{"id":3103,"date":"2013-03-29T11:07:00","date_gmt":"2013-03-29T11:07:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3103"},"modified":"2023-06-29T11:32:29","modified_gmt":"2023-06-29T11:32:29","slug":"il-sorriso-dellignoto-marinaio-e-lipotesto-di-liberta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3103","title":{"rendered":"Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio e L&#8217;ipotesto di libert\u00e0."},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>GUIDO BALDI<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Universit\u00e0\ndi Torino<\/p>\n\n\n\n<p>II\nsaggio si propone di esaminare i punti di contatto tra Il sorriso dell&#8217;ignoto\nmarinaio e la novella Libert\u00e0 (evidentemente presa da Consolo come punto di\nriferimento), e al tempo stesso le divergenze nell&#8217;impostazione del racconto,\nche risalgono ai diversi orientamenti ideologici dei due scrittori nei\nconfronti della materia, una rivolta contadina. Se in Verga si registra un\natteggiamento fermamente negativo verso la sommossa e le sue atrocit\u00e0,\ntemperato solo dalla piet\u00e0 per i contadini diseredati, in Consolo invece si\nnota la volont\u00e0 di comprenderne le ragioni. Non solo, se in Libert\u00e0 la\nrappresentazione appare scarsamente problematica, a causa dell&#8217;atteggiamento\ndell&#8217;Autore che predetermina rigidamente le reazioni del lettore in un unica\ndirezione, Consolo conferisce problematicit\u00e0 al racconto grazie all&#8217;uso dei\npunti di vista e delle voci, giocati abilmente a contrasto.<\/p>\n\n\n\n<ol><li><em>GLI ANTECEDENTI DELLA SOMMOSSA<\/em><\/li><\/ol>\n\n\n\n<p>Alla base del romanzo di Vincenzo Consolo, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio (1976), si colloca una rivolta contadina, quella scoppiata il 17 maggio 1860 in un piccolo paese sui monti Nebrodi, Alcara Li Fusi, provocata come in Libert\u00e0,(1) dalle speranze e dalle illusioni nate all&#8217;arrivo dei garibaldini in Sicilia. Ma rispetto a Libert\u00e0 si registra una differenza sorprendente: la sommossa non viene rappresentata. Il romanzo ruota intorno a un vuoto, a una clamorosa ellissi narrativa, che non pu\u00f2 non sconcertare il lettore, deludendo le sue attese, specie se si accosta al testo avendo nella memoria quello famoso di Verga. Eppure tutto il congegno narrativo del romanzo, nella sua prima parte, prima di arrivare al momento decisivo, fa supporre che la rappresentazione della rivolta debba essere il culmine del racconto, il suo punto di convergenza centrale, la sua Spannung. Al capitolo terzo, il folle eremita che vive in una grotta sulla montagna incontra nello spiazzo della forgia a Santa Marec\u00f9ma un gruppo di fabbri e pastori, \u201comazzi rinomati per potenza di polso e selvaggiume\u00bb, (2)dai nomi \u201cgrottescamente eloquenti di briganti pi\u00f9 che di uomini, simili agli antichi epiteti che si davano ai diavoli\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>(1) <em>I rimandi alla novella verghiana nel romanzo sono numerosi, pertanto essa, per usare la terminologia genettiana, ne viene a costituire l&#8217;ipotesto (GERARD GENETTA. Palinsesti La Letteratura al secondo grado, trad. it.Torino, Einaudi, 1997).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>(2) <em>Tutte le citazioni sono tratte dalla seconda edizione del romanzo, Milano, Mondadori, 1997, che reca un&#8217;importante Nota dell&#8217;autore, vent\u2019anni dopo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>(come\nnota finemente Giovanni Tesio nel suo commento), (1) \u00abCaco Scippateste Car-cagnintra Casta\nMita Inferno Mist\u00eario e Milinciana\u00bb, intenti a oliare fucili arrugginiti, a\nfondere piombo, a riempir cartucce, a ritagliare proiettili, a molare falci,\naccette, forconi, zappe, coltelli, forbicioni. La scena \u00e8 interamente colta\nattraverso il punto di vista dell&#8217;eremita, che, se a tutta prima crede di\nessere capitato all&#8217;inferno, pur nella sua esaltazione ha l&#8217;intuito pronto e\ncapisce che vi \u00e8 qualcosa di strano e sospetto in quell&#8217;armeggiare. Le stesse\nrisposte dei presenti all&#8217; eremita sono ammiccanti e allusive: alla sua domanda\nse intendono scannare maiali, rispondono: \u00ab- Porci di tutti i tempi, frate Nunzio\n&#8211; Ce n&#8217;\u00e8 tanti &#8211; Tanti &#8211; Stigliole salsicce soppressata coste gelatina lardo,\nah, l&#8217;abbondanza di quest\u2019anno\u201d; poi all&#8217;altra domanda se l&#8217;indomani pensano di\nfare festa a San Nicola, affermano: \u00abSaltiamo questa volta, frate Nunzio. Non vedete quanto\ntravaglio? [&#8230;) Faremo festa per il gioved\u00ec che viene &#8211; Festa &#8211; Festazza [&#8230;J\n&#8211; Scendete dall&#8217;eremo, frate Nunzio, e vedrete -\u00bb. Il clima infernale che avvolge\nla scena potrebbe far supporre, nell&#8217;Autore, l&#8217;intento di usare immagini\nfortemente connotate e subliminalmente suggestive per mettere in risalto il\ncarattere demoniaco della rivolta e cos\u00ec condizionare la reazione emotiva e il\ngiudizio del lettore in una precisa direzione (come avviene in Libert\u00e0 con la \u00abstrega, coi vecchi capelli irti sul\ncapo, armata soltanto delle unghie\u00bb, che sta innanzi ai rivoltosi ubriachi di\nsangue); in realt\u00e0 non si ha nulla del genere: al contrario, usare il punto di\nvista di un folle delirante, al quale va tutta la responsabilit\u00e0 dell&#8217;immagine,\nottiene un effetto straniante, per cui l&#8217;adunanza dei futuri rivoltosi che\npreparano le loro armi assume un carattere di fervore gioioso, e la\ndeformazione espressionistica della rappresentazione fa sentire la forza\nlatente e la rabbia repressa che cova in quei diseredati in vista della\nprossima rivolta. Cosi le immagini gastronomiche da loro usate non hanno il\nvalore delle allusioni verghiane alla ferocia cannibalica della folla affamata,\nanch&#8217;esse cariche di un pesante giudizio sull&#8217; atrocit\u00e0 delle stragi\ndissimulato nella trama segreta del racconto, ma possiedono qualcosa di\npantagruelicamente allegro. Infine le allusioni alla rivolta come festa non\nhanno nulla a che vedere con il \u00abcarnevale\nfuribondo di luglio\u00bb di Libert\u00e0, ma fanno pensare a uno scatenamento\nliberatorio di quella forza e di quella rabbia.<\/p>\n\n\n\n<p>Arrivato\nsulla piazza del paese, l&#8217;eremita vede che la caverna piena di gente rovescia\nper la porta aperta uno sfavillio di luce, \u00abcome antro di fornace\u00bb (un rimando\ninterno alla forgia di prima), insieme a voci e urla. Da un gruppo che siede\nsul sedile di pietra, composto dal lampionaio, dall&#8217;usciere comunale,\ndall&#8217;inserviente del Casino dei galantuomini e dal sagrestano, il frate apprende\nil motivo di quella baldoria:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211;\nUn tizio chiamato Garibardo<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211;\nChi e &#8216;sto cristiano?<\/p>\n\n\n\n<ul><li>Brigante. Nemico di Dio e di Sua Maest\u00e0\nil Re Dioguardi. Sbarca in Sicilia e avviene un&nbsp;&nbsp;&nbsp; quarantotto\u2026<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>&#8211;\nScanna monache e brucia conventi, rapina chiese, preda i galantuomini e\nprotegge&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; avanzi di galera<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211;\nQuesti vanno dicendo che gli da giustizia e terre&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>Segno\nrapido di croce, mani giunte, capo chino e masticare un sordo paternostro<\/p>\n\n\n\n<p>A\ndifferenza di Verga, che avvia la narrazione della sommossa in medias res,\nsaltando tutti gli antefatti e partendo con il racconto dei primi atti compiuti\ndai rivoltosi, il romanzo di Consolo indugia sugli antefatti, sul come il\ndiffondersi delle notizie sullo sbarco<\/p>\n\n\n\n<ul><li><em>VINCENZO CONSOLO, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, a cura di Giovanni Teso, Torino, Einaudi 1995, p 63, nota 19<\/em><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>di\nGaribaldi ecciti gli animi dei diseredati e persino, come si \u00e8 visto, sulla\npreparazione delle armi per i futuri eccidi. L&#8217;impostazione sembra voler\ninsinuare nel lettore l&#8217;attesa di ci\u00f2 che dovr\u00e0 accadere, la convinzione che la\nrivolta sar\u00e0 allo stesso modo diffusamente rappresentata, quasi a rendere poi\npi\u00f9 sconcertante la delusione delle aspettative. Nel passo citato le notizie\ndell&#8217;arrivo dei garibaldini e delle reazioni da essi provocate sono date\nattraverso il punto di vista degli uomini d&#8217;ordine, che stanno dalla parte dei\nsignori e guardano con esecrazione e paura gli avvenimenti. In Libert\u00e0 il punto\ndi vista conservatore sul processo risorgimentale \u00e8 riportato solo mediante un\nrapido accenno, l&#8217;uso spregiativo del verbo \u00absciorinarono\u00bb riferito al tricolore,\nqui invece quel modo malevolo di interpretare l&#8217;impresa dei Mille \u00e8 proposto\ncon ampiezza, evidentemente per mettere in piena luce una gretta chiusura\ndinanzi a ogni avvisaglia di cambiamento sociale che dall&#8217;alto si irradia verso\nil basso, contagiando anche i satelliti della classe padronale, come questi\nmodesti paesani che stanno a chiacchierare in piazza.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello\nche nella novella verghiana era un rapido moto di disappunto dell&#8217;Autore\ndinanzi alla sordit\u00e0 dei \u00abgalantuomini\u00bb\nai valori patriottici, qui si fa aperta polemica, ma pi\u00f9 contro la chiusura\nsociale dei conservatori che quella politica. \u00c8 chiaro da che parte sta lo\nscrittore.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora\nal capitolo quinto si ha un&#8217;ampia narrazione di un momento preparatorio della\nsommossa, il raduno dei rivoltosi sempre nella conca di Santa Marec\u00fama, la sera\nprecedente il giorno fissato. Giungono tre uomini a cavallo, due \u00abcivili\u00bb e un capo dei braccianti, che\nsono i capi della rivolta e tengono i loro discorsi alla folla. Grazie ad essi\nsi delineano non solo le motivazioni dell&#8217;insurrezione, ma anche le correnti\nper cosi dire \u2018ideologiche&#8217; che l&#8217;attraversano. Mentre in Libert\u00e0 non emergono\nfigure di capi e i contadini sono presentati come una massa spinta da impulsi\nciechi e del tutto spontanei, una collettivit\u00e0 indifferenziata in cui vi \u00e8 una\nperfetta unit\u00e0 di intenti nella pura esplosione di rabbia selvaggia e di\nirrazionale furia distruttiva (tanto che viene escluso dal racconto il dato\nstorico dell&#8217;avvocato Lombardo, l&#8217;ideologo e l&#8217;organizzatore del moto), qui\nConsolo ha cura di presentare le varie tendenze che, almeno nei capi, si\nprofilano tra la collettivit\u00e0 rurale. Don Ignazio Cozzo, borghese e\nsommariamente \u201calletterato\u201d, cio\u00e8 almeno capace di leggere e scrivere,\nrappresenta la tendenza a conciliare le spinte pi\u00f9 radicali e le posizioni pi\u00f9 moderate:\nil fine ultimo \u00e8 una conciliazione delle istanze di giustizia sociale, rivolte\ncontro l&#8217;oppressione della classe dei proprietari, con il riconoscimento delle\nautorit\u00e0 istituzionali, monarchia e Chiesa. Con tutto questo, l&#8217;oratore sa\ntoccare le corde pi\u00f9 sensibili dell&#8217;uditorio, facendo leva sui suoi impulsi pi\u00f9\nviolenti, e invita a non farsi fermare da \u00abpiet\u00e0 o codardia\u00bb, perch\u00e9 grande \u00e8 la \u00abrabbia\u00ab, dopo anni di \u00absopportazione\u201d, ordinando a ciascuno,\nal segnale stabilito, \u00abViva\nl\u2019Italia!\u00ab,\ndi scagliarsi \u00absopra\nil civile che si trover\u00e0 davanti\u00ab.\nPoi, sempre come spia del relativo moderatismo di questa tendenza, l&#8217;oratore da\nappuntamento a tutti, a mezzanotte, per un solenne giuramento sopra il Vangelo,\ndavanti a un ministro di Dio, il parroco del Rosario.<\/p>\n\n\n\n<p>A\ncontrastare questa linea insorge l&#8217;altro oratore, non un borghese ma il capo\ndei braccianti, Turi Malandro, che rappresenta le tendenze pi\u00f9 estremistiche\ndel movimento. Innanzitutto rifiuta il grido di \u00abViva l\u2019Italia!\u00ab come segnale della sommossa,\nproponendo invece \u00abGiustizial\u00bb:\nall&#8217;impostazione istituzionale, patriottica, contrappone quella sociale,\neversiva dei rapporti di propriet\u00e0, perch\u00e9 giustizia in quel contesto significa sostanzialmente\nredistribuzione della terra. Una linea dura e spietata prospetta anche per\nl&#8217;azione: avverte che sar\u00e0 facile lo \u00abscanna scanna pressati dalla rabbia\u00bb, il difficile verr\u00e0 dopo,\nquando \u00abil\nsangue, le grida, le lacrime, misericordia, promesse e implorazioni potranno\ninvigliacchire i fegati pi\u00f9 grossi. Non bisogna dunque cedere alla piet\u00e0: \u00abSe uno, uno solo si lascia brancare da\npena o da paura, tutta la rivoluzione la manda a farsi fottere\u00bb. Se in Libert\u00e0 la\nferocia senza piet\u00e0 dei rivoltosi era solo effetto di rabbia spontanea e di\nodio accumulato contro gli oppressori, qui la violenza non appare cieca, ma\npreordinata, teorizzata, ideologizzata, Non si ha una massa irrazionale, ma una\nforza organizzata, indirizzata verso obiettivi precisi, consapevole dei propri\nstrumenti di lotta. In entrambi i casi gli atteggiamenti ideologici degli\nAutori verso la massa popolare, le posizioni conservatrici di Verga e quelle di\nsinistra di Consolo, non condizionano solo le tecniche narrative della sua\nrappresentazione, ma determinano la fisionomia stessa dell&#8217;oggetto\nrappresentato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il\nborghese don Ignazio sa muoversi con destrezza in questo dibattito con il suo\ncontraddittore pi\u00f9 estremista: accetta la parola d&#8217;ordine \u00abGiustizia!\u00bb, declassandola per\u00f2 a puro\nsegnale convenzionale, al pari dell&#8217;altra, \u00abViva l\u2019Italia!\u00bb, Si allinea sulle\nposizioni anticlericali del capo bracciante, proclamando: \u00abSiamo contro il Borbone e i servi suoi,\nma anche contro la chiesa che protegge le angherie e i tiranni\u00bb, ma distingue\ntra i preti \u00abamici\ne soci degli usurpatorio e preti liberali come il parroco del Rosario. Insinua\npoi ragioni di opportunit\u00e0, in quanto il prete \u00e8 parente di un capitano che segue\nGaribaldi, e i rivoltosi non possono fare a meno della protezione dei\ngaribaldini, che sono in grado di legittimare il loro operato agli occhi del\nmondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ultimo\npreannuncio della sommossa \u00e8 alla fine del capitolo l&#8217;incontro del gruppo di\nbraccianti e pastori nel paese con un \u00abcivile\u00bb, il professor Ignazio, figlio del notaio don\nBartolo, il pi\u00f9 odiato dei notabili, che alloro passaggio getta loro\nprovocatoriamente in<\/p>\n\n\n\n<p>Faccia\ni suoi scherni (\u00abAh,\nche puzzo di merda si sente questa sera.\u00bb), ai quali fa eco, ripetendo le\nstesse parole, il figlio quindicenne. Tutti impugnano i falcetti, le zappe e le\ncesoie, pronti alla reazione violenta, ma uno di essi, pi\u00f9 padrone di s\u00e9, riesce a conte nerne l&#8217;impeto,\ninvitandoli a portare pazienza sino all&#8217;indomani. E il gruppo prosegue con i\ndenti serrati, soffiando forte dal naso \u00abper furia compressa e bile che riversa\u00bb, \u00c8 l&#8217;ultima\nimmagine della rabbia che sta per esplodere.<\/p>\n\n\n\n<p>2. <em>L&#8217;ELLISSI NARRATIVA<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>A\nquesto punto, dopo cos\u00ec ampi indugi preparatori, il lettore si sente\nlegittimato ad aspettarsi subito dopo il racconto dettagliato della sommossa,\nInvece non trova nulla del genere: il capitolo successivo \u00e8 costituito da una\nlunga lettera del barone di Mandralisca, gi\u00e0 protagonista del primo, secondo e\nquarto capitolo, che per le sue ricerche di naturalista si \u00e8 trovato sul luogo\ndegli eventi e mesi dopo, a ottobre, scrive all&#8217;amico Giovanni Interdonato,\nprocuratore dell&#8217;Alta Corte di Messina che dovr\u00e0 giudicare gli insorti scampati\nalla fucilazione sommaria, come preambolo a una memoria che intende compilare\nsui fatti di Alcara. E evidente allora che il principale problema\ninterpretativo proposto dal Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio \u00e8 capire le ragioni di\nquesta clamoroSa ellissi narrativa e la sua funzione strutturale nell&#8217;economia\ndell&#8217;opera.<\/p>\n\n\n\n<p>La\nlettera del barone \u00e8 il centro ideale del romanzo, e in essa si possono\nrinvenire le ragioni dell&#8217;ellissi, del fatto che lo scrittore rinunci\nsorprendentemente alla rappresentazione della rivolta popolare, II Mandralisca\nvorrebbe narrare i fatti come li avrebbe narrati uno di quei rivoltosi, e non\nuno come don Ignazio Cozzo, \u00abche\ngi\u00e0 apparteneva alla classe de&#8217; civili\u00bb, ma uno \u00abzappatore analfabeta\u00bb. In questo\nproposito dell&#8217;aristocratico intellettuale si pu\u00f2 intravedere un&#8217;allusione alla\ntecnica abituale delle narrazioni verghiane&nbsp;\nincentrate sulle \u00abbasse\nsfere\u00bb, che consiste proprio nell&#8217;adottare una voce narrante al livello stesso\ndel personaggi popolari (tecnica peraltro solo parzialmente applicata in un\ntesto come Libert\u00e0, par dedicato a una sommossa contadina, poich\u00e9 per buona parte il narratone terno al\npiano del narrato \u00e8 portavoce dei \u00abgalantuomini\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p>Ma\nil barone, che qui diviene il narratore in prima persona (con un passaggio al racconto\nomodiegetico, mentre i capitoli precedenti erano affidati a un narratore\neterodiegetico), scarta decisamente questa possibilit\u00e0: \u00abPer quanto l&#8217;intenzione e il cuore\nsiano disposti, troppi vizi ci nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita,\ncultura e per il censo, Ed \u00e8 impostura mai sempre la scrittura di noi\ncosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscurati da\u2019\nprivilegi loro e passion di casta\u00bb. Qui chiaramente il barone \u00e8 alter ego e\nportavoce dell&#8217;Autore stesso: se ne pu\u00f2 dedurre facilmente che Consolo rinuncia\na narrare la sommossa perch\u00e9 \u00e8 convinto che una simile operazione, condotta da\nlui, intellettuale borghese, viziato nella sua visione dalla sua posizione di\nclasse, dalle \u00abstorture\u00bb\nche le sono connaturate, sarebbe un \u00abimpostura\u00bb,\nnon sarebbe in grado di riprodurre le ragioni che hanno determinato l&#8217;evento,\nanzi ne tradirebbe inevitabilmente il senso, risolvendosi in una\nmistificazione. Il barone rintuzza poi l&#8217;obiezione che ci sono le istruttorie,\nle dichiarazioni agli atti, le testimonianze: \u00abChi verga quelle scritte, chi piega\nquelle voci e le raggela dentro i codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un\ntrascrittore, un cancelliere\u00bb; e anche se esistesse uno strumento meccanico\ncapace di registrare quelle voci, come il dagherrotipo fissa le immagini, \u00absiffatta operazione sarebbe ancora\ningiusta: poi che noi non possediamo la chiave, il cifrario atto a interpretare\nque\u2019 discorsi\u00bb, e non solo sul piano linguistico: \u00abOltre la lingua, teniamo noi la\nchiave, il cifrario dell&#8217;essere e del sentire e risentire di tutta questa\ngente?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il\ndiscorso del barone passa poi a toccare un altro punto di centrale rilevanza,\nstrettamente legato al precedente: l&#8217;impossibilit\u00e0 per i privilegiati, anche\nper quelli \u00abilluminati\u00bb,\ndi condividere i valori fondamentali, soprattutto quelli politici e culturali,\ncon le classi subalterne. Essi ritengono come unico possibile il loro codice,\nil loro modo di essere e di parlare che hanno \u00abeletto a imperio a tutti quanti \u00abIl codice del dritto di propriet\u00e0 e di\npossesso, il codice politico dell&#8217;acclamata libert\u00e0 e unit\u00e0 d&#8217;Italia, il codice\ndell\u2019eroismo come quello del condottiero Garibaldi e di tutti i suoi seguaci,\nil codice della poesia e della scienza, il codice della giustizia e quello\nd&#8217;un&#8217;utopia sublime e lontanissima&#8230;\u00bb. Per questo la classe dominante parla di\nrivoluzione, libert\u00e0, eguaglianza, democrazia, e riempie di quelle parole\nlibri, giornali, costituzioni, leggi, perch\u00e9 quei valori li ha gi\u00e0 conquistati, li\npossiede. Ma le classi subalterne sono estranee a quei valori, non possono\nparteciparli: \u00abE\ngli altri, che mai hanno raggiunto i dritti pi\u00f9 sacri e elementari, la terra e\nil pane, la salute e l&#8217;amore, la pace, la gioia e l&#8217;istruzione, questi dico, e\nsono la pi\u00f9 parte, perch\u00e9 devono\nintender quelle parole a modo nostro?\u00bb. Quei valori non possono essere\nsemplicemente calati dall&#8217;alto: le classi subalterne devono da sole\nconquistarseli, e allora \u00abli\nchiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocotorza anche per noi, vere\nperch\u00e9 i\nnomi saranno intieramente riempiti dalle cose\u00bb; e allora \u00abla storia loro, la storia, la\nscriveran da s\u00e9,\nnon io, non voi, Interdonato, o uno scriba assoldato. tutti per forza di nascita,\nper rango o disposizione pronti a vergar su le carte fregi. svolazzi, aeree\nspirali, labirinti&#8230;* Quindi, per il barone, il riscatto dei subalterni varr\u00e0 a\nriscattare gli stessi privilegiati, ridando verginit\u00e0 e sostanza autentica a\nvalori che rischiano di ridursi, nelle loro mani, a meri flatus &nbsp;vocis inconsistenti o a vacue ornamentazioni\nretoriche. Se gli intellettuali non possono non mistificare la storia degli\noppressi con la loro scrittura, la scrittura autentica di tale storia non potr\u00e0\nessere che degli oppressi stessi, quando avranno conquistato gli strumenti\nconcettuali attraverso l&#8217;istruzione e l&#8217;emancipazione dalla loro subalternit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Risulta\nevidente, da tutte queste riflessioni del barone di Mandralisca, e dietro di\nlui dello scrittore, la distanza ideologica che, sul tema comune della\nrappresentazione di una rivolta contadina, separa il romanzo di Consolo da\nLibert\u00e0. Verga, dal suo punto di vista di conservatore deluso e pessimista,\nregistra con la sua gelida oggettivit\u00e0, che tradisce una desolata amarezza,\nl&#8217;estraneit\u00e0 dei contadini ai valori risorgimentali, il loro ridurre l&#8217;ideale\ndi libert\u00e0 alla semplice redistribuzione della propriet\u00e0 della terra. Consolo\ninvece, da una prospettiva storica che, grazie alla conoscenza dell&#8217;ampio dibattito\nintervenuto nel frattempo, ha ben chiari i limiti del Risorgimento, specie nei\nsuoi riflessi sul Mezzogiorno, e soprattutto considerando la rivolta contadina\nda tutt&#8217;altra angolatura, quella dell&#8217;intellettuale di sinistra, arriva a\ncomprendere le motivazioni profonde di quella estraneit\u00e0 e a giustificarla\nstoricamente e socialmente. Non solo, ma in chiave di materialismo storico\nattribuisce agli aspetti materiali, cio\u00e8 proprio alla terra, un peso\ndeterminante rispetto agli ideali astratti. Il barone nel 1856 aveva\npartecipato ai moti patriottici di Cefal\u00f9, ed ora rievoca le figure degli eroi\ne dei martiri che allora avevano dato la vita per la causa: \u00abIo mi dicea allora, prima de&#8217; fatti\norrendi e sanguinosi ch&#8217;appena sotto comincer\u00f2 a narrare, quei d&#8217;Alcara\nintendo, finito che ho avuto questo preambolo, io mi dicea: \u00e8 tutto giusto, \u00e8 santo.\nGiusta la morte di Spinuzza, Bentivegna, Pisacane&#8230; Eroi, martiri d&#8217;un ideale,\nd&#8217;una fede nobile e ardente\u00bb. Per\u00f2\nora, sotto l&#8217;impressione sconvolgente della sommossa di Alcara, \u00e8 assalito da\ndubbi: \u00abOggi\nmi dico: cos&#8217;\u00e8 questa fede, quest&#8217;ideale? Un&#8217;astrattezza, una distrazione, una\nvaghezza, un fiore incorporale, un ornamento, un ricciolo di vento.. Una\nlumaca.\u201d La lumaca, l&#8217;oggetto dei suoi studi eruditi e futili, \u00e8 assunta dal\nbarone come immagine del vuoto sterile di una cultura di classe c, nella sua\nforma a spirale(1) che si chiude su se stessa, \u00abdi tutti i punti morti, i vizi,\nl&#8217;ossessioni, le manie, le coartazioni, i destini, le putrefazioni, le tombe,\nle prigioni&#8230; Delle negazioni insomma d&#8217;ogni vita, fuga, libert\u00e0 e fantasia,\nd&#8217;ogni creazion perenne, senza fine\u00bb. Per cui alla lumaca contrappone ci\u00f2 che \u00e8\nsolido e concreto, la terra: \u00abPerch\u00e9, a guardar sotto, sotto la lumaca\nintendo, c&#8217;\u00e8 la terra, vera, materiale, eterna: e questo riporta il suo\npensiero alla rivolta dei contadini: \u00abAh la terra! \u00c8 ben per essa che insorsero quei d&#8217;Alc\u00e0ra,\ncome pure d&#8217;altri paesi, Biancavilla, Bronte, giammai per lumache\u00bb, cio\u00e8 per\nideali astratti e retorici.<\/p>\n\n\n\n<p>Inoltre,\nmentre il pessimismo induce Verga a essere profondamente scettico su una\ndiversa organizzazione della societ\u00e0, e quindi a convincersi che un&#8217;eventuale\nredistribuzione della terra porter\u00e0 comunque allo scatenarsi della lotta per la\nvita e a nuovi sopraffattori, scaturiti dalla massa popolare stessa, che si\nsostituiranno agli antichi, Consolo per bocca del suo aristocratico illuminato\nprospetta come una conquista determinante l&#8217;accesso dei contadini alla terra,\nnella prospettiva di una distruzione della propriet\u00e0 privata, \u00abla pi\u00f9 grossa, mostruosa, divoratrice\nlumaca che sempre s&#8217;\u00e8 aggirata strisciando per il mondo\u00bb, distruzione che il\nbarone vagheggia rifacendosi alle idee di Mario Pagano e di Pisacane, citato\ntestualmente: \u00abIl\nfrutto del proprio lavoro garantito; tutt&#8217;altra propriet\u00e0 non solo abolita, ma\ndalle leggi fulminata come il furto, dovr\u00e0 essere la chiave del nuovo edifizio\nsociale. \u00c8 ormai tempo di porre ad esecuzione la solenne sentenza che la Natura\nha pronunciato per bocca di Mario Pagano: la distruzione di chi usurpa\u00bb. Se\nLibert\u00e0 ha alla base la negazione di ogni possibilit\u00e0 di progresso, dalle <\/p>\n\n\n\n<ul><li><em>Sull\u2019importanza della figura della spirale nel romanzo si veda CESARE SEGRE, La costruzione a chioccola del \u00abSorriso dell&#8217;ignoto marinaio\u00bb di Consolo, in IDem, Intrecci di voci La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino. Einaudi, 1991, pp 71-86. Per una complessa interpretazione in chiave antropologica, si rimanda a Giuseppe Traina,&nbsp; Vincenzo Consolo, Fiesole, Cadmo, 2001, pp. 60 sgg<\/em><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>parole\ndel barone risalta una ferma fiducia nel progresso, in senso sociale, come\nriscatto delle masse oppresse ad opera delle masse stesse, capaci di\ndistruggere il sistema iniquo della propriet\u00e0 privata avviando a una totale\nrigenerazione del mondo: \u00abPer\ndistruggere questa i contadini d&#8217;Alc\u00e0ra si son mossi, e per una causa vera,\nconcreta, corporale: la terra: punto profondo, onfalo, tomba e rigenerazione,\nmorte e vita, inverno e primavera, Ade e Demetra e Kore, che vien portando i\ndoni in braccio, le spighe in fascio, il dolce melograno&#8230;. E, in questo\nproiettarsi in un futuro ritenuto possibile, la cui immagine lo esalta, la sua\nprosa diviene lirica, enfatica, infarcita di rimandi classici e mitologici,\ntradendo la sua natura di letterato: la scelta stilistica dello scrittore, che\nmima lo stile del personaggio stesso, vale a denunciare, mediante un processo\ndi distanziamento e di straniamento, quanto di cultura aristocratica ed\nelitaria permanga nel nobile, nonostante la sua apertura ideologica, quindi a\nsottrarlo a ogni rigidezza esemplare e apologetica, a presentarlo in una luce\ncritica (ma su questo dovremo ritornare).<\/p>\n\n\n\n<p>Per\nla presa di coscienza dell&#8217;impossibilit\u00e0 di narrare i fatti di Alcara, \u00abse non si vuol tradire, creare\nl&#8217;impostura\u00bb, al barone \u00ab\u00e8 caduta la penna dalla mano\u00bb: rinuncia pertanto\nall&#8217;idea di stendere quella memoria sullo svolgimento della sommossa che\nintendeva sottoporre all&#8217;amico Interdonato, procuratore dell&#8217;Alta Corte. Si\nlimita a invitarlo ad agire \u00abnon\npi\u00f9 per l&#8217;Ideale, si bene per una causa vera, concreta\u00bb, \u00abdecidere della vita di uomini ch&#8217;\nagiron si con violenza, chi pu\u00f2 negarlo?, ma spinti da pi\u00f9 gravi violenze\ndaltri, secolari, martiri soprusi angherie inganni. \u00bb. Ed in effetti il\nprocuratore, rispondendo alla sollecitazione dell&#8217;amico, manda liberi i\nrivoltosi per amnistia, con un&#8217;ardita interpretazione di una legge del governo\ndittatoriale che assolveva da delitti commessi contro il regno borbonico.\nEvidentemente \u00e8 significativa questa soluzione adottata da Consolo, se\nparagonata a quella di Libert\u00e0: Verga insiste sul processo in cui i rivoltosi,\ngiudicati da giudici ostili per pregiudizio di classe, subiscono pesanti\ncondanne, nel romanzo di Consolo invece essi (a parte quelli fucilati subito da\nuna commissione speciale, come quelli fatti giustiziare da Bixio nella novella)\nnon subiscono pene. In entrambi i casi viene rispettata la realt\u00e0 storica: ma \u00e8\nimportante che Consolo abbia scelto un fatto conclusosi con una soluzione\npositiva, grazie all&#8217;apertura illuminata di chi rappresenta la giustizia,\nmentre Verga abbia optato per un fatto risoltosi negativamente. Lo scrittore di\nsinistra punta cio\u00e8 su un episodio che consente un&#8217;apertura verso il futuro la\nsperanza in un ordine diverso in cui la giustizia non sia solo vendetta di\nclasse, mentre Verga sceglie un episodio storico che conferma il suo pessimismo\nnegatore di ogni prospettiva verso il futuro (e che lascia solo un margine alla\npiet\u00e0 per le vittime di una giustizia ingiusta).<\/p>\n\n\n\n<p>Se\nrinuncia a narrare l&#8217;evento in s\u00e9,\nil Mandralisca ritiene agevole e lecito parlare solo \u00abde&#8217; fatti seguiti alla rivolta\u00bb, \u00abin cui i protagonisti, gi\u00e0 liberi di\nfare e di disfare per pi\u00f9 di trenta giorni, eseguir gli espropri e i giustiziamenti\nche hanno fatto gridar di raccapriccio, ritornano a subire l&#8217;infamia nostra, di\ncose e di parole\u00bb, cio\u00e8 le fucilazioni sommarie e poi il processo a Messina.\nPer cui, come il romanzo rappresenta la preparazione della sommossa, cos\u00ec si\nsofferma sul quadro spaventoso del paese devastato da essa: le tombe del\nconvento dei cappuccini scoperchiate, con i cadaveri sparsi all&#8217;aria aperta. la\nfontana con le carogne a galla nella vasca, \u00abmacelleria di quarti, ventri, polmoni\ne di corami sparsi sui pantani e rigagnoli dintorno, non sai di vaccina,\nbecchi, porci, cani o cristiani\u00bb, poi nella piazza del paese \u00aborridi morti addimorati\u00bb che \u00abrovesciansi dall&#8217;uscio del Casino e vi\ns\u2019ammucchiano davanti, sulle lastre, uomini fanciulli e anziani. Pesti,\ndilacerati, nello sporco di licori secchi, fezze, sughi, chiazze, brandelli, e\nnel lezzo di fermenti grassi, d&#8217;acidumi, lieviti guasti, ova corrotte e\npecorini sfatti. Sciami e ronzi di mosche, stercorarie e tafani.. Su questo\nturpe ammasso si avventano cornacchie, corvi, cani sciolti, maiali a branchi, \u00abbriachi di lordura\u00bb, un \u00abvulturume\u00bb \u00abpiomba a perpendicolo dall&#8217;alto come calasse\ndritto dall&#8217;empireo\u00bb, \u00absi\nposa sopra i morti putrefatti\u00bb affondando il rostro e strappando \u00abda ventre o torace, un tocco\u00bb, poi \u00abs&#8217; erge, e vola via con frullio\nselvaggio\u00bb, mentre passa una carretta guidata da garibaldini, che costringono\ngli astanti i caricarvi i morti per portarli al cimitero. Consolo insiste su\nparticolari orrorosi e ripugnanti ben pi\u00f9 di quanto non faccia Verga, ma mentre\nin Libert\u00e0 lo scrittore soffermandosi sulle atrocit\u00e0 punta a suscitare nel\nlettore reazioni emotive di sdegno e raccapriccio con tecniche di suggestione\nsotterranea, qui pi\u00f9\nche l&#8217;orrore in s\u00e9 \u00e8 in primo piano chi lo osserva, cio\u00e8 il barone, con il suo atteggiamento\ndinanzi allo spettacolo: vale a dire che i brani descrittivi, come crediamo\nrisulti chiaramente dalle citazioni, sono in primo luogo esercizi di bravura\nstilistica intesi a mimare il particolare idioletto dell&#8217;aristocratico\nintellettuale. L&#8217;orrore insomma \u00e8 allontanato di un grado, sempre per\npresentare il personaggio filtro del racconto in una prospettiva critica, per\nequilibrarne l&#8217;eccessiva positivit\u00e0 ed evitarne un ritratto apologetico,\nmostrando attraverso il linguaggio i limiti storici della sua cultura.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla\nprospettiva del barone, aperta a comprendere con acuta intelligenza politica e\nsociale le ragioni della rivolta, \u00e8 contrapposta subito dopo la prospettiva\ncontraria di chi conduce la repressione. Viene cio\u00e8 riportato il discorso che il\ncolonnello garibaldino, che gi\u00e0 con l&#8217;inganno aveva indotto i rivoltosi a\ndeporre le armi per arrestarli, rivolge alla popolazione del paese raccolta in\nchiesa, dopo il <em>Te Deum<\/em>\ndi ringraziamento per la fine dei disordini. Nelle sue parole i prigionieri incatenati\n\u00abnon sono omini ma furie bestiali, iene\nch&#8217;approfittaron del nome sacro del nostro condottiero Garibaldi, del Re\nVittorio e dell&#8217;Italia per compiere stragi, saccheggi e ruberie. lo dichiaro\nqui, d&#8217;avanti a Dio, que&#8217; ribaldi rei di lesa umanit\u00e0. E vi do la mia parola di\ncolonnello che pagheranno le lor tremende colpe que&#8217; scelerati borboniani che\nlordaron di sangue il nostro Tricolore. [&#8230;] L&#8217;Italia Una e Libera non tollera\nnel suo seno il ribaldume\u00bb. La registrazione di queste parole, con tutto il\nloro livore forcaiolo, che arriva alla mistificazione di bollare come \u00abborboniani\u00bb i rivoltosi, ha il compito\ndi denunciare come i garibaldini non fossero solo i paladini dell&#8217;ideale, e\ntanto meno i portatori di una palingenesi sociale, come si erano illusi i\ncontadini, ma semplicemente venissero a imporre un ordine solo esteriormente\nnuovo, che in realt\u00e0 riproduceva in forme diverse l&#8217;oppressione di classe\nprecedente. Un&#8217;opposizione cos\u00ec forte tra la prospettiva illuminata\ndell&#8217;intellettuale e quella reazionaria del militare portavoce degli interessi\ndel nuovo ordine non pu\u00f2 essere priva di significato: occorrer\u00e0 quindi\nriflettere sul gioco di punti di vista congegnato dallo scrittore e cercar di\ncapire la sua funzione nella struttura del testo. Per\u00f2 prima \u00e8 necessario\nmettere in luce una pi\u00f9 ampia opposizione che l&#8217;Autore costruisce per chiudere\nil romanzo, e che presenta caratteristiche analoghe, suscitando gli stessi\nproblemi interpretativi.<\/p>\n\n\n\n<p>3. <em>LA SOMMOSSA ATTRAVERSO LE VOCI DEI PROTAGONISTI<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Se\nil barone rinuncia a descrivere la rivolta per l&#8217;impossibilit\u00e0 di narrare come\nnarrerebbero i contadini senza determinare un tradimento mistificatorio, alle\nvoci dei rivoltosi viene egualmente dato spazio nel romanzo. Il Mandralisca\ninfatti, recatosi nel castello dove erano stati rinchiusi i prigionieri,\ntrascrive le scritte da essi tracciate col carbone sui muri del sotterraneo. \u00c8\ncome il primo passo verso la realizzazione dell&#8217;auspicio formulato dal barone,\nche i subalterni dovranno scrivere da s\u00e9 la propria storia.<\/p>\n\n\n\n<p>In\ntal modo, attraverso le voci dirette dei protagonisti, emergono momenti fondamentali della sommossa e viene in\nqualche modo colmato il vuoto dell\u2019ellissi che ne aveva cancellato la\nnarrazione<\/p>\n\n\n\n<p>Dalle\nscritte affiorano, in forme elementari e sintetiche ma cariche di una forma\ndirompente, le ragioni della rivolta, l&#8217;odio per i possidenti, la rabbia per i\nsoprusi e le ruberie ai danni dei diseredati, al tempo stesso, per rapidi ed\nessenziali scorci, si profilano gli episodi pi\u00f9 atroci, che sono affini a\nquelli descritti da Verga, ma invece di essere affidati a un narratore non\nneutrale, che indulge su determinati particolari per condizionare sottilmente\nil giudizio del lettore, sono lasciati, senza filtri, alle parole secche degli\nautori stessi delle efferatezze, al momento di scrivere ancora pienamente sotto\nl&#8217;impulso dell&#8217;odio che allora li aveva mossi. Unica eccezione \u00e8 la seconda\nscritta, che solo all&#8217;inizio inveisce contro proprietari, pezzi grossi del\nconsiglio comunale, parroci e \u00abcivili\u00bb\nche si sono appropriati delle terre del Comune escludendo chi ne aveva diritto,\nsia \u00abgalantuomini\u00bb\nsia \u00abpoveri\nvillani\u00bb: chi scrive \u00e8 un \u00abgalantuomo\u00bb\negli stesso che, pieno di rabbia per essere stato estromesso dalla spartizione,\nha capeggiato la rivolta, ma ora confessa di essersi pentito del processo\ndevastante a cui aveva dato origine (\u00abAizzai gli alcaresi a ribellarsi \/ ah male per noi \/\nnessuno fu pi\u00f9 buono \/ di fermare la furia \/ dei lupi scatenati), per cui\nchiede perdono a tutti. L&#8217;immagine dei \u00ablupi\u00bb scatenati sembra proprio un intenzionale rimando, da\nparte dello scrittore, al lupo \u00abche\ncapita affamato nella mandra\u00bb di Libert\u00e0: ma certamente un suono diverso ha la\nstessa immagine usata da un narratore portavoce delle classi alte vittime della\nrivolta, delegato a esprimere l&#8217;esecrazione, il disprezzo e la paura che esse\nnutrono per la furia popolare, oppure impiegata da chi \u00e8 stato dentro la\nsommossa e ora prende coscienza delle atrocit\u00e0 commesse, provandone orrore.<\/p>\n\n\n\n<p>La\nscritta successiva evoca l&#8217;uccisione del nipote del notaio, al presente, come\nse chi scrive rivivesse in quel momento l&#8217;atto compiuto e ancora ne godesse: \u00abPuzza di merda a noi \/ la sera di\nscesa nel paese \/ stano turuzzo \/ nipote del notaro \/ strascino fora \/ serro\ncolle cosce \/ sforbicio il gargarozzo \/ notaro saria stato pure lui\u00bb. Anche qui\nsi inserisce un&#8217;evidente allusione a Libert\u00e0: la conclusione della scritta\nripete quasi testualmente l&#8217;affermazione nella novella verghiana proferita da\nuno della folla dinanzi al figlio del notaio abbattuto con un colpo di scure\ndal taglialegna: \u00abBah!\negli sarebbe stato notaio, anche lui!\u00bb. Ma proprio il collegamento esplicito fa\nrisaltare la distanza fra le due impostazioni del racconto. In Verga la\nregistrazione della frase vale a gettare una luce sinistra sul cinismo disumano\ndei rivoltosi, qui invece la stessa frase riflette solo la comprensibile\nindignazione dell&#8217;oppresso contro gli oppressori e il suo bisogno di giustizia.<\/p>\n\n\n\n<p>Inoltre\nin Libert\u00e0 il ragazzo trucidato \u00e8 biondo come l&#8217;oro, notazione che mira a\nconferire alla vittima qualcosa di puro e angelico, e quindi a potenziare il\npatetismo del racconto e a suscitare raccapriccio per la barbara uccisione\ndell&#8217;innocente; nel romanzo di Consolo invece questo ragazzo, nell&#8217;episodio a\ncui la scritta fa inizialmente riferimento, appare come una figura laida,\nripugnante sia moralmente sia fisicamente: la sera prima della rivolta aveva\nschernito provocatoriamente, a imitazione del padre, pastori e fabbri al loro\npassaggio in piazza, sostenendo di sentire puzzo di merda, rivelando cosi\nl&#8217;odioso disprezzo della sua classe di privilegiati per i poveracci, per di pi\u00f9\nera descritto \u00abgrasso\ncome &#8216;na femmina, babbaleo, mammolino, ancora a quindici anni sempre col dito\nin bocca, la bava e il moccio\u00bb, ed era definito spregiativamente \u00abgarrusello\u00bb,\ncio\u00e8 effeminato. \u00c8 evidente la volont\u00e0 di rovesciare l&#8217;impostazione verghiana.\nGi\u00e0 nell&#8217;episodio della vigilia la figura appariva ignobile perch\u00e9 presentata attraverso la prospettiva\ndei villani insultati e la loro reazione furibonda, come rivelava il linguaggio\nadottato, che mimava quello dei villani stessi; poi nella scritta la\ndescrizione dello sgozzamento viene subito dopo la rievocazione degli insulti,\na far sentire come l&#8217;atto atroce sia scaturito dalla rabbia ancora viva e\ncocente per l&#8217;affronto subito da parte del rappresentante degli oppressori: per\ncui nella rievocazione dell&#8217;eccidio non si innesca alcuna reazione emotiva di\ncommozione e sdegno per l&#8217;innocente trucidato, in quanto la vittima non \u00e8 innocente\nper nulla, anzi, si ricava l&#8217;impressione che la feroce vendetta sia in qualche\nmodo giusta.<\/p>\n\n\n\n<p>Le\naltre scritte ricalcano sostanzialmente lo stesso schema, evocazione delle\nangherie ed efferata punizione. Un&#8217;ulteriore eco di Libert\u00e0 \u00e8 il giovane Lanza\nche cade senza un lamento, con gli occhi sbarrati \u00abche dicono perch\u00e9\u00bb, e rimanda al don Antonio di Verga\nche cade con la faccia insanguinata chiedendo \u00abPerch\u00e9 Perch\u00e9 mi ammazzate?.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ultima\nscritta, riportata inizialmente nel dialetto alcarese, afferma che \u00abu populu<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;ncazzatu\nri Laccara\u00bb e degli altri paesi siciliani ribellatisi \u00abnun lassa supra a facci ri &#8216;sta\nterra\/manc\u2019 &#8216;a simenza ri\/ surci e cappedda\u00bb, e termina nell&#8217;antico dialetto di\nSanfratello, di origine lombarda: \u00abmart\na tucc i ricch \/ u pauvr sclama \/ au faun di tant abiss \/ terra pan \/\nl&#8217;originau \u00e8 daa \/ la fam sanza fin \/ di \/ libirt\u00e2\u00e1\u00bb. La parola conclusiva, \u00ablibirt\u00e3\u00e0, sembra ancora un rimando al testo\nverghiano, ma se l\u00e0 risultava usurpata dai contadini che la intendevano solo\ncome appropriazione delle terre, qui la libert\u00e0 \u00e8 decisamente identificata con\nla terra che d\u00e0 pane, in coerenza con il discorso fatto in precedenza dal\nbarone, inteso a rivendicare la base materiale che assicura contenuto reale a\nautentico ai valori ideali.<\/p>\n\n\n\n<p>Il\nromanzo per\u00f2 non termina qui: dopo la riproduzione delle scritte, vi sono\nancora tre appendici di documenti, di cui uno assume un&#8217;importante funzione\nstrutturale. si tratta di un libello, a firma di tal Luigi Scandurra,\npubblicato a Palermo nel 1860, che contiene una violenta requisitoria contro la\ndecisione del procuratore di mettere in libert\u00e0 gli accusati. Qui i fatti di\nAlcara sono presentati in una ben diversa luce rispetto alle parole del barone\ndi Mandralisca e alle scritte sui muri del carcere: i rivoltosi sono definiti \u00abuna mano di ribaldi\u00bb, \u00abun orda di malvaggi [sic], spinti dal\nveleno di private inimicizie, e dal desio di rapina\u00bb che \u00abassassin\u00f2 quanti notabili capit\u00f2 [sic] nelle\nsue mani. saccheggiando e rubando le loro sostanze e le pubbliche casse, <\/p>\n\n\n\n<p>Come\nsi vede la sommossa, dopo essere stata rievocata dall&#8217;interno, con le parole\ndei protagonisti stessi, viene presentata da un punto di vista opposto, quello\ndegli uomini d&#8217;ordine, ferocemente ostili al moto popolare, di cui forniscono\nun quadro deformante, riducendone le cause a motivazioni ignobili di interessi\npersonali e descrivendo gli oppressori come persone di specchiata virt\u00f9 e come\ninnocenti agnelli sacrificali. Per\u00f2 non si direbbe che la registrazione dei due\nopposti punti di vista, come gi\u00e0 al capitolo settimo la contrapposizione tra la\nprospettiva del barone e quella del colonnello garibaldino, risponda a intenti\ndi equidistanza e neutralit\u00e0, come avviene in Libert\u00e0, dove a tal fine si\nalternano il punto di vista dei \u00abgalantuomini\u00bb\ne quello dei rivoltosi. La posizione dello scrittore si offre molto netta. Non\nvi \u00e8 dubbio, come testimonia tutta l&#8217;impostazione del romanzo, che egli voglia\npresentare in una luce positiva il barone e abbia un atteggiamento estremamente\naperto e disponibile verso la rivolta e le sue ragioni, nonostante ne\nsottolinei chiaramente i limiti politici e le atrocit\u00e0, e che per converso la\nriproduzione del libello e dei discorsi dell&#8217;ufficiale assuma una forte valenza\ncritica: i conservatori, attraverso la pura registrazione delle loro parole,\ndella loro bolsa retorica, del loro lessico pomposo e approssimativo, delle\nloro sgrammaticature, denunciano tutto il loro livore forcaiolo e il loro\nsquallore intellettuale e morale. Ma mentre Verga a dispetto dei propositi di\nobiettivit\u00e0 punta su immagini e particolari di forte valore connotativo ed\nemotivo, che,<\/p>\n\n\n\n<p>suggestionino\nnel profondo il lettore condizionandone il giudizio, Consolo al contrario,\nproprio con il gioco dei punti di vista, mira a suscitarne non l&#8217;emotivit\u00e0 ma\nla riflessione razionale e la valutazione critica, quindi riesce a preservare\nla problematicit\u00e0 della rappresentazione.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;analisi\ne del romanzo di Consolo a confronto della novella di Verga conferma quanto era\nfacile aspettarsi, conoscendo le rispettive posizioni ideologiche dei due\nscrittori: cio\u00e8 che la trattazione della sommossa contadina \u00e8 condotta con\ntecniche di rappresentazione e assume una peculiare coloritura in rispondenza a\ntali posizioni. I rischi insiti nel pessimismo fatalistico di Verga, di\nascendenza conservatrice, non sono stati interamente evitati in Libert\u00e0, come\nprova la scarsa problematicit\u00e0 della rappresentazione, dovuta all&#8217;atteggiamento\nautoritario del narratore, che predetermina rigidamente le reazioni del lettore\nin un&#8217;unica direzione (prima esecrazione per sommossa e poi piet\u00e0 per gli\nautori delle efferatezze divenuti vittime). Ma rischi simmetrici ed equivalenti\nerano impliciti nell&#8217;ideologia di Consolo: l&#8217;impostazione &#8220;da sinistra\u2019\npoteva dare adito egualmente a rappresentazioni rigidamente univoche e a\nprocedimenti manipolatori, oppure a soluzioni predicatorie, parenetiche,\npedagogiche, propagandistiche, come testimonia certa narrativa sociale\ndell&#8217;Ottocento oppure del neorealismo novecentesco.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\nsembra di poter concludere che tali rischi sono stati da Consolo evitati:(1) a\nci\u00f2 ha contribuito proprio la scelta dell&#8217;ellissi narrativa, la rinuncia a una\ndescrizione diretta della sommossa, che sarebbe stata piena di insidie\ndifficili da evitare; vi ha inoltre cooperato il gioco dei punti di vista, tra\nla prospettiva alta dell&#8217;aristocratico, aperto alle istanze popolari per\u00f2 ben\nconsapevole dei rischi di una scrittura che scaturisse dalla cultura dei\nprivilegiati, la voce diretta dei subalterni affidata alla riproduzione\ntestuale delle scritte sui muri del carcere, ed ancora la voce dei conservatori\nrappresentata dalle tirate reazionarie del principe Maniforti contro la\ndisonest\u00e0 e le ruberie dei villani, dal discorso del colonnello garibaldino e\ndal libello contro la scarcerazione degli imputati.<\/p>\n\n\n\n<p>(1) <em>Su questo la critica \u00e9 in genere concorde. Per Romano Luperini \u00abattraverso il linguaggio, Consolo riesce a scrivere un romanzo politico senza invadenza alcuna di ideologia\u00bb (Romano Luperini, Il Novecento, Torino, Loescher, 1981, pag.868), tesi ripresa dal critico pi\u00f9 di recente: \u00abLo sforzo polifonico di Consolo [\u2026] nasceva da un intento realistico di conoscenza e di giudizio (Toma, Rinnovamento e restaurazione del codice narrativo nell\u2019ultimo trentennio: prelievi testuali da Malerba, Consolo, Volponi, in I tempi del rinnovamento, Atti del Convegno Internazionale Rinnovamento del codice narrativo in Italia dal 1945 al 1992, ( a cura di Serge Vanvolsem. Franco Musarra, Bart Van den Bossche, Roma, Bulzoni, 1995, p. 544), Per Massimo Onofri, in Consolo cultura e politica, letteratura e ideologia possono intersecarsi, senza che per questo la dimensione estetica si neghi a se stessa, risolvendosi in pedagogia sociale ed oratoria. Il critico richiama poi il rifiuto, da parte del protagonista di Nottetempo, casa per casa, Pietro Marano, dei versi di Rapisardi, il quale ricapitola in s\u00e9 \u2018tutti i tratti di una poesia civile e politica per cosi dire ingaggiata, sempre sul punto di travalicare nell&#8217;orazione\u00bb: Consolo invece \u00e8 e resta scrittore politico proprio in quanto, nel contempo, elabora una sua implacabile condanna della retorica dell&#8217;impegno. [\u2026] Ci\u00f2 significa che la disposizione politica della scrittura di Consolo si gioca prima di tutto sul piano della forma che su quello dei contenuti, \u00abattraverso un\u2019oltranza di stile\u00bb; la sua \u00ab\u00e8 una letteratura che, in un&#8217;accezione tutt&#8217;altro che formalistica, ha fatto della forma una questione di sostanza\u00bb (Massimo Onofri, Nel magma Italia: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale, in ldem. Il sospetto della realt\u00e0, Saggi e paesaggi italiani novecenteschi,<br> Cava de\u2019 Tirreni, Avagliano, 2004, pp. 195-197)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>GUIDO BALDI Universit\u00e0 di Torino II saggio si propone di esaminare i punti di contatto tra Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio e la novella Libert\u00e0 (evidentemente presa da Consolo come punto di riferimento), e al tempo stesso le divergenze nell&#8217;impostazione del racconto, che risalgono ai diversi orientamenti ideologici dei due scrittori nei confronti della materia, una &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3103\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio e L&#8217;ipotesto di libert\u00e0.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[52,1682,1686,245,318,246,23,77,1382,423,1681,1690,17,1689,202,294,493,1691,1688,200,1685,278,707,99,57,1383,30,260,1684,1679,1687,1692,1603,745,459,196,1680,621,1287,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3103"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3103"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3103\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3109,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3103\/revisions\/3109"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3103"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3103"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3103"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}