{"id":2759,"date":"2022-06-01T09:54:04","date_gmt":"2022-06-01T09:54:04","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2759"},"modified":"2022-06-22T09:55:55","modified_gmt":"2022-06-22T09:55:55","slug":"le-figure-femminili-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2759","title":{"rendered":"Le figure femminili di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Rosalba Galvagno<\/strong><br><br>Per quanto le pagine di Vincenzo Consolo siano disseminate  di figure femminili, per alcune di esse non  \u00e8 facile delinearne i contorni o il profilo secondo i  moduli tradizionali del ritratto o del personaggio  a tutto tondo, anche perch\u00e9 spesso tali figure sono  metaforizzazioni di oggetti naturali o culturali. La  Sicilia ad esempio (e con essa il Mediterraneo tutto),  nella sua complessit\u00e0 di \u00abesistenza\u00bb e di \u00abstoria\u00bb,  di bellezza e di orrore, di attrazione e di repulsione,  di natura e di cultura, di storia e di arte, di guerra e  di pace, di mafia e di eroi, \u00e8 sicuramente l\u2019oggetto  femminile pi\u00f9 emblematico della scrittura di Consolo.  Tutti gli altri non sono che degli avatars, dai pi\u00f9<br> orridi ai pi\u00f9 teneri, di questo oggetto fondamentale  che egli ha inseguito durante tutto il suo percorso  di uomo e di artista, approssimandosi forse di pi\u00f9  ad esso e perfino attingendolo (immaginariamente,  s\u2019intende) nei resti archeologici, nelle pietre antiche.  I personaggi femminili consoliani consistono  sovente in semplici nomi di figure mitologiche o di  sante, in mere elencazioni caotiche di questi nomi,  che si configurano come delle vere e proprie antonomasie.  Nomi di divinit\u00e0 o ninfe mitologiche<br> talvolta accompagnati da un predicato (Afrodite,  Artemide, Aretusa, Ciane, Demetra, Persefone, Hera,  Athena, Venere celeste, Diana delle cacce, Cerere<br> delle messi siciliane, Maloph\u00f2ros, Ecate, Medusa,  Core, Sfinge, Europa, Scilla, Antigone, Circe, Sirene  ecc.); di sante o comunque di figure cristiane (Giovanna  d\u2019Arco, Santa Rosalia, Santa Lucia, la Madre,  Annunziate, Maddalene, sante Caterine, Immacolate,  sante Ninfe o Susanne ecc.).<br> Ora, queste semplici citazioni onomastiche non  sono certo delle eccedenze barocche, dei meri ornamenti  retorici, ma sono appunto delle antonomasie<br> che vanno lette come autentici significanti, cio\u00e8 nomi.  1 Tutti i romanzi di Consolo sono citati da questa edizione.  attraverso i quali il testo veicola ed evoca una pluralit\u00e0,  spesso contraddittoria, del femminile, come  accade ad esempio col termine Maloph\u00f2ros al quale  \u00e8 accostato, tra gli altri, il termine mele (miele), che  ricorre in altre due pagine dello stesso capitoletto  (In Egesta degli El\u00ecmi) del romanzo Retablo, in particolare  nel contesto fortemente erotizzato della  Confessione di Rosalia Granata: \u00abcome fa l\u2019apa sopra  la corolla dove al fine s\u2019insinua e suscita il suo mele\u00bb1.  Questo significante della dolcezza,  specie quella erotica e materna,  si riverbera anche nel  capitoletto successivo (In  Selinunte greca), nella mirabile  descrizione della  dea Maloph\u00f2ros, descrizione  generata di fatto dalla prima  parte del nome della dea:  <em>\u00abe il tempio sacro in fondo e segretissimo  in cui nel recesso pi\u00f9 interno e proibito era Lei, la Molle, l\u2019Umida, la d\u00e8a che  porta la mela e che la dona, l\u2019inconoscibile, insondabile  padrona\u00bb <\/em>(p. 437), dove a \u00abMolle\u00bb si affianca qui  il termine \u00abmela\u00bb, l\u2019attributo proprio della dea, che  designa il frutto e connota al contempo la fertilit\u00e0.  Accanto a questi nomi propri femminili appartenenti  alla nostra tradizione mitologica e cristiana,  incontriamo anche dei nomi comuni di parentela  come madre, moglie, sorella, figlia, signora, fidanzata,  i nomi cio\u00e8 dei legami familiari pi\u00f9 intimi spesso  dolorosamente drammatici, come ad esempio il termine  \u00absorella\u00bb riferito all\u2019anonima fanciulla portata  in corteo funebre sempre nel capitoletto intitolato In  Selinunte greca del romanzo Retablo.  O le sorelle di Petro Marano, Lucia e Serafina, intaccate  anch\u2019esse dal male catubbo (dalla melanconia)  nel capitolo IV, La torre, del romanzo Nottetempo,  casa per casa. D\u2019altronde il capitolo VIII, la cui  epigrafe \u00e8 una citazione tratta dalla Nedda di Verga2,  si intitola significativamente Le donne, mentre il capitolo  X, Pasqua delle rose, introduce la tenera figura  di Grazia la Piluchera, l\u2019accogliente amante (prostituta?)  di Petro (pag. 731 ss.).  Da L\u2019olivo e l\u2019olivastro preme ricordare almeno  la Lucia del Seppellimento di Santa Lucia del celebre  dipinto di Michelangelo Merisi:  Effigi\u00f2 la santa come una luce che s\u2019\u00e8 spenta,  una Lucia mutata in Eusk\u00eca, un puro corpo esanime  di fanciulla trafitta o annegata, disposto a  terra, riversa la testa, un braccio divergente [\u2026].  La luce su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla  piet\u00e0, dall\u2019amore dei fedeli astanti, da quel corpo  riverbera e si spande per la catacomba, a cerchi,  a onde, parca come fiammella di cera dietro la  pergamena. (pp. 828-829)  E la stessa madre dello scrittore, toccante e indimenticabile  \u00abvecchia Euridice\u00bb: <br><em> La guardava, ne studiava la faccia, la pelle<br> sottile e bianca, le venuzze azzurre, il neo sulla<br> tempia, i capelli fini e lisci fermati dietro con la<br> crocchia, la bocca a grinze, le orecchie trasparenti,<br> i buchi allungati dei lobi da cui pendevano gli<br> orecchini. Ma presto provava imbarazzo, disto-<br> glieva lo sguardo, gli sembrava di violare l\u2019intimit\u00e0<br> indifesa di quella donna ch\u2019era sempre stata<br> candida, innocente, il suo privato e lento allontanarsi.<\/em><br> [\u2026]<br> Cosa credeva? Che quella donna, sua madre,  fosse rimasta sempre l\u00ec, uguale, come il giardino,  le barche, le isole, con il ricordo di lui sempre acceso?  Il dolore per gli altri figli andati, scomparsi?  Aveva mollato pure lei (ma come, quando?) e  s\u2019era messa a camminare per la sua strada. Voleva  annullare quel tempo, ritornare, lui, al punto  della partenza, far tornare lei, vecchia Euridice,  di l\u00e0 dall\u2019ombra dell\u2019oblio? (pp. 848-849)<br> Accanto a queste due ultime figure (Santa Lucia  e la madre) delle quali, a differenza delle precedenti  antonomasie, lo scrittore ci consegna un ritratto rapido  ed essenziale, sono anche presenti nei suoi testi  delle metaforizzazioni del femminile, come quella,  notissima, della \u00abchiocciola\u00bb del Sorriso dell\u2019ignoto  marinaio (pp. 233-238), o in Retablo quella dell\u2019\u00abarancio  \u00bb (p. 427) o del \u00abcorallo\u00bb (pp. 454 ss.) e persino  del tempio: il tempio di Segesta all\u2019occorrenza,  nella cui descrizione insistono le \u00abmadri\u00bb e la gran  \u00abMadre\u00bb (p. 414). Ma, tra gli oggetti inanimati, o  pi\u00f9 precisamente cosmici, bisogna annoverare la  luna disseminata ovunque nelle pagine consoliane,  20  al centro, segnatamente, della splendida favola teatrale<br> Lunaria. La luna come figura per eccellenza del  femminile (<em>\u00abDeh madre, sorella, sposa, guida della  notte, m\u00e9ntore, virgilia, dimmi, parlami, insegnami  la via\u00bb<\/em>) 3 ha una lunga tradizione nella nostra letteratura,<br> basti qui citare l\u2019esempio massimo del Canto  di un pastore errante dell\u2019Asia, e anche delle altre numerose  lune di Leopardi, come quella dell\u2019Odi Melisso  e del Tramonto della luna letteralmente evocate<br> in Lunaria.  Dopo questa rapida rassegna di figure femminili,<br> vorrei soffermarmi sul capolavoro di Vincenzo Consolo,  Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, che si apre su  una interessante figura di donna, Catena Carnevale,  un personaggio dal nome altamente simbolico, per<br> quanto lo scrittore si sia ispirato a una donna reale  di Lipari di nome Maria Maggiore.  Se il nome proprio Catena rinvia immediatamente<br> alla scrittura, alla catena significante, il cognome  Carnevale non pu\u00f2 non evocare una straordinaria  eroina popolare immortalata da Carlo Levi in Le parole  sono pietre: Francesca Serio madre di Salvatore  Carnevale, una donna che non aveva paura di pronunciare,  per ottenere giustizia per il sacrificio del  figlio ucciso dalla mafia, \u00abparole di pietra\u00bb4.  Il ritratto di Catena viene presentato dapprima  nell\u2019Antefatto del primo capitolo del Sorriso dell\u2019ignoto  marinaio, e quindi ripreso e arricchito di ulteriori<br> tratti, nel secondo capitolo intitolato L\u2019albero  delle quattro arance. Di Catena sappiamo che \u00e8 bella  e irraggiungibile, la sua bellezza per\u00f2 non s\u2019incarna  in un corpo reale di donna, piuttosto in una sorta di  raggio luminoso che al tempo stesso la vela e la svela  \u00abal rapido saettar d\u2019occhi traversi [\u2026] dei giovani  che passano e ripassano per la strada di San Bartolomeo  \u00bb (p. 127)5. Ricama e sa decifrare la scrittura  barocca delle ricette, sicch\u00e9 torna utile al padre speziale  in Lipari. \u00c8 \u00abun\u2019intellettuale\u00bb6, nervosa, irritabile,  meteoropatica, un mistero quanto all\u2019amore. A  tal punto furiosa, da infierire sul ritratto dell\u2019Ignoto  perch\u00e9 somigliante al suo fidanzato lontano, con  3 Lunaria, p. 315  4 Cfr. C. Levi, Le parole sono pietre, Einaudi, Torino, 1955, pp. 138-152. Consolo ha dedicato allo scrittore torinese un denso saggio raccolto nella settima e  ultima sezione di Di qua dal faro (Milano, Mondadori, 1999, pp. 251-257) intitolata significativamente Le parole sono pietre.  5 Vincenzo Consolo ha svelato, nel corso di un Convegno a lui dedicato e tenutosi a Capo d\u2019Orlando nell\u2019ottobre del 2006, che l\u2019immagine alla quale questa  descrizione di Catena rinvia \u00e8 quella di una Annunciazione.  6 V. Consolo, Fuga dall\u2019Etna, Donzelli Editore, Roma, 1993, p. 43.  7 Ivi, p. 46.  8 \u00abil povero esclama \/ al fondo di tanto abisso \/ terra pane \/ l\u2019origine \u00e8 l\u00e0 \/ la fame senza fine \/ di libert\u00e0\u00bb (pp. 250-251).  quel sorriso che l\u2019affascina tanto quanto la perseguita,  un sorriso inafferrabile che potr\u00e0 incatenare,  lei gi\u00e0 incatenata da quel sorriso, solo sfregiandolo<br> col punteruolo d\u2019agave da ricamo, solo lasciandovi  sopra, tale un\u2019erinni, il segno della sua passione assoluta  (p. 127).  Vorrei ancora, prima di passare a Rosalia, forse  la figura princeps della ricca galleria di figure femminili<br> consoliane, soffermarmi sull\u2019ultimo capitolo  (IX) del Sorriso dell\u2019ignoto marinaio, che contiene le  famose scritte graffite sui muri del carcere dai rinchiusi  colpevoli dell\u2019eccidio di Alcara Li Fusi.  Paradossalmente e perfino scandalosamente,  questo carcere a forma di chiocciola rappresenta<br> forse il luogo per eccellenza del \u2018femminile\u2019, della  scrittura autentica, corale e acefala, \u00abindipendente  da un corpo o da una mente\u00bb (p. 222), una scrittura  capace di tradurre in linguaggio il trauma originario  del Soggetto e della Storia. Un trauma che, nel punto  finale della riscrittura storico-metaforica degli eventi  riportati nel romanzo, si mostra quasi allo stato<br> puro senza i \u00abcolori dell\u2019affresco\u00bb7, graffito di carbone  e messaggio poetico per chi pu\u00f2 leggerlo e intenderlo.  L\u2019ultima strofe dell\u2019ultima scritta sul muro \u00e8  infatti in lingua sanfratellana, incomprensibile per  lo stesso Mandralisca e per noi lettori:<br><em> U pauvr sclama<br> Suogn \u2018nta u mar<br> Au Faun di tant abiss<br> Terra pan<br> L\u2019originau \u00e8 daa<br> La fam sanza fin<br> Di<br> Libirtaa<\/em> 8<br> Di questa strofe in sanfratellano la prima edizione  del romanzo non forniva alcuna traduzione. Ora,  proprio gli ultimi cinque, poeticissimi versi rinviano  ad una parola mancante (propriamente la parola  muta del desiderio), una parola fondamentale perch\u00e9 generatrice dell\u2019intero canto. Si tratta della parola  \u2018lontananza\u2019 intesa come separazione dall\u2019oggetto<br> d\u2019amore, vera e propria parola ombelicale che si  iscrive nell\u2019ordine silenzioso della lettera, e che coincide  con quello che Freud nell\u2019Interpretazione dei  sogni chiama \u2018ombelico del sogno, kern-punkt, punto  opaco e non pi\u00f9 decifrabile del desiderio del sogno,  ma anche punto di generazione plurima e sovradeterminata  della scrittura del sogno. Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9.  Soggetto di questa \u2018lontananza\u2019 \u00e8 una fanciulla, una  figura femminile dunque. \u00c8 stato possibile risalire a  questa parola ombelicale grazie all\u2019eccellente studio  di Salvatore Trovato sulla presenza del sanfratellano  nel Sorriso. Lo studioso afferma che il verso:<br> au faun di tant abiss, rigo 28 della scritta, \u00e8  ripreso dall\u2019ottava num. 19 (dal titolo La lontananza)  della raccolta di Luigi Vasi (p. 286), un\u2019ottava  d\u2019amore che tratta appunto il tema della lontananza  (Suogn \u2018nta u mar au faun di tant abiss  \u2018sono nel mare al fondo di tanto abisso\u2019 piange la  fanciulla per la lontananza dell\u2019amato nell\u2019ottava  popolare) da cui Consolo sa trarre elementi per  la costruzione di un testo che tratta il tema della  rabbia sociale, dell\u2019odio di classe e del desiderio  di vendetta9.  D\u2019altronde l\u2019intera strofe \u00e8 costruita con versi  presi da varie altre ottave del Vasi e abilmente intrecciati  dallo Scripteur, al fine di trasmettere un  messaggio innanzi tutto etico-sociale, rivoluzionario,  rivendicativo. Ma, mi permetto di postillare,  questo messaggio \u00e8 strutturato poeticamente e per  di pi\u00f9 in una lingua \u2018altra\u2019. Inoltre la voce che emana  dal fondo dell\u2019abisso, frammento di corpo staccato  dal soggetto che la enuncia, \u00e8 quella di una fanciulla  innamorata e separata dal suo amato, la stessa voce  profonda, anonima ed enigmatica che modula il canto  della strage, del trauma, della separazione, della  lontananza.<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1246\" class=\"wp-image-2760\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/copertina-nottetempo.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/copertina-nottetempo.jpg 535w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/copertina-nottetempo-193x300.jpg 193w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br> E passiamo infine alla figura di Rosalia nel romanzo  Retablo, un romanzo diviso, com\u2019\u00e8 noto, in  tre parti: due portelli laterali Oratorio e Veritas, e<br> un portello centrale, Peregrinazione. Esso narra il  9 S. Trovato, Valori e funzioni del sanfratellano nel pastiche linguistico consoliano del \u00abSorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00bb e di \u00abLunaria\u00bb, in Dialetto e letteratura a  cura di Giuseppe Gulino ed Ermanno Scuderi, Pachino 1989 (Atti del 2\u00b0 Convegno di studi sul dialetto siciliano \u2013 Pachino 28\/30 aprile 1987), p. 135.  10 \u00abAlzai gli occhi e vidi nel riquadro, ah, la mia sventura!, la donna che teneva la funicella del panaro e accanto una fanciulla di quindici o sedici anni, la<br> mantellina a lutto sulla testa che lei fermava con graziosa mano sotto il mento. E gli occhi tenea bassi per vergogna, ma da sotto il velario delle ciglia fuggivan  lampi d\u2019un fuoco di smeraldo. Mai m\u2019ero immaginato, mai avevo visto in vita mia, in carne o pittato, un angelo, un serafino come lei\u00bb (p. 371).  viaggio e le peripezie dell\u2019artista milanese Fabrizio  Clerici e della sua guida Isidoro, un monaco del  convento della Gancia, nella Sicilia del XVIII secolo  (1760-1761 circa).  Fin dal celebre prologo di Retablo da me chiamato  Inno a Rosalia, la figura femminile non si riduce a  una mera rappresentazione realistica. Essa soggiace  piuttosto a delle figurazioni metamorfiche, che  vanno dal ritratto a tutto tondo della protagonista<br> Rosalia all\u2019\u00abottuso vortice\u00bb (p. 422) del corpo del  godimento. Non a caso Rosalia \u00e8 esattamente definita  in due luoghi, e fuori da ogni figurazione possibile,  come \u00abla causa di tutto, il motore primo\u00bb (p.  372) secondo le parole di Isidoro, e \u00abil motore primo  del miracolo\u00bb (p. 420) secondo le parole dell\u2019altra  Rosalia, perch\u00e9 di \u00abRosalia\u00bb ce ne sono almeno<br> due in Retablo.  Il romanzo non far\u00e0 che dispiegare dall\u2019inizio alla<br> fine ci\u00f2 che il prologo annuncia: la perdita e quindi  la qu\u00eate di Rosalia, cio\u00e8 dell\u2019oggetto del desiderio e  dei suoi avatars, che si incarna nelle figure di Rosalia  Guarnaccia, l\u2019amata di Isidoro; Teresa Blasco, l\u2019amata  di Fabrizio Clerici; alle quali bisogna aggiungere  Rosalia Granata, la donna sedotta da Frate Giacinto  da Salemi e salvata da Vito Sammataro, un frate  costretto a farsi brigante. O, infine, \u00absolamente la  Rosalia d\u2019ognuno che si danna e soffre, e perde per  amore\u00bb (p. 423).  Accanto a queste vi sono altre importantissime  figure femminili come quelle mitologiche e religiose<br> gi\u00e0 citate all\u2019inizio di questo saggio o altre figure  minori come Luz\u00eca o Lucia Barraja (p. 467), che fa  parte anch\u2019essa della galleria delle Rosalie.<br> E se si volesse delineare un ritratto fisico, esteriore  (secondo la terminologia dei teorici del Rinascimento  italiano) di Rosalia10, \u00e8 vero che esso consiste  soltanto di alcuni tratti quali l\u2019et\u00e0 (ha 15-16 anni),<br> lo sguardo acceso da lampi d\u2019un fuoco di smeraldo, i  capelli colore del rame, i denti di cagnola, mentre il  suo ritratto interiore \u00e8 fissato dall\u2019ossimoro angelo\/  diavolo, permanendo inestricabili i tratti angelici e<br> diabolici. \u00c8 anche fresca, odorosa, bella di sette bellezze  ecc., ma soprattutto ha un bel nome, infatti l\u2019inno  inaugurale del romanzo \u00e8 una variazione attorno  22  al nome di Rosalia. Isidoro, d\u2019altronde, risponder\u00e0 a<br> Fabrizio Clerici che Rosalia \u00ab\u00c8 solamente il nome\u00bb  (p. 386).<br> Ci\u00f2 che sembra emergere dall\u2019analisi testuale  dell\u2019Inno a Rosalia11 \u00e8 la scrittura dello slancio di un  desiderio verso un oggetto femminile forse del tutto  inedito nella tradizione letteraria italiana ed europea.  Alle due donne \u2013 Venere celeste e Venere terrestre  \u2013 celebrate da questa tradizione si sostituisce  in Retablo una sola donna dalle molte sfaccettature,  che \u00e8 al contempo idealizzata e concupita (sogno o  incubo di ciascun uomo forse). Ci\u00f2 che il lavoro dello  stile, della prosodia specialmente, rivela grazie<br> all\u2019accordo stabilito da un certo ritmo tra elementi  verbali appartenenti a ordini linguistici differenti e  perfino opposti, \u00e8 l\u2019ibridazione di queste due figure  di donna, ottenuta attraverso la coalescenza della  corrente tenera e della corrente sensuale dell\u2019amore,  che fa s\u00ec che i tratti ideali e i tratti erotici di questo  oggetto femminile divengono interscambiabili.<br> Le figurazioni del corpo di Rosalia vanno dunque  dal ritratto della giovane adolescente paragonata  per la sua bellezza al corpo della statua di Santa Ro-  11 Per questa analisi dettagliata cfr. Rosalba Galvagno, \u00abHymne \u00e0 Rosalia\u00bb dans \u00abLe Retable\u00bb de Vincenzo Consolo, in \u00abRevue des \u00c9tudes italiennes\u00bb, dirig\u00e9e  par Fran\u00e7ois Livi et Claudette Perrus, Varia, Tome 63, n. 3-4\/2017, pp. 41-53.  salia, all\u2019allegoria della Veritas scolpita dal Serpotta,<br> ad una pan\u00f2plia di metonimie del corpo (sguardo,  capelli, denti, ossa, reliquie, voce), alla \u2018lettera\u2019 e,  per finire, al corpo del godimento difficilmente rappresentabile:  si tratta piuttosto di una figura senza<br> figura del reale, ma al quale Consolo riesce addirittura  a dar voce e nella cui specifica e originalissima  articolazione si situa la scrittura dell\u2019eros. La mise  en abyme di questa scrittura si situa nel bel mezzo  del romanzo, in quell\u2019eccentrico capitoletto intitolato  Confessione, voluto in corsivo da Consolo. Ora,  la grandezza e l\u2019importanza letteraria di questa Confessione<br> risiede proprio nella scrittura, difficilissima,  dell\u2019estasi mistica e al contempo arditamente sensuale  del corpo di Rosalia ridotto qui a puro strumento  del godimento, pura voce, pura onomatopea  di una \u00abgioia grande e senza nome\u00bb:  \u00abO bona, o bella, o santa creatura!\u00bb dissemi<br> con quella sua voce flautata stringendo forte nelle  sue le mani mie.<br><br> <em>\u00abO padre, o padre, per me pietate, vi chiedo  ab\u00e8nto!\u2026\u00bb riuscii a sospirare, e venni meno.  Mi ritrovai, al risveglio, riversa su un giaciglio<br> dentro un casalino ov\u2019erano gli attrezzi per la selva,<br> la testa sul grembo del mio frate, che la mano,<br> ora con forza e ora lievemente, passava sul mio<br> petto, mentre il core affannoso mi battea come<br> del coniglio stanato dal furetto. E dal petto quindi<br> in giuso si moveva, fin su la nicchia ove natura<br> pose il nocciolo del caldo, il seme, il fomento d\u2019ogni<br> brama, godimento, levitando, sfiorando tratteggiando,<br> come fa l\u2019apa sopra la corolla dove al fine<br> s\u2019insinua e suscita il suo mele, mentre che l\u2019origlier<br> crescendo s\u2019impetrava. O foco, foco! Foco che in<br> segreto ardi su la lampa, fiamma che bruci e non<br> consumi! Foco che avvampi il core, l\u2019ossa, ardi il<br> midollo, ogni fibra dell\u2019anima, del corpo! [\u2026].<br> Ah il furore, il delirio, l\u2019ottuso vortice, la danza,<br> da cui sortiva sempre inappagata, sempre anelante<br> all\u2019amor di lui, di lui che a poco a poco si negava,<br> di Lui che m\u2019appariva irraggiungibile!<br> E prona pecora belava, guaiva cagna cana, hau<br> hau, lamentava, ma\u2019, ma, tata cicia caca, ohu ohu,<br> nerva rova ur\u00ecca, ahi ahiahi, mala mele fima\u2026<\/em> (pp.<br> 416-422) <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1080\" class=\"wp-image-2761\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-scaled.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-scaled.jpg 1897w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-222x300.jpg 222w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-759x1024.jpg 759w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-768x1036.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-1138x1536.jpg 1138w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/IMG_20220622_0001-1518x2048.jpg 1518w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br> 23<br><br>1  V. Consolo, L\u2019opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di  Gianni Turchetta e con uno scritto di Cesare Segre, Mondadori (\u00abI Meridiani\u00bb),  Milano, 2015, p. 418.  <br> 2\u00ab\u2026 faceva altri lavori pi\u00f9 duri che da quelle parti stimavansi inferiori al compito dell\u2019uomo\u00bb (p. 710).  <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1233\" class=\"wp-image-2762\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/285874801_4993833197367478_3659135504003201268_n.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/285874801_4993833197367478_3659135504003201268_n.jpg 638w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/285874801_4993833197367478_3659135504003201268_n-195x300.jpg 195w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rosalba Galvagno Per quanto le pagine di Vincenzo Consolo siano disseminate di figure femminili, per alcune di esse non \u00e8 facile delinearne i contorni o il profilo secondo i moduli tradizionali del ritratto o del personaggio a tutto tondo, anche perch\u00e9 spesso tali figure sono metaforizzazioni di oggetti naturali o culturali. La Sicilia ad esempio &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2759\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Le figure femminili di Vincenzo Consolo<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[52,453,111,318,23,77,1332,24,117,1190,204,17,200,180,707,57,1097,260,20,154,1331,110,1189,745,459,562,196,29,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2759"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2759"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2759\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2763,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2759\/revisions\/2763"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2759"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2759"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2759"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}