{"id":2790,"date":"2022-07-16T11:05:46","date_gmt":"2022-07-16T11:05:46","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2790"},"modified":"2022-08-04T10:14:17","modified_gmt":"2022-08-04T10:14:17","slug":"linattualita-di-vincenzo-consolo-fra-sperimentalismo-ed-eticita-la-resistenza-in-sicilia-travestimenti-e-futuro-note-su-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2790","title":{"rendered":"L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0 DI VINCENZO CONSOLO, FRA SPERIMENTALISMO. ED ETICIT\u00c0. LA RESISTENZA IN SICILIA. TRAVESTIMENTI E FUTURO NOTE SU CONSOLO"},"content":{"rendered":"\n<p>LA SCUOLA DELLE COSE <br><em>In questo numero hanno scritto<\/em>: <br>GIANNI TURCHETTA, NICOL\u00d2 MESSINA, DAVIDE DI MAGGIO, NINO SOTTILE ZUMBO, ALESSANDRO SECOMANDI, FABIO RODR\u00cdGUEZ AMAYA <strong>L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0<\/strong> <strong>DI VINCENZO CONSOLO,<\/strong> <strong>FRA SPERIMENTALISMO. ED ETICIT\u00c0. LA RESISTENZA IN SICILIA. TRAVESTIMENTI E FUTURO NOTE SU CONSOLO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>E. ALEJO CARPENTIER CONSOLO, VOCE PLURIMA<\/strong> <strong>L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0<\/strong> <strong>DI VINCENZO CONSOLO,<\/strong> <strong>FRA SPERIMENTALISMO ED ETICIT\u00c0<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Gianni Turchetta<\/em><\/strong> <br>L\u2019eccezionale spessore artistico e intellettuale di Vincenzo Consolo rende sempre pi\u00f9 necessaria una sua pi\u00f9 stabile e pi\u00f9 percepibile \u201ccanonizzazione\u201d \u2013 per usare un termine classico della storiografia e della teoria letteraria \u2013 che gli consenta di diventare parte integrante e ben riconosciuta del senso comune della letteratura. In prima approssimazione, Consolo \u00e8, un po\u2019 paradossalmente, uno scrittore \u201cattuale\u201d anche e proprio per la sua \u201cinattualit\u00e0\u201d: questa sua (in)attualit\u00e0 ha a che vedere con la sua idea di letteratura. Consolo \u00e8 ossessionato, da un lato, dalla necessit\u00e0 di <em>dire <\/em>la storia \u2013 perch\u00e9 per lui <em>bisogna parlare <\/em>della storia, del passato, del presente, della storia tutta \u2013 ma dall\u2019altro mostra anche la fine della fiducia nell\u2019<em>engagement<\/em>, cio\u00e8 proprio di un modo di essere intellettuale che Sartre ha reso poco meno che proverbiale. Anche questo \u00e8 un paradosso, e apparentemente una contraddizione; ma nella scrittura di Consolo le contraddizioni sono vitali, e prendono avvio da un\u2019irriducibile contraddizione di partenza: bisogna parlare, ma sapendo che le parole hanno limiti cos\u00ec severi che diventa quasi avere la tentazione di tacere. Proprio su questa irrisolvibile duplicit\u00e0 Consolo costruisce la sua originalissima unione di sperimentalismo ed eticit\u00e0, che ne rappresenta la pi\u00f9 acuta e flagrante specificit\u00e0. Vi sono tanti scrittori sperimentali e tanti scrittori etici \u2013 per dirla in un modo un po\u2019 rapido e sommario \u2013 ma \u00e8 quasi impossibile trovare una cos\u00ec stretta congiunzione tra due atteggiamenti che non vanno molto d\u2019accordo. Detto in modo ancora un po\u2019 sommario: di solito lo sperimentatore sembra sempre proiettato soprattutto verso le forme, laddove lo scrittore etico, e tanto pi\u00f9 lo scrittore \u201cpolitico\u201d, verso i contenuti. Consolo riesce sempre a far stare insieme queste due dimensioni. Tante volte \u00e8 stato accusato di \u201cformalismo\u201d: ma si tratta di un\u2019accusa davvero ingiusta e poco fondata. Come scrittore Consolo, da un lato, attinge alla tradizione meridionalistica, cio\u00e8 agli scrittori, ai saggisti e agli studiosi, a volte anche ai politici, che hanno scritto del Meridione d\u2019Italia, della sua storia, della sua miseria, dell\u2019oppressione, della distanza tra l\u2019Italia del Sud e le altre parti pi\u00f9 ricche d\u2019Italia: da Gramsci a Salvemini, a Guido Dorso, a Danilo Dolci, allo stesso Carlo Levi. Ma al tempo stesso \u00e8 uno scrittore molto vicino a quello che possiamo chiamare il \u201cmodernismo\u201d, cio\u00e8, in tre parole, allo sperimentalismo <em>non <\/em>avanguardistico: questo \u00e8 un altro suo tratto forte, che serve anche a ricordarci quanto egli sia stato, nonostante la convergenza di date (il suo romanzo d\u2019esordio, <em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, \u00e8 del 1963), lontano dalla neoavanguardia, con cui anzi polemizzava aspramente, in riconoscibile sintonia con le critiche a essa rivolte da Pier Paolo Pasolini. Non a caso tra gli autori di riferimento della scrittura di Consolo si collocano Eliot e Joyce. Vi proporr\u00f2 ora un esempio molto caratteristico della forza di Consolo, della sua originalit\u00e0 e della sua irriducibile, e produttiva, duplicit\u00e0. Tutti abbiamo presente ci\u00f2 che sta succedendo in Europa e nel mondo: dove migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone migrano, si spostano e spesso muoiono nel tentativo di emigrare. Moltissimi, tragicamente, soccombono nel canale di Sicilia e al largo delle coste dell\u2019Egeo, uccisi \u201cdall\u2019acqua\u201d. Ecco, Consolo, in tempi molto lontani, ha cominciato a cogliere questo movimento che oggi \u00e8 sotto gli occhi di tutti e che ha preso proporzioni cos\u00ec ampie da diventare uno degli argomenti centrali dell\u2019agenda politica dell\u2019Unione Europea. Se ne parla in continuazione, e ci si scontra su questo: i muri, le quote, i soldi alla Turchia e i ricatti di Erdogan, gli imbarazzi e le titubanze della UE. Consolo ha capito prestissimo la rilevanza assoluta del fenomeno incombente delle migrazioni nella tarda modernit\u00e0, anche e proprio nell\u2019area mediterranea: gi\u00e0 negli anni ottanta infatti ha scritto spesso di migranti che morivano in acqua, specie nordafricani o pi\u00f9 generalmente africani. Si pensi, fra gli altri, a un racconto esemplare come <em>Il memoriale di<\/em> <em>Basilio Archita<\/em>, scritto a caldo nel 1984. Ecco cos\u00ec che possiamo ben percepire il Consolo che guarda al presente, alla storia, al Meridione nostro e al Meridione del mondo, cogliendo con eccezionale profondit\u00e0 quello che sta succedendo, prima di tanti altri. Ma se guardiamo a questa sua percezione da un altro lato, ci accorgeremo che Consolo ha anche un\u2019ossessione letteraria, che lo rincorre fin dai primissimi racconti (si veda <em>Un sacco di magnolie<\/em>, 1957) e poi ricorrer\u00e0 per tutta la sua carriera di scrittore: l\u2019immagine del morto in acqua e \u201cper acqua\u201d, non solo perch\u00e9 ha davanti una certa realt\u00e0, ma anche perch\u00e9 ha sempre in mente l\u2019immagine della <em>Death by Water <\/em>della <em>Waste Land <\/em>di Thomas Stearns Eliot, sezione IV, con la figura di Phlebas il fenicio, morto nell\u2019affondamento della sua nave. L\u2019ossessione letteraria (formale, se volete) fa insomma tutt\u2019uno con la profondit\u00e0 e la lucidit\u00e0 nello scandaglio del reale (dei \u201ccontenuti\u201d): Consolo \u00e8 anche questo, con un\u2019intensit\u00e0 che ben pochi possono vantare. E ci sarebbe peraltro da insistere \u2013 la critica non l\u2019ha fatto abbastanza \u2013 sulle radici propriamente modernistiche, in senso letterario, di Consolo, e quindi non solo su quelle meridionali, di cui si parla pi\u00f9 spesso. Il suo primo romanzo, un <em>Bildungsroman<\/em>, <em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, parla di un ragazzo che cresce in una scuola di preti del Nord della Sicilia, in un luogo mai nominato ma che assomiglia molto alla Barcellona Pozza di Gotto dove Consolo effettivamente frequent\u00f2 le scuole medie, e in un mondo che parla una lingua che non gli appartiene. Il protagonista viene infatti da San Fratello, e ha come lingua madre il sanfratellano: egli impara il dialetto siciliano, l\u2019italiano e anche un po\u2019 di francese, che studia a scuola. Intravediamo quindi una questione della lingua, in cui prende corpo una questione d\u2019identit\u00e0. Ma anche \u2013 e questo certo non \u00e8 stato sottolineato abbastanza dalla critica \u2013 in <em>La ferita<\/em> <em>dell\u2019aprile <\/em>\u00e8 evidente ancora una volta il richiamo alla letteratura modernista: non solo nel vistoso richiamo ancora a Eliot, al suo \u201cApril is the cruellest month\u201d (celeberrimo attacco di <em>The Burial of the<\/em> <em>Dead<\/em>, sezione I di <em>The Waste Land<\/em>), attraverso la mediazione di Basilio Reale, ma anche e soprattutto a Joyce, il cui <em>A Portrait of the Artist as a Young<\/em> <em>Man <\/em>presenta non poche analogie tematiche e narrative, a cominciare proprio dal tema principale, l\u2019educazione di un giovane in una scuola di preti. D\u2019altra parte, gi\u00e0 in questo primo Consolo c\u2019\u00e8 molto dialetto e, per farla breve, non \u00e8 per lui possibile rinunciare a nessuna delle due componenti, ovvero il Meridione e la grande letteratura modernista europea, o limitarne il peso. Resta fra le altre cose ancora tutto da decifrare il ruolo di Cesare Pavese nella formazione di Consolo. Pavese, significativamente citato nell\u2019epigrafe del capitolo finale, poi espunto, di <em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, fa da mediatore, come traduttore e non solo, per molti scrittori italiani verso la letteratura di lingua inglese e americana. Sicuramente, ad esempio, ha un peso importante nell\u2019avvicinare Consolo e tanti altri scrittori italiani a William Faulkner. Sono ancora tutti da approfondire i rapporti tra Faulkner e la letteratura italiana (ma anche di altre nazioni, a cominciare da quella sudamericana: si pensi, per esempio, a quanto di Faulkner arriva a Garc\u00eda M\u00e1rquez). Tutto ci\u00f2 conferma l\u2019eccezionalit\u00e0 della congiunzione, in Consolo, tra la dimensione meridionale costante, ossessiva, e una non meno costante, rigorosa prospettiva di sperimentalismo modernista, non avanguardistico. Per Consolo la \u201cletteratura\u201d \u00e8 il linguaggio spinto sino alle sue estreme possibilit\u00e0. Si ha \u201cletteratura\u201d quando, cio\u00e8 <em>solo <\/em>quando vi \u00e8 una pressione sul linguaggio, una tensione, un\u2019aspirazione violenta, che \u00e8 al tempo stesso formale e morale. Consolo cerca sempre di dare al linguaggio il massimo di densit\u00e0 formale, attraverso una sorta di <em>pluralizzazione <\/em>del linguaggio, cio\u00e8 la <em>moltiplicazione<\/em>, esibita, dei suoi vari strati, ai quali si sforza di attribuire sistematicamente una speciale densit\u00e0 linguistico-retorica, e quindi una speciale intensit\u00e0. Questo linguaggio preme verso una verit\u00e0, una capacit\u00e0 di dire il reale che, unita alla densit\u00e0 formale, vorrebbe far s\u00ec che le parole fossero dense, al limite, come le cose. Quindi, da un lato, Consolo vuole che le <em>parole<\/em> siano come <em>cose<\/em>, magari addirittura, per citare ancora una volta Carlo Levi, che <em>le parole <\/em>siano come <em>pietre<\/em>. Le parole vorrebbero e dovrebbero essere pesanti. Ma le parole non sono cose, e tanto meno pietre: per questo Consolo ci dice continuamente e allo stesso tempo che la \u201cletteratura\u201d \u00e8 per definizione una \u201cmissione impossibile\u201d. Se \u00e8 infatti necessario caricare le parole sino a farle diventare pi\u00f9 che parole, azioni e cose, d\u2019altro canto bisogna farlo sapendo che non sar\u00e0 mai possibile, che le parole sono per definizione mancanti\u2026 Proprio qui, a ben vedere, sta la grandezza di Consolo: cio\u00e8 sia in questo sforzo di caricare all\u2019estremo le parole, ma anche nella costante, coesistente consapevolezza dei limiti invalicabili della parola. Sono pochi gli scrittori che, come lui, hanno saputo spingere verso un\u2019idea fortissima di letteratura, che comunque resiste come ideale di riferimento: ma continuando al tempo stesso a rivelarci la miseria della letteratura stessa, anche della pi\u00f9 alta. Scrivere non basta, ma bisogna continuare a scrivere, sfidando sempre l\u2019oblio e la inesorabile durezza delle cose.<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"589\" class=\"wp-image-2791\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/Sciascia-e-Consolo-3-e1613478794372.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/Sciascia-e-Consolo-3-e1613478794372.jpg 700w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/Sciascia-e-Consolo-3-e1613478794372-300x221.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong><em>LA RESISTENZA IN SICILIA<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Nicol\u00f2 Messina<\/strong><\/em> <br><em>Universitat de Val\u00e8ncia<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019autunno del 2017, a cinque anni dalla scomparsa di Vincenzo Consolo, usciva per i tipi di Bompiani <em>Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione<\/em> <em>1970-2010<\/em>. Il libro nasceva a mia cura (il braccio), anche per l\u2019impegno collaborativo di Caterina Pilenga, vedova dello scrittore (la mente), personaggio straordinario che teneva \u201cambo le chiavi del cor\u201d (<em>Inferno <\/em>XIII, 58-59) del marito, per il quale non fu solo compagna di tutta la vita, ma interlocutrice vicina, pungolo assiduo, segretaria e archivista, collaboratrice, conoscitrice profonda tanto della lettera compiuta della scrittura consoliana, quella consegnata per la stampa delle singole opere (era capace di recitarne a memoria intere pagine), quanto dei suoi meandri e retroscena. Negli usi di una certa Spagna si imponeva al penitente il <em>sambenito<\/em>, una sorta di scapolare che denunciava la colpa di cui fare ammenda, un ammennicolo che di per s\u00e9 ti esponeva al pubblico ludibrio, agli insulti, al giudizio sommario, e che \u2013 Goya docet \u2013 l\u2019Inquisizione completava nell\u2019<em>autodaf\u00e9 <\/em>con la <em>coroza<\/em>, l\u2019allungato copricapo conico che rendeva ancor pi\u00f9 identificabile il malcapitato. Nel linguaggio comune permangono i relitti della trista usanza: <em>cargar con el sambenito<\/em>, <em>llevar el sambenito<\/em>, <em>colgar\/<\/em> <em>poner el sambenito<\/em>, che hanno a che vedere con la nomea che si ha o con il marchio infamante con cui bollare qualcuno. I siciliani avrebbero il <em>sambenito <\/em>della mafiosit\u00e0. Da cui nessuno si libera fuori dalla Sicilia, soprattutto all\u2019estero, bench\u00e9 con la mafia non abbia mai stretto patti di connivenza, n\u00e9 sia sceso a patti affollando l\u2019ampia area grigia dell\u2019omert\u00e0. Non dovette liberarsene neanche Consolo che dalla Sicilia si autoesili\u00f2 e da intellettuale impegnato si sent\u00ec in dovere di fare i conti con una mafia che ormai si declinava al plurale, anzi volle farci i conti, non volle sottrarsi guadagnandoci l\u2019isolamento, l\u2019ostracismo. Sarebbe rientrato \u2013 di fatto ci rientr\u00f2 \u2013 in un nuovo elenco dei mali della Sicilia esemplato su quello della famigerata lettera del mantovano cardinale Ernesto Ruffini (1964), nel quale avrebbe trovato posto con Sciascia magari scalzando il <em>Gattopardo<\/em>, convinto com\u2019era, Consolo, che fosse stata la classe sociale del suo autore a passare nell\u2019Ottocento il testimone del potere agli \u201csciacalletti\u201d, alle \u201ciene\u201d, e che fossero cos\u00ec proprio quei nobili, da dirigenti agonizzanti, a essere corresponsabili dell\u2019infiltrazione mafiosa nelle istituzioni e nell\u2019attivit\u00e0 politica (<em>Cosa loro<\/em>, pp. 11, 45, 64; soprattutto pp. 251, 255, 296). Ricordiamoci della \u201cresistibile ascesa\u201d (B. Brecht) di don Calogero Sedara! <em>Cosa loro <\/em>lo dimostra e dimostra come e quanto Consolo si schierasse indefettibilmente contro l\u2019<em>olivastro <\/em>mafioso, il cancro che infesta con le sue metastasi ormai immedicabili l\u2019isola e l\u2019Italia intera. Basta scorrere le pagine scritte sotto la spinta dei terribili fatti del 1982 e di dieci anni dopo, rileggere quelle finali, vibranti e sconsolate di <em>Lo spasimo di<\/em> <em>Palermo <\/em>(1998). Tra la quasi settantina di testi dell\u2019arco temporale 1970-2010, confluiti in <em>Cosa loro<\/em>, ne vogliamo proporre uno dei primi, per motivi anche circostanziali, perch\u00e9 sembra attinente al momento attuale, alla presunta dormienza della mafia nel presente dell\u2019Italia, della Sicilia: <em>I nemici tra di noi <\/em>(\u201cL\u2019Ora\u201d, luned\u00ec 6 settembre 1982; <em>Cosa loro<\/em>, pp. 49-50). Si badi intanto alla data. Venerd\u00ec 3 settembre: tre giorni prima era stato assassinato dalla mafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Ancor prima, il 30 aprile, era stato trucidato Pio La Torre insieme a Rosario Di Salvo (<em>I nostri eroi di Sicilia<\/em>, \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, domenica 22 aprile 2007; <em>Cosa loro<\/em>, pp. 251-255). Audace \u2013 forse anche discutibile per alcuni, inclini ai cavilli come i dialoganti del racconto di Sciascia <em>Filologia <\/em>(<em>Il mare colore del vino<\/em>, 1973) \u2013 l\u2019accostamento poco rituale alla Resistenza, ma certo in dissonanza con il trito e ritrito retoricismo di tanta antimafia di facciata. Allora, 1982, e oggi, a trent\u2019anni dalle stragi di Capaci e Via D\u2019Amelio. In una Palermo di svolta amministrativa in cui \u2013 in campagna elettorale \u2013 l\u2019hanno fatta da padroni i nuovi vecchi, <em>homines novi <\/em>emersi da un\u2019interminabile trasformistica <em>querelle des anciens et des modernes <\/em>(si parla <em>difficile<\/em> in certi colti salotti panormiti e no!). Chiss\u00e0 cosa avrebbe detto Consolo in occasione di questo trentennale. Non pi\u00f9 di quanto scrisse a caldo dei due pluriomicidi in cui mafia e conniventi, in un\u2019ottica bellicistica di guerra allo Stato, non ricorsero a tecniche chirurgiche per eliminare gli obiettivi principali (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino), ma preferirono per cos\u00ec dire sparare nel mucchio, bombardarono a tappeto per non lasciare scampo n\u00e9 tracce, tranne quella dell\u2019arroganza del proprio potere (<em>Cosa loro<\/em>, pp. 101-104, 105-108, 109-111, 113-115; 117-120). N\u00e9 meno indignato sarebbe stato il suo atteggiamento di quando la seconda carica esplosiva di Via D\u2019Amelio scav\u00f2 pi\u00f9 in profondit\u00e0 la voragine di Capaci, gli strapp\u00f2 definitivamente ogni speranza di riscatto. Quanto incisero quegli scoppi nell\u2019afasia narrativa dello scrittore (<em>Lo spasimo <\/em>non fu seguito da <em>Amor sacro<\/em>, l\u2019opera tanto annunciata e invano attesa)? Quanto, l\u2019imbarbarimento dei tempi, dei comportamenti, dei linguaggi del nuovo ventennio di <em>Mascelloni <\/em>(<em>La mia<\/em> <em>isola \u00e8 Las Vegas<\/em>, 2012, p. 178)? Quanto, i morti <em>per<\/em> <em>acqua <\/em>(T.S. Eliot) che cominciavano a trasformare il Mediterraneo da mare culla di civilt\u00e0 in cimitero a cielo aperto? L\u2019incipit dell\u2019articolo \u00e8 rivelatore: \u201cParecchi anni fa, quando dalla Sicilia emigrai a Milano \u2013 emigrazione imposta dal potere politico-mafioso \u2013 mi colp\u00ec subito la gran quantit\u00e0 di lapidi affisse sulle facciate delle case che ricordano i morti caduti nella guerra antifascista, nella Resistenza. Lapidi che diventano ogni anno, la sera del 25 aprile, stazioni di civili processioni con fiaccole e sotto cui vengono appesi mazzi di fiori, ghirlande di foglie. Sono riti del nostro Stato civile e democratico che non avevo mai visto, a cui non ero abituato, perch\u00e9 nel Sud, in Sicilia non c\u2019era stata la Resistenza\u201d. Il trasferimento definitivo a Milano, dove Consolo lavorer\u00e0 alla RAI, \u00e8 spiegato non come conseguenza del concorso vinto contro ogni previsione, ma di un autoesilio ritenuto inevitabile, rispondente alle sue inquietudini ideologiche, esistenziali, al disadattamento a una realt\u00e0 d\u2019origine in lento disfacimento, in balia di una mutazione antropologica inarrestabile in cui il nuovo dei fumaioli industriali che nessuno vuole altrove, i moderni mostri inquinanti, si somma al vecchio degli squilibri sociali medievali mai affrontati con serio senso della prospettiva dallo Stato unitario liberale monarchico, n\u00e9 da quello repubblicano seguito alla sconfitta dell\u2019Italia fascista. Ultimo, Consolo, degli scrittori siciliani della diaspora milanese del tempo: Vittorini, Quasimodo, l\u2019amico Basilio <em>Silo <\/em>Reale\u2026 \u00c8 \u2013 afferma perentorio \u2013 una \u201cemigrazione imposta dal potere politico-mafioso\u201d, prolungamento del mai tramontato medioevo siciliano, non interrotto n\u00e9 dalla modernit\u00e0 n\u00e9 dall\u2019Illuminismo (gran cruccio di Sciascia e dello stesso Consolo), n\u00e9 dal Risorgimento impostosi in una versione nemmeno timidamente <em>antimoderata <\/em>(S. Massimo Ganci, <em>L\u2019Italia<\/em> <em>antimoderata<\/em>, Guanda, Parma 1968) e quindi occasione fallita di effettiva trasformazione e di reale superamento della questione meridionale (<em>Il sorriso<\/em> <em>dell\u2019ignoto marinaio <\/em>\u00e8 il contributo consoliano alla lettura di quella fase storica), n\u00e9 dal vento del Nord del secondo Risorgimento che fu la Resistenza (\u201cnel Sud, in Sicilia non c\u2019era stata la Resistenza\u201d). Anche questa occasione di cambiamento fu negata alla Sicilia. Lo stesso sbarco degli Alleati a Gela (10 luglio 1943) \u00e8 offuscato da complicit\u00e0 e da aiuti richiesti e indesiderabili. \u201cMa in Sicilia, subito dopo la guerra, dopo la formazione di questo Stato democratico, \u00e8 cominciata una guerra contro un nemico interno, efferato e terribile come quello nazifascista: la mafia. E oggi sono tante, tante le lapidi che ricordano i caduti di questa lotta eroica e disperata, dai caduti di Portella della Ginestra al generale Dalla Chiesa. Oggi, dopo quarant\u2019anni, Palermo \u00e8 piena di queste lapidi. [\u2026] E se si scegliesse un giorno dell\u2019anno per la commemorazione della lotta alla mafia [<em>dal 1996 l\u2019auspicio<\/em> <em>si \u00e8 avverato su iniziativa di Libera, scegliendo il 21<\/em> <em>marzo di ogni anno, data confermata dalla legge n.<\/em> <em>20 dell\u20198 marzo 2017<\/em>. NdE], ci sarebbe di che fare processioni con fiaccole, di che appendere fiori e corone\u201d Sul filo coerente del ragionamento, per\u00f2, Consolo il mondo che viene soppiantato dall\u2019incedere della modernit\u00e0. D\u2019altra parte questi scatti non possono neanche essere considerati solo alla stregua di un reportage di documentazione sociale: quasi una classificazione gerarchica di immagini ad uso scientifico per qualche manuale etnologico o un corrispondente studio sul campo. Lo impediscono innanzitutto le regole compositive che Giuseppe Leone si \u00e8 dato e che costituiscono la cornice di riferimento del suo progetto: concentrarsi sul travestimento, sull\u2019emozione psicologica varia e variabile che di volta in volta affiora dalle sue fotografie. \u00c8 cos\u00ec che emerge un\u2019identit\u00e0 espressiva specifica che tiene insieme tutto il lavoro di Giuseppe Leone e gli conferisce forma e riconoscibilit\u00e0: in altre parole, \u00e8 la capacit\u00e0 del fotografo che trova il suo carattere e la sua distinzione tra rappresentazione condivisa e coagulo autonomo di senso, tra attenzione alla convenzione e deroga della norma. Per comprendere questo punto basterebbe confrontare le sue fotografie con le sequenze della festa di San Bruno scattate per illustrare <em>Sud e magia <\/em>di Ernesto De Martino, in cui il valore documentativo prevale su ogni altro aspetto, tralasciando quell\u2019emblematicit\u00e0 espressiva e tecnica che \u00e8 invece sempre ben presente. Nel caso di Leone si assiste infatti a una particolare programmazione visiva che vede convergere antropologia culturale e progetto artistico, sguardo narrativo partecipe e distacco documentario, evidenziando quei nessi sedimentati e stratificati nella memoria collettiva profonda quanto inconsapevole che si potrebbero ben definire \u201cdimenticati a memoria\u201d, secondo l\u2019efficace definizione coniata in altro contesto da Vincenzo Agnetti. Queste donne e uomini sempre presenti nel suo lavoro si liberano dal consueto e dal quotidiano per spingersi oltre le colonne d\u2019Ercole del genere e della categoria. \u00c8 un modo che, seppure vissuto inconsciamente, affonda le sue radici in una selva di antichi miti e di riti transculturali che avevano lo scopo di riconnettere gli opposti; qui l\u2019unit\u00e0 degli opposti significa far riaffiorare sulla superficie del corpo la possibilit\u00e0 di un dialogo effettivo tra le polarit\u00e0 maschile e femminile, ritualit\u00e0 magica per favorire la fertilit\u00e0 ed esorcizzare la morte; sono coincidenze che travalicano i confini geografici e che si riflettono in una modalit\u00e0 arcaica la quale rivive oggi e porta in s\u00e9 la memoria di riti propiziatori che allontanano gli influssi negativi, che avevano la funzione di connettere con il sacro, il divino e il magico. Ecco dunque che la fotografia di Giuseppe Leone acquista una luce ben diversa che la strappa dalla cronaca per reinserirla nel tempo lungo della storia dell\u2019umanit\u00e0. Le sue immagini mostrano le tracce attualizzate di questo mondo archetipo e fortemente perturbante, tanto che lo straniamento che noi stessi proviamo guardando le sue fotografie \u00e8 forse un\u2019altra spia del riaffacciarsi alla coscienza dell\u2019antico sogno della confluenza di terra, principio femminile, e di cielo, principio maschile. Dopo aver evidenziato questa complessa rete di coincidenze, le figure del fotografo siciliano dalle apparenze quasi sciamaniche qui appaiono come un fenomeno quasi asessuato. C\u2019\u00e8 senso di sfida in molti di questi volti, ma vi si legge anche una struggente malinconia, che alla fine prevale sulla buffoneria. Ci ricordano la sequenza di scatti a Ezra Pound di Lisetta Carmi, una serie di fotogrammi quasi rubati davanti alla sua casa a Rapallo. Rivediamo, attraverso questi volti, l\u2019immensa anima di Pound, la sua grandezza interiore, il poeta infinito e disperato, la sua totale solitudine. La malinconia nei volti fotografati da Leone invece \u00e8 congeniale perch\u00e9 diviene simbolo stesso sia della lontananza in cui affonda lo sguardo dei soggetti, sia dell\u2019ambigua indefinizione di genere che traspare da queste figure. La malinconia \u00e8 come il sorriso della <em>Gioconda<\/em>, una sfumatura al limite della percezione che sposta il piano dell\u2019osservazione dalla biografia del soggetto al suo grado di fusione con la natura, fino alla sua capacit\u00e0 di riassorbirsi in essa. Nell\u2019evento dedicato a Vincenzo Consolo, organizzato da Lyceum &#8211; La Scuola delle Cose nello spazio di Oliveri in provincia di Messina, sono esposte fotografie celebri di Giuseppe Leone. Soprattutto, una di esse ritrae Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia, grandi amici del fotografo siciliano, apparentati da un\u2019insolita contentezza, immortalati in uno scatto che \u00e8 diventato un simbolo. Tre scrittori isolani accomunati da un\u2019incontenibile risata, consegnati per sempre alla memoria da Giuseppe Leone. La foto dei tre scrittori \u00e8 un frammento dell\u2019intensa intimit\u00e0 che si registrava in contrada Noce \u2013 spiega Leone \u2013, la tenuta estiva di Sciascia. Lo scatto \u00e8 del 1982 e sancisce non solo la fine del Novecento letterario, ma anche il tramonto di una meravigliosa cultura eccentrica. Tre intellettuali che hanno operato lontano dai centri di potere della cultura ufficiale. Sciascia, Consolo e Bufalino erano scrittori di provincia, ma non erano provinciali. Scrittori di levatura europea, nati in tre minuscoli paesi siciliani: Racalmuto, Sant\u2019Agata di Militello e Comiso. Racconta Giuseppe Leone: \u201cA scatenare la fragorosa risata fu il riferimento ad altri due grandi autori isolani: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Lucio Piccolo. Leonardo Sciascia raccont\u00f2 del loro arrivo a Milano, invitati dall\u2019organizzatore del Premio San Pellegrino, Eugenio Montale. Il poeta aveva convocato i due cugini siciliani per renderli edotti sul da farsi. I due, accompagnati da un valletto, si presentarono infagottati in pesanti pastrani, bizzarri come Tot\u00f2 e Peppino nella celebre sequenza cinematografica di <em>Tot\u00f2, Peppino e la malafemmina<\/em>. Mentre Sciascia raccontava l\u2019episodio con la sua proverbiale vocina e si appales\u00f2 la scena dei due cugini a Milano intabarrati, scoppi\u00f2 la fragorosa risata dei tre scrittori, eternizzata dal bianco e nero della sequenza fotografica\u201d. I richiami transculturali che il lavoro di Giuseppe Leone innesca sono quindi sia iconografici che archetipici, in quanto sanno far emergere sofferenza e gioia, tragedia e riso, vita e morte, festa e carestia. Cos\u00ec Leone ha saputo cogliere quelle tracce con cui il soggetto appare pi\u00f9 vicino alle modalit\u00e0 profonde, individuali dell\u2019esistenza, a quell\u2019essere \u201cfusi con il mondo sensibile\u201d di cui spesso scrive lo storico e filologo ungherese K\u00e1roly Ker\u00e9nyi, coautore insieme a Jung nel 1941 dell\u2019<em>Introduzione all\u2019essenza<\/em> <em>della mitologia<\/em>, dove si legge che \u201cil simbolo, nel suo significato funzionale, non indica tanto verso il passato, quanto verso il futuro, verso uno scopo che non \u00e8 ancora stato raggiunto\u201d. Anche Giuseppe Leone coglie un presente che irrimediabilmente collega al passato e coraggiosamente si rivolge al futuro. Viene rovesciata cos\u00ec la prospettiva di un mondo bloccato e si mostra la possibilit\u00e0 dello scambio e della fluidit\u00e0 del pensiero, contro l\u2019anestetizzazione generale del presente. Il fotografo siciliano cerca di \u201cvedere\u201d l\u2019anima delle societ\u00e0 che cambiano, la solitudine e il disagio dell\u2019uomo moderno. Sembra attirato dall\u2019essere e non essere delle figure che fotografa, dalla non fissit\u00e0 del loro vivere \u201cai margini\u201d, con coraggio e anche provocazione. Vede in loro una verit\u00e0, un vivere \u201caltro\u201d che apre quella porta che la societ\u00e0 convenzionale rifiuta di varcare. Di andare oltre gli schemi e le visioni correnti. Ed \u00e8 da questa ricerca interiore, da questa radicale capacit\u00e0 di rimessa in discussione (che diventa alla fine insieme un\u2019accettazione) di ogni punto di vista, da questa capacit\u00e0 di sovvertire il nostro sguardo, che bisogna partire per comprendere la <br>fotografia di Giuseppe Leone. <br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"563\" class=\"wp-image-2792\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/11-Con-Vincenzo-Consolo-Leonardo-Sciascia1.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/11-Con-Vincenzo-Consolo-Leonardo-Sciascia1.jpg 512w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/11-Con-Vincenzo-Consolo-Leonardo-Sciascia1-300x211.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br><br><em><strong>NOTE SU CONSOLO<\/strong> <strong>E ALEJO CARPENTIER<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Alessandro Secomandi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quando si parla delle influenze letterarie su Vincenzo Consolo, alcuni nomi sono da sempre imprescindibili. Si possono ricordare Manzoni, Pirandello, Piccolo e Sciascia, quest\u2019ultimo da un punto di vista soprattutto etico e politico in senso lato. Ma pian piano comincia a farsi largo anche un altro punto di riferimento, pi\u00f9 sorprendente e pi\u00f9 defilato rispetto ai maestri di cui sopra. \u00c8 il cubano Alejo Carpentier, figura centrale della letteratura ispanoamericana dall\u2019uscita di <em>Il regno di<\/em> <em>questa terra <\/em>(o <em>mondo<\/em>, in traduzione Einaudi). Era il 1949, e questo breve romanzo sulla rivoluzione di Haiti avrebbe lasciato un segno indelebile prima nella narrativa del continente, poi al di fuori. Consolo conosceva bene l\u2019opera di Carpentier. Lo testimoniano, per esempio, il saggio <em>La pesca del<\/em> <em>tonno <\/em>in <em>Di qua dal faro <\/em>(1999), l\u2019articolo del 1989 sulla ghigliottina del Museo Pepoli a Trapani, per il \u201cCorriere della Sera\u201d, e ancora quello del 1997 dedicato a <em>Il regno<\/em>, per \u201cIl Messaggero\u201d. Ma \u00e8 un dato che emerge pure in qualche intervista: Consolo lo reputava uno degli autori pi\u00f9 affascinanti nel panorama latinoamericano, e forse il pi\u00f9 affine. Sono singole immagini proposte da Carpentier a tornare in questi omaggi. Come i colori, profumi e sapori dei Caraibi e di quel mare, fonte di ispirazione anche per l\u2019apertura di <em>Il sorriso dell\u2019ignoto<\/em> <em>marinaio<\/em>, con lo sbarco di Mandralisca a Oliveri. Il cubano li descrive con straordinaria vividezza in <em>Il regno <\/em>e <em>Il secolo dei lumi <\/em>(1962), due romanzi del suo ciclo rivoluzionario. E poi appunto la ghigliottina, emblema quanto mai tangibile delle contraddizioni dell\u2019Illuminismo, fra progresso scientifico e rinnovate barbarie: Consolo recupera da <em>Il secolo <\/em>la scena del suo arrivo nelle colonie francesi tra fine Settecento e inizio Ottocento, trasportata su una nave assieme al decreto per l\u2019abolizione della schiavit\u00f9, e ne fa la chiave di volta delle proprie riflessioni sulla \u201cMacchina\u201d. Un ponte inedito fra Trapani e la Guadalupa che ovviamente guarda anche oltre, ampliando la prospettiva alla Storia universale e al suo costante intreccio di olivo e olivastro, ragione e follia, cultura e natura. Nella biblioteca personale di Consolo si trova pure <em>Il regno <\/em>edizione Longanesi del 1959. Consolo, che era solito annotare e sottolineare i suoi libri, ne mette in particolare risalto il finale. Qui lo si cita dall\u2019edizione Einaudi: \u201cl\u2019uomo [\u2026] soffre e spera [\u2026] e lavora per individui che mai conoscer\u00e0, e che a loro volta soffriranno e spereranno e lavoreranno per altri che [non] saranno felici, perch\u00e9 l\u2019uomo brama sempre una felicit\u00e0 sita oltre la porzione che gli \u00e8 stata assegnata. Ma la grandezza dell\u2019uomo consiste proprio nel voler migliorare quello che \u00e8. [\u2026] Nel Regno dei Cieli non c\u2019\u00e8 grandezza da conquistare, visto che l\u00e0 tutto \u00e8 gerarchia fissa, [\u2026] impossibilit\u00e0 di sacrificio [\u2026]. Per questo, oppresso da pene e Doveri, bello nella sua miseria, capace di amare [\u2026], l\u2019uomo pu\u00f2 trovare la sua grandezza, la sua piena misura solo nel Regno di questo Mondo\u201d. In questo brano c\u2019\u00e8 molto di quanto, a livello tematico, Consolo riprende <em>anche <\/em>da Carpentier. Lo si potrebbe definire pessimismo storico, che nei romanzi del cubano assume connotati pi\u00f9 lievi e un andamento spiraliforme, ovvero con piccole ma decisive deviazioni dall\u2019immutabilit\u00e0 del cerchio perfetto, e che invece in quelli di Consolo si fa pi\u00f9 radicale e \u201cgattopardesco\u201d. Cos\u00ec, se ad esempio in <em>Il regno <\/em>e <em>Il secolo <\/em>ogni fallimento degli ideali porta comunque a un qualche piccolo passo avanti, in <em>Il<\/em> <em>sorriso <\/em>e <em>Nottetempo, casa per casa <\/em>tutto cambia per restare come prima. Nessuna differenza concreta, per la vita dei contadini nell\u2019entroterra siciliano, con il passaggio solo e soltanto politico dai Borboni ai Savoia (<em>Il sorriso<\/em>); nessun progresso sociale e civile, anzi un imbarbarimento e una deriva autoritaria con l\u2019arrivo dei fascisti sull\u2019isola (<em>Nottetempo<\/em>). E la spirale, simbolo millenario e forma barocca presente pure in <em>Il sorriso<\/em>, assume i lugubri, materialissimi connotati del carcere dove finiscono i braccianti, i subalterni, gli ultimi della societ\u00e0. Sono i sotterranei del Castello Gallego di Sant\u2019Agata di Militello, edificio dove oggi ha sede la Casa Letteraria Consolo. Sia detto di sfuggita, anche in <em>Il regno <\/em>compare un castello, a ulteriore parallelismo: \u00e8 la Citadelle Laferri\u00e8re voluta dal primo e unico re negro di Haiti, Henri Christophe, per i suoi labirinti degna erede delle carceri piranesiane. Non stupir\u00e0 che i protagonisti di entrambi gli scrittori siano spesso intellettuali messi di fronte ad autentiche rivoluzioni, o comunque a cambiamenti epocali, dalle grandi speranze e dai rovinosi sviluppi. Lo sono Esteban e Sof\u00eda, i rampolli di una buona famiglia <em>habanera <\/em>che vivono sulla loro pelle tutta l\u2019ambiguit\u00e0 della Rivoluzione francese nel Nuovo Mondo (<em>Il secolo<\/em>). Ancora di pi\u00f9 lo \u00e8 Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, che all\u2019alba dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia fa i conti con un massacro di notabili per mano dei contadini in rivolta ad Alcara Li Fusi, e con la conseguente fucilazione sommaria di alcuni degli insorti da parte dell\u2019esercito garibaldino (<em>Il sorriso<\/em>). Lo \u00e8 pure Pietro Marano, giovane maestro di scuola dalle simpatie socialiste che, nel cefaludese dei primi anni venti, finisce coinvolto negli scontri con le squadracce e si ritrova costretto a fuggire in esilio (<em>Nottetempo<\/em>). Su un piano diverso e pi\u00f9 \u201cmetafisico\u201d, ma non per questo imparagonabile, rientra nel novero anche Fabrizio Clerici, pittore lombardo che viaggia per una Sicilia settecentesca dai contorni quasi di fiaba, senza dubbio, e per\u00f2 non priva di piccoli quadri che accennano alle secolari ingiustizie dell\u2019isola (<em>Retablo<\/em>). In aggiunta, durante il suo itinerario Clerici si imbatte in una ghigliottina, elemento gi\u00e0 evidenziato da Salvatore Grassia: \u00e8 un nuovo omaggio a Carpentier, oltre che all\u2019esemplare della \u201cMacchina\u201d esposto a Trapani. Fra i due autori esiste poi un\u2019intersezione nel richiamo ad altri mezzi artistici. Si potrebbe ricordare la presenza della musica, che ispira nell\u2019andamento, nel ritmo o nella suddivisione dei capitoli almeno tre romanzi di Carpentier (il breve <em>La fucilazione<\/em>, <em>Concerto barocco <\/em>e <em>La consacrazione della<\/em> <em>primavera<\/em>), e che in <em>Lo spasimo di Palermo <\/em>fa da contrappunto pure visivo, con lo spartito dello <em>Stabat Mater <\/em>di Emanuele d\u2019Astorga, al drammatico finale. Ma \u00e8 soprattutto la pittura che rappresenta la pi\u00f9 nitida forma di \u201cintrusione\u201d condivisa da Carpentier e Consolo. Basti pensare alle didascalie di <em>I disastri della guerra <\/em>di Goya, citate tanto in <em>Il secolo <\/em>quanto in <em>Il sorriso <\/em>come commento e compendio a scene di violentissima, sanguinosa devastazione. Inevitabile che le vere e proprie incisioni di Goya diventino un riferimento figurativo immediato, bench\u00e9 implicito. Vale la pena accennare anche al fatto che entrambi questi romanzi, di nuovo <em>Il secolo <\/em>e <em>Il sorriso<\/em>, sono scanditi nei loro intrecci dall\u2019apparizione sistematica e significativa di un dipinto ripreso dalla realt\u00e0: in ordine, il primo \u00e8 <em>Esplosione in una cattedrale<\/em>, o <em>Il re Asa che<\/em> <em>distrugge gli idoli<\/em>, del misterioso Mons\u00f9 Desiderio, mentre il secondo \u00e8 ovviamente il <em>Ritratto d\u2019ignoto<\/em> di Antonello da Messina. Resta un ultimo punto di contatto da considerare, uno dei pi\u00f9 lampanti e dei pi\u00f9 difficili allo stesso tempo. Per il linguaggio, per le forme, per l\u2019ispirazione in senso lato, sia Carpentier che Consolo si ritenevano scrittori barocchi. Ciascuno dei due reinterpreta questa categoria a proprio modo, e intendendola in maniera almeno parzialmente diversa da come la si concepiva nel Seicento. Il problema di un confronto approfondito tra i loro rispettivi e differenti \u201cbarocchismi\u201d, operazione che in ogni caso qui risulterebbe impossibile, \u00e8 a monte: Consolo conobbe Carpentier attraverso le traduzioni italiane, prima Longanesi, poi Einaudi e Sellerio, che quindi andrebbero scandagliate a loro volta in una sorta di complesso triangolo comparativo. Eppure, al di l\u00e0 di alcune caratteristiche generiche come la prosa molto densa, nel loro stile si pu\u00f2 cogliere un elemento barocco che li accomuna e che, soprattutto, balza quasi subito all\u2019occhio. Si tratta dell\u2019archeologia linguistica. Da una parte, il recupero che Carpentier fa di vocaboli castigliani in disuso, ormai vivi solo in America Latina, con lo scopo dichiarato di rivendicare una specifica identit\u00e0 continentale, separata da quella della penisola iberica. Dall\u2019altra, i tanti localismi che Consolo utilizza con l\u2019obiettivo di salvare dialetti e variet\u00e0 regionali dalla scomparsa. Con ogni probabilit\u00e0 \u00e8 soltanto una coincidenza, questa s\u00ec, tra due autori che non si incontrarono mai di persona, ma che comunque intrattengono uno straordinario e sorprendente rapporto letterario. <\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>CONSOLO, VOCE PLURIMA<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Fabio Rodr\u00edguez Amaya<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Radicato nell\u2019Italia profonda, nauta nell\u2019immensit\u00e0 delle lingue, maestro del barocco connaturato alla sua nativa Sicilia, Vincenzo Consolo (Sant\u2019\u00c0ita di Militieddu 1933 &#8211; Milano 2012) si \u00e8 impegnato come poeta \u2013 senza aureola n\u00e9 allori \u2013 a esplorare la storia e i suoi protagonisti: la natura, l\u2019individuo, la societ\u00e0. Come ogni buon scrittore del Sud era memore, allo stesso tempo, dell\u2019oscuro e del cristallino <em>Siglo de Oro <\/em>della Spagna imperiale e cattolica, cos\u00ec come dell\u2019arte e delle letterature europee, di classici quali Omero, Virgilio, Dante, Rabelais, Montaigne, Cervantes e Manzoni, dei suoi contemporanei pi\u00f9 vicini in quanto a ingegno e immaginazione come Joyce, Beckett e T.S. Eliot e, ovviamente, dei siciliani, tutti. Dal suo esordio come autore nel 1963, con <em>La<\/em> <em>ferita dell\u2019aprile<\/em>, Consolo si \u00e8 dedicato a indagare con gli strumenti della scrittura e in maniera iconoclasta la materia, la societ\u00e0 e la cultura. Motivato, in principio, dall\u2019urgenza di nominare le cose nelle loro minuzie e nei loro limiti immaginabili e impossibili, senza alcun indugio assumendo come propria eredit\u00e0 il crogiolo in cui convergono espressioni, popoli e idiomi di quella che una volta era la capitale del mondo e oggi patisce nella decadenza che imperversa. Consolo \u00e8 stato una figura marginale per la sua condizione periferica rispetto al centro, e perch\u00e9 migrante dalla provincia marinara e contadina all\u2019urbe industriale. Per\u00f2 non era marginale il suo sapere. Si \u00e8 impegnato con la letteratura, l\u2019arte e la societ\u00e0 civile nell\u2019ottica militante di esercitare il mestiere della lettura e della scrittura come migliore possibilit\u00e0 di conoscenza e di critica. L\u2019ha fatto contrapponendosi a tutto ci\u00f2 che uniforma, annulla e aliena nella societ\u00e0 industriale e postindustriale, nella vertigine propria dell\u2019epoca delle comunicazioni di massa, alla vigilia dell\u2019avvento di Internet. Nomade quanto sedentario, l\u2019ha fatto radicato alla terra siciliana, ancorato allo Ionio e al Tirreno come i suoi Antonio di Giovanni de Antonio, il Mandralisca, nobile erudito cefalutano, e Interdonato, democratico illuminista, tutti personaggi di <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em> (1976), vela di maestra della sua produzione. Consolo ha affrontato non poche sfide, distante da tutti e al contempo vicino a tutti, in primo luogo agli artisti (con testi oggi raccolti in <em>L\u2019ora<\/em> <em>sospesa<\/em>). Cos\u00ec come al suo amico e maestro Lucio Carlo Francesco Piccolo di Calanovella, insieme alla moltitudine di personaggi immaginari e reali che popolano le sue finzioni. Ci\u00f2 di cui si \u00e8 occupato spazia dalla Sicilia e dal Mezzogiorno, teatro della \u201cnobile\u201d spedizione di Garibaldi e dei misfatti borbonici e sabaudi, all\u2019Italia degli anni di piombo, passando per la repubblica, il compromesso storico e il \u201968, oggetti sia di ripulsa che di fascino. L\u2019ha fatto esplorando il morbo delle ideologie e le piaghe del fascismo, della mafia, della corruzione, del terrorismo e della politica. Senza mai dimenticare la propria cornice culturale, specie il Gruppo 63 e la sua ambiguit\u00e0, la doppia morale mostrata da un buon numero dei suoi membri, rinserrati nel narcisismo, nel lassismo dell\u2019\u201cintelligenza liberamente oscillante\u201d (Mannheim <em>dixit<\/em>), che per la sua collocazione equivoca si arroga il diritto di offrire una visione \u201coggettiva\u201d della societ\u00e0 con il fine apostolico di contribuire alla sua conoscenza, alla proliferazione di chimere, alla costruzione narrativa della Storia, anfiteatro di \u201cmenzogna e sconfitta\u201d, a scapito di quella autentica. A differenza di molti suoi contemporanei, non \u00e8 difficile pensare a Consolo nel discreto silenzio delle sue ricerche, del suo lavoro giornalistico e saggistico per poter sopravvivere. Lui, cos\u00ec simile e cos\u00ec diverso dall\u2019amico e maestro Leonardo Sciascia (il racalmutese di <em>L\u2019ordine delle somiglianze<\/em> e delle <em>Epigrafi)<\/em>; simile e diverso dai non pochi siculi-isole, isolati, o dai peninsulari impossibilitati a emergere come un arcipelago che si oppone alle stoltezze e alle miserie della specie umana. Prigionieri, come lui, di quel fantasma del passato, ingombrante, che vede l\u2019Italia intera come un territorio d\u2019eccezione da circa tre millenni, nonostante il tramonto definitivo della Trinacria, la decadenza borbonica dei Salina (e dintorni), mirabilmente messa a fuoco da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e i contrastanti miti risorgimental &#8211; repubblicani, gli orrori dei conflitti, le promesse del secondo dopoguerra, la repressione statale e poliziesca, il sogno della ricostruzione, la deturpazione degli immaginari colonizzati dai dogmi monoteisti o dalle ottuse dottrine politiche, l\u2019effimera \u201cdolce vita\u201d, la bolla del boom economico e la caduta abissale del Paese nell\u2019ultimo ventennio (di cui Consolo \u00e8 stato grande testimone). Si \u00e8 preso questi oneri non per il riconoscimento ufficiale, non per ingraziarsi le frivole voci degli ideologismi, ma per la sua passione e per la decisa autonomia intellettuale, tradotta in una scrittura espressionista per nulla compiacente. Una scrittura, anzi, dalla pi\u00f9 lucida eresia nei confronti del romanzo, soprattutto storico (e isterico). Con polso fermo, in uno stato naturale di alterazione della coscienza, unito al fardello della sua origine semiproletaria, Consolo travasa la sua esperienza vitale e culturale in narrazioni inedite, in palinsesti difficili, multiformi e proliferanti che riverberano nel sincretismo, nella sorpresa, nello straripamento, sempre a debita distanza dallo sperimentalismo, dalle postavanguardie, dall\u2019antiromanzo o dalle mode effimere del mercato editoriale. La sua personale maniera di articolare gli eventi, di porsi e di collocare i lettori davanti all\u2019entelechia della Cultura, davanti alla lingua (dai pi\u00f9 poco o mal conosciuta), di andare intrecciando storie e aneddoti preferibilmente statici, ma pure itineranti, attraverso linguaggi che riecheggiano un\u2019oralit\u00e0 stratificata, una testualit\u00e0 composita, a reminiscenza di autori e opere e voci e forme e stravaganze e invenzioni che le popolano; proprio questa personale maniera di raccontare innalza i suoi lavori a paradigmi della babele contemporanea. La sua narrativa, come un fiume in piena, \u00e8 sfuggente, polimorfa, polifonica, plurilingue, plurivoca e, allo stesso tempo, multisonante, magmatica e leggera, intricata come un frattale, ardua come un dedalo, complessa come la struttura a forma di chiocciola del carcere del Castello Gallego a Sant\u2019Agata, o come il <em>lima\u00e7on<\/em>, o come un prospetto spiraliforme e labirintico di Escher. Senza considerare i temi e gli argomenti che tratta con disinvoltura, ancorati alla conoscenza storica, all\u2019etica e alla materia (Consolo \u00e8 uno scrittore materialista), mi riferisco alla dedizione disciplinata e alla lucidit\u00e0 della distillazione linguistica, allo sguardo macroscopico, all\u2019attenzione maniacale per la forma che, sempre frenetica, succulenta e ingegnosa, \u00e8 capace non solo di fondere idee, immagini e metafore, ma pure di muovere per il testo i fatti, le voci narranti e pure i lettori con mille espedienti. E questo insieme diventa l\u2019apice della sua narrativa. Un insieme corroborato dall\u2019estro, dal volo immaginativo che si riversa nelle tante enumerazioni al limite del caotico, e che non vi sconfina solo grazie all\u2019ordinata sapienza che timona la scrittura. E sono decisive per strutturare i suoi lavori molte variet\u00e0 prospetta una correlazione fra antifascisti caduti e caduti di mafia. E la stabilisce sulla base del concetto di \u201cnemico interno\u201d, del parallelo nazifascismo &#8211; mafia: l\u2019uno e l\u2019altra accaniti contro ogni dinamica democratica circolare (D. Dolci), legati a una visione verticistica autoritaria escludente. In quest\u2019ottica non mancherebbero, anzi purtroppo avanzerebbero, alla Sicilia, lapidi commemorative. Ma non sono certo gli omaggi floreali, i sermoni rituali, il modo migliore di onorare i vecchi resistenti, tra i quali furono anche alcuni siciliani e meridionali sorpresi al Nord dall\u2019armistizio e dalla farsa tragica della Repubblica Sociale di Sal\u00f2, o i nuovi resistenti antimafiosi. Il cui <em>nuovo <\/em>nemico \u2013 \u201cloro e nostro\u201d \u2013 \u00e8 ben definito in una carrellata storica che ripassa i decenni dell\u2019Italia repubblicana, dalla met\u00e0 degli anni quaranta in poi, su uno sfondo che rimanda a <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro <\/em>(1994) e sembra quello disegnato dal racconto eponimo di <em>La mia isola \u00e8 Las Vegas<\/em> (pp. 215-217): \u201cMa non \u00e8 questo che vogliono i morti per un ideale, per una causa giusta, non vogliono riti e fiori: gli uni e gli altri si consumano e appassiscono, diventano presto stanchi e vuoti simboli, buoni solo per la nostra consolazione. Questi morti non vogliono mai perdere il valore del loro sacrificio: valore di lacerazione, di inquietudine, di furore e di lucidit\u00e0 delle nostre coscienze. Vogliono che non dimentichiamo per un attimo la orribile faccia del loro e nostro nemico. Di quello che ieri armava la mano del bandito Giuliano per uccidere inermi proletari e, con l\u2019Indipendenza, voleva trasformare questa nostra terra in un\u2019isola di bische e di bordelli, di traffico e consumo di droga, di vizio e degradazione, di assoluto sfruttamento di molti e assoluto privilegio di pochi. Di quello che in questi quarant\u2019anni ha distrutto e imbarbarito quest\u2019isola di umanit\u00e0 e di cultura, ha distrutto le nostre campagne, i nostri paesi, le nostre citt\u00e0, i nostri monumenti, ha fatto versare lacrime amare ai nostri emigrati in Germania o in Svizzera. Di quello che ha fatto della Sicilia, di Palermo la testa di ponte e una delle centrali pi\u00f9 importanti delle multinazionali del traffico della droga, dei sequestri, del crimine di ogni sorta. Di quello che se ne sta tranquillo e beato nel suo palazzo, nella sua villa, scorrazza sul suo yacht, accumula miliardi che trasferisce in banche estere\u201d. L\u2019explicit dell\u2019articolo non pu\u00f2 essere \u2013 sia concesso il bisticcio di parole \u2013 pi\u00f9 esplicito e spiega il gelo della Sicilia ufficiale su Consolo, la profonda <em>antipatia <\/em>nei suoi riguardi, perch\u00e9 Consolo aveva poco o nulla da <em>compatire<\/em>, <em>simpatizzare<\/em>, da <em>sentire<\/em> <em>in sintonia <\/em>con tale Sicilia, la vasta <em>zona grigia <\/em>(P. Levi), se non del consenso, del non dissenso mafioso. Ecco ancora un altro collegamento irrituale alla storia del Novecento europeo, alla pi\u00f9 grande tragedia del secolo scorso: le deportazioni e l\u2019annientamento dei Lager; e un ulteriore rimando alla grigia nebbia del consenso fascista miracolosamente dissoltasi nell\u2019immediato secondo dopoguerra. Consolo punta il dito decisamente verso l\u2019uomo della strada che non ha fatto il salto del divenire cittadino consapevole, compartecipe della casa comune, della cosa finalmente pubblica, di tutti. Ma ricorre al plurale (\u201ctutti conosciamo [\u2026] sappiamo [\u2026] ha bisogno di noi, ognuno di noi\u201d): fa appello agli altri e a s\u00e9, non si erge a giudice, \u00e8 uno dei (si augura) tanti a volersi liberare di non metaforici <em>sambenito <\/em>e <em>coroza<\/em>, dei reali lacci e lacciuoli mafiosi, del \u201cnostro nemico\u201d comune. Antimafia non \u00e8 il delegare la lotta ai martiri, agli eroi, l\u2019abbandonarli a combattere da soli in prima linea e il piangerli e onorarli da morti; \u00e8 l\u2019orgoglioso prendere coscienza del proprio ruolo di cittadini, di soggetti politici avulsi dai condizionamenti, dalle manipolazioni. Ecco perch\u00e9 \u2013 per loro e per noi \u2013 non possiamo, non dobbiamo dimenticarci: \u201cDella faccia di questo nemico invisibile ma che tutti conosciamo, anche delle facce a tutti note dei loro compari, protettori e protetti, che a Palermo e a Roma da tanti, tanti anni occupano le poltrone del potere politico e amministrativo. E vogliono quei morti che sappiamo che la lotta alla mafia non ha bisogno di eroi soli e isolati da immolare, che sono ingiusti i sacrifici dei sindacalisti, dei La Torre, dei Dalla Chiesa; che la lotta alla mafia ha bisogno di noi, di ognuno di noi, nella nostra limpida coscienza civile, della nostra ferma determinazione; che \u00e8 lotta politica, lotta per la nostra civilt\u00e0\u201d. Val\u00e8ncia, 24 giugno 2022<\/p>\n\n\n\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1143\" class=\"wp-image-2805\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/WhatsApp-Image-2022-07-06-at-23.17.16.jpeg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/WhatsApp-Image-2022-07-06-at-23.17.16.jpeg 992w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/WhatsApp-Image-2022-07-06-at-23.17.16-210x300.jpeg 210w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/WhatsApp-Image-2022-07-06-at-23.17.16-717x1024.jpeg 717w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/WhatsApp-Image-2022-07-06-at-23.17.16-768x1097.jpeg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p> <strong><em>TRAVESTIMENTI E FUTURO<\/em><\/strong> <br><br><strong>Davide Di Maggio e Nino Sottile Zumbo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cScattando, senza sosta, ha messo in salvo, condotto a riva i relitti di un naufragio culturale. Immagini che testimoniano una trasformazione sociale epocale, la fine della civilt\u00e0 contadina\u201d. (Vincenzo Consolo su Giuseppe Leone) Una fotografia non mostra soltanto qualcosa che appartiene a chi l\u2019ha scattata, cos\u00ec come non riguarda esclusivamente quello che vi \u00e8 stato colto in un particolare momento in un luogo specifico. Le immagini piuttosto vivono in mezzo a questi due poli, il loro creatore e il loro soggetto, e aggiungono qualcosa che non si trova n\u00e9 nell\u2019uno n\u00e9 nell\u2019altro. Questo avviene perch\u00e9 esse, oltre a significare, circolano in un sistema di relazioni, di riferimenti molteplici e di echi lontani. Anche le immagini che compongono le fotografie di Giuseppe Leone (Ragusa 1936), nell\u2019ambito di un intenso lavoro portato avanti negli anni, superano con forza l\u2019idea di una fotografia esclusivamente autoreferenziale e autobiografica, nonostante che anche questi elementi vi rientrino come una delle loro caratteristiche. Nel corso di quasi settant\u2019anni di attivit\u00e0 il fotografo siciliano ha percorso in lungo e largo la sua isola. Non c\u2019\u00e8 villaggio dell\u2019entroterra o paesino della costa che non abbia fotografato, prima che uno dei due sparisse. L\u2019incontro, all\u2019inizio degli anni settanta, con l\u2019antropologo Antonino Uccello lo spinge con maggiore decisione verso la fotografia antropologica, quella che indaga costumi, ma anche il duro lavoro, le condizioni sociali della Sicilia interna. Sebbene egli ami definire le sue immagini \u201cneorealiste\u201d perch\u00e9 legate al mondo operaio, contadino, alle miniere d\u2019asfalto del ragusano. La sua fotografia per\u00f2 va oltre la poetica neorealista per avvolgere con una intensa pietas i soggetti, soprattutto quando rappresentano 9 Vincenzo Consolo a Noto, anni ottanta. Riproduzione riservata Vincenzo Consolo a Noto, anni ottanta. Riproduzione riservata dell\u2019italiano: arcaico, classico, aulico, gergale, accademico, popolare e attuale, meticciato a dialetti come l\u2019antico sanfratellano, gallo-italico, con tutte le loro sfumature fonetiche, lessicali e grafiche. Decisiva, pure, la contaminazione con il latino, il francese, l\u2019inglese, lo spagnolo e il portoghese, oltre ai documenti e alle notizie minuziosamente trascritti come intermezzi, appendici e contrappunti alla finzione. Cosa dire della tensione tra lo spazio-tempo dell\u2019<em>Essere<\/em>, la Sicilia e il Sud intero, e il tempo &#8211; spazio dello <em>Stare<\/em>, Milano e il Nord, tra meridionale e settentrionale, tra urbano e rurale di questa Italia unita a forza? Gli spazi senza tempo della gestazione e della devastazione, intensi nella sua isola circondata dall\u2019onnipresente Mediterraneo, culla dell\u2019Occidente, fucina di popoli e saperi dall\u2019epoca preistorica. La Sicilia, \u201cmadre terra di uomini e d\u00e8i\u201d, il centro dove si amalgamano sicani ed elimi, fenici e greci, latini e bizantini, arabi e normanni. La Sicilia \u00e8 il luogo privilegiato della narrativa, della saggistica e della pubblicistica di Consolo, perch\u00e9 proprio l\u00ec prende vita, tra citt\u00e0, borghi, monumenti, processioni, resti di civilt\u00e0, vulcani, isole, spiagge, colline, botteghe, commerci e campi, nella contraddizione e nel dubbio, nel conforto, nella festa e nel lutto. \u00c8 l\u2019epicentro della memoria e dell\u2019oblio: un passaggio obbligato per il viaggiatore e per il corsaro, per l\u2019erudito e per l\u2019analfabeta, per il militare, il togato e il prelato. I testi e le narrazioni di Consolo sono intrisi di <em>nostos<\/em>, di assenza; arricchiti da un limpido raziocinio e da un discorso prolisso in un continuo viavai fra mito e storia, archeologia e botanica, sapienza ed evidenza, teoria ed empirismo: tutti elementi che rendono la sua opera una geogonia dove confluiscono organico e inanimato, cromatismi e sapori, tonalit\u00e0 e aromi, oggetti materiali e immateriali che con prelibata  precisione ne definiscono la scrittura. \u00c8 l\u2019imperante regno dei sensi siciliano, la Sikelia, con il suo retrogusto di terra nera e terra rossa, argilla gialla e argilla grigia, lava, zolfo, pomice, pietre, salnitro, sabbia, iodio, arancine, provola, canestrato, melanzana, sarde, totani, basilico, granite, vite, olio e grano, insomma di qualsiasi frutto di terra e di mare. Cosa dire del suo verbo torrenziale, nominale e a tratti estremo? Del costante contrappunto fra violenza e ordine, follia e razionalit\u00e0, scienza e superstizione, armonia e disordine, conservazione e annichilimento, sempre in tensione tra loro, senza dialettiche improvvisate, e strutturate nelle unit\u00e0 indivisibili anteriori ai tempi del silenzio, del caos e del nulla che proprio Consolo rinnova e attualizza. Per me sono stati di grande fascino la sua apatia irriverente e timorata, il suo sorriso vigile e beffardo, identico a quello dell\u2019<em>Ignoto <\/em>del Museo Mandralisca a Cefal\u00f9. E identico nei ritratti dei siciliani Giovanna Borgese, Giuseppe Leone, Ferdinando Scianna. \u00c8 quel sorriso che tra rivolte e dissertazioni, viaggi e persecuzioni, incontri, deliri e verit\u00e0, fa diventare lo studio dell\u2019erudito malacologo Mandralisca come quello del <em>San<\/em> <em>Girolamo <\/em>di Antonio di Giovanni de Antonio, e ci\u00f2 rinsalda la sapienza di Consolo e il suo piacere per la pittura. Fra la sua contenuta produzione narrativa (Consolo sapeva che pubblicare un libro all\u2019anno \u00e8 delirio, vanit\u00e0 e deriva), in particolare <em>Il sorriso<\/em>, <em>Retablo <\/em>(1987), <em>Nottetempo, casa<\/em> <em>per casa <\/em>(1992), <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro <\/em>(1994) e <em>Lo<\/em> <em>spasimo di Palermo <\/em>(1998) sono stati per me segnavia nell\u2019impossibile compito di vivere e sognare in italiano. Ma pure il resto della Conca d\u2019Oro che sono i suoi testi occupa un posto d\u2019eccezione nella mia memoria e nelle mie letture di persona sradicata dal suolo colombiano, poi abbracciata dall\u2019italiano, mia nuova patria. A lui come a Pirandello, Verga, Vittorini, Bufalino e Sciascia, e a pochi altri (Carlo Levi, i partenopei), devo la mia preferenza per il Sud, per il verosimile, per il possibile, per questo modo di trasformare il racconto, grande menzogna, in una grande verit\u00e0. Ripercorrere i libri di Consolo d\u00e0 poi ulteriore lustro ai miei connazionali, gi\u00e0 giganti, che sono Borges, Carpentier, Lezama, Sarduy, Garc\u00eda M\u00e1rquez, Espinosa e Burgos Cantor. Perch\u00e9, come loro, Consolo ha saputo amalgamare generi, modi, stili, saperi e linguaggi, fino a diventare una voce plurima: la propria e quella di tutti. La voce alta, media, bassa, aulica, triviale, gergale, personale, collettiva del pescatore, del contadino, del nobile, dell\u2019intellettuale, del paria, del sognatore, del lacch\u00e8, del proletario, dell\u2019ingenuo, dello scienziato, del corrotto, del politico, del rivoluzionario, del prete, dell\u2019assassino. E cos\u00ec trasfigura il mondo circostante in parola diamantina, riscrivendolo e, al contempo, rifondandolo nel linguaggio sostantivo e mai aggettivo, fino all\u2019estremo del barocco (come in <em>Retablo<\/em>). Il tutto nonostante un certo pausato e trasognato disincanto. D\u2019altronde, per noi del Sud, \u201cla nostra arte \u00e8 sempre stata barocca: una costante dello spirito che si caratterizza per l\u2019orrore del vuoto, della superficie nuda, dell\u2019armonia lineare, della geometria; uno stile dove attorno all\u2019asse centrale \u2013 non sempre palese o evidente \u2013 si moltiplicano quelli che potremmo chiamare nuclei proliferanti [\u2026]. Non dobbiamo temere il barocchismo, che \u00e8 la nostra arte [\u2026], creata per la necessit\u00e0 di nominare le cose. Perch\u00e9 ogni simbiosi, ogni meticciato genera un barocchismo\u201d. Sono parole del cubano Alejo Carpentier (insieme a Borges l\u2019autore ispanoamericano preferito da Consolo, ben letto e conosciuto), che del barocco \u00e8 maestro. A lui il santagatese rispondeva virtualmente: \u201cLa mia cifra \u00e8 barocca. [\u2026] D\u2019altra parte quasi tutti gli scrittori siciliani sono barocchi, anche quelli che sembrano scrittori logici come Sciascia, Lampedusa, Brancati [\u2026]. La Sicilia \u00e8 un crogiolo di civilt\u00e0, babele delle razze e delle lingue\u201d<em>.<\/em> Consolo ha saputo mettere in luce le ipocrisie e le cadute della storiografia, della propria attualit\u00e0 e del suo divenire, quelle della fragile, irresoluta e oscillante collocazione dell\u2019intellettuale davanti all\u2019urgenza di cambiamenti radicali, quelle dei sofismi rivoluzionari e dei cavilli del compromesso, e anche quelle della disperanza in un mondo di tenebre. \u00c8 stato exemplum nel leggere e nel tradurre la condizione umana, miserabile o proba, eterea o concreta, tronfia o infelice, travasata in un crogiolo di semi, sememi, morfemi, stilemi, locuzioni e composti sintagmatici espatriati dalla lingua di oggi. Tuttavia feraci come le onde e le sartie gonfiate dal vento, oppure inariditi dalla violenza, dal fanatismo e dalle stragi (che aggrediscono la lingua, come avvertiva pure Pasolini). Modulati nel fraseggio, nell\u2019armonia, nella cadenza, nel ritmo, nei contrasti e nella musica fatta parola. Musiche e polifonie sognate da un poeta della forma, che incarna la voce profonda dei senza voce, le grida e i silenzi del mare, del vento, del fuoco, della neve e dell\u2019estio. Soprattutto, per Consolo, la voce dell\u2019uomo e del suo astio per una societ\u00e0 iniqua, che continuer\u00e0 ad ammutolire e a violentare e a perseguitare e a cacciare e a fucilare e a seppellire i pi\u00f9 umili e gli emarginati e i rifiutati e i paria e i condannati e gli esiliati dal Regno dell\u2019Uomo che \u00e8 il Regno di questo Mondo (il Sale della Terra). Per\u00f2 ci restano le voci; voci come la sua. Perch\u00e9 una cosa non c\u2019\u00e8, ed \u00e8 l\u2019oblio, come insegnano Omero e Dante e Cervantes e Shakespeare e Borges e Saramago. Come Consolo anche loro maestri del barocco.<\/p>\n\n\n\n<p>Anno II, n. 9,<\/p>\n\n\n\n<p>luglio-agosto 2022<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"560\" class=\"wp-image-2794\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/photo_2022-08-01_10-01-32-3.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/photo_2022-08-01_10-01-32-3.jpg 1280w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/photo_2022-08-01_10-01-32-3-300x210.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/photo_2022-08-01_10-01-32-3-1024x717.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/photo_2022-08-01_10-01-32-3-768x538.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA SCUOLA DELLE COSE In questo numero hanno scritto: GIANNI TURCHETTA, NICOL\u00d2 MESSINA, DAVIDE DI MAGGIO, NINO SOTTILE ZUMBO, ALESSANDRO SECOMANDI, FABIO RODR\u00cdGUEZ AMAYA L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0 DI VINCENZO CONSOLO, FRA SPERIMENTALISMO. ED ETICIT\u00c0. LA RESISTENZA IN SICILIA. TRAVESTIMENTI E FUTURO NOTE SU CONSOLO E. ALEJO CARPENTIER CONSOLO, VOCE PLURIMA L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0 DI VINCENZO CONSOLO, FRA SPERIMENTALISMO ED &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2790\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">L\u2019(IN)ATTUALIT\u00c0 DI VINCENZO CONSOLO, FRA SPERIMENTALISMO. ED ETICIT\u00c0. LA RESISTENZA IN SICILIA. 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