\u00f9 bello e prezioso o pi\u00f9 orrido e peregrino oggetto. Integri e lucidi e con disegni limpidi, neri crateri sicoli e attici, anfore oriballi coppe pissidi lecane, teste e gambe e torsi di terre cotte e marmi, arcaici rilievi di frontoni, di corrose metopi, luminosi parii di d\u00e8e e divi e d\u2019eroi mitici di grecanica, fattura nobilissima o nei rifacimenti de\u2019 romani; tavole dorate bizantine, croci dipinte, pale dei Fiamminghi, e vaste tele delle scuole del Sanzio, del Merisi o del Vecellio; stemmi, pietre mischie, conche di porfido, retabli gagineschi, calici incensieri cantaglorie, teschi d\u2019avorio o maiolica sopra le cartapecore di codici e messali; cereplaste di Vanitas, morbi, pesti, flagelli e di Memento mori\u2026\u201d19. Come sintesi esemplare di questa furia della nominazione che agisce in ogni momento di Retablo, che agisce allo stesso modo sul frate siciliano sfratato e sul viaggiatore milanese che attraversa la Sicilia (anche se questi mette in bocca molte di queste serie di nomi a siciliani, a ospitali personaggi incontrati durante il suo viaggio), si pu\u00f2 ricordare la pagina seguente, che si svolge in accumuli successivi di nomi di ordini diversi, da nomi geografi ci a nomi di navi a nomi di merci di ogni sorta. Siamo davanti al porto di Trapani (come fatto riavvolgere su se stesso attraverso il gioco paronomastico porto\/ porta, in pi\u00f9 complicato dal superlativo importantissima), la cui immagine balena in tutta evidenza davanti al lettore grazie ad una sorta di litania, attribuita da quel don Sciav\u00e8rio che accoglie i viaggiatori (e proprio let\u00e0ne viene chiamata, non senza una certa ironia, quasi un fuggevole. 65 do autoironico di Consolo alla propria cos\u00ec pervicace e suggestiva passione per i nomi): \u201cIn quel porto, ch\u2019\u00e8 porta importantissima d\u2019ogni incrocio e scambio, d\u2019ogni pi\u00f9 vario mondo, d\u2019ogni citt\u00e0 di traffico e commercio d\u2019infra e fuori Regno, del settentrione e del meridione, del levante e del ponente, d\u2019ogni isola, costa o continente: di Cipro, Rodi, Candia, Malta e di Pantelleria, d\u2019Amalfi , Procida, Livorno, Lucca, Pisa, Genoa e Milano, di Venezia e di Ragusa, di Barcellona, Malaga, Cadice, Minorca\u2026 Vascelli, brigantini, galeoni, feluche, palmotte, sciabecchi, polacche, fregate, corvette, tartane caricavano e scaricavano, nel traffi co, nel chiasso, nell\u2019allegria della banchina, le merci pi\u00f9 disparate: sale per primo, e in magna quantitate, poi tonno in barile, di quello rinomato di Formica, Favignana, Scopello e Bonaglia, e asciutt\u00e0me, vino, cenere di soda, pasta di regolizia, sommacco, pelli, solfo, tufi , marmi, scope, giummara, formaggi, intrita dolce e amara, oli, olive, carrube, agli, cannamele, seta cruda, cotone, cannavo, lino alessandrino, lana barbarisca, raso di Firenze, carmisc\u00ecna, orb\u00e0ci, panno di Spagna, scotto di Fiandra, tela Olona, saja di Bologna, bajettone d\u2019Inghilterra, velluto, fl anella, c\u00f2iri tunisini, legnami, tabacco in foglie, rap\u00e8, cera rustica, corallo, vetro veneziano, mursia, carta bianca\u2026 Queste let\u00e0ne me le cant\u00f2 orgoglioso un trapanese, c\u00f2nsolo del Corpo dei naviganti, patrone di vascelli, don Sciav\u00e8rio Burgio\u2026\u201d20<em>.<br>\u00a020 CONSOLO, V. (1987b:132). 66 BIBLIOGRAFIA: CONSOLO, V. (1987a): Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, Introduzione di Cesare Segre, Milano: Mondadori. CONSOLO, V. (1987b): Retablo, Palermo: Sellerio. CONSOLO, V. (1988): Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori. CONSOLO, V. (2006): Nottetempo casa per casa, Prefazione di Giulio Ferroni, Torino: UTET, Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. CONSOLO, V. (2008): Filosofiana (relato de Las piedras de Pant\u00e1lica), Edici\u00f3n, introducci\u00f3n, traducci\u00f3n y notas de Irene Romera Pintor, Madrid: Fundaci\u00f3n Updea Publicaciones<\/em><br><br><\/p>\n\n\n\n<p><em>La pasi\u00f3n por la lengua: VINCENZO CONSOLO<br>(Homenaje por sus 75 a\u00f1os)<br>Irene Romera Pintor (Ed.)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1003\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1-1003x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3361\" style=\"aspect-ratio:0.9794921875;width:840px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1-1003x1024.jpg 1003w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1-294x300.jpg 294w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1-768x784.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/jpg1.jpg 1365w\" sizes=\"(max-width: 1003px) 100vw, 1003px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giulio FerroniUniversit\u00e0 La Sapienza Nel capitolo VI de Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio si svolge un\u2019intensa interrogazione del senso della scrittura dei \u00abcosiddetti illuminati\u00bb, dei \u00abprivilegiati\u00bb che pure tentano di dar voce ai villani che si sono ribellati alle ingiustizie; se ne rileva il carattere di impostura, di fronte alladifficolt\u00e0 e impossibilit\u00e0 di far parlare le &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3360\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">L\u2019evidenza del nome nella scrittura di Vincenzo Consolo<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[144,4],"tags":[86,228,336,318,77,1382,423,1236,658,200,208,73,57,1383,1830,20,154,459,196,29,59,209,1858,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3360"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3360"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3360\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3375,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3360\/revisions\/3375"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3360"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3360"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3360"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}