{"id":3271,"date":"1993-11-16T10:28:00","date_gmt":"1993-11-16T10:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3271"},"modified":"2023-11-16T11:29:09","modified_gmt":"2023-11-16T11:29:09","slug":"la-poesia-e-la-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3271","title":{"rendered":"La poesia e la storia"},"content":{"rendered":"\n<p>III. La poesia e la storia.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Qui arriviamo a uno dei punti focali della sua ultima produzione: sempre pi\u00f9 diventa preponderante il ruolo svolto dalla poesia nella struttura del romanzo.<br>Naturalmente, non si tratta in s\u00e9 di una novit\u00e0 assoluta; \u00e8 una cosa che appartiene a tutto il Novecento, ma nelle sue ultime opere questo elemento acquista un peso nuovo. Se \u00e8 vero &#8211; come lei dice &#8211; che Nottetempo, casa per casa \u00e8 la continuazione del Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, io vedo nell&#8217;opera pi\u00f9 recente un notevole stacco sia di poetica, sia di epoca storica.<br>\u00c8 vero che il modello che sta dietro al Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, come si \u00e8 detto prima, \u00e8 Manzoni; ma rispetto a Manzoni c&#8217;\u00e8 una rottura, anche dal punto di vista epistemologico, notevole. L&#8217;altra questione fondamentale \u00e8 la rottura col populismo, da una parte, e con il continuum storicistico dall&#8217;altra. Lei ha detto testualmente, in una recente intervista, che \u00abla prosa non \u00e8 pi\u00f9 in grado di narrare la nostra realt\u00e0\u00bb; addirittura, ha detto che i veri grandi scrittori di prosa della nostra epoca sono i giudici che inquisiscono i politici e cos\u00ec via. Sembra insomma che l&#8217;ultimo serbatoio di conoscenza per lo scrittore possa essere solo La poesia. Non crede che in questo ci sia il rischio di ricadere nel lirismo? Nella sua stessa prosa si vede il segno dei tempi, il segno che qualcosa \u00e8 cambiato dal 68, dall&#8217;epoca della politica, dell&#8217;opposizione; che siamo ormai in un epoca limita per rimanere all&#8217;opposizione, come credo lei voglia fare, ci si deve \u00abrifugiare\u00bb nella poesia. Quando, per esempio, nel gruppo della neo-avanguardia, per dirne una, la poesia era l&#8217;obiettivo polemico principale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Non so se c&#8217;\u00e8 concessione al lirismo nel mio ultimo romanzo. C&#8217;\u00e8, s\u00ec, una maggior diffidenza verso la scansione prosastica, che vuol dire una maggiore ritrazione rispetto alla comunicazione.<br>In confronto al Sorriso, questo libro \u00e8 pi\u00f9 compatto, pi\u00f9 chiuso in una sua gabbia ritmica, in una sua densit\u00e0 segnica. Ho voluto scrivere una tragedia &#8211; niente \u00e8 pi\u00f9 tragico della follia &#8211; con scene-capitoli, con intermezzi del coro, che sono le frequenti digressioni lirico-espressive in cui il narrante s&#8217;affaccia e commenta o fa eco in un tono pi\u00f9 alto, pi\u00f9 acceso. Perch\u00e9 questo compattare, perch\u00e9 l&#8217;eliminazione dalla scena del messaggero, dell&#8217;anghelos, del personaggio-autore che si rivolge agli spettatori-lettori e narra in termini non espressivi ma assolutamente comunicativi il fatto che \u00e8 avvenuto altrove, in un altro tempo?<br>Perch\u00e9 \u00e8 caduta la fiducia nella comunicazione, nella possibilit\u00e0, ora, in questo nostro presente, della funzione sociale, politica della scrittura.<br>Non rimane che la ritrazione, non rimane che l&#8217;urlo o il pianto, o l&#8217;unica forza oppositiva, alla dura e sorda notte, la forza della poesia, della tragedia, la prima, la pi\u00f9 alta delle arti secondo<br>H\u00f6lderlin.<br><br><em>Esimi studiosi, soprattutto nel campo letterario, parlano a proposito del post-moderno addirittura di rottura epocale: fra il 1950 e il 1960 il costume delle popolazioni&nbsp; nel mondo, i modi di vita, i rapporti tra le persone sono profondamente mutati per effetto della terza rivoluzione industriale. Lei crede invece che sia una sostanziale continuit\u00e0?<\/em>&nbsp;<br><br><\/p>\n\n\n\n<p>No, credo che ci sia pi\u00f9 rottura che continuit\u00e0, in campo politico-sociale, economico, industriale e quindi in campo letterario. Il romanzo sta avendo un doppio destino. Da una parte, sta degenerando (nel senso che sta mutando di genere), sta diventando, rispetto a quello che conoscevamo come romanzo, qualche cosa d&#8217;altro che non so ancora definire. A questa degenerazione si possono ascrivere romanzi-fiume di estrema comunicazione e fruizione, come si dice, scritti nella nuova lingua tecnologico-aziendale o mass-mediale e quindi di immediata traducibilit\u00e0: le masse sono uguali in tutto il mondo e parlano tutte la stessa lingua. Sono romanzi d&#8217;intrattenimento, didascalici, ludici e di gratificazione mondana. Dall&#8217;altra parte, avviene una sorta di revanchismo letterario, di recuperi di vecchie estetiche che erano state sepolte: neo-rondismi, neo-formalismi, nuove prose d&#8217;arte, psicologi-smi, esistenzialismi&#8230;<br>Si stampano tanti romanzi oggi, e pi\u00f9 se ne stampano pi\u00f9 il romanzo si allontana dalla letteratura. Un modo per riportarlo dentro il campo letterario penso sia quello di verticalizzarlo, caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia, a costo di farlo frequentare da \u00abfelici pochi\u00bb. Pensare a un romanzo letterario che sia largamente e immediatamente letto \u00e8 assolutamente illusorio o utopico.<\/p>\n\n\n\n<p><em>A proposito di Retablo, di cui non abbiamo ancora parlato, si pu\u00f2 dire che lei nell&#8217;87 gi\u00e0 prefigurasse un po&#8217; la situazione dei nostri giorni. Anche in quel caso un intellettuale si allontanava da Milano&#8230;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Un intellettuale, un artista anzi, Fabrizio Clerici, si allontanava da Milano e andava in Sicilia, alla ricerca della matrice culturale e umana della donna di cui era perdutamente innamorato, Teresa Blasco, che nella realt\u00e0, nella storia, \u00e8 stata la madre di Giulia Beccaria. Teresa Blasco al pittore Clerici preferir\u00e0 insomma Cesare Beccaria. La metafora del racconto \u00e8 ancora una volta nel rischio di tener separate ideologia e poesia. Clerici si allontana da una Milano illuminista, dalla citt\u00e0 dei Verri, e del Beccaria, del Lambertenghi, da un luogo fortemente ideologizzato in cui crede che non ci sia spazio per la poesia (ma la poesia la porta in grembo Teresa Blasco, che tramite la figlia generer\u00e0 Manzoni), si allontana per andare in una Sicilia mitica, dei templi greci, dell&#8217;Arcadia, delle ninfe e dei satiri, e sbatte invece il naso contro una realt\u00e0 di miserie, violenze, piaghe, orrori, ma anche di bellezze e ricchezze umane.<\/p>\n\n\n\n<p><em>In Retablo il livello metaforico \u00e8 molto elevato: Milano \u00e8 una citt\u00e0 pseudo-settecentesca, ma in effetti \u00e8 molto novecentesca. In essa gi\u00e0 si consumava una specie di rito che in questi giorni per lei \u00e8 stato oggetto di critiche, quando ha adombrato l&#8217;idea di abbandonare questa citt\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Siamo tornati al punto di partenza, alla prima domanda, alla mia dichiarazione di lasciare Milano in caso di vittoria della Lega Nord. Avevo iniziato col dire che sono stato vittima di mitologie. Ecco, a Milano mi s&#8217;era infranto il mito della civilt\u00e0 industriale, urbana, della citt\u00e0 del Politecnico, del luogo cio\u00e8 dove in qualche modo esisteva la probit\u00e0 e la trasparenza amministrativa e una certa equit\u00e0 sociale s&#8217;era realizzata. Lasciamo gli anni bui e tragici degli autunni caldi, della strategia della tensione, gli anni di piombo, gli anni manzoniani di rivolte, assalti ai forni, di peste, di follia e di desolazione, e arriviamo alla Milano pacificata e trionfante degli anni ottanta, alla Milano craxiana: un orrore!<br>Non pu\u00f2 immaginarlo chi non ha vissuto quegli anni a Milano. C&#8217;era un clima spensierato, cinico, di ottuso scialo: un carnevale o un paese di cuccagna alla Breughel. Si era passati dalla tragedia alla volgarit\u00e0. Voglio qui leggervi un passo di Retablo. Si tratta di un&#8217;invettiva di Clerici rivolta alla sua citt\u00e0, affidata a una lettera per Teresa Blasco. I personaggi che egli cita sono riconoscibilissimi, uno per uno. Devo avvertire che la parola arasso significa lontano.<br>\u00abO gran pochezza, o inanit\u00e0 dell&#8217;uomo, o sua fralezza e nullit\u00e0 assoluta! O sua ferocia e ferina costumanza! O secol nostro superbo di conquiste e di scienza, secolo illuso, sciocco e involu-to! Arrasso, arrasso, mia nobile signora, arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia citt\u00e0 che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l&#8217;impostore, il bauscia, 1l ciarlatan, 1l falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola. Arrasso dalla mia terra e dal mio tempo, via via, lontan!\u00bb. Ecco, nell&#8217;87 scrivevo questo. C&#8217;era disamore e furore nei confronti di una citt\u00e0 che era diventata inospitale. Inospitale come la Tauride di Euripide. In quel deserto, in quel campo di macerie succeduto allo scialo, sono spuntati i leghisti. Non il movimento politico in s\u00e9 m&#8217;interessa, ma il clima culturale e morale da cui i leghisti sono sbucati, un clima, una couche che mi allarma. Una regressione, ripeto, esprime la Lega, una Vandea. Mi aveva allarmato, fin dal loro primo apparire, il ripiegamento linguistico, la ritrazione nel dialetto, il revanchismo e l&#8217;aggressivit\u00e0: no, non mi sembra che siano portatori di idee, di un progetto politico, ma di velleitari e pericolosi risentimenti. La mia dichiarazione ha voluto essere un\u2019opposizione, solitaria e donchisciottesca quanto si vuole, &nbsp;alla loro intolleranza, al loro chiasso assordante. Opposizione soprattutto a quegli intellettuali &#8211; gli stessi di sempre &#8211; che dal carrozzone democristiano e socialista s&#8217;erano affrettati a salire sul carro o carroccio leghista, agli altri che, zitti e prudenti, stavano ad aspettare lo svolgersi degli eventi.<br><br><em>&nbsp;Tornando al rapporto tra letteratura e storia e alla metafora, non si pu\u00f2 non rimanere colpiti dalle considerazioni che lei faceva a proposito dei sensi di colpa di Ulisse e dell&#8217;umanit\u00e0 di questo secondo dopo guerra. E anche dalla considerazione che faceva sulla necessit\u00e0 del romanzo storico. Ci si pu\u00f2 chiedere per\u00f2 di cosa si deve occupare e si occupa di fatto la letteratura, e di cosa per necessit\u00e0 di statuto deve continuare ad occuparsi la storiografia. Perch\u00e9 se non c&#8217;\u00e8 letteratura, se non c&#8217;\u00e8 romanzo senza metafora si mette a rischio l&#8217;efficacia della storiografia e del romanzo storico; se la metafora \u00e8 sempre metafora di una condizione umana necessariamente alienata, come io credo che sia la condizione umana, la storia che ne risulta \u00e8 una storia immobile: il rischio, insomma, \u00e8 che non si colgano pi\u00f9 le differenze, non si colgano pi\u00f9 le trasformazioni di questa alienazione, e lo dico alla luce delle sue parole di oggi, ma sono le stesse impressioni che ho avuto leggendo Le pietre di Pantalica. Il racconto delle occupazioni delle terre nel secondo dopoguerra e il racconto delle manifestazioni pacifiste a Comiso danno la stessa emozione, che \u00e8 poi quella dell&#8217;impossibilit\u00e0 di coniugare l&#8217;individuale e il generale, il percorso soggettivo e l&#8217;oggettivo, l&#8217;individuo che si scontra sempre e comunque con qualcosa di troppo grande: \u00e8 certo una riflessione sulla condizione umana, ma le contraddizioni di oggi sono ben pi\u00f9 gravi di quelle di ieri, il pericolo dell&#8217;incubo atomico \u00e8 ben peggiore del problema dell&#8217;occupazione delle terre nel dopoguerra, e cos\u00ec si perdono le dif-ferenze. Mentre prima di questa conversazione pensavo che anche per lei il compito dello storico e del romanzo storico &#8211; che ha in pi\u00f9 lo stile &#8211; fosse proprio quello di cogliere l&#8217;essenza di queste trasformazioni, invece adesso ho l&#8217;impressione che colga l&#8217;essenza delle permanenze. Gli storici, e anche i migliori tra essi, hanno speso anni a raccontare anche la parte \u00abnormale\u00bb, non solo drammatica, del Mezzogiorno; ma forse \u00e8 in questo che si differenziano storia e letteratura. Ma allora, mi chiedo, il romanzo storico in che cosa \u00e8 \u00abstorico\u00bb, se suo compito \u00e8 quello di raccontare la permanenza delle sofferenze umane?<br><br>Tante domande in una. E difficili anche. Tento di rispondere. La letteratura non so di cosa deve occuparsi. La mia, intanto, non si occupa di assoluti, di Dio o di dei, di esistenza, di miti, di utopie o di mondi fantastici. Si occupa di relativi: dell&#8217;uomo, qui e ora, nella sua dimensione privata e nella sua collocazione pubblica, civile, storica. Certo, una letteratura, un romanzo siffatto d\u00e0 l&#8217;immagine di una storia immobile, perch\u00e9 \u00e8 critico, oppositivo, e non pu\u00f2 lamentare e denunziare le \u00abnormalit\u00e0\u00bb. Queste, se mai sono esistite, forse \u00e8 meglio chiamarle differenze, gli storici hanno il compito di registrare. Ho sempre detto <\/em>&nbsp;anche in una ipotetica societ\u00e0 perfetta, il romanzo (diciamo storico), non la poesia, ha sempre il dovere di stare all&#8217;opposizione, proprio perch\u00e9 quella coniugazione che lei dice, dell&#8217;individuale e del generale, \u00e8 un&#8217;aspirazione, un&#8217;infinita approssimazione. Leopardianamente penso che la vita sia infelicit\u00e0 e dolore, che l&#8217;unico mezzo per \u00abaggiustare\u00bb la vita sia la \u00abconfederazione\u00bb tra gli uomini, l&#8217;unico luogo quello civile, politico.<br>Il romanzo storico \u00e8 tale in quanto utilizza la storia per i propri fini, per fare cio\u00e8 di una storia, metafora.<br>Ho scritto un racconto dal titolo Un giorno come gli altri (pubblicato in Racconti italiani del &#8216;900, nei Meridiani di Mondadori), in cui immagino o sogno di trovarmi nella citt\u00e0 di Ebla, l&#8217;antica citt\u00e0 dove l&#8217;archeologo Matthiae ha rinvenuto un intero archivio di stato su tavolette d&#8217;argilla, in compagnia di Giovanni Pettinato, lo scopritore della lingua eblaita.<br>Il glottologo ricompone alcune tavolette sparse a terra, legge i segni cuneiformi sopra incisi, e mi dice: \u00ab\u00c8 un racconto, un bellissimo racconto scritto da un re narratore&#8230; Solo un re pu\u00f2 narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di metafora: egli vive, comanda, scrive e narra con-temporaneamente&#8230;\u00bb.<br>Noi non siamo, ahim\u00e8, re, neanche vicer\u00e9, non siamo Clinton n\u00e9 Agnelli, abbiamo dunque, scrivendo romanzi storici, il dovere dell&#8217;opposizione e della critica al potere.<br><em>Alcuni racconti, come quelli pubblicati su \u00abLinea d&#8217;ombra\u00bb, sono quasi a livello cronachistico&#8230;<\/em><br>Sono racconti scritti in una prosa quasi referenziale. Sono spesso ambientati a Milano, nel presente, e quindi non smuovono la mia memoria, non m&#8217;impegnano sul piano della ricerca linguistica. La loro valenza letteraria, se mai ce l&#8217;hanno, bisogna cercarla al di l\u00e0 dello stile, in altre implicazioni. Ad un altro tipo di scrittura sono stato obbligato, ad esempio, nella sezione di Le pietre di Pantalica intitolata Eventi. Racconto l\u00ec appunto l&#8217;estate del 1982 in Sicilia, partendo da Siracusa, passando per Comiso e arrivando a Palermo. Nella Palermo della peste e dei massacri, del centinaio di morti dall&#8217;inizio dell&#8217;anno, dell&#8217;assassinio di Pio La Torre e dei coniugi Dalla Chiesa. Racconto in prima persona, con una immediatezza da reportage giornalistico. Fu tale allora per me l&#8217;urgenza di dire, dire della Sicilia di quel momento, che abbandonai il romanzo storico, lo stile, i tempi lunghi della metafora.<br>L&#8217;urgenza, l&#8217;impellenza provocata dall&#8217;atrocit\u00e0 del fenomeno della mafia e del potere politico port\u00f2 Sciascia, ad esempio, dopo il Consiglio d&#8217;Egitto e Morte dell&#8217;inquisitore, a fare la grande svolta verso il romanzo poliziesco, il giallo politico. Costruendo storie che erano una parodia della realt\u00e0, ma di una tale penetrazione e di una tale restituzione della verit\u00e0 che riuscivano ad anticipare lo svolgimento della realt\u00e0 stessa, ad essere profetiche. La stessa cosa fece Pasolini, fuori dalla finzione letteraria, della parodia, con i suoi interventi sui giornali, con la forza dei suoi jaccuse, delle sue provocazioni e delle sue requisitorie, dei suoi Scritti corsari. Non li rimpiangeremo mai abbastanza questi due scrittori civili italiani.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;<em>C&#8217;\u00e8 qualcosa di letterario, di intellettuale in questo suo pendolarismo tra la Sicilia e Milano? La seconda domanda si collega alla prima: alla fuga corrisponde un altro polo di aggregazione che evidentemente non \u00e8 solo fisico ma di fazione letteraria e se vogliamo anche metaforica?<\/em><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"547\" class=\"wp-image-3272\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030.jpg 2060w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030-300x205.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030-1024x700.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030-768x525.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030-1536x1050.jpg 1536w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000030-2048x1400.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br><br><br>C&#8217;\u00e8, prima di tutto, la mia vicenda umana, la mia storia di vita, che poi forse diventa vicenda intellettuale e letteraria. Dicevo che mi sono trovato, fin dal mio muovere i primi passi, nella piccola geografia siciliana, alla confluenza dei due mondi, tra due poli, e sono stato costretto al pendolarismo nel tentativo di trovare una mia identit\u00e0. I poli poi, per ragioni di vita e per scelta ideologica, si sono allontanati, sono diventati Palermo e Milano. E questi due poli mi hanno fatto essere, oltre che laconico, scrittore scisso, dalla doppia anima, dal doppio accento. Ma forse no, forse allo storicismo del vecchio mondo palermitano ho sostituito lo storicismo dell&#8217;attuale mondo milanese. Voglio dire che continuo sempre a scrivere della Sicilia, ma con la consapevolezza, spero, della storia di oggi, del nostro mondo postindustriale, come lo colgo e leggo a Milano. Anche Verga &#8211; si parva&#8230; &#8211; da Milano cominci\u00f2 a scrivere della sua Sicilia, a Milano torn\u00f2 con la memoria alla Sicilia, a quel mondo \u00absolido e intatto della sua infanzia\u00bb, come dice Sapegno. Girando le spalle a quella citt\u00e0 in piena rivoluzione industriale e sociale che non capiva e che lo \u00abspaesava\u00bb, alla Milano in cui rimase per diciotto anni, ma girando contemporaneamente le spalle alla Sicilia di allora, quella della corruzione e della mafia che avevano messo in luce Sonnino e Franchetti, dei contadini e degli zolfatari che in nome del socialismo cominciavano a chiedere giustizia. Scrisse insomma Verga i suoi capolavori su una Sicilia fuori dalla storia, mitica, del mito negativo della \u00abineluttabilit\u00e0\u00bb del male, su una Sicilia solida e intatta appunto, cristallizzata. Fuga da Milano significa ritorno e aggregazione all&#8217;altro polo da cui avevo a suo tempo preso le distanze, significa ritorno reale e letterario? No so, credo di no. Non si ritorna pi\u00f9 nei luoghi da cui si \u00e8 partiti, perch\u00e9 quelli non sono pi\u00f9 i luoghi che noi abbiamo lasciato. Non si \u00e8 pi\u00f9 di nessun luogo. E, d&#8217;altra parte, credo che oggi non si possa pi\u00f9 fuggire da nessun luogo, penso che siamo prigionieri, a Milano, a Roma, \u00e0 Palermo, della tessa realt\u00e0, afflitti tutti dallo stesso male. La mia dichiarazione di lasciare Milano aveva un valore linguistico, era un gesto simbolico di protesta. E ha irritato o inquietato tanta gente. Un vecchio critico milanese, un uomo compromesso col potere democristiano, \u00e8 arrivato a insultarmi. Non voglio apparire megalomane, ma temo di esser diventato inviso a certi gruppi di potere culturale milanese, a certi cronisti di grandi testate giornalistiche. Ho ricevuto per\u00f2 anche tantissimi messaggi di consenso, di solidariet\u00e0. \u00abIl Giornale\u00bb di Montanelli, all&#8217;indomani delle elezioni, cos\u00ec scriveva in un corsivo improntato al rispetto e alla civilt\u00e0: \u00abUn&#8217;ombra ha turbato ieri le coscienze di non pochi milanesi, la decisione dello scrittore Vincenzo Consolo, siciliano di nascita e milanese d&#8217;adozione, di lasciare il capoluogo lombardo in seguito alla vittoria della Lega&#8230;\u00bb. \u00abL&#8217;indipendente\u00bb invece, in un ignobile corsivo, mi invitava a fare le valigie e ad andarmene. Me ne andr\u00f2 s\u00ec, quando vorr\u00f2 io, ma non so dove. So solo che ora, alla mia et\u00e0, essendone Stato privato per tanti anni, sento il bisogno di rivedere le albe, i tramonti, di stare in un luogo dove il paesaggio fisico e quello umano non mi offendano. No so se esiste questo luogo, lo devo cercare. E forse sar\u00f2 vittima di un&#8217;altra utopia.<br><br>&nbsp;<em>Un&#8217;ultima domanda: si pu\u00f2 ancora parlare di una componente mitico-utopica dell&#8217;attivit\u00e0 dello scrittore, del letterato?<\/em><br><br>Mi sono sempre sforzato di essere laico, di sfuggire, nella vita, nell&#8217;opera, ai miti. La letteratura per me, ripeto ancora, \u00e8 1l romanzo storico-metaforico. E poich\u00e9 la storia \u00e8 ideologia, come insegna Edward Carr, credo nel romanzo ideologico &#8211; anche quelli che scrivono di Dio o di miti fanno ideologia, coscientemente o no -, cio\u00e8 nel romanzo critico. La mia ideologia o se volete la mia utopia consiste nell&#8217;oppormi al potere, qualsiasi potere, nel combattere con l&#8217;arma della scrittura, che \u00e8 come la fionda di David, o meglio come la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo.<br><br>Vincenzo Consolo<br>Fuga dall\u2019Etna&nbsp;<em>Donzelli Editore, Roma 1993<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"660\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-660x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3252\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-660x1024.jpg 660w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-193x300.jpg 193w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-768x1192.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-990x1536.jpg 990w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-1320x2048.jpg 1320w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026.jpg 1403w\" sizes=\"(max-width: 660px) 100vw, 660px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>III. La poesia e la storia. Qui arriviamo a uno dei punti focali della sua ultima produzione: sempre pi\u00f9 diventa preponderante il ruolo svolto dalla poesia nella struttura del romanzo.Naturalmente, non si tratta in s\u00e9 di una novit\u00e0 assoluta; \u00e8 una cosa che appartiene a tutto il Novecento, ma nelle sue ultime opere questo elemento &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3271\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">La poesia e la storia<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,3],"tags":[622,1310,86,336,362,84,318,246,23,77,965,1382,58,215,681,202,46,1831,1309,200,1256,1644,43,35,19,32,73,90,99,57,1383,1830,187,20,38,83,491,1448,1608,957,745,459,1807,29,59],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3271"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3271"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3271\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3273,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3271\/revisions\/3273"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3271"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3271"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3271"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}