{"id":3250,"date":"1993-11-09T14:39:00","date_gmt":"1993-11-09T14:39:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3250"},"modified":"2023-11-14T14:57:10","modified_gmt":"2023-11-14T14:57:10","slug":"fuga-dalletna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3250","title":{"rendered":"Fuga dall&#8217;Etna. La Sicilia e Milano."},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><br><br><em>Il solo coerente sistema di segni da cui pu\u00f2 essere colta la storia come realt\u00e0 materiale sembra essere la letteratura.<br>&nbsp;H. M. Enzensberger,<\/em><br>Letteratura come storiografia<br><br><em>La Sicilia e Milano<\/em><br><em> Partiamo dalla fine: in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, che ha suscitato particolare clamore, lei ha affermato di voler abbandonare Milano, dopo la vittoria elettorale della Lega Nord. Una rottura che segue un lungo amore: in effetti, Milano sembrava aver rimpiazzato, nella sua vita presente, la Sicilia da cui era andato via tanti anni fa. Cosa \u00e8 successo? Che cosa si \u00e8 spezzato, nel suo rapporto con Milano?<\/em><br><br>Voglio premettere, prima di rispondere alla domanda, che le interviste obbligano a mettere in campo continuamente un io che rischia di apparire ingombrante e irritante, se non ridicolo. Io non ho mai amato la prima persona (ecco che mentre affermo questo mi contraddico), ho sempre scritto, dopo il racconto d&#8217;esordio o di formazione, in terza persona. L&#8217;intervista, d&#8217;altra parte, mi d\u00e0 l&#8217;occasione o offre il pretesto per riesumare personali ricordi, per estrinsecare pensieri e convinzioni. Credo che questo in qualche modo la giustifichi. La domanda parte dalla dichiarazione, in occasione delle elezioni amministrative del 20 giugno 1993, che, se avesse vinto la Lega Nord di Bossi, avrei abbandonato Milano. Rileggo qui, per una migliore comprensione di chi ascolta la mia dichiarazione apparsa su \u00ab<em>I Messaggero<\/em>\u00bb, lo stesso giorno delle elezioni, col titolo un po&#8217; melodrammatico Tu non mi avrai, citt\u00e0 di leghisti. \u00abSe nell&#8217;odierno secondo turno delle elezioni comunali dovesse vincere a Milano il candidato della Lega Nord Formentini, io mi sentir\u00f2 costretto ad andarmene da questa citt\u00e0 dove risiedo da venticinque anni, dove lavoro, dove, \u00e8 naturale, ho intrecciato relazioni affettive, professionali, culturali. Mi sentir\u00f2 costretto a sradicarmi da questa citt\u00e0, come venticinque anni fa m&#8217;ero sradicato dalla mia Sicilia, e a scegliere un&#8217;altra citt\u00e0, un&#8217;altra regione in cui andare a vivere e a lavorare. Me ne andr\u00f2 da Milano, voglio chiarire, non in quanto meridionale che teme di essere minacciato, schiacciato nella sua identit\u00e0 culturale, nella sua collocazione sociale, nei suoi diritti civili da forze politiche al potere che trovano la loro genesi e la loro ideologia nell&#8217;esprimere bisogni e Istanze di popolazioni di una zona geografica &#8211; il Nord di questo Paese &#8211; ma in quanto cittadino di Milano, in quanto lavoratore, in quanto, \u00e8 la parola che si usa &#8211; intellettuale. Me ne andr\u00f2, voglio chiarire, non in quanto militante dell&#8217;altro schieramento politico che aveva nel candidato Dalla Chiesa il suo rappresentante e che dalle elezioni uscirebbe sconfitto. Me ne andr\u00f2 quindi non come un ghibellino cacciato dai guelfi vincitori (credo di avere abbastanza ironia per non vedermi tale). Mi rendo conto intanto che questa mia dichiarazione, che ho gi\u00e0 fatto altrove, potr\u00e0 apparire a chi legge, come \u00e8 apparsa a Giorgio Bocca, insensata, carica di esibizionismo, di prevenzione e presunzione, inopportunamente provocatoria, ma credo che essa possa trovare una sua motivazione e legittimit\u00e0 nel fatto che altri intellettuali milanesi &#8211; editori, scritori giornalisti ben pi\u00f9 autorevoli e famosi di me &#8211; hanno dichiarato la loro simpatia e adesione politica allo schieramento della Lega Nord e quindi, implicitamente, la loro soddisfazione e felicit\u00e0 nel trovarsi a vivere in una Milano amministrata da domani dai leghisti.<br>Mi rendo conto che non c&#8217;\u00e8 proporzione, non c&#8217;\u00e8 confronto tra il risultato di una elezione che esprime convinzioni e volont\u00e0 di migliaia e migliaia di cittadini e la parola e il gesto di un sin-golo, di un individuo politicamente insignificante, di uno scrittore isolato, e solitario, sciolto cio\u00e8 da legami politici, quale io sono, quali credo dovrebbero essere gli scrittori: liberi da impegni partitici, ma legati da impegni ideali, morali, storici. Il probabile futuro sindaco di Milano, <em>il Formentini<\/em>, potrebbe, sarcasticamente, sferzatamente, pronunciare, calcolando diversit\u00e0 e distanza tra i personaggi in causa, parodiandola, la famosa frase che Togliatti indirizz\u00f2 all&#8217;eretico Vittorini concludendo la polemica sul &#8220;Politecnico&#8221;: &#8220;Consolo se n&#8217;\u00e8 juto e suli ci ha lasciati&#8221; Assai dubitando che Formentini, il quale dichiara di frequentare, nella raffinata collezione della Pl\u00e9iade, classici come Flaubert, con lo stesso sussiego con cui un ricco dichiara di nutrirsi a caviale e champagne, abbia una qualche contezza di uno scrittore di estrazione meridionale, di stampo paesano, di tono dialettale quale io sono. E potrebbe ripetere Formentini quelle famose parole della canzonetta napoletana o dire altro di meno sarcastico ma di pi\u00f9 diretto e violento, ricorrendo a quel linguaggio antieufemistico, esplicito, di aggressivit\u00e0 metropolitana che i leghisti sanno usare. Non sono esperto di partiti, non studio i loro programmi, non conosco la morfologia e la sintassi della lingua politica della contingenza e della prassi, ma credo di conoscere la paratassi di una metalingua politica che parla non di Lega Nord o Lega Sud, ma di uomini in un contesto storico e civile, di qualsiasi citt\u00e0 o regione, ricca o povera che sia, di una lingua che parla della loro dignit\u00e0, dei loro diritti, parla di apertura verso i socialmente deboli, di giustizia, di solidariet\u00e0, di cultura, di libert\u00e0. So che questo Paese non si \u00e8 unito perch\u00e9 un eroe di nome Garibaldi, sbarcando a Marsala, l\u2019ha liberato da vecchi poteri fatiscenti &nbsp;e consegnato a una \u201cborghese\u201d monarchia&nbsp; come quella dei Savoia e a un economista accorto come Cavour, ma si \u00e8 unito effettualmente nel 1945, dopo aver sofferto per un ventennio la dittatura fascista, aver subito morte e distruzione per una guerra folle, aver combattuto per riconquistare libert\u00e0 e dignit\u00e0. E dunque subito mi mette in sospetto un movimento politico di nome Lega Nord (come ieri in Sicilia mi metteva in sospetto il movimento indipendentista sostenuto dai ricchi agrari), che \u00e8 nato in regioni opulente, privilegiate dalla politica di quasi cinquant&#8217;anni del governo, centrale, che, per risentimento verso quel governo, verso un regime politico che ha consegnato questo Paese alla mafia e alla corruzione politica, propugna una nazione di regioni confederate. In cui &#8211; mi sembra chiaro &#8211; quelle del Nord, separando da quello delle altre il proprio destino economico e politico, si possano agilmente spostare verso un cuore dell&#8217;Europa forte e chiusa dalle sue mura e dai suoi baluardi di fabbriche e di banche. E viene chiamato, questo progetto politico della Lega Nord, rivoluzione. Mi ricorda, questa rivoluzione, quella del Vespro siciliano &#8211; s\u00ec, abbiamo quasi sempre la tendenza, noi intellettuali siciliani, a misurare tutto con i nostri metri &#8211; spacciato dagli storici dell&#8217;Ottocento come rivoluzionario (ma gli storici, si sa, lavorano per il loro tempo) e scoperto nella sua realt\u00e0 reazionaria da Benedetto Croce. &#8220;Il Vespro siciliano, che ingegni poco politici e molto rettorici esaltano ancora come grande avvenimento storico, laddove fu principio di molte sciagure e di nessuna grandezza&#8221;, scrive il filosofo nella sua Storia del Regno di Napoli. E quindi ancora Vittorini, che introduce la Storia del Vespro dell&#8217;Amari con un saggio dal titolo Di Vandea in Vandea: &#8220;Per questo il Vespro era vitale e ostinato; perch\u00e9 Vandea locale, nasceva concorde con la reazione ghibellina in tutta l&#8217;Italia&#8230;&#8221;. I nuovi movimenti, i nuovi partiti, Leghe o Reti o quant&#8217;altro, si muovono oggi, certo, su un campo di macerie. Ma come sempre sulle macerie, di terremoti o guerre o crolli di regimi, possono nascere nuove utopie, progetti di nuove societ\u00e0 aperte e progressive. Ma possono anche nascere, per paura di perdere conquiste e privilegi, Vandee di reazione, di regressione\u00bb. La domanda da voi posta, dicevo, parte dalla fine. E dunque sono costretto a fare un lungo flash-back, una lunga digressione, sono costretto a partire dall&#8217;inizio, a narrare di fatti ormai remoti (che sia questa la letteratura, la narrativa: una infinita digressione affabulante per sfuggire a una risposta logica e immediata?). A questo punto della mia vita sono costretto a fare un bilancio e devo concludere amaramente che sono stato fino adesso vittima di miti, e forse lo sar\u00f2 ancora nei giorni che mi restano. Sono stato vittima del mito della realt\u00e0 meridionale contadina, e successivamente del mito del Nord, di Milano, della realt\u00e0 industriale. Ho compiuto gli studi universitari a Milano negli anni cinquanta abbandonando una Sicilia che conoscevo poco. Sono nato in un paese sulla costa settentrionale dell&#8217;Isola, alla confluenza delle province di Palermo e di Messina con alle spalle quella muraglia cinese che \u00e8 la catena appenninica siciliana dei N\u00e8brodi, delle Madonie e dei Peloritani. Chi nasce in quella costa tende sempre a scivolare avanti e indietro, verso Palermo o verso Messina, e ignora la realt\u00e0 che sta dietro quella barriera montuosa, la realt\u00e0 della Sicilia interna; tende a prendere il treno, salire sul traghetto, attraversare lo Stretto e andare in Continente. C&#8217;\u00e8 tutta una letteratura sul traghetto, sul traghetto che va e su quello che torna, da Verga a Vittorini, a Stefano D&#8217;Arrigo. Ho fatto gli studi a Milano, all&#8217;Universit\u00e0 Cattolica e non per ragioni religiose o ideologiche (ero uscito dal liceo Valla di Barcellona di Sicilia, dove avevo conosciuto e frequentato Nino Pino Ballotta, professore di veterinaria, poeta e grande anarchico, con profonde convinzioni socialiste e libertarie), ma perch\u00e9 volevo conoscere il Nord e perch\u00e9 in quella Universit\u00e0 c&#8217;era andato un anno prima un mio compaesano. Una mattina velata di nebbia del novembre del 1952 arrivai a Milano ed entrai nel convitto universitario Augustinianum di via Necchi, accanto a piazza Sant&#8217;Ambrogio. Il compaesano mi disse subito che dovevo \u00abruffianarmi\u00bb &#8211; disse proprio cos\u00ec &#8211; il direttore del convitto, don Mario Giavazzi. Lo stesso compaesano era indeciso se dopo la laurea entrare nella Polizia, fare il doganiere o darsi alla politica (che voleva dire far carriera nella Democrazia Cristiana). La Cattolica era allora frequentata dai figli della buona borghesia milanese e lombarda e da tutta una massa di meridionali, in gran parte mandati qui dai parroci e dai vescovi, spesso muniti di un certificato di povert\u00e0 che permetteva loro di alloggiare gratuitamente nel convitto. Io non avevo il certificato, pagavo 20 mila lire al mese per la stanza-cella e per i pasti. Dal Meridione erano approdati alla Cattolica in quegli anni i due fratelli De Mita, Ciriaco e En-rico, Gerardo Bianco, Riccardo Misasi e tanti altri che poi sarebbero entrati a far parte della classe dirigente italiana, del grande potere democristiano. Sprazzi di ricordi: padre Gemelli, il frate fondatore e rettore della Cattolica, con una grossa testa e gli occhi terribilmente saettanti, immobilizzato su una sedia a rotelle, spinto da un valletto per i corridoi e i bellissimi chiostri bramanteschi dell&#8217;Universit\u00e0, che incuteva soggezione e imponeva silenzio al suo passaggio agli studenti e soprattutto a quelle studentesse che per caso avevano dimenticato di indossare l&#8217;obbligatorio grembiule nero. Padre Gemelli si vant\u00f2 una volta, durante una predica, di aver scoperto lo scultore Giacomo Manz\u00f9, al quale aveva commissionato, per la cappella dell&#8217;Universit\u00e0, per il collegio maschile e per quello femminile, un Cristo e dei santi dai piedi e dalle mani incredibilmente lunghi. Una volta, in occasione della Giornata dell&#8217;Universit\u00e0 Cattolica, in cui si raccoglievano soldi in tutta Italia per l&#8217;ateneo, venne in visita il cardinale Schuster. Appar\u00ec, etereo e magico come una figura onirica, in piazza Sant&#8217;Ambrogio, scivol\u00f2 leggero e benedicente, nelle pieghe della sua porpora, nel suo viso gotico e diafano ricamato di venuzze, nei suoi occhi cerulei, tra due ali di studenti plaudenti. Prima di varcare il portone d&#8217;ingresso dell&#8217;Universit\u00e0, si ferm\u00f2, si volse verso noi giovani e disse, ispirato, convinto e convincente: \u00abCosa fate qui, cosa fate? Andate, andate per il mondo a convertire le genti!&#8230;\u00bb. E venne pure un giorno all&#8217;Universit\u00e0, per una conferenza nell&#8217;aula magna, l&#8217;onorevole Oscar Luigi Scalfaro, fresco di scandalo per la scenata in un ristorante romano alla signora scollacciata. Ciriaco De Mita, ch&#8217;era allora gi\u00e0 un capo, organizz\u00f2 una protesta con gli studenti meridionali, connotati come \u00abdi sinistra\u00bb. Nell&#8217;anfiteatro dell&#8217;aula, non appena Scalfaro cominci\u00f2 a parlare, noi contestatori, a uno a uno, ci alzammo e platealmente uscimmo, passando sotto l&#8217;alta cattedra dell&#8217;oratore. Il quale, imperturbabile, continu\u00f2 a parlare, con la sua bella dizione scandita, con le sue erre molli. Nella piazza Sant&#8217; Ambrogio, oltre alla fabbrica in cotto con i due campanili della celebre basilica romanica (qui ho assistito una mattina, per caso, al matrimonio di Dario Fo e Franca Rame, allora poco noti: lui in tight, magro, con dentoni sporgenti, lei bionda e rosea come una bambola di lenci, il bel corpo fasciato in un abito bianco, la testa coperta da un romantico cappello a larghe tese), oltre alla basilica \u00abl\u00e0 fuori di mano\u00bb, c&#8217;era, in un grande fabbricato, un convento sette-centesco, il Centro Orientamento Immigrati. Era in atto in quegli anni la grande emigrazione italiana, il grande esodo dal Sud verso il Nord, verso il centro Europa. Gli emigranti venivano prelevati alla Stazione Centrale, caricati su appositi tram e scaricati in piazza Sant&#8217; Ambrogio. Accolti nel Centro erano sottoposti a visita medica da parte di delegazioni straniere, francesi, svizzere, belghe (per gli emigranti che andavano in Germania il Centro di smistamento era a Verona). Al Centro di piazza Sant&#8217; Ambrogio restavano tre o quattro giorni. Quelli destinati alle miniere di carbone del Belgio, a Milano venivano equipaggiati di casco, lanterna e mantellina cerata. I minatori siciliani passavano cos\u00ec dalle zolfatare del Nisseno o dell&#8217;Agrigentino, che allora chiudevano per la crisi dello zolfo, alle miniere del Belgio. E alcuni di loro avrebbero trovato l\u00ec la morte, nell&#8217;esplosione della miniera di Marcinelle. Il poeta dialettale Ignazio Buttitta avrebbe scritto un poema su quella tragedia, evocando uno di questi emigrati. \u00abTuri Scordu, surfararu, \/ abitanti a Mazzarinu \/ cu lu trenu di lu suli \/ s&#8217;avvintura a lu distinu&#8230;\u00bb.<br>In piazza Sant&#8217;Ambrogio, accanto al Centro degli emigranti, c&#8217;era una caserma della Celere. A noi studentelli privilegiati poteva capitare d&#8217;incontrare in quella piazza o nelle latterie e trattorie delle vicine via Terraggio e via Nirone il compaesano che emigrava o quello in divisa da poliziotto, col manganello alla cintola (c&#8217;erano scioperi in quegli anni e la polizia del ministro Scelba caricava gli operai che protestavano). A me \u00e8 capitato d&#8217;incontrare, vestito da poliziotto, Giacomino, uno che giocava con me al pallone all&#8217;oratorio. Non so se gli studenti meridionali che poi diventeranno potenti uomini politici, quelli che, dopo la laurea, venivano mandati da don Mario Giavazzi a Bologna, al Centro di studi sociali diretto da Dossetti, non so se hanno visto allora in piazza Sant&#8217; Ambrogio gli emigranti e i poliziotti. Durante gli anni alla Cattolica avevo deciso di fare lo scrittore, di tornare in Sicilia a scrivere Volevo raccontare la realt\u00e0 contadina siciliana, con una scrittura di tipo sociologico, di estrema comunicazione. Le mie letture erano allora soprattutto storico-politiche, di autori meridionali e meridionalisti. Carlo Levi del Cristo e de Le parole sono pietre mi sembrava lo scrittore esemplare, oltre ad altri scrittori di memorie e di testimonianza. Ma seguivo anche, con passione mista, devo dire, a senso di colpa, le vicende letterarie in Italia e all&#8217;estero. Ricordo che lessi, con un senso di trasgressione, di peccato, se pure per ragioni diverse, libri come La mia Africa della Blixen e come i due Tropici di Miller, pubblicati da Feltri-nelli, ma che non erano venduti in Italia. A me li acquist\u00f2 un amico a Parigi. In Sicilia, nel 1958 mi misi a insegnare educazione civica e cultura generale nelle scuole agrarie. Andavo in sperduti paesi di montagna, partendo in treno la mattina presto, passando poi su corriere, tornando la sera con mezzi di fortuna. Insegnai a Mistretta, a Caronia, grossi centri sopra i N\u00e8brodi che una volta erano vivi e fiorenti e che in quegli anni si andavano svuotando. I padri dei miei alunni erano emigrati, i figli avrebbero seguito la stessa sorte. A Caronia mi colp\u00ec il gran numero di suicidi che si verificarono nell&#8217;arco di un anno. Quando mi accinsi a scrivere il primo libro, le intenzioni e le convinzioni andarono da una parte e l&#8217;istinto o la passione mi portarono da un&#8217;altra. Il racconto non era di tipo realistico-testi-moniale, ma memoriale e metaforico, la scrittura non era di tipo logico, referenziale, ma fortemente trasgressiva ed espressiva.<br>Il libro \u00e8 La ferita dell&#8217;aprile, pubblicata nel 1963 nella collana \u00abIl Tornasole\u00bb di Gallo e Sereni, che \u00e8 un libro straordinariamente nuovo, un&#8217;assoluta novit\u00e0 rispetto al realismo sociale. Non so se a quell&#8217;epoca aveva gi\u00e0 letto Gadda o meno, ma la prosa che ne viene fuori \u00e8 sicuramente di tipo espressionista.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo letto Gadda, avevo letto le sperimentazioni pasoliniane di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. In letteratura non si \u00e8 innocenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non credo nell&#8217;innocenza in arte. Bisogna avere consapevolezza di quello che \u00e8 avvenuto prima di noi e intorno a noi, bisogna sapere da dove si parte e dove si vuole andare. Ritenevo che fosse conclusa la stagione del cosiddetto neorealismo e avevo l&#8217;ambizione di andare un po&#8217; oltre quell&#8217;esperienza. Mi sono trovato cos\u00ec fatalmente nel solco sperimentale di Gadda e Pasolini, di D&#8217;Arrigo e Mastronardi, anche. Non era ancora apparso all&#8217;orizzonte il Gruppo &#8217;63, dal quale in ogni caso mi avrebbe tenuto ben lontano un forte senso di appartenenza alla tradizione letteraria, una vera spinta oppositiva, la consapevolezza che le cancellazioni, gli azzeramenti avanguardistici, la loro impraticabilit\u00e0 linguistica, che si pu\u00f2 rovesciare nel conservatorismo pi\u00f9 bieco, sono speculari alla impraticabilit\u00e0 linguistica o all&#8217;afasia del potere. La nuova lingua italiana, tecnolo-gico-aziendale-democristiana era uguale a quella del Gruppo 63.&nbsp; Nel solco della sperimentazione linguistica di Gadda e Pasolini dicevo. Senza dimenticare il solco per me pi\u00f9 congeniale di Verga. La mia sperimentazione per\u00f2 non andava verso la verghiana irradiazione dialettale del codice toscano n\u00e9 verso la digressione dialettal-gergale di Pasolini o la deflagrazione polifonica di Gadda, ma verso un impasto linguistico e una \u00abplurivocit\u00e0\u00bb, come poi l&#8217;avrebbe chiamata Cesare Segre, che mi permettevano di non adottare un codice linguistico imposto. Tutto questo m&#8217;era permesso dall&#8217;argomento del racconto: corale, di personaggi adolescenti (l&#8217;adolescenza \u00e8 la stagione trasgressiva ed inventiva per eccellenza).<\/p>\n\n\n\n<p><em>Queste ascendenze di tipo culturale (Pasolini, Gadda) hanno avuto qualche mediazione di tipo scolastico, universitario? C&#8217;\u00e8 stato qualche studioso che l&#8217;ha indirizzato in questa direzione? Come \u00e8 arrivato alla letteratura? Che importanza hanno avuto nella sua formazione due scrittori siciliani come Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nessun maestro, nessun professore. Quella di scrivere \u00e8 stata una scelta solitaria. Solitaria e avventurosa era del resto allora la scelta di scrivere, era il mallarmeano \u00abcoup de d\u00e9s\u00bb. Oggi credo che ci sia meno azzardo. Gli scrittori oggi vengono allevati in serra, nascono e crescono nel terreno dell&#8217;Azienda, dell&#8217;Accademia, del Salotto, del clan, della confraternita, sono curati e assistiti fin dalla nascita, sono docili e bravi, non si sorprendono e non danno sorprese.<\/p>\n\n\n\n<p>A Milano avevo visto una volta sola Vittorini, avevo conosciuto Vittorio Sereni. La comunicazione avveniva attraverso le riviste e soprattutto attraverso le collane letterarie. Allora gli editori avevano collane di ricerca letteraria che non erano indirizzate al profitto. Mi riferisco ad esempio alla einaudiana Gettoni di Vittorini e alla mondadoriana Tornasole di Sereni e Gallo. Credo che quel lavoro di ricerca lo svolgano oggi le piccole case editrici. In Sicilia cercai di mettermi in contatto con persone che parlassero la mia stessa lingua, che avessero i miei stessi interessi.<\/p>\n\n\n\n<p>(Un poeta, mio amico, Basilio Reale, col quale m&#8217;ero confrontato e insieme al quale avevo mosso i primi passi, era rimasto a Milano). Presi a frequentare Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo, di Capo d&#8217;Orlando, un paese a pochi chilometri dal mio, lo conoscevo fin da ragazzino. Era un barone, per me inavvicinabile. Ma un giorno lo incontrai per caso in una tipografia dove era andato per farsi stampare le poesie, mandate poi a Montale, che gli valsero il premio San Pellegrino e che lo fecero conoscere nel mondo letterario.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;anno scorso, a Natale, ho avuto in regalo quel prezioso e ormai introvabile libretto, dal titolo 9 liriche, dal figlio del signor Zuccarello, il proprietario della tipografia Progresso di Sant&#8217;Agata di Militello. Frequentai assiduamente Piccolo, questo grande poeta di sconfinata cultura, cugino e antagonista di Tomasi di Lampedusa. Fu lui a insegnarmi la vera letteratura, la poesia e, insieme, a farmi amare certi libri di erudizione provinciale, ottocentesca, storie, guide, cataloghi, \u00abpieni di insospettabile poesia\u00bb diceva, che furono miniere lessicali per me.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma presto non mi bast\u00f2 pi\u00f9 il solo mondo piccoliano: il fantastico, l&#8217;onirico, l&#8217;esoterico, 1l senso panico della natura, quello visionario, magico della vita, la poesia lirica, barocca, tesa e accesa fino alla preghiera, al rapimento estatico.<\/p>\n\n\n\n<p>Cercavo, per arginare e contrastare quella malia, una scansione prosastica, razionale, una dimensione storica, critica, civile.<\/p>\n\n\n\n<p>La trovai nel cuore pi\u00f9 caotico e tenebroso di Sicilia, nel regno delle divinit\u00e0 ctonie, nell&#8217;inferno dell&#8217;aridit\u00e0 e dello zolfo. Lo trovai a Caltanissetta, in Leonardo Sciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo scoperto questo scrittore sin dai suoi primi libri: Le parrocchie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia, Morte dell&#8217;inquisitore, Il Consiglio d&#8217;Egitto. Quella sua prosa cristallina e tagliente, di stampo agrigentino, di vibrazione francese e insieme di corposit\u00e0 spagnola, mi sembr\u00f2 che per la prima volta nella letteratura siciliana, chiusa tra la poematica dialettale stagnazione verghiana e la vittoriniana stilizzazione tosco-americana (certo, bisogna considerare le eccezioni di De Roberto, di Pirandello, di Borgese eccezioni dati e quindi di Lampedusa, ma apriremmo qui un lunghissimo capitolo), mi sembr\u00f2, dicevo, che spalancasse un balcone da cui irrompeva luce e ossigeno.<\/p>\n\n\n\n<p>Non conoscevo personalmente Sciascia e non osavo scrivergli. Lo feci soltanto quando pubblicai il mio primo libro e glielo mandai con una lettera in cui gli dichiaravo la mia riconoscenza per quello che mi aveva insegnato. Mi rispose: \u00abCaro Consolo, proprio il giorno in cui ho trovato qui la sua lettera, e il libro, a Palermo avevo infruttuosamente cercato La ferita dell&#8217;aprile, di cui avevo letto recensione su &#8220;Paese<\/p>\n\n\n\n<p>sera&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>&#8230;\u00bb. E alla fine aggiungeva: \u00abMi piacerebbe sapere quali sono i luoghi del suo racconto: per documentarmi su quelle particolarit\u00e0 storico-linguistiche che insorgono nel libro, e che hanno, a me pare, peculiare carattere\u00bb. Dopo altri scambi di lettere e dopo un invito, andai a Caltanissetta a trovare Sciascia. Non ci andavo dagli anni della mia infanzia.<\/p>\n\n\n\n<p>Era il settembre del &#8217;43 quando feci il mio primo viaggio in Sicilia. Dico viaggio in Sicilia come se mi fossi mosso da un&#8217;altra terra, da una qualche regione al di l\u00e0 dello Stretto o al di l\u00e0 del Faro, come si diceva una volta. E in effetti era, la zona da cui partivo, il Val D\u00e8mone, la Sicilia ai piedi dei N\u00e8brodi, tutt&#8217;affatto diversa dall&#8217;altra, sconosciuta, che si svolgeva al di l\u00e0 dei monti; la Sicilia delle vaste terre, del latifondo, dei grandi altipiani, della nudit\u00e0 e della scabrosit\u00e0, delle solitarie masserie, dei paesi fittamente aggrumati sulle alture, dei cieli bassi, infiniti. Su un camion sgangherato, mio padre ed io percorremmo strade dissestate dalla guerra (l&#8217;occupazione degli Alleati s&#8217;era conclusa a Messina verso la met\u00e0 dell&#8217;agosto appena scorso), strade che si interrompevano sopra i torrenti e le fiumare dove i ponti erano stati fatti saltare (bisognava proseguire per alvei pietrosi e polverosi o sopra traballanti ponticelli di legno), strade con ancora ai margini carcasse di carri armati, di camion, di cannoni, d&#8217;altri ordigni: i segni della guerra erano ancora l\u00e0, in quei simulacri squarciati e affumicati dei giorni bui e tremendi della storia. La nostra meta era l&#8217;interno dell&#8217;Isola, alla ricerca di frumento, di fave, di lenticchie, di cicerchie, che da noi, terra di agrumi e di olive, mancavano del tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Per quelle terre assolate e desolate, s&#8217;incontrava ogni tanto un contadino che con un cenno della mano ci invitava a fermarci per offrire, a noi viandanti, grappoli d&#8217;uva. Era ancora, quella, l&#8217;antica Sicilia contadina che neanche l&#8217;uragano della guerra era riuscito a cancellare.<\/p>\n\n\n\n<p>Lasciato il bosco della Miraglia, per Troina, Nicosia e Leonforte, dopo Vallelunga, Villalba e Mussomeli, arrivammo un tardo pomeriggio a Caltanissetta.<br>Nella piazza Garibaldi, affollata di gente, contadini, zolfatari (forse la piazza dove, nell&#8217;alba silenziosa, alla partenza della corriera, si diffondeva la voce \u00abimplorante e ironica\u00bb del venditore di panelle de Il giorno della civetta), un uomo vendeva un giornale. \u00abLa forbice, La forbice!\u00bb strillonava l&#8217;uomo. Nella mia scienza di diligente scolaro di terza elementare, stigmatizzai dentro di me quel nome di giornale al singolare, non sospettandone l&#8217;allusione: Forbice come discussione critica, come fronda sui e ai fatti pubblici, i fatti nati nello spazio breve di quella piazza, tra la Cattedrale e il Municipio, e che riguardavano tutta la comunit\u00e0. Una conversazione pubblica e democratica subito ripresa dopo il periodo fascista e l&#8217;interruzione della guerra.<br>Vent&#8217;anni dopo compivo il secondo viaggio a Caltanissetta, in un giorno di luglio del 64. Da Termini Imerese la littorina s&#8217;inoltrava in mezzo a un deserto di stoppie, di rocce, di colline nude e vaporanti, sostava davanti a stazioncine solitarie che portavano nomi di paesi invisibili &#8211; Roccapalumba, Fontanamurata, Marianopoli, Xirbi&#8230; -, dove c&#8217;era un solo ferroviere che agitava la sua paletta.<br>Caltanissetta sembrava costruita sulle pareti d&#8217;una miniera o di una cava, una sorta d&#8217;infernale imbuto dantesco. Era una citt\u00e0 priva di monumenti, di bellezze, se si fa eccezione di due chiese barocche e d&#8217;un massiccio seicentesco palazzo Moncada. I fumi delle numerose zolfatare vicine, spinti dal vento sulla citt\u00e0, ingrigivano pietre e piante, scolorivano finanche gli abiti delle donne. Eppure Caltanissetta \u00e8 stata da sempre la citt\u00e0 degli zolfatari pi\u00f9 consapevoli della loro condizione di operai e pi\u00f9 combattivi, degli intellettuali, degli ingegni pi\u00f9 vivaci dell&#8217;Isola. A Caltanissetta s&#8217;era rifugiato, lasciando Roma, Vitaliano Brancati. A Caltanissetta, durante la guerra, era giunto in treno, la valigia piena di stampa clandestina, Elio Vittorini. Viene prelevato alla stazione da un compagno operaio che lo porta a casa sua e gli fa mangiare, alle quattro del mattino, un fumante piatto di spaghetti.<br>A me sembr\u00f2, quella citt\u00e0, a confronto con la quieta zona del Messinese, col mio sonnolento paese, una piccola Atene. Attorno a Sciascia ruotavano poeti, pittori, saggisti, narratori, l&#8217;omonimo editore Salvatore Sciascia, per il quale Leonardo dirigeva una bella rivista letteraria, Galleria, e una collana di poesia. In questo sperduto centro zolfifero siciliano, in quegli anni pubblicavano i loro versi poeti che si chiamavano Paso-lini, Roversi, Romano, Caproni, Leonetti, Bevilacqua, Bodini, Fortini, Compagnone&#8230;<br>A me sembr\u00f2, Sciascia, un uomo che corrispondeva perfettamente al grande scrittore che era. Quella sua parca misura di gesti e di parole, quel suo controllato ma intenso disporsi verso gli altri, quella sua serena dimensione familiare &#8211; la moglie, le due figlie, quel suo modesto appartamento di maestro, nel girone alto della citt\u00e0, in via del Redentore &#8211; mi sembrarono, nella Sicilia turbinosa, vociante, istintiva e spesso isterica, un approdo, un&#8217;oasi di ragione e d&#8217;armonia.<br>Ma si capiva, nella vigile attenzione verso il mondo, nello sguardo acuto sugli uomini e le cose, che per lo scrittore quell&#8217;isola era una conquista, un approdo di salvezza dopo essersi lasciato alle spalle la tempesta. Quale? La Sicilia, certo.<br>La Sicilia della piazza, ma anche la Sicilia della casa.<br>Intu\u00ec forse che io, immerso nella tempesta, non avevo trovato ancora rifugio, terra d&#8217;approdo; che forse mai, leggendo quelle mie pagine di scrittura torbida ed espressiva, l&#8217;avrei trovata; che forse il mio destino, sulla pagina, nella vita, sarebbe stato quello della latitanza, della continua fuga dal marasma: della fuga dall&#8217;Etna.<br>La conversazione tra me e Sciascia s&#8217;interruppe solo con la morte nell&#8217;89 dello scrittore. Parlavamo di politica, di storia, di letteratura, del destino della Sicilia, del malaffare politico e della mafia.<br>Questo uno dei ricordi pi\u00f9 belli, che riprendo da Le pietre di Pantalica: \u00abL&#8217;incontro di Piccolo con Sciascia avvenne una domenica, il primo giorno in cui, dopo secoli, nelle chiese si celebrava la messa in italiano. Sciascia arriv\u00f2 da Caltanissetta al mio paese e insieme andammo da Piccolo. Al congedo, sulla porta, Piccolo solennemente disse allo scrittore, indicando con la mano su per le colline: &#8220;Sciascia, la invito a scrivere di queste nostre terre, di questi paesi medievali&#8221;. &#8220;C&#8217;\u00e8 qui Consolo&#8221;, rispose Sciascia. &#8220;Consolo \u00e8 ancora giovinetto\u201d, replic\u00f2 Piccolo sarcasticamente (avevo trentatr\u00e9 anni!). Ma io presi quella frase come impegno verso Sciascia e come una sfida verso il barone\u00bb. Sciascia era rimasto affascinato da quel poeta, da quel gran personaggio che era Piccolo. Erano, i due scrittori, quanto di pi\u00f9 diverso, di pi\u00f9 lontano si potesse immaginare, eppure nutrivano, l&#8217;uno per l&#8217;altro, stima e ammirazione. Sciascia scrisse sul poeta delle pagine dal titolo <em>Le soledades di Lucio Piccolo<\/em>, incluse ora in La corda pazza.<br>Intanto, il mondo contadino che avevo pensato di raccontare continuava a dileguarsi, a sparirmi sotto gli occhi. La scuola in cui insegnavo, in cui gli alunni, una volta diplomati in agraria, sarebbero stati costretti ad emigrare e a trasformarsi in operai, a Torino, a Sesto San Giovanni, in Svizzera o in Germania, mi sembrava una finzione, un&#8217;impostura. La Sicilia era ormai chiusa nelle strettissime maglie d&#8217;un potere mafioso, criminale. L&#8217;alternativa per me era quella di consegnarmi nelle mani di quel potere, farmi complice, accettando un qualsiasi incarico di tipo culturale, dei suoi furti e dei suoi assassinii, oppure fare le valigie, salire sul Treno del sole e emigrare. Decisi di partire.<br>&nbsp;\u00abVai , mi disse Sciascia, \u00abvai. Qui non c\u2019\u00e8, niente da fare. Fossi pi\u00f9 giovane, senza famiglia partirei anch&#8217;io.<br>&nbsp;C&#8217;era anche la sollecitazione di una rivista letteraria come Il menab\u00f2, diretta da Vittorini e Calvino, che dibatteva sul rapporto tra industria e letteratura, a conoscere la nuova realt\u00e0 industriale italiana, la nuova realt\u00e0 sociale delle grandi citt\u00e0 del Nord, in seguito all&#8217;immigrazione meridionale, a rappresentarla; e l&#8217;invito anche, da altra parte, agli scrittori a lasciare le vecchie professioni cosiddette liberali ed entrare nell&#8217;industria: era nato insomma il mito industriale, della fabbrica a misura d&#8217;uomo come l&#8217;Olivetti di Adriano.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Rimaniamo per un momento a Sciascia e Piccolo.<br>Una sua peculiarit\u00e0 \u00e8 quella di avere individuato in questi due scrittori quasi due archetipi della condizione siciliana: quella di Piccolo \u00e8 una condizione lirica, legata alla societ\u00e0 agraria; quella di Sciascia, anche per filiazione da Pirandello, \u00e8 piuttosto legata a una realt\u00e0 siciliana paesana e cittadina, si potrebbe quasi dire operaia. Come si sono composte, o incrociate, o sovrapposte nella sua esperienza letteraria queste due sensibilit\u00e0?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Lo stare a met\u00e0, al confine o alla confluenza dei due mondi, la Sicilia orientale e quella occidentale, era per me rischioso. In quella quiete o idillio in cui mi trovavo, in cui i segni della storia S&#8217;erano fatti labili, sfuggenti, e quelli della natura benigni, materni, il rischio era di scivolare nel sonno o nella malinconia, perdermi, perdere il bisogno e il desiderio di cercare le tracce intorno pi\u00f9 significanti. Dalla mia Finisterre potevo muovere verso il centro del caos, verso il Vulcano, o verso lo iato dello Stretto, verso le fate morgane e i terremoti; o muovere verso l&#8217;occidente dei segni della storia profondi e affollati.<br>I due mondi avevano generato due letterature differenti: mitica, affabulante, lirica, fortemente segnata dalla forma l&#8217;una; l&#8217;altra, storicistica, civile, logica, dialettica, fino al sofisma pirandelliano e alla requisitoria sciasciana. S\u00ec, Piccolo e Sciascia erano per me gli archetipi di quei due mondi.<\/p>\n\n\n\n<p>Capii che quella mia rischiosa marginalit\u00e0, quella mia incerta posizione poteva diventare punto di partenza nella costruzione di una identit\u00e0. La quale poteva consistere nel far da ponte di passaggio fra quei due mondi, di composizione di quei due opposti. Poteva, quella identit\u00e0, consistere in un movimento continuo dalla natura alla cultura, dal mito alla storia, dalla fantasia alla ragione, dalla poesia alla prosa. E mi sembr\u00f2 poi questo movimento, questo partire ogni volta da lontano, dal profondo, e approdare al presente, alla superficie, l&#8217;essenza della narrativa: un ibrido, un incrocio di comunicazione ed espressione, di logico e di magico.<\/p>\n\n\n\n<p>La novit\u00e0 pi\u00f9 significativa del suo primo libro, La ferita dell&#8217;aprile, sta forse nella prosa: una prose che le permetteva di afferrare le cose, oltre che le parole, diversamente dallo sperimentalismo di Gadda e Pasolini. Vi \u00e8 per esempio una corposa presenza, che ritorner\u00e0 poi anche nel Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio e soprattutto ne Le pietre di Pantalica, degli oggetti della tradizione contadina e popolare. Che cosa vuol dire l&#8217;evocazione di questa memoria della civilt\u00e0 materiale?<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sono trovato, dicevo, nella dimensione spaziale, in una situazione di confine, di passaggio; nella dimensione temporale, in un momento di profonda trasformazione, di radicale cambia-mento: della fine del mondo contadino e della nascita di un altro mondo, di un&#8217;altra civilt\u00e0 (\u00abOgni fine \u00e8 dolore, smarrimento ogni mutazione: stiamo calmi, pazienza&#8230;\u00bb ho scritto da qualche parte). Parlo degli anni a cavallo tra il &#8217;50 e &#8217;70. C&#8217;era stato il grande esodo verso il Nord, i contadini avevano buttato via i loro oggetti, le loro memorie e quindi avevano abdicato alla loro identit\u00e0 per potersi inserire nella civilt\u00e0 urbana e industriale. Vittorini, proclamando diffidenza, giustamente, verso i dialetti, e soprattutto verso quelli meridionali, portatori di rassegnazione e conservazione, invitava linguisti e scrittori a studiare le nuove koin\u00e9, i nuovi linguaggi che si sarebbero<br>&nbsp;formati dall&#8217;incontro dei dialetti meridionali con quelli<br>settentrionali. Nessuna nuova koin\u00e9 \u00e8 sorta, lo sappiamo, ma una superkoin\u00e9, una sopra-lingua, un nuovo italiano generato dal nuovo assetto economico e sociale e imposto dai media, quell&#8217;italiano tecnologico-aziendale che ha studiato e illustrato Pasolini nel 1964 in Nuove questioni linguistiche (ora in Empirismo eretico). Trovandomi dunque nel momento del grande passaggio, ho sentito la necessit\u00e0 di conservare la memoria di quel mondo finito, trapassato. Questa credo che sia la funzione della letteratura, quella di memorare. E una lotta, quella della letteratura, contro il potere, che cerca sempre di cancellare la nostra memoria per non farci avere consapevolezza del presente e non farci immaginare il futuro. Il nome del primo narratore della nostra civilt\u00e0, di Omero, significa ostaggio: di chi, di che cosa? Della memoria, della tradizione.<br>Non si pu\u00f2 scrivere sulla frattura, sulla cancellazione, sul vuoto. Da qui nasce forse la mia necessit\u00e0 di riesumare un certo patrimonio lessicale, di nominare gli oggetti, di evocare personaggi emblematici di quel mondo scomparso. Il poeta-etnologo Antonino Uccello \u00e8 il personaggio centrale e simbolico de Le pietre di Pantalica. L&#8217;uomo che materialmente (e l&#8217;avverbio qui prende una doppia significazione) ha fatto &#8211; raccogliendo gli oggetti buttati via dai contadini, custodendoli in un museo, il museo della memoria &#8211; ci\u00f2 che dovrebbe fare sulla pagina lo scrittore.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Questo \u00e8 un fatto di grande drammaticit\u00e0, su cui forse non abbiamo riflettuto abbastanza&#8230;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Neanche la sociologia se ne \u00e8 occupata abbastanza. In Europa, nessun paese come l&#8217;Italia ha subito un cambiamento cos\u00ec radicale e repentino, con le tremende conseguenze: culturali, linguistiche, politiche, etiche&#8230; Conseguenze che ancora oggi paghiamo.<br><br><br><em>Ad un certo punto della sua biografia sembra che avvenga una rottura rispetto a questo mondo siciliano, di cui ci ha tracciato fin qui tutte le coordinate, sia dal punto di vista letterario, che da quello sociologico: \u00e8 il momento dell&#8217;emigrazione a Milano nel 1968, data cruciale che cambia le cose al punto da portarla a scrivere Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, un romanzo che sembra una dichiarazione d&#8217;amore finale, ma anche una presa d&#8217;atto rassegnata della fine irreversibile di un mondo.<\/em><br><em>Vincenzo Consolo a Sant&#8217;Agata Militello, 1967- piazza Duomo.<\/em> <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"723\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025-1024x723.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3251\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025-1024x723.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025-300x212.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025-768x543.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025-1536x1085.jpg 1536w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000025.jpg 1707w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>S\u00ec. Come ho raccontato prima, quando ho visto che quel mondo che volevo rappresentare era finito, che dal punto di vista politico in Sicilia non c&#8217;era pi\u00f9 speranza, ho fatto la valigia e sono ripartito per Milano, per quella Milano che avevo lasciato poco pi\u00f9 di una decina d&#8217;anni prima. Voglio qui ricordare un episodio significativo del clima politico che s&#8217;era instaurato in Sicilia, e non solo l\u00ec. Nel marzo del &#8217;66, a Tusa, un paese sopra i N\u00e8brodi, dalla mafia dei pascoli, comandata da maggiorenti democristiani, viene ucciso un sindacalista, Carmine Battaglia (ho scritto poi su \u00abL&#8217;Ora\u00bb di Palermo un racconto dal titolo Per un po&#8217; d&#8217;erba al limite del fendo). Vado al funerale. Arriva, con una macchina di rappresentanza, con autista e segretario, un assessore socialista appena entrato nel governo regionale di centrosinistra, scende, va incontro deciso al gruppo dei comunisti che aspettavano con le loro bandiere di mettersi in corteo, e dice, minaccioso: \u00abNon facciamo scherzi. Il morto \u00e8 nostro!\u00bb. No, non c&#8217;era pi\u00f9 speranza.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Una curiosit\u00e0, a questo punto: lei parla sempre del potere, per\u00f2 non esprime mai critiche nei confronti delle forze di sinistra&#8230;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Se per forze di sinistra intendiamo il partito comunista, s\u00ec, gli si possono fare infinite critiche. Ma mi sovviene d&#8217;una frase di Brancati che Moravia amava citare: \u00abIn Sicilia, per essere almeno liberali bisogna essere comunisti\u00bb. Frase che pu\u00f2 sembrare paradossale, ma in Sicilia i paradossi sono di casa. L&#8217;unica speranza laggi\u00f9 era dunque il partito comunista, con tutte le sue ipoteche, con tutti i suoi errori. Prima di emigrare a mia volta, andavo spesso alla stazione ferroviaria del mio paese a vedere quei treni, provenienti da Palermo e diretti in Continente, che venivano letteralmente assaliti &#8211; scene tremende &#8211; dagli emigranti che l\u00ec convergevano dai paesi dell&#8217;entroterra. Una volta una donna, con tutte le sue valigie e i suoi fagotti, disperata, si mise a insultare la sua terra, come se fosse stata una persona: \u00abPorca Sicilia, puttana Sicilia!\u00bb urlava. C&#8217;era quel giorno alla stazione un deputato regionale del Pci, un intellettuale, uno ch\u00e9 poi a Roma avrebbe diretto la rivista Critica marxista. Lo affronto e gli chiedo: \u00abCosa avete fatto voi per evitare tutto questo?!\u00bb. Mi risponde qualcosa che non sento neanche. Che risposta poteva mai darmi? Gli giro le spalle e vado via. I comunisti, certo, di fronte alla decisione del governo credo che abbiano potuto far poco; spero che non siano stati d&#8217;accordo nella decisione di spostamento o deportazione di braccia da lavoro dal Sud al Nord. Ma forse l&#8217;hanno voluto anche loro. C&#8217;era, anche nei marxisti, la mitologia operaia e operaista. Voglio comunque ribadire che il comunismo e il socialismo erano in Sicilia una grande speranza, l&#8217;unica speranza.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Era una speranza rivolta soprattutto alla Sicilia agraria, o c&#8217;era anche altro?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Lo scontro tra contadini e agrari o fra contadini e potere politico espresso dagli agrari si giocava sulla riforma agraria, sullo scorporo dei feudi, sull&#8217;assegnazione delle terre incolte o mal coltivate, e aveva radici lontane: nei Fasci socialisti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci furono morti nel 1893-94, nel 19-20, negli anni 43-50. Quando infine la riforma agraria si attu\u00f2, non aveva pi\u00f9 senso: l&#8217;economia agricola stava cominciando a morire e, in pi\u00f9, ai contadini erano state assegnate pietraie o terre irraggiungibili, impraticabili, prive d&#8217;acqua. Quella democristiana fu uguale alla riforma agraria attuata nel &#8217;39 dal fascismo, passata guerrescamente sotto il nome di \u00abAssalto al latifondo\u00bb: una burla, una beffa. Credo che il partito comunista abbia potuto far poco in tutto questo. Credo che le decisioni siano state prese fuori d&#8217;Italia, a Bruxelles.<\/p>\n\n\n\n<p><em>A riguardo per\u00f2 bisogna anche considerare alcuni meccanismi economici \u00abspontanei\u00bb. C&#8217;era un problema, stando ai parametri delle agricolture occidentali pi\u00f9 progredite: c&#8217;era una forte sovrappopolazione, un carico eccessivo di braccia sulla terra. Naturalmente con un altro governo il processo poteva essere fisiologicamente regolato; cos\u00ec non avvenne, e ci fu invece l&#8217;esodo pi\u00f9 drammatico&#8230;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Certo, arrestare la storia non si pu\u00f2. Se l&#8217;agricoltura a un certo punto non ha pi\u00f9 funzione&#8230; Ma da questo a far diventare le regioni meridionali terre di conquista e di rapina&#8230; In Sicilia sono arrivati i petrolieri del Nord ad impiantare le loro raffinerie ad Augusta, a Melilli, a Priolo, a Gela, a Milazzo (qui, ancora nel giugno del &#8217;93, sette uomini morivano carbonizzati per lo scoppio di una caldaia), rastrellando sovvenzioni dallo stato, dalla regione, sconvolgendo il paesaggio fisico e quello umano. Hanno deturpato e degradato citt\u00e0 come Augusta (in mezzo ai tralicci e alle miriadi di ciminiere di fuochi e di fumi vi sono le antiche rovine di Tapsos e di Megara Iblea, dove arrivarono i primi coloni greci), come Siracusa, che sono patrimoni culturali che appartengono a tutti; hanno fatto diventare orrendi inferni, paesi da Far West, giungle di degrado e di violenza cittadine come Gela o Licata. Quel mito industriale si \u00e8 rivelato appunto un&#8217;illusione (anche Vittorini ha creduto in quel mito scrivendo quel romanzo, uscito postumo, dal titolo Le citt\u00e0 del mondo): i frutti che si sono raccolti sono stati ben miseri e sono stati pagati a caro prezzo, in sconvolgimenti e in veleni (a Melilli le donne partorivano bambini deformi). La gente in quei paesi ha continuato ad emigrare e i tecnici arrivavano l\u00ec dal Nord, rimanendo, con le loro famiglie, separate dal resto della popolazione, come i tecnici americani nel Kuwait.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Sono i temi di un saggio di Enzensberger che a lei piace spesso citare e che ha un titolo programmatico: Letteratura come storiografia: da una parte una pratica accademica della storia, tesa a trovare una ragione \u00aboggettiva\u00bb dei fenomeni; e dall&#8217;altra parte la letteratura, che cerca di trovare le ragioni individuali, di compiere una descrizione particolare, specifica di quello che accade, una descrizione, soprattutto, filtrata dalla coscienza dei singoli individui. Ma torniamo a Milano, al 68 a Milano<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ritorno a Milano. Non \u00e8 stato facile. Avevo trentacinque anni e andavo incontro a una nuova avventura. L&#8217;emigrazione poi \u00e8 una tale violenza: verso il proprio ambiente, gli amici, i parenti, se stessi. Ho viaggiato la notte di San Silvestro del 67.<br>Nei pressi di Salerno, ho dovuto trattenere, afferrandolo per la giacca, un uomo completamente sbronzo che voleva scendere dal treno in corsa. Il giorno di Capodanno del 68 sono arrivato in una Milano fredda, piena di neve. L&#8217;indomani mi sarei dovuto presentare al posto di lavoro, alla Rai. Che mi si rivel\u00f2 subito, come e pi\u00f9 di qualsiasi ente pubblico siciliano, completamente ipotecata dal potere politico, dalla mafia partitica (dall&#8217;Opus Dei, ai fascisti, ai democristiani, ai socialisti, ai comunisti). Era il regno dell&#8217;ignoranza, dell&#8217;impostura, della stupidit\u00e0. Mi ci trovai subito male, naturalmente, e l&#8217;azienda si trov\u00f2 male con me. Subito mi emargin\u00f2, cerc\u00f2 in tutti i modi di farmi fuori, di licenziarmi: non avevo un partito dietro, ero senza tessera. Mi vergognavo di lavorare alla Rai, la consideravo nefasta come una fabbrica di armi. Cos\u00ec dicevo: \u00abLavoro in una fabbrica di armi\u00bb a chi mi chiedeva.<\/p>\n\n\n\n<p>Un principe siciliano, nella sua bella casa di corso Magenta, mi diceva che qualche anno prima di me era arrivato a Milano con trecentomila lire in tasca. Io ne avevo cinquecentomila di lire in tasca, ma non avevo certo le sicurezze del principe, non avevo il palazzo a Palermo e la villa settecentesca a Bagheria. Quei soldi erano tutto il mio patrimonio, quanto ero riuscito a risparmiare negli anni d&#8217;insegnamento. Ero comunque sempre con la valigia sotto il letto, subito a tornare indietro. Per fortuna conobbi subito la donna che poi divent\u00f2 mia moglie, che era ricca di concretezza, e di ottimismo. Era poi una delle cinque o sei persone che avevano letto il mio primo libro, che l&#8217;editore s&#8217;era affrettato a mandare al macero.<br>Dal 68 al &#8217;76 subii una sorta di blocco, non riuscii a scrivere, mi resi conto che non avrei mai potuto raccontare in forma letteraria la realt\u00e0 milanese: mi mancava la memoria del mondo industriale, mi mancava il linguaggio. A Milano mi si present\u00f2 subito una realt\u00e0 sociale in conflitto, drammatica. Quindici giorni dopo il mio arrivo, avvenne il terremoto nella valle del Belice. Avevo fatto, l&#8217;estate prima, un giro per quei bellissimi paesi che non conoscevo: Partanna, Santa Ninfa, Gibellina, Montevago, Santa Margherita Belice&#8230; Il cuore d&#8217;un antico mondo contadino. Mi sembr\u00f2 quindi quel viaggio come una sorta di ricognizione di congedo, da quei paesi materialmente cancellati dal disastro naturale, dalla Sicilia che sarebbe stata cancellata in altro modo.<br>Andai alla Stazione Centrale con un fotografo siciliano a vedere gli scampati che arrivavano, che dovevano raggiungere parenti nell&#8217;hinterland milanese. Giornalisti radiotelevisivi, con la Promessa di accompagnarli in macchina nei vari Paesi, carpivano frasi, singhiozzi, lacrime e poi li abbandonavano l\u00ec nei sotterranei d&#8217;accoglienza della stazione. Spaesamento e blocco, dicevo, a Milano. Riuscivo soltanto a scrivere sui giornali, a raccontare quello che accadeva su \u00abL\u2019Ora\u00bb di Palermo, in una rubrica settimanale che si chiamava pateticamente Fuori casa (ma Fuori di casa era pure il titolo d&#8217;una raccolta di corrispondenza dall&#8217;estero di Montale), e su Il Tempo illustrato, un settimanale dove allora scrivevano, tra gli altri, Pasolini, Bocca, padre Davide Maria Turoldo. Ho pubblicato varie inchieste su quel giornale, ne ricordo una sulle cave di pomice dell&#8217;isola di Lipari. Erano cave di propriet\u00e0 di Sindona. Forse da l\u00ec mi venne l\u2019idea del secondo libro, <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, nel vedere quei cavatori di pomice ammalati di silicosi muoversi fra i cunicoli della montagna bianca e abbagliante, in una dimensione di condanna metafisica; e anche, forse, da altre cose che m&#8217;ero portato dentro dalla Sicilia: la memoria di un paese come Cefal\u00f9, il Ritratto d&#8217;ignoto di Antonello che avevo visto al museo. Capii insomma che per poter raccontare Milano, il momento storico che stavamo vivendo, sarei dovuto ripartire dalla Sicilia, dalla mia memoria, dal mio linguaggio. Potevo raccontare in modo metaforico, ricorrendo al romanzo storico. Per questo sono riandato indietro nel tempo, arrivando a un topos storico frequentato da quasi tutta la letteratura siciliana, da Verga a De Roberto, a Pirandello, a Sciascia, a Lampedusa: il 1860. Si parte sempre da l\u00ec, dall&#8217;Unit\u00e0 d&#8217;Italia, per cercare di capire le ragioni del malessere siciliano, meridionale, e quali siano stati gli errori, i problemi che ci siamo portati dietro e che si sono perpetuati nel tempo. Va da s\u00e9 che a me non interessava n\u00e9 Garibaldi n\u00e9 Bixio, ma altro; erano i temi che si dibattevano allora, negli anni settanta, che mi interessavano: l&#8217;intellettuale &nbsp;di fronte alla storia, il valore della scrittura, la storiografia e la letteratura, la sorte di chi non ha la capacit\u00e0 e la possibilit\u00e0 di esprimersi, di chi ha sempre pagato le spese della storia, il superamento della ragione e dell&#8217;ironia con la fantasia creatrice&#8230; Questi erano i temi del romanzo, che voleva essere nuovo, originale dal punto di vista strutturale e linguistico. Dal &#8217;63 al &#8217;76 erano passati tredici anni: una pausa scandalosa, da latitante o da dilettante.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Si tratta, comunque, solo parzialmente di una pausa, perch\u00e9 nel &#8217;69 usc\u00ec un&#8217;anteprima del Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio pubblicata su \u00abNuovi Argomenti\u00bb,<\/em><br><br>S\u00ec, il primo capitolo apparve su \u00abNuovi Argomenti\u00bb, L&#8217;avevo mandato prima a \u00abParagone\u00bb, la rivista di Roberto Longhi e Anna Banti, perch\u00e9 il tema che faceva da Leitmotiv era il ritratto di Antonello. Longhi, in occasione della mostra del 53 a Messina di Antonello aveva scritto un bellissimo saggio dal titolo Trittico siciliano. Nessuno mi rispose. Nel 69 venne a Milano Longhi Per presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi. Lo avvicinai. \u00abMi chiamo Consolo\u00bb gli dissi \u00abho mandato un racconto a Paragone&#8230;\u00bb. Mi guardo con severit\u00e0, mi rispose: \u00abS\u00ec, s\u00ec, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, per\u00f2 questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve finire!\u00bb. Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefal\u00f9 \u00abdell&#8217;ignoto marinaio\u00bb, sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinato mai avrebbe potuto pagare Antonello.<br>Quello effigiato l\u00ec era un ricco, un signore.<br>Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli \u00ableggere\u00bb il quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il racconto a Siciliano, che lo pubblic\u00f2 su \u00abNuovi Argomenti\u00bb.<br>Il romanzo uscir\u00e0 nel &#8217;76 da Einaudi.<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00c8 significativa la sua vicenda: lei torna a Milano e pur avendo tutti gli strumenti razionali per analizzare quella realt\u00e0 urbana e industriale non riesce a raccontarla. Dunque, per rappresentare in &nbsp;scrittura &nbsp;letteraria una realt\u00e0 non bastano gli strumenti razionali, ma bisogna poter disporre di qualche altra cosa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Beh, l&#8217;altra cosa \u00e8 lo stile. Lo stile, il linguaggio sono quello che si spera faccia nascere la poesia, perche altrimenti non vedo come la letteratura possa distinguersi dalla storiografia, dall&#8217;indagine sociologica. La letteratura e tale in quanto \u00e8 scrittura, in quanto \u00e8 stile.<br><br><em>E lo stile e la scrittura sono inscindibili dall&#8217;attraversamento personale di una esperienza storica.<\/em> Inscindibili dalla memoria. Memoria lontana di cose viste e udite, di cose lette, con cui la memoria vicina, il ricordo si fonde e prende forma e senso.<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1241\" class=\"wp-image-3252\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026.jpg 1403w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-193x300.jpg 193w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-660x1024.jpg 660w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-768x1192.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-990x1536.jpg 990w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/CCI_000026-1320x2048.jpg 1320w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p> Vincenzo Consolo <br>Fuga dall&#8217;Etna <em>Donzelli Editore, Roma 1993<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il solo coerente sistema di segni da cui pu\u00f2 essere colta la storia come realt\u00e0 materiale sembra essere la letteratura.&nbsp;H. M. Enzensberger,Letteratura come storiografia La Sicilia e Milano Partiamo dalla fine: in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, che ha suscitato particolare clamore, lei ha affermato di voler abbandonare Milano, dopo la vittoria elettorale della &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3250\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Fuga dall&#8217;Etna. La Sicilia e Milano.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,12],"tags":[460,921,1809,86,336,925,205,1821,461,362,84,1005,1796,318,246,23,77,758,965,1382,58,215,358,751,202,46,294,356,1309,200,1810,43,35,19,32,1816,180,355,73,90,1817,1815,99,57,750,1495,1383,1813,295,187,20,38,1598,1811,83,491,1448,1608,189,459,1814,1812,1820,29,59,203,1818,621,1819,18,342,646,72],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3250"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3250"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3250\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3265,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3250\/revisions\/3265"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3250"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3250"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3250"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}