{"id":2914,"date":"1968-04-04T10:03:00","date_gmt":"1968-04-04T10:03:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2914"},"modified":"2023-02-02T10:04:48","modified_gmt":"2023-02-02T10:04:48","slug":"porta-orientale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2914","title":{"rendered":"PORTA   ORIENTALE"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIncidono lo\nspazio,\u201d si diceva, \u201csono una perentoria affermazione dell\u2019esistenza\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>E li osservava,\nnelle loro linee nette, nel loro scuro <em>cloisonnage<\/em>&nbsp; che li stagliava contro il fondo chiaro,\nnelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce. In\ncontrasto, gli altri apparivano deboli, labili, indeterminati; i loro colori\nincerti sfumavano nel grigio chiaro dello sfondo, il pallore delle loro facce\nera come una nebulosa che svaniva verso l\u2019inconsistenza. E concludeva,\nsintetizzando: \u201cNero e bianco: l\u2019esistenza e l\u2019inesistenza; la vita e la morte.\nAvviene nei popoli\u201d, si diceva\u201dquello che avviene nella vita di un uomo. Il\nnascere, cio\u00e8, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci\nstiamo avvicinando alla morte. Come m\u2019avvicino io, sbiancando ogni giorno nei\ncapelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo che \u00e8 la morte\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Andava\nrimuginando questi pensieri (ma che pensieri?, larve d\u2019idee, banali congetture,\nsensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarsi nel periglioso\nmare dei popoli e delle razze), affogarsi in quei pensieri dettati da noia e\nmalumore, passeggiando il tardo pomeriggio d\u2019un sabato a Porta Venezia, o Porta\nOrientale, come la chiam\u00f2 Manzoni, l\u00e0 dov\u2019era il <em>lazzaretto<\/em> degli\nappestati. Il quartiere, quello di Porta Venezia, che pi\u00f9 amava in quella\ngrigia citt\u00e0 ch\u2019era diventata ormai Milano, e il pi\u00f9 vero, al confronto dei\nnoiosi e irritanti quartieri del centro, le strade della moda, della sartoria\nridondante, o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell\u2019affaristica\norganizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera\no dei Navigli. Amava quella Porta Orientale, quel Corso Buenos Aires popolare,\nmultietnico, quel quartiere lontano dagli infiniti cantieri edili, dalla Milano\ntrionfante dell\u2019Esposizione Universale, e lontana dai penosi quartieri\nperiferici da dove si spazzano via come rifiuti umani gli zingari accampati.\nEra di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli\ndei Giardini, arrossava il cielo terso. Ma dalla parte opposta, a oriente,\nnuvole nere erano squarciate da saette: si preparava il temporale della sera dopo\nla giornata di caldo appiccicoso. Lungo il Corso i negozi gi\u00e0 abbassavano le\nsaracinesche. Da via Castaldi e da via Palazzi sbucavano a gruppi gli eritrei,\nriservati e dignitosi, con le loro donne in veli bianchi. E frotte d\u2019arabi,\ntunisini ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con l\u2019aria di libert\u00e0 e\ndi canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili\ne&nbsp; guardinghi, stavano con le loro\ncassette piene di paccottiglia d\u2019orologi, occhiali, accendini, radioline,\ndavanti a quei supermarket del cibo che si chiamano fast food. Davanti alle\nuscite della metro stavano invece gli africani della Costa d\u2019Avorio o del\nSenegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali,\ngazzelle, elefanti e maschere d\u2019ebano, d\u2019un marrone lucido come la loro pelle.\nIn angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare\ncome stormi d\u2019uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, cingalesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa\numanit\u00e0 intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno\nmeridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi \u201ctipici\u201d; erano\nfamigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di\nplastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti alla\ngelateria per far prendere il cono ai loro bambini irrequieti.<\/p>\n\n\n\n<p>Erano, i\nmarciapiedi di Corso Buenos Aires, in quel tardo pomeriggio di sabato, tutta\nun\u2019ondata di mediterraneit\u00e0, di meridionalit\u00e0, dentro cui egli s\u2019immergeva e si\ncrogiolava, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Lui che non\nera nato in quella nordica metropoli, lui trapiantato qui, come tanti, da un\nSud dove la storia s\u2019era conclusa, o come quegli africani, da una terra\nd\u2019esistenza (o negazione d\u2019esistenza) dove la storia \u00e8 appena o non \u00e8 ancora\ncominciata; lui che era di tante razze e che non apparteneva a nessuna razza,\nfrutto dell\u2019estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione\naraba, del seppellimento etiope, lui, da una svariata commistione nato per caso\nbianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Si distendeva e crogiolava dentro\nquell\u2019umanit\u00e0 come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino. Ma dal\nnero africano, dal bruno meridionale, si arriva al biondo, chiaro scialbo.\nErano gruppi di nordici che uscivano da gioiellerie e da boutique; erano frotte\ndi lunari, astratti punk nei loro neri abiti, nelle loro criniere arancione e\nverde, nelle loro borchie, nei piercing e orecchini, aggressivi e fragili.<\/p>\n\n\n\n<p>I nuvoloni\navevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; i lampi ora vicini\nanticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arriv\u00f2 la pioggia.\nRimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si\ntrasform\u00f2 in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia. Ci fu un fuggi\nfuggi generale, un rifugiarsi sotto i balconi, negli androni dei palazzi, nelle\ngallerie, dentro la metro. Le automobili, sul Corso, erano ferme, incastrate a\ncausa dei semafori guasti, e con clacson e trombe lanciavano un rabbioso,\nassordante urlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tenendo il giornale\nsulla testa, corse in direzione di Porta Venezia, scanton\u00f2 per via Palazzi. I\nbar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Pi\u00f9 avanti, fu attratto da\nun\u2019insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana:\n\u201cRistorante eritreo\u201d. Spinse la porta a vetri ed entr\u00f2. Subito s\u2019accesero le\nluci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti\nche lo invitarono ad accomodarsi a uno dei tavoli.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Vuole mangiare\n? &#8211; gli chiese l\u2019uomo.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Vorrei prima\nasciugarmi. Mi porti intanto del vino.<\/p>\n\n\n\n<p>Stese sulla\nspalliera d\u2019una sedia il giornale che non aveva ancora letto, ridotto quasi a\nuna pasta mucida. Ma per la verit\u00e0 leggeva di quel giornale, che comprava solo\nil sabato, le pagine dei libri. E quelle, all\u2019interno, erano in qualche modo\nancora leggibili.<\/p>\n\n\n\n<p>Cominciarono ad\narrivare eritrei, tutti zuppi come lui, e sorridenti. La sala si empiva a poco\na poco. La donna era scomparsa in cucina; l\u2019uomo, dietro il banco, lo teneva\nd\u2019occhio. Gli fece cenno di venire. Gli consigli\u00f2 il loro piatto tipico, lo <em>zichin\u00ec<\/em>.\nEra piccantissimo. Lacrimava, ma con quegli occhi addosso non osava smettere di\nmangiare o fare alcuna smorfia d\u2019intolleranza. Mandava gi\u00f9 biccchieri colmi di\nvino. Alla fine aveva vampe in bocca, nello stomaco, e la testa gli girava per\nil vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti\nbianchissimi, ma non era in grado di capire se ridevano di lui. Anche loro\nmangiavano lo<em> zichini<\/em>, ma non usavano la forchetta, attingevano con le\ndita a un grande piatto comune posto al centro d\u2019ogni tavolo. Si ricord\u00f2 che\nanche cos\u00ec si usava in Sicilia nelle famiglie contadine. E gli venne di pensare\nche il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della\ncomunione, la separazione, la solitudine.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Piccante ? &#8211;\ngli chiese l\u2019uomo togliendogli il piatto, e gli sembr\u00f2 che avesse un tono\nironico.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Un po\u2019 &#8211;\nrispose, con sussiego. E si trov\u00f2 subito ridicolo. Fumando si mise poi a\nleggere su quel giornale disastrato la recensione a un libro di grande\nsuccesso, un best-seller, come si dice; la lesse senza interesse, senza\nattenzione, non capiva neanche&nbsp; quello\nche vi si diceva. Bruciore per bruciore, continu\u00f2 a bere, bevve fin quasi tutta\nla bottiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Usc\u00ec che barcollava.\nPioveva ancora. Si ripar\u00f2 la testa con quel residuo di giornale che gli\nrestava. Sbuc\u00f2 in via Castaldi e l\u00ec ancora un\u2019insegna esotica l\u2019attrasse: Bar\nCleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Dal cd si diffondeva una di quelle\nnenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo\ndelle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d\u2019ogni musica\nmediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti dei carrettieri siciliani,\ndelle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante\ndel cd, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolino, un altro\nballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordin\u00f2 un caff\u00e8. Che fu\ninsufficiente a far svanire i fumi del vino. Gli egiziani bevevano t\u00e8 scuro\ndentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi,\ngutturali e fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati\ndegli eritrei, pi\u00f9 caciaroni, pi\u00f9 scugnizzi.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno si accost\u00f2\nal suo tavolo. <\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Piace muscica\naraba ? &#8211; gli chiese.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Piace, piace\ntanto.<\/p>\n\n\n\n<p>E, sedendosi al\nsuo tavolo, cominci\u00f2 a sciorinargli nomi di divi delle loro&nbsp; canzoni, fra cui riusc\u00ec a distinguere solo\nquello della mitica Om Kalsoum. Gli chiese di fargli ascoltare Om Kalsoum.\nAppena s\u2019udirono le prime note, and\u00f2 a risedersi e smise di parlare, si chiuse\nnel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e\nmalinconici.<\/p>\n\n\n\n<p>In quella,\ns\u2019apr\u00ec di schianto la porta ed irruppero nella stanza tre poliziotti.\nOrdinarono a tutti d\u2019alzarsi e, mani in alto, di mettersi con la faccia al\nmuro. Egli rimase fermo al suo posto. Un poliziotto l\u2019afferr\u00f2 per un braccio e\nlo spinse contro il muro. Li perquisirono tutti, palpandoli da sotto le ascelle\nfino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Non ce l\u2019ho, &#8211;\negli disse &#8211; ho la patente.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; La patente ? Tu\nguidi in Italia?<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; E dove devo\nguidare ?<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Ma sei\nitaliano ?<\/p>\n\n\n\n<p>Gli venne voglia\ndi gridargli, con voce profonfa, gutturale, \u201cNo, no, sono africano, sono arabo,\nsono ebreo, sono di tutte le razze, come te! \u201c<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Fai vedere la\npatente.<\/p>\n\n\n\n<p>Gliela mostr\u00f2 e,\nancor pi\u00f9 vigliaccamente, gli mostr\u00f2 quel tesserino dei Pubblicisti per cui\ns\u2019appartiene, sia pure da sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E\nil poliziotto, subito:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Dotto\u2019, a\nquest\u2019ora di notte, per questi quartieri \u00e8 assai pericoloso. Si faccia\naccompagnare almeno da un fotografo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cEcco,\u201c\nritornando umiliato a casa\u201dcos\u00ec difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra\nagonia, noi vecchi esangui. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro\nbenessere da ogni minima minaccia. Tutta questa nostra ricchezza sotto cui\nfiniremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili&nbsp; per sempre\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Vincenzo Consolo Milano, 4 aprile 2008\u00a0  <\/em><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1107\" class=\"wp-image-2915\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/CCI_000134.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/CCI_000134.jpg 957w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/CCI_000134-217x300.jpg 217w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/CCI_000134-740x1024.jpg 740w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/CCI_000134-768x1063.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br>Milano settembre 1968<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cIncidono lo spazio,\u201d si diceva, \u201csono una perentoria affermazione dell\u2019esistenza\u201d. 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