{"id":2764,"date":"2012-04-01T13:19:22","date_gmt":"2012-04-01T13:19:22","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2764"},"modified":"2022-06-23T14:20:02","modified_gmt":"2022-06-23T14:20:02","slug":"porcacchia-facean-di-nome","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2764","title":{"rendered":"Porcacchia facean di nome"},"content":{"rendered":"\n<p>\u201cPorcacchia facean di nome loro di famiglia\u2026\u201d: con questo o un simile<br> attacco vorrei scrivere un romanzo. Raccontare  d\u2019una famiglia  di camionisti (padre e due figli, mettiamo) del Napoletano, del  Casertano o Avellinese, ex contadini, proprietari di un camion con  rimorchio (costano,  questi bisonti, quanto una casa di cento metri  quadri entro  la prima cerchia dei Navigli di Milano), che vanno,  affannosamente e disperatamente (devono pagare il camion,  costruire  la casa), sulle autostrade su e gi\u00f9 per la stretta penisola nostra  italiana. Con loro, della nuova realt\u00e0  sociale: l\u2019inurbamento,  le squallide periferie industriali  delle metropoli del Nord e i caotici  agglomerati delle citt\u00e0 del Sud, la camorra, il traffico di armi e  droga, l\u2019industria  delle serre, lo sfruttamento della mano d\u2019opera  del Terzomondo, il calcio, gli stadi, i grandi mercati, le tangenziali,  i raccordi anulari, i massacri sulle autostrade, gli scioperi, i blocchi  stradali, i porti, i containers\u2026 Vorrei scrivere,  ma non posso: bisogna  esser giovani per scrivere un libro cos\u00ec, giovani e sciolti d\u2019ogni  memoria e legame per poter salire sulla cabina di uno di quei camion  e viaggiare  almeno per un anno, imparare, se gi\u00e0 non la si  conosce,  la nuova lingua italiana, le koin\u00e8 delle nuove realt\u00e0 in cui  ci si imbatte, i gerghi dei camionisti, dei trafficanti, dei camorristi, dei tifosi, delle prostitute, dei travestiti\u2026 No, non posso proprio:  sono vecchio. Peccato. Mi rester\u00e0 il rimpianto di non aver potuto  scrivere un mio Pasticciaccio, il pasticciaccio brutto dei Porcacchia. Cedo dunque l\u2019idea a qualche giovin scrittore italiano (interesser\u00e0  mai a costui la realt\u00e0 nostra sociale e sapr\u00e0 scrivere in terza persona?).  La cedo a gratis, come dicono a Milano.  Dicono a gratis e dicono con pardon i ragionieri di codesta  citt\u00e0  quando vogliono parlare in punta di forchetta.  Oltre a dire una tantum,  nel senso del diritto che hanno loro a sniffare di tanto in tanto  per riprender quota ed esser efficienti. Ma con lo sniffo siamo forse  gi\u00e0 a livelli un po\u2019 pi\u00f9 alti (di quelli dei ragionieri almeno rimasti  fuori  da Palazzo  Chigi, fuori dal Banco Ambrosiano e fuori dalla  Borsa):  macellai, ristoratori, amministratori ed evasori  d\u2019ogni risma,  fabbricanti di mine, di defolianti e di tondini, pubblicitari  e pierre,  designers, parrucchieri, sarti, fotomodelli,  artisti d\u2019ogni ramo,  dentro e fuori il Canale Cinque. Parlo della grande Milano in cui  dimoro ormai da venti anni,  senza contare i quattro in cui vi studiai.  Erano allora gli anni Cinquanta e Milano l\u2019era tutta un\u2019altra  roba. Era la citt\u00e0 della ricostruzione, del grande Progetto, gli anni  del \u201cPolitecnico\u201d e dei \u201cGettoni\u201d di Vittorini.  Finiti gli studi, me ne tornai in Sicilia con l\u2019idea di fare  lo scrittore.  Lo scrittore meridionale e meridionalista (era tanto di moda allora).  Perch\u00e9 allora la scrittura era subito  impegno, testimonianza e  denunzia (e c\u2019era pure Scelba  che denunziava il culturame). Il grande  sole o schema era naturalmente il Cristo d\u2019Eboli con tutto quanto  lo aveva preceduto e seguito, Gramsci Dorso Salvemini, con tutte le  Uva puttanella, tutti i Pasticciaccio e i Ragazzi di vita, tutti i neorealismi,  le sperimentazioni e le digressioni dialettali allora imperanti.  Ma quando mi trovai a pubblicare il mio primo libro  nel \u201963, nella  mondadoriana collana del \u201cTornasole\u201d di Niccol\u00f2  Gallo e Vittorio  Sereni, dal titolo La ferita dell\u2019aprile,  dissero i critici, che allora  leggevano i libri, che ero fuori,  ma proprio fuori dal neorealismo.  Ma ero dentro la storia. La storia siciliana del dopoguerra, la caduta  del fascismo,  la ricostruzione dei partiti, le prime elezioni regionali del \u201947 con la vittoria del Blocco del Popolo, la strage  di Portella  della Ginestra, la vittoria schiacciante dei Democristiani  nel \u201948\u2026  Poi fin\u00ec il Meridione e fin\u00ec il mondo contadino. Tutto  si industrializz\u00f2,  pure la mafia e pure la camorra. Avvenne  il grande esodo  dei braccianti dal Sud al Nord. Anch\u2019io quindi emigrai, e di  nuovo su a Milano. Avevo la bell\u2019et\u00e0 di trentacinque anni. Viaggiai  il giorno e la notte di San Silvestro e il primo gennaio del 1968  fui a Milano. Contadino inurbato, non sapevo niente di metropoli  e di cultura  industriale. Mi sentii spaesato, spiazzato anche linguisticamente.  Ripercorsi cos\u00ec, per salvarmi, per riconquistare  anche  l\u2019uso della parola, la mia storia, la storia cio\u00e8 della mia terra, e  scrissi, in una lingua storica e filologica  scavata e ritrovata, Il sorriso  dell\u2019ignoto marinaio. Dopo tredici anni dall\u2019esordio. E questo libro,  ch\u2019era d\u2019impianto storico (si svolgeva negli anni del Risorgimento  e dell\u2019impresa garibaldina: nodo di passaggio  storico  importante  per il Meridione e banco di prova della maggior parte degli scrittori  siciliani \u2013 Verga, De Roberto, Pirandello, Lampedusa, Sciascia\u2026),<br> voleva anche dire metaforicamente  del momento che allora si viveva,<br> a Milano e altrove. Poi\u2026 Poi sempre pi\u00f9 indietro e sempre pi\u00f9  lontano<br> dalla realt\u00e0: Lunaria, un racconto  favoloso  ambientato in  un vago Settecento e scritto in forma teatrale. Quindi, uscito proprio  nei giorni in cui sto per tracciare  questo mio profilo scellerato,  Retablo, d\u2019ambientazione ancora settecentesca. Su cui aspetto  che i  critici dicano qualcosa. I quali forse non diranno  niente fino a che il  libro non sar\u00e0 tradotto in italiano,  nella lingua cio\u00e8 dei Porcacchia  che oggi si parla e scrive nel paese  nostro. Perch\u00e9 Retablo \u00e8 scritto  in una lingua trapassata,<br> che pochi ormai ricordano e capiscono.  \u201cLei \u00e8 anacronistico?\u201d mi ha chiesto un giornalista. \u201cCerto\u201d ho  risposto. \u201cE pure anacreontico.\u201d <br><\/p>\n\n\n\n<p><em>Vincenzo Consolo, in Giuseppe Appella \u2013 Paolo Mauri (a cura di), Almanacco della Cometa.<br> \u201cI contemporanei vedono<br> se stessi\u201d, Edizioni<br> della Cometa, Roma 1988, pp. 21-22.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"673\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-673x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2681\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-673x1024.jpg 673w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-197x300.jpg 197w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-768x1169.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-1010x1536.jpg 1010w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o.jpg 1346w\" sizes=\"(max-width: 673px) 100vw, 673px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cPorcacchia facean di nome loro di famiglia\u2026\u201d: con questo o un simile attacco vorrei scrivere un romanzo. 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