{"id":3155,"date":"2023-08-26T08:07:01","date_gmt":"2023-08-26T08:07:01","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3155"},"modified":"2023-08-29T13:37:45","modified_gmt":"2023-08-29T13:37:45","slug":"loggetto-perduto-del-desiderio-linno-a-rosalia-in-retablo-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3155","title":{"rendered":"L&#8217;oggetto perduto del desiderio: L&#8217;inno a Rosalia. In Retablo di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Rosalba Galvagno<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La critica considera abitualmente <em>Retablo<\/em>, il romanzo di Vincenzo Consolo uscito nel 1987, come un libro di viaggio. Consolo d\u2019altronde si era ispirato a un viaggio fatto in Sicilia nel 1984 insieme a Renato Guttuso, Fabrizio Clerici, Sebastiano Burgaretta e altri artisti e intellettuali, tutti invitati a un importante matrimonio. In una conferenza tenuta all\u2019Accademia di Belle Arti a Perugia il 23 maggio del 2003 Consolo affermer\u00e0 che proprio da un: \u00abPittore straordinario, intelligente e raffinato mi \u00e8 venuta l\u2019idea di trasferire nel \u2019700 il mio Fabrizio Clerici e il trasferimento significava che volevo scrivere un libro che non avesse una matrice storica, ma che fosse una <em>fantasia<\/em>, fosse <em>un viaggio in una Sicilia ideale<\/em>\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p><em>Retablo<\/em> si rivela infatti essere il racconto\ndel sogno di un viaggio, che obbedisce alla dinamica originaria del sogno,\ndinamica centrata, com\u2019\u00e8 noto, su un punto cieco che Freud ha denominato\nl\u2019ombelico del sogno, e da dove nasce, si compone e si articola la\nrappresentazione. Da questa prospettiva il personaggio di Rosalia, la\nprotagonista di <em>Retablo<\/em>, non \u00e8 che\nl\u2019oggetto di un sogno (secondo le parole del testo di \u00abun sogno angustiante\u00bb), oggetto\ndel desiderio inseguito da frate Isidoro lungo tutta la narrazione. E questo\nfin dal prologo che ho scelto di intitolare <em>Inno\na Rosalia<\/em>. D\u2019altronde Fabrizia Ramondino legge l\u2019intero <em>Retablo <\/em>come \u00abun\u2019ode alla Sicilia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Retablo<\/em> \u00e8 diviso, come un ideale trittico, in\ntre portelli rispettivamente intitolati <em>Oratorio<\/em>\n<em>Peregrinazione<\/em>, <em>Veritas<\/em>, e narra le peripezie dell\u2019artista milanese Fabrizio\nClerici e della sua guida Isidoro, un monaco del convento della Gancia, nella\nSicilia del XVIII secolo (1760-1761 circa). Ci\u00f2 che spinge al viaggio questi\ndue personaggi \u00e8 fondamentalmente una pena d\u2019amore, Fabrizio avendo lasciato\nMilano per allontanarsi dalla donna amata Teresa Blasco e mettersi, curiosamente,\nalla ricerca delle origini siciliane di quest\u2019ultima. Isidoro costretto ad\nallontanarsi da Rosalia avendo rubato, per amor suo, il denaro ricavato dalla\nvendita delle Bolle dei Luoghi Santi. <\/p>\n\n\n\n<p>In <em>Retablo<\/em>\nci sono due riferimenti letterari a due Inni greci antichi, ad Asclepio e a Demetra,\ndonde la mia scelta del termine <em>Inno<\/em> inteso\ncome la forma pi\u00f9 arcaica dell\u2019invocazione rivolta all\u2019Altro ossia, con le\nparole di <em>Retablo<\/em>: alla \u00abMadre e alla\nFiglia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi\nlimiter\u00f2 qui a illustrare soltanto questo <em>Inno<\/em>\ncaratterizzato da un singolare e inconfondibile ritmo poetico. Ora, il ritmo\ndella prosa consoliana \u00e8 certamente prodotto dall\u2019ordine sintattico delle\nparole, ma anche dal loro ordine prosodico e metrico, dall\u2019inserzione di versi\nendecasillabi specialmente, e perfino dalla disposizione fonetica delle parole,\ncio\u00e8 dalla materialit\u00e0 dei timbri e dei suoni, in breve da ci\u00f2 che si potrebbe\ndefinire una fonetizzazione generalizzata della scrittura. Sempre nella\nConferenza prima citata Consolo afferma: \u00abLa mia scrittura, per la mia ricerca,\n\u00e8 contrassegnata da questa organizzazione della frase in prosa che ha un suo\nmetro, un suo ritmo che l\u2019accosta un po\u2019 al ritmo della poesia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019<em>Inno<\/em> si compone di tre lasse separate da\nun punto e un a capo. La prima \u00e8 un canto attorno al nome <em>Rosa<\/em>, la seconda si articola attorno al nome <em>lia<\/em>, e la terza ritorna sul nome intero, <em>Rosalia<\/em>, questa volta associato a quello di Santa Rosalia, la\npatrona di Palermo. A queste tre lasse, bisogna aggiungere il primo rigo del\nparagrafo che le segue e che contiene l\u2019emistichio, \u00abAhi!, non ho ab\u00e8nto\u00bb,\ntratto dal celebre <em>Contrasto<\/em> di Cielo\nD\u2019Alcamo, <em>Rosa fresca aulentissima<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il\nsoggetto lirico dell\u2019<em>Inno<\/em> \u00e8 frate\nIsidoro, pazzo d\u2019amore per Rosalia, il quale dopo averla posseduta una sola\nvolta, la perder\u00e0 per sempre. Nella prima lassa, l\u2019oggetto cantato da Isidoro \u00e8\ngiustamente la <em>rosa<\/em> (segnalo <em>en passant<\/em> la coppia paronomastica <em>Rosa-Isidoro<\/em>), il fiore le cui lettere\nformano la prima parte del nome dell\u2019amata; a cui si aggiungono altri fiori,\nche ne costituiscono delle variazioni sinonimiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Ciascuna\nlassa \u00e8 costituita da sequenze che contengono a loro volta delle piccole frasi,\nseparate da virgole, un punto e virgola e, a due riprese, da un punto\nesclamativo seguito da una virgola. Questa punteggiatura, perfettamente\ncalcolata, separa dei segmenti narrativi allineati per asindeto o polisindeto,\nseguendo un ordine principalmente paratattico ed enumerativo. Una prima e\nfondamentale scansione ritmica discende da questa struttura paratattica, che fa\ns\u00ec che una pausa intervenga alla fine di ogni piccola frase, di un sintagma, o\ndi un semplice vocabolo, marcati da un segno di interpunzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima lassa (5 sequenze):<\/p>\n\n\n\n<p>Rosalia. Rosa e lia.<\/p>\n\n\n\n<p>Rosa che ha\ninebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha r\u00f3so, il mio\ncervello s\u2019\u00e8 mangiato.<\/p>\n\n\n\n<p>Rosa che non \u00e8\nrosa, rosa che \u00e8 datura, gelsomino, b\u00e0lico e viola; rosa che \u00e8 pomelia,\nmagnolia, z\u00e0gara e cardenia.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi il tramonto, al\nvespero, quando nel cielo appare la sfera d\u2019opalina, e l\u2019aere sfervora, cala\nmisericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino,\nscorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge,\nspande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi.<\/p>\n\n\n\n<p>Rosa che punto\nm\u2019ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore.<\/p>\n\n\n\n<p>In\nquesto mirabile <em>incipit<\/em>, risalta in\nposizione enfatica il nome di <em>Rosalia<\/em>,\nun nome proprio immediatamente diviso in due lessemi, <em>Rosa<\/em> e <em>lia<\/em>. Si possono\ncontare dodici occorrenze del lessema <em>rosa<\/em>:\nla prima parte del nome Rosalia (<em>Rosa<\/em>),\nle varianti participiali e aggettivali <em>r\u00f3so<\/em>\ne <em>odorosi<\/em>, e anche, la disseminazione\nsonora delle lettere <em>r &#8211; o &#8211; s &#8211; a<\/em>: <em>misericordia, scorre, chiostro<strong>, <\/strong>grommosi<\/em>,<em> cuore<\/em>. Inoltre il termine <em>rosa<\/em>\n(il fiore) \u00e8 il soggetto grammaticale della frase che chiude la prima lassa:\n\u00abRosa che punto m\u2019ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore\u00bb. Pertanto\nla maggior parte delle occorrenze (nove, precisamente) denotano il fiore, salvo\nquella incorporata in Rosalia, che rinvia sia al nome proprio sia al fiore.\nRosalia dunque, l\u2019oggetto del desiderio che Isidoro non cessa di inseguire, \u00e8\nassimilata a una pan\u00f2plia di fiori (<em>datura,\ngelsomino, b\u00e0lico, viola, pomelia, magnolia, zagara, cardenia<\/em>), di cui\nalcuni contengono almeno due lettere del termine <em>rosa<\/em>, e altri almeno due lettere appartenenti al termine <em>lia<\/em>. Questa rosa dunque, che non \u00e8\nsolamente una rosa, ma che s\u2019innesta su tutti gli altri fiori menzionati,\nproduce su Isidoro curiosi e inebrianti effetti di felicit\u00e0 e insieme di\ninfelicit\u00e0, conformemente a una lunga tradizione letteraria. <\/p>\n\n\n\n<p>Inoltre\nil ritmo di questa prosa sembra obbedire a una scansione sintattica marcata\ndalla pausa, l\u2019arresto della voce e al contempo a una scansione che,\nsovrapponendosi alla precedente, ne modifica l\u2019andamento. A una prima lettura,\nin effetti, il cambiamento d\u2019accento tonico di alcune parole, dalla penultima\nalla terzultima sillaba, genera una sorta di inciampo, una interruzione del\nritmo pi\u00f9 spesso regolare, piano e quasi monotono (\u00abgelsomino, <em>b\u00e0lico<\/em> e viola; rosa che \u00e8 pomelia,\nmagnolia, <em>z\u00e0gara<\/em> e cardenia. Poi il\ntramonto, al <em>vespero<\/em>, quando nel\ncielo appare la sfera d\u2019opalina, e l\u2019<em>aere\n<\/em>sfervora\u00bb). Bisogna leggere e rileggere la lassa per accorgersi che non \u00e8\ncos\u00ec, poich\u00e9 la regolarit\u00e0, apparentemente ostacolata dall\u2019irruzione\ndell\u2019accento sulla terzultima sillaba di alcuni vocaboli, \u00e8 in realt\u00e0\nrimodulata su un\u2019altra linea di sonorit\u00e0, che \u00e8 quella del livello\nsoprasegmentale della scrittura (come per i termini: <em>b\u00e0lico, z\u00e0gara, v\u00e8spero, \u00e0ere, v\u00e0lica, b\u00e0lsami<\/em>). Questa prima parte\ndell\u2019<em>Inno<\/em> <em>a Rosalia<\/em> si rivela cos\u00ec estremamente ricca di figure di fonetica\ncome: allitterazioni (<em>rosa\/rosa <\/em>ecc.;<em> sfera\/aere\/sfervora; cancello\/scorre\/coglie\/coinvolge<\/em>),\nrime (<em>Rosalia\/Rosa e lia<\/em>;<em> inebriato\/sventato\/mangiato<\/em>;<em> pomelia\/magnolia<\/em>; <em>datura\/frescura\/clausura<\/em>;<em>\nfiati\/distillati<\/em>;<em> odorosi\/grommosi<\/em>\necc.), e figure metriche, tra cui una dialefe, <em>m\u2019ha, hai!<\/em>, messa in evidenza da un polisindeto, un\u2019elisione\niniziale e un punto esclamativo finale.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella\nseconda lassa (2 sequenze) prevalgono invece le variazioni attorno a <em>lia<\/em>, termine lungamente reiterato, che si\ncongiunger\u00e0 alla fine della lassa col termine <em>Rosa<\/em>, dunque di nuovo <em>Rosalia<\/em>,\nseguito da un chiasmo: \u00abRosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?\u00bb, che\ncontiene, per di pi\u00f9, una sintomatica citazione petrarchesca (\u00abDe la dolce et\namata mia nemica\u00bb, <em>Canzoniere<\/em>, v. 2\ndel sonetto CCLIV \u00abI\u2019\npur ascolto, et non odo novella\u00bb):<\/p>\n\n\n\n<p>Lia che m\u2019ha liato\nla vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno\nsempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio\ndell\u2019inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l\u2019ossa, limaccia\nche m\u2019invischi\u00f2 nelle sue spire, lingua che m\u2019attass\u00f2 come angue che guizza dal\npietrame, lioparda imperiosa, lippo dell\u2019alma mia, liquame nero, pece\ndov\u2019affogai, ahi!, per mia dannazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Corona di delizia e\ndi tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine,\nrosario d\u2019estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco\nvagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?<\/p>\n\n\n\n<p>Infine\nla terza lassa (3 sequenze) delinea, attraverso un\u2019originalissima ekphrasis, il\ncorpo (piuttosto il simulacro) di Rosalia:<\/p>\n\n\n\n<p>T\u2019ho cercata per\nvanelle e per cortigli, dal Capo al Borgo, dai colli a la Marina, per piazze\nper chiese per mercati, son salito fino al Monte, sono entrato nella Grotta: lo\nsai, uguale a la Santuzza, sei marmore finissimo, lucore alabastrino, ambra e\nperla scaramazza, mandola e vaniglia, pasta martorana fatta carne. Mi buttai\nginocchioni avanti all\u2019urna, piansi a singulti, a scossoni della cascia, e\npellegrini intorno, \u201cmeschino, meschino\u2026\u201d, a confortare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ignoravano il mio\npiangere blasfemo, il mio sacrilego impulso a sfondare la lastra di cristallo\nper toccarti, sentire quel piede nudo dentro il sandalo che sbuca dall\u2019orlo\ndella tunica dorata, quella mano che s\u2019adagia molle e sfiora il culmo, le rose\ncarnacine di quel seno\u2026 E il collo tondo e il mento e le labbruzze schiuse e\ngli occhi rivoltati in verso il Cielo\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Rosalia, diavola,\nmag\u00e0ra, cassariota, dove t\u2019ha portata, dove, a chi t\u2019ha venduta quella ceraola\nquella vecchia bagascia di tua madre?<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2\nche sembra emergere dall\u2019analisi dell\u2019<em>Inno\na Rosalia<\/em> \u00e8 la scrittura dello slancio di un desiderio verso un oggetto\nfemminile, forse inedito nella tradizione letteraria italiana ed europea. Alle\ndue tradizionali Venere celeste e Venere terrestre (amor sacro e amor profano),\nsubentra in <em>Retablo<\/em> una sola figura\nfemminile dalle molte sfaccettature, che \u00e8 al contempo idealizzata e intensamente\ndesiderata. Ci\u00f2 che il lavoro dello stile, della prosodia specialmente, rivela\ngrazie all\u2019accordo stabilito da un certo ritmo tra elementi verbali\nappartenenti a ordini linguistici differenti e perfino opposti, \u00e8 l\u2019ibridazione\ndi queste due Veneri, ottenuta attraverso la coalescenza della corrente tenera dell\u2019amore\ne della corrente sensuale del desiderio, che fa s\u00ec che i tratti ideali e i\ntratti erotici si intrecciano.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019<em>Inno a Rosalia <\/em>si svolge dunque seguendo un ritmo regolare, e tuttavia interrotto da alcuni inciampi o sospensioni. Una sorta di deviazione viene cos\u00ec prodotta dall\u2019irruzione allucinatoria dell\u2019oggetto del desiderio che il Soggetto crede finalmente di potere attingere e possedere. \u00c8 l\u2019impossibile cattura di questo oggetto meraviglioso o mostruoso, che impone al tempo regolare dell\u2019<em>Inno<\/em> di arrestarsi, per poterlo aggirare e mascherarne il vuoto per mezzo di una momentanea discordanza ritmica.<br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"640\" class=\"wp-image-3158\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2.jpg 1750w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2-300x240.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2-1024x819.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2-768x614.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/DSC_3452-2-1536x1229.jpg 1536w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>Breve estratto dal volume di Rosalba Galvagno <em>L\u2019oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo<\/em> (Milella 2023), presentato a San Mauro Castelverde per il III\u00b0 Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo (25-26-27 agosto 2023). <br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1247\" class=\"wp-image-3035\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/9788833290980_0_424_0_75.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/9788833290980_0_424_0_75.jpg 424w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/9788833290980_0_424_0_75-192x300.jpg 192w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rosalba Galvagno La critica considera abitualmente Retablo, il romanzo di Vincenzo Consolo uscito nel 1987, come un libro di viaggio. 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