{"id":2940,"date":"2010-03-01T08:57:00","date_gmt":"2010-03-01T08:57:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2940"},"modified":"2023-12-30T18:10:38","modified_gmt":"2023-12-30T18:10:38","slug":"io-lo-ricordo-cosi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2940","title":{"rendered":"Io lo ricordo cos\u00ec"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>di Vincenzo Consolo<\/p>\n\n\n\n<p>I libri di Danilo Dolci se li \u00e8 apparecchiati tutti sul\ntavolino del salotto, un ambiente luminosissimo. Allineati in bell&#8217;ordi-ne, con\ni post-it gialli infilati nelle pagine che a lui parlano di pi\u00f9. Edizioni\nEinaudi, edizioni Sellerio, edizioni Mesogea, \u00abuna delle poche belle realt\u00e0\nmessinesi\u00bb. Di fronte, sulla parete, un ritratto di due ragazzi dall&#8217;autore\nimpossibile, Pier Paolo Pasolini. Nella casa milanese di Vincenzo Consolo c&#8217;\u00e8\nletteratura ovunque.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHo riletto Banditi a Partinico e mi \u00e8 venuta l&#8217;angoscia.<\/p>\n\n\n\n<p>Angoscia a rileggere di quella mortalit\u00e0 infantile. Bambini\nsenza cure per le infezioni, bambini senza latte. Ho riprovato la spinta a\nconoscere e a sapere che mi ha animato da ragazzo nella mia Sicilia, quando a\nquelle letture mi si aprivano mondi che non conoscevo. Io di Sant&#8217;Agata di\nMilitello, zona non di feudi ma di piccola propriet\u00e0 contadina, provavo una\ngrande curiosit\u00e0 di sapere tutto della Sicilia occidentale. Andavo anche a\nMessina, certo, alla libreria D&#8217;Anna. Ma andavo con uno spirito particolare\nalla libreria Flaccovio di Palermo, che aveva anche le sue edizioni. Viaggiavo\nsempre in treno. <\/p>\n\n\n\n<p>Un giorno andai a trovare Danilo Dolci, un mito per molti di\nnoi, era il &#8217;55 o il 56. Mi accolse nel suo studio e mi fece tantissime\ndomande. Volle sapere dei miei studi, mi parl\u00f2 di Nomadelfia, la comunit\u00e0\nfondata nel dopoguerra da don Zeno Saltini in Toscana, vicino Grosseto, in cui\nlui aveva lavorato.<\/p>\n\n\n\n<p>Io gli raccontai della mia vita in universit\u00e0 a Milano. Dei miei anni in piazza Sant&#8217; Ambrogio, dove accanto alla caserma della Celere c&#8217;era il Centro orientamento immigrati. Ci arrivavano da ogni regione del sud per essere smistati verso il centro Europa: la Svizzera, il Belgio, la Francia, mentre quelli che andavano in Germania venivano smistati a Verona. Gliela descrissi, Sant&#8217; Ambrogio, come allora appariva a me. Una specie di piazza dei destini incrociati: meridionali i poliziotti della Celere, meridionali le braccia in cerca di un lavoro in fabbriche o miniere straniere. Gli parlai anche della signorina Colombo, la mia padrona di casa, tutta vestita di nero e che si esprimeva sempre in dialetto. Due sue nipoti erano scappate a Nomadelfia. E ovviamente questo lo incurios\u00ec molto. Dietro di s\u00e9, alle sue spalle, teneva un quadro particolare: una lettera di minacce, l&#8217;immagine di una pistola da cui uscivano dei proiettili. Gliel&#8217;aveva mandata la mafia e lui l&#8217;aveva incorniciata. Feci anche amicizia con alcuni dei volontari che collaboravano con lui. Ricordo un urbanista, in particolare. Si chiamava Carlo Doglio. Bolognese ma lavorava all&#8217;Universit\u00e0 di Palermo. Faceva l&#8217;assessore a Bagheria, era un militante del Psiup. Dormii da lui una notte e al mattino, quando feci per uscire di casa, mi tir\u00f2 indietro per la camicia e mi ammoni a guardare bene a destra e a sinistra prima di mettere fuori la faccia. Bagheria era cos\u00ec: il luogo delle ville magnifiche dei nobili feudatari, villa Alliata e villa Palagonia, dove i mafiosi cercavano di farsi strada a colpi di grandi speculazioni e di violenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci vedemmo ancora, anche perch\u00e9 lui viaggiava molto per il\nmondo, faceva un&#8217;attivit\u00e0 di conferenziere intensissima.<\/p>\n\n\n\n<p>Venne una volta a Milano. Si era sposato con Vincenzina, che aveva gi\u00e0 dei figli, lui ne ebbe altri ancora. Ricordo che avevano dei nomi singolarissimi: Libera, Sole, Amico&#8230; Ci trovammo e lui mi propose tutto un programma da realizzare per la Sicilia. Affascinante, senz&#8217;altro. Ma io mi limitai ad andare a fare qualche conferenza, poi mi arenai. In ogni caso Dolci riusc\u00ec a riunire intorno a s\u00e9 bellissime persone. Era il suo progetto che attirava, insieme al suo carisma. Gi\u00e0 ho detto di Doglio l&#8217;urbanista. Ma c&#8217;era anche Vincenzo Borruso, al quale rimasi molto legato. Un medico d&#8217;avanguardia, paler-mitano, autore del primo libro-inchiesta sull&#8217;aborto, L&#8217;aborto in Sicilia si chiamava. Storie di prezzemolo, storie di morti assurde. Da lui and\u00f2 a fare il volontario anche Goffredo Fofi, che insegnava alle scuole elementari di Cortile Cascino a Palermo e poi lo raggiunse a Partinico. Ricordo che aveva partecipato allo sciopero all&#8217;incontrario, che era poi una delle invenzioni tipiche di Dolci: voleva dire fare una strada o una trazzera non autorizzate. Fofi venne espulso dalla Sicilia che aveva appena diciott&#8217;anni, con tanto di foglio di via obbliga torio. Seminavano bene, i collaboratori di Dolci. Ricordo u incontro proprio con Fofi a Palermo negli anni Ottanta. Credo che fossimo li per presentare qualche libro. Fatto sta che ritrovammo al Papireto, al famoso mercatino delle pulci C&#8217;era un negozietto di antiquariato, l&#8217;insegna portava sori un nome e Goffredo esclam\u00f2: \u00abMa questo era mio alunno&gt;&gt; Girammo un po&#8217; alla sua ricerca, e alla fine arriv\u00f2 un giovanotto che gli and\u00f2 incontro abbracciandolo: \u00abGoffredo!\u00bb. Era davvero lui, il suo alunno.<\/p>\n\n\n\n<p>Dolci si distingueva per la sua intelligenza. Acuta, lungimi-rante, nutrita della materialit\u00e0 delle cose che faceva. Ricordo la sua distinzione tra potere e dominio, per esempio, che era uno dei capisaldi della sua riflessione. Oppure quella, che sembra fatta a pennello per i nostri tempi, tra comunicazione e trasmissione. Temeva i meccanismi della trasmissione, di questo fiume di parole e concetti e immagini che si muove in una direzione sola e che \u00e8 in grado di istupidire un popolo. Non \u00e8 forse quello che sta succedendo oggi? Lui d&#8217;altronde segnal\u00f2 i problemi di Berlusconi appena il fondatore della Fininvest entr\u00f2 in politica. Credo che fosse un paio d&#8217;anni prima di morire. Scrisse che a carico di Berlusconi c&#8217;erano fatti \u00abmolto gravi\u00bb, \u00abcose risapute anche dalla magistratura\u00bb. Lo si trova su Una rivoluzione non violenta, pubblicato da Terre di mezzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Se dobbiamo considerarlo un rivoluzionario? Be&#8217;, noi, e non solo noi, lo chiamavamo il Gandhi italiano. Venivano persone da tutta Europa a conoscerlo, dormivano al centro studi, si offrivano di lavorare con lui come volontari. Quando usci, Banditi a Partinico suscit\u00f2 un&#8217; impressione enorme. Danilo conosceva la violenza del potere, e di quello mafioso soprat-tutto. Rest\u00f2 sconvolto quando a Trappeto un ragazzo di diciassette anni venne trovato morto in campagna &#8220;pezzi pezzi&#8221;, che vuol dire fatto letteralmente a pezzetti. Gli avevano sparato e poi l&#8217;avevano messo sui binari del treno, che lo aveva maciullato. Terribile, quest&#8217;uso fraudolento e assassino dei binari mi ricorda la morte di Impastato. Fra l&#8217;altro mi piace immaginare che qualcosa del lavoro di Dolci sia arrivato anche a lui, al giovane Peppino, visto che da studente negli anni Sessanta frequentava il liceo di Partinico e proprio li inizi\u00f2 a partecipare alle manifestazioni. si, diciamo che Danilo era un rivoluzionario costretto a misurarsi non solo con la mafia ma anche con un altro potere repressivo, che della mafia, soprattutto allora, non era certo nemico. Quello dello Stato.<\/p>\n\n\n\n<p>La ricordo bene la famosa triade della Sicilia repressiva di allora. Si componeva cos\u00ec: in testa c&#8217;era Mario Scelba, il ministro degli Interni di Portella delle Ginestre; poi c&#8217;era il prefetto di Palermo Angelo Vicari, che era del mio paese, Sant&#8217;Agata di Militello; e poi c&#8217;era il cardinale Ruffini, uomo dell&#8217;Opus Dei e ammiratore di Francisco Franco, il dittatore spagnolo. Anche lui aveva avuto a che fare con Portella delle Ginestre, nel senso che era andato a trovare Gaspare Pisciotta in carcere dopo l&#8217;omicidio a tradimento di Giuliano, e gli aveva raccomandato di non parlare. Un &#8220;uomo del Signore&#8221; indimenticabile. Sosteneva che le sciagure della Sicilia erano tre: il parlar di mafia, il Gattopardo, tutte e due perch\u00e9 gettavano discredito sulla Sicilia. E infine, per la medesima ragione, Danilo Dolci. Capito con chi aveva a che fare, Danilo? Per questo sub\u00ec ogni tipo di sanzione. Venne pi\u00f9 volte condanna-10, e perse anche qualche causa in tribunale per i suoi libri, lo ricordo perch\u00e9 pubblicava con Einaudi, con cui collaboravo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una specie di persecuzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Che invece non avvenne con Michele Pantaleone, un altro dei\nprotagonisti dell&#8217;antimafia di quel periodo di cui oggi non si parla pi\u00f9, e\ningiustamente, visto che furono sue le prime denunce circostanziate dei\nrapporti tra mafia e politica. Lui per i suoi libri alla fine fu prosciolto\ndalle accuse; chiss\u00e0, forse era meno inviso al potere perch\u00e9 non faceva anche\nl&#8217;agitatore sociale. Scriveva ma non organizzava gli scioperi all&#8217;incontrario o\nle lotte per la diga sul fiume Jato.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel che mi dispiace \u00e8 che allora il Partito comunista abbia preso le distanze da Dolci. Che, pacifista com&#8217;era, lo considerasse quasi un disturbo per il verbo e la dottrina della rivoluzione. Assurdo, veramente assurdo. Perch\u00e9 Dolci era un segnale di luce, in quel panorama, una grande speranza. Il mondo della sinistra intellettuale e civile non di partito, naturalmente, ne aveva un&#8217;altra opinione. Ricordo un bellissimo ritratto che ne fece Giuliana Saladino, grande giornalista dell&#8217;Ora, in Terra di rapina. Ma anche Carlo Levi, che per la Sicilia di quegli anni gir\u00f2 molto, gli dedic\u00f2 grande attenzione. E ricordo che, dopo il mio primo libro, mi capit\u00f2 spesso di discutere con Sciascia dell&#8217;importanza della presenza di Danilo in quel contesto faticosissimo. Come dimenticare, d&#8217;altronde, quella straordinaria esperienza di Radio Sicilia Libera di Partinico, con cui cerc\u00f2 di sfondare tra i primi il monopolio dell&#8217;informazione radiotelevisiva, e per la quale pag\u00f2, di nuovo, prezzi personali? In fondo Danilo era una specie di missionario laico, come forse lo fu anche Pio La Torre. I suoi successori hanno nomi meno conosciuti, come quel fratel Biagio di via Archirafi a Palermo, laico pure lui, che accoglie i diseredati, o quel salesiano del Capo, don Baldassare. Oppure nomi assai pi\u00f9 conosciuti e non laici: quelli di padre Pino Puglisi o di don Luigi Ciotti, per esempio. <br>Purtroppo il suo metodo di inchiesta sociale, il suo modo, diciamo cos\u00ec, di essere sociologo, non ha fatto molta scuola. Ricordo un prete valdese, Tullio Vinay si chiamava, che sull&#8217;esempio di Dolci era andato a Riesi, in provincia di Caltanissetta, e aveva messo su una scuola tecnica per i ragazzi, per poi mandare i migliori da Adriano Olivetti. E aveva pure fatto uscire le donne dalle case in cui stavano rinchiuse dando vita a una cooperativa di ricamatrici. Erano quegli stessi anni, i Cinquanta e i Sessanta. Vinay ne scrisse anche un libro, Giorni a Riesi, mi sembra. Poi, dopo un po&#8217; di tempo, venne eletto in parlamento. Ma di altre esperienze analoghe non mi viene in mente. Ed \u00e8 un peccato.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto c&#8217;era di siciliano in Danilo Dolci? Non mi sembra la domanda giusta, o meglio, quella che ci aiuta a capirlo di pi\u00f9. Bisognerebbe chiedersi piuttosto quanto c&#8217;era di intelligenza e di umanit\u00e0. E poi, sul piano della curiosit\u00e0 intellettuale, a me appassiona semmai un altro tema: quello dei figli dei ferrovieri. Mi affascina questa categoria di intellettuali nati da ferrovieri siciliani: Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, lo stesso Dolci. Ci metto sopra d&#8217;istinto pure Pinelli, anche lui veniva dalla Sicilia. Probabilmente l\u00ec, in quella storia socia-le, i ferrovieri sono stati davvero l&#8217;aristocrazia della classe operaia, la componente popolare e del mondo del lavoro pi\u00f9 consapevole. <br>Credo comunque che la storia di Danilo Dolci bisognerebbe metterla tutta in fila per poterla capire veramente. Figlio di ferroviere, intanto, abbiamo detto. Poi partecipa alla Resistenza, viene messo in carcere dai nazisti e scappa, va a Nomadelfia da don Zeno Saltini, quindi va a Partinico. E li le lotte sociali e quei bellissimi racconti di analfabeti e contadini scritti da un intellettuale coltissimo, che conosceva la letteratura russa, ma anche quella americana e quella tedesca, che scriveva poesie. E che aveva uno sguardo profondo e capace di andare lontano. No, tipi cos\u00ec non ne nascono spesso\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>a cura di Nando dalla Chiesa<br><br>Milano 2010<br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"700\" height=\"1026\" class=\"wp-image-2941\" style=\"width: 700px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/il-potere-e-lacqua-48.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/il-potere-e-lacqua-48.jpg 546w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/il-potere-e-lacqua-48-205x300.jpg 205w\" sizes=\"(max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Vincenzo Consolo I libri di Danilo Dolci se li \u00e8 apparecchiati tutti sul tavolino del salotto, un ambiente luminosissimo. Allineati in bell&#8217;ordi-ne, con i post-it gialli infilati nelle pagine che a lui parlano di pi\u00f9. Edizioni Einaudi, edizioni Sellerio, edizioni Mesogea, \u00abuna delle poche belle realt\u00e0 messinesi\u00bb. 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